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Nightafter

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  1. Nightafter

    La messa - Pt. 2

    La messa - Pt. 2 Al termine di quella passeggiata muta e densa di risentimento, sedettero al dehors della Gelateria Peppino, in piazza Carignano, la meta iniziale della loro uscita pomeridiana. Ordinarono due coppe di gelato in quella storica cremeria, del centro città, situata nella splendida cornice barocca della piazza, in cui si affacciava lo storico palazzo che le aveva donato il nome, nel quale aveva visto la luce Carlo Alberto di Savoia, padre del primo futuro re d'Italia, era rinomata per la qualità delle sue creme e dei sorbetti, proposti in una ricca gamma di gusti e allettanti colori. Le consumarono scambiando risicati frammenti di dialogo: un temporale di risentito nervosismo, incombeva nell'aria luminosa della metà pomeriggio. La ricomparsa di Filippo non aveva fatto che riportare a galla un problema mai risolto, persistente fin dalla nascita del loro rapporto. Quanto era accaduto un'ora prima era solo l'episodio terminale di qualcosa che non funzionava, tra loro, da tempo. Alla base di quel comune scontento c'era il sesso. Ogni amore nasce da una attrazione sentimentale, un'intesa sorretta della condivisione di valori e progetti comuni, nel reciproco scambio di gusti e passioni. Ma è pur vero, soprattutto in una giovane coppia, che esso trovi nutrimento e vigore anche in una appagante intesa fisica. Per dirla con Jacques Brel, ne La Chanson des Vieux Amants: “Bisogna pur che il corpo esulti”. Insomma l'amore platonico era sacro, ma negli anni giovanili, in cui gli ormoni gridano tutta la loro vitale energia biologica, l'amore fisico aveva la sua bella importanza. Questa, purtroppo, a loro mancava, anzi era un vero disastro. In un anno insieme non avevano mai avuto un rapporto intimo completo. Nella, infatti, soffriva di una seria difficoltà nel fare l'amore: era, ahimè, afflitta da una invalidante sindrome di “vaginismo”. La cosa si era evidenziata quando i loro approcci erano andati oltre il petting superficiale. In sostanza si trattava di un disturbo di origine psicologica che generava uno spasmo involontario dei muscoli che circondano l’accesso vaginale. La cosa si ripeteva ogni volta che si cercava di penetrare la vagina con un oggetto o un pene. In talune, anche la sola idea di inserire qualcosa nel sesso, poteva generare lo spasmo: procurando tensione e disagio o anche dolore, giungendo nelle forme più acute a inibire totalmente la penetrazione. Questo gli era accaduto ogni volta che, al culmine della passione, lui aveva provato a introdurre il proprio sesso in quell'invitante giardino di delizie. Tutto funzionava nei preliminari: lui tenero e sensibile, non mancava mai di prodigarsi sulle zone erogene, dedicava intere mezz'ore a soavi e instancabili cunnilingus, praticati a quel tumido nido di voluttà. Quando, all'apice del climax, la parte d'interesse appariva più ricettiva e pronta, tentava un cauto avanzamento verso l' interno: ma un urlo lancinante lo inchiodava, all'istante, su quell'uscio agognato. Inutile ogni paziente nuovo tentativo: vane le fantasiose acrobazie di lingua e labbra, o l'uso della massima prudenza, tutto portava sempre a quell'esito scoraggiante. Andava da sé che, a seguito di quelle infelici débâcles, Marco perdesse, via, via, fiducia nelle proprie capacità amatorie e che la sua autostima ne uscisse profondamente frustrata. Inevitabile che, a fronte di quei ripetuti rifiuti, il vigore della sua virilità si ritirasse umiliata e depressa, subendo penosi cali di rigidità. Sulle prime, lui si era anche chiesto se, parte del problema, non traesse origine dalla dimensione del proprio pene: in verità non straordinaria, ma sicuramente dignitosa. Nella lo rassicurò: - No amore, tu non hai colpe, tranquillo, non è per quello. Il ragazzo col quale ho perso la verginità e anche Filly, lo avevano tutt'altro