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Gianfranco Pereno

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  • Compleanno 04/02/1955

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    torino
  • Interessi
    Illustrazione, fotografia, letteratura, musica

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  1. Gianfranco Pereno

    L'angosciante autopromozione

    Nulla da dire, ma continuo a pensare che un problema di base sussiste, o faccio il mestiere dello scrittore ( nel senso che la mia esigenza è scrivere, indipendentemente dal mio livello qualitativo) o faccio il mestiere del pubblicitario (chiamatelo pure con il nome che volete). L'autopromozione è ormai obbligatoria, ma questo non vuol dire che sia giusto farla. Ripeto un concetto che ho già espresso qualche giorno fa, se uno ha scritto il libro della sua vita ha tutti i diritti di impegnarsi a promuoverlo in tutti i modi possibili, ma se uno ha l'esigenza di scrivere, di raccontare storie, esprimere sensazioni, ma perchè diavolo deve anche diventare a forza un esperto di marketing?
  2. Gianfranco Pereno

    Buongiorno a tutti

    Grazie del benvenuto, è un piacere esserci!
  3. Gianfranco Pereno

    L'angosciante autopromozione

    Per fortuna Spartaco, aver ragione in queste cose è più dannoso che utile, idee alternative sono super accette.
  4. Gianfranco Pereno

    L'angosciante autopromozione

    verissimo, e sono convinto che questo sia parte del mestiere di scrivere, far presentazioni e parlare con la gente è fondamentale, personalmente penso al libro come a un ampliamento di chiacchiere tra amici a tavola, dove dentro puoi trovare idee, problemi, situazioni che andrebbero maggiormente approfondite e con più calma, dove il lettore trovi dei temi su cui pensare e che diventino anche per lui temi di discussione e confronto. Ma purtroppo queste serate o incontri si esauriscono presto nel ristretto cerchio delle amicizie e delle conoscenze, senza una distribuzione capillare del libro difficilmente si riesce a creare un interesse tale da permettere una interazione tra autore e pubblico. E la distribuzione è impensabile per l'autopromozione.
  5. Gianfranco Pereno

    L'angosciante autopromozione

    A parte che l'autopromozione ormai è diventata una strada obbligata, il problema vero però è più a monte. Per un qualsiasi artista, scrittori compresi, il problema principale è l'opera che sta realizzando, tutto il suo essere e assorbito da quella necessità fisica, intellettuale ed emozionale che, se pur a diversi livelli, lo condiziona. E finito il lavoro vieni preso da quello successivo, se non addirittura prima. Quindi il fermarsi per intraprendere un lavoro di promozione di un'opera che per te è già nel dimenticatoio è estremamente frustrante. O hai scritto il libro della tua vita, l'unico che volevi scrivere, e passi il resto della tua vita a cercare di divulgarlo al meglio, o smadonni per il tempo che stai sottraendo a nuove idee e a nuovi stimoli. Personalmente adoro i racconti che ho scritto, non perchè siano belli, ma perchè rappresentano quello che ero nel momento in cui li ho realizzati, ma una volta pubblicati e lasciati liberi di volare fuori dal cassetto, quello che mi interessa è la nuova idea che mi ronza dentro. La vecchia concezione dell'editoria, io scrittore mi preoccupo di scrivere, tu editore ti preoccupi di divulgare, nella sua essenza funzionava benissimo, ma quel mondo ormai è finito, nonostante quello che dicono le case editrici, il mondo è cambiato e siti come questo ne sono la prova. L'autopromozione è un vero casino, devi prima scrivere un libro, e questa è la cosa più facile, poi devi fare l'editing, con tutte le sue regole e i suoi tiramenti, realizzando infine la copertina. Poi devi trasformare il tuo libro in ebook, trovare chi ti stampa il cartaceo e trovare le piattaforme giuste per esporlo. Fatto questo il tuo libro sparisce in un mare di altri libri, sommerso da migliaia di altri titoli altrettando degni di attenzione. E quando lo scrivi quello nuovo? Anche la notte diventa corta. Qualcosa mi dice che se è vero che siamo su una strada nuova, ancora non abbiamo idea di come sia fatta e soprattutto come bisogna percorrerla.
  6. Gianfranco Pereno

    Buongiorno a tutti

    Grazie mille "zucchina" seguirò i tuoi consigli!!
  7. Gianfranco Pereno

    Buongiorno a tutti

    Per prima cosa voglio ringraziare chi ha voluto creare e realizzare questa opportunità veramente interessante. Chi, come me, affronta il mondo dell'editoria da solo, non importa il bagaglio culturale e professionale che ci si porta dietro, non può che essere grato a quelli che in concreto si impegnano perchè dei sogni si possano trasformare in realtà. Dopo una vita passata a lavorare nella pubblicità, tra fotografia e grafica, e ulteriori anni trascorsi a gestire un laboratorio di artigianato artistico a Venezia, sono approdato quasi per caso alla scrittura, scoprendo un nuovo modo di esprimere quello che avevo dentro, un nuovo mezzo per lasciare affiorare sogni, sentimenti, stati d'animo. Non so come sia il mestiere di scrittore, e forse non voglio nemmeno saperlo, ma nei libri che ho pubblicato so di certo che alberga molta della mia anima e questo mi basta. Non ho voluto lasciarli nel cassetto solo perchè sono convinto che ogni forma artistica, a qualsiasi livello, è e deve essere portatrice di un messaggio, deve trasmettere qualche cosa. Se qualcuno, leggendo un mio libro, avvertirà anche solo per un momento o per qualche riga le sensazioni che ho provato nello scriverlo sarà motivo sufficiente a giustificare le mie scelte. Se poi saranno migliaia... Grazie a tutti e a sentirci presto su queste pagine. Gianfranco
  8. Gianfranco Pereno

