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Mafra

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  1. Mafra

    Rosmarino

    @Ospite Rica, ti faccio qui i complimenti per la settimana vinta👏🌹👏. Il tuo racconto è una partitura di suoni, profumi, colori che cattura il lettore e lo avvolge dall’inizio alla fine. Ogni gesto, ogni immagine fanno intravedere in controluce l’ombra della malinconia generata da un dolore immenso, mai gridato, ma sempre presente sullo sfondo. Leggere il tuo racconto è come ascoltare musica o guardare un quadro, in entrambi i casi è un’esperienza sensoriale che fa vibrare le corde più intime. Davvero brava!🤗
  2. Mafra

    Cosa state leggendo?

    @Ton, l’ho letto anch’io, e concordo pienamente con il tuo giudizio. Sono stata sempre un po’ allergica al mito ma devo ammettere che il libro della Miller mi ha aperto, in tale ambito, scenari nuovi e assai affascinanti. Vedrai che non ti deluderà fino all’ultima riga!
  3. @ivalibri, tu sei stata assai più diplomatica di me👍😀. Riconosco che in certe situazioni la pazienza non è il mio forte...
  4. @Rescritto, biglietti? Hotel? Ma dici sul serio? Forse ti sfugge la pandemia che ci sta martoriando?
  5. Complimenti, @ivalibri, è una gran bella soddisfazione! In bocca al lupo per la prossima tappa. Faccio il tifo per te! 👏👏👏
  6. Mafra

    [MI 134] Non ricordo lo stacco

    Ciao, @Poeta Zaza. Sono molto contenta di vederti di nuovo in piena attività! Passo solo un attimo per dirti che l’originalità del tuo racconto mi ha colpito molto: quasi ogni parola sprigiona un’intensità particolare, e per questo rivela una sua autonomia al di là delle relazioni che intesse con tutte le altre. Lo si nota subito, a partire dal testo poetico, bellissimo. La poesia è ancora presente nella parte in prosa, molto curata dal punto di vista retorico (chiasmo, allitterazioni, rime interne) e lessicale (registro medio-alto). Bella l’idea centrale della vita-teatro così come l’immagine del me di luce. L’interpretazione ambigua di alcuni passaggi non toglie nulla al brano, anzi è, a mio parere, uno dei principali motivi del suo fascino. Complimenti, @Poeta Zaza! Felice di averti letto. Un abbraccio🌹🌹
  7. Mafra

    Coronavirus, Covid19 o come diavolo si chiama quel coso

    Ho sempre creduto che i valori della democrazia non debbano mai essere messi in discussione, eppure non posso nascondere che in questi giorni mi sono ritrovata a fare anch’io alcune riflessioni confrontando quello che è avvenuto in Cina e quello che sta avvenendo in Italia. Penso però che sia piuttosto rischioso, sull’onda dell’emotività, ridurre la questione a un’opposizione fra democrazia e dittatura. Va ricordato a tutti coloro che in questo frangente hanno aggravato, con i loro comportamenti, una situazione che sin dall’inizio è apparso chiaro fosse molto più seria di una semplice influenza, che la libertà, anche all’interno di uno Stato democratico, non permette a ognuno di noi di fare tutto quello che vogliamo indiscriminatamente, mettendo a rischio l’ incolumità degli altri, ancor più se questi altri sono i nostri anziani, che dovremmo proteggere proprio perché fragili. La libertà trova un suo limite nel rispetto di quella degli altri, non può essere utilizzata per intaccare un diritto sacrosanto di tutti, che è quello alla salute. Spero che gli Italiani nell’emergenza riscoprano il senso civico necessario per contribuire al rallentamento di quest’epidemia, soprattutto i ragazzi, che non sono solo quelli intervistati nei programmi in tv, ma sono anche tanti altri capaci di azioni straordinarie e solidali.
  8. Mafra

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Complimenti @Alberto Tosciri!
  9. Mafra

    Le parolacce

    Non sono per mia natura portata né a dire le parolacce né a scriverle. Ho faticato un po’ a usarle nella scrittura, ma alla fine mi sono convinta che, a volte, siano indispensabili a trasmettere un messaggio in maniera realistica o a caratterizzare meglio un personaggio. Naturalmente vanno usate in maniera equilibrata e mirata. A volte mi capita d’imbattermi in pagine intere di parolacce disseminate a tappeto in maniera gratuita, solo per stupire, che invece trovo di cattivo gusto e mi disturbano. D’altronde anche la grande letteratura di ogni tempo c’insegna l’uso della parolaccia. Basti pensare a Dante nella Divina Commedia, che non disdegnava di chiamare le cose con il loro nome, se necessario. A tal proposito vorrei condividere un link con voi: https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/. Io condivido il parere di Carlo Porta. Non so voi.
  10. Mafra

