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Eleuterio

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Tutti i contenuti di Eleuterio

  1. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    Traccia 1: la paura. Vegliardo. Vegliardo, cosa cerchi? Vedo solo un’adolescenza sconsacrata e fiori divelti dalla luce che avviluppi al pube, mentre soffoco ingerendo polvere di anemia esistenziale: le vene che serpeggiano su queste braccia ora t’appartengono. Vegliardo mi duole l’utero a sentirti dentro queste ossa querule, dentro quest’arte spezzata come il sospiro che covo e poi divulgo al mondo quando erompo in clangore. Vegliardo, cosa cerchi in questo tempio flesso? Me stesso. E tu? L’abbraccio sempre temuto: tomba.
  2. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Topic ufficiale

    Grazie a tutti, davvero. Ho letto i componimenti immediatamente e ne ho trovati due che, su tutti, mi rimarranno nel cuore. Purtroppo o fortunatamente, causa paranoie personali, preferisco non commentare: non sento di avere mai nulla da aggiungere, un po' per l'età, un po' per altro. Però vi ho letti e apprezzati. Un abbraccio e... grazie ad @Anglares per l'opportunità e a @Ippolita2018 per avermi chiamato all'appello!
  3. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Talia Ti ringrazio, davvero. Ammetto che l'effetto è stato ricercato dal sesto verso in poi: inizialmente mi suonava molto innaturale, a tal punto che ho tentato di connetterlo anche a livello esplicito con "arte spezzata", che è una sorta di sineddoche in riferimento al verso, per l'appunto, spezzettato dai continui enjambement. Un modo per salvarsi all'ultimo, diciamo così. Grazie ancora!
  4. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Roberto Ballardini Andando oltre il fatto che non mi fa taggare, o che sono io incapace di farlo, ti ringrazio! Diciamo che "anemia esistenziale" mi girava in testa da un po', così ho provato a inserirlo in connessione con le vene, che contengono sangue. Una sorta di contrapposizione. Non so: ultimamente il dubbio è sempre dietro l'angolo e io sono tornato a cercarmi a livello lirico. Chissà. Grazie.
  5. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Edu Grazie, grazie davvero! Ammetto che, come precisato, questo stile mi appartiene poco in questo periodo, però si adeguava alla traccia. Chissà.
  6. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Elisa Audino Ti ringrazio molto, davvero: il manierismo, con me, è sempre dietro l'angolo e scrivere in questo modo è stato un tuffo nel passato. Mi sono allontanato dalla retorica in questo periodo, o, meglio, me ne sono dovuto allontanare. Scrivere così è stato come immergersi in qualcosa che si conosce e si teme allo stesso tempo. Non so. Ammetto che il tema della morte è giunto alla fine, perché inizialmente il testo doveva parlare di qualcos'altro che non specifico, perché non vorrei suonasse come un modo di proteggersi agli occhi dei giudici. Chissà.
  7. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Topic ufficiale

