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Nightafter

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    fumatore di pipa

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    Alpha Centauri
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    Leggere e qualche volta scrivere

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  1. La vita all'interno del collegio tra lezioni in aula al mattino e studio in camera al pomeriggio, procedeva su un deprimente binario di noia. Non esistevano diversivi che consentissero qualche interruzione in quello scorrere di giorni tutti uguali. Era inevitabile che adolescenti, nel fiore dello sbattimento ormonale, vivessero quella soporifera condizione esistenziale con poco entusiasmo e cercassero scampo al tedio nell'esplorazione di una sessualità emergente. Le giovani collegiali, in mancanza di meglio si trastullavano la topina con una quantità di carezze, replicando quegli atti sconvenienti più volte nella stessa giornata. Io e Marika, la mia compagna di camera, cercavamo, per quanto possibile, di darci reciproco conforto in questa ripetuta attività distensiva. Le lenzuola dei nostri letti erano regolarmente macchiate delle nostre secrezioni intime e la governante di camera era costretta, odiandoci per questo, a cambiarle ogni due giorni. Ci dedicavamo per necessità a lesbicare innocentemente tra noi, benché entrambe fossimo più che mai desiderose di virilità mascolina. Non è insolito infatti che le ragazze della nostra età attraversino un'esperienza simile, diciamo che è un percorso formativo, una sorta di educazione sentimentale. Al momento dovevamo accontentarci delle nostre mani, delle lingue e di Tom, il nostro dildo in lattice nero: fedele compagno di impudicizie nei nostri giochi di coppia notturni. Tom era un amico silente e discreto, non loquace nella conversazione, ma per tutto il resto risultava instancabile: potevi contare sul suo aiuto per ore. Il problema delle lenzuola conciate in maniera indecente non si limitava unicamente ai nostri letti, ma era diffusamente esteso in tutto l'istituto. Per porvi rimedio una volta alla settimana arriva il furgone della lavanderia: ritirava le grosse sacche di biancheria sporca, lasciando quelle della pulita prelevate la volta precedente. Questa incombenza era assolta da un giovane fattorino, che costituiva un rarissimo caso di maschio giovane a cui fosse consentito di accedere all'edificio del collegio. Era un ragazzone sui venticinque anni con una zazzera di capelli neri e crespi, lo chiamavamo il "rasta", perché li portava acconciati con i "dreadlocks", come i nativi giamaicani. Era pure belloccio il giovane, solida e appetibile carne fresca, decisamente ben strutturata per un'altezza di quasi un metro e novanta. Tutto muscolo e nervatura, niente grasso, un filetto di prima scelta. Una di quelle mattine di presenza del furgone, Melania, una nostra compagna di classe, si trovò a passare accanto al veicolo fermo nel piazzale del collegio. Attraverso le ante semi aperte del portello posteriore, sorprese il fattorino intento ad annusare da una sacca una delle lenzuola ritirate. Col telo tra le mani e il viso immerso in esso, ne inalava la fragranza a occhi chiusi con un'espressione estasiata in volto. Ignaro d'essere osservato indugiava con una mano sulla patta dei jeans, rimestandone il contenuto. Fu lì che, osservando il volume che si palesava, Melania realizzò che non fosse solo l'acconciatura ad accostare il ragazzo ai nativi giamaicani. La nostra compagna, ancorché ingenua e priva di significative esperienze nelle cose del sesso, intuì la natura malsana di quel gesto restandone profondamente turbata. A causa della castità forzata, di fronte a un richiamo sessuale tanto esplicito, la poveretta subì una repentina vampata calda al basso ventre. La giovane che aveva all'attivo solo qualche pomiciata con amici del fratello e una verginità persa alla festa del sedicesimo compleanno, per mano di un cugino più vecchio che, in preda ai fumi dell'alcol, l'aveva deflorata sui ribaltabili della sua Golf GTI, si ritrovò con la topina pulsante e secrezioni viscose a bagnargli le mutandine. Turbata, restò letteralmente impietrita senza trovare la forza d'animo per girare i tacchi e schiodarsi da lì. Lui si accorse della sua presenza, ma non mostrò disappunto per l'essere stato colto in quella sconveniente attività. Con il lenzuolo in una mano e l'altra ancora sul sesso, rimase a fissarla con un sorriso impudente: la faccia tosta certamente non mancava al bel rasta. - Allora, che hai da guardare? Sei una bella ficcanaso lo sai? – Esordì sarcastico. La ragazza, presa in contropiede ammutolì, col volto scarlatto dall'imbarazzo non seppe che ribattere. Il giovane scese dal furgone, diede una rapida occhiata all'intorno per accertare che non vi fosse anima viva, poi si avvicinò e cingendola per un braccio, con autorità la spinse verso l'entrata del mezzo. Sconvolta con la testa in fiamme, Melania non trovò la volontà di d'opporsi al sequestro: intimidita, si lasciò condurre da quella veemenza. Entrati che furono nel cassone posteriore, lui chiuse il portello alle loro spalle. L'interno era ingombro dei sacchi di biancheria sporca, l'unica luce filtrava da due finestrini opachi, lo spazio di movimento era minimo, si doveva stare a capo chino. La fece inginocchiare: - Sbottona la camicetta! - Ordinò. Possedeva occhi magnetici, chiari e dotati di una luce vagamente inquietante. Confusa, persa in un mare di incertezze, lei obbedì senza opporsi. Lui slacciò il cinturone dei jeans, fece scorrere in basso la zip: sotto non indossava nulla. Melania, a bocca aperta, iniziò a sbottonare la blusa della divisa: il petto arginato nel castigato reggiseno, mostrava il rilievo tumido dei capezzoli. Fece per togliere la camicetta, ma lui la fermò con un gesto della mano. - Tienila. - aggiunse – Abbassa solo le coppe sotto le tette. - Lei eseguì a occhi bassi, non riuscendo a sostenere quello sguardo che pareva frugarle senza ritegno, mente e corpo. Due sfere, turgide come arance, riverberavano nella luce soffusa candide e nude. L'areazione all'interno del vano era carente, alla ragazza pareva mancare il respiro e girava la testa, incalzati dall'ansia mille dubbi le turbinavano in mente: pensò che avrebbe dovuto sottarsi a quell'uomo, gridare forse, invocare aiuto per far accorrere gente. Invece come una sonnambula, soggiogata da quella personalità e quel tono dominanti, ne aveva subito l'imposizione: ora era tardi, le cose precipitavano senza facoltà di sottrarsi a esse. Essere lì seminuda, chiusa nel buio di un furgone in compagnia di uno sconosciuto che la trattava senza rispetto né pudore, chiedendole cose che, neppure nelle più sconce fantasie aveva mai osato pensare, superava ogni sua più audace immaginazione. C'era paradossalmente un angolo remoto della sua mente che provava un'ambigua attrazione per quanto stava vivendo: le si riproponeva al ricordo la sensazione provata da bambina, quando con qualche amichetto si nascondeva nella soffitta semibuia, per giocare al dottore. Quel senso di compiere qualcosa di trasgressivo e proibito, di nascosto agli adulti: il calarsi le mutandine, l'esplorazione curiosa dei corpi, gli odori caldi, l'eccitazione e l'ansia di essere scoperti: erano così eccitanti. La luce fioca che filtrava in quell'interno umido di fiati, donava all'ambiente una colorazione intima e clandestina, aumentando il sapore peccaminoso della cosa. Pregò che nessuno l'avesse vista seguire il giovane all'interno del furgone, che nessuno la scoprisse lì con l'aria stravolta e mezza nuda, come una prostituta raccolta per strada. La cosa avrebbe avuto conseguenze indicibili per la sua vita nel collegio e fuori da esso. Il giovane si liberò dei jeans scalciandoli da un lato insieme alle scarpe da tennis, aveva il ventre piatto e fasce muscolari sul tronco, era solido e vigoroso, animato di energia nervosa. - Arrotola la gonna e tirala su. - Disse sbrigativo. Lei pese l'orlo della gonnella e la arrotolò intorno alla vita: le sue mutandine mostravano, in basso, la macchia scura del tessuto umido. - Ora le mutandine, abbassale. - Melania si apprestò a levarle, ma lui la fermò nuovamente. - Non ho detto di toglierle! Calale a metà cosce e divarica le gambe. - Lei eseguì docile. Brividi come di febbre le correvano lungo il corpo. - Tieni le mani dietro la nuca. - ordinò. - E non muoverle da lì. - I seni nudi erano due coppe candide, floride ed erette, esposte al suo sguardo: l'uomo li raccolse nelle mani plasmandoli con vigore, un sospiro salì alle labbra di lei. Le pinzò i capezzoli tra le dita, li strinse e tirò lentamente in avanti. Melania emise un gemito. - Zitta puttanella! Non fiatare. - Aumentò la stretta e tirò con maggior forza: lei spalancò la bocca in un grido muto, il respiro divenne rapido e gli occhi si imperlarono di lacrime. Il caldo nel furgone cresceva percettibilmente: l'aria, viziata dai loro respiri e dalla traspirazione dei corpi, aveva una densità palpabile. Il sudore le imperlava la fronte, sentiva il sottile tessuto della camicetta aderire come una pellicola al corpo umido. La mano del giovane scese a cercargli l'intimità: dischiuse le labbra frolle e affondò le dita nella mucosa calda e cedevole. Liquidi copiosi le rendevano scivolose, cercò nel profondo, i polpastrelli scavavano con esasperante lentezza. La ragazza, a bocca spalancata agognava l'ossigeno. - Fa male? - Chiese lui. - Sii. - Rispose lei con un singhiozzo. Non era mai stata trattata così da nessuno, si sentiva soggiogata, il suo corpo era un mastice, materia cedevole e calda nelle mani di lui. Era la rivelazione di una soglia mai raggiunta, non si era mai sentita tanto eccitata e sporca, il suo sesso lacrimava di voglia. Chiuse gli occhi in totale abbandono: provava un male che male non era, piuttosto la linea di confine tra dolore e un piacere sottile e snervante, il clitoride pulsava turgido. - Sei una piccola viziosa. Guarda come è fradicia la mia mano. - Mostrò le dita intrise di umori. - Lecca! - E lei rapida, iniziò a leccare quel succo dal sapore salmastro. Lo vide arrotolare sul pugno la cintura dai jeans, lasciandone sporgere di una spanna la lingua terminale del cuoio. - Reggi le tette con le mani, tienile su. – Ingiunse. Melania eseguì trepidante: comprese che avrebbe usato la cinghia come scudiscio per frustargli le tette. La consapevolezza generò un tuffo caldo al plesso solare, qualcosa le esplose dentro come una vampata, il cuore in tumulto le impazziva nel petto. Chiuse gli occhi e misurò l'infinita attesa di quel primo colpo: i capezzoli si inturgidirono, solidi e bruni come nocciole. L'ansia le premeva alla gola. Avvertì l'aria sfiorarle la pelle nuda per il movimento del braccio che scendeva, poi udì lo schiocco sulla pelle umida del seno. Un lampo di dolore gli abbagliò la mente, un riflesso fisiologico involontario, provocò una contrazione violenta alle terminazioni nervose dell'inguine. Sentì colare liquido caldo all'interno delle cosce, come se gli fosse scappata la pipì. Lui non le concesse tregua: le colpì l'altro seno, le scudisciate si susseguirono alternate fra