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Nightafter

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    Leggere e qualche volta scrivere

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  1. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.4

    --> "alla loro esistenza" Sorry.
  2. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.4

    Crisi di Civiltà - Pt.4 Visi cerei e labbra livide di freddo, due piccoli spettri pallidi usciti da un sepolcro: un tremito gli scuoteva le membra, l'essere stati scoperti li aveva gettati in un abisso di sgomento, si stringevano l'un l'altra cercando rifugio nel contatto dei corpi minuti. Per un lungo momento lui restò impietrito e muto per la sorpresa: domande si rincorrevano nella mente in un brullichio frenetico di formicaio in fiamme. Chi erano, da dove venivano, da quanto stavano in quel capanno, perché da soli? Erano interrogativi inquietanti, ma non era quello il momento di cercare risposte, lo stato di sofferenza e abbandono dei bambini era evidente. Sui volti, insieme alla paura, si stendevano ombre scure di un sudiciume vecchio di settimane, vestivano indumenti miseri e consunti, erano magri con occhiaie scure intorno agli occhi febbricitanti. Quale fosse la ragione del perché fossero lì, l'unica urgenza era di condurli al riparo da quel freddo e quell'umido, avevano necessità di un bagno caldo e di qualcosa da mettere nello stomaco. Si fece più vicino e si calò in ginocchiò, cercò fra i muscoli facciali qualcosa di simile a un sorriso, pensò che potesse essere utile, tese le mani invitandoli ad avvicinarsi: i bambini si ritrasserò arretrando con uno scatto, spalancarono le bocche in un urlo muto, un gorgoglio soffocato uscì dalle loro gole. Fu allora che lui comprese con orrore che gli avevano mozzato le lingue. Dopo l'abolizione della spesa sociale e pensionistica, restava poco da tagliare per sanare il dissesto finanziario del Paese, a qualcuno venne un'idea folle, così inverosimile da essere presa sul serio e attuata radicalmente: l'eliminazione fisica della parte di popolazione improduttiva. Fu fatta la lista delle voci che più negativamente incidevano sui bilanci: i malati cronici e terminali senza sostentamento autonomo, i dementi, i disabili e infine gli anziani, considerati parassiti inutili, pietre al collo della società. Per la categoria degli infermi e dei vecchi, il problema riguardava unicamente le classi meno abbienti, chi era dotato di solidi patrimoni, poteva continuare a ritenersi sano e giovane fino all'ultimo secondo di vita. I più fortunati e dai fisici forti, scampando agli stenti e alle malattie, potevano giungere al sessantesimo anno d'età, a quella scadenza potevano attendersi, ogni giorno, di ricevere la visita degli "OCD": gli “Operatori di Controllo Demografico”, che avrebbero messo termine alla sua esistenza. Il progresso alla fine del nuovo secolo, si caratterizzava per una totale perdita dei fondamentali valori morali: la disgregazione dei rapporti parentali, l'empatia e la più semplice solidarietà tra gli uomini, le norme fondanti dello Stato di Diritto. Nacque così la Demography Legion, un ente parastatale finalizzata al controllo demografico della popolazione: il suo compito era di vigilare su un costante equilibrio nel ricambio generazionale e nella qualità biologica dello stesso. Non doveva mai accadere che, come in passato, i vecchi soverchiassero nel numero i giovani. Al compimento del sessantesimo anno, si entrava automaticamente nella lista degli eliminabili. Qualcosa che rammentava certo spirito rivoluzionario cambogiano, praticato negli anni ottanta del secolo precedente da Pol Pot, o quello ancor prima dalla sanguinaria ideologia nazista. L'ente formava i futuri famigerati OCD, che venivano istruiti e addestrati attraverso un apposito corso, al termine del quale gli veniva rilasciato il brevetto che gli consentiva di operare su tutto il territorio nazionale. Erano in sostanza liberi professionisti: il cui compito consisteva nello scegliere dagli elenchi dei viventi, attraverso il sortaggio gestito da un algoritmo, sessantenni ai quali notificare i documenti per l'adesione al proprio decesso e quindi ammazzarli, preferibilmente con cortesia. L'aspetto singolare della nuova cultura dominante, frutto di decenni di coercizione, era di azzerare di ogni volontà critica, trasformando gli uomini in automi privi di umanità. Si finì col convincersi che essere cancellati dall'esistenza nello giorno del sessantesimo compleanno, fosse l'unica soluzione praticabile per il bene dei propri figli, delle future generazioni e della prosperità del paese. L'eutanasia divenne un atto d'eroismo personale, di sano patriottismo. Gestire quella funerea burocrazia minimale non necessitava di violenza: i predestinati si consegnavano al loro destino di buon grado. Per ogni imprevista titubanza gli OCD erano comunque muniti di efficaci supporti coercitivi, quali le pistole taser, che inducevano a ragione anche i più ostinati e retrivi. Nella generale penuria di occupazione, appartenere alla struttura diveniva un'interessante prospettiva d'impiego per molti giovani. Si trattava in sostanza di una aggiornata versione dei bounty killer di un tempo. (Continua)
  3. Nightafter

