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FabrizioSani

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  1. FabrizioSani

    Si innamoravano tutti di me e io del loro amore

    Questo libro è la parabola di un autunno, una stagione emotiva piuttosto che meteorologica che segna il lento abbandonarsi di una storia d'amore. Una fine cupa che porta alla consapevolezza dei propri errori e tende verso l'inverno. Tu sei l’autunno che muore spogliato, violentata dal freddo che ti ha assuefatta. Ingoi le foglie che hai perso per strada e nel ventre tuo sorge di nuovo la vita.
  2. FabrizioSani

    Si innamoravano tutti di me e io del loro amore

    Titolo: Si innamoravano tutti di me e io del loro amore Autore: Fabrizio Sani Casa editrice: SuiGeneris ISBN: 978-88-948480-5-2 Data di pubblicazione (o di uscita): Marzo 2018 Prezzo: 10,00 (sconto a 8,50 su IBS) Genere: Poesia Quarta di copertina o estratto del libro: Quella volta che un faggio mi attaccò all’improvviso Le lenzuola mai raccolte si tingevano di brina: dimenticate come i giuramenti assurdi. Le ultime frasi precipitavano: pioggia sui parabrezza. Non le ascoltavo, non le capivo; erano vento che si infrange sui muri per poi svanire. Continuerai a esibirti nei funerali altrui con la stessa faccia sporca d’indifferenza, coi capelli pallidi cosparsi come fieno in un mondo di pietra. Rinchiusa nell’involucro della tua solitudine, in un braciere d’apatia dove hanno danzato i miei sentimenti. Nascosta come un ragno nelle grandi scarpe della notte per tessere capricci di velluto rosso; mentre i nani ballerini volteggiano nei sogni dei fabbricanti di elefanti. Se il temporale non ti bagna più cosa darà sollievo alla tua anima arsa? Diversa tutti i giorni, senza imparare ad amare, senza imparare a dire: «Scusa non sono più quel che ero stata ieri». Ci afferravamo la mano ognuno dalla propria galera, saremmo filati in cielo come ombrelli al vento, dicevi, mentre già ti allontanavi. «Saremo come l’odore di pesce nei porti, non ce ne andremo, non ci sposteremo; ci troveranno identici fra cent’anni.» Ma per te l’amore non è appagante, è l’estate acerba di un adolescente, finita presa a morsi dalla vita, dagli amori: che erano fiori diversi ogni stagione. Per le risposte che non mi sono state date, adesso è tardi per rivolerle indietro. Non splende forse più il cardine arrugginito del mio carro, di notte, che la tua stella secondaria, di giorno? Quando chiedevi doni da scartare al cielo non assecondava la tua vanità. Chiedimi ancora al buio che verso faccia la coccinella. Sposta tu le parole per dimostrare la tua innocenza. Non siamo più quei pazzi che sfidavano la corrente; tu fuggi da te stessa come un cervo in agonia, e io non capisco quanto ancora sia commovente. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/si-innamoravano-tutti-di-me-libro-f-sani/e/9788894848052?inventoryId=105097673
  3. FabrizioSani

    Filantropia

    @Adelaide J. Pellitteri @AndC grazie mille!
  4. FabrizioSani

    Filantropia

    @Adelaide J. Pellitteri @AndC purtroppo non riesco a vedere i vostri commenti. Li riuscite a incollare qua sotto?
  5. FabrizioSani

