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Nightafter

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  1. Nightafter

    Alfio Pt. 3

    Azz!!! @Poldo In via Gorizia ci viveva la "Sampo", personaggio principale di un'altra delle mie interminabili storie giovanili a puntate. Lei è anche la protagonista di un altro mio racconto ambientato all'interno del Parco Rignon, che di certo conoscerai. Piccolo il mondo amico mio :)) Grazie di leggermi con tanta assiduità, Ciao alla prossima.
  2. Nightafter

    La tomba dei lottatori - Cap 3 di 3

    Carissima amica mia, @aladicorvo Non starei a preoccuparmi troppo del numero di seguaci, quanto della qualità di chi ti segue. Intanto poiché ciò che scrivi, da quanto posso comprendere leggendoti, ha quasi sempre un legame d'ispirazione con riferimenti letterari che bisogna aver almeno sfiorato, se non approfondito e metabolizzato. Quindi non tutti posseggono lo stesso background di letture fatte, pertanto talvolta mancano le chiavi di lettura che permettono di decodificare la natura di un testo. Del resto se per te scrivere è anche sperimentazione e ricerca, mi domando perché dovresti rinunciare al piacere di questo percorso, solo per renderti di più facile e comprensibile a una porzione più ampia di lettori? Stai serena e cerca sempre di piacere a te stessa prima che ad altri in ciò che crei, mirando ovviamente a crescere e migliorare la qualità tecnica della tua scrittura. Un abbraccio.
  3. Nightafter