    Processo alchemico

    Capitolo 1 «Non so quanto tempo ci metterò a morire e neppure quanti giorni dovrò ancora consumare implorando pietà, ma di una cosa sono certo: un attimo dopo che sarò spirato mi metterò al tuo fianco e non ti abbandonerò più un solo istante, fino a quando non arriverà anche il tuo turno di venire in questo atroce abisso di tormenti!» Poi l’uomo girò lentamente la testa verso il potente prelato che si teneva prudentemente discosto dal tavolaccio, intriso di sangue scuro sgorgato da infinite torture. «Solo allora lascerò lui per venire da te e quello che avrai visto accadere al tuo boia non sarà nulla a confronto dell’orrore che invaderà da quel momento il tuo corpo e la tua mente. Ti starò appiccicato fino a quando non esalerai l’ultimo respiro, aspettando con ansia che la tua misera carcassa rinneghi la sua sudicia anima, per ghermirla e gettarla nel più profondo degli inferni, dannata e maledetta per l’eternità!» Il silenzio che aleggiò nella segreta sembrò cristallizzare per un attimo il sorriso beffardo intagliato nell’affilato volto di Varro, l’energico arcidiacono del temibile vescovo di Novara. Fu solo un breve istante, poi il religioso tracciò sull’uomo legato al tavolaccio un frettoloso segno della croce e il boia lasciò nuovamente cadere con forza il pesante maglio, che reggeva a fatica con entrambe le mani, sul ginocchio destro del condannato. L’urlo, che si mescolò con il sinistro frastuono delle ossa che si frantumavano sotto il colpo devastante, parve rimbalzare sulla nera tonaca del prete, per poi perdersi in un’infinita serie di macabri echi nel freddo buio delle celle circostanti. Varro fissò compiaciuto alcune schegge d’osso che si erano conficcate nel legno duro, levigato negli anni dagli innumerevoli corpi che vi erano stati legati sopra, poi, con rassegnazione estrasse da una grande bisaccia di pelle che portava a tracolla una spessa pergamena, e solo dopo aver intinto con prudenza la punta del suo stilo in un calamaio di rame, incassato nell’alto leggio che aveva di fronte, si degnò di guardare il condannato negli occhi, ponendo la sua prima domanda. «Dov’è nascosto Dolcino?» «Fottiti!» La pesante mazza calò nuovamente su quello che restava del ginocchio.
  9. Gianfranco Pereno

