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Nightafter

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    fumatore di pipa

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    Alpha Centauri
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    Leggere e qualche volta scrivere

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  1. Nightafter

    Do la mia autorizzazione

    Prendete i miei commenti e leggetteli tutti. Fate questo in memoria di me. Leggeteli e fateli leggere alle vostre genti, affinché il mio verbo germogli nelle loro anime fertili e la parola di Nightafter si sparga, come novella manna, a saziare i loro cuori affamati di sapiente veritá letteraria. Quando questa sera tornate alle vostre case, date un mio commento ai vostri bambini e dite loro: "Questo è un commento di Nightafter, tienilo d'acconto per quando sarai grande". Se vi chiedranno di chi sia il commento che postate, ditegli: "È di Nightafter ed egli mi ha autorizzato". Amen.
  2. Nightafter

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Giusto! Non è che si entra e si legge così alla leggera. Lì dentro ci sono tutti i miei racconti zozzissimi. Che mica tutti possono leggerli.
  3. Nightafter

    Tema delicato: violenza sessuale (nell'uomo)

    Ciao @dyskolos Questa domanda, sulla quale mi pare che nessuno di noi abbia esperienza diretta, è argomento difficile da analizzare con cognizione di causa. Soprattutto con competenze di psicoterapeuti, quindi scientificamente attendibili. Ora mi domando se sia per te conveniente addentrarti in un campo di disturbi del comportamento, derivati da una violenza sessuale subita, con un taglio strettamente clinico e specialistico. Non credo che al tuo lettore interessi, nell'economia della vicenda descritta, di entrare nel dettaglio medico della cosa, credo che tu possa giocartela sul filo del dramma e delle emozioni del protagonista, senza necessariamente ricorrere a una diagnosi circostanzia dei disturbi sofferti. E' assai probabile che non siano per altro dissimili da quelli subiti da una vittima femminile della stessa violenza, di cui invece puoi trovare della documentazione assai vasta per ricavarne materiale utile. Buon lavoro e auguri per il romanzo. Ciao.
  4. Nightafter

    Chiusura del Forum

    Ma cazzo!!! Perdonate il francesismo. (Quando ci vuole, ci vuole!) Ma davvero avendo in mano una realtà "unica" nel paese, come questo forum, che si occupa con passione e professionalità di promuovere scrittura, lettura e editoria, non si riesca a trovare maniera di sostenerne le spese di gestione, anche (storcendo il naso) aprendo a forme di pubblicità commerciale? Santo cielo, va bene essere convinti puristi e non amare la mescola di diavolo e acqua santa, ma nessuno credo viva nella rosea illusione che la vita di questa struttura possa vivere senza essere sostenuta economicamente. La fruizione dell'eccellenza di questo luogo di incontro e dialogo assolutamente gratuita, deve necessariamente pagare il compromesso di avere degli sponsor commerciali. Pur di tenerla in vita, ben vengano le pubblicità dei pannoloni per l'incontinenza o le pastiglie per sfiammare la prostata. Personalmente data la mia estrazione letteraria spiccatamente versata nel racconto porno, non avrei nulla da obiettare anche a una pubblicità di escort professionali (purché di buon livello qualitativo, ovviamente) Possibile che non si possa fare?
  5. Nightafter