    Il Quartetto Immaginario

    Ciao @Jolly Roger Oggi sono io a ricambiare la tua cortesia e ho iniziato a leggere il tuo racconto a capitoli. Non sono (come qui è noto ai più?) in grado di offrirti una disanima tecnica sulla tua scrittura, come è noto sono uno scrittore amatoriale e illetterato, sempre in conflitto con punteggiatura e grammatica, come testimoniano i miei lacunosi testi qui sopra. Quindi mi limiterò a dirti (a pelle) cosa mi suscita la tua scrittura e questa prima parte del racconto. Posso dire anztutto che ti reputo assai coraggioso, poiché da quanto ho letto, mi pare di capire che ti sia impegnato in uno dei format più difficili e complessi della letteratura: ovvero quello della "commedia brillante americana", che fu caro a Billy Wilder, considerato uno dei registi e sceneggiatori più prolifici ed eclettici nella storia del cinema statunitense che ne fu il padre, con l'indimenticabile "A qualcuno piace caldo". O di Blake Edwards, nelle sue commedie leggere come per "Colazione da Tiffany", "Victor Vittoria" o l'esilarante serie della "Pantera Rosa". L' aria che si respira in questa tua iniziale parte del racconto, riporta alla mente quel clima frizzante e leggero, mirabilmente espresso dagli autori sopracitati, l'ambientazione e le location trasportano il lettore in uno scenario arioso, di taglio internazionale. La scrittura scorrevole infonde un ritmo rapido e moderno alla narrazione, inoltre il taglio e i dialoghi aprono a una prospettiva ampia e fanno pensare all'impegno più ambizioso di un romanzo, più che a quello di un racconto lungo. Giochi molto nel creare ritratti ironici nei personaggi che animano la storia, il che fa parte come dicevo della tua scommessa coraggiosa, poiché portare avanti questo clima agile e per certi versi "frivolo" (nel senso positivo del termine) nel racconto, senza incappare in qualche possibile caduta del tono giocoso, non sarà impresa facile. Confido pertanto che tu conosca a fondo le potenizlità del tuo strumento narrativo e che ne sappia fare uso a piacimento, quindi non leggere questa mia considerazione come una critica o un metterti in guardia rispetto alle difficoltà del genere scelto. Affermo semplicemente che è noto sia più difficile procurare il sorriso che attrarre il lettore con un soggetto drammatico. Trovo che tu possegga una mano assai felice nel costruire situazioni di dialogo, così come nel dar vita a una molteplicità di personaggi con dettegliati profili di personalità anche psicologici che riesci a mettere a fuoco con pochi tratti significativi. In questo ti invidio un po', la regia di diversi personaggi e i loro dialoghi, sono sempre stati una mia bestia nera, infatti tendo a scrivere racconti intimistici e raramente faccio parlare in maniera diretta i protagonisti tra loro. Mi paredi capire per altro che per cimentarti in questo racconto, tu non sia del tutto digiuno di musica e strumenti musicali. Mi domando se è solo una passione o se anche suoni di tuo un qualche strumento. L'unica lieve difficoltà l'ho trovata nel muovermi tra i nomi attribuiti ai vari personaggi, ma questo è un mio limite, sono stato un giovane con la mente ottusa, conseguentemente ora che sono avanti con gli anni, non posso pretendere di divenire ricettivo e brillante. Ovviamente conto di schiarirmi le idee nel proseguo di lettura dei capitoli seguenti. L'interesse è senz'altro di vedere cosa combineranno in futuro questi allegri e assortiti musicisti, inoltre, essendo un vecchio maiale, nutro un paricolare interesse per la bella asiatica che si nutre di filmetti porno. Sento che promette bene. Un saluto e a presto rileggerci. Ciao e buon lavoro.
  4. Nightafter

