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Pinnacoli's

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  1. Pinnacoli's

    Lo sguardo soporifero

    Ciao @AndC, Scusa se ti rispondo in ritardo ma è stato difficile avere un pò di tempo libero. Non ti scusare perché ho apprezzato moltissimo la tua criticità, mi hai aperto un mondo di dettagli che fino a ieri ignoravo. Che dire...voglio migliorare e grazie per i preziosi consigli. Alla prossima!
  2. Pinnacoli's

    Lo sguardo soporifero

    Ciao @Kikki, Grazie per le dritte che mi hai dato ne farò sicuramente tesoro. Alla prossima lettura!
  3. Pinnacoli's

    Lo sguardo soporifero

    Caro @Luca Ferrarini, grazie per avermi letto e dedicato una parte del tuo tempo. ''Lo sguardo soporifero'' è la mia prima fiaba e ho notato che essere semplici e diretti non è facilissimo. hai ragione, questo errore dimostra la mia confusione: non sapevo a chi rivolgere la fiaba. leggendo vari articoli e alcune fiabe di Italo Calvino, ho notato che il tempo e lo spazio sono relativi: non sono precisamente indicati e giusto qualche indizio potrebbe darti un' indicazione del contesto storico o ambientazione. In questo caso, ''Sultano'' è un titolo nobiliare orientale che dovrebbe introdurre il lettore in un contesto desertico e arabesco. Questo è il motivo per cui non ho spiegato di che regno si trattasse. Perché il beduino è un nomade del deserto o della steppa perciò una cosa che non gli può mancare è una cavalcatura, invece in questo caso si muove a piedi: ho impiegato i trattini per dargli un aria fuori dal normale, un segno che lo contraddistingue dagli altri beduini. Mi dispiace non sia appropriato... pensavo fosse la frase DOC dell'intero racconto ahaha. Qui sapevo fosse un errore, però non so, la ripetizione in questo caso mi piaceva. hai ragione, qui ho giustificato la mancata descrizione per il semplice fatto che è uno specchio: un oggetto del genere nei tempi passati è molto pregiato anche se non era riccamente ornato. Detto ciò ti ringrazio per le sviste grammaticali ne farò sicuramente tesoro. Ciao, al prossimo racconto! Pinnacoli's
  4. Pinnacoli's

    Lo sguardo soporifero

    Tanto tempo fa, in una terra lontana lontana esisteva un grande deserto con dune alte alte. La siccità era l’ultimo dei problemi di quella vasta regione perché un male affliggeva il regno del Sultano: i suoi sudditi riposavano per giorni senza destarsi, finché il ciambellano scoprì il colpevole di questa piaga. Un beduino-senza-cammello vagava per il deserto e il suo sguardo penetrante addormentava le persone in pochissimi granelli di clessidra. Ma il Sultano era cocciuto e marciò con il suo potentissimo esercito per arrestare e fermare questo sortilegio. Ma il Sultano non sapeva di essere cocciuto, quindi lui e i suoi guerrieri, quando lo incontrarono, si addormentarono in un sonno infinito. In una duna molto bassa però, c’era un piccolo villaggio di commercianti, e fra questi, un giovanotto bellissimo ma povero, decise di viaggiare e cercare fortuna oltre il vasto deserto. <<Come troverai la fortuna se non hai nulla di cui commerciare?>> gli chiesero. <<L’unica cosa che possiedo, è questo specchio. Lo venderò alla più bella principessa o regina che incontrerò nel mio cammino. Ecco, in questo modo io diventerò ricco e finché non ci riuscirò metterò una benda sugli occhi per non guardarmi indietro.>> e così fece e anche le persone lo lasciarono fare. Un giorno, mentre il giovanotto camminava scalzo, sentì sotto i suoi piedi del ferro. <<Strano>> disse fra sé, aveva forse superato il deserto? Si chiese, ma in un attimo urtò una persona e ruzzolarono entrambi nella sabbia. <<Stai attento!>>, disse il giovanotto <<Non vedi che non vedo? Dove mi trovo?>> <<Togli la benda e lo saprai tu stesso. Hai superato il deserto e ora sei nel regno del ferro. Benvenuto io sono il sovrano di queste terre>> mentì lo sconosciuto. Il giovanotto, convinto di trovarsi al cospetto di un Re, tolse la benda, ma essendo povero di conio e di galateo, non lo guardò e ne si inchinò come fanno tutti i sudditi presentando direttamente lo specchio: <<Maestà, chi bello vuole apparire, il proprio riflesso deve scoprire.>> E così il beduino ammirò la sua bellezza ma subito dopo cadde addormentato per mezzo del suo stesso potere, mentre il Sultano, l’esercito e il regno si svegliarono dal sortilegio, acclamando il giovanotto come un eroe, tanto da ricompensarlo concedendogli il titolo di Emiro. E così il giovanotto divenne ricco, Il Sultano più saggio e il regno felice e contento.
  5. Pinnacoli's