    Questa volta ce l'ho fatta! Traccia 1.
  8. Eleuterio

    Tratteggio

    Bella e criptica: come piacciono a me. Premetto che, quando si tratta di poesie ermetiche, è difficile tratteggiare (appunto) un contesto da cui derivano e che, purtroppo, nel bene e nel male il contesto è necessario per comprendere a fondo un testo. Dico ciò solo come opinione esterna: scorgo degli indizi, ma forse non sono abbastanza perché il lettore abbocchi all'amo, perché egli riesca a penetrare il senso. Ciò non è un male: è solo un'osservazione. Premetto che ho tentato di connettere gli estremi, cioè l'inizio con la fine: la luce fuori dagli occhi dovrebbe essere quella della luna, un po' sulla scia dei riflessi argentei, tendenzialmente associati alla luna stessa. Ammetto che ho avuto dei dubbi perché inizialmente avevo associato la luce "fuori" ai pensieri, però essi, per definizione, sono interni alla mente. Adesso: non so se questa sia una contraddizione, però so che l'ambiguità arricchisce un testo, quindi va bene così. Più che altro, i "due punti" introducono un'epesegetica, quindi qualcosa che spiega: mi manca qualche dettaglio, mi sa. Va bene così. Altro dubbio: "fluidificarti" dovrebbe essere "fluidificarli", oppure è solo un mio dubbio? Perché credo che quel complemento oggetto si riferisca ai pensieri, ma non capisco se è un errore di battitura (errore che, tra l'altro, cambierebbe le carte in tavola e ribalterebbe la prospettiva), oppure no. Non so. Mi piace, poi, questo gioco tra interno ed esterno: prima la luce e i pensieri, poi il sangue e i riflessi argentei, ma tutto termina internamente, dunque interiormente, con le contrazioni irregolari. Apprezzo poi la forma: spezzettata, novecentesca. Amo molto il verso libero, ma, non sapendolo usare, ammiro chi ne è capace. Interessante, poi, la circolarità del testo: il sangue funge da riempimento, quel riempimento che chiedi nei primi versi. E, quando un testo è circolare, vuol dire che è un'unità portatrice di senso. Un'ultima osservazione: non mi piace dare consigli, davvero, un po' perché ogni poeta è un'entità autarchica. L'unica cosa che posso consigliarti è di modificare quel "questo attimo" in "quest'attimo" per ragioni di fonetica. Prendilo con le pinze, però: non sono te. Cambierei anche quei due punti citati prima, a meno che tu non voglia rafforzare la chiusura lirica, che pure non sarebbe male. Detto questo, apprezzata. Un abbraccio.
  9. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Off topic

    @Ippolita2018 Grazie, grazie davvero! Il tema mi piace tantissimo. Prego perché non inizi troppo presto...😭💝😊
  10. Eleuterio

    La Mirra di Alfieri.