    La Babysitter (come amplificare un conflitto?)

    Difficile capire cosa possa essere utile senza conoscere il contesto che la canzone racconta, nonché in che genere si possa collocare la canzone. Tra un brano alla Amedeo Minghi e uno di Sfera ebbasta ne passa molto sul come argomentare il tema che stai toccando.
  5. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.3

    ---> la mattina che si diresse al capanno degli attrezzi Sorry.
  6. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.1

    Ma grazie mia dolce @Lauram , anche tu a commentarmi nel primo giorno del nuovo anno. Più che capodanno con tutte queste gradite attenzioni, mi pare di essere ancora a Natale Le tue note sono sempre utilissime e benvenute, inoltre ti confesserò che quando anche io commento il racconto di un altro iscritto, preferisco non leggere mai gli interventi che mi hanno preceduto, perché ritengo sia meglio esprimere ciò che mi ha suscittato la lettura fatta libero da note e suggestioni di altri utenti. Certo vi è il rischio di sovraporre le mie note a quelle di altri sullo stesso argomento, ma questo non credo sia un male, poichè significa che quella specifica parte dello scritto presenti evidentemente delle criticità che vengono rilevate da più lettori. Inoltre ognuno ha una sua personale chiave d'interpretazione che può solo arricchire e meglio sviscerare la natura del problema. Ti ringrazio molto e anche a te auguro un nuovo anno felicissimo. Un abbraccio amica mia.
  7. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.2

    @Jolly Roger mio buon amico, Come ringraziarti per la sollecitudine dell'impegno profuso nel leggermi e commentarmi. Vederti al lavoro nell'ultimo giorno fell'anno, per affrontare questo ingrato compito, mi commuove e mi fa sentire in colpa. Davvero encomiabile la tua generosa premura Anche qui riesci a sorprendermi per i numerosi refusi che hai scovato, sfuggitimi come un esercito di pulci in vacanza, a quello che già ritenevo un'attento setaccio di lettura correttiva. Altrettanto utili sono le tue esortazioni a lavorare di lima nella costruzione dei periodi. Quella che tu definisci "generosità descrittiva", è poi nei fatti un esecizio di verbosità inutile nella quale sovente indugio, appesantendo il testo di eccessivi orpelli. Trovo oltremodo salutare che qualcuno nel leggermi me lo faccia notare, poichè si tratta di un vizio difficile da sanare. Mi farò una pagina di testo con tutti gli interventi che mi stai dedicando e la consulterò nel momento in cui mi dedicherò al lavoro di revisione finale di tutto il racconto. Grazie ancora e nuovamente Buon Anno. Ciao.
  8. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.1

    Ciao @Jolly Roger Un grande ringraziamento per la paziente lettura e per gli utilissimi appunti critici. Quanto mi hai segnalato è di grande utilità e ne faccio tesoro, inoltre mi hai sensibilizzato su alcuni passaggi del testo già discussi da precedenti lettori, per tanto sarà d'uopo metterci mano :)) L'unica cosa su cui mi resta un dubbio è quel "mai" nel brano: "Non c'era mai fretta nel lavoro che facevano". Il mio intento era di segnalare che qualla mancanza di fretta era comune a tutti i visitatori che (come loro e con la loro funzione) erano già stati lì in visita nel passat, come poi si dovrebbe comprendere nel proseguo del racconto. Ma è solo un dettaglio. Rinnovandoti il mio ringraziamento ne approffitto, essendo l'ultimo giorno dell'anno, per farti i più calorosi auguri di felice anno nuovo. Un saluto e a presto rileggerci. Buone cose amico mio.
  9. Nightafter