che piccolo. Infatti quando mi penetravano mi pareva di essere sventrata. - Lui rabbrividiva nel sentire quelle cose. - Ma, scusa amore. Vuoi dirmi che, nonostante i tuoi lamenti, non si fermavano come faccio io? - Lei assumeva un'espressione contrita: - No amore, purtroppo no. Tu sei una persona sensibile e generosa. Per questo io ti amo tanto. Loro non avevano nessuna comprensione, lo facevano senza riguardi. Pensavano solo al loro piacere nonostante i miei gemiti. - Nell'udire quelle cose Marco era preso da una rabbia cieca. Pensare a lei sofferente, mentre subiva le voglie di quelle bestie, gli procurava la nausea. Avrebbero meritato la castrazione. Non quella chimica indolore, ma quella chirurgica, da praticargli senza anestesia, con l'ausilio di una cesoia da giardinaggio. Un colpo secco e zac! Poi, gli orpelli mozzati, raccolti in un sacchetto di plastica, quelli usati per impacchettare le frattaglie del pollo. Quei pensieri gli riempivano la mente di propositi feroci, come una vertigine di odio che gli oscurava la vista. Allora stringeva Nella al suo petto, con un abbraccio tenero e protettivo, con l'anima colma di commozione e la ferrea volontà di prendersi cura di lei, difendendola dalle brutture del mondo. - Povero amore mio, quanto devi aver sofferto - le diceva con la voce vibrante di pena – Ma ora ci sono io, che voglio solo la tua felicità. Vedrai che insieme supereremo questo scoglio e faremo l'amore in modo bellissimo. - Lei ricambiava quell'abbraccio con uguale intensità. - Lo so amore, con te mi sento sicura. Poi baci così bene là sotto che, se anche non dovessimo mai riuscire a scopare in modo completo, io mi contenterei, senza chiedere altro. - Sentimenti ed emozioni si affollavano nelle loro anima tormentate, donando a entrambi momenti di spiritualità esaltanti, Ovviamente, a mente fredda e senza ammetterlo, in cuor suo scongiurava quella soluzione riduttiva, non perché fosse restio alla pratica del bacio intimo, che, anzi, era una di quelle maggiormente amate, ma onestamente nutriva speranze più favorevoli e confortanti. Amava Nella e la comprensione gli veniva spontanea: non aveva fretta, essendo il vaginismo un disturbo psicologico, si sarebbe trattato di portare pazienza, di farla sentire amata e rassicurata, al punto da allentare ogni sua tensione inconscia. L'amore li avrebbe aiutati a superare quell'ostacolo, erano giovani: lui aveva diciotto anni e lei uno in meno, tutto il futuro era loro, avrebbe atteso i suoi tempi, fiducioso di una totale guarigione. Certo era che la strada non appariva breve né agevole da percorrere. Dopo alcuni mesi di quel percorso non si percepiva ancora un minimo miglioramento: la notte iniziava ad avere il sonno animato da incubi angosciosi. Talvolta sognava d'essere in procinto di fare l'amore, ma al momento della penetrazione scopriva che il pube di lei era liscio e glabro come quella di una bambola Barbie, o peggio; che lei fosse aperta e disponibile, eccitata come mai l'aveva veduta e che lo attirasse invitante: -Vieni amore. Guarda come è bella: umida e pronta, non mi fa più male. Senti come sono morbida e calda. Dammi il tuo cetriolino, fammi vedere quanto mi desideri. - Il sogno era di un erotismo incandescente. A quel punto lui acceso come un Bonobo in estro, cercava di prenderla prima che quella potente erezione svanisse. Ma nel momento di mettere mano al sesso, scopriva, atterrito, che il proprio inguine era quello di Ken, l'eunuco compagno di Barbie. La situazione era pesante, poiché veniva aggravata anche da un ulteriore motivo di disagio. Certe mattine, avendo Marco la casa libera, poiché i suoi erano fuori per lavoro fino al tardo pomeriggio, tagliavano entrambi da scuola. Allora lei andava a casa di lui nella prima mattina, si infilavano insieme nel letto della sua cameretta a fare del sesso fino alle dodici, poi lei si rivestiva e tornava a casa sua, come se fosse stata regolarmente a lezione. (Continua)
  2. Nightafter