    [Promettendo che sarò più presente sul forum quando avrò terminato la maturità, posto quello che è uno dei primi capitoli del romanzo cui sto lavorando e di cui ho redatto le prime cinquanta pagine. Così, giusto per avere un parere. Il mio venire dalla poesia si sente forse troppo, i personaggi sono solo uno strumento per costruire la distruzione e il romanzo ha ambizioni pseudo-esistenziali, ma va bene così: ci sarà tempo per cambiare. Un saluto!] La famiglia è tugurio del delirio. Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore, despota che divarica le vertebre e li rende sepolcro di desideri trafugati, così abbarbicati alla paranoia del vivere: si sentono fragili di fronte a quella bambina che li osserva con occhi vispi. Sta giocando con delle bambole che, un tempo, sono state della madre, perché purtroppo non possono permettersi molto di più. Non ora, non con l’affitto da pagare. Sono felici, perché la vera felicità è povera: disadorna, si erge su pentole d’oro e anelli di diamanti, destinata a rimanere impressa come carezze grezze su un volto intessuto di utopie. La vera felicità è come la rima cuore-amore: banale. «Ha i tuoi capelli, piccola.» «E i tuoi occhi.» «Sono così fortunato.» «Perché?» «Perché mi sono riscoperto innamorato.» «Di lei?» «Di lei e soprattutto di te.» «Quante volte ti innamorerai ancora di me?» «Forse ogni giorno.» «Forse mai più.» «Perché questo pessimismo?» «Invecchierò anche io.» «Tanto meglio: se invecchierai così bene, sarai una bellissima milf.» «Daniele!» «Che c’è? È la verità...» «Sì, ma non dire certe cose davanti alla piccola.» «Mh, va bene. » Sorrisi lascivi stridono nell’anarchia dei giorni viscerali: potrebbero passare ore a scambiarsi silenzi eloquenti, a sedursi a vicenda con complimenti dirottati verso il nulla, per poi rivestirsi di concupiscenza nelle notti allucinate dai sessi schiusi come conchiglie. Il tempo è tiranno che incede senza periclitare la voglia di amarsi: più invecchiano, più si riscoprono incatenati l’uno all’altra e meno a se stessi. L’amore tra giovani è egoistico: parassita volto a colmare mancanze e fragilità esistenziali con corpi ingordi di vita. Poi cresciamo e ci riscopriamo carcasse del sentimento: uccisi, ci aggrappiamo l’uno all’altro pur di salvarci. Infine diveniamo baratro che accoglie l’abisso: ingolliamo le debolezze del compagno per farlo stare bene o, perlomeno, un poco meglio. Amarci significa annientarci, significa tentare di rinascere insieme alla persona che ci ha annichilito: l’amore è masochismo, è costruzione della distruzione; è vedere l’anima genuflettersi davanti alle macerie del cuore e godere di ciò, perché consapevoli del fatto che stia nel malessere l’unica grande verità. Bramiamo la distruzione perché coscienti di non poter essere costruttori: la costruzione appartiene agli Dei, forse persino agli uomini del passato, ma noi siamo bestie che giocano a essere umani. Possiamo anche provare a trascendere il tedio della vita quotidiana, ad ascendere all’infinito, ma guardiamo in alto, quando dovremmo guardare dentro: confinato nel finito, l’infinito non è altro che la percezione di tutto ciò che non siamo, perché è sul non-essere che ci concentriamo, piuttosto che sull’essere. Siamo diventati trans-umani perché abbiamo distrutto Dio, senza accorgerci che, tentando di annientarlo, ci siamo riconfermati suoi schiavi: gli abbiamo concesso il potere su di noi nel momento stesso in cui abbiamo provato ad annichilirlo, poiché abbiamo ammesso di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana. Antropocentrismo in shot bollenti. Ed è in questo essere superiori che si nasconde la nostra più grande fragilità: soffriamo, perché spesso in noi emotività e raziocinio viaggiano su due binari paralleli, sempre pronti a deragliare e a schiantarsi l’uno contro l’altro. Poi siamo mutati in dis-umani, dunque belve, perché come belve sappiamo, vediamo, ci accorgiamo di essere delirio, ma non sappiamo esplicitarlo: non sappiamo più chi siamo. La nostra vita è fingere di avere un’identità e talvolta persino fingere di fingere: siamo catastrofismo edulcorato dall’apparenza, ma l’unica grande realtà è la finzione, perché essa rivela ed è solo quando fingiamo di stare bene che stiamo male davvero e dunque siamo massimamente veri. Siamo tutti alétheia: verità nascosta che si disvela. E non c’è umanità nella rivelazione: umano è chi sempre domanda, non ciò che ha risposta. Quindi chi siamo noi? Forse siamo quell’uomo che abbraccia la moglie, la donna che si lascia coccolare, o la bambina che li osserva, incuriosita, con sguardo serpigno, per poi avvicinarsi, sfiorare la gamba della madre, slanciarsi per essere presa in braccio e chiederle: «Mamma, perché oggi desidero morire?» Ha sette anni e il Dolore è già il suo Dio. Lo scenario muta, polimorfo come il grande Teatro: la donna, una stella crollata; il padre, barlume di una razionalità liquefatta; la bambina, un sorriso tratteggiato di catastrofe. Distruzione psichica: tragedia lirica. Necrosi di ogni utopia genitoriale. La famiglia è tugurio del delirio: forse non siamo nulla, se non una distopia concretizzata.
  11. Eleuterio

