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Nightafter

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169 Strepitoso

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    Uomo
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    Alpha Centauri
  • Interessi
    Leggere e qualche volta scrivere

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  1. Nightafter

    La vera narrativa è solo in prima persona al presente?

    infatti, ben mi è noto l'impiego del termine nel mio più che sconveniente campo di scrittura . Meno lo lo conoscevo riferito a un metodo narrativo letterario. Ma questo non fa che confermare il fatto che, frequentare questo forum, implementa le mie conoscenze culturali e amplia la prospettiva del mio "sguardo". Che Iddio vi benedica
  2. Nightafter

    La vera narrativa è solo in prima persona al presente?

    Credo di essere fortemente inadeguato a questo forum. Io in queste speculazioni filosofiche mi ci perdo. E' inutile mi mancano le basi. Il mio prifessore di lettere delle medie (insigne dantista e amante del Leopardi) mi diceva sempre: - Tu devi fare il Classico. Almeno impari a scrivere in italiano e sai con certezza dove far cadre le virgole. Che tanto al mondo che tu disegni bene gli frega na cippa. - E aveva ragione, ma io non lo ascoltati, poichè volevo dipingere e non scrivere. Invece la vita va così, oggi non dipingo come ieri, ma mi ostino a scrivere senza certezza sul dove inserire una virgola. (Il punto e virgola l'ho eliminato da tempo, perchè era ingestibile) Così oggi mi perdo in queste discussioni sulla "narrazione immersiva" (o "deep POV"), e ci faccio una misera figura.
  3. Nightafter