    W L a V i t a

    Ciao @flambar piacere di conoscerti, il racconto è molto piacevole, il tema della disoccupazione che sfocia in rassegnazione lo trovo emotivamente coinvolgente. Eppure, ho sentito poco questa sensazione. Premetto di non essere molto esperto ma concordo sul fatto che le parole tendono a sminuire e tu qui avevi ancora molti caratteri per descrivere meglio la situazione: in questo caso, potevi benissimo supplementare la sensazione dell'uomo con un evento triste, una conversazione o semplicemente i ricordi d'oro del protagonista, così da coinvolgere il lettore nella storia. La parte finale l'ho apprezzata molto. Il punto dell'uccellino mi ha fatto sorridere: è bastata la semplice presenza di un esserino che si accontenta di briciole a ridare forza all'uomo e voglia di vivere. E' un bel messaggio. Scommetto che il titolo l'hai pensato dopo questa scena vero? Per quanto riguarda la grammatica ho individuato degli errori che Luca Ferrarini ha già menzionato, perciò è inutile ripeterli. Aspetto il secondo racconto. A presto!
  6. Pinnacoli's

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Salve! 23 anni e da sempre testimone della microcriminalità Romana... negarmi l'accesso è come zuccherare le acciughe.
  7. Pinnacoli's

    Oltre il reno, solo fango

    @Befana Profana lo farò! grazie per il tuo tempo.
  8. Pinnacoli's

    Oltre il reno, solo fango

    @Fraudolente il tuo commento è stato un sorriso dall'inizio alla fine, non preoccuparti per la schiettezza, sapevo benissimo a cosa andavo incontro. L'imboscata di Teutoburgo è stata (se non erro) la terza disfatta militare dopo Canne e Carre. Ha una grandissima importanza storica, tanto da spingere molti scrittori, tra cui Manfredi, nel raccontare l'argomento. Concordo con te, bellissimo romanzo noto e recente. Accidenti, non sapevo di essermi buttato in concorrenza. 8000 caratteri poi, sono proprio l'equivalente delle gomitate in mezzo ad una piazza affollata vero? Scusa la schiettezza, ma non si può parlare di ''concorrenza''. Ah, non lo sapevo proprio. Grazie! Anche questo non lo sapevo. Ho trovato tutte le tue correzioni molto utili! Alla prossima.
  9. Pinnacoli's

    Oltre il reno, solo fango

    Salve a tutti e scusate se non vi ho risposto immediatamente, purtroppo i momenti liberi sono rari. Comincio dal ringraziarvi per aver concesso un pò del vostro tempo nella lettura e il giudizio del brano. @AnnaL. Non ho voluto specificare in che modo le umilia, per il semplice fatto di lasciar libera immaginazione al lettore. Stiamo parlando di una popolazione che storicamente parlando era fra le più rozze e sanguinarie con le sue vittime. Perché è meglio morire velocemente in battaglia che scappare inutilmente e finire in mano alle tribù. Le popolazioni germaniche erano temute dai legionari proprio per la loro mancata pietà. Pensa che gli scavi archeologici hanno riportato alla luce molti scheletri con parti del corpo mancanti. Perdonami se ti ho disorientato. Il protagonista è Wort quindi secondo la sua visione sono i romani il popolo oltre il Reno. ''Spirito dorato di Roma''= l'aquila romana, un premio da non farsi sfuggire. Era meglio se scrivevo: ''vi era lo spirito dorato di Roma, e il motivo per cui, il catto ignorò la battaglia e partì all’inseguimento.'' È il turno di @camparino Lo terrò a mente! Ci pensavo mentre lo scrivevo però, anche qui, ho confidato nella libera immaginazione del lettore. Quest'ultime frasi mi hanno infuocato di gioia. GRAZIE.
  10. Pinnacoli's