i due globi e concentrandosi sui i capezzoli. I seni danzavano morbidi sotto ogni nuova staffilata: la pelle in fiamme bruciava e sulle areole irritate i capezzoli si ergevano in un turgore doloroso. Il giovane smise di colpirla, scese con la bocca a cercarle i seni: la morbidezza calda delle labbra seguiva i profili della carne. L'alito al suo passaggio allertava l'epidermide. La lingua, mobile, esplorava la pelle velata di sudore con la frenesia vorace di un'ape che cerchi il nettare nel fiore. Succhio dolcemente le punte dei capezzoli donandogli sollievo e piacere, le impastò con un'amalgama di lingua e saliva, rendendole lucide e vellutate. Era tenero adesso: un languore di brividi caldi seguiva quelle carezze umide. - Mettiti faccia a terra e allarga la fica con le mani – Ordinò. Melania, col viso immerso nei sacchi di biancheria e le ginocchia che le comprimevano il seno, eseguì la richiesta per esporla come un frutto carnoso e dischiuso agli occhi di lui. Un sentore di sudore, profumo femminile e secrezioni intime, esalava dal tessuto sotto il suo viso, si sentiva sudicia, la sua pelle era umida, appiccicosa di traspirazione e della saliva lasciata dalla lingua del rasta. Iniziò a leccarle il sesso: con voracità infilava la lingua nel profondo, poi la faceva scorrere lenta o frenetica lungo fessura dischiusa, giungeva a stimolarle l'ano, catturava le grandi labbra in bocca slabbrandole e risucchiando a ventosa la polpa frolla. Giocava coi liquidi della sua intimità, le riempiva di saliva filante la vulva, fiotti che mescolava con la lingua ai succhi di lei, producendo rumori osceni. Con la testa in basso, il fiato corto e una danza di stelline luminescenti dentro gli occhi, subiva la foga lubrica del giovane. Era la scoperta esaltante di una parte di sé fino a quei momenti sconosciuta. Si sentiva turpe e vorace di voglie: la cosa la turbava profondamente. In quel vortice di emozioni, le nasceva un'idea fino a quel momento mai sfiorata: ovvero che quell'uomo, un perfetto sconosciuto, certamente assai depravato, potesse essere anche pericoloso. Questa pensiero le procurò una vampata d'angoscia. Abituata a vederlo come un elemento del quotidiano paesaggio, le era sempre apparso come una figura anonima, perfino rassicurante. Nulla in realtà escludeva che celasse la mente perversa di un violentatore e chissà, forse di sadico assassino? Questa temibile evenienza le si presentava ora in tutta la sua plausibilità. Avrebbe potuto seviziarla, brutalizzarla sessualmente in ogni modo, nel segreto di quel furgone senza che nessuno si accorgesse di nulla. Alla fine l'avrebbe uccisa, magari soffocandola con quella stessa cinghia con cui le aveva frustato le tette: avrebbe occultato il cadavere sotto la biancheria e lasciato tranquillamente il collegio, non visto si sarebbe poi disfatto del corpo, gettandolo nel lago in un sacco gravato di pietre. Nessuno avrebbe più ritrovato il suo cadavere, sepolto tra il fango e le alghe del fondo torbido e oscuro. Questi pensieri sollecitavano l'adrenalina in circolo. L'ansia e la paura amplificavano l'aura peccaminosa e di rischio, renderle più desiderabile e trasgressiva quella sconcia situazione. Era tardivo qualsiasi ripensamento, il desiderio che le accendeva il ventre non sentiva ragioni: voleva solo scivolare al fondo di quella voragine oscura. Annegò i pensieri ostili nella percezione di quella lingua viva che le scavava soavemente il sesso, abbandonandosi al languore crescente. - Te la sto mangiando, lo senti? - Disse lui con voce febbrile. - Si! - esortò lei con un singhiozzo. - Mordimi ti prego!...Fallo! - Fu aggredita da un'ondata potente, si aggrappò al tessuto sotto sé per trovare appiglio alla realtà fisica, tremante e inerme come una tellina sulla battigia sotto la furia dei marosi. Lui affondò labbra e denti nella sua morbidezza, piccoli morsi che la facevano sobbalzare, poi avvertì la punta della lingua penetrarle l'ano. La dilatava come un animale che scavi la polpa di un frutto maturo, cercando i sapori più profondi e deliziosi al gusto. Melania spinse le natiche in alto verso quella brama di labbra, per sentirlo più a fondo, mordendo la stoffa sudicia del sacco per non urlare. - Toccati! - Disse con un bisbiglio. Lei, obbediente, con le mani spalmava secrezioni sul sesso rorido. Le prese una manciata di capelli sulla nuca, sollevandole il viso dal sacco: - Ora lecca. - Tenendolo in mano le portò alla bocca il pene, gli umettò le labbra col liquido che ne imperlava la punta: lei lo sfiorò con la lingua, era salato di gusto e l'odore era conturbante, la sua vulva aveva contrazioni involontarie, acute come doglie. - Apri e ingoiami. - La giovane spalancò la bocca cercando di accogliere quella virilità notevole: lo sentì scivolare sulla lingua, fino al fondo del palato. Le mascelle spalancate lo contenevano a stento: combatteva lo stimolo del vomito, bava filante le colava dalle labbra, dilatò all'estremo le narici per cercare ossigeno. Il giovane iniziò a muoversi con forza scopandole la bocca, lei ingozzata da quella carne emetteva versi scomposti. Il bisogno del piacere cresceva, si sentiva prossima a godere: lo cercò con dita smaniose fra le secrezioni viscide del proprio sesso. Lui cambiò il gioco: la fece voltare supina, le sollevò le gambe facendole piegare le ginocchia finché toccassero le tette. Lasciò colare un filo di saliva tra la vulva e l'ano, inzuppò due dita e le penetrò lo sfintere, affondando morbido come nel burro. Melania emise un sospiro intenso, una scossa concupiscente le frustò i nervi. - Ti piace vero? - Lei non rispondeva: gli occhi chiusi, assorta in un prolungato mugolio, liquefatta, da quella violazione dissoluta. - Adesso ti piacerà maggiormente. - Un sorriso di denti candidi e perfidia accompagnò le parole. - Vuoi sfondarmi di più vero? Non l'ho mai fatto lì. - Mormorò la ragazza con voce flebile. Lui assentì con un cenno del capo, aveva l'espressione eloquente del gatto che si appresti a mangiare il topolino. - Sei un porco! Allora sfondami dai! – Invocò docile e ubriaca di voglia, in attesa di quanto sarebbe seguito. Lui intrise di bava viscosa l'anello increspato dell'ano: quando lo sentì morbido ed elastico, giunse a cono le dita della mano e si affacciò all'orifizio bruno. Lei arrendevole, rilassò il muscolo dello sfintere, lo sentì avanzare lento, dilatando, scivolando nel budello lubrificato. -Si...Fottimi! Fottimi il culo. - Urlò con l'anima che le sfuggiva dalla gola. Si reggeva le gambe con le mani strette alle ginocchia, le dita dell'uomo inghiottite dal suo retto, le frugavano l'intestino. Spasmi dolorosi le facevano contrarre i muscoli del perineo, avvertì lo stimolo come durante un clistere: una vertigine depravata e carnale. Rilassati. - disse lui piano. - Se ti rilassi non fa male e inizi a godere. - Mentre muoveva la mano dentro lei, applicò la bocca a ventosa alle sue grandi labbra, risucchiò goloso il clitoride turgido: Melania credette di svenire dal piacere. Stravolta da quella amalgama di sensazioni, non riuscì a trattenere uno schizzo di orina: lui indifferente non staccò la bocca da quella fica saporosa, non parve neppure accorgersene. Quanto era bello, pensò, d'essere presa in quel modo bestiale e sfrenato. Quanto era maiale quel benedetto ragazzo che le aveva rivelato la porca che si celava in lei: gli era grata per averle fatto scoprire quanto amasse le cose più turpi e sudicie del sesso. Dall'esterno giungeva un tramestio di voci allegre: un gruppo di ragazze del collegio, a fine lezioni, rientrava agli alloggi e passò accanto al furgone. Non poté fare a meno di pensare alle loro facce sconvolte, se l'avessero veduta in quella posa indecente, con il retto profanato da quella mano e il sesso fradicio di secrezioni e orina. Dopo un tempo estenuante le sfilò qual cuneo di falangi dal retto, lasciandola stremata e aperta. Melania, col corpo e l'anima in tumulto, agguantò il membro del giovane o lo guidò frenetica, verso la fessura frolla della vagina. - Scopami ti prego. - Implorò. Con le mani poggiate sulle cosce di lei la prese standole di fronte. Totalmente affondato nel suo ventre: la testa del glande percuoteva con potenza il fondo dell'utero. Muoveva il bacino con colpi lenti e decisi, affondava fino al limite dello scroto, facendola sobbalzare e serrare il morso dei denti a ogni assalto più energico. Uno sciabordio liquido e carnale accompagnava i loro respiri affannosi. Sentiva l'orgasmo salire come un'onda da un punto remoto delle sue reni. Scossa da un tremito che le mozzava il respiro, contava gli attimi che la separavano da quel culmine di piacere. Anche lui era prossimo alla conclusione, congestionato in volto le martellava il sesso con ritmo crescente. Poi di colpo si arrestò e si sfilò da lei. Senza mutare di posizione, guidandolo con la mano, spostò il glande sull'orifizio anale: spinse con un colpo di reni e lo sprofondò con facilità nello sfintere ancora slabbrato. Infine con un affondo risolutivo se ne venne, dalle labbra gli uscì e una sorta di stentoreo muggito, pareva aver reso l'anima al creatore. La inondò con getti ripetuti e copiosi, lasciandole il budello farcito di sperma denso e caldo, quindi si accasciò su lei fino all'ultimo sussulto di quell'orgasmo travolgente. Restò inerme e silenzioso a disciogliere quella vigorosa erezione nel fondo del budello: lei lo sentì ridursi lentamente a un moccolo di carne spugnosa e rorida di umori. Ormai molle e gocciolante, con gesto stanco recuperò l'angolo di lenzuolo per detergersi, si stiracchiò inarcando la schiena e tendendo le braccia, sbadigliò soddisfatto. Melania ancora accesa e confusa, si chiese se questo fosse l'incredibile epilogo di quella sconvolgente scopata? Basita stentava a crederlo. Come poteva quel bruto, dal cazzo smisurato e le treccine unte, lasciarla inappagata e tremante, senza alcuna attenzione al suo bisogno? Con che coraggio l'aveva così a lungo strapazzata per lasciarla come uno strofinaccio sporco sulla soglia dell'orgasmo? Il rasta, indifferente e sbrigativo, si era rimesso i jeans, aveva recuperato dal tascapane uno spinello di considerevole dimensione, lo aveva acceso e senza neppure offrirgliene una tirata, aveva iniziato a fumarne grandi boccate. - Niente è meglio di una canna, dopo una buona scopata.- Disse con aria beata. Melania uscì dal furgone un'ora dopo esserci entrata: era dolorante in ogni parte del corpo, la delusione subita era cocente, a stento tratteneva le lacrime. Una frustrazione feroce gli annebbiava la vista: gli avrebbe cavato gli occhi con le unghie allo stronzo. Corse nella nostra camera, esplodendo in un turbine di parole nel raccontarci dell'avventura vissuta. Vedendo sui nostri volti una luce incredule sull'autenticità del racconto, volle darci prova di quanto narrato. Calò le mutandine e ci mostrò l'evidenza dei fatti: la sua rosetta anale mostrava realmente tutti i segni di un recente uso ed abuso. Dal buchetto, arrossato e tumido colava ancora una lacrima dello sperma di cui era stata riempita. Io allungai un dito, la raccolsi portandola alle labbra e l'assaggiai in punta di lingua. Uhm...Buono! - Dissi solamente.
  2. Nightafter