    Anna del bar Pt.3

    Meno di niente - Racconti - Writer's Dream - Community Anna del bar Pt.3 Con emozione e batticuore, sapendo di commettere qualcosa di proibito, assunsi l’aria indifferente e disinvolta di chi vuole passare inosservato. Scivolai all’interno del bar lieve come un’ombra e sfilai davanti ad Anna che concentrata leggeva un rotocalco dietro al bancone. Le sussurrai un saluto a mezza voce, confidando che fosse troppo presa dalla lettura per alzare la testa e domandarsi dove mi stessi dirigendo con quell’aria circospetta. Raggiunsi la seconda sala dove si trovava il flipper, la trovai occupata solo da un pensionato che consumava un caffè al tavolino: fumava un mezzo toscano maleolente e leggeva la “Gazzetta dello Sport”, tra sé borbottava dell’ennesimo rigore “rubato" dalla Juve nell’ultima partita di campionato, inveendo contro un arbitro venduto e compiacente. Avevo un capitale di tre monete da cento lire, raggranellate pazientemente facendo cresta sulla spesa delle ultime tre settimane, che mia madre mi aveva incaricato di fare. Con la mano nella tasca dei pantaloni, carezzavo quel piccolo tesoro scorrendolo tra le dita: quasi ne temessi la scomparsa prima che iniziassi a giocare. Il flipper, nell’angolo in fondo accanto al juke box era acceso e silente: la sua vita elettrica, animata dai vari relè, correva a intermittenza lungo un serpente di piccole lucine, seguendo, sotto il vetro del pianale inclinato, la raffigurazione di una galassia siderale. Un fondale blu notte affollato di stelle e pianeti, con astronavi e satelliti spaziali di forme e dimensioni varie, in viaggio nella profonda oscurità del cosmo. Su quella scenografia, sorgevano dei cilindretti dotati di luci e campanelli sonori, erano pianeti del sistema solare da centrare con la pallina. Mentre al suo apice, ruotava un elemento in forma di disco volante zeppo di luci colorate, aveva degli oblò sulla base, verso il cui interno bisognava indirizzare la sfera d’acciaio per guadagnare punti. Trepidante, infilai la prima moneta nella gettoniera e la macchina si ridestò con un brivido tintinnante e un pulsare festoso di luci: mi accinsi a tirare la molla per lanciare la prima della cinque palline della nuova partita. Il gesto restò incompiuto perché la voce di Anna alle mie spalle esordì con una domanda: - Allora giovanotto, che intenzioni abbiamo? - Mi aveva beccato! Era prevedibile, anzi inevitabile. Infatti mi ero già preparato per affrontare quell’evenienza. Ciò nonostante il mio disagio e le mie pulsazioni aumentarono visibilmente. Prima di rispondere respirai a fondo, confidando di non essere arrossito troppo e cercando l'espressione più neutra di cui ero capace. - Niente, Anna. Volevo fare una partita. Perché? - Fece una risatina allegra: - Secondo me sei abbastanza grande per capire cosa dice il cartello sulla parete che hai di fronte. - Alzai gli occhi al piccolo cartello posto sul muro sopra il flipper. Cosa vi fosse scritto lo sapevo perfettamente, l’avevo letto più di una volta mentre guardavo altri giocare: diceva che l’uso della macchina era interdetto ai minori di quattordici anni. - Lo so cosa c’è scritto nel cartello. Ma quale è il problema? - Rise ancora ma con dolcezza, senza sarcasmo, indulgente e paziente. - Allora saprai anche che sei ancora piccolo per poter giocare al flipper. - Ci volle tutta la forza d’animo che possedevo per sostenere la faccia di tolla con cui risposi: - Non capisco perché tu abbia questa convinzione, dato che ho compiuto quattordici anni da più di tre mesi. - Portando due dita a sostegno della guancia, lei arricciò vezzosamente le labbra e mi guardò in tralice, inclinando leggermente il capo con una espressione tra il sorpreso e l’incredulo. - Ah? - esclamò - Mi era sembrato di sentire che frequenti solo la prima media, quindi questa cosa mi è nuova.- - Lo so, - risposi con aria contrita - infatti sono indietro perché ho perso due anni per malattia: il primo per una grave peritonite, mentre il secondo per una butta caduta, che mi ha causato una lesione renale tenendomi a letto per tre mesi. - - Capisco, mi spiace molto. Non sapevo di questa cosa. Scusami, ma sembri più giovane della tua età. Purtroppo devo osservare le norme di legge, se no il bar va incontro a delle sanzioni. - Assentì col capo mostrandomi comprensivo. Sempre sorridente riprese: - Vedo che capisci, quindi non offenderti se sono costretta a verificare: non metto in dubbio che tu abbia già quattordici anni, ma sono obbligata chiederti la carta d’identità che lo comprova, comprendi? - Assunsi un’aria seria e contrita, perseverando nella mia menzogna, ormai ero in ballo e dovevo ballare: - Hai ragione, infatti sto per farla ‘sta carta d’ identità, solo che mia madre in questo periodo è sempre impegnata col lavoro, non ha avuto una mattina libera per accompagnarmi all’ufficio anagrafe a richiederla. - - Ho capito, quindi al momento non hai un documento da esibire. - - No. Ma in settimana posso provvedere, appena me la rilasciano te la porto da vedere. - Era pensosa, indecisa sul da farsi. Si vedeva comunque che le sarebbe spiaciuto negarmi la possibilità di fare la mia partita. - Dai, Anna. Guardami: ti sembra che ti stia dicendo una balla? Ti pare possibile che non abbia l’età che dico? Poi ho già messo dentro la moneta per la partita. - Mi guardò con tenerezza, le labbra le si distesero in un sorriso di morbida dolcezza: le nascevano due fossette vezzose sulle guance quando prendeva quell'espressione: L’intero bar pareva illuminarsi di calore e luce quando sorrideva a quel modo: era di una bellezza che gli occhi non riuscivano a contenere, dentro mi scioglievo in una melassa bollente che mi toglieva il fiato. Averla così vicina da poter sentire il tepore profumato che emanava la figurina snella ed elegante del suo corpo, era delizia e tormento al tempo stesso, il desiderio di abbracciarla, di baciare soavemente quelle labbra da madonna cinquecentesca del Botticelli, era irresistibile. Io l'amavo quella ragazza. - Va bene, gioca. Ma poi mi porti da vedere la carta d’identità, ok? - Lasciò correre una carezza in forma di lieve buffetto sulla mia guancia. - Ok. Tranquilla, contaci e grazie della fiducia. - Le risposi, mentre si voltava per tornare dietro al bancone del locale. Esultante, lanciai la pallina e iniziai la mia prima partita al flipper. Le trecento lire scomparvero nella macchina in meno di venti minuti: ero inesperto, non conoscevo malizie per tenere le palline in campo più a lungo, finivano rapidamente a insaccarsi nella buca alla base del piano inclinato del Flipper, che le inghiottiva come una bocca ingorda per riempire la pancia di quel meccanismo mangia-soldi. La scritta: “Game over" sul display dei punteggi metteva tristemente termine a quelle brevi sequenze di gioco, mortificando le mie ambizioni di record personale. Dopo quella magra soddisfazione meditai sul fatto di avere, in prospettiva, alcuni seri problemi: il primo era di come far dimenticare ad Anna di chiedermi il documento d’identità che non potevo ottenere prima dei prossimi quattordici anni. Il secondo era sul come finanziarmi per continuare a giocare a quel flipper il numero maggiore di volte possibili, senza saccheggiare di nascosto il borsellino di mia madre. Due problemi che nascevano da quella passione troppo precoce per la mia età che mi portava a desiderare Anna di una amore impossibile e a cercare espedienti per incontrarla ogni volta che potevo. Sentivo di aver preso una brutta china: un percorso non edificante di mentitore e fin di ladro. Quanti iniziavano così, per poi ritrovarsi al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino? Se non trovavo una soluzione, prima o dopo, ci sarei finito di fisso. (Continua)
  6. Nightafter

