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Eleuterio

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  1. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Topic ufficiale

    Grazie a tutti, davvero. Ho letto i componimenti immediatamente e ne ho trovati due che, su tutti, mi rimarranno nel cuore. Purtroppo o fortunatamente, causa paranoie personali, preferisco non commentare: non sento di avere mai nulla da aggiungere, un po' per l'età, un po' per altro. Però vi ho letti e apprezzati. Un abbraccio e... grazie ad @Anglares per l'opportunità e a @Ippolita2018 per avermi chiamato all'appello!
  2. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Talia Ti ringrazio, davvero. Ammetto che l'effetto è stato ricercato dal sesto verso in poi: inizialmente mi suonava molto innaturale, a tal punto che ho tentato di connetterlo anche a livello esplicito con "arte spezzata", che è una sorta di sineddoche in riferimento al verso, per l'appunto, spezzettato dai continui enjambement. Un modo per salvarsi all'ultimo, diciamo così. Grazie ancora!
  3. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Roberto Ballardini Andando oltre il fatto che non mi fa taggare, o che sono io incapace di farlo, ti ringrazio! Diciamo che "anemia esistenziale" mi girava in testa da un po', così ho provato a inserirlo in connessione con le vene, che contengono sangue. Una sorta di contrapposizione. Non so: ultimamente il dubbio è sempre dietro l'angolo e io sono tornato a cercarmi a livello lirico. Chissà. Grazie.
  4. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Edu Grazie, grazie davvero! Ammetto che, come precisato, questo stile mi appartiene poco in questo periodo, però si adeguava alla traccia. Chissà.
  5. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    @Elisa Audino Ti ringrazio molto, davvero: il manierismo, con me, è sempre dietro l'angolo e scrivere in questo modo è stato un tuffo nel passato. Mi sono allontanato dalla retorica in questo periodo, o, meglio, me ne sono dovuto allontanare. Scrivere così è stato come immergersi in qualcosa che si conosce e si teme allo stesso tempo. Non so. Ammetto che il tema della morte è giunto alla fine, perché inizialmente il testo doveva parlare di qualcos'altro che non specifico, perché non vorrei suonasse come un modo di proteggersi agli occhi dei giudici. Chissà.
  6. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Topic ufficiale

    Questa volta ce l'ho fatta! Traccia 1.
  7. Eleuterio

    [LP 6] Vegliardo.

    Traccia 1: la paura. Vegliardo. Vegliardo, cosa cerchi? Vedo solo un’adolescenza sconsacrata e fiori divelti dalla luce che avviluppi al pube, mentre soffoco ingerendo polvere di anemia esistenziale: le vene che serpeggiano su queste braccia ora t’appartengono. Vegliardo mi duole l’utero a sentirti dentro queste ossa querule, dentro quest’arte spezzata come il sospiro che covo e poi divulgo al mondo quando erompo in clangore. Vegliardo, cosa cerchi in questo tempio flesso? Me stesso. E tu? L’abbraccio sempre temuto: tomba.
  8. Eleuterio