    Lorenzo's Punishment

    Come mio solito scopro le magagne dopo averle postate. Nel testo troverete un "vischioso" al posto di un "viscoso". Me ne scuso come sempre.
  3. Nightafter

    Lorenzo's Punishment

    Lorenzo's Punishment Il signor Lorenzo era il giardiniere del collegio sempre affaccendato e concentrato nelle sue incombenze, con in viso l'aria perennemente burbera di chi ha molto da fare e poco tempo da perdere. Il collegio aveva un grande parco, ricco di alberi secolari e grandi viali costeggiati da siepi di cipresso di Leyland alte più di un uomo, ampie radure curate a prato all'inglese e grandi cespugli fioriti nella bella stagione. Tutto questo ben di Dio vegetale, veniva tenuto in un ordine perfetto dell'instancabile signor Lorenzo dipendente interno al collegio. Lavorava nell'istituto da molti anni, era considerato una vera istituzione al pari dello stemma gentilizio che campeggiava sul portale d'ingresso al collegio, recante la dicitura latina: “In teneris consuescere multum est” ovvero il minaccioso monito: “La pianta va raddrizzata finchè è giovane”. Che di per sé era tutto un programma. L'uomo come alloggio godeva di una dependance tutta sua, un grazioso chalet situato accanto alle scuderie. Oltre alla cura del parco, nelle sue mansioni si occupava anche della logistica della scuderie, mentre per accudire i cavalli veniva ogni giorno uno stalliere dall'esterno. Lorenzo era un uomo corpulento e massiccio di una cinquantina d'anni, dotato di un viso quadrato adornato da una folta barba rossa, i capelli li portava rasati a zero. Era una sorta di factotum, se sorgeva un problema di ordine pratico all'interno della struttura, veniva chiamato lui a occuparsene. Spaziava dall'idraulica all'impiantistica elettrica, abile a interventi di manutenzione edile o decorazione, sovente lo vedevi girare in tuta con una cassetta d'attrezzi a tracolla. Quando l'erogatore della doccia, nel bagno della camera che dividevo con Marika la mia compagna di stanza, iniziò a sputare acqua a singhiozzo inondando il pavimento, intervenne lui per sistemarlo. Era anche un gran ficcanaso il nerboruto signor Lorenzo: in quella occasione non si era limitato alla riparazione idraulica, ma approfittando del fatto che quella mattina fossimo impegnate a lezione, si mise a curiosare tra le nostre cose. Accadde che saltassimo l'ultima ora di insegnamento per via di una indisposizione della docente di Storia, ci fu quindi permesso di rientrare nlle nostre stanze con un'ora di anticipo. Marika e io, giungendo alla camera, ci accorgemmo della sua presenza per via della cassetta degli attrezzi che giaceva, aperta, accanto alla porta accostata del bagno: era evidente che il signor Lorenzo fosse lì intento al suo lavoro. Stranamente però non si udiva alcun tramestio che indicasse una qualche attività provenire dal vanno. Per la verità il silenzio era totale, neppure un respiro. Anche noi nell'entrare dovevamo essere state assai silenziose, perché lui non dava segno d'essersi accorto della nostra presenza. Un lieve, quanto misterioso gorgoglio, un rumore del tutto simile a quello dei neonati durante la poppata ci giunse d'improvviso alle orecchie. Pareva che il nostro maturo factotum fosse intento a ciucciarsi un bastoncino di liquirizia durante una pausa di lavoro. A quel punto ci guardammo incuriosite e Marika, sicuramente più ridanciana e smaliziata di me, intuì che la situazione poteva avere degli aspetti divertenti: con un dito sulle labbra, mi fece cenno di tacere e non fare rumore. Insieme, in punta di piedi come due bimbe ficcanaso, scivolammo sulla moquette della stanza e ci accostammo allo spiraglio della porta del bagno. Ciò che apparve ai nostri occhi fu stupefacente: il signor Lorenzo seduto sul coperchio chiuso della tazza del water teneva in una mano Big Tom, il nostro dildo di lattice nero. Lo annusava a occhi chiusi e gli passava sopra la lingua, poi se lo cacciava in bocca e iniziava a suggerlo con grande soddisfazione, mentre dalla patta aperta emergeva il sesso eretto che stava lentamente carezzando. Era piuttosto dotato il nostro giardiniere: non tanto in lunghezza, benché fosse una misura di tutto rispetto, ma piuttosto nel diametro, considerato che aveva mani grandi e robuste, a stento riusciva a racchiudere quell'arnese nel pugno. Sconcertate dalla situazione restammo letteralmente a bocca aperta, impietrite e incredule dei nostri occhi che non riuscivano a staccarsi da quel lento lavorio di mano attuato su quel sesso asinino. Mai avremmo supposto tanta lascivia in quell'uomo dall'aspetto così serio e misurato. Basite, deducemmo logicamente che avesse frugato tra le nostre cose negli armadietti del bagno: perché Tom lo tenevamo ben occultato in un apposito sacchetto di velluto rosso, al fondo del cassettino degli assorbenti igienici. Lo annusava estasiato, inalando il profumo residuo lasciato dai liquidi delle nostre fighette, quando ci stimolavamo il sesso pompandocelo dentro, poi lo succhiava goloso, per gustarne l'eccitante sapore. Che maiale! Si segava pensando che quel cazzo di gomma aveva dilatato le fighette e il buchetto dell'ano, come certamente potendo sognava di fare lui, se fossimo state alla mercé delle sue voglie. Nell'atto autoerotico faceva scivolare la pelle lungo il membro: il glande, grosso come il pomo in cima al capezzale di un letto, era paonazzo e traslucido. A tratti faceva colare un filo di saliva nel palmo della mano, per meglio lubrificare quel suo piacere solitario. Era davvero oscenamente disgustoso. Data la posizione del water, lui non sedeva frontalmente alla porta, pertanto potevamo osservarlo da posizione laterale, non viste. Quanto era porco quell'uomo e quanto era bestialmente maschio! Purtroppo eravamo giovani e con gli ormoni in effervescenza, non capitava sovente di assistere a una masturbazione maschile, né di osservare un sesso di quelle proporzioni teso a quel modo. Era difficile confessarlo a noi stesse, ma nostro malgrado quella visione tanto sconcia iniziò a turbarci. Marika rossa in viso e visibilmente accaldata, ansava come al termine di una lunga corsa, per quel che la conoscevo, stava già inzuppando le mutandine di succo e io non ero da meno. Sentivo un calore all'interno delle cosce e un siero liquido iniziava a rendermi appiccicose le labbra della vagina. Eravamo in uno stato di trance, allibite e incerte sul che fare. Nel restare a guardare c'era il pericolo che volgesse lo sguardo nella nostra direzione scoprendoci, per contro, nel lasciare la camera correvamo il rischio di creare un qualche rumore, rivelando la nostra presenza. Se fosse accaduto la cosa avrebbe avuto esiti non felici in ogni caso. Un bel guaio di fatto: l'avere conosciuto quel lato deplorevole del signor Lorenzo era una lama a doppio taglio, perché lui aveva comunque scoperto l'esistenza del nostro dildo Tom. Fatto che di per sé rappresentava una seria motivazione per la nostra cacciata dall'istituto, per la sola ragione di avercelo introdotto. Lui era un'istituzione del colleggio per i lunghi anni di inapputabile servizio svolto, se avessimo creato uno scandalo chi mai avrebbe creduto a ciò che dicevamo d'aver veduto? Avrebbe avuto gioco facile nel sotenere che c'eravamo inventate tutto poiché lui aveva scoperto che possedavamo quel cazzo di plastica. Nell'incapacità a muoverci, ci sentivamo combattute da sentimenti ambigui: la paura d'essere scoperte si univa all'attrazione per quanto stavamo osservando, rendendo più pruriginosa e morbosa la voglia di continuare a guardare. Marika esacerbata dallo spettacolo di quel membro nodoso, carezzato in quella maniera oscena, non riuscì più a contenersi. Prese fiato e senza il minimo fruscio, sollevo la corta gonnella, infilò il pollice nell'elastico delle mutandine e le fece scivolare alle ginocchia, poi sbottonò la blusa e fece emergere le tette dal bordo del reggiseno. Iniziò a stringersi i seni, plasmandoli con forza: non li aveva voluminosi come i miei, ma possedeva capezzoli grossi e scuri ben disegnati, turgidi come fragole mature. Mentre li strizzava tra i polpastrelli, a capo chino ci passava la lingua insalivandoli, poi iniziò a slabbrarsi la fighetta con con le dita tese. Si mordeva le labbra la troietta, le dita torturavano il clitoride ed erano zuppe di secrezioni. Vederla toccarsi la fica guardando il cazzo di quel maiale, fu troppo anche per me, mi procurò una vertigine: mi sentì eccitata in maniera vergognosa. In fine cedetti e scostai le mutandine: affondai le dita nella carne già frolla e vischiosa, presi a stringermi la nocciolina del clitoride, volevo farmi male, squirtarmi nella mano e godere. Piegai le ginocchia, lasciai scivolare ai piedi le mutandine, con le natiche sporte all'infuori, insalivai due dita e le affondai lentamente nell'ano, lo sfintere si dilatò morbido a riceverle. Le ruotai all'interno, procurandomi uno spasimo struggente, un labile confine col calore del piacere: desideravo la grossa cappella del signor Lorenzo ad allargarmi il budello in quel momento. Desideravo che quel membro mi sbattesse fino a farmi male. Accoglierlo in bocca per sentirne il sapore animale, per affondarmelo in gola, sentirmi dire quanto fossi troia, mentre gli facevo un lento pompino, inzuppandogli l'asta di bava calda e filante. Immaginavo di gustare quelle goccioline candide che stillava alla sommità del glande, leccargli lo scroto gonfio, infilargli la lingua nell'ano, se me lo avesse ordinato. Mi sentivo lasciva e sudicia, pronta a ogni cosa più abietta del sesso, degna di quel depravato maiale. Non so dire se il gemito sfuggì dalle mie labbra o da quelle della mia compagna, ma ruppe in maniera nitida quel silenzio di respiri contenuti e di carezze umide. Lorenzo lo avvertì: voltò il capo nella nostra direzione e ci vide, gli occhi mandarono bagliori di furore cattivo. Scattò in piedi cercando di riporre il suo coso duro nella patta. Dopo concitati tentativi, paonazzo in volto, con gli occhi dilatati e iniettati di sangue di un Cerbero infernale, tra imprecazioni sacrileghe, ritrovò una parvenza di ragione e rivolse a noi la sua funesta attenzione. Tutta la scena si svolse con una tale rapidità che non avevamo trovato il tempo di tirarci su le mutandine. Irruppe nella stanza, squadrandoci dall'alto del suo metro e novanta: disgusto e collera gli trasfiguravano il viso in una maschera di ferocia che non promettevano nulla di buono. Noi eravamo pietrificate di terrore, gli occhi sbarrati, le facce sbiancate, le mutandine arrotolate intorno alle caviglie, confuse di timore e vergogna: prossime alle lacrime. Tentammo di balbettare qualche debole squittio di scuse che lui mise a tacere con una sola scudisciata d'occhi. L'espressione arcigna, con la sua barba color fiamma, unita all'imponenza del corpo, evocava l'immagine di una divinità barbarica, dotata di potenza e ira disumane. - Piccole troiette ficcanaso. Dunquevi piace guardare, oltre che slabbravi le fiche con quel cazzo di gomma. Vero? - La voce baritonale sembrava provenire dagli inferi. - Puttanelle. Mentre vi godevate lo spettacolo, vi lisciavate i buchi con le dita. Ottimo! Infoiate come cagne, le mie brave educande. - Raggiunse rapido l'uscio alla stanza, chiuse la porta a chiave e la infilò in tasca. - Ora che nessuno verrà disturbarci, vi leverò la voglia di cazzo che vi infiamma le cosce e il brutto vizio di spiare. Parola mia. - Una luce di selvaggia determinazione gli brillava negli occhi. Un brivido ci corse lungo la schiena: eravamo angosciate da quello che avrebbe potuto farci, quanto dall'idea che potesse denunciare alla Preside di aver trovato quel fallo di lattice nel nostro bagno. Aveva sul viso un ghigno rancoroso, l'essere stato scoperto lo mandava in bestia. - Meritate una severa punizione- - disse – Il giusto castigo per la vostra depravata condotta di troiette - Ci prese per un braccio e ci fece stendere di traverso su uno dei nostri letti, prone e affiancate, lasciando che le ginocchia sfiorassero il pavimento. Si posizionò alle nostre spalle, in piedi tra noi, ordinandoci di restare in assoluto silenzio, volle che raccogliessimo le braccia conserte sotto al mento, come se ci accingessimo a dormire. Ma non aveva certo intenzione di farci riposare, aveva ben altri progetti quel perverso maiale. Infatti lo sentimmo armeggiare alle nostre spalle. Con la coda dell'occhio intravidi che sfilava la cintura dai pantaloni, ne arrotolava una parte nella