    La stazione

    Ciao @Niccolo' Altini è la prima volta che ti leggo e devo dire che son felice di averlo fatto con questo racconto. Premetto che essendo poco dotato nello scrivere, lo sono maggiormente nei dialogho diretti tra personaggi. Ho poca fantasia, quindi cerco di cavarmela con racconti che prevedano una estrema economia di dialoghi. Leggere un intero racconto costruito su un dialogo, quindi perfettamente adattabile a una pièce teatrale, mi suscita una profonda ammirazione e anche una buona dose d'invidia. Tutta questo racconto è una rappresentazione teatrale nella trasposizione scenografica: nell'ambientazione, nei particolari d'arredo e negli oggetti di scena. Perfino nelle luci e nella temperatura che si percepisce lasciandosi trasportare dalla visione mentale di ciò che si legge. Nel leggerlo mi hai portato alla mente due autori che amo molto: Baricco e Camus. Di loro due avrebbe potuto essere un racconto e una storia così: il cinismo nichilista di Camus, con la negazione della speranza è l'unica presa di coscienza concessa all'uomo è di accettare l' "assurdo" dell'esistenza. L'uomo del racconto ci appare cinico, di un cinismo della disperazione, che lo rende impermeabile ai sentimenti a alle lacrime di questa donna che lo ama più della sua stessa vita. E' una figura emblematica, un violento capace di forti passioni, addiritura di uccidere con barbarie un altro uomo. Non sappiamo nulla di lui, forse è un avventuriero, un trafficante in affari sporchi internazionali, il riferimento al russo assassinato, ci porta a pensare che il morto appartenga alla Solncevskaja bratva, ovvero un affiliato alla mafia russa, o sia comunque un altro genere di criminale che abbia avuto qualche affare finito male col personaggio. Un personaggio tormentato, un eroe negativo, maledetto, come certi personaggi del filone hard boiled americano. Lui potrebbe avere la faccia di Humphrey Bogart in un film in biancoe nero, di un Alain Delon nei panni di un malvivente marsigliese, o di Al Pacino in "Scarface". Poi c'è questa donna con l'dentico nome dell'hotel in cui hanno convissuto occupando una camera per tregiorni, la stessa camera in cui è avvenuto il dramma. Ci fa pensare che occupassero la camera, appunto solo di passggio in attesa del russo con cui avevano un appuntamento. Che in funzione del buon risultato di quell'incontro, la loro vita futura sarebbe stata diversa, forse sarebbero partiti insieme verso una storia e un luogo nel quale essere felici insieme. Ma qualcosa è andato storto, un intoppo drammatico che ha arrestato la vita del russo e i loro sogni di futuro. Tutto è avvenito troppo velocemente, il tempo si sta chidendo come una tagliola sulla loro storia d'amore. Un amore smisurato di lei, disposta a tutto pur di non perderlo, ma inutile nelle sue invocazioni e lacrime a far mutare d'intento la decisione ormai presa dall'uomo. Forse la amata, sicuramente non di un amore totalizzante come il suo, forse è il suo modo di amarla, lasciarla per tenerla lontana da un guaio maggiore. Forse per la sua natura non è in grado di amare in maniera diversa. A lei non restano che le lacrime, il rimpianto per ciò che avrebbe potuto fare per trattenerlo e la disperazione del suo mondo che crolla. Il racconto per la sua ambientazione surreale, il tenore dei dialoghi e la forza espressiva dei personaggi e soprattutto per l'evocazione avventurosa che suggerisce al lettore, mi ha rammentato il clima che si respira in Baricco, di "Tre volte all'alba", un' opera che ho amato molto, quindi direi che hai di che essere decisamente soddisfatto. Ottimo inoltre il clima incalzante che pervade e crea tensione lungo tutto il racconto. Non facile ottenerlo con dei dialoghi, sei stato assain bravo. Mi riprometto di iniziare a leggere altre cose tue, poiché son certo che ne valga la pena. Un saluto.
  3. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    Grazei del passaggio di lettura @Floriana In effetti era da un po' che non ci si incrociava qui sopra e mi fa piacere rileggerti. Il titolo del racconto diventerà comprensibile nelle due prossime puntate, poi mi dira se è pertinente. Per un "quarto di manzo" figurativamente si intende uno molto fisicato, in altre parole: grande e grosso. Nella fattispecie il nostro Filippo era solo alto, uno di quei fisici secchi e slanciati che andavano di moda negli anni '70, grosso modo il periodo in cui è ambiantato ilracconto. Pertantanto non essendo particolarmente "fisicato", Marco non temeva un eventuale confronto fisico con lui, se la cosa fosse trascesa. Ti ringrazio per gli apprezzamenti di alcune parti del racconto e per i commenti che sono come sempre graditi. Ciao Flo, un abbraccio e alla prossima :))