    Anna del bar - Pt.1

    Anna del bar - Pt.1 Aveva sedici anni Anna del bar, io solo dodici, lei era già donna e io ancora un ragazzino. C'era un bar all'angolo della via di due palazzi contigui, erano edifici all'estremo limite della zona Crocetta di Torino, il quartiere “bene” della città, al confine con la più polare zona San Secondo, di cui facevano parte. La suddivisione di stato la leggevi nelle architetture dei due abitati: una caratterizzata dall'eleganza liberty delle case d'epoca di livello, con fregi sulla facciata, balconi con colonnette neoclassiche, bow windows con vasi di ortensie alle imposte e scale interne in lucido marmo bianco. L'altra era un modesto caseggiato rettangolare di cinque piani, con alloggi a ringhiera e scale in ruvido granito grigio, usurato e annerito dal tempo. Il bar si apriva ai piedi di quest'ultimo. La cosa che accomunava le due abitazioni era un angusto cortile comune, dove il sole batteva per poche ore a metà della giornata e l'essere proprietà di unico padrone. I due caseggiati godevano di un servizio di portierato allocato nella guardiola del palazzo più prestigioso, per l'altro era unicamente prevista la pulizia delle scale: i miei erano portinai e in quella piccola portineria, composta di sole due stanza, io trascorrevo la maggior parte delle ore della mia giornata, alla luce di una lampadina accesa tutto l'anno. Lì sbrigavo i compiti della scuola, coltivavo la mia passione per il disegno a fumetti, leggevo racconti di vampiri, giocavo con i soldatini e consegnavo la posta agli inquilini che venivano a richiederla, oppure la depositavo nelle buche se dimenticavano di farlo. Sì, perchè nelle ore pomeridiane, dato che mia madre, per arrotondare il mensile, faceva le pulizie in alcune delle case più benestanti, io restavo di guardia alla portineria e accudivo la mia sorellina più piccola. La sera io e mia sorella salivamo a dormire nella mansarda che avevamo di dotazione all'ultimo piano della casa, mentre i miei si ritiravano nella seconda stanza della guardiola, dove avevano la camera da letto. Anna era la figlia unica dei nuovo gestori del bar sull'angolo. Erano una famiglia di origine veneta, ma provenivano dall'Argentina, dove erano andati in ricerca di lavoro molti anni prima, lei infatti era nata lì, dopo quasi vent'anni avevano fatto ritorno in Italia. Poiché in città avevano parenti e amici stabiliti qui da tempo, avevano scelto di unirsi a loro, investendo i risparmi nel rilevare quella piccola attività. Il bar era piccino, composto di due salette, nella prima trovavi il bancone per la mescita di caffè e bevande, nell'altra quatto tavolini per le consumazioni da seduti e il gioco delle carte, prevalentemente di vecchi pensionati, nel dopocena fino a tarda notte. Rispetto alla precedente gestione, avevano felicemente introdotto un juke box e un flipper, questo aumentò di molto l'affluenza dei giovani del quartiere che presero a bivaccarci tra una coca, un tramezzino e un caffè, ascoltando la musica del momento e facendo la fila per acerrime sfide, a segnare il primato numerico sul flipper. Ma la vera attrazione del locale, non erano quelle dispensatrici elettriche di diletto che si azionavano con una moneta da cinquanta lire inserita nella gettoniera, ma lo splendore di Anna che stava al bancone a servire caffè e bibite oppure al banco-frigo dei gelati, a confezionare coni misti e coppette da asporto. La ragazza era minuta ma con un personale pieno di grazia e qualità estetica: bruna con un'aria sbarazzina di capelli a caschetto che incorniciavano un ovale di lineamenti delicati, con occhioni bruni e vivaci alla Audrey Hepburn. Era una piccola forza della natura, sempre in movimento, piena di una vitalità energetica e contagiosa: la sua presenza metteva allegria, poiché appariva sempre di ottimo umore, entusiasta e curiosa della vita. Possedeva una voce intonata e gradevole, accompagnava sovente le canzoni selezionate nel juke box che conosceva a perfezione. Nel parlare aveva quel curioso accento sud americano con la fonetica delle lingue spagnole con una cadenza morbida, con vocali allungate e consonanti dimenticate, mentre nel suo italiano presentava coloriture del dialetto veneto, ereditate in famiglia. Era giunta all'inizio della primavera di quell'anno e fiorendo come un rampicante di gelsomino, spuntato in quella stagione, aveva ingentilito e rallegrato quell'angolo di vecchio palazzo dall'intonaco cadente. Ricordava uno di quei fiori che germogliano sulle facciate in rovina, come segno di una speranza verso la vita e il futuro. Sovente mi presentavo alla vetrina aperta sul banco dei gelati, con le mie cento lire per avere un cono con quattro gusti. Lei nel primo pomeriggio, quando il baruccio era più tranquillo, la trovavi a leggere “La Stampa”, con i fogli aperti sul coperchio del banco-frigo, più che per informarsi, lo faceva per prendere confidenza con la lingua scritta, ci teneva a esprimersi correttamente, e rideva quando nel discorrere continuavano a scappargli vocaboli o intercalare della lingua di provenienza. A volte approfittando del fatto che fossi lì, mi chiedeva il significato di qualche parola che gli risultava sconosciuta. Quando mi vedeva arrivare faceva scorrere l'apertura del doppio vetro della vetrina: ripiegava il quotidiano e si approntava con il cono di cialda in mano attendendo che decidessi i gusti da consumare quel giorno. Non è che ci fosse una grande scelta, in realtà i fustini del gelato erano solo sei, pertanto le varianti erano circoscritte, ma potendone ordinare solo quattro alla volta, mi sbizzarrivo a combinarne l'insieme a ogni nuovo cono. Lei paziente apriva il coperchio del banco e munita di paletta d'acciaio confezionava la mia richiesta, chiedeva se desiderassi una spruzzata di cacao, come quella con cui si guarnivano i cappuccini, a completamento della confezione, solo se tra i gusti scelti non compariva il limone, l'accettavo poiché ne ero goloso. Alle volte ci portavo anche mia sorellina tenuta per mano e per lei ordinavo una coppetta: perchè col cono finiva con lo sbrodolarsi il vestito, ma solitamente preferivo andarci da solo, perché così mi sentivo più grande e la cosa mi appariva più intima e confidenziale, dato che lai mi dava del tu e io lo davo a lei. Mi piaceva Anna, che tutti chiamavano “Anna del bar” per distinguerla nei discorsi, ero colpito dalla sua bellezza e incantato di suoi modi gentili, era sempre garbata e amichevole, sapevo che mi guardava come un bambino, ma sarei cresciuto, gli anni che ci dividevano non erano molti e quando avrei compiuto diciotto anni, le avrei chiesto di sposarmi. Spesso, sotto l'influsso di questa infatuazione, la sera nel mio letto, fantasticavo sul come le avrei fatto la proposta di nozze: mi vedevo adulto, trasformato nel fisico, più alto di come lei era ora, con i jeans e i capelli lunghi sul collo, come usavano i ragazzi di quell'età, vestito con la foggia colorata e psichedelica della moda beat del momento. Avrei posseduto anche una moto. Sì come quelle che parcheggiavano, nei pomeriggi, i giovani avventori che frequentavano quel bar facendole un filo sfacciato. Quelli avevano tutti grosse moto: le giapponesi Yamaha, Suzuki o le Guzzi e Laverda italiane, arrivavano spavaldi su quei bestioni facendo un casino bestiale e ammorbando l'aria coi gas di scappamento, poi tiravano giù il cavalletto e si ficcavano ai tavolini del bar, ordinando birra, attivando il juke boxe e occupando il flipper con interminabili partite, accompagnate dal suono della pallina d'acciaio che toccava i sensori e dalle luci che si accendevano a ogni colpo. Soprattutto volevano mostrarsi più fighi agli occhi di lei e per questo a me stavano tutti sul culo. Intanto perchè erano tutti più vecchi di lei di un paio o più anni, se ne avesse scelto uno, quello poteva chiederle di sposarlo, molto prima che io avessi raggiunto l'età per farlo. In particolare c'era un tale Marco, bruno e piacione, con quella faccina da bello e maledetto alla Alain Delon che piaceva tanto alle donne. (Continua)
  4. Nightafter