    Lampi di Poesia 5 - Off Topic

    Ringrazio @Ippolita2018 per il tag: ho sempre seguito quest'iniziativa da lontano, anche se, con l'università, forse forse riesco a partecipare. Anche per me dipende tutto dall'orario, insomma.
  12. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    [Tornare a imbastire versi è sempre difficile, ma bisogna farlo, anche se l'università e la vita ci portano verso strade che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Piccola informazione: Non mi appartengo chiude la prima raccolta ed è un po' il sunto di quest'ultimo anno di liriche stracciate. Poi sono arrivati gli osteoclasti, la peristalsi e altro, ma questa è un'altra storia. La poesia, comunque, è già stata pubblicata in altre sedi. Buona giornata a tutti!] Non mi appartengo. Non mi appartengo mai nelle serate ammorbate dal tempo, né nei giorni prostrati al sole: non so mai chi sono quando fermentano i ricordi e i canti reclusi in gola. Io non so parlare. L’isolamento è frigido di voce: ripudio i versi divelti dall’utero l’alfabeto sgozzato della carne e ciò che non sono stato. Straniero nel riso divulgato all’universo nel grembo genuflesso alla catàbasi nei silenzi ingolfati di vertigini nelle perifrasi contratte. Solo tra le sterpi dell’Io scopro chi sono: un ventre solitario che si svende per mendicare Amore e una preghiera al Dolore per fingere chiusura.
  13. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    E chiedo venia per eventuali errori: i concetti ci sono, ma lo studio ruba tempo anche alla forma. Purtroppo.
  14. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    Buondì! Come dico sempre, se la poesia è retorica, la critica è avulsa da quest'ultima, quindi mi permetto di parlare chiaramente. Come tutti i testi inseriti in una raccolta, la lirica va letta in rapporto a tutto il resto, soprattutto se essa è posta a conclusione della stessa: ciò che non sono stato implica la ricerca di falsità tramite la parola, di elusione della realtà. Ripudio ciò che non sono stato perché ho sempre scritto di quello, di ciò che non sono mai stato: adesso ripudio il tutto per cominciare a parlare di me. In realtà, è solo un proposito: tra concorsi e pubblicazioni ho capito che è meglio continuare su questa strada di stregonerie mute, un lessema che mi incanta, perché è esattamente quello che cerco. Non mi è mai interessato il vero né la comprensione: Luzi afferma che non gliene frega niente della comunicazione e io, in parte, sono d'accordo con lui, nel senso che mi interessa strangolare il lettore e solo dopo mi interessa che si dia un senso al testo; del resto, la poesia permette molto meno di spiegare rispetto alla prosa ed è normale che non tutto si recepisca, soprattutto quando lo scrittore scrive volutamente in maniera ermetica. Del resto, tu parti da una dogmatizzazione che non mi appartiene, da una prospettiva da critico, mentre io, ahimè, forse per deformazione personale, parto dalla prospettiva di professore: non mi interessa migliorare i testi degli altri, bensì capire perché sono scritti in quel modo, perché l'autore ha usato determinati lessemi e strutture. Differenza di prospettive, suppongo, che però portano a due visioni differenti, anche perché quei tre versi vanno leggermente contro ciò che scrivo io e persino contro la struttura della poesia stessa. Tra l'altro, troncando con quei tre versi, distruggi un intero ragionamento: il riso divulgato all'universo equivale a quella finzione, a quel ciò che non sono stato; il grembo genuflesso alla catabasi equivale a una discesa negli inferi, a una ricerca di ciò che è viscerale, sporco, all'ideale annegato nel fango; i silenzi ingolfati di vertigini rappresentano l'oblio della non-parola, perché il concetto del non-essere torna e ritorna nel mio scrivere; le perifrasi contratte, invece, sono una distruzione del mio modo di scrivere, il punto di approdo di tutta la poesia: ho sempre scritto di un Io altro e quindi il linguaggio si è adeguato a questo, allontanandosi dalla semplicità e dalla purezza che mi caratterizza. Ho sempre scritto per fuggire da me stesso, non per avvicinarmici. In conclusione, sarebbe impossibile dirti che io non amo la retorica: tutti i miei poeti preferiti (da Rimbaud a Tarantino; da Lautréamont a Galloni) si nascondono dietro il simbolo, dietro la retorica, perché la retorica, come direbbe qualche critico teatrale, permette di aggiungere un'interpretazione al testo e l'ambiguità, oggi come oggi, non è punto di debolezza, bensì di forza, perché aggiunge piuttosto che togliere. L'importante è sapere quello che si fa e non rifugiarsi dietro retoriche à la Santacroce quando viene posta una domanda e io, personalmente, credo di sapere quello che faccio. Per finire, grazie davvero: mi hai permesso di chiarire alcuni aspetti fondamentali. Cuori a te.
  15. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    Ti ringrazio tanto per il passaggio, davvero: è sempre importante, soprattutto a quest'età, capire cosa pensino gli altri dei propri testi. Credo sia interessante quello che hai recepito, perché in un punto va contro quello che pensavo io mentre la scrivevo, ed è questo il bello della poesia: la polifonia semantica, che non svilisce, bensì arricchisce lo scritto. Chissà. Grazie!
  16. Eleuterio