    Il terremoto

    Ciao @Ton e @Floriana, vi ringrazio di aver letto e commentato il mio racconto. La vostra interpretazione del brano è nel complesso corretta. Le perplessità che avete sollevato mi offrono l’opportunità di chiarirne alcuni aspetti. Il racconto, come avete colto, si presta a una doppia lettura: letterale e simbolica. Il simbolismo è implicito già dal titolo: il terremoto non è altro che la morte, che arriva imprevedibile a sconvolgere l’uomo e gli affetti che lo circondano. La concatenazione dei fatti vuole scandire le tappe del trapasso. Ogni uomo è solo davanti alla morte, anche se ha delle persone care accanto. Da qui la città deserta in cui si muove il ragioniere che, nonostante tutto, non si arrende, e lotta per trovare una via d’uscita, fino a capire che non può far altro che seguire la fanciulla. Subito prima ha l’impressione di vedere la madre: avviene spesso che il moribondo invochi la madre quando avverte la morte vicina, mi è capitato di constatarlo, purtroppo, in occasione della morte di alcune persone care. @Ton, qui hai ragione. Me ne sono accorta dopo, quando ormai avevo postato e non facevo in tempo a rimediare. É vero, a volte mi dilungo in dettagli che potrebbero apparire superflui. Lo faccio per dare un po’ di colore, o una sfumatura d’ironia, in modo che il racconto non risulti troppo monotono, ma capisco che può non piacere. Il nipote, invece, io non lo definirei un personaggio secondario. In lui è racchiuso l’intero mondo affettivo del ragioniere. Questi si stupisce che anche Luca lo abbia abbandonato, e l’ultimo pensiero è per lui, è con lui che il ragioniere vorrebbe condividere il mistero della morte che gli è stato svelato, perché non soffra come tutti gli uomini. Sarei d’accordo con te se il racconto si prestasse solo a una lettura realistica, ma siccome prevale quella simbolica la convinzione del ragioniere di essere sveglio può essere interpretata come la sua ostinazione a non cedere di fronte alla morte, di rimanere fino all’ultimo ancorato alla vita. Il punto non è, a mio parere, il grado di attendibilità di ciò che dice, bensì interpretare i fatti alla luce del loro significato nascosto. Il tuo punto di vista rimane comunque condivisibile, e mi fa riflettere. Cara @Floriana, troglodita significa cavernicolo. Il nipote considera lo zio un primitivo perché non vuole arrendersi alla tecnologia. Che il nipote è per lo zio motivo di sofferenza e gioia allo stesso tempo. Foggia= aspetto, forma. Il finale scardina la visione che gli uomini hanno della morte, e invece di presentarla come un boia che falcia la vita dell’uomo, ce la descrive all’opposto, una fanciulla simile a un angelo che porge la mano e sorride al protagonista. Ho voluto concludere con un messaggio di speranza. Mi piace pensare che forse abbiamo così tanta paura della morte perché non la conosciamo, e quando arriverà il nostro momento chissà... magari non troveremo il buio ad attenderci, ma un angelo che ci traghetterà verso una luce infinita. @Ton, @Floriana, vi ringrazio di cuore dei vostri commenti, di tutti i vostri consigli, di cui farò tesoro, e anche dell’opportunità che mi avete dato di chiarire alcuni aspetti del mio racconto che potrebbero apparire poco chiari. Ciao! A rileggerci! ❤️ P.S. Più che all’infarto ho pensato a un ictus... quando si soffre di aritmia e non si prendono le medicine adatte in genere è quello il rischio maggiore.
  11. @Edgar75, ci sono solo tre giorni, non venti, tra la pubblicazione degli incipit selezionati e l’invio del racconto. Ti riporto quanto è scritto sul sito del Premio: Il Direttivo del Premio selezionerà, a suo insindacabile giudizio, venti incipit e pubblicherà sul sito del Premio (www.premiocalvino.it) la lista dei selezionati in data 20 marzo. Contestualmente verrà richiesto l’invio del racconto completo, da far pervenire non oltre il 23 marzo.
  12. Mafra