  4. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    Grazie di avermi letto e della pazienza nel commentarmi. Sui refusi di testo ormai ci ho messo una pietra sopra, poiché per quanto rilegga un mio testo, immancabilmente poi ne scopro sempre una quantità che sono sfuggiti al controllo, a questo punto li decido di considerarli una mia cifra stilistica. Per il contenuto, vediamo nel proseguo se riusciamo a contenere il numero dei clichés presenti e delle forzature per far ridere il lettore. Non ho putroppo letto "tre metri sopra il cielo", è una mia lacuna, forse anche un po' snobbistica, ma Moccia e Volo non sono mai entrati nel parco delle mie letture. Me ne pento, perché sicuramente avranno, più di altri, molto da insegnarmi. Farò tesoro delle tue indicazioni e nel ringraziarti nuovamente ti porgo un saluto. A presto rileggerti.
  5. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    Noto con piacere, che da quando questo racconto (prima stesura) è stato, su mia richiesta, eliminato. E' cresciuto il numero dei suoi lettori. Credo di poterne ricavare un insegnamento. Ahahahahaahah!!!
  6. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    La messa - Pt. 1 Stavano insieme da un anno lui e Nella, ma erano tre settimane che non si vedevano: avevano litigato. La discussione era nata da un incontro casuale, avvenuto nel pomeriggio di tre settimane prima. Passeggiavano lungo la via Genova quando, una vecchia Fiat 124 Spider, rossa, col tettuccio scapottato, si affiancò con una brusca frenata al loro tratto di marciapiede, facendoli voltare di scatto. - Ma che cazzo! - esclamò Marco, mentre Nella ebbe un sussulto per lo sconcerto. Dalla macchina saltò giù un giovane iper lampadato e dal capello “cofanato” che gli si parò davanti. - Ciao Nella, come ti va? - esordì con un sorriso nei denti ma non nello sguardo: occhi chiari e vacui, da rettile. - Ciao! Chi si rivede. Io bene, e tu? - Tutto avvenne in maniera fulminea: gli parve di leggere un lampo di sorpresa gradita, negli occhi di lei. Lui, rimasto un passo indietro da loro, si domandò chi mai fosse questo, che pareva uscito fresco da una ballera? Vestiva un doppiopetto spezzato nero, scarpe a punta color becco d'oca e una cravatta col nodo spesso come un pugno. Il lampadato proseguì con fare gioviale: - Bene anch'io, grazie. E' un da un po' che non ci si sente. Pensavo giusto di chiamarti uno di questi giorni. - - Ah Beh! Se abbiamo smesso di sentirci dovresti ricordarne la ragione. - rispose lei con una punta di sarcasmo. L'altro oppose una risatina, eludendo la frecciata e scostò, vezzosamente, il ciuffo ribelle sceso sulla fronte. - Hai ragione. - Ammise - Troppe cose da fare, sempre dietro al lavoro. Così il tempo vola. Ma anche tu potevi farti viva, il mio numero lo hai sempre, no? - Nella sorrise, con l'aria soddisfatta di chi sta ricevendo un utile atout: - Per la verità, Filippo, fosti tu a decidere di non sentirci più, ricordi? Avevi bisogno di tempo per capire la tue priorità. Dicesti che mi avresti chiamata al termine della ricerca. Poiché sei scomparso, ho cancellato il tuo numero. - Da quelle parole, lui comprese che quella specie di gagà, era il famoso Filippo: quindi si trattava dell'ex ragazzo di Nella. Filippo. Quello che lei chiamava amenamente: “il merda”. Quello dei pompini in macchina. Ovvero lo stronzo che l'aveva mollata poco prima che loro si mettessero insieme. Il tipo portava un'acconciatura sul genere “Mal dei Primitives”: una foggia ridicola, vecchia di un decennio. Gingillava, nervosamente, le chiavi dell'auto passandole da una mano all'altra. - Sai com'è, avevo bisogno di un momento per focalizzare. - Nella sollevò un sopracciglio beffardo: - Alla faccia del “momento”, sono trascorsi sei mesi filati di silenzio. - L'altro, stretto all'angolo, sviò dal discorso: - A proposito, come va la scuola, tutto bene? Non ricordo se hai la maturità quest'anno o quello prossimo? - - La scuola va bene, grazie. Tranquillo, la maturità è l'anno venturo. - - Ah! Bene, sono contento. Sei sempre stata brava con lo studio. - Comunque - riprese - Dicevo che ormai basta col passato: lasciamocelo alle spalle. - Poi con un sorriso, viscido come bava di lumaca, aggiunse: - Dovremmo tornare a sentirci. In fondo abbiamo avuto dei bei momenti ed è un peccato non restare amici. - Nella sistemò il cerchietto fermacapelli, di velluto blu, sulla fronte: - Solo amici si può restare. Anche se certe cose non si cancellano.