    Processo alchemico

    Anno Domini 1305, un alchimista viene messo a morte...
  10. Gianfranco Pereno

    KAMA

    Prologo Dal diario di Vittorio Vettori Ero seduto in macchina, intento a leggere le ultime pagine del mio manoscritto. L’orgasmo della donna fu lunghissimo. Il capo rovesciato tra i cuscini, le gambe nervose che attanagliavano strettamente l’uomo alla vita, le dita contratte ad artigliare le lenzuola stropicciate, era inequivocabilmente l’emblema stesso, vivo e palpitante, della femminilità. Lui l’aveva osservata inarcarsi nel momento del massimo del piacere e aveva avvertito la morsa potente delle sue gambe affusolate, mentre i talloni della donna gli premevano duri e imperiosi contro le natiche. Nella stanza in penombra, sembrava esistere solo lo strano suono roco che usciva, con sforzo, dalla gola di quella femmina stupenda. Poi era accaduto. L’orgasmo nella donna non si era attenuato. Aveva solo cambiato forma. Qualcosa era scattato in lei e il piacere non si era per nulla affievolito, ma anzi era continuato inarrestabile, a ondate incalzanti. A lungo, molto a lungo! Lui la fissò abbandonata in mezzo al letto disfatto. Stupendo! Aveva osservato il corpo dell’amante rilassarsi progressivamente, tenacemente ancorata a lui. «Ancora… ancora…» Un lieve mormorio monocorde aveva sostituito le incredibili urla selvagge che avevano accompagnato gli acuti dell’eccitazione e solo le dita ancorate sul lenzuolo continuavano a testimoniare le segrete emozioni che ancora si muovevano, insondabili, nel labirinto del suo mondo segreto. Lui riprese a muoversi adagio dentro di lei. Era quello il momento che preferiva, l’istante in cui il corpo della sua partner lo avvertiva dell’imminente resa, fisica e mentale. Per un istante la donna socchiuse le palpebre e la fugace vista dei suoi occhi rovesciati all’indietro, rallentò impercettibilmente il ritmo dell’uomo. La sua amante non era proprio una giovane fanciulla, e nell’ultima ora aveva bruciato sicuramente un bel numero di energie, un suo malore a quel punto, avrebbe compromesso irrimediabilmente tutto il suo futuro. Poi lo sguardo della donna riprese vita e gli occhi nerissimi si riaprirono, languidi. Con un respiro di sollievo l’uomo strinse più forte le natiche ancora sode tra le mani capaci, mentre affrettava con sapienza il ritmo delle spinte e solo quando sentì i gemiti della donna raggiungere nuovamente l’apice, si lasciò esplodere dentro di lei. Mezz’ora dopo usciva nel caldo sole del tramonto. Si fermò sulla soglia della grande villa a osservare il giardino che aveva di fronte, respirando a fondo l’odore dell’estate, poi lentamente si avviò verso l’imponente cancello d’ingresso. Se la sua cliente manteneva la promessa, compilando in modo a lui favorevole anche l’ultima scheda, avrebbe raggiunto il punteggio pieno. Il che significava “Licenza di Primo Grado” . Arrivò al cancello e si fermò indeciso. La leggera elettricità statica che, nonostante tutti gli sforzi tecnologici intrapresi, continuava a essere emanata dalle barriere, lo infastidiva invariabilmente. Mosse titubante la mano e cercando di ignorare il fastidioso pizzicore che essa provocava, allungò con decisione il braccio. Gelo! Lo ritrasse di scatto , fissando scocciato la manica bagnata. Doveva immaginarlo, fuori pioveva. Si voltò a guardare per un istante il giardino soleggiato alle sue spalle, poi con rassegnazione attraversò la barriera elettronica. Una pioggia ghiacciata gli sferzò il viso, lasciandolo rabbrividire dentro il suo vestito leggero. Stupidamente, quando il taxi della sua cliente era venuto a prenderlo, aveva pensato solo all’eleganza, troppo concentrato sul suo ultimo esame per pensare al tempo. Si guardò attorno disperato, nessun taxi pubblico in vista, solo il grigio delle enormi case popolari che si perdeva a vista d’occhio. Si alzò sconfortato il bavero dello smoking e cercando di evitare le pozzanghere più profonde, s’incamminò verso casa. Un pensiero lo fece comunque sorridere, con la sua ultima performance il futuro era ormai assicurato. Basta vita da cani in alberghi puzzolenti e donne altrettanto maleodoranti, ora lui avrebbe finalmente “vissuto”. Un taxi sbucò inaspettatamente dal buio e per un incredibile miracolo, rispose al suo cenno disperato e quando si fermò con uno stridore di freni, a pochi centimetri dal risvolto dei suoi pantaloni, capì che la fortuna l’aveva veramente baciato sulla fronte. Comodamente abbandonato sui sedili di finto cuoio, attraverso il finestrino rigato dalle lacrime sporche della pioggia, guardava sfilare velocemente i palazzi. A intervalli irregolari, le leggere vibrazioni di un campo magnetico indicavano il confine inviolabile di una casa da ricchi. Un mondo che d’ora in poi lui avrebbe frequentato regolarmente. Chiuse gli occhi e ripensò alla sua vita. Aveva ormai ventidue anni, ma sin dall’infanzia aveva intuito che per quelli come lui non esistevano molte possibilità di scelta, o facevi quello che gli istitutori ti dicevano di fare o ti trovavi fuori dalle mura dell’orfanotrofio. Da solo. Anzi peggio, con “loro”! Crescendo aveva compreso che esistevano nel suo mondo solo due possibilità: o fare quello che il sistema sceglieva per te o... vivere fuori. Uno dei suoi istitutori, una sera che aveva bevuto più del dovuto o che forse era rimasto troppo affascinato dai suoi occhi neri, gli aveva