    Il terremoto

    Nella casa regnava il silenzio. È troppo presto, pensò, e nel buio cercò a tentoni gli occhiali per sbirciare l’ora. La sveglia segnava le nove. Le nove! Negli ultimi trent’anni il ragionier Raimondi non si era svegliato mai un minuto dopo le sei. Alle sei in punto era sempre in piedi, fresco come un virgulto di rosa. Qualche volta gli era capitato addirittura di alzarsi prima dell’alba. I vecchi dormono poco, è risaputo, e malgrado lui vecchio non si sentisse, il suo orologio biologico ogni tanto glielo ricordava. Di punto in bianco il suo cuore si era messo a correre come un treno. Il ragioniere fingeva di non sentire, era sordo da un orecchio, e continuava la sua vita come se niente fosse, infischiandosene del temporale che gli si apparecchiava all’orizzonte. Dal medico ce l’aveva trascinato il nipote, fosse stato per lui ne avrebbe fatto volentieri a meno, i camici bianchi gli davano sui nervi. È un’aritmia, gli aveva detto. Niente di grave, non si preoccupi, purché prenda i farmaci con regolarità. Il ragioniere però di medicine non voleva saperne, per fortuna non ne aveva mai avuto bisogno, e non voleva cominciare ad averne bisogno ora, solo perché il suo cuore faceva le bizze. Se proprio doveva morire, era determinato a farlo a modo suo, senza ingerenze esterne, e soprattutto senza intossicarsi il fegato, ché le medicine ti aggiustano da una parte e ti rovinano dall’altra. Perciò le aveva prese e le aveva buttate nella pattumiera, premurandosi di tenere nascosta al nipote la sua insubordinazione. Non avrebbe sopportato l’ennesimo sermone. Quando ci si metteva, quel ragazzo sapeva essere più irascibile del Dio del Vecchio Testamento. Un vero flagello! In confronto le omelie di Don Quintino nella messa domenicale erano nenie natalizie. Sul cellulare lampeggiava la lucina azzurra. Odiava quell’aggeggio, ma il nipote lo aveva accusato di essere un troglodita solo perché si ostinava a non comprarne uno come ogni giorno facevano milioni di persone sulla terra, e lui, per non urtarlo, aveva ceduto. E anche se all’idea di essere rintracciabile ogni istante del giorno e della notte, neanche fosse un pacco postale, non faceva salti di gioia, pur di sottrarsi all’ennesima paternale aveva finito con l’arrendersi alla tecnologia. Vedrai, zio, la tua vita cambierà, da così a così, gli aveva detto il giorno in cui glielo aveva fatto trovare impacchettato sul tavolo della stanza da pranzo. Lui però non ci aveva creduto. La sua vita aveva continuato a scorrere come prima, stessa cosa non poteva dirsi di quella del nipote. Il ragioniere infatti rispondeva alle chiamate e ai messaggi una volta sì e dieci no, e il ragazzo, piuttosto incline per natura a intravedere sciagure anche lì dove non ce ne stavano, al quarto squillo senza risposta incominciava a innervosirsi, al quinto già s’immaginava lo zio disteso su un letto d’ospedale, al sesto lo aveva spedito dritto dritto al camposanto, con tanto di corteo e di carro funebre. Tutta quella calma era un’anomalia. Il condominio di solito era un inferno di suoni sin dalle otto del mattino, quindi, o i suoi vicini erano caduti in letargo, oppure lui era diventato sordo anche dall’altro orecchio. Non aveva sentito la signora Pina sbattere il portone dell’appartamento di fronte, come faceva ogni mattina quando usciva per portare a spasso il cocker; né la voce di Mario, al piano di sopra, che cominciava la santa giornata maledicendo moglie, figli e tutto l’albero genealogico, senza premurarsi di nasconderlo al vicinato. E di certo i gemelli dei Mancini si erano beccati di nuovo la febbre: niente passi per le scale, niente urla, niente singhiozzi, niente di niente. Sembrava che sul palazzo fosse sceso un incantesimo, a spegnere d’un tratto i suoni della vita che da anni si agitava dentro, e a spazzarne via ogni traccia. Prese il cellulare e guardò le notifiche. Non c’erano messaggi di suo nipote, anche questo era molto strano. Non si