    Dancing Paradise

    Ciao @Angelo Fabbri è il primo dei tuoi racconti che leggo, inizio subito per complimentarmi, perché scrivi bene e si percepisce una mano sicura. La mano di chi ha molto letto e/o visti numerosi film americani su questo tema. Perchè il tema è chiaramente una citazione a un genere, del quale sai riprodurre nella maniera più aderente e anche elegante, il clima, l'ambiente e la stessa storia. La storia è una classica fotografia di un locale di infimo ordine, nei bassifondi di una citta come El Paso, che di per sè evoca memorie di centinaia di film americani in odore di hard boiled, dove si esibisce un musicista alcolizzato, cinico, con un passato di aspirazioni disattese e un futuro al limite del disfacimento esistenziale. Sono presenti tutti gli elementi che vanno dal razzismo di tradizione texana (patria del Ku Klux Klan) con l'insofferenza verso i "negri", che il tuo eroe non condivide, ma è costretto ad adeguarsi all'aria che tira nella casa, alle donnine allegre che cercano di rallegrare la serata ai pochi riluttanti clienti. Alla puzza di fumo stantio che ci sembra di percepire nell'ambiente, ai lustini vetusti delle ballerine e le modeste entraîneuse. Tutti sono accomunati da una storia di desolazione sociale, nessuno sfugge alla catena di un'esistenza opprimente e priva di speranza, mentre la vita scorre in un fiume di alcol che non lava i ricordi ma annega nell'oblio almeno i rimpianti. Il racconto è molto ricco nel decrivere ogni elemento di queste vite in qualche modo perdute, non mancano i dialoghi che anche qui riproducono in maniera perfetta lo stile e il linguaggio del genere a cui si ispirano. Divertente infine il duetto finale del protagonista con la ragazza che ci riveli essere sua moglie. In sostanza ti faccio i complimenti, per un lavoro di abile "copista", nel quale hai mostrato (come divertito esercizio di bravura) di saper interpretare con la penna una perfetta copia di un genere, cosa non facile, te lo dico da ex allievo del corso di pittura di una Accademia di Belle Arti frequentata molti lustri fa. Avrei voluto con tale maestria rifare un'annunciazione di Piero dell Francesca o la Vocazione diSan Matteo del Caravaggio. A presto rileggerti e un saluto.
  5. Ellosò! Ma purtroppo è così.
  6. Questo grida vendetta al cospetto di Dio. Sallo!
  7. Nightafter