mano e infine calciava distante l'indumento scivolato ai suoi piedi assieme ai boxer, restando nudo dalla cintola in giù. Una selva di pelo fulvo, gli rivestiva il bacino e gli arti inferiori. Si chinò a strapparci dalle caviglie le mutandine, le annusò intensamente, beandosi del profumo ancora fresco delle nostre secrezioni, che le avevano intrise. Ci sollevò gonnelle oltre la vita, sistemò dei cuscini sotto le nostre pance, lasciandoci col bacino sollevato e le natiche in bella vista. Sempre sbirciando di sottecchi, vidi nuovamente crescere quell'organo d'animale che gli pendeva fra le cosce. - Ora vi scalderò questi culetti piccole bagasce. Guai a voi se sento un solo strillo. - Detto questo, appallottolò le nostre mutandine e ce le cacciò in bocca per ammutolirci. Sentimmo le sue mani callose e ruvide percorrere le nostre cosce dall'incavo delle ginocchia alle fessure delle nostre topine. Ci palpò con cura le natiche tastandone la carnosa consistenza, pizzicandole qui e là. - Avete bei culi sodi e molto invitanti. Pronti per ricevere grossi cazzi. Chissà quanti ne avrete già presi, sporcaccione come siete. - Sogghignava e godeva nell'insultarci, le dita nodose come rami di noce ispezionavano ingorde i nostri buchetti ancora umidi, trovandoli morbidi per le carezze a cui ci eravamo abbandonate. Nostro malgrado, li trovò già pronti e ricettivii ad accogliere quelle lascive intrusioni: le sue dita affondavano, sguazzando nelle mucose, con la cedevolezza del burro scaldato. Non pago di quei maneggi osceni, ci impose di divaricare la cosce, affinché risultassero impudicamente esposti, l'orifizio bruno tra le natiche e le nostre vagine aperte. Poi iniziò il nostro castigo: Marika ricevette il primo colpo di cintura, la sentì sussultare, irrigidendosi al mio fianco. Morse le mutandine ed emise solo un lungo, sofferto, sospiro. Il secondo colpo fu per me, ma non fu immediato, il signor Lorenzo lascio trascorrere qualche secondo prima di assestarlo. Lo fece con perfidia, per accrescere in me l'ansia di riceverlo. Di certo aveva una certa esperienza di quelle punizioni e di come gestirne modi e tempi, non eravamo sicuramente le prime due collegiali che assaggiavano il morso della sua cintura: era lampante che la cosa eccitasse in suoi istinti più perversi. La punta della cinghia mi colpì nel solco tra le natiche, un bruciore intenso si irradiò nella carne: addentai anche io le mutandine per soffocare il mio urlo. La mente era racchiusa in una bolla di paura e sensazioni contrastanti. Nella stanza solo gli ansimi dei nostri fiati, unito al sibilo sordo del respiro di maiale in fregola del nostro aguzzino. Era immersa in una sorta di sogno o meglio di incubo, potevo solo serrare gli occhi, mordere il tessuto che tenevo in bocca e attendere la prossima staffilata. Proseguirono equamente distribuite tra me e la mia compagna di sventura: ne contammo una decina a testa. Non si limitava a colpirci le natiche, era molto abile, infatti, nel calibrare quei colpi: sapeva centrare con la punta della cintura ora lo sfintere anale, ora lo il solco fra le grandi labbra delle nostre vulve. Quando le colpiva si schiudevano, seguite da un nostro sussulto, come petali sgualciti di un fiore nel temporale. Il bruciore era intenso, a tatti insostenibile, ma dopo un po' avvenne una sorprendente trasformazione nella mia percezione fisica. Non era più solo dolore, la carne risultava intorpidita, si accendeva nel fondo come per uno stimolo indecente, dato da una carezza rude, rivelando un insano retrogusto di piacere malato, masochistico . Ne fui allarmata, la natura di quella sensazione era incomprensibile: avrei dovuto desiderare di fuggire da quel castigo, o che avesse termine nella maniera più rapida, ma non andava così. Quasi senza volontà, mi trovai a divaricare ancor più le cosce, desiderando che potesse colpirmi con più agio. Sentivo crescere il desiderio inconfessabile che, dopo ogni colpo, Lorenzo mi strizzasse il clitoride tra le dita, per aumentare quella sensazione sfinente di calore ai terminali nervosi del piacere. La fica mi pulsava in un crescendo di contrazioni, le secrezioni inondavano il sesso. Trasgredendo all'ordine che imponevano l'immobilità, portai una mano sotto il ventre e iniziai a toccarmi: ero liquida come una susina matura aperta in due. Il signor Lorenzo pensò a un tentativo di proteggermi dai colpi e mi richiamò duramente, poi osservando il movimento della dita, unito al languore dei miei sospiri, comprese stupito, che mi stavo masturbando mentre lui mi puniva. - Che piccola cagnetta viziosa. Ti piace essere castigata, è vero? - Constatò stupefatto. - Signor Lorenzo... ho tanta voglia. Guardi: sono tutta aperta e bagnata. La prego continui, mi frusti la fica, ho bisogno di godere..."- - Te la farò diventare incandescente, piccola sporcacciona. Avanti, tienila aperta con le dita. - Portai entrambe le mani a spalancare il sesso, protesi le natiche all'insù, di modo che, le labbra disgiunte del sesso, si offrissero per meglio ricevere le cinghiate. Si produsse in una nuova serie di colpi, avevo il clitoride in fiamme e brividi tali che, se mi fossi toccata, sarei giunta all'orgasmo. Lorenzo aveva il volto sfigurato di lussuria: congestionato, con quella barba ramata pareva che l'intera testa fosse in fiamme. Grondava sudore dalla fronte, il suo sesso era impietrito dal turgore, lacrime brillavano sulla punta del glande. Prese per i cappelli la mia compagna e le trascinò la testa davanti alla mia vagina. - Leccala! - disse, autoritario. Sentii la lingua calda di Marika spalmarsi sulla mia figa: la punta si insinuò tra le grandi labbra, fendendo la morbidezza liquida delle mucose, vellicò il mio buchetto posteriore, insalivandolo con foga. La porcella ci prendeva gusto, sapevo da sempre quanto le piacesse leccarmela, nei nostri giochi non perdeva occasione. Il suo viso era interamente affondato nella mia carne: un lavorio impetuoso, sfrenato, di labbra e saliva che si mescolava alle mie secrezioni colando liquido all'interno delle cosce. Dio come succhiava bene quella troietta, l'abitudine a leccare dava tutti i suoi frutti. Inarcai il bacino spingendo il pube verso la sua bocca, invocai che mi penetrasse con le dita: esaudì prontamente la richiesta impiegandone quatto. Prese a penetrami, unite alla lingua frenetica. Travolta dal piacere, vidi che nelle mani del signor Lorenzo era comparso il nostro dildo Tom. Sorrideva con un ghigno maligno, con la voce impastata di lascivia, parlò a Marika: - Brava! Piccola cagna. Ora prendi questo e mostrami come giocate tra voi, quando siete in fregola. - Diede il dildo alla mia compagna. Lei nel fare ciò che le veniva richiesto, fece colare della saliva su Tom, poi la spalmò su tutta la sua lunghezza con la lingua. Aveva un'espressione divinamente porca. Iniziò a strusciare la cappella di Tom sul mio clitoride, mi sentivo liquefare, spinsi il bacino verso lei e chiusi gli occhi, in attesa che iniziasse a infilarmelo dentro. Lo fece scivolare lentamente, era grosso e mi riempiva, stavo carponi con la testa affondata nel letto e le natiche in alto, ansimavo come una cagna alla monta. Marika maneggiava quel fallo di lattice in maniera fantastica: lo ruotava nell'introdurlo, spingendolo avanti e indietro con un ritmo continuo. Rumori liquidi e impudici si producevano nel movimento. - Più forte Marika! Fammi godere tesoro. – La mia voce era un'invocazione delirante, stavo impazzendo. Il maturo porco, infoiato come un mandrillo, aveva voglia di affondare quel grosso cazzo nei nostri buchetti morbidi e irrorati di succhi. Non più pago di assistere passivamente a quella scena oltremodo eccitante, decise di passare all'azione, si parò col membro in mano davanti al mio viso: - Prendilo in bocca. Fammi sentire come sei brava a succhiare un cazzo vero. – Mi prese la testa tra le mani e mi spinse il membro fra le labbra. Puzzava di un afrore ripugnante, sudore e cattiva igiene da mozzare il fiato. Vedendomi restia ad aprire la bocca, mi strinse le narici con le dita, per respirare fui costretta a spalancarla: il suo cazzo mi scivolò sulla lingua, giunse al fondo del palato e toccò l'epiglottide. Un conato di vomito mi colmò la bocca di saliva, gli inzuppai il sesso e i testicoli, lui indifferente, fermandomi la testa con le mani, prese a scoparmi la bocca. La sua faccia era una maschera di concupiscente soddisfazione, mi usava come una puttana da bordello di terz'ordine. Non sopportavo che mi trattasse come una bambola di gomma: afferrai il suo membro in mano, lo guidai nella bocca, feci scorrere la pelle lungo l'asta, era intriso di bava, scivolava nel pugno innervata come un'anguilla. Il pompino dovette piacergli, mugolava come un maiale felice di sguazzare nel letame, mi lasciò fare carezzandomi il capo. - Brava la mia puttanella, che succhia il cazzo così bene. – Marika aumentava la cadenza: avevo il tremito che precedono l'orgasmo, smaniavo come una scrofa in estro. Il Lorenzo a quel punto ebbe una nuova fantasia: mi tolse il cazzo di bocca e mi ordinò di voltarmi verso la mia compagna. - Voglio che vi guardiate negli occhi mentre sborro, piccole bagasce. – Così dicendo tolse Tom dalle mani della mia amica, e mutato che avemmo di posizione, me lo introdusse nel retto. Lo spinse al fondo del budello, mi sfuggì un gemito, dovetti stringere i denti mentre quella grossa gomena nera mi dilatava lo sfintere. La bocca di Marika si incollò alla mia, la sua lingua mi cercò e iniziai a succhiargliela, aveva il sapore della mia fica. Mentre ci baciavamo Lorenzo passo alle sue spalle, le assestò due sberle sulle natiche, gliele scostò con le mani e lasciò scendere un filo di saliva sull'ano, dove affondò il grosso pollice slabbrandoglielo. Marika emetteva piccoli squitii e profondi sospiri, quando reputò di averle dilatato a sufficienza l'anello dello sfintere, ci puntò sopra la cappella e iniziò a spingerla dentro. Quando quella bestia le forzò il canale rettale, l'urlo della mia amica si spense sulle mie labbra che le sigillavano la bocca. Lui tra grugniti animaleschi, iniziò a sodomizzarla. La penetrava con affondi possenti, lei guaiva piano, come un cucciolo ferito. - Ti sto rompendo il culo troietta, ti piace questo grosso cazzo? Lo senti come ti sta sfondando? Da molto ne sognavi uno così, vero? – Marika subiva quella sorta di stupro a occhi chiusi, immersa nelle sensazioni voluttuose che le rimescolavano il ventre, era evidente che le piacesse. - Oh!!! Sìì, mi fotta il culo signor Lorenzo... Più forte la prego!... - Lorenzo la stava letteralmente sfondando. - Mi piace! Continui. Non smetta... Nooh! - Mi ero staccata dalla sua bocca e avevo portata la vagina davanti alle sue labbra, soffocava il suo lamento affondando la bocca fra le mie cosce. Era in bilico sulla corda sottile del piacere, la sua lingua tornò a pennellare il mio sesso, stava per venire e io con lei. Vidi gli occhi del nostro carnefice dilatarsi in una tensione parossistica, pareva prossimo a rendere l'anima al creatore. Non fece un colpo, ma si svuotò con un rantolo animalesco nel budello martoriato di Marika, il suo seme eruttò a fiotti interminabili dentro lei. Marika venne accasciandosi nel mio grembo, incollata come una ventosa al mio sesso. Anche io mi abbandonai, i suoi sussulti mi trascinarono in un vortice di piacere sconvolgente. L'orgasmo mi travolse come una scossa ad alto voltaggio, lasciandomi boccheggiante sul letto. Un silenzio appagato scese sulla stanza, con gli occhi socchiusi ne vedevo i contorni annebbiati, l'odore del sesso impregnava l'aria: sudore, sperma e afrori di secrezioni intime, aleggiavano come una caligine densa all'intorno. Lorenzo si sollevò e iniziò a rivestirsi, scomparve nel bagno per orinare e detergersi il sesso. Quando cessarono i rumori dell'acqua prese a parlare. - Dunque piccole sporcaccione, voglio essere magnanimo con voi: vi propongo una mediazione. Preferite che denunci le vostre sconce abitudini alla Preside del collegio, o decidete di accondiscendere a soddisfare le mie richieste ogni volta che in futuro ne avrò desiderio? - La sua voce aveava un tono sarcastico, sapeva di non proporre un baratto, ma un infame ricatto. - Se accettate ditelo ora, non ho altro tempo da sprecare con voi. - aggiunse con una punta di goduta cattiveria. Non ci guardammo neppure: le nostre teste si mossero all'unisono in un cenno di assenso. Che altro avremo potuto fare?
  4. Nightafter