dimenticava mai di chiamarlo al mattino, prima di andare al lavoro, e se non faceva in tempo gli lasciava un saluto veloce, del tipo ciao-zio-come-stai-chiamami-se-hai-bisogno-di-qualcosa. Luca era la sua croce e delizia. Lo amava di un affetto morboso, il ragioniere era per lui un padre, quello vero neanche se lo ricordava. Aveva due anni quando il padre era morto, la madre non si era risposata, e gli si era attaccato così tanto che quasi non lo faceva respirare. Ne era contento, ma non poteva nascondersi che tanta dedizione talvolta lo soffocava. Non sopportava di essere controllato a vista, di essere trattato come un invalido, di essere strapazzato di continuo per questo e per quello. Poi pensava a tutti i vecchi che non hanno nessuno e muoiono soli. L’affetto del nipote gli pareva allora il dono più bello che la vita gli avesse fatto, e si sentiva un ingrato. Sul cellulare non c’erano messaggi di Luca. Ce n’era invece uno piuttosto insolito, lo inviava la Protezione Civile. Il ragioniere stentò a credere a ciò che lesse. Avvisiamo la popolazione che un sisma di forte intensità colpirà la nostra città e le zone limitrofe nelle prossime ventiquattr’ore. Si invitano pertanto i cittadini a voler lasciare al più presto le proprie abitazioni e ad allontanarsi per un raggio minimo di cento chilometri fino a nuove disposizioni. Grazie della collaborazione. Si prega di non rispondere, e di non effettuare telefonate per non intasare la linea. È uno scherzo, pensò, e anche di cattivo gusto. Qualche idiota ha deciso di divertirsi seminando il panico, è questa l’ipotesi più plausibile. La prima cosa che gli venne in mente fu di accendere il televisore, ma stranamente lo schermo era nero. Sintonizzò uno dopo l’altro tutti i canali, non arrivava però nessun segnale. Telefonò al nipote, la linea era muta. Riprovò più volte, con il numero di sua sorella, del suo amico Alfredo, di nuovo con quello di Luca; poi chiamò i vigili, i carabinieri, la polizia, la Protezione Civile, fregandosene dell’invito a evitare telefonate, ma niente. Nessuna risposta, neanche la voce della signorina che lo informava dell’irreperibilità dell’utente, e che tanto lo irritava ogni qualvolta la sentiva. Il ragioniere cominciò a sudare, anche se non faceva caldo, anzi in pieno aprile le temperature si erano mantenute piuttosto fresche. Adesso non era più così convinto che si trattasse di uno scherzo, ma all’idea del terremoto non si arrendeva ancora. Aveva trascorso la vita a occuparsi di bilanci e partite doppie, di geologia non capiva nulla. I terremoti però non sono prevedibili, questo lo sapeva, e a meno che nel frattempo tale teoria non fosse stata ribaltata, non riusciva proprio a comprendere cosa diavolo stesse succedendo. Il messaggio risultava inviato alle ventidue della sera prima. A quell’ora il ragioniere dormiva da un pezzo, non avrebbe potuto accorgersene. Si ricordò di essere ancora in pigiama. Indossò un paio di pantaloni, una camicia, e senza lavarsi né pettinarsi uscì in pantofole sul pianerottolo a bussare alla porta della signora Pina. Uno, due, tre scampanellate: della signora Pina neanche l’ombra. Provò al piano di sopra, dai Mancini, silenzio totale anche lì. Suonò tutti i campanelli dal primo al terzo piano, sei appartamenti in totale. Niente da fare, non c’era anima viva in tutto il palazzo. Gli era venuto l’affanno. Era abituato a salire le scale, l’ascensore non lo prendeva mai, soffriva di claustrofobia. L’ansia però lo aveva spinto a salirle con più rapidità del solito ed era rimasto a corto di fiato. Dovette sedersi sul gradino; se non fosse morto sotto le macerie rischiava di essere stroncato da un infarto. Rientrò in casa e nel corridoio, per un attimo, si fermò a guardare la sua immagine riflessa nello specchio. Aveva un aspetto allucinato. Al mattino non usciva mai senza prima essersi preso cura della sua persona. Era vecchio, non rimbambito; grazie a Dio aveva ancora le forze necessarie