    Adelaide J. Pellitteri festività 2019

    Amici e amiche sognatori e sognatrici, abbracciandovi tutti con sincero affetto, vi faccio in unica tornata gli auguri per le più serene e felici festività Buon Natale e buon anno.
  10. Nightafter

    Mio figlio

    A volte amica mia basterebbe ammettere che siamo semplicemente umani. E per tanto imperfetti o perfettibili quanto la nostra natura, la nostra formazione, e i percorsi di vita ci consentono. Un abbraccio e a presto rileggerti.
  11. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.1

    Ciao @UmbVer Grazie di esserti fermato a leggermi e del gradito commento. Provo a chiarire alcune delle cose che mi segnali come poco leggibili: "come gli altri che erano venuti per quattro volte a distanza di tempo negli anni." Mi pare chiaro che il narrante indichi che, rispetto ai due personaggi che ha davanti, ve ne siano stati altri in precedenza a fargli visita. "sano e allegro della loro gioventù, emanava da loro una luce fiduciosa e ottimista di futuro da scrivere, gliela leggevi negli sguardi limpidi e sereni, senza ombre." Questa è una percezione, un'impressione di genere psicologico che "emana" o traspare dalle figure dei due giovani. Nulla di sovranaturale quindi, al pari di quando si dice della bellezza di una giovane donna, definendola "luminosa" o "splendente". "possedere qualità antiossidanti e inibire la crescita di cellule tumorali." Sì forse è eccessiva come precisazione. La ragione per cui l'ho inserita è legata al fatto che fosse una bevanda che il personaggio era solito consumare con la consorte che, come si evince nel proseguo della lettura, risulterà affetta dal cancro. "mantenerli agli studi" Anche su questo (al di là del gusto personale) non credo sia poco corretta la formulazione della frase. Ti invito a questo proposito a digitare una ricerca su internet della frase: "avere figli e mantenerli agli studi" Potrai troverne un largo impiego in vari brani di testo pubblicati. Per quanto attiene al "battito di ciglie" o altresì "battito di palpebre" direi che è comunemente usato, ho preferito il primo proprio perchè è più diffusamente impiegato (es. : https://www.repubblica.it/scienze/2018/12/17/news/si_parla_anche_con_un_battito_di_ciglia-214437179/) Accolgo ringraziandoti le altre annotazioni e ne faccio tesoro per la futura revisione del testo. Il racconto credo che proseguirà per almeno cinque o sei puntate, quindi se ne avrai voglia potrai vederne il seguito e la fine. Tengo a precisare che nessun appunto o critica a ciò che pubblico potrà mai risultarmi sgradito. Tuto ciò che possa aiutarmi a migliorare un mio testo è totalmente gradito e ambito. Quindi vai tranquillo di penna rossa. Grazie ancora e a presto rileggerci. Ciao.
  12. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.3