- c'era una nota risentita nelle sue parole. Lui, imperterrito, proseguì diretto su quello che era l'obiettivo di quella chiacchierata: - Anzi, pensavo che appena ho un attimo ti chiamo e parliamo un po' davanti a un caffè, se ti va? - - Un caffè in amicizia può starci, non è un problema. - Condiscese lei, conciliante. Marco che fino a quel momento si era tenuto pazientemente fuori dalla conversazione, risentito dal ruolo di terzo incomodo in quella reunion di due ex fiamme, sbotto tagliente: - Ma certo! Perché poi limitarsi solo a un caffè? Si potrebbe pensare a una cenetta romantica, celebrata in memoria dei bei tempi. - L'azzimato Filippo che, dall'inizio della conversazione, forse per la sua giovane età non l'aveva degnato di alcuna attenzione, fu costretto a considerarne la presenza. - No, Certo che no. Non esageriamo. - Fece un sorriso sforzato quanto un'ernia. - Sarà un piacere offrirlo a tutti e due. Se ti vorrai unire a noi. - - Grazie, ma di caffè ne prendo pochi perché sono nervoso di natura. E quei pochi unicamente con chi scelgo, inoltre sono io ad offrire. - L'altro era più alto di lui di una decina di centimetri, ma fisicamente era tutt'altro che un quarto di manzo: Marco gli piantò frontalmente lo sguardo negli occhi, a muso duro. Stava pronto, con i pugni sprofondati nelle tasche dei jeans e la schiena tesa come un arco prossimo a scoccare la freccia: calò un silenzio pesante mentre si studiavano pesando il reciproco tasso di testosterone. Sembrava una scena di duello da film western. Nella al centro di quella tensione, cercò di allentarla passando alle presentazioni: - Filippo: lui è Marco il mio nuovo ragazzo. Marco: lui è Filippo. Il mio ex, di cui ti avevo già parlato. - Lui annuì col capo - Sì. L'avevo capito. Chi non muore si rivede. A volte tornano, infatti. - - Ah? Piacere. - Disse l'altro, senza cordialità, infatti non gli porse la mano. Marco girò sui tacchi mostrando le spalle. Era seriamente incazzato: “- Insomma! - pensò - “Questo l'aveva mollata: dopo più di un anno, riappariva con quell'effetto da film americano di terza categoria. Approcciava la sua ragazza per strada, menzionava di bei momenti trascorsi insieme, poi la invitava a un tête-à-tête, con la scusa del caffè. Il tutto come se lui fosse invisibile. - Ma chi cazzo pensava d'essere 'sto pezzo d'idiota, con quella macchina da pappone? -” Decise di chiudere l'episodio prima di dire o fare qualcosa di poco civile. - Allora, Nella: che si fa, andiamo? Che viene tardi. - - Si, amore. Andiamo. - Si voltò verso il suo “ex” - Ciao Filippo, mi ha fatto piacere rivederti. - Arrivederci Nella. Stammi bene. Ci sentiamo per il caffè, ci conto. - Lei fece assentì col capo e gli tese la mano. Lui la strinse e le stampò un bacio fugace sulla guancia. Poi con un gesto da pellicola anni '60, senza aprire la portiera, saltò all'interno della 124. Avviò il motore e ripartì facendo stridere i pneumatici sull'asfalto. Due veicoli che sopraggiungevano inchiodarono bruscamente, per evitare di montargli in braccio. “Che tamarro!” Pensò lui, mimando di sputare il suo disprezzo al suolo. Lei abbassò gli occhi, gli prese la mano e sorrise: - Dai è fatto così, ma non è cattivo: gli piace sempre di fare scena. E' solo un bambinone.- Bambinone sto cazzo! Quello ha trent'anni! - Rispose acido. Lei rise di gusto. - Amore. Ma non è che mi diventi geloso di Filly? Non scherzare, su. - Gli era rimasto in gobba anche il bacio finale sulla guancia. Non gli andava che lei non avesse rifiutato la proposta del caffè. Bastava quello a farglielo sentire simpatico come una scartavetrata ai testicoli - Non sono geloso! Ma quello è un buffone. Già mi stava sulle palle per quanto mi avevi raccontato di lui. Ora che l'ho conosciuto, mi 'sta ancora più sul culo. - - Ma che sarà mai? Non fare lo sciocco. Prenderci un caffè: che c'è di male. Mica ci finisco a letto per questo? - - Ci mancherebbe, con quello che ti ha fatto! Ti sei già scordata del perché ti ha scaricata? - - No. Non l'ho certo dimenticato e sai bene quanto ci sia stata male. E' inutile che me lo ricordi. - - Ah! Meglio così! Sembrava fosse bastato l'invito al caffè a farti perdere la memoria. - - Non ho cose belle, su di lui, da ricordare e lo sai bene !- Anche lei si stava alterando. - E' evidente, invece, che lui ricordi il tutto con nostalgia. - Replicò lui con cattiveria. Lei non rispose, voltò la testa verso le vetrine dei negozi, chiudendosi in un silenzio offeso e imbronciato. Aveva esagerato. L'ultima battuta era stata perfidia gratuita. Ma il danno, per il resto del pomeriggio, era ormai fatto. Proseguirono senza tenersi per mano, fingendo interesse per traffico e negozi sul cammino, silenziosi e distanti nei loro pensieri scuri. (Continua)
  7. Nightafter