    Oltre il reno, solo fango

    Bastonate fra 3,2,1...via! Pioveva da giorni e senza sosta, come se il cielo non volesse mostrare il suo lato migliore in quella parte del mondo. Le cime degli alberi, piegati dal peso dell’acqua, sembravano essere stufe della pioggia incessante, come se prostrassero le loro chiome alle divinità del cielo, per supplicare una tregua. Le giornate soleggiate sono una rarità in Germania, perciò, è abitudine che gli uomini caccino nei giorni di pioggia: è da sempre un fattore di sopravvivenza, e Wort, conosceva ben più di una regola. Sapeva muoversi con orientamento e la tetra foresta d’abeti era definita casa. L’oscurità, il fango e le sterminate foreste temprarono il carattere e il fisico, tanto da possedere un corpo robusto e l’aspetto famelico di un lupo. Membro della tribù dei Catti, popolazione stanziata alla foce del fiume, confinante con il regno dell’Aquila. E quei vicini, erano i peggiori di tutti. Un giorno, tutti gli uomini furono chiamati a raccolta in un punto impreciso nella foresta, per prendere una solenne decisione. Wort notò la presenza di uno sconosciuto mai visto prima, corazzato come gli stranieri d’oltre Reno. Il viso era celato da una maschera in bronzo brillante. Lo chiamavano Arminius, principe germano ma da anni ufficiale romano. ‘’Dov’è Roma?’’ Pensò Wort. Ne aveva sentito parlare spesso dalla gente del suo popolo. Doveva forse percorrere la strada infinita per raggiungerla? Com’è un estate senza pelliccia? Tanti pensieri martellavano la testa mentre gli uomini ascoltavano le parole di Arminius, quasi increduli della richiesta imminente: <<Siete i più vicini al confine, e ancora loro alleati. Si fideranno di voi. La loro strada si insinua nel cuore delle vostre terre. Dovranno percorrerla per sedare le rivolte che ho congegnato. Basta uccidersi a vicenda, il nostro comune nemico è Roma. È tempo di vendicarci dei torti subiti. Unitemi alla mia coalizione! Ho vissuto a Roma per molti anni tanto da conoscerne i punti deboli delle sue legioni.>> <<E quali sarebbero?>> gridò Wort. <<Gli spazi chiusi.>> Così Wort, dopo una settimana, si ritrovò accovacciato con l’arco in pugno, mentre le legioni, ignare, marciavano a passo svogliato verso l’entrata di una gola stretta, ricoperta da una foresta fittissima: Teutoburgo. Il piano procedeva come progettato, e i guerrieri, tatuati secondo le usanze tribali, aspettavano il segnale, nascosti dalle ombre dei rami. Quando infine la retroguardia si addentrò in profondità nella gola, i corni squillarono e una pioggia di dardi investì i legionari. L’agguato ebbe inizio. Wort scoccò le frecce ripetutamente finché la faretra fu vuota. Dopodiché attese il secondo segnale, impaziente di caricare le legioni. L’imboscata, rappresentava l’occasione di guadagnare maggior rispetto e notorietà, così da esser considerato un degno guerriero catto. Notò che la formazione romana, scomposta dal terreno accidentato, si riparò dall’ondata di frecce come meglio potè senza serrare i ranghi. Un secondo squillo di tromba echeggiò. ‘’È il segnale!’’. La furia dei germani si abbatté sui nemici, ripagandoli delle ingiustizie subite, dal momento in cui, la caliga romana oltrepassò il Reno. Wort, grazie alla sua mole, travolse ed uccise un legionario, aprendogli la gola con un ascia più adatta per la legna che per le battaglie. Colpiva ripetutamente fino a distruggere la guardia del nemico, sfiancandolo, e finendolo quasi sempre con un colpo al collo o dove il ferro non proteggeva la carne. Questa era la sua tattica: la forza bruta e il massimo impiego del suo misero armamento. Magari un giorno affronterà un nemico con una spada e almeno uno scudo. È molto rischioso combattere a dorso nudo. Ora non pensava, colpiva sotto Il cielo rombante e le grida di guerra. Decapitava, fendeva e umiliava le sue vittime, reso cieco dal furore della battaglia. Come tutti, aspirava essere il classico eroe protagonista delle ballate. Il massacro continuava, spezzando il morale dei romani. C’era già chi scappava dalla furia dei barbari mentre i più saggi continuavano a combattere. Ucciso un uomo con un elmo crestato, Wort si allontanò dalla mischia per riprendere fiato, ma una figura non tanto distante catturò la sua attenzione. Teneva con entrambe le mani una grossa asta decorata in cui sulla sommità, vi era lo spirito dorato di Roma, e il motivo per cui il catto ignorò la battaglia e partì all’inseguimento. L’ Aquilifero correva, senza una precisa direzione. Sconfitte le legioni, l’uomo tentava almeno di continuare il suo dovere, salvando l’onore di Roma. Ma la sua corsa era appesantita dall’armatura del soldato che permise al barbaro di guadagnare terreno. Fiutò il profumo del trionfo come fa un predatore con la sua preda, immaginando il sapore della vittoria e della fama. Ma in un attimo, dovette tornare alla realtà: Un cavaliere da dietro lo urtò, facendolo cadere di faccia nel terreno. Gli mancavano pochissimi passi e lo avrebbe preso. La faccia pittata del catto, ora sporca di fango, vedeva sgretolarsi immediatamente il suo sogno. Il cavaliere, con brevi falcate della sua cavalcatura, raggiunse il romano uccidendolo e liberando l’Aquila dalla sua stretta. Era Arminius! Il cavaliere che aveva architettato l’imboscata e dato al popolo oltre il Reno una sonora batosta. <<Questa appartiene a me, catto>> disse mentre smontava da cavallo, <<sei stato molto valoroso ma non posso progettare un agguato e non ricevere la ricompensa più alta per quest’impresa. Tieniti questo pezzo di bronzo. Potrai sempre dire di aver ammazzato un cavaliere. Non prenderla a male ma meriti una gloria della tua misura, e questa maschera, secondo me, è anche troppo.>> Raccolse l’asta e rimontò in sella abbandonando Wort, la maschera e il suo sogno nel fango. Si rialzò e ritornò da dove era venuto. Arminius si era guadagnato un nuovo nemico.
  11. Pinnacoli's