    Meno di niente

    Carissimo @Eudes Ti confesso che dopo aver letto il racconto, in virtù del'intensità e del pathos con cui è scritto, mi sono dovuto accertare che a scriverlo si trattasse di un uomo, poiché la tensione emotiva che lo pervade mi appariva più facile provenisse da una donna. Scorrendo nel forum qualche testo in cui compari ho accertato che non appartenessi al genere femminile. Scusami di questa premessa, ma poiché non ricordavo se già in passato mi era capitato di commentare un tuo racconto, e non è la prima volta che da un nickname non mi riesce di identificare il sesso dell'autore che ho letto, ora preferisco muovermi con cautela e compiere un'indagine preventiva. Tutto ciò per farti un gran complimento sul racconto. Davvero raro che la sensibilità maschile sappia entrare così empaticamente a fondo nella psicologia di un personaggio femminile, da renderne così convincente e credibile la rappresentazione. Ti riesce di toccare in maniera precisa e realistica, con un indice di probabilità vicina al cento per cento, tutte le recriminazioni che passano nella mente di una donna, all'interno della situazione che ipotizzi e descrivi. Questo mi induce a sospettare che del dramma descritto tu possa avere un'esperienza biograficamente diretta. In tal caso mi auguro che tale esperienza non abbia comportato anche una incipiente calvizie e un considerevole aumento del girovita come enunciati nella descrizione dell'uomo del racconto, il che, legato al disagio complessivo della spiacevole situazione matrimoniale, comporterebbe anche un piccolo problema estetico da tenere in conto. Ovviamente scherzo. La tua scrittura è assai godibile e scorrevole e come già detto trovo realmente riuscito il disegno della psicologia del tuo protagonista femminile. Perfettamente centrati qui i pensieri rabbiosi e rancorosi della donna ferita dal tradimento, che non lesina tra le accuse sanguinose rivolte all'ex marito fedifrago, di elencare anche le piccole miserie riferite all'aspetto fisico. Mi sembra di sentire mia moglie quando bastona la mia propensione a una certa galanteria verso le mie amicizie femminili sul web: "Le verrei proprio vedere queste che ti cuorano i post su Twitter, se dietro all'avatar di Sean Connery (che usavo fino al giorno della scomparsa del mitico highlander), potessero vedere realmente come sei". Sottendendo il diradare della mia capigliatura e la morbida fisarmonica che oggi ha sostituito la tartaruga sulla parte anteriore del mio tronco. In sostanza ho davvero gradito il racconto e pertanto mi complimento per la tua creatività narrativa. Non entro minimamente nel merito di una analisi tecnica delle eventuali imperfezioni presenti, lavoro delicato che lascio compiere a chi è più competente di me. Nel salutarti, colgo l'occasione per i migliori auguri di serene feste. Ciao, alla prossima.
  7. Nightafter

    [MI 144] Non sono Bart Lucchetti

    Ciao @Alberto Tosciri Sono purtroppo meno informato di te sui "Gialli Mondadori", ne ho ovviamente letti diversi amando il genere hard boiled, ma ero prevalentemente versato sulla collezione Urania, essendo sfegato di fantascienza. Direi che il concetto di "Ebreo errante", che non mi è venuta in mente, è sicuramente più pertinente alla figura del tuo racconto. Contraccambio ogni augurio. Ciao, alla prossima.
  8. Nightafter