    Tratteggio

    Bella e criptica: come piacciono a me. Premetto che, quando si tratta di poesie ermetiche, è difficile tratteggiare (appunto) un contesto da cui derivano e che, purtroppo, nel bene e nel male il contesto è necessario per comprendere a fondo un testo. Dico ciò solo come opinione esterna: scorgo degli indizi, ma forse non sono abbastanza perché il lettore abbocchi all'amo, perché egli riesca a penetrare il senso. Ciò non è un male: è solo un'osservazione. Premetto che ho tentato di connettere gli estremi, cioè l'inizio con la fine: la luce fuori dagli occhi dovrebbe essere quella della luna, un po' sulla scia dei riflessi argentei, tendenzialmente associati alla luna stessa. Ammetto che ho avuto dei dubbi perché inizialmente avevo associato la luce "fuori" ai pensieri, però essi, per definizione, sono interni alla mente. Adesso: non so se questa sia una contraddizione, però so che l'ambiguità arricchisce un testo, quindi va bene così. Più che altro, i "due punti" introducono un'epesegetica, quindi qualcosa che spiega: mi manca qualche dettaglio, mi sa. Va bene così. Altro dubbio: "fluidificarti" dovrebbe essere "fluidificarli", oppure è solo un mio dubbio? Perché credo che quel complemento oggetto si riferisca ai pensieri, ma non capisco se è un errore di battitura (errore che, tra l'altro, cambierebbe le carte in tavola e ribalterebbe la prospettiva), oppure no. Non so. Mi piace, poi, questo gioco tra interno ed esterno: prima la luce e i pensieri, poi il sangue e i riflessi argentei, ma tutto termina internamente, dunque interiormente, con le contrazioni irregolari. Apprezzo poi la forma: spezzettata, novecentesca. Amo molto il verso libero, ma, non sapendolo usare, ammiro chi ne è capace. Interessante, poi, la circolarità del testo: il sangue funge da riempimento, quel riempimento che chiedi nei primi versi. E, quando un testo è circolare, vuol dire che è un'unità portatrice di senso. Un'ultima osservazione: non mi piace dare consigli, davvero, un po' perché ogni poeta è un'entità autarchica. L'unica cosa che posso consigliarti è di modificare quel "questo attimo" in "quest'attimo" per ragioni di fonetica. Prendilo con le pinze, però: non sono te. Cambierei anche quei due punti citati prima, a meno che tu non voglia rafforzare la chiusura lirica, che pure non sarebbe male. Detto questo, apprezzata. Un abbraccio.
  9. Eleuterio

    Lampi di Poesia 6 - Off topic

    @Ippolita2018 Grazie, grazie davvero! Il tema mi piace tantissimo. Prego perché non inizi troppo presto...😭💝😊
  10. Eleuterio

    Lampi di Poesia 5 - Off Topic

    Ringrazio @Ippolita2018 per il tag: ho sempre seguito quest'iniziativa da lontano, anche se, con l'università, forse forse riesco a partecipare. Anche per me dipende tutto dall'orario, insomma.
  11. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    E chiedo venia per eventuali errori: i concetti ci sono, ma lo studio ruba tempo anche alla forma. Purtroppo.
  12. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    Buondì! Come dico sempre, se la poesia è retorica, la critica è avulsa da quest'ultima, quindi mi permetto di parlare chiaramente. Come tutti i testi inseriti in una raccolta, la lirica va letta in rapporto a tutto il resto, soprattutto se essa è posta a conclusione della stessa: ciò che non sono stato implica la ricerca di falsità tramite la parola, di elusione della realtà. Ripudio ciò che non sono stato perché ho sempre scritto di quello, di ciò che non sono mai stato: adesso ripudio il tutto per cominciare a parlare di me. In realtà, è solo un proposito: tra concorsi e pubblicazioni ho capito che è meglio continuare su questa strada di stregonerie mute, un lessema che mi incanta, perché è esattamente quello che cerco. Non mi è mai interessato il vero né la comprensione: Luzi afferma che non gliene frega niente della comunicazione e io, in parte, sono d'accordo con lui, nel senso che mi interessa strangolare il lettore e solo dopo mi interessa che si dia un senso al testo; del resto, la poesia permette molto meno di spiegare rispetto alla prosa ed è normale che non tutto si recepisca, soprattutto quando lo scrittore scrive volutamente in maniera ermetica. Del resto, tu parti da una dogmatizzazione che non mi appartiene, da una prospettiva da critico, mentre io, ahimè, forse per deformazione personale, parto dalla prospettiva di professore: non mi interessa migliorare i testi degli altri, bensì capire perché sono scritti in quel modo, perché l'autore ha usato determinati lessemi e strutture. Differenza di prospettive, suppongo, che però portano a due visioni differenti, anche perché quei tre versi vanno leggermente contro ciò che scrivo io e persino contro la struttura della poesia stessa. Tra l'altro, troncando con quei tre versi, distruggi un intero ragionamento: il riso divulgato all'universo equivale a quella finzione, a quel ciò che non sono stato; il grembo genuflesso alla catabasi equivale a una discesa negli inferi, a una ricerca di ciò che è viscerale, sporco, all'ideale annegato nel fango; i silenzi ingolfati di vertigini rappresentano l'oblio della non-parola, perché il concetto del non-essere torna e ritorna nel mio scrivere; le perifrasi contratte, invece, sono una distruzione del mio modo di scrivere, il punto di approdo di tutta la poesia: ho sempre scritto di un Io altro e quindi il linguaggio si è adeguato a questo, allontanandosi dalla semplicità e dalla purezza che mi caratterizza. Ho sempre scritto per fuggire da me stesso, non per avvicinarmici. In conclusione, sarebbe impossibile dirti che io non amo la retorica: tutti i miei poeti preferiti (da Rimbaud a Tarantino; da Lautréamont a Galloni) si nascondono dietro il simbolo, dietro la retorica, perché la retorica, come direbbe qualche critico teatrale, permette di aggiungere un'interpretazione al testo e l'ambiguità, oggi come oggi, non è punto di debolezza, bensì di forza, perché aggiunge piuttosto che togliere. L'importante è sapere quello che si fa e non rifugiarsi dietro retoriche à la Santacroce quando viene posta una domanda e io, personalmente, credo di sapere quello che faccio. Per finire, grazie davvero: mi hai permesso di chiarire alcuni aspetti fondamentali. Cuori a te.
  13. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    Ti ringrazio tanto per il passaggio, davvero: è sempre importante, soprattutto a quest'età, capire cosa pensino gli altri dei propri testi. Credo sia interessante quello che hai recepito, perché in un punto va contro quello che pensavo io mentre la scrivevo, ed è questo il bello della poesia: la polifonia semantica, che non svilisce, bensì arricchisce lo scritto. Chissà. Grazie!
  14. Eleuterio