per occuparsi di sé da solo. Si radeva ogni giorno, si pettinava i capelli con la riga di lato, si vestiva con eleganza, lo aveva sempre fatto, almeno da quando aveva incominciato a guadagnare di tasca sua. Amava i tessuti di pregio, le scarpe di buona fattura, e aveva una vera passione per i cappelli, ne possedeva a decine, per ogni stagione, di ogni foggia e dimensione. Se non avesse fatto il ragioniere sarebbe diventato sarto, gli sarebbe piaciuto moltissimo. Il messaggio però aveva messo sottosopra le sue abitudini; inoltre incominciava a temere che non si trattasse di uno scherzo, altrimenti come spiegarsi la scomparsa dei vicini? Dov’erano andati a finire? Stava forse sognando? Scartò subito quest’ultima possibilità: era sveglio, sveglissimo, non c’erano dubbi, e doveva darsi subito da fare per affrontare la calamità. C’era un punto fermo in quella storia, da cui partire per cercare di venirne a capo, ed era il silenzio di Luca. Suo nipote non l’avrebbe mai lasciato solo in un’evenienza del genere, se lo sarebbe preso in braccio pur di portarlo con sé nella fuga verso la salvezza. Ci teneva troppo a lui per abbandonarlo. Nessuno lo avrebbe convinto del contrario. Qualcosa non gli tornava, ma se fosse rimasto a casa non avrebbe mai scoperto cosa. Prese il soprabito, il cappello e uscì, senza preoccuparsi di darsi una sistemata. Figuriamoci se la gente avrebbe badato a lui, occupata com’era a mettersi in salvo - sempre se di gente in città ce n’era ancora. La sola idea lo avrebbe dovuto mettere in agitazione, ma stranamente, passato il primo momento di choc avvertiva adesso una calma audace. Non aveva paura della morte, non dopo una vita come lui l’aveva vissuta. Non si era fatto mancare niente, aveva sempre assecondato i suoi desideri e coltivato i suoi interessi. Anche adesso, nonostante gli acciacchi dell’età, continuava a frequentare con regolarità il teatro, il cinema, giocava a carte con gli amici al bar di Ninetto, faceva lunghe passeggiate e amava dilettarsi ai fornelli. Aveva viaggiato tanto, finché le forze glielo avevano permesso; da qualche anno si era fermato, anche se ogni tanto si univa volentieri alle gite fuori porta organizzate dalla parrocchia. Non si era mai sposato, per scelta. Ci teneva troppo alla libertà per sacrificarla a una donna. O forse non si era mai innamorato. E poi c’era Luca, nessun amore valeva quanto il suo. Fuori dal portone la strada era deserta. Niente macchine, né persone. Nessun segno di vita. Proseguì a piedi. Rimpianse di non avere un’automobile, non la guidava da un pezzo e Luca l’aveva data via. Percorse tutto il viale e non incontrò nessuno. Arrivò fino a casa di Luca, suonò al citofono. Silenzio di tomba. Pensò di andare fino alla stazione, non era distante da lì, avrebbe potuto saltare su un treno per farsi trasportare finalmente fuori da quell’incubo. Ma la stazione era abbandonata, completamente. Non c’erano impiegati dietro alle vetrate della biglietteria, né passeggeri in attesa di partire, né treni sui binari. Pareva di essere in un cimitero. Per un attimo temette che sulla città stesse per abbattersi un conflitto nucleare, invece del terremoto. Non riusciva a credere di essere l’unico imbecille a non aver letto in tempo il messaggio di allerta, mentre tutti gli altri erano stati così abili da eclissarsi in un battito di ciglia. Non si spiegava perché la Protezione Civile non fosse rimasta in città per gestire l’emergenza. Era un atteggiamento scorretto. A quanto pare, però, le cose stavano così, e farsi domande a questo punto non sarebbe servito a nulla. Andò alla stazione dei bus: stessa desolazione. E così negozi, banche, scuole, stazioni di polizia, dei carabinieri, dei vigili del fuoco. Ovunque portoni chiusi, cancelli serrati, saracinesche abbassate. Non c’era segno di vita nel raggio di chilometri. Persino gatti e cani randagi erano scomparsi. Decise allora di dirigersi verso il lungomare. Non c’erano palazzi lì, non avrebbe