    A braccia nude

    Bella, bella davvero: c'è una semplicità retorica che si accompagna a un'elevazione verso la Bellezza, quasi come si volesse abbracciare l'immenso. E poi ci sono le braccia nude, quel bisogno di essere scoperti, senza difese e paure, per incontrare il bello, quasi come se l'essere sinceri fosse necessario per trascendere (del resto: fino a quanto si può mentire in poesia?); e c'è la fisicità di un élan verso l'altro-da-sé, verso quel cielo che non potremo mai contenere davvero, ma che tentiamo di raggiungere sempre e comunque. Un monito kantiano, insomma: siamo finiti, ma ambiamo a essere infiniti. Infine v'è "alto il respiro", un inciso che si insinua debolmente e che completa il senso del testo e rafforza il rapporto tra il fisico e la spiritualità, anche se le stelle sono un'immagine che appartiene al mondo dell'uomo per rappresentare qualcosa che, invece, nel bene e nel male, non ci appartiene mai completamente: la Bellezza come valore metafisico. Chissà. Da un punto di vista retorico ho poco da dire: ci sono varie quasi-assonanze (puntare-stelle; alto-respiro) che, secondo me, stanno davvero bene. Complimenti. Poi l'haiku è una brutta bestia: è nella sintesi che si vede chi riesce davvero a congiungere forma e contenuto, ricerca estetica e ricerca dell'essenza del verso. Solo una cosa: gli incisi non dovrebbero essere delimitati dai trattini lunghi? Mi sta venendo il dubbio! Corro a informarmi. A rileggerci!
  17. Eleuterio

    Cosa cercate in una poesia?

    Ho letto i vari contributi e, con un po' di imbarazzo, mi inserisco anche io nel dibattito, precisando che, in realtà, non so cosa io cerchi effettivamente in una poesia. Mi interessa innanzitutto che ci sia una ricerca estetica, che non vuol dire assolutamente ricercatezza, ma implica il controllo degli strumenti che la poesia offre, perché è solo dopo aver conosciuto gli strumenti della poesia che si può andare oltre gli stessi, come con tutto. Ancora: Saba scrive che la poesia è specchio dell'Io e che lui ricerca una poesia onesta, vera. Non sono d'accordo. Per me la poesia deve essere reale nella misura in cui essa parla con gli strumenti del mondo (la parola), ma mi sono reso conto di preferire le poesie in cui il legame col mondo si spezza, in cui la Letteratura si aliena e si fa altro dal mondo: mi piace fondamentalmente la poesia che finge, che esulcera, che cade nell'eccesso. È limitante, lo so, ma è così. È che per me la poesia è anche stomaco e io non riesco a empatizzare con ciò che è vero, soprattutto perché non credo che gli scrittori provino davvero il dolore che vogliono trasmettere coi loro scritti: mi piace più pensare al tutto come a una teatralizzazione del dolore stesso, teatralizzazione che la poesia permette di esasperare. Da questo punto di vista, mi rendo conto di leggere testi più per la loro bellezza stilistica che per quella contenutistica, anche perché non ho mai tanto creduto alla poesia come estrema sintesi: in poesia, oggi come oggi, evitando i vani tentativi di creazione di poemi epici come pure ho visto fare, si giunge subito alla conclusione, mentre l'aspetto epidittico, l'aspetto dimostrativo viene spesso oscurato. In prosa non è così: se io voglio dire che la parola divide, dovrò arrivarci tramite un ragionamento, perché, se no, mi si accuserà di incapacità narrativa; in poesia, potrò sintetizzare il concetto e lasciare al lettore l'interpretazione. Credo sia anche questo il bello della poesia: dai tempi dei vari Bécquer e Rimbaud, la poesia è interpretazione, mentre la prosa è perlopiù dimostrazione di un'interpretazione; la poesia, oggi, appartiene al lettore, mentre la prosa allo scrittore. Senza entrare nel roveto dei romanzi lirici. Ancora: una cosa che mi piace nelle poesie e che, volendo, si può trovare anche in prosa è la presenza di simboli, di piccole chiavi esegetiche che permettono al lettore di mettere insieme i pezzi. Voglio dire: è bello scrivere una poesia densa di immagini sul nulla (e io sarei capace di leggerla!), ma alla fine la poesia è una forma di comunicazione e qualcosa, oltre alla bellezza, deve arrivare al lettore, senza necessariamente arricchirlo a livello culturale, ma almeno a livello emotivo. E niente: torno a studiare fisica, ché l'orale è vicino. Buon proseguimento a tutti... e grazie per i vari poeti e/o autori citati nel topic: da neo-poetastro, alcuni mi sembrano molto interessanti. Approfondirò.
  18. Eleuterio

    La Mirra di Alfieri.