    [MI 135] L'ultimo uomo

    Ciao@Befana Profana Ci deve essere un qualche segno recondito, se ultimamente ci troviamo entrambi a commentare un racconto dell'altro che ha come tema il "sogno". Bello e ovviamente ben scritto questo tuo: "L'ultimo uomo". Affascinante e terrificante calarsi nella mente dell'ultimo sopravvissuto al mondo. Nel racconto si respira l'angoscia di chi è cosciente di vivere il dramma del termine inevitabie, della propria storia personale, amplificata dalla coscienza di rappresentare al contempo il termine dell'intera umanità rimasta. Pensando al momento storico che stiamo vivendo in questi giorni, ci nasce più di una riflessione e anche qualche sconveniente gesto scaramantico. Il racconto è strettamente intimista. L' occhio narrante si concentra unicamente nel descriverci le sensazioni oniriche e reali del personaggio. Del resto nella situazione poco allegra che vive, sarebbe assai difficile che la sua attenzione non fosse prevalentemente rivolta a guardare nello specchio dei propri ricordi e dei percorsi interiori della propria anima. Non sappiamo quale catastrofe abbia colpito il mondo e l'intera umanità: forse un disastro atomico, con diffusione globale di radiazioni letali per la vita, oppure un virus più letale e feroce di quello che abbiamo imparato (ahimè) a conoscere in queste settimane. L'interrogativo resterà irrisolto, così come la ragione che ha concesso a questo "ultimo uomo" di restare in vita a raccontare l'ultimo tempo di vita della sua specie. E' singolare pensare che nella storia della "creazione", sia esistito un "primo uomo" nato nel sestogiorno della Genesi, che unito a una donna, abbia popolato la terra. Mentre in questa fantasiosa ipotesi di fine del mondo, l'unica donna importante per il personaggio è una donna amata nella sua giovinezza (forse adolescenza) verso la quale nutre ancora sentimenti di rimorso per non averla amata abbastanza, anzi addirittura ferita, in virtù di quella giovanile cinica superbia, nella quale ci si sente in qualche misura "eterni". Nell'angoscia esistenziale l'uomo conduce una vita vuota e priva di significato. E' ancora vivo biologicamente, ma in sostanza è già il fastasma della sua stessa esistenza. La sua vita reale si concretizza in una attività minimale, fatta di gesti ripetitivi, privi di interesse, finalizzati alla sola sopravvivenza. La sua vera vita è ormai quella onirica, dove rivive e ripete situazioni, gesti e ambienti appartenuti alla sua vita passata. E' la fuga rassicurante della mente dall'angoscia di un futuro che non c'è. Si recupera il passato, con la necessità di rendelo, sogno dopo sogno, più accettabile, con delle operazioni di make-up onirico, in una ricerca di salvezza dagli errori e dalle stonature delle realtà. Tra le altre cose, mi hai riportato alla mente, a proposito di questo tema della ripetizione continua della realtà, un vecchio film: "È già ieri" di Giulio Manfredonia, con Antonio Albanese come protagonista. Dove un uomo si risveglia ogni mattina per ricominciare a rivivere, in ognidettaglio, la sua giornata precedente, in un loop, senza soluzione di continuità. Quante volte ognuno di noi, ripensando a certe cose del proprio passato, sogna ad occhi aperti di poterne modificare parti ed esiti che non ci sono grati. In questo, benchè non condannati a fine certa e imminente, assomigliamo tutti un po' al tuo personaggio. Grazie della stimolante lettura, complimenti e un abbraccio.
  8. Nightafter

    [MI 134] - Amiche forever

    Ciao @Kikki Quanta freschezza in questo racconto. Lindo e profumato come un mattino di primavera. Abbiamo bisogno di racconti che smuovono la tenerezza, che ci cullino un po', facendoci tornare alle trepidazioni dell'infanzia che si affaccia alla pubertà e quindi alla futura vita da "grandi". Io che non so scrivere storie di sentimenti semplici e luminosi, guardo con invidia la tua capacità e mi amareggio della mia innocenza perduta, nella scelta scabrosa dei temi e nella carenza ireparabile di grammatica. Complimenti e un abbraccio.
  9. Nightafter

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Grazie mille
  10. Nightafter

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Salve a tutti e felice domenica. Cortesemente, poiché ho deciso di aggiornarlo, chiedo la cancellazione del mio racconto: Peovvederò a ripostarlo con le nuove variazioni al più presto. Scusate il disturbo.
  11. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    Cancellato su richiesta dell'utente
  12. Nightafter

    [MI 134] Il perditempo

    Ciao @Ton Mi piace come scrivi. Sei nitido ed essenziale anche nella descrizione di stati d'animo ed elocubrazioni interiori di una certa difficoltà di resa. Possiedi una capacità descrittiva che sa entrare con efficacia nel dettaglio, senza però mai divenire pedante o inutilmente ridondante. Trovo poi originale il racconto che hai creato, poichè prende in esame un ipotesi di rapporto tra paziente e analista, che esula dalle consuete e un po' abusate tematiche presenti in racconti che trattino il tema della seduta psiconalitica. L'oggetto patologico che conduce questo giovane e strampalato paziente a un consulto con lo psichiatra, è particolarmente inusuale e vieppiù surreale. Fantasioso al punto da risultare credibile: chi più di uno che sia convinto di rubarti il tempo (allegoria della vita) avrebbe bisogno di un supporto psicoterapeutico? Ciò che coinvolge il lettore è giustamente l'altro significato allegorico di questo furto. Abbiamo un luogo: uno studio di terapeuta che nella sua povertà di spazio, e nella qualità ordinaria della clientela, rispecchia la stessa insoddisfacente condizione esistenziale del medico che lo gestisce. La psichiatra è la prima ad avere un problema con la propria esistenza: con i sogni disattesi, con le insodisfazioni di una ruotine quaotidiana che non offre altro che la rituale ripetitività dei gesti e delle parole. Ecco che l'incontro con un "ladro di tempo" e di vita, diviene interessante, nuovo, in qualche modo "vitale", per chi non ha un tempo e una vita che possano avere un valore da giustificarne il furto. Questo "vecchio"_giovane, ci appare maggiormente come vittima che come autore senziente di un furto. Ci porta alla mente il raffronto con quelle figure che in psicologia vengono indicate come vampiri emotivi, vampiri psichici o vampiri energetici. "Si tratta di persone disturbate e ossessionate dalla vita degli altri, si intromettono nella esistenza di persone che precedentemente erano totalmente estranei investendoli come un fiume in piena e vivendo nell’ombra di questi ultimi come se fossero dei parassiti che assorbono energia, tempo e disponibilità. Non perché hanno realmente bisogno di aiuto ma semplicemente perché non sono in grado di vivere per se stessi, da soli, non sono capaci di gestire la loro esistenza ed il loro futuro o di avere una vita soddisfacente, produttiva, per tale motivo entrano nella vita degli altri sperando di costruirne una simbiotica. Le persone vittime sono nella maggior parte dei casi delle persone buone, disponibili, estremamente generose, sempre disposte all’aiuto, all’accoglienza e all’accudimento del prossimo, si preoccupano degli altri e si fanno in quattro per sostenerli e risolvere i loro problemi. Ma l’aiuto non è mai abbastanza per tali persone, la disponibilità diventa assillante ed il vampiro emotivo entra nella vostra vita in maniera ossessiva ed asfissiante. Il vampirismo energetico è strettamente correlato al meccanismo della manipolazione mentale: il vampiro utilizza spesso la strategia della manipolazione per sottomettere a livello psicologico la sua vittima." Ma il tuo personaggio non appare dotato di questa volontà "malata" di dominio, è piuttosto vittima stessa della propria mancanza di energia e vita, a causa della quale genera una sorta di "buco nero cosmico", che attrae verso il suo centro l'energia, la vita, ovvero il tempo di chi gli sta intorno. Racconto interessante e profondo. Scritto con mano felice e capace. Complimenti, ciao a presto rileggerti.
  13. Nightafter