    Alfio Pt. 3

    Alfio Pt. 3 Per quanto, da ore, ci spremessimo le meningi, uno che suonasse la batteria, tra i nostri conoscenti non ci risultava esistesse. Non si trattava di uno strumento con cui i giovani ambissero cimentarsi. Tutti sognavano di divenire chitarristi o flautisti, era un fatto di moda: ovunque non udivi suonare altro che uno dei due strumenti. Io pensavo fosse per la praticità di approccio e trasporto, Giulio, più pragmatico, diceva che era perché faceva figo: se conoscevi due accordi o sapevi soffiare qualcosa in quel tubo cromato, tiravi su un sacco di gnocca. Le ragazze erano attratte fisicamente da chitarristi e flautisti in circolazione: bastava suonare malamente gli accordi de “La canzone del sole” di Battisti o l’assolo di “Dolce acqua” dei Delirium, che correvano come mosche al miele. In effetti non trovavi una tipa con la passione per il violoncello o l’oboe, pareva che tutta la musica del secondo novecento si riducesse a quei due strumenti. Ora, che anche noi si suonasse chitarra e flauto era un fatto incidentale. Intanto, per dirne una: si era autori dei pezzi e non dei banali esecutori di cover. Un fatto era suonicchiare qualcosa di orecchiabile tratto da un disco o sentito alla radio, altra storia era creare pezzi originali farina del nostro sacco. La nostra musica nasceva da un’esigenza espressiva, conteneva un messaggio da comunicare. Su questo Giulio non transigeva: “Noi non si suona per far scena e attirare gnocca, abbiamo motivazioni più profonde ed elevate.” Poi, certo che, se qualcuna avesse apprezzato la nostra creatività e di conseguenza desiderato esprimerci il proprio gradimento, chi mai eravamo noi per negargli questa piccola soddisfazione? Non si era certo schizzinosi come talune rock star del momento che, sdegnose, rifiutavano ogni contatto fisico con le proprie grupie. Intanto il problema di trovare un percussionista ci angustiava non poco:senza di lui il nostro progetto restava miseramente al palo. Mi misi d’impegno a scandagliare nella memoria remota, le conoscenze del passato, non tralasciando neanche quelle avute intorno ai sette anni di vita, chissà che in qualche trascorsa amicizia, ravvisassi traccia di una futura predisposizione al ritmo. Intorno agli otto anni frequentavo un mio coetaneo, certo Fabrizio, compagno di scorribande, un vero piccolo teppista. Era abilissimo nel costruire temibili e rudimentali strumenti d’offesa, tipo: fionde ricavate da rami biforcuti di frassino, dotate di elastici ottenuti da strisce di camera d’aria di qualche motociclo. Questo genere di gomma da pneumatico, era di un minaccioso colore nero, assai più spessa di quella colore arancio, appartenente alle camera d’aria di bicicletta, più usualmente impiegata per armare le fionde. Possedeva, rispetto a quest’ultima, una maggiore resistenza all’ estensione quando veniva tesa per effettuare il tiro: questo rendeva la fiondata più violenta e devastante nel colpire il proprio bersaglio. Le vetrate di una vecchia fabbrica dismessa, con finestre su due piani, furono l’invitante banco di prova per testarne l’efficacia: vennero decimate nel volgere di due giorni. Vittime di quei vandalici tiro a segno furono poi diversi lampioni del quartiere, famiglie di ratti e lucertole, nonché qualche passero infelicemente colto in riposo su un ramo basso o alla sommità di un cartello stradale. Oltre alle fionde, era in grado di creare archi e frecce altrettanto micidiali, usando le stecche metalliche di un vecchio ombrello, poi assemblate strettamente col filo di rame ricavato spellando del filo elettrico, così da ottenere un fusto compatto e flessibile, di circa un metro e venti di lunghezza, con la potenza di tiro di una balestra medievale. Una volta, nel gioco, gli scappò una di queste frecce dalla punta acuminata che infilzò il polpaccio di un nostro compagno: il poverino si accasciò al suolo urlante di dolore, abbattuto come un bisonte colpito dal dardo di un Cheyenne sul sentiero di caccia. Perdeva sangue come un pollo sgozzato ed era giustamente terrorizzato da quella grave ferita, già si sentiva in fin di vita: dovettero portarlo di corsa al pronto soccorso del vicino ospedale Mauriziano, dove gli fermarono l’emorragia e purificarono la ferita, praticandogli anche una antitetanica. Fabrizio per quel fatto di sangue, rischiò il linciaggio da parte dei furenti genitori della vittima e anche dai propri, tutti fuori dalla grazia di Dio per quel gioco privo di senno, che avrebbe potuto recare esiti perfino più devastanti e letali. Era un bambino molto vivace il Fabrizio, aveva tutto il potenziale del futuro delinquente. Purtroppo l’unica sua attitudine ritmico-sonora era quella di produrre petti e rutti in perfetto controtempo, quindi non avrebbe comunque fatto al caso nostro Ricordavo un altro compagno avuto intorno agli undici anni: tale Filiberto Rametta, lungo e secco come una canna di bambù, era più alto di almeno due spanne tra tutti noi ragazzi delle case INA di zona Santa Rita. Lo si guardava tutti dal basso in alto con un certo rispetto, non solo per la differenza di statura, ma anche perché, sotto la guida paterna, aveva appreso la capacità di suonare con grande abilità la fisarmonica. Suo padre, grande appassionato dello strumento, gli aveva regalato una “Dallapè" bellissima, con lo chassis in lacca cinese bordeaux e le tastiere intarsiate di madreperla: era uno strumento affascinante e di grande difficoltà tecnica. Lui ci si applicava con profitto per almeno tre ore al giorno dall’età di cinque anni: vedere quelle dita, lunghe e magre, correre con velocità impressionante su quella tastiera, traendone melodie che spaziavano da un romantico valzer di Strauss a una indiavolata mazurca di Migliavacca, era qualcosa che suscitava grande ammirazione e rispetto. Lo stesso sentimento che suscitò in noi ragazzi, quando in uno dei classici riti di quell’età ci si era trovati, al termine di una partitina di pallone, a pisciare insieme contro una siepe al limite del campo. Lui, nel farlo, reggeva in mano una sorta di gomena di carne, lunga e grossa quanto un avambraccio, che gli consentiva una gettata liquida di diversi metri in avanti: ci avrebbe potuto spegnere, agevolmente, anche un piccolo incendio. Il ragazzo, infatti, aveva avuto uno sviluppo puberale assai precoce, evidentemente iniziato proprio a partire da quella specifica parte anatomica. Ci vollero diversi anni per superare il complesso di inadeguatezza virile che ci aveva procurato l’osservarlo mingere. L’avevo poi perso di vista, lo immaginavo a suonare la fisarmonica in qualche orchestra di liscio, oppure a dare prova delle sue qualità in qualche pellicola porno danese. In ogni caso, benché molto dotato anche musicalmente, dato lo strumento, non poteva essere il nostro uomo. Giulio, mentre fumava, tamburellava distrattamente sull’astuccio del pacchetto di Marlboro posato sul tavolo: quel gesto insignificante smosse qualcosa nella mia psiche: un flashback illuminò il ricordo di un gesto analogo, visto ripetere infinite volte anni addietro. Mi tornò in mente la figura di un mio compagno di classe delle medie: il quale per tutto il triennio della scuola secondaria, ci aveva frantumato le balle col suo vezzo di martellare, con le dita, qualsiasi superfice che gli veniva a tiro, seguendo un ritmo interiore. Tamburellava, silenziosamente per non essere udito dal professore, sul banco durante le ore di lezione, sulla copertina del corposo dizionario Garzanti, durante i compiti in classe, sulla cartella con cui veniva a scuola. Inoltre accompagnava questa attività con un sommesso borbottio, nel quale recitava la sequenza ritmica che stava eseguendo. Ovviamente, in presenza di docenti, si limitava al muto movimento delle labbra, seguendo il ritmo mentalmente. Era in pratica un vero metronomo vivente, una perfetta macchina da percussione, era l’uomo che ci serviva e rispondeva al nome di: Alfio! (Continua)
  4. Nightafter