    Crisi di Civiltà - Pt.3 Si scosse da quei pensieri, il tempo stava scorrendo, aveva solo un'ora prima che il sonnifero cessasse il suo effetto. Doveva scrollarsi di dosso quella strana apatia, il lavoro era lungo: disporre i teli di plastica sul pavimento, denudarli e legarli, inserirgli la pallotta di rafia in bocca, infine calargli i sacchetti di nylon sulle teste, sperando che morissero in fretta. Ripensando a questo, sentiva una sensazione di nausea bloccargli lo stomaco, ripetere quei gesti fatti altre volte era un supplizio, come prendere una medicina disgustosa e necessaria che eri obbligato a mandar giù per restare in vita. C'era poi l'ulteriore problema di liberarsi rapidamente del mezzo con cui erano giunti, anche quello andava messo in conto. Fu intorno agli anni trenta del nuovo millennio, che ebbe inizio la grande crisi planetaria. Catastrofe annunciata che l'occidente opulento aveva generato attraverso miopie politiche ed economiche rapaci, minando le sue stesse fondamenta strutturali. La razzia selvaggia delle risorse, attuata da grandi gruppi internazionali sostenuti da governi corrotti e finanzieri rapaci, nelle aree più arretrate del pianeta, destabilizzò regimi ed economie locali, rendendo critiche le condizioni di vita di interi popoli. Questo e una serie ci concause, maturarono le condizioni per generare la “tempesta perfetta”. Vennero al pettine i nodi legati ai problemi climatici planetari, follemente ignorati per oltre un secolo: il surriscaldamento globale contribuì al dissesto idrogeologico. Mentre cresceva il livello delle acque negli oceani, sommergendo città costiere e creando danni immensi: paesi a sud del pianeta subivano la scomparsa di aree ricche di vegetazione, divenendo immensi deserti. Oltre il petrolio, fu l'acqua e il suo possesso, a generare insanabili conflitti. Le tensioni nei paesi più degradati sfociarono in guerre civili, seguirono conflitti di nazioni e popoli, un caos di follia e violenza senza termine. Un mondo consumato da conflitti locali, creò un'ondata devastante di migrazioni incontrollabili. Una reazione a catena che riversò maree umane inarrestabili verso i paesi più ricchi, milioni di profughi in fuga, alla ricerca di scampo da massacri e bombe, col loro carico di disperazione e miseria. L'occidente visse questo dramma umanitario, frutto di proprie scelte scellerate, come invasione e rispose al problema col rigurgito della xenofobia, del razzismo, del nazionalismo più deteriore. Una recessione senza scampo si abbatté sui mercati mondiali, falcidiando i paesi dalle economie più fragili e con grande debito pubblico. Mancanza di lavoro, invecchiamento della popolazione e bassa natalità fecero il resto. Al collasso del sistema produttivo si accompagnò un incremento di spesa sociale per assistenza e disoccupazione che, unita alla già esorbitante spesa pensionistica e sanitaria, condussero il paese al default. Le cure per questo genere di crisi, sono drastiche e sempre dalle risultanze drammatiche. Nel volgere di pochi decenni si era giunti alla totale eliminazione di ogni sorta di spesa pubblica: abolizione del sistema scolastico statale, sanitario e pensionistico, si conobbe una nuova autarchia, un'economia di guerra. Chi possedeva beni e fondi poteva usufruire di quanto poco si trovava sul libero mercato o alla borsa nera, gli altri si limitavano alla sola sopravvivenza. La piccola utilitaria i giovani l'avevano lasciata nel vialetto davanti all'entrata della casa, era di un rosso ciliegia molto femminile, probabile appartenesse alla ragazza. Era un'auto elettrica come molte da diversi anni, una tardiva riconversione energetica dettata dell'emergenza ecologica che funestava il pianeta. Quel colore vivace era