    Ciao! Perdona il ritardo, ma la maturità mi ha rubato molto tempo. La trama, in realtà, è un po' novecentesca, nel senso che è molto introspettiva e si dipana in molti capitoli. Diciamo che questo capitolo è il primo vero capitolo, in quanto i primi due servono più da introduzione. Comunque, ti ringrazio tanto, anche per non essere rimasta, ecco, turbata dai termini poetici: la poesia rimane la mia più grande passione, nel bene e nel male. Alla prossima! @Gio gio
  19. Eleuterio

    La Mirra di Alfieri.

    @Anglares, grazie mille! La prossima voltà starò più attento. @AndC, ciao! Ammetto che, se la ripetizione di "superiori" è voluta, non sono volute quelle di "annientare" e "annichilire". Per quel "li" iniziali, v'è un capitolo precedente che chiarisce tutto, in quanto "La famiglia è tugurio del delirio" è il terzo capitolo vero e proprio: prima ve ne sono altri due e un'introduzione in cui si spiega il progetto. Invece l'immagine dello "shot" è voluta, perché tutto il testo verterà sulla contrapposizione tra barocco e terra-terra, tra astratto e concreto, tra aulico e violento. Invece, per quel che riguarda la storia, essa è tutta delineata nell'introduzione, ma di fatto si dipana molto lentamente, perché, sebbene l'intreccio sia complesso, mi interessano di più i personaggi come veicoli introspettivi di una filosofia di vita. La storia c'è, comunque, anche se qui non si scorge. Ti ringrazio per essere passato e per gli spunti di riflessione, che ho trovato utili! Provvederò a modificare laddove necessario. Un saluto!
  20. Eleuterio

    La Mirra di Alfieri.

    Ecco: ovviamente ho fatto un casino. Inizialmente avrei dovuto pubblicare il capitolo "La Mirra di Alfieri", però poi ho optato per un altro e ho dimenticato di cambiare il titolo. Chiedo perdono. >.<
  21. Eleuterio

    Io sola

    Un componimento interessante: la solitudine diviene momento di riflessione e di percezione sia di ciò che è esteriore sia soprattutto di ciò che è interiore, quasi fosse una presa di coscienza. Ed è qui, nel silenzio, che il corpo diventa un orpello, un qualcosa di inutile, perché tutto si svolge nella sfera del pensiero, portandoti a perderti nelle forme sfumate, vaghe degli oggetti, come se tu diventassi quegli oggetti, in un processo di trasfigurazione dell'Io, che assume ogni volta la forma degli oggetti che ti circondano: se tu non ha più un corpo, non significa che essi non ne abbiano uno, anzi!, continuano a essere ciò che sono, nonostante tutto. E alla fine ti abbandoni davvero: la solitudine diventa una trappola, una morsa che stringe e tu muori del tuo stesso pensiero, quasi fossimo continuamente vittime di noi stessi e di quella voglia di vivere che giunge solo dopo tanto dolore. Sono anche belle le immagini: desunte dalla quotidianità e afferenti a un mondo (quello della natura, delle birre e di ciò che si è rotto) che permette di universalizzare un'esperienza che, di fatto, appartiene a te e a te soltanto. E niente: ho molto apprezzato! Un saluto.
  22. Eleuterio

    Altare della distruzione.