    L' ascensore

    Ciao Claudia100 Grazie anzitutto di avermi letto e commentato. Questo racconto è un'estratto di una storia più lunga e complessa che ho messo in parcheggio diverso tempo fa. Purtroppo mi rendo conto che nel complesso risulti disarmonico e poco coerente nello spirito di un racconto puramente erotico. Inoltre necessita di una vigorosa ripulita dei vari problemi ortografici e di refusi contenuti che mi sono stati gentilmente rilevati. Ho chiesto da un paio di settimane la gentilezza di rimuoverlo, per poterlo almeno riproporre con le dovute correzioni, ma lo staff che si occupa della gestione di questa area del sito è probabilmente in vacanza, per cui attendiamo fiduciosi. Non conosco "Siamo solo noi" di Angelo Longoni, grazie dell'indicazione, mi premurerò di cercarne quanto prima una copia : )) Grazie ancora e a presto rileggerti.
  5. Nightafter

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Caspita @Cerusico ma che piccolo capolavoro hai creato. E' stupendo, un piccolo romanzo o un breve film contenuto in un racconto. La ricchezza e allo stesso tempo l'essenzialità con cui narri molto, con dovizia di particolari, ma in equilibrio e una economia di parole che possiedono solo i grandi narratori. E infine una conclussione che volge al positivo, un happy end a cui abbiamo perso l'abitudine, ma dimostri che è possibile ne esistano ancora. Questo pezzo per la sua completezza avrei potuto leggerlo nei migliori autori (anche classici) che ho letto nella mia vita. Un'ividia feroce e tutta l'ammirazione per tanta maestria. Smettila per favore di scrivere così bene che fai crollare l'autostima di tutti gli aspirati scribacchini negletti come me. Un saluto e un ringarziamento.
  6. Nightafter

    L' ascensore

    ...Poi la situazione era tutt'altro che "fredda", dai.
  7. Nightafter

    L' ascensore

    Boh? Francamente non mi ero mai posto il problema perchè ho postato qui una cosa due anni fa e poi mai più. Quella non me l'aveva commentata nessuno per cui sono rimasto piacevolmente sorpreso. Sul sesso anale abbiamo evidentemente vissuti decisamente diversi Ciao ancora e un abbraccio.
  8. Nightafter

    L' ascensore

    Grazie SeeEmilyPlay per il prezioso spulciamento ortografico, che mi consentiranno (forse) di giungere ad una versione riveduta e corretta di questo vecchio racconto. L'ho ripescato tra le vecchie cose pensandolo già vagliato, poichè l'avevo molto tempo fa pubblicato anche in Officina, ma è evidente che non avevo apportato le correzioni che al tempo mi erano state suggerite. Questo è il mio gatto che è passato sulla tastiera un attimo prima dell'invio, non mi sono accorto del danno e già subito ho segnalato il problema con apposita mail allo staff ma al momento non hoancora ricevuto risposta. La sodomia diretta senza preparazione credimi non è un grande problema se chi la riceve ha una certa consuetudine con la pratica. Forse avrei dovuto far seguire nel dialogo un "Ahh!", o un "Mhhhh!, o un Noohhh! ma non ci ho pensato e me ne scuso. Entrambi sposati perchè il pezzo fa parte di una storia più lunga di cui è solo un episodio. E soprattutto perchè i due personaggi di quell'azienda erano, rispettivamente e regolarmente, coniugati nella realtà a cui mi sono ispirato. Ti ringrazio davvero per l'interessamento ed è una piacevole sorpresa per me scoprire che si possono ricevere recensioni su un racconto anche al di fuori degli spazi di Officina. Un caro saluto, amica mia.
  9. Nightafter