    La tomba dei lottatori - Cap 3 di 3

    Ciao @aladicorvo Come preannunciato eccomi a commentare il tuo racconto alla chiusura dei tre capitoli. Come ho avuto già modo di dire, non posso che complimentarmi per la qualità della tua scrittura che vedo, di volta in volta, cimentarsi con generi letterari assai diversi, affrontandoli con risultati assai soddisfacenti per te come autrice e per i lettori che ti leggono. A proposito di questo racconto ti ho letto far cenno al surrealismo (citando Max Ernst) e per affinità mi sovvengonol simbolismo e dadaismo, come esperimento letterario non pienamente riuscito. Ora, avendo con questi movimenti maggior confidenza per quanto hanno espresso e rappresentato come fenomeni artistci di tipo visivivo, più che nei loro legami letterari, confesso di non conoscere a sufficenza Mallarmé, Breton e Apollinaire, per esprimere un giudizio circostanziato e raffrontabile allo stile del tuo testo. Quale che sia la tua ispirazione rispetto a quei riferimenti letterari, non sarei affatto insoddisfatto del risultato raggiunto. Anzi tutt’altro, a mio gusto è una delle prove più impegnative, complesse e meglio risolte tra le varei cose che hai qui pubblicato. Mostrando di saperti muovere con mano eclettica e felice fra generi tra i più diversi. Nel mio breve commento alla prima puntata del tuo racconto, parlavo di “bariccheggiare”, poiché i dialoghi tra i personaggi del racconto mi riportavano alla memoria lo stile lunare e surreale di certi dialoghi presenti in City o in Smit & Wesson di Baricco. Ora non so se tu ritenga premiante tale accostamento, ma essendo il Baricco uno dei miei autori contemporanei di riferimento, vivilo come un mio personalissimo complimento. Se poi Baricco ti ripugnasse, non tenere conto di questo mio accostamento e con le parole del Poeta: “Non ti curar di me, ma guarda e passa.” Qualora non ti riconoscessi nel “baricchegiare, possiamo parlare di Ionesco e del “teatro dell’assurdo”, perchè questo è presente nel tuo racconto, l’impianto e la sceneggiatura di una piece teatrale. Una commedia “nera”, ma con tutti i tempi e il ritmo incalzante di una commedia brillante. Crei una storia che in un apparente clima di surreale follia dei personaggi svela, a piccoli tasselli aggiunti, un disegno finale tra l’angosciso e il grottesco. Disegni le peculiarità di ogni personaggio con sintesi descrittive che ce ne presentano le interiori incoerenze mentali e distorsioni psichiche. La casa che li ospita, mostra nella descrizione che ne fai, le stesse caratteristiche di rovina e decadimento, i personaggi stessi che ne sono sospitati, paiono vivere in simbiosi con l’ambiente che li circonda. Le cancrene dei loro corpi sono il lembo terminale di un mondo in putrescenza. Tutto nei personaggi che hai creato è in disfacimento: nei corpi, nella ragione, nella morale e nel rispetto di sé. Non sapiamo se ci sia stato un conflitto nucleare che ha distrutto la civiltà e reso impraticabile ciò che circonda la casa, ma essa è divenuta l’unico luogo nel quale tutti i protagonisti, in una estrema situazione di “survival”, cercano di sfuggire o allontanare la loro inevitabile fine. In questo stato di cose la sopravvivenza ha necessità di rifugiarsi nella sostituzione della realtà creandone una fittizia, fatta di menzogne, giustificazioni paliative, miti e simboli di fantasia, cattiva coscienza e cinismo. E in questo da lettore passo al ruolo di autore rosicone e invidioso. Sì, perchè tu sei maestra nel saper appunto sceneggiare un racconto corale di più personaggi e più voci, cosa che a me risulta assai complessa, tant’è che nei miei racconti, tre personaggi sono già considerati folla e assembramento non autorizzato (Covid docet). Insomma trovo che ti sia cimentata con successo in una grande prova di bravura. Non posso che complimentarmi per quanto ci hai regalato e invidiarti come una scimmia per la ricchezza dei tuoi dialoghi. (Io non so mai bene cose far dire ai miei personaggi. Sarà che essendo sardo non ho una naturale propensione al dialogo interpersonale) Un abbraccio caloroso. Alla prossima carissima amica mia.
  5. Nightafter

    La tomba dei lottatori - Cap 1 di 3

    Eh...Mia cara @aladicorvo qui si baricheggia alla grande. Baricco e' per me il De Gregori della letteratura, e li amo follemente. Bella prova, brava. Per ora mi fermo qui. Ma tornero'. Ah! Se tornero. Un abbraccio : ))
  6. Nightafter

    Alfio Pt. 2

    Mio buon @Alberto Monroy Quanto hai ragione, aver dimenticato i Procol Harum e' un sacrilegio. Me ne sara' di certo chiesta ragione nel giorno del Giudizio. :)) Il fatto che tu prediliga Bach a Sfera e Basta, piu' che un segno di vecchiaia incipiente, mi pare in segno di eccellente lucidita', non starei neppure a discorrerne. Mi scuso ancora per la dimenticanza, tieni conto che questo si' e' realmente un segno di decadimento cognitivo. Pensa che ho anche scordato di insrire i Nice. :)). Un saluto, amico mio.
  7. Nightafter