    [Premetto che il testo fa in realtà parte di una raccolta in divenire, "Apocalisse del senso", in cui tento di unire sacro e profano, barocco e maledettismo, senza perdere il senso del tutto. L'aggettivazione è pesante, così come l'incedere del testo: non so scrivere in un altro modo. Il paradosso finale è voluto] Altare della distruzione. Discettavamo d’amore con parole trasandate, ribellione economica in shot bollenti ingollati come fossero acqua santa, e Dio subornava l’Immenso perché ci apparisse distante, quand’invece ce l’avevamo dentro: eravamo infinito confinato nel pensiero d’essere finito. — Amami — gridavo — ché il tuo amore è altare della distruzione. Immoleremo vene per disgregarci nell’estasi cacofonica dell’Altissimo: l’orgasmo. Trasfiguravamo la notte arroventando candele e sfregiavamo il giorno rinchiudendoci negli scantinati per paura di vivere. — Stuprami. — Vodka su pelle lacerata. — Io sono noumeno e tu sei fenomeno: sono soprasensibile a cui aspiri. La violenza carnale è schematismo trascendentale: connette ragione e intelletto, cosicché, usurpando il mio corpo, otterrai l’immagine di ciò che sei realmente. Ci seducevamo con porno onirici, masturbazioni di parole, orgasmi rigurgitati su orologi senza batterie: il Tempo era un’illusione, un orpello di un mondo descientificizzato. Perché noi vivevamo al di là del Vero: noi eravamo Falso. — Prendilo in gola: soffoca. — strillavi. Sessantanove su sogni lastricati di liriche collassate. — Su e giù, su e giù: così. Non sei male, bambino, sai? La tua bocca ha la verve delle puttane. Persino lo spazio si disgregava: scopavamo tra le interiora del vuoto e gli arti divelti del nulla. Dilatazione dell’Io tra naufragi nello sperma e ammutinamenti delle ossa, che cedevano sotto le spinte perpetrate con la vigoria del Demonio: eravamo molluschi, sempre più piccoli, sempre più distrutti, sempre più negativamente infiniti. — Stringiti a me. — Conflagrazione del benessere psico-fisico. — Posso restare dentro di te? Si sta così bene. Siamo l’Arte all’alba del suicidio: trafiggiamoci la pelle con sigarette colme di dolore e implodiamo per anestetizzare il senso. Crollavamo al ritmo di un blues interiorizzato e ci misuravamo i battiti coi sismografi: infarto della razionalità. Raggiungimento dello sgretolamento. Distrutti, ci affacciavamo sulle macerie dei nostri corpi e guardavamo in alto. — Non lo vedi, amore? Questo è l’Infinito: essere niente rispetto al tutto, perché è quando siamo Nulla che ci identifichiamo con l’Assoluto, il quale è Non-Essere in perenne stasi. Realismo antropologico distillato con acribia, uno stillicidio di apoftegmi si riversava sulle cosce e noi ci stringevamo, ci amavamo e imparavamo a marcire. E intanto una speranza si ergeva sui rottami dell’esistenza: quella di essere senza dover necessariamente esistere.
  23. Eleuterio

    Altare della distruzione.

    @Shikana Il tuo commento è bellissimo, davvero, soprattutto perché mi ha dato tanti spunti di riflessione. Attualmente non posso rispondere bene perché sono in pullman, ma tornerò. Grazie mille ancora!
  24. Eleuterio

    Altare della distruzione.

    @Anglares Non so a chi si rivolga, in realtà. Diciamo che sono ancora chiuso nell'egocentrismo adolescenziale e ho la presunzione che il lettore voglia fare un passo verso di me. Non tutti sono disposti a farlo, però, e qui cade l'asino. Per quel che riguarda le soluzioni per arginare il tutto, sto lavorando a un romanzetto, ma non ne ho ancora postato nulla qui sul Writer's dream. Magari scelgo un capitolo e lo posto in frammenti. Vediamo. Per il filosofico, ci sto lavorando! Avrei voluto postare un racconto filosofeggiante, ma mi serve per un concorso e, dato che è raro che io scriva in prosa, non vorrei sprecarlo. Vedremo. Un abbraccio e grazie mille, come sempre!
  25. Eleuterio

    Altare della distruzione.

    Ti ringrazio tanto, @Torba, dell'opinione e del passaggio! Sono consapevole di tendere fortemente al lirico, sia che scriva in prosa sia che scriva in poesia, e che ciò non sia ben visto nel primo campo. Ho scritto anche testi meno barocchi e più fruibili, però non mi appartengono. Chissà. Grazie ancora!
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