    L' ascensore

    Il tempo scorreva con esasperante lentezza in quel buio soffocante. Ogni tanto mettevo mano all'accendino e guardavo l'ora: ne erano già trascorse due, da quando eravamo rimasti bloccati in quel cazzo di ascensore. L'energia elettrica non tornava e questo era un fatto strano. Di norma queste interruzioni in rete, non duravano oltre i trenta minuti. Probabile che un relè o un fusibile, andati in malora per lo sbalzo di tensione, impedissero la ripartenza della cabina. Era un pomeriggio di sabato a fine luglio, tempo di presentazione di collezioni: ai primi di settembre incombevano i saloni della moda, periodo di lavoro concitato, prima della pausa estiva. Fuori, per strada, faceva un caldo africano e dentro quella scatola ferma nel vuoto, senza aria condizionata, anche. La Signetti e io avevamo lavorato in straordinario fino alle 13,30. Eravamo stati gli ultimi a lasciare l'ufficio e salire su quell'ascensore prima del blackout: l'edificio era ormai deserto e noi completamente soli. Rassegnati, sudati, sedevamo al pavimento in quel silenzio statico, immersi in un buio in cui non ci vedevi neppure a bestemmiare. La moquette ruvida e pungente puzzava di polvere e faceva venire da grattarsi in tutto il corpo. Tra noi era sceso un silenzio corrucciato, cresceva l'idea che quella rogna non si sarebbe risolta in fretta, inoltre, iniziavo a sentire un fastidioso bisogno di svuotare la vescica. Faceva un caldo porco e si boccheggiava. Oltre all'oscurità, la temperatura micidiale e la rottura dicoglioni, c'era poi il profumo di lei che, amplificato dalla traspirazione, aveva saturato l'aria della cabina. Un effluvio insinuante, ruffiano, creato perfidamente per mettere in tumulto i sensi di un uomo. Uno di quei profumi raffinati, da ricca, quelli che sentivi addosso a donne di classe, nelle caffetterie eleganti o nei ristoranti "stellati" del centro. Mi irritavano quelle fragranze che sapevano di lusso e arroganza: un terzo di essenza profumata e il resto feromoni allo stato puro. Vere trappole olfattive, create per risvegliare gli istinti bassi del maschio: come avveniva nelle piante carnivore che, con un seducente aroma attiravano insetti per cibarsene, nella loro bocca vorace. Con un'amenità, decisi di rompere quel silenzio che ci divideva come un muro ostile. - Non sente appetito Signetti? Io ho un vuoto cosmico nello stomaco. - - Mah! Lasci perdere Martini, ora come ora, non manderei giù neppure un chicco di riso. Mi andrebbe invece un caffè. Ma qui, meglio non pensarci. - - Non dica niente! Darei un mese di stipendio per una sigaretta – Sospirai – Meglio davvero non pensarci. - Lei sbuffò piano, avvertì che cambiava posizione alle gambe, distendendole. - Non mi spiego perché non vengano ancora a cercarci? - - Troppo presto. - Risposi - Se pure fossimo usciti dall'ufficio puntuali, con questo traffico, non sarebbero bastati tre quarti d'ora per giungere a casa. Senza tenere conto della ricerca di parcheggio poi. - - Vero Martini, ma sarebbe un'ora e poco più. Qui di tempo, ormai, ne è passato una cosa che va bene. - - Certo! Ma sa meglio di me che in questo periodo, sovente ci si ferma per un'urgenza ben oltre l'orario, senza avvisare casa. Quindi non si saranno certo allarmati del nostro ritardo. - - Ha ragione, inoltre, mio marito nel pomeriggio aveva una partita a golf con amici. Quindi fino a questa sera non sentirà certo la mia mancanza. - La conversazione si spense. Le parole stentavano a venire in quell'atmosfera densa di umidità e insofferenza. Restavano il fastidio per la sfiga subita, il sudore che inzuppava la camicia, il bisogno crescente di pisciare e il disagio della Signetti per compagnia. Nervosamente pensavo che nel 1985, con lo Space Shuttle che andava e veniva dallo spazio come un autobus cittadino, fosse incredibile restare bloccati in un ascensore, all'interno di un edificio deserto, per mancanza di elettricità. In questo paese si era in ritardo su tutto: esistevano già sistemi di telefonia cellulare nel Regno Unito, in Scandinavia, in Giappone, in vaste aree degli Stati Uniti e in una moltitudine di altri posti. La gente poteva chiamare dal proprio telefonino, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, in caso di necessità, un centralino dei vigli urbani, dei pompieri o della polizia. Insomma, in un paese civile, al massimo in mezz'ora, sarebbero usciti da quel bagno turco, oscuro e puzzolente. Poi il colmo: fra le oltre cento persone dell'azienda, trovarsi recluso, in quello spazio angusto, proprio con la Signetti. Una empatica come un herpes genitale. Fanculo va! Lei era la "Segretaria di direzione" e a interim, copriva la funzione di "Responsabile delle risorse umane". Una sorta di eminenza grigia in gonnella, insomma. In verità era anche una donna assai attraente: Laurea "bocconiana"a pieni voti, master in Gestione Aziendale alla Oxford Brookes University Businnes School, svariati corsi di management, marketing e macro-economia. In sostanza, un numero tale di credenziali che ci andava un biglietto da visita lungo quanto un lenzuolo, per elencarle tutte. Una vera corazzata, non c'era in azienda un solo uomo che le stesse al passo: già si parlava di lei come della futura candidata alla"Direzione generale". Prossima ai trentacinque anni, coscia lunga su tacco dodici, vestiva raffinati tailleur blu notte o grigio piombo. Una costante era di portare camicette con i primi due bottoni aperti: giusto da lasciare in vista il filo di perle e un triangolo di reggiseno su due tette a prova di gravità. Sapeva trattarsi bene la ragazza, roba fine, indubbiamente lingerie da boutique: forse La Perla o Victoria's Secret. Gli occhi chiari suggerivano un distacco affine alla crudeltà. Era sicuramente affascinante, di quel fascino oscuro, da dark lady dei film noir anni '40, possedeva l'eleganza fluida e micidiale di un black mamba. La sentì muovere: lo scatto metallico di una chiusura meccanica, indicò che stava cercando qualcosa all'interno della borsetta. - Le va una salvietta profumata per il viso, Martini? - Un aroma di aloè vera si diffuse all'intorno, ne presi a tentoni un paio dalla confezione e la ringraziai. Ci frizionai viso e collo, anche lei faceva lo stesso. - Lo cosa che più mi rende nervosa è l'inattività forzata. Odio sprecare il tempo, Martini. Nel pomeriggio, ero tentata di continuare il lavoro fino alle sedici, poi di recarmi in centro per un aperitivo. Lo avessi fatto ora non sarei bloccata qui. - - La capisco: io fossi stato meno zelante e attaccato al bene aziendale, ora sarei a bagno, in riva allo stabilimento Moana di Finale Ligure. - Il raffronto non dovette piacergli, perché il silenzio tornò ad avvolgerci, cupo come un sudario. Lei era la depositaria di tutti i segreti aziendali: il suo compito, che le fosse stato conferito segretamente o che lo avesse assunto da sé, non terminava nel disbrigo delle sue mansioni ufficiali, di fatto era l'occhio immanente della proprietà, calato nella vita aziendale. Nulla di ciò che avveniva nel dedalo degli open space, poteva sfuggire alla sua conoscenza. Girava leggenda che neppure nel chiuso dei bagni si fosse invisibili allo scandaglio del suo sguardo. Qualcuno, nei servizi degli uomini, aveva scritto: "Centra la tazza! Dio non ti guarda, ma la Signetti si." Ovviamente era una burla, ma i dipendenti che per bisogno si recavano lì, pare lo facessero con una certa sensazione di disagio. Trascorse altro tempo, scandito dai nostri respiri pesanti in quel silenzio cieco e torrido. Azionai nuovamente l'accendino: erano le 18.37, la mia necessità di orinare cresceva in modo esponenziale. Nel bagliore dell'accendino il suo viso, imperlato di sudore, assumeva le fattezze di una maschera tragica del kabuki. Tutti ne avevano più timore che rispetto, nutrendo verso di lei pensieri malevoli. Malignamente, si insinuava che tale potere gli derivasse da certe lunghe permanenze, fuori orario, nell'ufficio di presidenza, in intimo colloquio col grande boss. Lei non si curava di maldicenze e dicerie, era superiore. Disprezzava quei paria ipocriti, che simulavano grande impegno lavorativo, mostrandosi ossequiosi al suo passaggio. Squallidi impiegati, in perenne rapporto simbiotico con le poltrone, da cui staccavano le natiche solo per trascinarsi al distributore di caffè nel corridoio. Del malanimo che le aleggiava intorno non mostrava di soffrirne, anzi, pareva trarne un fluido energetico, un'ulteriore forza, che la rendevano più potente e temibile. Non stava, ovviamente, nelle mie simpatie, del resto ero certo che la cosa fosse reciproca. In realtà, non mi fregava nulla del come facesse carriera. Erano cazzi suoi, se era arrivata dove stava per meriti di lavoro o aprendo le cosce al Presidente. La cosa mi era del tutto indifferente: io la detestavo per ben altro. Non avevo dimenticato che anni prima, al suo debutto aziendale, era stata l'artefice della cacciata di Agnese dalla nostra ditta. Lo aveva fatto con una porcata chiamata: "Razionalizzazione delle risorse umane". Una formula, nel moderno linguaggio manageriale, per indicare una pesante ristrutturazione aziendale, brutali tagli di budget e di personale. Aveva tolto il pane, con la facilità di una flatulenza, a una trentina di padri di famiglia, gettandoli in strada e nella disperazione. Furono giorni di terrore palpabile: ogni mattina ci si chiedeva chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto la falce della Signetti. Cercavi negli occhi del tuo vicino lo sconforto di una di quelle lettere di licenziamento, ed egoisticamente pregavi che toccasse a lui. Agnese, chiusa in macchina nel parcheggio aziendale, con la lettera in mano e il viso stravolto di pianto, era rimasta dentro me come una ferita mai rimarginata. Agnese, sola al mondo col suo bambino da crescere, travolta da quella notifica breve e formale in corpo dieci, con l'universo che le rovinava addosso in quella mattina. Io di lei ero innamorato e non g++++++++++++++++++++lielo avevo mai detto. Ero sposato, cosa mai avrei potuto offrirle se non una storia misera e colorata di squallore? Solo menzogne e rimorsi, da consumare in qualche motel della tangenziale o alberghetto nascosto della prima collina. Meglio tacere. Meglio soffrire da soli che generare altro dolore. Signetti cambiò ancora posizione e le sfuggì un gemito. - Lei non sente dei crampi alle gambe Martini? - - E' il caldo Signetti, provi a mettersi in piedi e batta con forza i talloni al pavimento, dovrebbero passare. - La senti fare ciò che avevo suggerito: gemeva a ogni botta di tallone. - Wow! Funziona! - esclamò con sollievo. – Va molto meglio, grazie. - - Si figuri, è un trucco del nostro massaggiatore di calcetto, è molto efficace con questo genere di crampi. - - Ah! Lei gioca a calcetto Martini? Uhmm... Non sapevo fosse uno sportivo. - - Niente di che, qualche amichevole con amici, una o due volte al mese, nulla di serio, mi creda. - -Bèh! Non faccia il modesto, a pensarci avevo notato un portamento atletico. - -Ma no, che dice. Cerco solo di non diventare decrepito prima del tempo. Anche lei, del resto, si tiene in ottima forma. - - Si, faccio palestra, massaggi e piscina tre volte alla settimana: mi piace sentirmi dinamica. Mi creda: niente come l'inattività mi rende nevrastenica. - Certo, mi venne da pensare: qui non c'è nessuno da licenziare o a cui fare un servizietto in Ufficio di Presidenza. La stanchezza e la temperatura mi rendevano cinico fino alla misoginia. Rivoli di sudore mi correvano lungo la schiena, la camicia era fradicia: l'avrei potuta strizzare e stendere su un filo con due mollette. - Mi scusi Signetti, ma devo levarmi la camicia. Perdonerà la poca eleganza del gesto, ma non riesco più a tenerla su, bagnata così. - - Tranquillo Martini, faccia pure. Non mi formalizzo. Del resto, per quello che si vede qui dentro, fossimo anche nudi, chi mai se ne accorgerebbe? Anzi sa che le dico? Sto morendo dal caldo. - Emise un sospiro di sfinimento. - Data la situazione ci concediamo qualche libertà: quindi, se permette, mi alleggerisco anch'io. - Gli occhi, in quelle tenebre, coglievano solo l'impronta nera della sua sagoma: stava sbottonando il vestito, altri fruscii lasciavano intuire che stesse sfilando le braccia dall'abito. Alla fine si fermò, poggiando le spalle denudate alla parete di specchio dietro noi. L'idea che fosse rimasta col solo il reggiseno, mi procurò un innegabile turbamento. È singolare come il nostro corpo reagisca in maniera del tutto incontrollata anche nelle situazioni più paradossali. Nonostante la situazione, l'idea lei, mezzo nuda in quel buio, mi creò un certo rimescolio fisico: il sangue accelerò le pulsazioni e mio malgrado subì un'erezione. Mi sentivo in colpa senza ragione, con un riflesso irrazionale, coprì l'inguine con le mani, grato all'oscurità che celava l'imbarazzo e il resto. - Cosa c'è Martini, è nervoso? - C'era una nota divertita nella sua voce. Quella donna aveva una sensibilità diabolica, di certo aveva percepito una variazione del mio umore. - Nulla Signetti, è solo questo maledetto caldo.- Temevo udisse le pulsazioni rapide nel mio petto, o mi leggesse nel pensiero. - Si, Martini, fa troppo caldo. Non nascondo che sarei tentata di spogliarmi del tutto.- Il suo profumo mi stordiva, quelle parole bloccarono la mia salivazione. Restai muto a boccheggiare come un pesce scalzato dall'acqua. - Ma non abbia timore, non lo farò, non vorrei scandalizzarla. - Seguì una scrosciante risata: la stronza trovava spassoso il mio turbamento. - Ma si figuri Signetti. Se vuole lo faccia, non sarò certo io a scandalizzarmi. - La voce suonava incerta, dovetti tossire per schiarirla. - Anzi, per non crearle imbarazzo, se crede, mi volto dall'altra parte. - - Ahahah!... - Una nuova fragorosa risata. - Non sia ridicolo. Sembriamo immersi nell'inchiostro. Mica avrà agli infrarossi nello sguardo o ci vede di notte come i gatti? Questa si, che sarebbe una bella sorpresa. - - Ma no, dicevo per dire... - Altro colpo di tosse. - Quindi non si scandalizza, giusto? Del resto, un uomo navigato come lei, volevo ben dire.