però un problema: troppo segnaletico, colpiva lo sguardo e attirava l'attenzione, difficile da far passare inosservato. Doveva fare trenta chilometri guidandola fino all'officina di autodemolizioni più a valle, allocata alla periferia della cittadina. Quella dove il proprietario, uno dai traffici ambigui, non faceva domande sulla provenienza del mezzo e anche questa volta, come in passato, non ne avrebbe fatte: i pezzi di ricambio, al mercato nero, erano merce preziosa. Avrebbe caricato la bicicletta sul portapacchi portandosela appresso, per fare poi a pedali la strada del ritorno. Era improbabile incontrare gente lungo il tragitto, la zona era praticamente inabitata, ma poteva accadere che per qualche ragione, qualcuno si spingesse fin lì. Era già successo del resto. Pioveva che Dio la mandava la mattina che si diresse capanno degli attrezzi, alla ricerca di un vecchio catino che gli occorreva per raccogliere la goccia d'acqua che pioveva da un'infiltrazione, sul pavimento del corridoio al piano di sopra della casa. Appena avesse smesso quel diluvio sarebbe montato sul tetto a sistemare le tegole. L'aia era una pozzanghera melmosa nella quale, gli stivali di gomma, affondavano nel fango alla scomparsa del piede. La spessa rain coat che vestiva, nell'attraversare quel breve tratto era insufficiente a proteggerlo dai rovesci, il vento che sferzava la pioggia spingeva l'acqua all'interno del cappuccio e rivoli gelidi gli inzuppavano la camicia di lana dal collo allo sterno. Dentro il capanno regnava la penombra, dovette abituare gli occhi per distinguere le cose all'interno. Iniziò a scandagliare lo spazio con lo sguardo, cercando di capire sotto quale mucchio di quel ciarpame potesse nascondersi l'oggetto che era venuto a cercare, non era cosa facile orientarsi nel mezzo di quel casino accumulato in anni. Quel freddo umido, gli aveva stimolata l'urgenza di orinare, imprecò per non essersi premurato di farla quando ancora stava in casa. Non voleva affrontare il fango e l'acqua del cortile, per vuotare la vescica nel bagno domestico e poi tornare nuovamente a cercare il bacile, ma lo stimolo era forte, rischiava di farsela addosso, quindi decise di portarsi verso un angolo della baracca per farla lì, il pavimento era in terra battuta, non ne avrebbe sofferto. Si posizionò pochi passi una catasta di legna secca da ardere, alta più di un uomo: un grande telo di plastica nera, di quelli usati per proteggere gli ortaggi dal gelo, la copriva interamente. Tirò un sospiro di sollievo mentre svuotava la vescica, il piccolo scroscio si unì a quello dei rovesci battenti sulle pareti, in lamiera zincata del capanno. Fu allora che, il rumore sordo di ceppi di legno che franavano, richiamò la sua attenzione verso la catasta impilata alla sua destra. Non ci badò, terminato rapidamente ciò che aveva iniziato, tirò su la zip dei pantaloni, ma il rumore si ripeté più deciso: gli occhi percepirono un sommovimento sul lato posteriore del telone. Pensò all'intrusione di una volpe che aveva trovato ricovero alla pioggia, sovente se ne vedevano in giro, il vicino pollaio era una ghiotta tentazione, del resto il capanno restava sempre aperto da quando i cardini della porta erano marciti per la ruggine. Si avvicinò con cautela, e iniziò a sollevare un lembo del telo, non voleva spaventare il piccolo predatore rischiando di prendersi un morso a una mano. Nello scoprire il lato posteriore della catasta ebbe un sussulto: due bambini, un maschietto e una femminuccia, di forse setto o otto anni, stavano appartati ai piedi della pila di legname. Tutto intorno giacevano i ciocchi di cui avevano procurato lo smottamento: lo guardavano tremanti, con occhi accesi di terrore. (Continua)
  13. Nightafter