    L'incontro - Pt.1

    Grazie @'Till the end troppo buono
  14. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt. 5

    Crisi di Civiltà – Pt. 5 Compiuta la missione di sopprimere il soggetto prescelto, gli OCD informavano la sede centrale, a cui inviavano i moduli firmati per il consenso alla sua esecuzione. A seguire giungeva sul posto una squadra del “Terminal Cleaning Team”: figure a metà tra il beccamorto e l'avvoltoio. Questi si occupavano della logistica: in sostanza prelevare il cadavere e nel caso non avesse congiunti, rilevare tutto ciò che gli era appartenuto in vita. Il corpo veniva destinato agli inceneritori territoriali per la cremazione. Questo risolveva il problema delle esequie, semplificando la gestione cimiteriale urbana. Le abitazioni venivano svuotate e se in buono stato poste in vendita, altrimenti rase al suolo. Le suppellettili erano destinate ai centri regionali per il riciclo dei materiali. Non mancava, all'occasione, lo sciacallaggio: denaro e beni di valore che si spartivano tra loro come bottino. Lo Stato e i suoi apparati, come esisteva all'inizio del nuovo millennio era un ricordo Una casta di burocrati si occupava ancora di servizi minimali diretti alla collettività, il resto era affidato a strutture private in continua competizione per aggiudicarsele: in sostanza una lotta tra bande, per contendersi lucrose attività che un tempo rientravano nella funzioni statali. Una ristretta oligarchica di appartenenti alle “Brigate di difesa Etnica” costituiva il “Comitato di Salute Nazionale”, all'interno del quale si esercitava il residuo potere di quel simulacro di governo. Lui non era innocente, conosceva la violenza, o meglio l'aveva conosciuta e praticata molto tempo prima di aver iniziato a impedire agli OCD di eliminarlo. Al termine del Liceo le condizioni economiche della famiglia non gli avevano permesso di iscriversi all' Università, Laura più fortunata e aveva potuto farlo nella facoltà di Medicina. Non era però riuscita a laurearsi: i suoi erano deceduti in un incidente e lei, priva di sostegno economico si era ritirata al quarto anno. Già quegli anni erano difficili: le ripetute crisi economiche avevano stremato il sistema produttivo, la mancanza di lavoro lasciava sul lastrico interi comparti della popolazione. Trovare lavoro per un giovane privo d'esperienza e specializzazione, divenne un sogno irrealizzabile. L'unico sogno della sua vita era di poterla vivere con Laura. Dopo inutili tentativi di trovare impiego, ai diciotto anni si arruolò nell'esercito, all'ora ve ne era ancora uno regolare. Dopo il corso per sottufficiali, chiese di entrare nelle “Forze Speciali”. Un corpo scelto, con capacità di agire e combattere in tutti gli scenari operativi e di effettuare incursioni mirate nelle linee nemiche. In cinque anni di fermo, ebbe l'esperienza d'essere impiegato sul campo in diverse zone turbolente d'Africa e del Medioriente: conobbe la guerra. Aveva bisogno di fare soldi in fretta e l'esercito pagava bene quel lavoro sgradevole, quando ritenne di aver accumulato quanto gli occorreva per il suo progetto di vita si congedò dalle armi. Ne avevo vista e praticata di violenza, da sentirne impregnata la pelle. Quando si fissava nelle narici e nella mente l'odore del sangue e della carne d'uomo bruciata, non c'era brusca che te la scrostasse. Al fine acquistò la casa colonica dove vivere con lei, cercando di cancellare l'orrore di ciò che avevo fatto e visto fare. La casa col suo modesto appezzamento di terra divenne un'isola tra la desolazione del mondo, un minuscolo baluardo, dove cullare la voglia di sentirsi ancora umani. Presero da un conoscente, una grossa palla di morbido pelo dorato di due mesi di vita, apparteneva a una cucciolata di Golden Retriever, era tenero come un peluche, un cucciolo stupendo. Lui avrebbe voluto chiamarlo Leon, perché sembrava un piccolo di leone, lei volle chiamarlo Mirtillo. Non ci fu maniera di dissuaderla, benché fosse prevedibile che, intorno ai due anni di età, per un bestione di quasi quaranta chili e un'altezza di sessanta centimetri, quel nome risultasse a dir