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*Antares*

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  1. *Antares*

    Vivere di sola scrittura in Italia

    Inoltre un'altra opinione che non condivido, e che ho visto qualche volta espressa anche qui, è la critica a chi scrive "gratuitamente", cioè chi pubblica testi magari in download gratuito per il solo piacere di essere letto, di intrattenere un rapporto con il lettore o di diffondere un messaggio il più possibile, senza il vincolo del denaro. Oppure a chi regala i propri libri agli amici. Viene criticato perché "svende" un lavoro, come se fosse una cosa scorretta nei confronti di altri autori. Ma è ovvio che non stiamo parlando della concorrenza sleale dell'artigiano che fa i lavori in nero e quindi costa meno di chi rispetta la legge, sono due cose diverse! Sono sempre due modi diversi di vedere la scrittura, ognuno con la propria dignità.
  2. *Antares*

    Vivere di sola scrittura in Italia

    No, è che non mi frega nulla di vendere un milione di copie, me ne vanno bene moooolte meno Capisci il discorso?
  3. *Antares*

    Vivere di sola scrittura in Italia

    Mi sembra un'affermazione un po' perentoria... In realtà ognuno ha il dovere di perseguire i propri obiettivi senza minimizzare quelli degli altri. Io per esempio questo obiettivo che tu poni come categorico non ce l'ho, ma non mi sognerei mai di criticare una scelta del genere. (Se non si capisce, sono contraria anche allo "snobismo filosofico" di cui parli. Ognuno ha scopi e modi diversi di intendere la scrittura).
  4. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    In effetti per avere dati statistici dovremmo metterci a contare i vari topic e dividerli tra positivi/negativi/così così
  5. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Mah, io invece nella sezione delle case editrici leggo molte esperienze positive, anche di crescita personale. Il che non per tutti equivale a fare il mega salto in libreria; basta uno scambio con persone appassionate e professionali, che forniscono spunti per un miglioramento duraturo. Io quella la chiamo crescita, a prescindere dal numero di copie. Pensa invece agli autori che si sono trovati malissimo con case editrici medio-grandi: poco rispetto, poca umanità, poca passione, pessima comunicazione ecc. Ovviamente non sto creando una contrapposizione "micro-buona"/"macro-cattiva"; spero si capisca cosa intendo dire. Quoto questa frase, ma sostituisco al "molto meglio" un bel "quasi come" Quello che penso anch'io.
  6. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Terribile Giusto ieri mi hanno mostrato alcune domande automatiche a seguito di una candidatura per operai generici: la prima era sugli anni di esperienza, e fin qui ok. La seconda, testuali parole: "Cosa ti appassiona di questa posizione, e ti motiva ad inviare la candidatura? Descrivi il tuo interesse a lavorare con noi". Per un posto da operaio su catena di montaggio. Ma uno cosa dovrebbe scrivere? "Adoro le catene di montaggio?" Io boh... Ecco, secondo me è questo il punto. Stiamo discutendo riguardo a qualcosa di aleatorio, di soggettivo. L'idea di "successo" che ha @Silverwillow (o altri) non è la mia, per esempio. C'è chi ha un'idea più condivisa e altri più minimalista. È un po' come quando si dice che il concetto di "realizzazione personale" può anche differire da quello dei tuoi amici, dei media, della tua famiglia o della società. Da sbarbina anch'io anelavo a una pubblicazione con una big; ora ho cambiato idea: non solo non mi interessa, ma mi spaventa un po' (a meno che non sia in collaborazione: ecco, magari così mi piacerebbe). Ovviamente non sto cercando di screditare questo sogno, che trovo legittimo al pari delle mie concezioni di "successo" e autorealizzazione. Commento solo con un
  7. *Antares*

    La sorprendente semantica dello strafalcione

    Stanotte mi è tornato in mente uno strafalcione scandaloso. Mia sorella lavorava per un negozio di catena. Un giorno un tipo della sede inviò a tutte le filiali una mail che esordiva così: "Buongiorno a tette/i" Tra l'altro scritto tutto in capslock... Dato che sulla tastiera la U si trova discretamente lontana dalla E, trattasi di lapsus freudiano senza se e senza ma
  8. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    @Wanderer ah ma questo è un altro discorso, e condivisibile. Però tieni conto che ci sono autori che ritengono importante giungere a un pubblico il più vasto possibile, altri che invece si sentono realizzati e gratificati con soli 1-2-25 lettori che si sono sentiti "toccati" dalla storia e ne hanno recepito il messaggio. Al contrario non condivido la dicotomia "libreria-il libro esiste vs POD-il libro non esiste".
  9. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Be' sì, certo, non troverai mai un esordiente su vinile. Su CD e audiocassette sì (una volta, adesso non conviene più). Se sei bravo a impaginare mandi un buon file in PDF e la tipografia della piattaforma lo stampa a richiesta (il che è anche ecologico ): viene fuori un libro come tanti altri. Se poi ti avvali nel tuo percorso di qualche professionista, tanto meglio. Detto questo, ribadisco che sono d'accordo con te sul discorso della diffusione del ciarpame, sia a causa del self che di case editrici poco professionali. Ma ci sono migliaia di motivazioni per cui un autore sceglie il self piuttosto che la piccola casa editrice, non sempre è per via dei rifiuti. Ci sono anche autori autopubblicati che hanno avuto le loro conferme altrove, per esempio da concorsi, editor, professori, agenzie, corsi ecc. : una casa editrice probabilmente li accetterebbe. E come già detto, ridetto e stradetto esistono mille pro e contro in entrambe le scelte, e i miei pro e contro sono diversi da quelli degli altri (N.B. io ho provato entrambe le strade, e ovviamente quella della C.E. è più facile. Nell'altra bisogna sbattersi di più, non puoi pensare di scrivere e basta. Ma anche qui dipende... )
  10. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Be', @Wanderer, il paragone con la musica si può fare. Ad oggi un sacco di musicisti o cantautori si autoproducono. Molti hanno imparato a registrare in casa dotandosi di adeguata strumentazione e distribuiscono le loro canzoni su piattaforme tipo ITunes ecc., proprio come succede con il self publishing. Anche nella musica ovviamente si è prodotta un'inflazione, ma capita che ogni tanto qualche indie venga notato tra le masse, oppure riesca a emergere grazie a un'idea brillante... D'accordo che alcune di queste "emersioni" ce le saremmo volentieri risparmiate Ma anche qui non bisogna generalizzare. Ovviamente stiamo parlando di un prodotto realizzato come si deve. Se io registro col microfono del PC e suono tre accordi a caso, magari con un testo ricavato dai Baci Perugina, faccio come l'autore che pubblica la prima stesura e mette in copertina una foto sgranata. (Ah, e pure tra gli "operatori" a cui i musicisti affondano le proprie opere c'è il delirio, un po' come nel settore editoriale. Studi di registrazione che si fingono etichette, etichette che non fanno il loro lavoro ecc...)
  11. *Antares*