    Alfio Pt. 2

    Ciao esimio @Alberto Monroy Vedo che persisti nella masochistica lettura di questo mio racconto. Questa seconda parte come, per altro con grande clemenza, mi segnali, ha decisamente molto da modificare, non ultima la troppo corposa lista di gruppi citati. Ti ringrazio per le note e soprattutto per questa cosa del Telefono azzurro. Sono andato a controllare: è nato alla fine degli anni '80, quindi circa quindici anni dopo i fatti del racconto. Credo che tramuterò il concetto in un più generico ricorso ai servizi sociali, per i maltrattamenti di minore. Grazie ancora amico mio. Un saluto.
  8. Nightafter

    Alfio - Pt.1

    Ciao carissimo@Alberto Monroy Mi fanno molto piacere la tua lettura e il tuo commento, certamente questi nomi di mostri sacri della musica rock, avranno un senso per i nostri coetanei, per i più giovani faranno parte del colore di un racconto che si colloca nelle seconda metà del secolo scorso, Sarà un po', come lo era per noi, il leggere delle vicissitudini de "I ragazzi della via Pàl" o del "Giro del mondo in 80 giorni" di Verne. Insomma lo possiamo inserire nell'area del "racconto storico", il che gli conferirebbe anche una qualche dignità e ragion d'essere, se pure immeritata. :)) Grazie ancora e a rileggerci.
  9. Nightafter

    Alfio - Pt.1

    Ciao @Floriana mia dolce amica. E' davvero un grande piacere rileggerti. Come sempre ti ringrazio dell'utile commento che mi sara' d'aiuto nella futura revisione del capitolo. Mi auguro che i problemi di cui mi fai cenno, siano ormai risolti e che tu possa ritrovare lo slancio per tornare a regalarci molte nuove belle storie. Ogni tanto succede di sentirci privi di stimoli per scrivere qualcosa, ma sono momenti che si attraversano, poi di colpo passano e le idee tornano a fluire nella mente e nella penna. Quindi non dar peso ai momenti di poca ispirazione.😋 Un grande abbraccio e a presto rileggerci, ciao🌹
  10. Nightafter