temuto crolli all’arrivo del sisma. Era il luogo ideale per attenderlo, augurandosi che non arrivasse pure un maremoto. Doveva essere ottimista, d’altronde non aveva scelta. Di tornare a casa neanche a parlarne, meglio essere travolti dall’acqua che fare la fine del sorcio. Avrebbe atteso lì, fino a quando il pericolo in un modo o in un altro non fosse passato. Mille pensieri gli attraversavano la mente. Cercava di tenerli a bada, tanto, farsi prendere dal panico avrebbe solo peggiorato le cose. Se era giunta la sua ora l’avrebbe accolta con dignità. Alla sua età c’era anche preparato. E poi frignare non è da uomini, è da codardi. Si sedette sulla panchina e aspettò. A dire il vero neanche lui aveva ben chiaro in mente cosa stesse aspettando, ma non gli restava altro da fare. Il mare era placido e liscio, gli prestò un po’ della sua pace. Aveva sempre amato il mare. Da bambino sua madre ce lo portava, la domenica, a volte anche d’inverno, se il tempo lo permetteva. Sua madre faceva il bagno anche quando l’acqua era fredda, che per entrare o bestemmiavi o ti facevi il segno della croce. L’aveva ereditata da lei la passione per il mare. A cinque anni già guizzava come un pesce: un giorno lo aveva preso in braccio, era scivolata dentro, e con la pazienza che solo le mamme sanno avere gli aveva insegnato a stare a galla. Era bella sua madre, di una bellezza antica, come le regine dipinte nei quadri, una regina senza scettro, però, da quando suo padre se l’era portato via la guerra e si era dovuta caricare lei da sola tutto il peso della famiglia sulle spalle. Non l’aveva mai vista piangere. Sorrideva sempre, anche quando da sorridere c’era poco. Era da tanto che non gli capitava di pensare a lei, e nella solitudine del silenzio la sentì vicina, gli sembrò quasi di vederla, alta e fiera, il vestito nero, le maniche arrotolate fino ai gomiti, il grembiule stretto attorno ai fianchi, in cucina davanti ai fuochi. Era una giornata di sole, lo scenario meno adatto per una catastrofe naturale, pensò il ragioniere. La quiete luminosa gli generava in mente immagini di gioia e di vita, e si sentiva sereno. Tanto sereno che addirittura si assopì. E proprio mentre gli occhi gli si chiudevano vide qualcuno davanti a sé. Aveva le forme di una fanciulla, vestita di bianco. Ai raggi del sole il biondo dei capelli scintillava come l’oro di un monile prezioso. Gli occhi avevano la trasparenza dello smeraldo. Lo guardava e sorrideva. Ludovico, gli disse, vieni, seguimi, non avere paura. Il ragioniere trasalì, sbarrò gli occhi e li fissò sulla ragazza. E tu chi sei? Da dove sbuchi? Non sei scappata come tutti gli altri? Come fai a conoscere il mio nome? le disse in preda a uno stupore pieno di ammirazione per tanta bellezza. Ne era accecato. Non poteva proprio credere che quella creatura fosse l’unico altro essere vivente rimasto intrappolato insieme a lui nella città deserta. Non farti domande, gli rispose, fidati di me. E gli porse la mano. In quell’istante un boato spaccò l’aria. La terra tremò, ma non per il terremoto. Il cielo si riempì di luce, come se lo incendiassero due soli. L’intensità del bagliore lo costrinse a schermarsi gli occhi con la mano. Non ci furono crolli, né macerie, né polvere. Solo un chiarore di alba infinita. Allora il ragioniere capì, e una gioia ineffabile gl’inondò il cuore. Avrebbe voluto tornare indietro, gridare agli uomini la verità, perché sapessero, perché non passassero la vita ad avere paura. Avrebbe voluto gridarlo soprattutto a Luca e abbracciarlo, un’ultima volta, dirgli di non piangere. Sarebbe stato felice, Luca, se solo avesse potuto vedere, se solo avesse potuto capire. Ma era troppo tardi. Non era come da sempre la raccontano gli uomini, con il mantello e il cappuccio nero, e non aveva nessuna falce. Era una fanciulla bionda vestita di bianco, che lo prendeva per mano e lo guidava verso la luce. Il ragioniere sorrise, si fidò di lei e la seguì.
  13. Mafra