- Era ironica, stava giocando. - La trovo riservato e galante sa? Un vero gentlemen d'altri tempi, direi. Continuava a giocare, quella provocazione, quel leggero sfottò la stavano divertendo. Non ne capivo però il motivo: forse il caldo e quella strana situazione davano alla testa. - Come mai è sempre così controllato Martini? Altri, con una donna seminuda al fianco e questo buio... Bèh, forse non terrebbero lo stesso distacco. - Potevo immaginare l'aria beffarda che certamente aveva in volto. - Non è che alle volte, mi sarà un po' timido con le donne? - Cazzo! Che stronza. Eravamo alla presa per il culo più esplicita. - Boh? Signetti, in fondo non è poi diverso dal trovarsi spogliati in spiaggia al mare. Giusto, no?. - Cercavo di non raccogliere la sua provocazione, alleggerendo il discorso. - In spiaggia al mare?...Ahaha! Già mi figuro a giocare con secchiello, paletta e formine. Questa è forte davvero! - - Via, andiamo. Se ci riflette un po', nella sostanza cosa cambia?. – - Martini, lei mi sorprende sa? Oltre che sportivo è anche filosofo. Doveva succedere questa seccatura perché lo scoprissi. Chissà quante altre cose sorprendenti cela sotto quell'aria imperturbabile.- Nel parlare, si era fatta più vicina. Lo sentivo del tepore al mio fianco. - Quindi l'idea di noi due, qui, privi di vestiti, soli al buio... Questo la lascia indifferente? - Sussurrava. Un tono suadente. Più bollente dell'atmosfera in cui stavamo immersi. - Si! Cioè, no. Nel senso, ecco, volevo dire: lei è una gran bella donna. Davvero, mi creda. Ma è che io... Ho il massimo rispetto...Insomma intendevo dire... - Esprimermi in maniera sensata, diveniva un'impresa. Sedevo su un tappetto di carboni ardenti: ero nel pallone. - Peccato. Sa? Pensavo ci fosse un po' di simpatia tra noi. Magari non proprio confidenza. Ma che non le fossi completamente indifferente. Sbagliavo, vero Martini? - Ora il tono pareva deluso, spiaciuto.. - Ma no! Che dice Signetti? Non mi è indifferente. Ripeto: è una donna splendida. Ma ho sempre guardato a lei come a una collega. Anzi un mio superiore, un dirigente. - - Via Martini, che dice? Siamo alla fine del secondo millennio. C'è stata la Rivoluzione francese e quella d'Ottobre. Abbiamo da anni lo Statuto dei Lavoratori e le relazioni sindacali. Lei pare ragionare ancora con categorie di un secolo fa. Qui, non ci sono superiori né dirigenti, ma solo noi due. Vede qualcun altro in queste tenebre? Su, da bravo Martini. Si rilassi. - Rideva di gusto. Cazzo aveva poi da ridere? Era chiaro che mi considerava un coglione. Sentivo il calore ravvicinato del suo corpo: ci stavamo sfiorando. - Cosa non le piace in me Martini?... Su, me lo dica. Qualcosa nel mio viso? Oppure nel mio corpo? Non sono il suo tipo? - La sua voce era un refolo caldo e accattivante. - Com'è il suo tipo Martini? Una donna come sua moglie? O ha in mente un genere diverso? Chessò, qualcuna del passato, magari ora lontana? - Che significava? Cosa stava insinuando? Non capivo o meglio credevo di capire benissimo e non mi piaceva affatto. - Non parla Martini? Ha qualcun'altra in mente? Cosa non le piace di me Martini, forse il profumo? - Tacevo e grondavo sudore, la mente persa, i sensi accesi, accidenti a lei e al suo odore di femmina. - No Signetti, ma cosa dice? Il suo profumo è...è... - - Su, dica Martini, non sia timido. Come è il mio profumo?...Me lo descriva, sentiamo?... - Si era avvicinata al mio orecchio, alito caldo in un bisbiglio lascivo. - Sa che ha un buon odore Martini? Di rado, gli uomini che sudando così, mantengono un odore gradevole sulla pelle. Lei sà di maschio, ma buono. Come un muschio di sottobosco. - Avvertì l'umido delle sue labbra sfiorarmi il lobo dell'orecchio. Era il diavolo fatto femmina quella donna. Cazzo, se lo era. - Mi ascolti, la prego: lei è una donna molto attraente, il suo profumo mi da le vertigini Se dovessi pensare a un tipo di donna desiderabile, mi creda, il suo sarebbe il primo...Ma veda...- - Ma vedo cosa, Martini? Cosa dovrei vedere in questo buio? - Le sue dita percorrevano lente la base del mio collo, poi scesero delicate, sfiorarono provocanti la peluria sul petto. Mi graffiò piano un capezzolo, ci giocò con la punta delle unghie. Il mio sesso tendeva il tessuto dei pantaloni, era una reazione quasi dolorosa. - Signetti, la prego, io non sono per queste cose. Non sono libero. Mi comprenda: sono un uomo sposato. - Era quasi una invocazione. Mendicavo la sua comprensione, annaspavo come un gatto caduto in un pozzo. Inutile, non ascoltava: la sua mano scendeva a cercare la zip dei miei pantaloni. - Anche io sono sposata Martini. Non è una scusa. Ne cerchi un'altra. - La sua bocca sigillò la mia. Il tempo delle parole era finito. Mi cercava con lingua morbida e frenetica: cedetti. Dischiusi le labbra, era viva e dolce, baciava da sturbo. Aveva labbra carnose e soavi, gliele morsi piano, le risucchiai con le mie, tendendole la testa tra le mani. Mi tirò a sé, strusciava la plastica tensione del seno e capezzoli eretti sul mio petto. Le presi le coppe tra le mani, a stento ne contenevo il volume. Carezzai, strinsi, succhiai il turgore di quelle punte grosse e gonfie come amarene mature, il sapore della sua pelle risvegliava pulsioni ferine, aggredivo quella carne con voracità: mordevo con foga, la lingua stendeva sentieri di saliva e sudore. Stringevo con forza, con cattiveria: lei gemeva, mi leccava il collo e il viso, ansante come un cucciolo affamato. Lo spazio della cabina all'intorno era scomparso, evaporato: eravamo sospesi in un luogo irreale, privo di coordinate fisiche, una bolla di umori caldi e carnali. Le sue unghie mi rigarono la schiena. Le schiaffeggiai le tette: schiocchi umidi risuonarono seguiti dai suoi deboli lamenti bramosi. Aveva estratto il mio sesso, lo strinse in mano masturbandolo con lentezza voluttuosa: poi scese a cercarlo con la bocca. Buttai in avanti il bacino, lei fece correre labbra e lingua lungo la mia carne tesa e ansiosa. Aggrappata alle mie natiche mi traeva a sé rabbiosa, quasi temesse di perdermi. Come un animale digiuno di cibo, mi risucchiava ingorda nel cavo orale, annegata nella sua bava vischiosa. Respiravamo con frequenza di mantici, le narici dilatate al limite della capacità di assorbire ossigeno: affondai in viso nella sua intimità, la fragranza inebriante mi colmò le narici, il suo sapore liquido la bocca. Sentivo martellare le tempie, gli occhi nel buio catturavano bagliori rossi: comete che precipitavano nel campo visivo. Ci appellavamo con nomi turpi, come scudisciate risuonavano le parole oscene del sesso. Non c'era tregua. Rotolavamo sulla moquette ispida e abrasiva, era una lotta cruenta, animale: si apriva sgusciando tra le dita, mentre frugavo la carne disciolta del suo sesso. Cercavamo i sapori dei nostri fluidi, inseguivamo le scie dei nostri odori segreti in ogni piega della carne, liquidi si spandevano sulle pelli bollenti. - Sei un porco Martini! Lo sapevo che eri così. - Ansimava. Era persa in un delirio di voglia. - Dai fottimi. Fotti la tua troia. Dammi il cazzo. Fammi male, bastardo! - La presi da dietro: con un colpo rabbioso fui in lei. Imposi al nostro amplesso un ritmo impietoso, privo di respiro, da violenza carnale. Un uggiolio rauco, gorgogliante, sortiva dalle sue labbra, subendo l'impeto brutale di quegli assalti. La schiacciai sotto di me: immaginavo il suo viso algido, deformarsi in una tensione di piacere dolorosa e scomposta. Le colpivo le natiche con schiaffi violenti e sonori che avrebbero lasciato segni per giorni. A ogni affondo nell'ano slabbrato, la sua fronte urtava la superficie nera dello specchio in fronte. Poggiava le mani su quella superficie levigata cercando, febbrile, di sorreggersi: scivolava di continuo, sguaiatamente prona a cosce divelte, in quel tentativo di presa vana. Spingeva all'infuori le natiche toniche per attutire le mie bordate, i suoi succhi colavano densi lungo l'interno delle cosce, pareva un volatile che si dibattesse per sfuggire alla cattura della trappola. Ma non poteva nulla contro la mia furia, mentre l'orgasmo veniva a scuoterla interamente, come le fronde di una pianta sotto l'uragano. - Ti sto sfondando il culo. Lo senti come ti sto allargando? E' così che mi volevi vero? - - Sì è così, bastardo, è così! - Non aveva più voce né fiato, solo un rantolo fievole e continuo. Alla fine si arrese in un abbandono disfatto, con un gemito di belva nell'ultimo istante di vita, venne tra sussulti incontenibili. Anche io esplosi in lei, mi lasciai precipitare nel suo calore, fondendo nelle sue viscere come stagno nel crogiolo incandescente. Ora la lotta era finita, il mio sesso disciolto si ritirava pulsando. Era quanto restava di un teatro di guerra: bagnati, contratti nei respiri ansanti, sfiniti come galata morenti. Non parlava, non scherniva e rideva più ora. Nuda e perduta nel silenzio intriso di vapore acqueo, con la mente che inseguiva pensieri indecifrabili, certo lontani da lì. Era vinta. Ma ero io, a sentire d'aver perso. - Sveglia Martini! Sono venuti a prenderci. - Sobbalzai, spalancai gli occhi nel buio, si sentiva il rumore dei cavi vibrare, la cabina si muoveva: ero confuso, stordito come un ubriaco. Non c'era ancora luce, ma ci stavano calando al piano con la manovra manuale. - Era ora che si accorgessero di noi, pensavo quasi di doverci passare la notte qua dentro.- La Signetti aveva il solito tono spazientito e incalzante. Mi sentivo intontito, compresi che dovevo essermi assopito. - Coraggio Martini, si riprenda, sono due ore che mi russa nelle orecchie. Poi lo sa che quando dorme si agita come un forsennato e dice anche un sacco di cose sconce? Ma sua moglie non si lamenta? - Non sapevo cosa rispondere. Mi domandavo a che punto di quella storia mi ero addormentato? L'ascensore giunse al piano terra, le porte scorrevoli lentamente si aprirono. La luce morente del tardo pomeriggio irruppe nella cabina, facendomi serrare le palpebre. Fine
  10. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    No vi prego! Ditemi che non sono stato io a scrivere abbiamo con l'H davanti. Non ci posso credere.
  11. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    Buongiorno @Anna Magic No amica mia, non intendevo che ci accumunasse il modo di pensare, questo assulutamente no. Le nostre motivazioni come vedi sono ben diverse e articolate, entrambi habbiamo teorie e ragioni, o giustificazioni persostenerle e sentirci in qualche modo coerenti e tranquilli nella nostra linea di condotta e con l'etica e la morale che ci animano. Le nostre parole sono diverse. Ma sono i fatti che ci trovano uguali amica mia. Nella sostanza ultima, cerchiamo e troviamo la stessa cosa. Poi certo a cambiarne il valore simbolico ci pensano le parole. Buona giornata anche a te carsisima.
  12. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    Questo, sì, in assoluto e in ogni caso. Non è paternalismo credimi, è il croraggio di espiare in proprio l'empietà della propria colpa. Lasciare che il rimorso ti consumi, chiuso nel guscio della peccaminosa condotta, senza cercare una facile scappatoia in un liberativo perdono, riversandone l'angoscia nel partner innocente e inconsapevole. Buona serata amica mia.
  13. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    Mia cara @mercy Tu prova ad avere un marito che ti ossessiona con la gelosia (immotivata) per 15 anni, poi se non decidi di giustiziarlo nel sonno mi vieni a raccontare se la tentazione no ti viene. Comunque hai ragione, quando l'ho fatto c'era tutta l'intenzione, e neppure un briciolo di pentimento. Mai corna furono più meritate. Ciò non toglie che per il resto io sia rimasto un marito affettoso e innamorato. Ti sembrerà certamente anomalo, suppongo che le tue preferenze vadano ad un approccio calvinista in stile americano: un divorzio per ogni nuova cotta e sarebbe anche bello se due fossero al culmine terminale del loro rapporto, ma non era il nostro caso. Non conosci inoltre nulla delle volte in cui ha sospettato e mi ha colto in fallo, delle inevitabili conseguenze dovute e accettate poiché rispondevano (questa volta) a fatti reali. La sostanza è che i miei tradimenti non hanno mai tolto nulla al mio rapporto matrimoniale, anzi ne hanno maggiormente cementato la solidità. Quando ho scritto che il diavolo è meno brutto di quanto lo si dipinga, volevo significare appunto che il tradimento appare tanto grave e lacerante come peccato, più in chi se ne astiene, magari per timore delle conseguenze o per ritrosia a osare, vivendo una repressione interiore che si tramuta in rancore verso il partner. Ma esso è pericoloso per una coppia, laddove la coppia di suo sia già abbondantemente in crisi per mille altri motivi, e nel tradimento entri in gioco l'innamoramento totale dell'amante che scalza il residuo d'amore ancora presente nella coppia. Grazie al cielo i miei numerosi innamoramenti non mi hanno mai condotto a situazioni così al limite, anche perché ho quasi sempre aperto relazioni amorose con donne sposate a loro volta e assolutamente non intenzionate ad abbandonare marito e famiglia. Come dicevo sono stato colto in fallo e graziato (non gratuitamente e in automatico ovviamente), per contro mi sono mostrato un marito sinceramente premuroso, generoso nel menge famigliare e soprattutto fra le lenzuola del nostro letto. Inoltre l'aver vinto la gelosia, mi ha consentito unosguardo assai sereno e indulgente, nelle volte che il sospetto che la mia signora mi stesse rendendo pan per focaccia fosse più che unsospetto. Il tradimento funziona molto bene nella discrezione e nel segreto reciproco, soprattutto con partners che per la loro gelosia siano particolarmente intransigenti anche verso sè stessi. Io so che per come è fatta mia moglie avrebbe potuto collezionare decine di amanti, ma la sua gelosia nei confronti di anche solo un mio tradimento non sarebbe mutata di una virgola. La gelosia è una bestia cattiva, a volte può uccidere l'amore. In questo sono stato quanto mai fortunato. Inoltre reputo che se non si è adulti e consenzienti, un tradimento vada sempre celato e negato al proprio compagno. La confessione è un atto d'egoismo supremo: ci si libera del peso del peccato e se ne lascia il tormento alla persona tradita, che in teoria ha inoltre l'obbligo del perdono a fronte della contrita confessione. La mia segretaria, quando sono stato titolare di una piccola agenzia di pubblicità, aveva il vezzo di andare ogni sabato sera in discoteca senza il fidanzato (stavano insieme da 6 anni) e regolarmente si portava a letto uno diverso. Poi la domenica confessava tutto a quel povero ragazzo che l'amava e regolarmente la perdonava. Il giovane era ridotto al lumicino per la disperazione,soffriva come una bestia, ma continuava ad amarla. Sembra una cosa di un mio racconto, ma ti giuro che è un fatto vero. In sostanza non c'è tradimento (di sesso) che non possa essere cancellato da una buona doccia. Il resto è un ricamo della fantasia e del terrore di portare le corna. Ma credimi, ti posso assicurare per esperienza diretta che si tratta di una malattia, meno grave del raffreddore. Buone cose amica mia.
  14. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    Mi scuso per i refusi
  15. Nightafter