    Alfio Pt. 2

    Alfio Pt. 2 I progressi compiuti col piffero, oltre a riempirmi d'orgoglio, mi spalancarono le porte alla, impensabile prima d'allora, opportunità di partecipare attivamente all'esecuzione di musica. Oltre a seguire qualche brano di una canzone del momento, potevo anche accompagnare Giulio in taluni pezzi che suonava alla chitarra: in sostanza creavamo piacevoli duetti musicali. Va detto che non è che potessi partecipare a ogni suo pezzo, infatti, per la maggior parte del tempo i nostri duetti consistevano in lui che suonava e io che lo ascoltavo suonare in silenzio. Però in quelli che avevano un inciso di flauto, intervenivo facendo la mia parte. La cosa prometteva bene, al punto che, Giulio, ricco di iniziative brillanti, col suo vecchio magnetofono ”Geloso” a nastro, aveva deciso di incidere le nostre performances. A suo dire, riascoltare quanto avevamo prodotto, ci avrebbe permesso di migliorare le nostre prestazioni musicali. L'idea era eccitante, dava alla cosa un tocco di professionalità: era da veri musicisti. Già sentivo casa mia, trasformarsi in una specie di ”Boleskhine House”: la storica dimora che Jimmy Page acquistò per riunirsi a creare pezzi come ”Stairway to heaven”, dei mitici Led Zeppelin. Sapere che ciò che facevamo restava sul nastro magnetico, creava eccitazione ma anche apprensione: la voglia di fare bene e il timore di sbagliare. Alle volte attendevo con così tanta ansia che venisse il mio turno, che al momento fatidico mi prendeva il panico e mancavo l'attacco: magari entravo in ritardo un paio di battute dopo, o scambiavo la prima parte del pezzo con la seconda. Insomma, per farla breve, facevo casino. Giulio alzava gli occhi al cielo, tirava una bestemmia e un cazzotto sulla tastiera del magnetofono per bloccare la registrazione. - Cazzo! Ma sei proprio impedito! Non è che devi fare il concerto per flauto e orchestra: n°1 in sol maggiore K 313 di Wolfgang A. Mozart, eh! Hai quattro note in croce da soffiare il quel cacchio di piffero, cosa che abbiamo già provato venti volte, ma riesci a sbagliarmi proprio quella che stiamo registrando? Ma allora dillo che lo fai apposta! - Era fuori dalla grazia di Dio. - Ma no. Dai è l'emozione della diretta, scusami. - mi giustificavo contrito. - Scusami un par di balle! O presti attenzione, o posi l'attrezzo e te ne stai buono e in silenzio, mentre incido. Ok? - Dopo un po' di pratica con quella sorta di incisione in live, e di qualche cannetta per vincere la timidezza e l'ansia da prestazione, iniziammo a carburare in maniera accettabile e registrabile. Riempimmo quai quasi un'ora di nastro magnetico con vari pezzi appartenenti al repertorio del mio amico. In fine, con soddisfazione, salutammo quell'incoraggiante risultato di lavoro, raggiunto con considerevole fatica. Ma se dal canto mio, mi ritenevo più che soddisfatto dei progressi compiuti, Giulio, diversamente, aveva ambizioni più ampie, lui pensava in grande. Fu allora che mi parlò dell'audace idea di mettere su un gruppo rock, per l'esatezza di quelli che in quel momento si definivano di “progressive rock”, ovvero il genere tipo: King Crimson, Jethro Tull, Yes, Led Zeppelin, Pink Floyd, Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Non ultimi, per noi, come ispirazione, anche George Harrison con Ravi shankar e nei gruppi italiani, formazioni del calibro del Banco del mutuo soccorso, Premiata Forneria Marconi e l' emergente milanese Claudio Rocchi . Insomma tutta gente col pelo sullo stomaco e due palle di travertino, un progetto davvero allettante: mai mi sarei sognato di poter solo lontanamente immaginare, roba seria, non si trattava più di un passatempo, si andava sul professionale. Ci buttammo subito nella più febbrile progettualità, un brainstorming di idee a tutto campo, per mettere a fuoco il futuro progetto. Sul contenuto del nostro primo LP avevamo idee chiare: esistevano diverse canzoni che Giulio aveva creato, altre ne sarebbero seguite con me in veste di paroliere, poiché sulla rima baciata andavo alla grande, si trattava di rendere più rifiniti i pezzi esistenti e concepirne di nuovi creati insieme. Dopo un pomeriggio di proposte decidemmo che il nome del gruppo lo avremmo scelto alla fine, perché al momento non trovavamo accordo su che taglio dare a quello che sarebbe stato il nostro brand di fabbrica. Giulio era per un nome di respiro internazionale, qualcosa di inglese ma evocativo, tipo: ”Nirvana On the Road“, perché guardava al filone della musica indiana che ci prendeva molto, al contempo richiamava Kerouac che aveva letto di recente gasandolo una cifra. Oppure aveva in mente una cosa sul genere: "Psychedelic Junky trip", che strizzava l'occhio al famoso "Flash, viaggio a Katmandu", scritto da quel tossico di Charles Duchaussois, che era diventato la bibbia degli strafatti del globo. Io non ero convinto: mi pareva che un nome straniero apparisse troppo supponente, dava idea che volessimo tirarcela da fighi, o ci identificava come clienti abituali di un SERT comunale, insomma ero più per una cosa italiana, raffinata e di livello, magari più intellettuale. Nel dubbio era meglio prendere tempo per decidere: se ne sarebbe parlato più avanti, non c'era fretta. Tra le varie valutazioni, ci saltò agli occhi un aspetto che fino a quel momento ci era sfuggito: ovvero che in due, tecnicamente, non potevamo pensarci come ”gruppo“, al più costituivamo un ”duo“, il che a ben vedere non era il massimo per pensarci come una rock band. Provammo a elencare gruppi musicali composti di due persone e ci vennero in mente: Simon & Garfunkel, Sonny & Cher, Crosby & Nash, Ike & Tina Turner, Santo & Johnny,Tears for Fears, Duo Fasano, Maurizio & Fabrizio, Franco I° & Franco IV°. Tutti rispettabili artisti, protagonisti anche di indubbi successi, ma restando inequivocabilmente nel perimetro delle coppie e mai dei gruppi, non ci pioveva: questo era oggettivo e indiscutibile. Convenimmo sul fatto che una formazione rock costituita da un duo aveva poche probabilità di andare lontano: era documentavano che, nel mondo, le coppie musicali erano enormemente minori rispetto anche a band di soli tre membri. Era improrogabile, prima di ogni altra cosa, di dotarsi di un ulteriore componente, obiettivo, per altro, niente facile da conseguire. Iniziammo a vagliare tra le nostre conoscenze chi potesse avere interesse a unirsi a noi per rivestire quel ruolo. Intanto il candidato doveva come minimo suonare uno strumento, ma tale strumento non poteva essere, per ovvie ragioni di sovrapposizione, una chitarra o un flauto. Quindi scartammo subito tra i papabili: il Gigio Lamberti che suonava la chitarra e Gino Di Biagio, detto ”Gino elefantino”, per via del grosso e prominente naso proboscidale. Per altro, rispettivamente, suonavano quegli strumenti con qualità tale da oscurare musicalmente le nostre figure, ergo, era probabile che, se gli avessimo proposto di entrare nel gruppo, ci avrebbero facilmente mandato a cagare rapidi quanto una Porsche in ripresa da fermo. C'era poi Lele Berruti che suonava il basso e Ivo Di Già col sax tenore, ma erano strumenti adatti a un gruppo più ampio e noi non volevamo allargarci più del dovuto: non si era, né si voleva diventare i Rolling Stones o i Deep Purple, poiché eravamo di natura modesta. Giulio tagliò la testa al toro, inutile perdersi in congetture prive di costrutto, conscio delle nostre reali esigenze decise che occorresse implementare la nostra sezione ritmica: qundi ci serviva un batterista o un valente percussionista. (Continua)
  11. Nightafter