    I Ponti delle Illusioni - Capitolo 2: In marcia

    Ciao! Piacere di conoscerti, sono iscritto da pochissimo e ti ho letto da quando hai pubblicato il primo capitolo del racconto. Innanzitutto, la mia libreria è composta da un cospicuo numero di libri fantasy, perciò è un genere che mi sta a cuore (anche se lo ho accantonato). È la prima volta che leggo un racconto fantasy in prima persona e questo fattore distintivo l'ho trovato coinvolgente. Puo sembrare irrilevante ma hai fatto bene a mettere questa frase. Nella rievocazione storica (di ogni secolo) una delle tante fatiche è proprio la marcia. E sai come fanno i partecipanti ad alleggerire il loro peso? Attraverso la curiosità e l'osservazione del mondo al di fuori della colonna di marcia. Piccole curiosità sui nomi: ''Nexua'' mmh.. Mi fa pensare a Noxus una città di un videogioco (legue of legends) questo invece a Draven, personaggio dello stesso videogioco e guarda caso condottiero della stessa città. (se fosse cosi sento aria di spoiler ) Nessun riferimento videoludico. Personalmente non piace. Ha un suono riconducibile al deserto o a qualche ambiente secco, ondulato quasi, mentre dalle tue descrizioni mi sembra tutto l'opposto. Nei fantasy ho sempre amato le armature dei soldati o degli eroi. Mi sarebbe piaciuto sapere cosa differenziano le corazze della Seconda Colonna dalla Prima, dalla Terza, dalla Quarta etc.. Sulle armi niente da dire. Sembra quasi che ogni oggetto rappresenti la persona che le porta. L' ascia di vetro mi fa pensare troppo a Skyrim (scusa è più forte di me ). Detto questo, sono curioso di sapere cosa succederà. Perdona il mio povero giudizio poiché non godo di una buona vista critica. Ciao alla prossima.
  12. Pinnacoli's

    [MI109] Dove sei, Corto?

    Grazie a tutti per le vostre critiche! Siete il martello sulla materia grezza. Ho apprezzato tantissimo. Alla prossima.
  13. Pinnacoli's

    [MI109] Dove sei, Corto?

    @Vincenzo Iennaco Ti ringrazio tantissimo per la valutazione: molto oggettiva e utile per poter migliorare. I tempi verbali, purtroppo, è un campo in cui zoppico spesso sin dai tempi del liceo. Mentre per quanto riguarda gli avverbi, non mi sono assolutamente reso conto dell'esagerato uso. Di solito ho la tendenza, per paura che il discorso risulti povero, di arricchirlo con essi a danno della fluidità del racconto. Sono felice di aver trovato un lettore di Corto Maltese anche se non riesco a vedere un finale ''western''. Alla fine dei conti, ha lasciato il mare per guidare una resistenza che gli sta a cuore. Ma ahimè gli 8000 caratteri sembrano essere tanti .
  14. Pinnacoli's

    Mezzogiorno d'inchiostro 109 Topic ufficiale

    Tema di mezzogiorno: Smarrirsi
  15. Pinnacoli's

    [MI109] Dove sei, Corto?