    Alfio - Pt.1

    Alfio - Pt.1 Giulio suonava assai bene la chitarra, possedeva una Ovation Glen Campbell Deluxe Balladeer, che si era fatto acquistare da un suo zio che era sovente per lavoro negli Stati Uniti. Quella era il simulacro divino, in terra, delle chitarre: una meraviglia tecnica che aveva rivoluzionato i materiali e la concezione costruttiva dello storico strumento. Inutile dire che ne era gelosissimo, la trasportava in una custodia rigida nera con l'interno in velluto rosso cardinale, un vero scrigno d'eleganza formale. Quando apriva la custodia, vedevi nell'atto un rispetto rituale che aveva del religioso, una delicatezza che neppure un infante di una settimana aveva mai goduto. Per la verità la visione di quel legno pallido, adagiato sul velluto rosso con quella cornice nera intorno, a me dava un che di funereo, una volta glielo dissi: - Non ti sembra un cadavere nel suo feretro? - Ci mancò poco che mi spaccasse lo strumento in testa: - Ma sei scemooo? Cazzo dici? Come può venirti in mente una stronzata simile? - era veramente offeso. - Boh? che ne so, mi da quell'impressione. - risposi timidamente. - Tu sei malato! Devi farti curare da uno bravo. Non dire mai più una bestialità simile sulla mia Ovation, perchè quanto è vero Dio, ti ingiacco di botte. - - Vabbè, dai che sarà mai? E' solo un'impressione: dicevo per dire. - - Tu non devi proprio dire un cazzo! Sei musicalmente un bifolco analfabeta, che annega nella sua ignoranza. Questa è la chitarra che suonano artisti del calibro di: Leonard Cohen, John McLaughlin, Jimmy Page, Mick Jagger, Cat Stevens, Roger Waters e David Gilmour, giusto per elencarne un paio. Va affanculo tu e le casse da morto. - Non mi permisi più di dire alcunché su quella chitarra. Però diceva il vero: quando conobbi Giulio le mie conoscenze in fatto di musica erano esigue e lacunose. Ero cresciuto amando Celentano, Little Toni, la Patty Pravo, più di recente spaziavo su Battisti. Ero allo scuro dei grandi cantautori italiani del momento, oltre che della musica internazionale. Salvo qualche hit dei beatles, solo De Andrè col suo “Il pescatore” mi aveva iniziato a quell'universo parallelo. Giulio sentendo di quale musica fossi vissuto fino a quel momento, si strappava i capelli per la disperazione. Vista la gravità della condizione in cui versavo, si era preso seriamente il compito di formarmi una cultura musicale: mi aveva introdotto alla conoscenza della musica contemporanea: dal blues, al country, al progressive rock, alla samba, all’hard rock e da ultimo alla musica indiana. In un anno, grazie a lui, era divenuto un discreto conoscitore di quanto di meglio offrisse la musica giovanile del mondo civilizzato. Tra le altre cose avevo ascoltato “Aqualung”, il quarto album della band progressive rock inglese dei Jethro Tull: fu una rivelazione, la nascita di una vocazione musicale. Decisi che il flauto traverso sarebbe stato il mio strumento, un giorno avrei emulato le prodezze d’assolo del barbuto Jan Anderson, suonando in piedi su una gamba sola come lui. Per giungere a tale risultato Giulio mi aveva consulenziato nell’acquisto del mio primo flauto, per la verità un flauto dolce, un piffero, appena più grande di quelli che si usavano a scuola nelle lezioni di educazione musicale. Ma per me che, aveva sempre avuto un rapporto complicato con la musica, già il solo tenerlo in mano e sapere dove posizionare le dita sui fori, era il compimento di una impresa di straordinario valore. Alla inevitabile mancanza di tecnica supplivo con un cipiglio del volto di grave intensità, con il quale accompagnavo quelle prime, incerte, note. Severino Gazzelloni in concerto, non sarebbe stato capace di maggiore solennità. Giulio si era occupato della mia formazione di base nell’uso dello strumento: armato di grande pazienza, aveva sovrainteso ai miei primi passi nel destreggiare i polpastrelli tra fori e forellini, lungo il cavo cilindro di legno mentre ci soffiavo dentro con incerti risultati. - Lì, le devi mettere le dita testina di cavolo. Lì, non due buchi più sopra. E' la decima volta che lo ripeto. Te le taglio 'ste ditina rattrappite, se continui a non capirlo. - Era severo, ma giusto! Come era prevedibile, data la ridotta attitudine al ritmo e una quasi drammatica mancanza d’orecchio musicale, il compito per il maestro non era meno impegnativo di quello dell’allievo. Ma Giulio non era uomo da perdersi d’animo, la sua idea era che se riusciva a fare della musica anche uno sordo come Beethoven, sotto la sua guida ci sarei riuscito anche io. - Tranquillo, - diceva per incoraggiarmi: – vai, che te le sturo io quelle cazzo d’orecchie. - Quindi, così motivato, ce la mettevo tutta nonostante che i progressi fossero lenti e assai sofferti. Sofferti non solo moralmente, ma anche fisicamente. Si, perché Giulio, per sveltire il training aveva adottato una tecnica didattica, a suo dire, molto efficace e praticata con successo dagli antichi maestri Zen. La tecnica consisteva nel tenere in mano un corto righello di legno e quando nell’eseguire l'esercizio sbagliavo posizione o smarrivo la cadenza del tempo, lui, implacabile, mi calava vigorosamente il righello sulle nocche della mano. In effetti in capo a qualche mese, un qualche positivo risultato si poteva apprezzare. Ero sempre stato convinto di avere difficoltà con la musica per via di un blocco psicologico. Ci avevo riflettuto a lungo, infatti ricordavo chiaramente come e quando avevo subito il trauma che mi aveva reso disabile all’armonico universo dei suoni. Era accaduto in terza elementare, il giorno in cui, il maestro, indicandomi con la bacchetta mi aveva fatto cenno di tornarmene al mio posto, perchè stonavo così tanto da mandare fuori registro l'intera classe, durante le prove del coro natalizio. Ne remasi profondamente umiliato, soffrendone a lungo, nonostante gli anni, non avevo superato quel danno alla mia autostima musicale. Grazie all'insegnamento del mio amico e del fumo di uno spino, di recente, avevo scoperto incidentalmente un possibile rimedio, o quantomeno un palliativo alla mia deficienza. Infatti dopo una canna la mia musicalità cresceva in maniera considerevole. Era lampante che quando ero fatto, le barriere psicologiche si abbassavano e divenivo finalmente permeabile alle onde del suono e del ritmo. Come per magia, sentivo la musica penetrare come un fluido nelle mie orecchie e fluire nella mia anima: riuscivo a “sentirla” e anche a suonarla. Oddio, suonare era parola grossa, ma pur con tutti i limiti, qualcosa di udibile usciva fuori. Fu un vero trionfo giungere a eseguire al flauto il pezzo “Dolce acqua”, di Ivano Fossati dei Delirium: l’esaltazione per quello storico risultato era tale che iniziai a suonarlo in loop, ogni momento era buono per esercitarmi nel ripeterlo, nel cercare di migliorarne e impreziosirne l’esecuzione. La suonavo a casa, portando allo sfinimento l’intera famiglia: mia sorellina più piccola minacciò di chiamare il Telefono Azzurro se non l’avessi piantata. Lo suonavo anche a scuola, durante gli intervalli tra una lezione e l’altra, poiché avevo quel flauto sempre con me, ovunque andassi. Finalmente suonavo ed ero felice quanto ansioso di far ascoltare al mondo i miei progressi: il mondo, comprensibilmente, un poco meno di starli a sentire. Alla fine Giulio siglò la raggiunta maturità esecutiva: dopo un'ennesima audizione mi parlò, con lo sguardo fermo e franco del vecchio maestro: - Sì, il pezzo lo hai imparato. Lo sai fare e te lo confermo - poi aggiunse: - così come ti confermo che se me lo suoni ancora una volta, io, quel piffero del cazzo, quanto è vero Iddio te lo infilo su per il culo. - (Continua)
  8. Nightafter