    Mucche e saggezza popolare

    @Befana Profana anch'io sono fan tua e dei tuoi threadS Chissà, magari l'onomatopea è anche alla base del verbo mulgere... Può essere. Quindi in Francia la vacca non è legata a sgradevoli epiteti femminili, tanto che ormai si ha quasi paura di pronunciare il termine? Mi piace
  12. *Antares*

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    @mutantboy, cioè l'autopubblicazione sarebbero le ehm...?
  13. *Antares*

    Mucche e saggezza popolare

    Se posso, @Befana Profana, vorrei agevolare un piccolo intermezzo scientifico, con interessante excursus sull'etimologia del nome. Tratto dalla pagina fb di Scienze Naturali che spiega perché il termine "mucca"... è sbagliato (io lo sapevo già perché gli agronomi si incazzano tantissimo se scrivi "mucca" anziché "vacca" ). "Lo sapevi che...le Mucche non esistono? Fin da bambini siamo stati abituati a chiamare "Mucca" la femmina di Bos taurus. Una parola neutra, simpatica, delicata...non come la più volgare (almeno apparentemente) "Vacca". Si tratta di un termine ormai così radicato nel linguaggio comune che, come spesso accade, viene considerato automaticamente corretto. Beh, non è così: da un punto di vista zootecnico, si deve parlare di Vacche. Se chiedete a qualcuno del settore cosa sia la Mucca, vi risponderà "quella della Milka". Una pignoleria zoologica, per qualcuno. Con il termine "Vacca" si intende, infatti, la femmina di B. taurus che ha oltre tre anni di vita e che ha figliato almeno una volta. Prima di essere una Vacca, dal primo al terzo anno di vita, questo bel Mammifero viene chiamato "Manza" o "Giovenca", in quest'ultimo caso quando si trova in stato di gestazione per la prima volta. Prima ancora è una Vitella, fino al compimento del primo anno. L'origine etimologica della parola "Vacca" è latina, termine rimasto totalmente invariato fino ai giorni nostri. E la Mucca? Come già detto, non esiste...così come non esiste un'origine etimologica precisa, ci sono solo varie ipotesi a riguardo. L'opinione più accreditata è che derivi dal verbo latino “mulgere“, in italiano “mungere”, parola la cui traduzione inglese è ancor più esplicativa: "milk", che significa sia "latte" che, appunto, "mungere". Secondo altri, la parola "Mucca" deriva dal latino “mugire”, il cui corrispondente italiano si differenzia solo per l'aggiunta di una "g". È una parola onomatopeica che si rifà al classico “Muuuu” che, convenzionalmente, indica il verso della Vacca. Altri autori non considerano l'origine latina del termine, ritenendo che "Mucca" sia una parola proveniente dallo svizzero-tedesco "Mugg", che un tempo indicava le Vacche svizzere comperate alla fiera di Lugano. Pensandoci bene, la parola "Vacca" è molto più utilizzata di quanto non si pensi: quando si parla di "latte", in Italia per legge s'intende quello vaccino...avete per caso mai sentito parlare di "latte mucchino"? Altri tipi di latte comunemente commercializzati sono il bufalino, il pecorino, il caprino e il latte di Asina. Un'altra parola che ha origine da "Vacca" è lo stesso vaccino. Anche in questo caso l'origine etimologica è latina: vaccīnum, un derivato di văcca. Il legame con i Bovini è dovuto al fatto che il primo vaccino, quello antivaioloso, era costituito da pus prelevato dalle pustole vaiolose di questi Mammiferi previamente infettati. La Vacca, quindi, non è una "Mucca di facili costumi", ma un termine zoologicamente corretto che possiamo usare senza paura di sembrare volgari. (Testo Andrea Bonifazi)" Chissà cosa ne pensano gli editor... P.S. Nei commenti c'è anche quello di una francese
  14. *Antares*

    La sorprendente semantica dello strafalcione

    Uh, anch'io, nel mio caso era l'indialetto! Anche una mia amica li chiamava così. "Andiamo a sederci sugli sgradini!" La compagna di stanza di mia nonna lo chiamava cadetto Sempre per stare in tema, la cliente di un'amica un giorno le disse che aveva chiuso "i tubi"...
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