poco singolare. Crebbe affettuoso, mansueto e giocherellone, divenendo un esemplare da campione. Un tenero cucciolone con loro, ma una belva temibile per chiunque varcasse la recinzione della fattoria senza essere gradito. Quando condusse a casa i due bimbi, trovati nella capanna degli attrezzi, Laura si trasformò, lasciando emergere in quella situazione tragica la sua vocazione materna inespressa. Li nutrì, ripulì e medicò con una cura premurosa: una chioccia con i propri pulcini, non avrebbe fatto di meglio. Gli studi di Medicina, benché incompleti, si mostrarono provvidenziali. Visitò i bimbi da capo a piedi, accertò dolorosamente che non gli era stata mozzata solo la lingua, ma anche lese le loro corde vocali: era questo a renderli praticamente muti. Con sollievo verificò che, oltre alla mutilazione subita, non presentassero serie patologie. Vi era solo uno diffuso stato di malnutrizione e le tracce fisiche dello stress subito dall'aver vissuto per strada, con l'angoscia d'essere braccati. Con un'intesa di segni scoprirono che la bimba aveva otto anni, come lui aveva supposto nel trovarli, mentre il bambino ne aveva dieci, pur per la minuta conformazione ne mostrasse qualcuno meno. La domanda allo scempio sui loro corpi aveva una sola atroce risposta: erano stati straziati in quella maniera crudele per destinali al mercato sessuale dei pedofili. Criminali pervertiti, pagavano bene la carne fresca di quell'età, ma sentirne urla e pianti nell'abusarli li infastidiva: la mutilazione aveva eliminato il problema. Era probabile che i ragazzini fossero orfani, salvati dal massacro dei propri famigliari, durante uno dei progrom sanguinosi, per essere avviati a quel nuovo orrore. Per qualche sconosciuta opportunità erano riusciti a sfuggire ai propri aguzzini e si erano eclissati per la campagna. Difficile capire come fossero riusciti a sostenersi per tutto quel tempo, forse mendicando o rubando frutta dagli alberi in qualche podere, in fine nel loro girovagare nascosto avevano trovato riparo, dalla notte di pioggia, in quel capanno. Lui nelle prime settimane scese diverse volte al paese vicino per fare provviste, cercare farmaci e acquistare il vestiario necessario da sostituire agli stracci che portavano addosso. I negozianti nel servirlo lo guardavano strano, lo conoscevano di vista, sapevano dove viveva e quanto fosse schivo a cercare cose in paese: si contavano in una mano le volte che lo avevano visto comparire nelle loro botteghe. Dopo due mesi con loro, di bimbi avevano ripreso l'aspetto sano e normale, la piccola si era particolarmente affezionata a Laura, la seguiva come un'ombra in ogni spostament0 che compiva nei suoi lavori domestici, commuoveva intuire la carenza d'affetto che affliggeva i due infelici. Lui armato di sega, martello e legno, gli costruì un piccolo carretto munito di piccole ruote ricavate da vecchi cuscinetti metallici, a turno ci montavano sopra e spingendolo, facevano lunghe scorribande sull'aia davanti alla casa. Non avevano più negli sguardi quella luce di animali in fuga. Mirtillo gli saltava intorno strepitante di brio, gli piaceva unirsi ai loro giochi, la sua razza era tra quelle più indicate per la compagnia dei bambini. Procurava pena vederli intenti in quella infantile allegria e constatare che l'unica voce proveniente da quei giochi fosse il latrare festoso del cane: senza di essa sarebbe parso di assistere alla scena di un film muto. Giocavano all'apparenza spensierati e sereni, anche se per mesi continuarono a sobbalzare ad ogni rumore proveniente dall'esterno alla casa. Furono nell'insieme mesi lieti, era giunta l'estate a scaldare e dare colore alle cose, la sera cenavano nel patio: le zanzare non davano tregua, stavano immersi nei fumi degli zampironi alla citronella, nell'inutile tentativo di tenerle lontane. In quelle sere, lui guardava il viso di Laura rispecchiare la serenità e la dolcezza che con quei bambini era scesa sulle loro vite, per la prima volta sentiva di avere una vera famiglia, provava qualcosa di molto simile alla felicità. (Continua)
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