    La finestra - Pt.1

    Grazie mio buon@AdStr per questo commento oltremodo incoraggiante, mai incipit di racconto mi fu elogiato con una analisi così esaustiva e puntuale. Se ne ricevo altri due così in qualche prossimo racconto, potrò ritenere compiuta la mia missione terrena di scribacchino, poiché sarò certo di aver raggiunto l'apogeo del mio potenziale narrativo, pertanto potrò serenamente riporre la penna e la tastiera e ritirarmi in meditazione: dedicandomi al giardinaggio da terrazzo e alla lettura dei classici che ho sempre rimandato (Ci sono molti maestri russi e quel rompicoglioni di Proust che da anni giacciono nell'attesa di essere presi in considerazione). Fortuna che, come più che giustamente rilevi, molte parti del racconto soffrono di un eccesso ridondante di descrizioni, dovuti alla pigrizia di diluirle nelle prossime puntate per non tediare il lettore con un pasto troppo abbondante e di difficile digestione in una puntata di debutto della storia. Come darti torto amico mio, io stesso rileggendomi "a freddo" non posso che concordare col tuo appunto, non parliamo poi dei refusi e di quant'altro è presente nel testo. Grazie infinite amico mio e buone feste.
  9. Nightafter

    13 Grzie dovute

    @Ippolita2018 Mia dolce @Ippolita2018 , l'essere considerata tra quei tredici impagabili amici è una certezza indiscutibile, e la mia gratitudine per questa benevolenza che mi concedi è gioiosamente illimitata. So per certo che molti più che tredici sovente si avventurano nell'incauta lettura dei miei modesti raccontini, ma come dicevo, parlavo dello "zoccolo duro" dei più encomiabili affezionati. Auguri per queste feste amica mia
  10. Nightafter

    13 Grzie dovute

    Mi e' d'obbligo un ringraziamento particolare a tredici, sonosciuti miei lettori. Ovviamente ringrazio anche tutti gli altri che nel tempo hanno avuto la bonta' e la pazienza di leggermi. Ma a questi tredici ignoti amici, va un grazie riconoscente e particolare, poiche' gli va riconosciuta una eroica costanza. Infatti essi rappresentano il mio "zoccolo duro" di lettori: qualsivoglia cazzata io pubblichi, passabile o pessima che sia, tredici di loro almeno mi onorano sempre e comunque di una generosa lettura. Mi leggono e talvolta anche commentano, con abnegazione e sprezzo del pericolo, ben sapendo quali e quanti inciampi e refusi incontreranno in ogni mio scritto. Riconoscente e commosso di tanta affettuosa fedelta', avrei voluto ricambiarla chesso' con un cesto natalizio, o una cassetta di Chardonnay, ma purtroppo ignorandone l'identita', non mi resta che abbracciarli virtualmente e dir loro un Grazie particolare.🤗👍
  11. Nightafter