raccontato che tanti anni prima l’intera società era controllata da un “Grande Consigliere”. Un essere supremo che decideva cosa andasse visto e cosa bisognasse pensare, ma poi il Potere stesso si era reso conto che quello non era ancora sufficiente per controllare totalmente l’umanità. I vari governanti si rivolsero quindi per l’ennesima volta alla scienza, che mise a punto la tecnica dei Programmi Personalizzati Domiciliari. In pratica si offrì alle famiglie più benestanti una tecnologia che permetteva loro non solo di proteggere la propria casa rendendola inespugnabile, ma soprattutto li dotava dell’incredibile facoltà di scegliere in modo autonomo anche il clima e l’ambiente in cui si voleva vivere. Così in pochi anni, il pianeta s’isolò in miliardi di case, ognuna con un proprio microclima; chi voleva il sole dei Caraibi, chi il fresco delle Dolomiti. Quelli che non potevano permettersi il costo di una simile tecnologia erano considerati “fuori”, e per loro i governi costruirono enormi agglomerati urbani, tutti identici, anche se perfettamente funzionanti e dotati di tutti gli standard abitativi necessari per una vita comoda e dignitosa. Per molto tempo le cose funzionarono benissimo. I ricchi vivevano beati nei loro paradisi artificiali, appoggiando entusiasticamente i governi che garantivano loro simili opportunità, e i meno ricchi, quelli che erano “fuori”, godevano comunque di un livello sociale equilibrato che garantiva una notevole stabilità sociale. Solo che con il passare del tempo gli eventi atmosferici divennero un autentico incubo. Completamente falsata dalla tecnologia, la natura si prese la sua rivincita scatenando continui eccessi nelle zone non protette. Chi viveva così fuori dalle zone controllate, si ritrovò sempre più a subire periodi di afa torrida alternati a improvvisi e violentissimi nubifragi, che portò quell’intero ceto sociale a un rapido e violento degrado, provocando un’insanabile frattura nell’intera società. Ma i veri problemi per i governi sorsero invece da cause completamente diverse. Inspiegabilmente, forse proprio a causa dell’eccessivo isolamento e benessere, aumentarono in tutto il mondo, in modo terrificante, i suicidi nei ceti ricchi. Il potere, vedendo minacciate le sue stesse basi, ripiegò quindi con successo su una nuova strategia, ripiegando su una molla primordiale che muoveva da sempre l’umanità: il sesso! Nulla cui vedere con la pornografia a buon mercato o la comune prostituzione, attività che erano già state da tempo perseguite e definitivamente debellate. Venne riproposto e incentivato invece l’erotismo allo stato puro, dove il sesso veniva prospettato come l’unica vera passione che dovesse interessare all’intera umanità. L’evoluzione tecnologica consentiva ormai a chiunque di disporre di un enorme utilizzo di tempo libero e interi plotoni di esperti di comunicazione si lanciarono, con estremo zelo, a convincere ogni ceto sociale sulle enormi potenzialità dell’erotismo e dei suoi derivati. Nulla delle più ricercate filosofie amatorie del passato fu lasciato inesplorato e non esisteva ormai persona, soprattutto all’interno di una casa ricca, che non fosse ormai anche un esperto conoscitore delle più raffinate tecniche del mondo dell’Eros. Per incentivare queste tendenze, furono inoltre ripensate le vecchie figure degli operatori del sesso, uomini e donne che dopo un severo esame governativo, ricevevano una licenza per esercitare liberamente l’attività d’insegnante sessuale. Ora lui stava per ricevere proprio la licenza di primo grado, quello riservato alle classi privilegiate, il massimo a cui si poteva aspirare. Basta con la vita da “fuori”, per lui era giunto finalmente il tempo del benessere totale. Il taxi lo depositò davanti al portone anonimo di casa sua ed era ancora intento a cercare nelle tasche fradice, la chiave di casa, quando una macchina della polizia passò ululando a pochi metri da lui. L’uomo rabbrividì nell’intravedere sul sedile del prigioniero, una massa scura e informe. Non avrebbe mai saputo la sua identità, ma aveva ben chiaro in mente quale fosse il destino cui lo sconosciuto stava andando incontro, dal momento che l’auto era contrassegnata da una larga fascia arancione, simbolo dei reati sessuali. Se da una parte il potere incoraggiava e promuoveva al massimo ogni attività sessuale, dall’altra colpiva con vero pugno di ferro qualsiasi reato inerente l’abuso di tali pratiche. Proprio la sempre più profonda spaccatura sociale, accentuata dal clima insopportabile in cui ormai i “fuori” vivevano, li avevano portati a degenerare nei crimini sessuali, anche se ultimamente bisognava ammettere, si erano verificati numerosi casi sconcertanti anche nelle famiglie più ricche. Per reprimere sul nascere un caos ingovernabile, il potere aveva quindi stabilito a priori punizioni ferree per qualsiasi reato relativo. La castrazione chimica immediata, a cui seguiva la pena di morte, inappellabile, dopo tre anni di carcere duro. Questa era la sorte per chiunque fosse stato riconosciuto colpevole di un omicidio o di un grave abuso a sfondo sessuale. Chiudendo la porta alle sue spalle, l’uomo pensò con un brivido alle molteplici sirene che in quel momento ululavano la loro rabbia al cielo. Per fortuna lui ce l’aveva fatta! Il mattino dopo si sarebbe recato all’ufficio del ministero per ritirare la sua licenza e per lui sarebbe