    Maledetto post-it

    Ciao @Deborah Zan. E' la prima cosa tua che leggo, sono certo che continuerò a leggerti nel futuro poiché è tempo ben speso. Scrivi in maniera fluida e scorrevole, i caratteri scorrono piacevoli sotto lo sguardo poichè possiedi una capacità espressiva lineare che ben accompagna la narrazione. Il racconto è toccante se pure il suo meccanismo non sia del tutto originale, volendo hai in Marcel Proust e il suo "Alla ricerca del tempo perduto", uno dei più insigni precursori del meccanismo del flashback. Il tuo meccanismo nasce dalla similitudine di questo post-it che cade sulla scrivania, facendolo con la leggerezza di una foglia autunnale ma allo stesso tempo, per ciò che riporta alla mente, con la gravità di una roccia. Il post-it diviene, con la sua caduta, il simbolo di ogni evento che nella vita passata ha segnato le tappe importanti di una lunga storia d'amore, conclusa in tragedia. Sono belle e delicate le scene di quei ricordi che si susseguono nelle rincorsa della memoria del tuo personaggio, mutando di volta in volta la loro natura di oggetti o elementi naturali, o fisiologici come le lacrime. Il racconto, come è certo nelle tue intenzioni, anche per la semplicità e pulizia di scrittura con cui descrivi i fatti, appare lieve e commovente, è un racconto concepito per emozionare e riesce a farlo senza sovrastruture che ne facciano sospettare l'arteficio. Credo che, nello scriverl,o anche tu fossi emozionalmene coinvolta il ciò che narravi: questo si percepisce e dona una nota di maggiore credibilità e realismo alla storia. Quindi non posso che complimentarmi per quanto mi hai concesso di leggere. Devo però farti un piccolo appunto. La sequenza dei ricordi, secondo il mio gusto, avrebbe meritato maggior lavoro di approfondimento quanto meno in qualcuno degli episodi della memoria citati. Mi sono preso la briga di verificare il numero dei caratteri che compongono la storia e ho visto che hai utilizzato poco più della metà di spazio a disposizione. Vero è che la qualità di un racconto non si misura nell'estensione del testo, ma credo che non avrebbe guastato dare qualche pausa di respiro all'elencazione, di conseguenza alla lettura, che risulta, ingiustamente, compressa e un po' concitata. Nuovamente complimenti e a presto rileggerti. Un saluto
  9. Nightafter