    La finestra - Pt.1

    [MI 144] Non sono Bart Lucchetti - Pagina 2 - Racconti - Writer's Dream - Community La finestra - Pt.1 Ero stato anche un marito fedele per una quindicina d’anni: cinque prima di sposarci e dieci dopo il matrimonio, tanto fedele quanto ingiustamente accusato e vessato. Mia moglie era affetta da una gelosia ossessiva e già da quando stavamo insieme prima del matrimonio, mi attribuiva relazioni fedifraghe inesistenti. Quando gli sorgeva un sospetto mi sottoponeva a sfinenti terzo grado, talvolta protratti con crudeltà fin nel cuore della notte, mentre, già stanco da una lunga giornata di lavoro, cascavo letteralmente dal sonno. A nulla valevano legittime giustificazioni e discolpe, la mia innocenza era scambiata per reticenza ostinata, capacità infida di mentire oltre ogni prova evidente. Di evidente c’ era unicamente la sua fissazione compulsiva: “Sei un gran porco” diceva, “So ben io di che pasta sei fatto. Ti conosco meglio delle mie tasche. Inutile che cerchi di darmi a bere d’essere un santo.” Non ero un santo certo, ma nessuno dei peccati di cui mi accusava avevano un fondamento al di fuori della sua vivace fantasia. Le proposi anche di andare insieme da uno psicologo, o da uno di quegli specialisti dei problemi di coppia: non l’avessi mai fatto! Mi aggredì riempiendomi di male parole: “Ecco! Oltre che porco, ora vorresti farmi anche passare per matta. Non avrei mai creduto che potessi giungere a tanto. Ma io non sono affatto da curare: le corna che mi fai si curano solo se ti taglio le palle.” Insomma non c’ era verso di porre argine a quella sua mania. Eppure l’amavo e per anni non avevo desiderato che lei. L’amavo comunque a discapito della sua mania e di quelle scenate di gelosia che periodicamente mi toccavano di subire, simili alla sindrome di una morbosa febbre malarica che tendeva a ripetersi con ciclica puntualità. Le ragioni addotte erano le più futili e talvolta incredibili: al ristorante, secondo lei, avevo guardato troppo insistentemente la "lontrona” del tavolo accanto al nostro, aveva notato che quando la tipa era andata al bagno, io l’ avevo seguita a ruota, con la scusa di lavarmi le mani, infatti ci avevo messo un tempo spropositato per tornare al tavolo. Eravamo poi tornati ai nostri posti quasi in contemporanea: io per primo, lei un minuto dopo di me, si era seduta sorridendo al tipo con cui era a cena, poi con lo stesso sorriso si era voltata nella nostra direzione puntandomi sfacciatamente per oltre trenta secondi. Prova evidente che l’avevo abbordata per ottenere un prossimo incontro. In realtà dovendo liberare la vescica e avevo trovato una nutrita coda davanti al bagno che, oltre al rischio di farmela addosso, mi aveva fatto attardare. Oppure, in ufficio si era assunta una nuova segretaria e io mi ero fermato mezz’ ora oltre l’orario di lavoro per flirtare con lei. Già mi vedeva intento a possederla, prona sulla scrivania. Di fatto il fermarmi oltre l’orario era stato causato da una di quelle interminabile riunioni di lavoro che ogni tanto piovevano tra capo e collo. Inutile argomentare sulla futilità di quei sospetti, le sentenze erano invariabilmente emesse su risibili prove indiziarie e deduzioni fantasiose. La cosa, nella sua drammaticità, aveva degli aspetti grotteschi, molte volte gli aspetti assurdi di quelle accuse più che indispettirmi mi inducevano a sorridere, benché l’essere confinato a dormire sul divano del salotto per più di una settimana, in attesa che le passasse l’ennesima fantasia del momento, aveva la sua bella dose di disagio. Così dopo quindici anni di ingiuste sentenze, emesse nell’ innocenza dai fatti imputati, decisi che pur amandola, di lì in avanti avrei subito quelle pene, ma a fronte di crimini realmente consumati. Lavoravo da anni presso un’azienda che operava nel settore moda-abbigliamento, in possesso di un centinaio di punti vendita che offrivano prodotti “uomo classico” e “moda giovane”: in sostanza una rete estesa su l’ intero territorio nazionale. In quella azienda ero entrato dieci anni prima con una forma di collaborazione saltuaria, poco remunerata e in nero, ma ero neo-padre e fresco di matrimonio, pertanto bisognoso di soldi per pagare l’affitto e il sostentamento della famiglia, quindi non potevo storcere il naso e rifiutare un qualsiasi lavoro che non fosse lo spaccio di stupefacenti in "piazzetta” o scippare la pensione alle vecchiette davanti agli uffici postali. Negli anni ero passato dal dipingere a mano i cartelli per i saldi di fine stagione, al creare l’immagine per i cartellini pendenti e le etichette dei prodotti a marchio commerciale di produzione , a l’allestire piccole scenografie vetrinistiche per il merchandising dei negozi. Lentamente mentre cresceva l’azienda e aumentavano le sue esigenze di comunicazione, crescevo professionalmente anche io, finché l’ufficio marketing espresse l’esigenza di dotare l’ impresa di una struttura interna per la grafica e la pubblicità, concepita con una sua autonomia operativa e un budget annuale da gestire, col compito d’ ideare campagne e promozioni sui mezzi stampa, le affissioni, la radio e la TV. Io dirigevo quella struttura, denominata “Centro immagine”, affiancato da cinque collaboratori e una segretaria, una piccola squadra affiatata ed efficiente. L’azienda era allocata in un edificio che all’ inizio del secolo ospitava una fabbrica di tubi e trafilati metallici. La struttura ricordava gli edifici di archeologia industriale di fine ottocento: mattone rosso a vista e ampi finestroni al primo e secondo piano. Rispettando l’estetica originale, l’esterno era stato restaurato riportando la muratura allo splendore originario, mentre l’interno aveva subito una radicale ristrutturazione degli spazi, trasformati in ambienti di moderni e funzionali uffici per le diverse funzioni di lavoro. L’edificio occupava un’area a forma di lungo triangolo scaleno, con la punta acuta mozzata: la facciata, che ne costituiva l’ipotenusa, guardava su una stretta via, costeggiata in tutta la sua lunghezza, da un ramo ferroviario di raccordo con la stazione di Porta Susa e diretto alla vicina stazione di Porta Nuova. La massicciata ferroviaria, posta su un livello inferiore rispetto alla strada, era separata da essa attraverso una bassa siepe. Di là dalla strada ferrata, una piccola via speculare ospitava due caseggiati di tre piani ciascuna, divisi da una piccola via traversa: condomini di edilizia popolare risalenti agli anni cinquanta, abitati da famiglie operaie. Il gli uffici della mia struttura occupavano degli spazi al piano terreno dell’azienda: tre grandi sale con luminosi finestroni aperti sulla via, arredati con mobili di moderno design. Un quarto ambiente decisamente ampio, con portone carraio, era adibito a laboratorio e magazzino: al suo interno si trovava una porzione chiusa a camera oscura, in sua adiacenza vi era un’area “sala pose”, un’altra porzione ospitava tavoloni da lavoro e una parete attrezzata con utensili per la realizzazione di campioni “moke-up”. La parte di spazio rimanente, attrezzata con stagere a parete, era destinata al magazzinaggio dei materiali d’uso corrente. Uno studio pubblicitario in formato ridotto, nato in parte grazie alla mia capacità artistica e organizzativa profusa in un decennio d’ intenso lavoro, che, alla fine, mi aveva fruttato una posizione regolarizzata e retribuita il giusto. Se la mia vita matrimoniale riservava più spine che rose, almeno quella lavorativa mi regalava un discreto profumo di successo. Le mie giornate trascorrevano tra studi d’immagine coordinata e continua ricerca creativa per l’ideazione delle future campagne stagionali da lanciare sui media. Una sorta di frenetica tranquillità, fino a una luminosa mattina di primavera. Quando uno dei giovani del mio staff, uscito di prima mattina sulla via, per vuotare il cestino della carta nel cassone dei rifiuti, rientrò con trafelato e il viso in fiamme, urlando: “Raga, venite! Al terzo piano del secondo palazzo di fronte, c’è una gnocca, con due tette così, che si spoglia dietro alla finestra”. (Continua)
  12. Nightafter