    Non mi appartengo.

    [Tornare a imbastire versi è sempre difficile, ma bisogna farlo, anche se l'università e la vita ci portano verso strade che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Piccola informazione: Non mi appartengo chiude la prima raccolta ed è un po' il sunto di quest'ultimo anno di liriche stracciate. Poi sono arrivati gli osteoclasti, la peristalsi e altro, ma questa è un'altra storia. La poesia, comunque, è già stata pubblicata in altre sedi. Buona giornata a tutti!] Non mi appartengo. Non mi appartengo mai nelle serate ammorbate dal tempo, né nei giorni prostrati al sole: non so mai chi sono quando fermentano i ricordi e i canti reclusi in gola. Io non so parlare. L’isolamento è frigido di voce: ripudio i versi divelti dall’utero l’alfabeto sgozzato della carne e ciò che non sono stato. Straniero nel riso divulgato all’universo nel grembo genuflesso alla catàbasi nei silenzi ingolfati di vertigini nelle perifrasi contratte. Solo tra le sterpi dell’Io scopro chi sono: un ventre solitario che si svende per mendicare Amore e una preghiera al Dolore per fingere chiusura.
  15. Eleuterio

    A braccia nude

    Bella, bella davvero: c'è una semplicità retorica che si accompagna a un'elevazione verso la Bellezza, quasi come si volesse abbracciare l'immenso. E poi ci sono le braccia nude, quel bisogno di essere scoperti, senza difese e paure, per incontrare il bello, quasi come se l'essere sinceri fosse necessario per trascendere (del resto: fino a quanto si può mentire in poesia?); e c'è la fisicità di un élan verso l'altro-da-sé, verso quel cielo che non potremo mai contenere davvero, ma che tentiamo di raggiungere sempre e comunque. Un monito kantiano, insomma: siamo finiti, ma ambiamo a essere infiniti. Infine v'è "alto il respiro", un inciso che si insinua debolmente e che completa il senso del testo e rafforza il rapporto tra il fisico e la spiritualità, anche se le stelle sono un'immagine che appartiene al mondo dell'uomo per rappresentare qualcosa che, invece, nel bene e nel male, non ci appartiene mai completamente: la Bellezza come valore metafisico. Chissà. Da un punto di vista retorico ho poco da dire: ci sono varie quasi-assonanze (puntare-stelle; alto-respiro) che, secondo me, stanno davvero bene. Complimenti. Poi l'haiku è una brutta bestia: è nella sintesi che si vede chi riesce davvero a congiungere forma e contenuto, ricerca estetica e ricerca dell'essenza del verso. Solo una cosa: gli incisi non dovrebbero essere delimitati dai trattini lunghi? Mi sta venendo il dubbio! Corro a informarmi. A rileggerci!
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