iniziata una nuova vita. Chiuse gli occhi e lentamente ogni suono si affievolì, mentre il ricordo del pomeriggio trascorso in quella bellissima casa, ricominciò a scaldargli il cuore. FINE Capitolo 1 Dal diario di Vittorio Vettori Ricordo, come fosse ieri, che chiusi soddisfatto la cartellina. Avevo scritto un bel libro, ne ero sicuro. In qualche parte forse troppo osé, ma d’altronde raccontavo di una società dove l’erotismo era ovunque l’attività predominante. Questa scusa, devo riconoscerlo, serviva più che altro per nascondere anche a me stesso, il vero motivo per cui erano mesi che giravo a vuoto da un editore all’altro, nell’inutile tentativo di convincerli a pubblicare il mio lavoro. Avevo quasi perso ogni speranza, quando un amico mi aveva inaspettatamente procurato un appuntamento con un piccolo editore torinese e quel giorno mi trovavo a pochi metri dalla sede della sua casa editrice, rinchiuso nella mia auto, dove avevo appena terminato di rileggere per l’ennesima volta l’intero mio lavoro. Respirai a fondo e scesi, chiudendo con cura lo sportello, poi, senza quasi rendermene conto, salii i pochi gradini che davano accesso a un grande palazzo in stile ottocentesco. Al primo piano, una vistosa targa d’ottone attirò inevitabilmente la mia attenzione, quindi schiacciai con forza il pulsante collocato a lato e attesi trepidante. Non successe nulla. Mi stavo chiedendo con un certo disagio, se avessi premuto correttamente il campanello, quando un piccolo scatto fece socchiudere il pesante battente. Entrai con cautela e rimasi momentaneamente sconcertato. Di fronte a me, un’elegante scrivania vuota, ma allungando il collo riuscii a vedere la segretaria accucciata nella stanza accanto, intenta a frugare nervosamente nei cassetti di uno schedario. Era bellissima. I lunghi capelli neri erano raccolti in una lunga coda di cavallo, la cui punta scendeva maliziosa a solleticare un seno pieno e abbondantemente esposto. Le gambe lunghissime, inguainate in un eccitante paio di calze nere, lasciavano intravedere una sottilissima linea di pelle nuda al di sotto della gonna sollevata. «Lasci pure tutto sul bancone, Mario! Grazie!» La voce s’intonava meravigliosamente con la figura. Rimasi immobile, folgorato da un guizzo rosso che era apparso fugace tra quelle cosce da incubo. La donna nel frattempo si era rialzata accompagnata da un piccolo urlo soddisfatto. «Eccole, finalmente!!» Si voltò reggendo un mazzo di chiavi e il simbolo della BMW scintillò discreto per un breve istante tra le sue dita. «Ma lei non è Mario!» «No!» «Scusi!» Ora la donna aveva sfoderato un sorriso micidiale. «Pensavo fosse il custode. A quest’ora passa sempre per controllare che tutto sia in ordine!» «Vettori, Vittorio Vettori!» «Vittorio... Vettori?» «Devo… dovevo consegnare al suo direttore un manoscritto...» «Al mio direttore?» «Sì, cioè, io... » Vidi la donna lanciare una breve occhiata alla postazione della segretaria, poi un sorriso prese il posto dell’espressione stupita che dominava il suo viso. «Ma sono le cinque e quaranta di venerdì!» Proseguì incredula. «La segretaria è già andata via da un pezzo. E mio marito pure!» Poi, di fronte al mio sguardo allibito aggiunse con una punta di confidenza: «Io sono passata solo per prendere le chiavi di riserva della macchina. Non riuscivo più a ritrovare le mie.» Ero impietrito! Mentre dentro di me mi stavo dando del deficiente! Come avevo potuto dimenticarmi che era venerdì pomeriggio e che probabilmente erano molti gli uffici in tutta Torino che chiudevano prima per il weekend? Come avevo potuto rimanere come un cretino almeno due ore in macchina, a rileggere il mio libro, perdendo così la possibilità di incontrare l’editore di persona? «Il manoscritto è suo?» La voce mi giunse pericolosamente vicina, accompagnata da un profumo fresco e leggero. Istintivamente feci un passo indietro, mentre un lampo divertito balenò nei profondi occhi neri della donna. «Si!» Balbettai imbarazzato. É un mio romanzo e avevo oggi un appuntamento con... suo marito!» Stavo ancora cercando una scusa per giustificarmi, quando la donna allungò una mano. «Lo dia pure a me, se desidera.» Il suo tono si era fatto improvvisamente distratto. «Farò in modo che lo riceva lunedì mattina.» L’idea di consegnare una storia piena di racconti erotici a quella donna meravigliosa mi mise in un serio imbarazzo. Avevo un bel dirmi, che la moglie dell’editore non si sarebbe certamente mai presa il disturbo di leggere neppure un rigo del mio lavoro, ma ugualmente non mi decidevo a consegnarle il manoscritto. La mia reticenza dovette apparire evidente e per questo la donna fraintese. «Non si fida?» Il suo tono s’incrinò in una leggera sfumatura glaciale. «No! Cioè sì!» Urlai d’istinto. Il volto curatissimo riprese l’espressione meravigliata che aveva avuto qualche minuto prima, poi notai lo sguardo della donna posarsi velocemente su di me, uno scanner non sarebbe stato più veloce e preciso. «E va bene!» La sua voce aveva assunto una nota divertita. «Allora vuol dire che mi porto direttamente a casa il suo lavoro, così potrò consegnarlo personalmente a mio marito... esattamente prima di cena!» Cinque minuti dopo mi trovavo nuovamente seduto dentro la mia Fiat, intento a chiedermi come poteva essere che il profumo di quella donna avesse permeato completamente l’intero abitacolo.
  11. Gianfranco Pereno