    La Sampo – Pt.6

    La Sampo – Pt.6 Cambiando discorso Mainero le chiese: - Ma di quel pittore che ti stava dietro, mi pare si chiamasse Fulvio, ora non ricordo il cognome, che fine ha fatto? Vi sentite ancora? - - Chi dici, Fulvio, quello bono? - Rispose prontamente lei, alzando ad hoc il tono di voce, affinchè udissi bene nome e aggettivo. - Sì. Quello. Ti ha più chiamata per invitarti su in montagna? - continuava “col en cul”. - Mi ha chiamata, sì. Continua a farlo, è insistente. Mi sorella si scoccia, da quando si sono mollati non gli va che lui continui a sentirmi. - L'altra ridacchiava - Magari è gelosa. - Sampo negava: - Ma no. Solo che dice che lui è troppo vecchio per me, poi che è anche un porco. - Ridevano insieme divertite. - Ma mi sa che una di queste volte accetto e vado a vedere 'sto chalet che si è comprato. - Questa affermazione era più lancinante di una coltellata al fegato, mi alzai di botto facendo rovinare a terra il cavalletto di lavoro che avevo davanti, con un fragore che richiamò l'attenzione di tutta la classe, lo rimisi in piedi con un gesto brusco, poi mi accesi una sigaretta e mi diressi verso la porta d'uscita. Mi era passata la voglia di disegnare, mi serviva un buon caffè bollente, amaro e subito al distributore automatico nell'entrata della scuola. Nel procedere passai davanti alle loro postazioni, guardi avanti con indifferenza per evitre i loro occhi: le avrei incenerite con lo sguardo. Alle spalle mi giunse l'eco delle battute: - Che è successo? Una botta di sonno ed è cascato dallo sgabello ? - rideva l'oca con la testa attaccata alle chiappe. - Ma no. Gli son solo cascate le palle dal rosicamento. - rispose l'altra stronza. Unendosi alla risata. La tentazione di tornare indietro e girargli le plance sulle teste fu forte, ma me ne uscì sbattendo la porta. Ecco, giusto: il pittore. Uno incapace pure di fare l'imbianchino! Un altro di cui lei mi aveva raccontato: tale Fulvio d'Ambrois, un vero artista, a suo dire. Questo, aveva fatto l’operaio fino a trentadue anni, stava in reparto carrozzeria alla FIAT Mirafiori, a verniciare in linea le 127, per otto ore al giorno. Dal cannello della pistola a spruzzo, con cui campiva di verde pisello le lamiere grezze, al pittare candide tele vergini, il passo doveva essere stato breve. Tanto breve che a un certo punto, sentendo incontenibile il richiamo dell'arte quel passo, buon per lui, l'aveva fatto. Il giovane, per altro di bell'aspetto: alto, bruno, con baffetti da perfetto gigolò di periferia, era, a quanto lei raccontava, di promettente talento, nonché uomo affascinante e di vivace e piacevole conversazione. Già me lo immaginavo a parlargli delle delicate sfumature presenti nel catalogo RAL, delle vernici sintetiche, per la 128 sport. Una volta, mentre la riaccompagnavo, me lo aveva indicato sotto casa sua: lui usciva dal portone con la sorella di lei sotto braccio. Il neo-artista, aveva infatti, per un certo periodo, frequentato la loro casa come boy friend della sorella, ben accolto dalla madre che lo riteneva sicuramente un artista, poiché vestiva in maniera eccentrica. Stava sempre in nero in ogni stagione: colore che fa l'uomo elegante, con una cappa in cashmere double che ne avvolgeva la magra figura, uno sciarpone lungo alle ginocchia e un cappello di feltro a falda larga, esattamente come la madre di lei aveva visto in TV, in un vecchio film sugli impressionisti francesi. Inoltre da vero damerino: quando entrava in casa, si prostrava in un deferente baciamano, che mandava in visibilio l'entusiasta genitrice. A suo tempo, si era licenziato dalla fabbrica e con la liquidazione aveva finanziato la prima mostra di opere personali, tenuta in una piccola galleria d'arte di Bardonecchia, ottenne almeno un successo di pubblico, se non di critica. La fortuna di quella sua prima mostra, i maligni la attribuivano più all’ascendente esercitato dal fascinoso artista trentaduenne, sul pubblico femminile delle benestanti signore che frequentavano le piste di sci durante la settimana