    Mio figlio

    Ciao @La Anders Questo tuo raccoto mi è assai piaciuto poiché in una forma di scrittura, fluida e immediata, tocca una argomento che mi ha riporatato alla mente un libro di Umberto Galimberti di alcuni anni fa, dal titolo: "I miti del nostro tempo". Nel quale l'autore analizza la natura dei "miti" che antroplogicamente riempiono la nostra esistenza nei suoi vari aspetti. Tra i numerosi altri, si occupa inoltre di prendere in esame il mito della "matrenità", entrando nel merito del vissuto interiore femminile nel rapportarsi con il frutto del proprio grembo, analizzando quanto ci sia di "naturale" e di guidato dell'istinto, come avviene negli animali, per la specie umana. Osservando che il rapporto madre-figlio presenta, se pur non detti per una forma di pudore dettata dal giudizio sociale, aspetti controversi e talvolta problematici che si prefersisce ignorare, ammantandoli del mito indiscusso e fiabescamente idilliaco della matrenità, data come vocazione biologicamente connaturata nella donna che diviene madare. Nel capitolo dei MITI INDIVIDUALI, Galimberti afferma: "Il mito dell'amore materno L' amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall'amore per il figlio, ma anche dal rifiuto. A volte il rifiuto ha sopravvento sull'amore (casi di infanticidio). La ricorrenza di simili eventi di cronaca ci fa chiedere è cambiato qualcosa nel rapporto madri/figli? In parte no e in parte sì. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzarci e far tacere il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi. La depressione invece esiste, ma di solito non porta all'omicidio, se mai al suicidio. L'ambivalenza dell'amore materno come effetto della doppia soggettività Caratteristica del sentimento materno è l’ambivalenza, che noi non riconosciamo. La nostra cultura semplicemente distingue bene/male, come se i 2 non si fossero mai incontrati e uniti. In ogni condanna che rivolgiamo agli altri (madri che uccidono i figli) c'è un volgare riflusso di innocenza per noi stessi: con la condanna vogliamo soprattutto evitare di vedere in noi la stessa ambivalenza che da sempre accompagna i sentimenti per i figli, d'amore si, ma anche di fastidio/odio. E invece così non è, soprattutto per la donna che, con la possibilità di generare e di abortire, sente di essere depositaria del potere assoluto: il potere di vita/ morte. L'amore, che per Norman Brown è "toglimento di morte (amors)" confina con la morte, e sottilissimo è il margine. Nella donna, si dibattono 2 soggettività opposte perché una vive a spese dell'altra: una soggettività che dice "io" e una che fa sentire la donna "depositaria della specie". Il conflitto tra queste 2 è alla base dell'amore materno, ma anche dell'odio, perché il figlio vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, corpo, spazio, sonno ecc. Questa ambivalenza del sentimento materno generato dalla doppia soggettività che è in ciascuno di noi va riconosciuta e accettata come cosa naturale e non con il senso di colpa. Da Medea, che nella tragedia di Euripide uccide i figli esercitando il potere di vita e di morte che ogni madre sente dentro di sé, alle madri di oggi, nulla è cambiato, perché questa è la natura del sentimento materno. La solitudine della condizione materna nell'isolamento del nucleo familiare rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, la condizione della madre è mutata in corrispondenza alle trasformazioni della famiglia, che oggi ha forma troppo nucleare, troppo isolata, troppo racchiusa nelle pareti di casa che, divenute più spesse, la recingono, creando ambiente adatto alla disperazione. Tra quelle pareti ogni problema si ingigantisce perché non c'è un altro punto di vista, un termine di confronto che possa relativizzare il problema o che consenta di diluirlo nella comunicazione, attutirlo nell'aiuto e nel confronto che dagli altri può venire. Il nucleo familiare è diventato oggi un nucleo asociale. Quando si esce di casa, si indossa una maschera, il cui compito è di non lasciar trasparire proprio nulla dei drammi, delle gioie o dei dolori che si vivono in quelle mura." Il tuo racconto affronta in maniera direi coraggiosa questo tema della bivalenza nel rapporto affettivo della madre col neonato. Punta lo sguardo su una crisi di accettazione di quel rapporto che si traduce nel dramma poi superato dell'allattamento difficoltoso. Ci regali infine un appy end nel quale i due esseri (madre e figlio) apprendono il modo di riconoscersi e dialogare biologicamente, aprendo la strada al loro rapporto d'amore. Ma giustamente il racconto ci mette nello stato d'attenzione che sfata il mito di un istinto materno come dato di fatto pre acquisito. Complimenti e un saluto.
  14. Nightafter

    Database della Polizia: notizia di persona suicida

    Grazie @leopard Post davvero interessante e utile. Mi hai fatto tornare la voglia di riprendere in mano il racconto che sto trascurando ormai da un anno.. Inoltre ritenngo che sia molto utile per tutti quelli che affrontano storie che contengono il tema trattato. Complimenti per il lavoro di ricerca. Un saluto :))
  15. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.2

    "cantina per dissolversi" Scusate.
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