    KAMA

    Un libro scritto per sbarcare il lunario. Una banale storia basata su un’ ipotetica società in cui il sesso è elevato a panacea universale. Un editore molto particolare e una strana setta che decidono di comune accordo di adottare quell’ eccentrica filosofia come reale stile di vita. Tre casuali elementi che lanciano Vittorio Vettori, uno sconosciuto scrittore, verso il benessere ed il successo. Ma Kama, il dio dell’amore indiano, sembra invece aver riservato al giovane un diverso terribile destino. Un inarrestabile susseguirsi di eventi dove il sesso offre un impietoso e tangibile spaccato di se stesso, proponendosi come specchio fedele di diverse scelte individuali e collettive, a volte feroce a volte quasi poetico, ma sempre estremamente reale.
  12. Gianfranco Pereno

    HATHOR

    Dalle oscure origini di Torino, agli inesplorati sotterranei di uno dei più importanti musei di Antichità Egizie esistenti. Nelle viscere di una città tra le più misteriose in europa, il Male serpeggia malvagio, pronto a uccidere e a divorare. Un noir senza respiro, dove la paura diventa un’arma mortale.
  13. Gianfranco Pereno

    HATHOR

    Capitolo 1° Torino, marzo 1568 La pioggia cadeva incessantemente ormai da tre giorni, ma il generale Nicolis di Robilan, esperto di difese sotterranee e comandante dei duemila uomini impegnati nella costruzione della Cittadella, non aveva minimamente ridotto i turni di lavoro. Il progetto dell’architetto Francesco Paciotto era geniale, ma richiedeva un giornaliero controllo dei lavori, poiché già quelli del mattino si reggevano su quelli realizzati il giorno precedente ed il minimo errore poteva compromettere interi settori della modernissima fortificazione. Matteo si sistemò meglio sulla testa il sacco cerato che avrebbe dovuto proteggerlo dalla pioggia battente, poi appoggiò con decisione la pesante scarpa militare sulla vanga e spinse con tutta la forza che gli rimaneva. Erano sei ore che scavava in quelle che erano rimaste ormai solo le tracce delle fondamenta della chiesa di Santo Stefano e aveva le reni a pezzi, ma almeno non gli era toccato l’assegnazione al servizio addetto a portare il materiale di risulta sino alla fortificazione del bastione centrale. In camerata aveva visto le schiene piagate degli uomini che avevano quell’incarico e sperava con tutto il cuore che a nessuno in fureria venisse in mente di inserirlo in quel turno. La vanga trovò resistenza e Matteo bestemmiò sottovoce. Nonostante che del vecchio luogo sacro non esistesse più nulla, non gli andava di esagerare nel tirare in ballo il nome di Dio in mezzo al fango dello scavo. Il problema era che da due giorni avevano raggiunto quelle che dovevano essere state le basi di qualcosa di molto più vecchio delle fondamenta medioevali della chiesa e assieme ai suoi compagni aveva faticato come una bestia per spostare gli enormi lastroni di pietra che avevano costituito la pavimentazione di chissà quale edificio. Sperava ardentemente che non ce ne fossero più, ma la vibrazione che si era trasferita dal manico della vanga al suo braccio stanco non gli lasciava alcun dubbio. Con rassegnazione, s’inginocchiò nel fango cercando di individuare con la punta delle dita i contorni della lastra di pietra. Mezz’ora dopo cinque uomini fissavano disorientati quella che sembrava essere una piccola tomba. Un unico blocco di pietra scalpellato a mano, lungo circa un metro e mezzo per sessanta centimetri di larghezza e altrettanti d’altezza, era sigillato da una pesante lastra di pietra su cui vi erano incisi simboli sconosciuti. «Chiamiamo il capoposto?» «Meglio!» «Aspettate! E se dentro c’è qualcosa di prezioso?» «Forse sono le ossa di Santo Stefano!» Mormorò preoccupato Matteo, «la chiesa non era dedicata a lui?» «Non mi sembrano simboli cristiani questi!» L’affermazione arrivò dall’unico del gruppetto che bazzicava il prete del reggimento e tutti gli diedero immediatamente ragione. Matteo sentì qualcosa strisciargli lungo la schiena, molto più freddo della pioggia che gli inzuppava la divisa sporca e con un balzo uscì fuori dalla buca che avevano scavato. «Io vado a chiamare il capoposto!» «Aspetta!! Io l’apro!» E senza attendere la sua risposta, uno degli uomini alzò alto il piccone al cielo e lasciò cadere un colpo robusto sul coperchio di pietra. Il rumore che la lastra fece nel frantumarsi, sembrò quello di un fulmine che schianta di netto un albero secolare e Matteo ebbe la netta sensazione di vedere un rapido guizzo di luce all’interno del sarcofago di pietra. I quattro uomini rimasti nella buca, si erano intanto piegati per guardare cosa si celasse in quello strano scrigno, buttando indifferenti i frammenti del coperchio nel fango ai loro piedi. Matteo vide una strana nuvola verde avvolgere per un attimo la testa dei suoi compagni, poi urla agghiaccianti lo fecero indietreggiare spaventato. Con gli occhi che sembravano voler schizzare fuori dalle orbite, i quattro uomini tentarono di uscire dalla buca, ma dopo alcuni rapidi spasimi caddero a terra senza vita. Sconvolto, il soldato inciampò nei propri piedi e scivolò nel fango, finendo a pochi centimetri dal cadavere di uno dei commilitoni, ancora aggrappato con una mano a una radice che spuntava dall’orlo della buca. La smorfia di terrore impressa sul volto del morto, rivoltò lo stomaco di Matteo, che carponi fuggì via imbrattato di lacrime, fango e vomito. Nascosto nell’ombra di un portone di un grande palazzo poco lontano, una figura avvolta in un pesante mantello scuro osservò il soldato allontanarsi e con un senso di sollievo ripose lo stiletto nel fodero. Non voleva far del male a nessuno, ma non avrebbe mai potuto permettere che si scoprisse cosa c’era dentro il sarcofago. Da quando i soldati avevano iniziato a scavare tra le fondamenta della chiesa, non li aveva persi di vista un solo attimo, il suo compito era quello di vigilare e proteggere, come lo era stato per suo padre e del padre del padre da intere generazioni, un compito sacro cui avrebbe adempiuto a costo della sua stessa vita. Con la rapidità di un animale selvatico, lo sconosciuto attraversò lo spiazzo degli scavi e con altrettanta agilità saltò nella buca. Ignorando completamente i cadaveri, si sporse a raccogliere, con un gesto carico di estrema religiosità, un grosso involucro biancastro; poi avvertendo delle voci avvicinarsi, fuggì via a sua volta, silenzioso com’era arrivato. Il generale Robilan fissava la buca preoccupato. In quello scavo da due giorni i lavori erano fermi e la cosa era francamente inconcepibile. Quattro uomini morti e uno che sembrava uscito di senno per quello che doveva essere stato solamente un banale furto, non era certamente per lui un fatto talmente importante da giustificare il blocco di un cantiere, che tra l’altro forniva un ottimo materiale di risulta per riempire le mura appena edificate della Cittadella. In quegli anni, già frammenti di statue romane, colonne e parti di vecchi palazzi erano stati utilizzati per irrobustire quella che doveva diventare una delle più importanti opere di difesa costruite nell’ultimo decennio, e quella vecchia chiesa aveva fornito più di quanto si era aspettato. Evidentemente, quand’era affiorata quell’antica tomba, l’ingordigia degli scavatori aveva scatenato quel piccolo massacro, forse solo per rubare qualche monile o qualche antica moneta d’oro; senza dubbio un piccolo tesoro per un soldato squattrinato, ma un grosso danno per il calendario dei lavori, già minacciato dal brutto tempo che li perseguitava ormai da mesi. Quello che non riusciva a comprendere, era il fatto che addirittura “Testa di Ferro”, il duca Emanuele Filiberto in persona, gli avesse ordinato di far piantonare quello scavo, comandando di arrestare senza indugio chiunque vi si avvicinasse. Il generale non poteva sapere che, in quello stesso momento, il duca Emanuele Filiberto era nel suo studio privato, in compagnia dell’architetto Paciotto, intento a fissare i frammenti riuniti della lastra che aveva ricoperto la piccola tomba, ma soprattutto la decina di oggetti, ben allineati, che erano stati recuperati all’interno del sarcofago di pietra. «E allora?» Nel tono di “Testa di Ferro” risuonò inconfondibile l’abitudine al comando, ma ugualmente una sfumatura di eccitazione tradì la sua curiosità repressa. «Non posso esserne sicuro… avrei bisogno di fare ulteriori indagini, » disse la voce di un terzo uomo che stava esaminando con palese incredulità uno dei reperti, «ma se con certezza posso già asserire che ci troviamo di fronte ad autentici manufatti egizi, posso solo ipotizzare che possano riguardare una vera tomba.» Poi, sotto lo sguardo severo del duca, si strinse nelle spalle. «Io suggerirei di far valutare tutto quanto da un vero esperto, perché, se le mie supposizioni trovassero conferma, la scoperta potrebbe essere incredibile. Tutti questi reperti sembrano condurre a un solo nome: alla dea ISIDE!» A poche centinaia di metri da loro, in un sotterraneo surriscaldato da grossi bracieri, un uomo elegantemente vestito è davanti a un altare di pietra, inginocchiato da ore di fronte al tesoro che due giorni prima era riuscito miracolosamente a salvare; quattro grossi vasi sigillati da inquietanti coperchi. Lo strano personaggio ha un brivido, poi solleva gli occhi verso una testa umana dipinta con colori brillanti, affiancata dalle teste severe di un babbuino, di un falco e di uno sciacallo. Attorno ai quattro vasi, le statuette raffiguranti le dee Nephtys, Neith e Selkis stendono la loro aura di protezione. Manca quella di Iside, ma non ha importanza, il potere della madre di Horus già palpita potente dentro i quattro vasi canopi.
  14. Gianfranco Pereno