    [NNI20] Mia principessa

    Davvero eccellente questo tuo racconto mio caro @Marco Settimio Di Fonzo . È la prima cosa tua che leggo e devo dire che mi è molto piaciuta, se la cosa ti può essere di qualche interesse, posso preannunciarti che ti sei guadagnato un futuro lettore per quanto vorrai proporre, in futuro, su queste pagine. Il racconto è costruito con un impianto di grande efficacia, la scrittura e scorrevole e mostra una mano sicura. Sai calibrare ottimamente lo sviluppo della vicenda, entrando nelle parti descrittive che conducono a scoprire ciò che sta avvenendo, con brevi tocchi sintetici che, come tessere di un mosaico, si compongono un pezzo per volta fino a rivelare il drammatico disegno complessivo. Si respira fin dalle prime righe un clima di allarme, di disagio e tensione crescente verso qualcosa di ineluttabile, di mostruoso. Si percepisce la suspense di un evento temibile, previsto, ma al tempo stesso l'impotenza della protagonista a scongiurarne il divenire. Ci ho trovato i temi claustrofobici dei più classici racconti horror di E. A. Poe e H. P. Lovecraft, nei quali gli eventi precipitano come granelli di sabbia in un gorgo terrificante che tutto travolge e conduce verso una fine terrificante. Trovo sia un classico di questo genere di letteratura il tema del l'infanzia che, dietro un'apparenza di dolcezza indifesa, mostri poi un volto nascosto minaccioso e letale. Rappresenti assai bene il rapporto ambiguo tra questa madre amorevole e la sua bambina: l'incantevole tenera bellezza della piccola che nella sua innocenza ignora quanto di profondamente mostruoso alberghi in lei. Ci trasmette tutta la sua angoscia questa madre che conosce il segreto orribile di quegli occhi cerulei che la guardano col disincanto giocoso della prima infanzia. Occhi che lei osserva nell'attesa di cogliervi i segnali premonitori della ciclica maledizione a cui madre e figlia sono condannate per l'esistenza. Cosa c'è di maggior spaventoso e disperato, per una madre, del convivere con la propria creatura, amandola e temendola allo stesso tempo, cercando di proteggere lei e sé stessa da quella mutazione infernale, come una malattia genetica che si manifesti e di cui entrambe non sono responsabili. Avvertiamo lo spavento e al contempo la pena materna per quanto di terribile avviene nel corpo della propria bambina. Come dicevo il racconto, pur nella sua essenziale brevità, ci coinvolge nell'attesa di questo epilogo che diviene incalzante e drammatico nelle concitate fasi finali. Sono da sottolineare per la loro qualità scenografica anche le descrizioni assai pertinenti nel renderci l'ambiente in cui si svolge la vicenda: lo stato della scala e delle travi del pavimento che conducono a quello sgabuzzino della salvezza. Complimenti e a presto rileggerci.
  12. Nightafter

    L'ospite - Pt. 1 [NNI20- Fuori concorso]

    JCarissima @Silverwillow ti sono davvero grato per aver trovato il tempo di leggere e commentare, assai utilmente per me, questo mio racconto. Non posso che concordare con gli appunti che mi muovi, nel rileggermi mi rendo conto delle molte ridondanze di cui ho infarcito il testo, problema in effetti tanto rilevante da rendere secondaria la pur numerosa presenza di refusi. Grazie ancora ottima amica mia. Un saluto e a presto rileggerci.
  13. Nightafter

    L' ospite - Pt. 4 [NNI20- Fuori concorso]

    Gesu' @aladicorvo, mia buona amica, leggo tutti i complimenti che mi fai e mi sorge il dubbio che tu abbia confuso, postando qui il commento destinato a qualche ben piu' meritevole autore. Non posso che ringraziarti davvero molto. Allo stesso tempo dissento totalmente, sul severo giudizio che dai dei tuoi sctitti. Se tu scrivessi, come dici, simile a una macchina da cucire, mi farei confezionare, da te, un intero guardaroba. Un abbraccio e un saluto. A presto rileggerti.
  14. Nightafter

    L' ospite - Pt. 4 [NNI20- Fuori concorso]