    Variazioni su un incontro

    Ciao @lucamenca. A chi non è capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi a incrociare sull’autobus lo sguardo di qualcuno e di fantasticarci su? Devo riconoscere che sei molto abile a descriverci una situazione ordinaria travestendola di poesia, anche se questo, a mio parere, è nello stesso tempo il pregio e il limite del racconto. Da un lato infatti l’uso di certe immagini serve a elevare un evento quotidiano, di per sé piuttosto banale, e a connotarlo di significati che trascendono l’evento stesso e lo trasformano in uno spunto di riflessione sull’agire dell’uomo; dall’altro si corre il rischio di scivolare nella retorica, sia riguardo alle immagini che alla riflessione. Qui per esempio fai un uso eccessivo della metafora e risulti esagerato. È una mia opinione, e prendila come tale, insieme a tutte le altre contenute in questo intervento. Anche la riflessione finale risulta eccessiva. Io la eliminerei o comunque la sfronderei. Il lettore non ha bisogno di essere preso per mano e guidato passo dopo passo, come fosse un cieco. Lascia che ci arrivi da solo, o che ognuno da ciò che legge tragga le sue personali conclusioni. Ci sono altri modi per esprimere quello che hai diluito in venti righe. Spesso è l’atmosfera stessa del racconto che parla più di tante parole. Nascondersi nel testo non vuol dire non esserci, al contrario, a volte significa esserci di più. Qui invece la similitudine è utilizzata con equilibrio, e l’ironia ne accresce l’efficacia. Il risultato è molto piacevole. Anche quest’immagine è molto bella: E potrei farti molti altri esempi dell’uno e dell’altro tipo. Ogni tanto esageri, il tuo spirito poetico s’impossessa di te e ti porta fuori binario. Più spesso invece crei delle immagini belle e suggestive. Anche l’idea della variazioni sul tema dell’incontro è originale e riuscita. Nulla da dire sulla lingua: precisa, scorrevole, con un buon ritmo dall’inizio alla fine. Il racconto si legge in maniera fluida e non annoia. Grazie della lettura, @lucamenca. Alla prossima! Ciao.
  14. Mafra

    Si può scrivere in un altro modo?

    Seguivo Davide Brullo su Linkiesta prima che ne uscisse per via delle sue stroncature letterarie, considerate scorrette dai nuovi vertici della rivista, e continuo a seguirlo su Pangea. Devo dire che apprezzo di lui la capacità di esprimere ciò che pensa senza ipocrisie, anche a costo di andare contro l’establishment dell’editoria e pagarne le conseguenze. Molto spesso mi sono trovata d’accordo con le sue recensioni, pur non sempre condividendone i modi irriverenti. Io credo che questo decalogo nasca dalla volontà di un gruppo di ribadire un’idea di scrittura che prenda le distanze da certa narrativa omologata, ripetitiva, banale, che pur si arroga il vanto di essere alta letteratura. Di certo alcuni punti, come ha ben messo in luce @Marcello, non possono essere considerati innovativi. Io concordo pienamente con il n.4 e il n.6. Troppi libri, spacciati per capolavori, sono un miscuglio di stereotipi e situazioni finte, e in verità non se ne può più di sequenze infinite di azioni ispirate alla tecnica cinematografica. L’unica cosa che mi sento di criticare nel decalogo è l’eccessiva supponenza, la convinzione che i principi elencati siano garanzia di un tipo di scrittura superiore alle altre. Gli Imperdonabili sembrano dimenticare che nella scrittura, come in ogni altra forma di arte, rimane pur sempre qualcosa d’imponderabile che non può essere codificato e che il vero genio non si lascia ingabbiare dalle regole, ma è colui che le trascende creando un’opera originale che reca l’impronta della sua personalità. Ecco perché oggi, nell’epoca in cui tutti cercano di disciplinare tutto e di fissare norme universalmente valide, i grandi scrittori sono sempre più rari.
  15. Mafra

    I tempi belli

    Buon pomeriggio, @H3c70r. Grazie di aver letto il mio racconto. In genere, quando posto, sto sempre molto attenta a farlo nel miglior modo possibile, affinché si possa leggere senza infastidire nessuno. Se con te non ci sono riuscita, mi dispiace, di certo però non è dovuto a mia incuria. Quanto ai numerosissimi refusi di cui parli, ti sarei grata se potessi segnalarmeli, perché con tutta la mia buona volontà non riesco a trovarli, né alcuno prima di te mi ha fatto notare nulla. Non credo si possa parlare di refusi relativamente alla punteggiatura, che rimane un campo in cui la soggettività è determinante, quindi ciò che va bene per te può non andare bene per me e viceversa (eccettuati naturalmente gli errori macroscopici, lì non c’è nulla da discutere). Ti ringrazio ancora e ti auguro un buon proseguimento nel WD.
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