    SPORCONATALE

    Capitolo 1° «Sporco fottuto Natale!!» Che le cose fossero cominciate male sin dall’inizio, l’avevo già intuito, non ci voleva molto d’altronde. Sette giorni prima ero a Torino, a trovare alcuni vecchi amici per quella che doveva essere solo una piacevole rimpatriata, ma già dopo poche ore qualcosa stonava. L’appuntamento era stato fissato come sempre in piazza San Carlo per l’irrinunciabile aperitivo, piccolo accenno a bevute ben più consistenti già accuratamente pianificate. 20 dicembre Appena svoltai l’angolo di via Alfieri, l’aria di casa incominciò a regalarmi quell’indefinito brivido che avvertivo ogni qual volta ritornavo nella mia città natale e lanciai involontariamente uno sguardo al “Caval d’Brons”, strizzando l’occhio a Emanuele Filiberto. Se il fiero duca ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino, io potevo tranquillamente a mia volta cedere le armi e lasciarmi il lavoro alle spalle, godendomi qualche giorno di meritato relax. Entrai quindi con decisione al Caffè Torino, scorgendo immediatamente Vittorio seduto a un elegante tavolino in fondo alla sala. Ero sicuro di trovarlo là! Quell’eterno imbecille doveva essere arrivato con notevole anticipo per riuscire ad accaparrarsi il nostro vecchio tavolino, un piccolo disco rotondo situato in postazione strategica sotto lo stupendo scalone a elica che sembra galleggiare, ogni volta che lo si guarda, dentro la luce soffusa proveniente dalle grandi vetrate che occupano l’intera parete di fondo. Per anni, all’ora dell’aperitivo, c’eravamo accaparrati proprio quel particolare tavolino, incredibilmente collocato in una posizione a dir poco magica. Perfetto per scommettere, da seri studenti universitari quali eravamo, sul colore dei reggicalze delle signore che salivano, falsamente inconsapevoli dello spettacolo offerto, al piano superiore e se poi riuscivi ad azzeccare la corretta previsione di un’autoreggente, bevevi gratis per un’intera settimana. «Il solito imbecille!» La voce, che s’infranse sulle mie spalle, fu accompagnata da una pacca spaventosa. Inutile voltarsi, visto che Luca mi aveva già superato, ignorandomi completamente, diretto come una locomotiva verso il suo bersaglio. Non mi rimase quindi che puntare a mia volta sul “solito imbecille” in questione, cercando perfidamente di ignorare che da almeno un lustro era il titolare di una prestigiosa cattedra all’Università di Scienze Politiche. Mentre attraversavo il locale, notai con una punta di fastidio la completa indifferenza che dimostravano le ragazze del reparto pasticceria che, alla mia destra, stavano sistemando con meticolosa cura incredibili golosità dentro il lunghissimo espositore. La stessa cosa accadeva alla mia sinistra, ove al reparto bar, lo zelo dei banconieri era riservato esclusivamente alle numerose prenotazioni che arrivavano dai vari tavolini. «Dov’è finito il vecchio spirito torinese della gentilezza verso i clienti!!» Sussurrai maligno a me stesso. Ma mi fu sufficiente transitare davanti all’ampia specchiera per vedervi rifratta non l’immagine aristocratica del mitico Umberto, accompagnato dalle elegantissime Mafalda e Maria di Savoia, ma il riflesso di un comune cinquantenne, jeans e giaccone, ben lontano dal carisma dei personaggi citati prima. Loro sì, che facevano schizzare fuori i camerieri in livrea! E con il vecchio titolare in testa! «Claudio!!» Vittorio, “l’eterno imbecille”, si era nel frattempo alzato in piedi e quando ci abbracciammo rimasi stupito nel vederlo emozionato. Era stato uno dei miei amici torinesi più cari e nonostante non lo vedessi ormai da alcuni anni, continuavo anch’io a pensare a lui con particolare affetto e vedere in quel momento riflesso nel suo sguardo, il medesimo sentimento, mi fece uno strano effetto. Un misto tra la soddisfazione personale nel constatare che qualcosa di buono in fondo dovevo averlo pur fatto e una riconoscenza profonda verso il destino che mi aveva fatto incrociare una simile persona. Luca nel frattempo si era letteralmente abbandonato sopra una delicata seggiola, alimentando in me, una volta di più, la curiosità di sapere come simili fragili oggetti riuscissero a reggere il suo quintale di muscoli. A differenza di quelli che per me erano ormai solo un doloroso ricordo, i suoi addominali invece, nonostante i cinquant’anni suonati, erano ancora indiscutibilmente in condizioni invidiabili. Un vero insulto al salvagente che io ostentavo con falsa indifferenza. «Abbiamo messo su chili, vedo!!» Sempre gentile e diplomatico il Luca! Uomo di sfondamento in una delle prime squadre di rugby, nate all’epoca in città, non aveva mai perso occasione di sfottermi sul fatto che io a quel tempo perdessi il tempo con la pallavolo. «Non solo in pantaloncini risaltano molto meglio i culi della squadra femminile, ma tu, con il tuo metro e settantasette, dove speri di andare?» Il tormentone mi aveva perseguitato per anni e più mi sforzavo per riuscire ad essere l’alzatore con la maggior elevazione di tutto il campionato giovanile, più lui, dall’alto del suo metro e novantadue, allargava le braccia sconsolato ogni qual volta veniva a vedere una mia partita. A pensarci con il senno di poi, forse non aveva tutti i torti, anche se solo sui culi della squadra femminile ovviamente! In compenso, il cameriere che comparve silenzioso al nostro tavolo fu di una competenza professionale encomiabile e gli aperitivi che arrivarono dopo pochi minuti, altrettanto insuperabili. Quando uscimmo, eravamo tutti riconoscenti al quarto amico che ci stava attendendo a casa sua, abbastanza lontana per permetterci di continuare con calma gli innumerevoli discorsi già cominciati, ma anche strategicamente vicina per consentirci di non prendere l’auto, oggetto ormai inutile visto l’elevato tasso alcolico presente nel nostro sangue. E fu proprio da quel momento, che qualcosa incominciò a stonare. Già attraversando la grande piazza, la gente mi appariva strana, le loro espressioni erano spente e i passi o troppo veloci o troppo strascicati, quasi innaturali. Non era certamente la consueta atmosfera natalizia che ricordavo. Nessun sorriso gratuito tra sconosciuti che s’incrociavano e anche pochi abbracci e strette di mano tra quelli che evidentemente erano amici che si erano dati appuntamento. Rarissime le coppiette sorridenti, strette in