bianca, piuttosto che alle sue concrete doti artistiche. Ma tant'è, pare che avesse venduto quadri alla grande. Risultava evidente che foss un buon “pennello”, meno certo è che quel pennello fosse lo stesso che impiegava nelle sue specifiche applicazioni pittoriche. Non che io avessi alcunché da ridire, sul fatto che la classe operaia si emancipasse, aspirando ad occupazioni più elevate e gratificanti, ero progressista e convintamente di sinistra, trovavo giusto e legittimo che ogni uomo coltivasse l’ambizione al proprio personale progresso. Però, le opere del Fulvio, le avevo viste, se pure solo su un catalogo a colori della sua fortunate mostra di debutto, insomma un’idea sulle qualità del giovane pittore me l’ero fatta: i soggetti delle sue tele riproducevano esclusivamente campi del Monferrato con tralicci di vite e colline della Langa, di fatto amava definirsi come l'ultimo bohémien langarolo. In altre parole, si riteneva una sorta di Cezanne della bassa piemontese, che fissava le sue emozioni sulla tela, attraverso una poetica informal-naturalista. Cioè, con la scusa dell’informale, questo spacciava una serie di sgorbi ingiustificabili e cromaticamente deprimenti, in una ivariabile gamma che andava dall'ocra al marron escremento di cane, come pittura destrutturata. Purtroppo l’arte moderna aveva convinto, centinaia di velleitari dilettanti che, per fare arte, bastasse trattare in malo modo tele e colori, così frotte di negati senza arte ne parte si erano scoperti, dall’oggi al domani, talentuosi artisti concettuali. Di destrutturato nell'opera del d'Ambrois, c'era solo il cervello di quelle mignottone d'alto bordo, che non distinguevano un Van Gogh dall'insegna dell'omino Michelin, ma gli aprivano le gambe e il nutrito portafoglio dei loro cornutissimi mariti, per acquistargli quelle croste oscene. Questo, che lei sosteneva fosse solo un amico, in quanto ex di sua sorella, continuava a chiamarla proponendole di trascorrere il week-end, sola con lui nello chalet che aveva acquistato al Sestriere. Era evidente che nutrisse solo l’intenzione di parlare delle correnti artistiche del secondo novecento e di mostrarle i suoi ultimi capolavori merdaioli, e quella stronza non solo gli dava corda, ma stava anche valutando di accettare la sua ospitalità. Stronza! Tre volte stronza! E pure zoccola! Aveva detto che non voleva nessuno con cui stare. Che non cercava nessuno. Però non impediva a nessuno di venire a cercare lei. 'Sta grandissima paracula. Giulio era venuta da me nel pomeriggio. In sostanza a conferma dell'adagio per cui: “solo le montagne non si incontrano”, lui e la Sampo, a causa della buca di due ore nelle lezioni di Ornato, per assenza del professore colpito da influenza, si erano incontrati davanti alla macchina del caffè nell'atrio della scuola. Lì dopo quasi un biennio di scontroso reciproco ignorarsi, avevano iniziato a scambiarsi due parole di circostanza, sospendendo temporaneamente le ostilità. Due parole che, tra diverse sigarette e un successivo caffè, si erano trasformate in una lunga chiacchierata, aprendo, inaspettatamente, lo spazio per una clamorosa confessione da parte di lei. La Sampo, a quanto mi diceva Giulio, era molto mutata: si era fatta più dolce e riflessiva, aveva perso quella usuale scorza, ruvida come carta vetro, era fisicamente smagrita di una decina di chili e appariva perfino fragile e indifesa. L'improvviso deperimento, grazie al cielo, non aveva una causa fisica, lei era infatti sanissima, ma la cosa aveva una radice di tipo interiore: era caduta in depressione, aveva perso l'appetito e soventi crisi di pianto. I suoi, giustamente allarmati, per comprendere la natura del problema, l'avevano sottoposta a un accurato check up medico, giungendo fino al consulto specialistico di un neurologo. Chiarito che non sussistevano patologie fisiche, alla fine, gli erano stati prescritti leggeri farmaci per stabilizzare l'umore. Ma non c'era farmaco che potesse sanare quell'inestinguibile male dell'anima. (Continua)
  10. Nightafter