    [MI 144] Non sono Bart Lucchetti

    Ciao @Alberto Tosciri E' il tuo primo racconto che leggo e non posso che complimentarmi per la buona scrittura e la scorrevolezza dei testo. Mi è piaciuta anche la scelta del titolo, questo: "Non sono Bart Lucchetti" ha del fascino. Non so dirti esattamente la ragione per cui mi ha favorevolmente colpito, forse perché è uno di quei titoli che evocano (almeno a me) la letteratura "gialla" anni sessanta, quei famosi romanzi della collana "I gialli Mondadori" dove sul fondo giallo della copertina si stagliavano quei titoli in carattere "bastone" grassetto di colore rosso o neri. Il tuo titolo come in quelli di quei gloriosi volumetti, preannuncia una storia e un enigma, ancor prima di leggere il racconto, ti mette in "carburazione" la curiosità e la fantasia, predispone a mente a immaginare un gusto e una storia in qualche modo epica. Avendo poi letto la storia che ho trovato godibile, ho trovato un poco tirata per i capelli l'averla legata al tema del contest che prevedeva l'immedesimarsi nei panni di qualcun altro. Senza nulla togliere al racconto, ho sensazione che sia per il titolo, che per il contenuto del racconto, l'avrei vista meglio collocata nel contest di Halloween, che verteva sui temi della storia gotica o del mistero. Perché è proprio in quell'area letteraria che il tuo racconto si colloca, infatti ci troviamo giustamente immersi in una di quelle storie dai risvolti enigmatici e surreali. Per altro nella sostanza il tuo personaggio più che appartenere al genere del mistero, mi pare appartenga assai di più a quello del "nero" orrorifico, poiché nonostante le buone intenzioni mostrate nel prendersi cura dei famigliari del soldato americano, abbiamo in sostanza un essere (demomiaco/sopranaturale?) che con la più classica modalità delle entità dannate dei racconti gotici, prende possesso dei corpi altrui, vieppiù se sono di persone recentemente decedute o prossime al trapasso (casuale o procurato). Insomma un vero e proprio vampiro d'altrui esistenze, mica un innocente, sprovveduto, chierichetto, da lui agli esseri che duplicavano l'identità fisica di sprovvedute vittime , dopo un'incubazione all'interno di baccelli, come accadeva ne "L'invasione degli ultracorpi", il film del 1956 diretto da Don Siegel, il cui soggetto era tratto dall'omonimo romanzo di fantascienza di Jack Finney del 1955. Libro e film che di certo molti lettori miei coetanei ricorderanno bene, soprattutto nella versione cinematografica assai trasmessa e replicata in TV. Collocazione di contest a parte, direi che il racconto è ben scritto e ben risolto nella trama, quindi di godibile lettura. Complimenti e a presto rileggerti. Buone cose e dato il momento, anche buone feste amico mio. :))
  13. Nightafter

    Parliamo del Natale.