    Filantropia

    @Kikki @Nightafter grazie mille per i commenti
  6. FabrizioSani

    Filantropia

    commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37028-il-viandante-con-la-valigia/ Vi prego di seguire il mio ragionamento da principio. Non tengo certo a dilungarmi oltremodo per esprimere una riflessione personale, ma vedete, mi è capitato proprio l’altro giorno, mentre come al solito sostavo in un’osteria della zona per poco più di un bicchiere di vino, di rivivere – mentalmente, si capisce – una situazione familiare. Mi spiego meglio: stavo consultando la pagina dedicata alle previsioni meteorologiche poiché Fiorenza aveva maturato l’intenzione di fare un giro in barca quel sabato, e io nutrivo una forte speranza a proposito di una precipitazione, in modo tale da poter adempire alle mie mansioni quotidiane in tutta tranquillità. Sfortunatamente non avvenne. Il mio bicchiere di vino era sul tavolo dove io soltanto ero seduto. Non era terminato. Lo avevo solo allontanato leggermente in modo da poter ampliare la superficie del giornale e facilitarmi la lettura. Sono sicuro che Domenico se ne era accorto, ne sono sicuro. Mi fissa sempre, possibile che proprio in quel momento stesse guardando altrove? Allora, dico io, era d’accordo con la cameriera, anzi, l’idea era sua! Può sembrare uno scherzo stupido, ma vi basterebbe conoscerlo un po’ per sapere che non ha una mente in grado di andare oltre; ed io non gli sono mai andato a genio. Sarà che non lavoro, o sarà che ho ancora i capelli lunghi mentre a lui non ne è rimasto nemmeno uno; non pensiate però che lo prenda in giro per questo! Io i capelli non li pettino molto, questo sempre, anche quando vado dal panettiere o dall’ortolano, non certo per farmi beffa di lui. Eppure io non gli vado proprio giù, questo è chiaro. Sì, perché quel bicchiere la cameriera l’ha gettato nel lavandino. Mi scaldai un po’, è vero, ma non si fa. Non si getta del vino, è anche immorale con tutti bambini che muoiono di sete, considerai io. E questo non certo perché era il mio vino. Avrei difeso a spada tratta il vino di qualunque altro commensale, eccetto forse quello del ragazzo che viene tutti i giorni: probabilmente marina la scuola, che fannullone! Non spiccica mai una parola, beve il suo bicchiere di vino e lascia tutti i giorni la mancia, quel disgraziato sperpera così tutti i soldi dei suoi genitori. Pensate che una volta mi trovai a dover presenziare dal medico per una visita ordinaria ed arrivai un po’ più tardi all’osteria. Lui aveva il mio giornale. Certo, è di tutti e non intesi fare pressioni su di lui, gli chiesi solamente se avesse finito e provate ad indovinare cosa mi rispose? “No”. Dico io, il giornale è di tutti e va bene, però non potrete non concordare con me che la risposta cosi formulata è poco gentile, estremamente ineducata. Tuttavia mi riservai da qualsivoglia commento e mi sedetti nel mio tavolino infondo nell’angolo ad aspettare. Solitamente impiega solo pochi minuti per bere il suo vino ed andarsene verso sinistra a fare Dio-solo-sa-cosa tutte le mattine, ma quella mattina non stacco gli occhi dal giornale per ore, quando me ne andai lui era ancora lì, fisso sopra il giornale. Non lo legge mai il giornale! Non c’è bisogno che vi dica che l’ha fatto apposta solo per torturarmi… Tuttavia cercherò di non divagare, quel giorno mi tornò alla mente di molti anni prima, la volta che mia nonna era ricoverata in un piccolo ospedale fuori città, vicino al minuscolo paesino dove abitava – niente di grave, aveva solamente una costola fratturata in un consueto scivolone domestico. Il suo problema vero era un altro; faceva avanti e dietro all’ospedale con cadenza mensile, e io la rimproveravo da molto prima che la sua affezione iniziasse ad acutizzarsi: soffriva di filantropia. Ho provato in tutti i modi a salvarla, trovandomi sempre solo in questa battaglia. Con gli altri familiari non c’è mai stato un grande rapporto, e comunque non avrebbero avuto un’adeguata visione di insieme per comprendere la drammaticità della situazione, avevano l’abitudine di sottovalutare tutto, la vita, le mie idiosincrasie e la mia qualità narrativa: le conferivano il mediocre titolo di “bugie”. Rispondevo che la verità e la bugia hanno la stessa faccia, ma la bugia la riconosci perché non ha le dita nel naso. Niente. Dicevano che non è così. Non capivano la mia tormentata teatralità. I dottori (o sedicenti tali) poi! Loro trovavano le motivazioni più assurde: declino fisico, deficit sensoriali e neurologici, fattori sociali di stress, difficoltà cardiache e respiratorie, disturbi del sonno, carente alimentazione e addirittura sono arrivati a ipotizzare malattie degenerative croniche, e non vi dico la maestria nel trovare sempre qualcosa di vivamente plausibile, che gentaglia! Per raggiungere l’ospedale dovetti ovviamente prendere il treno, gli studi universitari e le mie contemplazioni quotidiane mi impedivano di ritagliarmi del tempo per conseguire la patente, così rimandai. Si sedette accanto a me questa bambina bionda di quattordici anni circa. Il mio non era l’unico posto libero e lei era bellissima. Badate a tener fuori la vostra malizia dalle mie parole, ero più che ventenne e non avevo alcuna pulsione erotica verso di lei. Osservavo solo la larghezza dei suoi occhi, la perfezione dei suoi lineamenti, il delicato rigore del suoi piccolo naso e l’avvolgente tonalità cremisi delle sue guance. Mi parlò intimorita. Il suo sguardo tradiva l’angoscia di quel pomeriggio noioso della sua tarda infanzia. Aveva due amici – mi confessò – uno tedesco e uno francese, certamente da questo la sua attitudine diplomatica e neutrale ha preso il sopravvento. Mi raccontò una storiella divertente su una signora grassa che fa la dietologa, ora non la ricordo più, ma era certamente ambientata in un ristorante. Scese anche lei all’ospedale, ma erano quasi le cinque e dovevo assolutamente passare al bar a prendere un caffè. Se lo prendo dopo le cinque poi la notte non dormo. In questo modo la persi di vista – pazienza – pensai, magari la incontro di nuovo sul treno di ritorno. La trovai nella stanza di mia nonna. Sembravano in confidenza. Insolito, pensai. Aspettai un po’ che se ne andasse, non volli entrate per spostare un qualche equilibrio che mi sembrava esserci. Poi una volta dentro le dissi: “Nonna, dai ancora soldi alle bambine delle case famiglia?” Rispose di no. Ed eccoci qua, trent’anni dopo che mi appare dietro la vetrina appannata a raccogliere le feci del suo cane davanti all’osteria. E poi proseguire verso il corso. Era certamente lei. Mi affacciai dicendo: “la sa quella della dietologa grassa?” Disse di no e che le dispiaceva. Insolito, molto insolito.
  7. FabrizioSani