    [MIXL2] Hi... hi ha mah... ah moh he

    Ciao Ippolita. Leggo che questo racconto sucita opinioni assai discordanti. Forse perchè affronta la narrazione degli eventi con una molteplicità di voci e elementi, che lo rendono, nei tempi, leggermente stringato e compresso pur essendo di categoria extralarge. Un maggior respiro (a sensazione personale) avrebbe giovato a dare un tempo di maturazione agli eventi narrati. Detto questo, il racconto lo trovo bello e commovente, non aggiungo nulla sulla scrittura poichè do per assodato che da te posso solo apprendere e quindi potrei solo, come al solito, ripetere lodi che già ti ho tributato in numerose altre tue cose scritte. Il racconto è una favola delicata, senza divenire stucchevolmente romantica. Una favola propedeutica sulla diversità, la paura xenofobica dell'estraneo, la compassione, la tolleranza e l'amore. Il diverso spaventa, scatena le nostre paure per ciò che non conosciamo o non riusciamo a comprendere, personalmente conosco il disagio che qualche volta ho provato nel relazionarmi con qualcuno che avesse delle difficoltà patologiche nel'articolare la parola, lo sforzo necessario per decodificare quanto mi stava comunicando con quella fonetica inusuale e di difficile interpretazione. Si finisce col rivolgersi a queste persone con l'approccio che abbiamo con i bimbi che iniziano a parlare, o con l'aria compassionevole verso i deboli di mente, benchè si tratti di individui d'intelletto normale al pari di noi o forse anche più sagaci. E' un'umana debolezza che diviene colpa dolosa, quando per ignoranza o malanimo, lasciamo che questa reazione degeneri appunto nella negazione dell'altro, la paura, la ripugnanza, fino all'odio. Il ragazzo "straniero" al mondo ristretto di quel piccolo paese, per la sua "diversità" diviene immediatamente un pericolo ignoto, qualcosa da isolare, fuggire, avversare. Ogni suo gesto viene guardato con sospetto, ogni intenzione interpretata come progetto delittuoso, tutta la ristretta società di quel luogo ristretto nelle dimensioni e nelle menti, punta l'indice verso il temibile alieno. Non è difficile capire che il "diverso" diviene un disturbo anche per lo sguardo: lo sono gli handicappati, i senzatetto, gli immigrati sbarcati dai gommoni ogni giorno. Prima ancora che attuino un qualche errore comportamentale, risultano con la loro presenza un disturbo per il decoro urbano, al pari di un sacco d'immondizia deposto fuori dall'apposito cassonetto dei rifiuti. Ecco che l'unico rimedio a questo male dell'animo umano risulta essere, da prima la conoscenza, l'accettazione di una comune condizione umana, poi l'accoglienza e in fine l'amore. Questo avviene tra i tuoi personaggi, dove lei poco alla volta vince la sua diffidenza e le paure di qualcosa di sconosciuto prima, apre gli occhi, la mente e per ultimo il cuore. Con questo si chiude questa bella e tenera favola di morale e d'amore, che mi è molto piaciuta. Grazie amica mia. Un saluto.
  11. Ma figurati amico mio. Quando si può essere di qualche utilità, lo si è con piacere.
  12. Se intendi farlo. valuta nel campione questascrittrice che mi pare interessante : https://www.wattpad.com/user/MelindaM019
  13. Per me che scrivo tra le altre cose racconti porno, devo rilevare che nella letteratura erotica che ho frequentato, le donne posseggono il primato. Il sesso descritto da una donna è sempre più ricco di dettagli e fantasioso nel senso più trasgressivo e perverso del termine. Inutile da parte mia riuscire anche solo ad avvicinarmi a tali picchi di bravura. Devo solo capire se questa convinzione nasca da una mia percezione di lettore maschio, oppure se anche le lettrici di sesso femminile percepiscono tale differenza.
  14. Nightafter

    Gina - Tarocap

    Amico mio, non solo hai ragione, ma la hai sacrosanta. Ho fatto un gran casino. Il racconto come detto era nato volto al tempo presente, mi è parso, considerando altri racconti appartenenti alla medesima serie che funzionasse meglio il passato remoto. Non solo, nell'aggiornalo ho modificato parti del testo iniziale, nella fretta di pubbliccarlo non ho riletto come sarebbe stato indispensabile, di conseguenza è pieno di passaggi incongruenti frutto delle cose non eliminate dalla prima stesura. Mi darei delle meritate matellate sui gioielli di famiglia per la pessima ed evitabile figura, ma cosa fatta, purtroppo, capo ha. Il tutto aggravato dai consueti refusi e inesattezze che mi sono propri. Che dire, resterà come documento al pubblico ludibrio della mia insipienza. Molte grazie della lettura, delle lodi immeritate e delle utilissime indicazioni. Un caro saluto
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