    C'e' poco da dire: Auguri a tutti.
  14. Nightafter

    Alfio Pt. 4

    MI 141 – Fuori concorso] girasoli - Racconti - Writer's Dream - Community Alfio Pt. 4 - Cazzo, Giulio! - esclamai, in una botta di travolgente entusiasmo. - Forse ho trovato chi fa al caso nostro. - Lui mi guardò tra lo stranito e il sospetto: - Sentiamo! E di grazia, chi sarebbe? - era comprensibilmente incredulo. Gli spiegai rapidamente chi avevo in mente e per quale ragione, decantandogli le qualità di percussionista del mio ex compagno di scuola. - Cioè - replicò, con aria rassegnata - Stai proponendo di inserire nella band uno che come esperienza musicale teneva il ritmo picchiando sul vocabolario che aveva sul banco? - Era perplesso e pure un po’ depresso, pensava che non fosse il massimo a cui potessimo aspirare. - Ma dai, è uno tosto credimi. Lo ricordo bene: ci ha rotto il cazzo per tre anni con i suoi tick e tump, tack e tamp. Lo proviamo, tanto che ci costa? Peggio di come stiamo messi non può essere. - Alzò gli occhi al cielo e annuì sconsolato: - Ok. Sentiamolo ‘sto “Ginger Baker” de noi altri, tanto una rottura di palle in più, che ci cambia? Vai! Combina 'sto incontro. - Con Alfio dopo la licenza media ci si era persi di vista, io mi ero dirottato all’ Artistico, mentre lui aveva optato per lo Scientifico: cercai il suo numero nell’ elenco telefonico e lo chiamai quella stessa serata. Senza preamboli mi informai se avesse continuato a coltivare la sua passione per le percussioni: mi confermò che non aveva mai smesso. I suoi miti restavano: Ron Bushy, il batterista degli Iron Butterfly, famoso per i mitici venti minuti di assolo nel brano “In-A-Gadda-Da-Vida”, John Bonham dei Led Zeppelin e Michael Shrieve, il magnifico percussionista dei Santana. Anzi, mi confessò che il suo desiderio più ambizioso fosse di dotarsi di un set batteria “Gretsch”, quella usata da Charlie Watts con i Rolling Stones. Ovviamente, dato ché quel kit costava praticamente quanto un “1300-spider”, al momento doveva accontentarsi di una più modesta dotazione, composta di: congas, bonghi, tablas, un piccolo gong, delle maracas, un triangolo e un set miniaturizzato di campane tibetane. “Alla faccia del cazzo!" pensai: praticamente una sezione d’orchestra, il ragazzo era messo meglio di quanto pensassi. Mi complimentai per il suo perseverare, quindi gli spiegai quanto stavamo progettando col il mio compagno di classe e gli chiesi se fosse interessato a unirsi a questa eccitante avventura. Non dovetti terminare il discorso che mi diede la sua piena disponibilità: fissammo un incontro di lì a due giorni a casa mia, Giulio con la chitarra e lui con la sua strumentazione, per capire se c’ era del feeling e mostrarci cosa sapeva fare. Con Giulio, concordammo di non rivelargli che l’avevamo cercato perché non sapevamo più dove sbattere la testa. Era meglio che si sentisse prescelto per le sue qualità, e non per essere l’unico a non averci riso in faccia per la proposta che gli avevamo fatto. L’incontro avvenne nel giorno e nell’ ora stabilita: fu un vero successo.Giulio lo sottopose ad un esame tecnico di estrema severità: una vera escursione di generi e ritmi, cercando di metterlo in difficoltà con i pezzi più complessi e indiavolati del nostro repertorio, Alfio si rivelò per ciò che era: un piccolo mostro, un percussionista nato. Il ritmo gli scorreva nel sangue alimentando con rigore cronometriche le cadenze che sgorgavano dalle sue mani in azione. Ma non solo, era in grado di dare corpo e colore al sound delle sue percussioni, veri fraseggi ritmici che donavano un anima personale a ogni pezzo suonato. Giulio ne fu entusiasta, avevamo trovato il terzo membro del nostro gruppo. - Bravo! C’ hai le palle ragazzo! - Sentenziò, stringendo quel sodalizio artistico che lo legava indissolubilmente a noi per un radioso futuro. Poi rollò un corposo spinello per festeggiare e conferire alla cosa una certa veste istituzionale, in linea con lo stile di vita delle rock band del momento. Alfio, nei tre anni della scuola secondaria trascorsi insieme, non lo ricordavo granché brillante nella resa di studio, stava sempre in bilico tra l’ insufficienza e la soglia del sei. Per quello che ricordavo non rientrava neppure nella categoria “consolatoria” di quegli studenti che hanno una media bassa perché “sono intelligenti ma non si applicano”. Che si applicasse o meno la cosa non influiva minimamente sulla sua media scolastica: diciamo che non era esattamente una cima, né si distingueva per presenzialismo. Non che fosse un anonimo elemento di tappezzeria, ma di certo non appariva come un travolgente catalizzatore d'attenzione nella classe. In sostanza quella sua rumorosa mania del battere il ritmo, rappresentava la nota caratteristica più rilevante della sua personalità. Infatti per percularlo si era preso a chiamarlo “rinco star”, giocando sul nome del famoso batterista dei Beatles, però “rinco”, nello slang piemontese stava per “rincoglionito”. Lui naturalmente per quel nomignolo burlesco s’incazzava parecchio, così ci appellava con epiteti assai scurrili, del tipo:“grandissimi pezzi di cacca", inoltre poiché, pur essendo nato a Torino, era di origini siciliane, quando era fuori dalla grazia di Dio, le intercalava a espressioni dialettali di coniazione catanese, sul genere: “Grannissimi figghi di sucaminchia!". Ma si sa, si era giovani e talvolta crudeli, quindi non ci fu verso di far cessare la cosa. Nell'insieme, benché non fosse un adone, era fisicamente passabile: non era alto ma snello e ben proporzionato, anche il viso era regolare e di lineamenti fini, aveva una faccia da bravo ragazzo, un po’ bamboccione se vogliamo: poteva ricordare il cantante italo-belga Salvatore Adamo. Lui ne era cosciente e la cosa non è che lo entusiasmasse granché, infatti riteneva che quel tipo di somiglianza lo penalizzassero con le donne: nel guardarsi allo specchio si trovava poco sfizioso, perché era risaputo che la gnocca prediligesse facce più decise e carismatiche, magari quei belli, con un non so che di bastardo e tenebroso, sul genere di Alain Delon, che andava per la maggiore in quel momento. Quando si rammaricava per le fattezze che la natura gli aveva donato, Giulio, saggiamente, gli diceva: “Vabbè, cazzo vuoi? Ringrazia che sei nato così, pensa se somigliavi ad Albano.” Essendo appunto di origine sicula, benché torinese di nascita, conservava di quella meravigliosa terra baciata dal sole, un incarnato bruno, che faceva pensare a una abbronzatura perenne, inoltre aveva occhi neri e febbrili che evocavano nobili radici mediorientali. Benché insoddisfatto per il proprio aspetto estetico, Alfio della sua terra avita aveva ereditato la propensione alla conquista galante, pertanto si riteneva un irresistibile seduttore. Negli incontri di preparazione del nostro progetto musicale non mancò di parlarci delle numerose avventure sentimentali collezionate con dovizia di particolari pruriginosi. Mi venne da pensare che questa vocazione di Casanova se la fosse scoperta di recente, poiché nei tre anni trascorsi insieme, per quanto mi sforzassi di ricordare non aveva battuto chiodo, come in verità per la maggior parte di noi del resto. In ogni caso, benché ci fossero parecchi dubbi, non avevamo argomenti per confutare o mettere in dubbio i fatti che ci narrava, pertanto registrammo quelle cronache col beneficio del dubbio. A seguito di quelle confidenze, Giulio che di recente aveva letto un libro di Vitaliano Brancati, che narrava di un tal Paolo che nel romanzo, aveva vicissitudini sentimental-erotiche vaste quante quelle vantate da nostro amico, decise di a questo punto di ribattezzarlo come: ”Alfio il caldo”. (Continua)
  15. Nightafter