    L' ospite - Pt. 4 [NNI20- Fuori concorso] Tornò nel soggiorno portando un vassoio con due tazze fumanti della bevanda che aveva approntato, lo posò sul tavolino accanto alla zucca ghignante, sulla sponda del divano lasciò la maglietta e i boxer del pigiama con l'accapatoio per il bagno. - Bevi il tuo tè, spogliati e cambiati, intanto recupero quello che serve per prepararti un letto. - Mandò giù due sorsi dalla sua tazza di tè, non attese risposta, sapendo che sarebbe stato tempo perso, poi lasciò il soggiorno per terminare le cose che restavano da fare: nella stanza degli armadi, prese da quello della biancheria l'occorrente per allestire il giaciglio dell' inaspettato ospite, Rientrando nella sala vide che il ragazzino si era liberato degli indumenti e aveva indossato l'accappatoio, su quel corpo minuto cascava abbondante come il saio di un francescano. Sedeva nella identica posizione in cui l'aveva lasciato, non aveva toccato una sola goccia della bevanda ormai fredda nella tazza. Anche gli occhi e lo sguardo non erano mutati, continuavano a fissarlo con l'espressione di chi osservi il vuoto. Fino a quel momento non ci aveva fatto caso, ma ora che l'accappatoio aperto sul petto lasciava in evidenza lo sterno, gli parve che non si ampliasse per il respiro: appariva immobile, dava l'idea che il ragazzo non respirasse. Era di certo solo una illusione ottica, di certo inspirava ed espirava, non poteva essere diversamente, evidentemente lo faceva in maniera del tutto impercettibile. A questo pensiero se ne aggiunse un secondo: notò che non erano rimaste tracce dei passi fatti dall'ospite nel percorso compiuto sul pavimento della stanza, inoltre stranamente, non se ne vedevano neppure nel punto su cui ora poggiavano le scarpe ancora intrise di umidità. Ernesto decise che la casa era più calda di quanto gli pareva, sicuramente le aveva fatte asciugare. Davvero sembravano troppe le stranezze che si sommavano intorno a quel bambino, pensò che se ne stava lasciando impressionare più del dovuto, considerò che aveva fatto bene a non frequentare quelle strane creature se non per motivi artistici. Fortuna che si trattava di una cosa episodica e transitoria, entro le dieci del mattino dopo, quella parentesi si sarebbe chiusa e in due giorni non avrebbe neppure più ricordato il colore di quegli occhi assenti. - Vedo che non hai bevuto il tè - disse - mi spiace perché avrebbe giovato a toglierti il freddo da dosso. - Pensò che era veramente invecchiato: ora si stava prendendo cura di quello strano sbarbatello con la premura di un nonno, roba da non crederci. Un tempo avrebbe avuto cure ben diverse per un ragazzetto come quello: vederselo girare mezzo nudo per casa, mentre si apprestava a fare il bagno, gli avrebbe destato pensieri ben diversi, sarebbe stata una delle situazioni più alettanti. Un brivido sensuale gli balenò nella mente come un flash, ma il suo corpo restò insensibile a quel richiamo carnale. "Meglio così. Meglio che l'età abbia sopito certi stimoli" pensò, non provava alcuna attrazione per lui, anzi gli generava una sorta di pena, di compassione: pareva così sperso, come se il mondo fosse un luogo sconosciuto, insomma pareva un disadattato, un alieno caduto sulla terra. Il bagno era pronto: verificò che la temperatura dell'acqua fosse ottimale, poi versò un poco di bagnoschiuma nella vasca e agitò la superficie dell'acqua per montare la schiuma candida, un profumo tiepido di vaniglia si diffuse nell'ambiente. Soddisfatto per come era riuscito a organizzare l'insieme di quelle operazioni, tornò nel soggiorno a chiamare il ragazzo. Lo trovò come l'aveva lasciato: ora la zucca in foggia di teschio posta sul tavolino era illuminata dal'interno, il ragazzo teneva lo zainetto sulle ginocchia, ne aveva aperto la sommità, probabile che avesse cercato al suo interno l'accendino per accendere la candela o un lumino all'interno della zucca, come di solito avveniva quando le si voleva conferire quell'aria sinistra tipica degli aggeggi che caratterizzavano questa stupida festa, del tutto estranea alle nostre tradizioni. - Bravo! Abbiamo anche la luce nella zucca, ora non ci manca più nulla, Contento? - Disse con stanca ironia, di certo quella strana notte di fine ottobre se la sarebbe ricordata finché avrebbe avuto vita, anche a volerla raccontare non ci avrebbe creduto nessuno. Il ragazzino ebbe un tremito, qualcosa mutò nello sguardo, sembrava che ora lo vedesse per la prima volta: i carboni neri delle pupille si fissarono in quelle di Ernesto, le labbra si distesero come in un sorriso privo di allegria. Di colpo fu come se l'energia che lo aveva sostenuto fino a quel momento si fosse esaurita: si sentì profondamente stanco, il sonno che aveva rimandato fino a quel momento era tornato prepotente a pesargli sulle palpebre e a tagliargli il vigore delle gambe. - Il bagno è pronto. - mormorò con un refolo di voce, gli sembrava che l'aria stessa gli mancasse. Quegli occhi erano il punto focale della stanza, non gli riusciva di guardare altro: erano immobili come lo sguardo delle vecchie bambole di porcellana, gli riempivano il campo visivo, le cose intorno sfumavano in una nebbia nera che avvolgeva la camera. Lentamente si sentì invadere da un torpore incontrollabile, gli pareva che le membra fossero divenute rigide e insensibili, per un attimo pensò agli occhi immensi e freddi del ragno che si avvicina lento, come li avrebbe visti la mosca catturata nella sua tela e provò l'incontenibile terrore della preda. Non sapeva di cosa e perché ma una paura folle lo attanagliava: volle gridare per spezzare quell'incantesimo incomprensibile e soffocante, ma dalla sua bocca uscì solo un sibilo spezzato. Poi le palpebre si chiusero e fu il buio. Non sapeva dire se si fosse addormentato o avesse perso coscienza per un tempo che non sapeva stimare, ma a ridestarlo fu un bruciore cocente alla gola, gli venne da tossire, l'aria penetrava e usciva dai polmoni con un fischio doloroso e un gorgoglio sinistro si levava dal centro della sua carotide. Non riusciva a muoversi, con uno sforzo immane aprì gli occhi, vide la mano del ragazzo che impugnava una lunga lama: seguire i programmi culturali in TV poteva tavolta giovare, l'aveva vista in un documentario sulle armi bianche degli antichi samurai. Con sorpresa scoprì di rammentare ancora il nome dell'oggetto: era un "tantò", uno di quei pugnali giapponesi, lunghi una trentina di centimetri, dalla lama lievemente ricurva e acuminata, affilata come un rasoio su entrambi i lati. L'acciaio lucido del coltello brillava vivida nella luce, qualcosa di rosso ne aveva sprcato la superficie. Avvertì una sensazione liquida di umido e caldo sullo sterno: comprese che era il suo sangue. Poi il buio, lo richiamò nuovamente a sé. (Fine)
  15. Nightafter