    Il viandante con la valigia

    Iniziare così fa sembrare i racconto pretenzioso. e il sole. preferirei sempre 'e offerto'. Lo fai altre volte. Secondo me dovresti evitare la d quando la vocale seguente non è la stessa. Questa parte è veramente troppo troppo "scontata e banale": la storia dell'uomo comune che diventa ricco per fortuna e poi si accorge che non è quella la felicità ormai ha stancato chiunque. anche questa volta "anche" se non sono convinto? Nel racconto usi poche parole, che ripeti troppo spesso. Scrivi bene e il racconto non scorre male, e si legge con interesse. Però più che lo stile la pecca sta nel contenuto. Troppo pedagogico e moralista. Questo tipo di racconti hanno solo il messaggio, la storia è totalmente piatta. Va bene se vuoi usare allegorie, ma contestualizzale, dagli un volto, ambientale. Questo sorta di parabola porta allo svuotamento del lettore, non susciti nessun sentimento. Tuttavia non penso sia totalmente da buttare. Come ho detto credo che tu scriva bene e se lasci alla storia la seduzione che effettivamente esercita, senza appesantirla; e la riscrivi in un'ottica meno parabolica potrebbe uscire un bel racconto.
  8. FabrizioSani

    Sofia's story

    @Floriana Grazie mille, farò tesoro dei tuoi consigli.
  9. FabrizioSani

    Sofia's story

    Ciao @Adelaide J. Pellitteri , grazie mille per il commento. Ci sono cose che non hai capito, sì, ma forse sono io a non averle rese sufficientemente chiare. Ma ci sono molti consigli utili che sfrutterò volentieri. Mi farebbe certamente piacere un tuo commento al prossimo brano. Grazie ancora.
  10. FabrizioSani

    Casa editrice Serena

    Nome: Casa editrice Serena Generi trattati: vari Modalità di invio dei manoscritti: Distribuzione:? Sito: https://www.casaeditriceserena.it/ Facebook: https://www.facebook.com/CasaEditriceSerena/
  11. FabrizioSani

    Tralerighe libri

    Penso che tu ti stia confondendo con questa http://www.tralerighe.biz/
  12. FabrizioSani