    [MI 141 – Fuori concorso] girasoli

    Mia cara @@Monica Che bello questo tuo scritto, vibrante di luce di colore e passione. Fin dalle prime righe nel leggere l'accostamento tra il giallo della pittura e i girasoli la mente mi è subito volata a Van Gogh, quando hai parlato di Arles ho avuto la conferma di aver intuito il giusto: il racconto è un omaggio a lui. C'è una riuscita trasfigurazione nella quale ti cali nella mente e nelle emozioni dell'artista in questa che pare una sorta di lettera dedicata a un suo nuovo amico, quel Gauguin, che lui ammirava moltissimo e che invitò a vivere con lui ad Arles, con l'idea di fondare un nuovo movimento artistico: "l'Atelier du Midi, una comunità solidale di artisti desiderosi di spogliarsi della civilizzazione e di schemi pittorici ormai frusti per vivere in concordia e, in questo modo, lottare per una pittura e un mondo migliore." Nell'attesa dell'arrivo di Gauguin, van Gogh si preoccupò di arredare con qualche altro mobile l'appartamento e ornò con la solare «sinfonia in blu e giallo» dei girasoli la camera da letto. Gli scrisse: «Ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde. Avrei voluto esprimere il riposo assoluto attraverso tutti questi toni così diversi e tra i quali non vi è che una piccola nota di bianco nello specchio incorniciato di nero, per mettere anche là dentro la quarta coppia di complementari». Purtroppo, così come si legge nelle previsioni del Vincent nel tuo racconto, quell'amicizia non ebbe buon fine, Gauguin era un cinico e per nulla in sintonia con le aspirazioni assai romantiche del buon Van Gogh, infatti quel sodalizio artistico non vide mai la luce. Nel tuo racconto denso di immagini poetiche il tuo personaggio mostra tutta quella vitale passione che infondeva nella sua pittura, una poetica visione della realtà fissata sulla tela con un' impronta unica e irripetibile. Esprimi assai bene la fragilità emotiva del grande artista e la sua difficoltà a vivere e comprendere le mortificanti realtà della vita reale. La sua sensibilità lo condannerà a un'esistenza di solitudine, conducendolo alla follia. Pieno di vita e di buona scrittura, coinvolgente. Brava. Un saluto e un abbraccio.
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