    Di pietra e di carne (Cap 2 di 3)

    Ciao @aladicorvo Ormai sono diventato un abitué dei tuoi racconti. Come si dice: "un nome è una garanzia", nel tuo caso per me è divenuto un appuntamento irrinunciabile per ogni cosa che scrivi. Per altro di racconto in racconto trovo che, come il buon vino invecchiato, tu stia maturando uno stile personale che li impreziosisce, rendendo ogni tuo lavoro, anche con temi assai lontani l'uno dall'altro, cifrati di un'impronta e una originalità distintiva che li rende inconfondibili. Ho letto il primo e questo secondo capitolo: non posso che dirmi soddisfatto. Soddisfatto della scrittura, che come sempre è "mossa" e scorrevole, qui più che mai è gradevole il contrasto tra la situazione che si muove in una scenografia di luoghi e personaggi immersi in un ambiente rarefatto e immobile, verrebbe da dire mortorio, e il tuo giovane personaggio, colmo di vita immersa nell' attuale. I suoi pensieri le sue sensazioni sono tutte legate al presente che si scontra con la dimensione insolita di questo luogo e queste persone che paiono vivere in un passato parallelo. E' ricco l'impianto del racconto, per l'ambiantazione che ci fa pensare a un' isola della Sicilia nella quale il tempo sembra essersi fermato ai costumi del secolo scorso, così come ci appare la figura matriarcale che si muove su una carrozzella, seguita dalle sue attendenti lige ad ogni sua volontà, che si muovono come automi ai suoi ordini a guisa di arti sostitutivi di quelli in lei inabili. Nel primo capitolo hai posto le premesse di una situazione che appariva disagevole alla protagonista per via dell'impatto con questa realtà arcaica con regole e modalità desuete a lei completamente aliene. Nella seconda parte questo clima diviene addiritura soffocante e il disagio diviene claustrofobico fino all'angoscia. Entri decisamente nella colorazione horror del racconto, inizia la percezione olfattiva di un odore indefinito ma nauseante, si stabilisce un legame in cui gli stimoli ambientali concorrono a turbare il sonno generando incubi, dando vita a una sottile membrana tra il sonno e la veglia, nel quale è difficile comprendere quanto appartenga all'incubo e quanto sia invece percezione del reale. Il clima nella seconda parte diviene fortemente angoscioso: tutto si veste di ingredienti che accendono la tensione emotiva del lettore, quella sensazione di soffocamento che leggiamo nello stato d'animo e nelle manifestazioni fisiche subite dal personaggio, avvolgono in una melassa di suspense gelido. La parte finale di questo secondo capitolo è da manuale del racconto horror: perfetta come da tuo stile consueto. Complimenti, posso dirti che, per quanto mi concerne, il clima che pervade ciò che fino a ora hai pubblicato, mi suggerisce filmicamente l'aria in cui era immerso il film: "The others" di Amenàbar, interpretato da Nicole Kidman, mentre letterariamente mi fai venire in mente i racconti orrorifici di E. A. Poe. Attendo con ansia il terzo capitolo. Buone cose e un abbraccio.
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