abbracci incollanti con la scusa del freddo pungente. Tutto sembrava stranamente finto e le stesse luci natalizie, sicuramente migliorate da quello che ricordavo negli anni precedenti alla rivoluzione operata dalle Olimpiadi, sembravano incapaci di fornire un valido spunto all’aria di festa e di gioia che si sarebbe invece dovuta respirare. Lentamente, passo dopo passo, mi accorsi che stavo prestando sempre meno attenzione ai discorsi dei miei due amici, rivolgendo invece la mia concentrazione sui volti e sugli atteggiamenti delle tante persone che passeggiavano davanti alle vetrine traboccanti di offerte natalizie. Eravamo in pieno centro storico, nella maestosa via Roma che illuminata da far spavento, ospitava sotto gli ampi portici le firme e i marchi più prestigiosi dell’intera Torino. E se mi sembrò abbastanza naturale, visto il momento di crisi economica che si stava attraversando, che gli sfarzosi negozi non fossero stracolmi di clienti, mi lasciò invece pensieroso il fatto che non vi fossero neppure persone che si soffermassero davanti alle ampie vetrine, un tempo meta di stipati capannelli di torinesi che, se pur alquanto lontani dalla possibilità di acquistare, almeno si concedevano con generosità il lusso di sognare. Una coppia, padre e figlia, uscì da un’immensa porta di cristallo scorrevole a pochi passi davanti a noi, ma l’alito caldo che li seguì, carico di lusso e di fascino, non bastò a soffiare via l’espressione lugubre impressa nei loro volti. Nella mano della ragazza una grande borsa di carta sontuosa, con il grande marchio dello stilista impresso a caratteri cubitali. Dentro, quello che immaginai fosse un prezioso dono da offrire. I loro occhi però non esprimevano nessuna gioia, nessuna frenesia repressa per dover obbligatoriamente attendere lo stupore di chi lo avrebbe poi ricevuto. Un guizzo e s’infilarono indifferenti tra noi e l’ennesimo mendicante che aveva già allungato al nostro indirizzo il classico bicchiere di carta. Il tempo di afferrare lo svolazzare rapido di una sciarpa morbidissima e ambedue sparirono tra la gente. Scossi la testa all’indirizzo del barbone, affrettando il passo leggermente imbarazzato, era naturale incontrarne tanti, quello era uno dei pochi posti in cui, proprio grazie alla lunghezza dei portici, erano efficacemente riparati dalle intemperie e dove, soprattutto, la gente andava ancora a piedi. Dopo una decina di metri venni attratto dall’eleganza tranquilla e sicura che scaturiva da alcuni abiti da sera e l’impressione che addirittura i manichini emanassero a loro volta un fascino sensuale, acuto e coinvolgente, quasi non mi fece notare la donna immobile accanto alla vetrina. Ma poi la sua espressione, chiaramente disorientata, mi fece rallentare il passo incuriosito. Sui sessanta, ben vestita, stava impalata in un angolo, lo sguardo timoroso che rimbalzava sull’indifferenza dei passanti. Se per un istante l’avevo a prima vista scambiata per l’ennesima mendicante, mi ricredetti subito e il sospetto che potesse invece aver bisogno di aiuto, s’insinuò nel mio animo nel breve lasso di tempo che misi ad oltrepassarla di alcuni passi. Stavo già per voltarmi e tornare indietro per sincerarmi del suo stato fisico, quando Luca mi afferrò per un braccio, domandandomi con aria da cospiratore che fine avesse fatto la biondina con cui mi accompagnavo l’ultima volta che c’eravamo incontrati. Gli risposi meccanicamente, lasciandomi trascinare via dal suo lieve contatto, senza trovare il coraggio di interromperlo per ritornare sui miei passi. Ma mentre annuivo alla sua ammirata esternazione verso “tette che valevano sicuramente una finale di campionato”, una parte del mio cervello era rimasta ancorata sulla scena di prima. Un malore? La donna era persa? Un vuoto di memoria? «Claudio!! A che cavolo pensi?» La voce seccata di Luca mi strappò dai miei pensieri, e dopo pochi istanti mi ritrovai a riproporre per l’ennesima volta spiegazioni patetiche su diversità di vedute, stili di vita e sensazioni di soffocamento. Ma dentro, nemmeno molto nascosto, un fastidioso senso di colpa mi rodeva irritante. Un disagio che non sapevo se imputare alla colpevole indifferenza avuta pochi attimi prima o alle balle che stavo in quel momento raccontando. Fu per quello che mi feci fregare! Anche se sicuramente, vista la loro innegabile abilità, mi avrebbero gabbato ugualmente. Accadde tutto in un lampo! Uno di loro mi colpì con forza la caviglia, facendomi inciampare, mentre l’altro mi sorreggeva premuroso. Il tempo di ringraziare con un monosillabo lo sconosciuto per il tempestivo aiuto, che lo vidi allontanarsi rapidamente. Lui e il mio orologio! Urlai, e quello incredibilmente si voltò, rivelando un’aria spavalda stampata su un volto da ragazzino! «Cazzo, l’orologio!!» Urlai nuovamente sbigottito, questa volta all’indirizzo dei miei amici. Il più costernato fu senza dubbio Luca, evidentemente incapace di accettare che due ragazzotti potessero aver deciso di scipparci senza provare il minimo timore riverenziale verso la sua stazza dissuadente. «Se non fosse per questo maledetto menisco…» Incominciò. «Vaffanculo!» Sbottai furibondo di rimando. Le persone attorno a noi continuavano a passeggiare incuranti dell’accaduto, anzi, qualcuna era addirittura visibilmente infastidita per l’intralcio che davamo noi tre, fermi a urlarci vicendevolmente in viso. «Sono zingari! Rom!!» Una voce, alquanto rassegnata, ci fece voltare tutti e tre contemporaneamente. A giudicare dal cappotto stretto frettolosamente su un abitino leggero e dalla sigaretta incastrata tra le dita, doveva trattarsi di una delle tante commesse della zona, uscita per godersi una breve pausa. «È tutto il giorno che gironzolano qui attorno! Abbiamo chiamato per due volte i vigili e anche i carabinieri, ma non è servito a nulla. Quelli spariscono per un po’, poi ricompaiono come se nulla fosse!» «Sporco fottuto Albanese!!» Mi sfuggì dalle labbra, e nemmeno troppo piano.
  15. Gianfranco Pereno

    SPORCONATALE

    Quattro amici torinesi, una puttana albanese, un protettore ex militare e una inumana tradizione tribale, un mix casuale di eventi che in soli sette giorni sconvolgerà la vita a tutti i protagonisti. Uno noir serrato e travolgente, sincero e spietato come solo la realtà sa esserlo.
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