    Tema di mezzogiorno E tutto a un tratto, il tempo e lo spazio si fermarono. O meglio, non si arrestarono immediatamente, ma prosegurono in un vortice circolare camuffandone la reale andatura del mondo. La temperatura altissima poi, di certo non aiutava all’uomo appeso, svenuto chissà da quanto tempo. Già, un uomo incosciente. Ma non morto, come faceva presagire la sua pallida pelle; il petto lentamente si sollevava e si abbassava, tipico di chi riposa, anche se a scrutarlo da lontano un viaggiatore qualunque avrebbe potuto benissimo scambiarlo per un cadavere. A conferma dei fatti, l’uomo aprì lentamente gli occhi, che affaticati dall’ondata di luce penetrante del sole, dovette richiuderli e provare più volte ad abituarli. Cautamente ci riuscì e adesso che vedeva il paesaggio circostante lo smarrì: ‘’Come sono arrivato qui?’’ Si chiese mentre i suoi arti pendolavano inerti nel breve vuoto e gli occhi trasmettevano al suo cervello il deserto sassoso di cui era circondato. La testa gli doleva talmente tanto che fu costretto a massaggiarsela ripetutamente: le fitte non mancarono all’appello, per non parlare del peso che sentiva. Credeva di possedere una palla di piombo al posto del cervello. ‘’Sete’’. Brancolò la sua mente offuscata. Aveva bisogno di bere, almeno avrebbe migliorato la sua condizione. Alzò lo sguardo verso l’alto e capì dov’era. Appeso in un deserto, ovviamente, ma nell’unico albero presente in tutta quella distesa di sassi sbiaditi e bollenti dovuti dalla vicinanza dell’equatore. Sorrise, convinto di aver appena esaurito un miracolo: la vela del paracadute, fortunatamente andata impigliandosi nei rami secchi dell’albero di Acacia, artefici della sua incolumità. La distanza dal suolo è tanto breve che quando tagliò l’imbracatura con la baionetta, cadde per terra ma non ne risentì la caduta. Trovò un borraccia -sicuramente perduta durante l’atterraggio - e bevve avidamente. Si sentì sollevato e se la mise a tracolla. Quale destinazione prendere se non ricorda più nulla? Il paracadutista girò intorno stringendo il tronco secco del legno come se fosse il centro del mondo e una mano sulla testa, sperando di trovare la memoria. Ricordava di trovarsi già da molto tempo nel deserto, ma per fare cosa? Trovò un indizio dall’azzurro cielo, che in quel momento veniva macchiato da un leggero fumo nero che saliva da un punto imperscrutabile. Doveva superare le dune se voleva capire cos’era, e così, con andatura barcollante e dinoccolata iniziò a camminare. Camminò, avanzo cautamente, e in certi tratti in cui il sentiero era troppo sconnesso fu costretto ad aiutarsi con le mani, toccando le ruvide pietre del deserto. Esattamente, ricorda di trovarsi nel deserto aspro d’Abissinia. Passo dopo passo la testa doleva sempre meno, nonostante sia ancora ben lontano dall’esser lucido, ma in fondo l’uomo è consapevole che il suo inconscio ha bisogno di una spinta, se voleva che i suoi ricordi riaffiorassero come i fiori in primavera. Proseguì ancora sotto i raggi scottanti dell’Africa, tanto da sfilarsi la camicia strappata e logorata dall’incidente, per riparare la testa scombussolata. Bevve ancora sino a ridurre il contenuto, quasi completamente. Il fumo gli sembrava più vicino come la sua meta: pezzi di detriti ferrosi erano disseminati nel terreno e seguivano la via della scia nera quasi a evidenziare un sentiero di rottami. <<Sono vicino.