    Non-monogamia e amore

    Buondì @Anna Magic e a tutti gli intervenuti in questa atipica discussione, almeno per quanto riguarda questo forum. Atipica ma non, a mio avviso inutile, poichè punta una luce d'attenzione su una modalità di vivere la proria sessualità e i connessi rapporti affettivi tra esseri umani. Tutto ciò che analizza ed esplora il campo della psiche nel comportamento privato e sociale dell'uomo (in senso ovviamente ampio e non di genere) è materia utile a chi sia interessato a scrivere e a raccontare delle umane vicende. La mia convinzione è che di fondo non siamo nati biolgicamente attrezzati per essere animali monogami. Se il creatore o la natura avesse desidearto questo ci avrebbe progettato simili (nell'attitudine) agli ippocampi e a un'altra cinquantina di animali quali il lupo, il fenicottero, il gibbone, l'orca, il pinguino e la iena striata. Ma così non è, quindi ce ne sarà ragione. Credo che l'innamoramento fin che dura come fiamma vivace e ardente, possa per un tempo più o meno esteso mitigare la pulsione a guardarsi intorno e a divenire sensibili al fascino di qualcuno diverso dal partner del momento. Cioè, non che in questo momento magico della coppia la mente escluda, come una saracinesca, il mondo circostante e gli individui appetibili dell'altro sesso, ma si è mentalmente e fiscamente forse meno diponibili a quel richiamo. Prima o dopo, si torna a desidere se non espressamente a cercare, qualcosa o qualcuno che riaccenda in noi una scintilla d'interesse e passione. Il problema è che siamo condizionati atavicamente da una società che imposta su un concettodi possesso esclusivo, rapporti sentimentali e fisici, dando un rigido dictat che impone un legame indissolubile nella coppia umana tra il sentimento amoroso e la sessualità: l'amore deve essere unico e unico il sesso con la persona amata. Questo dovrebbe significare, che se ami non puoi fere sesso se non con l'oggetto del tuo amore, ergo non dovresti neppure più farlo con lei nel caso smettessi improvvisamente di amarla. Un tentativo utopico quanto stringere dell'acqua in un pugno. Qualcuno sostiene che anche il solo cullare fantasie erotiche verso qualcuno di diverso dal proprio partner sia già una forma di tradimento. Tu amica mia, affronti questo tema con un approccio razionale e analittico, delimitando il campo del discernere unicamente all'aspetto fisico e questo se vogliamo circoscrive il roblema. In fondo hai l'unico problema del trovare un partner che possegga la tua stessa sensibilità e visione prospettica della cosa. Sarebbe bello infatti poter parlare solo di pulsioni erotiche, di sesso rilassato e libero, compiuto tra patner adulti e consenzienti. Ma ahimè, questo è assai più complesso di quanto possa al primo sguardo apparire. Le cose si complicano maggiormente quando insieme all'attrazione fisica compare anche un nuovo sentimento d'amore. Ancora più complesso è scoprire che non vi è alcun automatismo che, a meno di serie rotture del vecchio rapporto già in atto, faccia sì che nel momento in cui compare il nuovo amore cessi del tutto quello che ci lega in precedenza. Il senso comune della nostra società ci chiederebbe: "Ma come fai ad andare a letto con qualcuno di cui ti sei innamorato e continuare a provare amore e desiderio di andare a letto con la tua compagna istituzionale?" Non è cosa facile da spiegare, eppure accade che due diversi amori, ognuno con peculiarità proprie convivano nella mente e nel cuore di un individuo. Attenzione, non sto parlando di compensazione di qualche mancanza. Non cerchi necessariamente nel nuovo amore qualcosa di irrinunciabile di cui il precedente era carente, ma più semplicemente è la scoperta e la visione di un universo parallelo che non conoscevi e in cui senti di poter vivere ed esprimere una parte di te delle tue potenzialità affettive e quandi anche della tua sessualità. Io credo che non sempre il nuovo amore scacci il vecchio, ma si possono sommare esperienze d'amore diverse, ciascuna con la sua importanza e realtà. Così come afferma @Lauram nel brano del suo racconto: Trovo come dicevo molto limpido il tuo modo di porre la questione: non si parla di tradimento, poiché è una scelta condivisa tra adulti consapevoli. Ora mi domando quanti siano gli adulti consapevoli, in grado di portare fino in fondo questa scelta nel vivere il loro rapporto Vedi, contrariamente a qualche voce che ha scritto in precedenza, io appartego alla categoria di coloro che, poiché la vita che abbiamo c'è dato di presumere sia unica e irripetibile, ho voluto nel mio piccolo, sperimentare e mettermi in gioco in diversi aspetti dell'esistenza: guardare il diavolo da vicino per verificare se fosse così brutto quanto lo descrivono e lasciare il mondo col rimpianto di non aver fatto qualcosa per timore, pudore o idea preconcetta. Avendo iniziato la mia storia con l'attuale consorte, sui banchi del liceo ed essendomi sposato ventenne e padre di una splendida bambina, sono stato un marito convintamente fedele per oltre quidici anni da che eravamo insieme. Il nostro rapporto è passato da amore turbinoso e passionale ad amore forte e stabile (nonostante ci piaccia pungolarci a tutt'oggi dopo quarant'anni di vita condivisa alla maniere di Sandra e Raimondo, è un gioco che ancora ci diverte). Ho lavorato sul mio sentimento di possesso e gelosia fino a rendelo assolutamente tiepido, credo di aver inventato una tecnica che forse potrei vendere per la sua efficacia, ma al contrario mia moglie ha invece acuito nel tempo una forma di gelosia vicina all'ossessione. Venivamo entrambi dal vento culturale del libero amore, ma lei ben coperta non ne ha mai percepito un solo refolo. Così non c'è mai stato spazio per condividere altre esperienze ancorché transitorie, né singolarmente, né insieme. Il primo tradimento è nato per una ripicca alla sua gelosia asfissiante: dovendo rispondere di tradimenti immaginari o voluto per la prima volta rispondere per una colpa reale. Non c'era amore ma solo sesso in quella storia. Non avevo ragioni eclattanti per fare l'amore con la mia amante, per la verità sotto alcuni aspetti il sesso coniugale risultava più piacevole e anche trasgressivo. Nella cornice del nostro talamo di coppia, con la mia consorte, non ci siamo negati nulla. Dopo ci sono stati amori con e senza sesso e incontri di sesso plurimo con uno di questi amori. La mia è dunque la squallida storia di un fedifrago che ha fatto "i suoi porci comodi" tradendo la moglie e tacendogli i propri tradimenti. Ciò nonostante le donne amate o no che sono passate nella mia vita, non hanno mai cambiato di una vigola i sentimenti provati verso di lei, breve o lungo che sia stato, non ho mai pensato a una donna diversa con cui trascorrere il resto della mia esitenza. Forse se queste storie fossero state solo di sesso me ne sarei sentito meno colpevole, ma non credo. Un saluto amica mia.
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