>> Constatò speranzoso e sorridente. Superò l’ultima duna e alla sua sommità vide il motivo per cui tanta strada. Il paesaggio adesso gli offriva un ampio campo pianeggiante punteggiato da qualche cespuglio bruciato dal sole e i tipici alberi d’Acacie. ‘’Racconterò ai miei figli come uno di quei alberelli mi abbia salvato la vita. Sempre se ho una moglie e sopratutto una casa’’. Pensò ridendo di se stesso e della sua fortuna sfacciata; ora che prendeva più conoscenze di sé, il carattere spavaldo riprendeva la sua forma d’origine; aveva il brutto vizio di minimizzare i pericoli e gli eventi in corso; intuiva che un uomo imbrogliato dal paracadute potesse venire solo da un aereo precipitato, eppure, tutta quella ferraglia aggrovigliata e fumante non lo scosse nemmeno un pò; incurante dei pericolo del deserto inizio a sorridere. Il sole gli aveva cotto il cervello?Assolutamente no, è il tipico carattere di uno stolto. Digradò dalla sommità fino ad arrivare ai piedi della duna, e poi nei pressi dello schianto: il fuoco non aveva preso tutto, giusto l’incidente ha sfigurato la struttura originale del veicolo: un biplano da caccia con ali sovrapposte, ora spaccate e ridotte a detriti di legno e ferro. Oltre l’aereo, vide la figura di un uomo accasciato al suolo. Quando lo raggiunse smise di sorridere e cercò informazioni: un aviatore con la sua stessa camicia chiara ma ridotta ad un colabrodo. Salvo per lo stemma di una bandiera a strisce verde, bianca e rossa nella manica destra. Rovistò nelle tasche e trovò una mappa, un foglio, e una pistola a tamburo stretta nella rigida mano e priva di vita. Gli occhi erano chiusi e il collo spezzato: nessun arma gli ha stroncato la vita. ‘’Povero uomo, eppure qui è pieno di quei ramoscelli’’ e stavolta rise ad alta voce ignorando il rispetto di fronte alla morte. Cercò informazione nella mappa ma non riuscì ad orientarsi fino a quando non si sedette e spiegò il foglio che aveva l’aviatore. Lesse e ricordò ogni cosa: si chiama Pietro Toselli, aviatore della squadra di ricognizione, partito direttamente da Addis Abeba insieme al compagno Giovanni Egregio, con il compito di perlustrare la regione dello Scioa nel tentativo di stanare i patrioti abissini detti ‘’Arbegnuoc’’ che intralciano fermamente con azioni di guerriglia, l’occupazione italiana nel territorio. Una piccola nota lo catturò particolarmente e lesse ad alta voce: <<’’Si è sparsa la voce che il loro capo sia un bianco di nazionalità non italica. Pelle bianca e ha un abbigliamento da marinaio.’’>> Finì la lettura e sorrise. Alzò lo sguardo verso la sommità della collina e una figura eretta lo fissava. Il sole alle spalle gli dava un aria oscura e timorosa. Pietro sorrise nuovamente, non era tipo da farsi spaventare. Dopotutto è solo un uomo. E quell’uomo, proprio da dove è venuto, lo sta raggiungendo. Pietro, come congelato rimase al suo posto volendo assumere una posizione di superiorità, anche se il suo misero aspetto non corrisponde alla sua aspettativa. Gli rimasero solo le spalle larghe e il petto in fuori. Quando fu a pochi passi da lui, un pensiero gli passò per la mente. Si girò un secondo e notò dei fori di proiettile nella scocca dell’aereo. Ora ha capito completamente le dinamiche dell’incidente. Si sentì un idiota e fiutava un brutto auspicio. <<Buongiorno>> salutò l’uomo con un italiano perfetto. <<B-buongiorno>> salutò a sua volta con sorriso agitato <<è difficile trovare in questo deserto un bianco che padroneggia abilmente la lingua italiana. Situazione assai stramba, non trova?>> Il bianco annuì freddamente e dal taschino della sua camicetta azzurra estrasse un pacchetto di sigarette. Ne accese una e cominciò a fumare. Si tolse il cappello da marinaio e fece un inchino:<<Corto Maltese, lieto di conoscerla.>> Pietro non rispose, estrasse la pistola più velocemente che potè e una volta puntata sparò. O almeno ci provò: pistola scarica e Pietro sbiancò, cessando di sorridere all’istante. Corto Maltese estrasse la propria pistola e disse:<<Signore, avevo intenzione di risparmiarle la vita, ma come vedo, non non se la merita minimamente, nonostante la sua beata fortuna con gli alberi.>> Lo gambizzò e fra il sangue e le grida dell’uomo giro le spalle e se ne andò. Da un cespuglio sbucò un nativo con una sciabola tremendamente affilata. Pietro invocò pietà. Il nero alzò la sciabola e la calò violentemente verso la carne del collo. Come lo avrebbe aiutato adesso un albero di Acacie?
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