    Tralerighe libri

    Nome: Tralerighe Libri Generi trattati: varia Modalità di invio dei manoscritti:tralerighelibri@gmail.com Distribuzione: non specificata Sito:http://www.tralerighelibri.it/
  13. FabrizioSani

    Ottobre di cenere

    Nefasto è il sangue che ho baciato, come pianto di una divinità. Inquinate le unghie delle tue mani graziose e sottili: con tenerezza hanno lasciato alla mia guancia il tuo ultimo ricordo. Immonda la tua voce: piove su di me quando la notte sussurri, nella fertilità dei tuoi sogni. Maledetto chi in me ha identificato il martire assoluto di questo amore, il tronco che avresti inaridito - dopo avere intiepidito la tua bianca pelle agli antichi soli di Settembre. Affaticato questo mio gomito di posarsi ad ogni balaustra, finestra, cavalcavia, fessura, nella fiducia di distinguere quel tuo broncio, incastrato in ogni cappotto blu su via Tiburtina, e rifiatare per un giorno, una settimana, un ciclo di luna piena. La sciagura che ti ha generata, mi ha generato, e mi ha annientato: smisuratamente estesa, ottusamente fragile.
  14. FabrizioSani

    Nel cielo svelato

    Io fossi in te metterei un punto. Per il resto la poesia è molto pulita nella sua forma, una bella immagine resa con dei bei vocaboli che non scavalcano le emozioni.
  15. FabrizioSani

    Sofia's story

    Vivevano insieme nella periferia di Sofia e ascoltavano il vento scontrarsi con le mura davanti a ingombranti tazze di caffè riscaldati. Lui diceva sempre parole adulte e le sue labbra si muovevano piano per non riaprire la crepa. Lei gli sorrideva anche quando era arrabbiata e le sue mani si contorcevano su un foglio di carta. La sera non era densa e sapeva far venire a galla anche le voci più sottili. "La notte in cui lasciai la Bulgaria vidi una donna fare l'amore con due uomini nella stiva, uno di loro era il capitano. Attraverso il vetro riuscivo a vedere le smorfie che faceva: adesso non sarei in grado di descriverle, ma le ricordo bene." La donna rimase in silenzio. Si stava chiedendo perché le dicesse questa cosa adesso, ma non trovò il momento per chiederlo. "Il Mar Nero mi è sempre sembrato un vecchio gigante, e in quel momento, in quelle smorfie, mi sembrava un bambino addormentato. " Lei si alzò e si diresse verso la cucina, dove aveva lasciato sul fuoco una zuppa di patate. Lui aspettava di sentire il suono del mestolo di legno che batte sulla pentola di metallo. Sapeva che dopo averla mescolata lo avrebbe leccato e riposto sopra la pentola come un tetto. Nel frattempo si scoprì a pensare alla prima notte passata insieme: i suoi occhi la fissavano sbilanciati, come a cercarle nel volto un punto d'appoggio. La bocca aveva smesso di respirare, e il silenzio imbrattato dalla troppa pulizia lo tentava a fantasticare, a trovare definizioni da condividere con lei per farsi amare; quando ormai le parole erano solo una padella su cui cuoceva le sue emozioni. Quante cose inutili dissi quella notte. Non capiva a cosa lei pensasse nel ripetere che la massoneria speculativa di Londra l'ha vista mangiare neve nel suo giardino, e quando la notte si sfrega le mani, e soffia tanto forte da appannare gli occhiali, sogna di gettarsi in mare da una scogliera norvegese. (Klang) Mentre leccava il mestolo nella testa le ronzavano ancora quelle note della canzone dei Beatles che la infestavano da un giorno intero e le ricordavano la prima volta che lui se ne andò: "Non so se c'è più cenere nei tuoi occhi grigi o sulle mie labbra. Solo molto lontani, in continenti diversi, le nostre eco riusciranno a sfiorarsi appena: il minimo per non sentirsi troppo soli, il massimo per non incenerirsi a vicenda." scrisse in un foglio lasciato accanto ai piatti sporchi, da giorni,settimane o mesi, non ricordava. Tutto era passato così velocemente e intensamente, o forse il tempo trascorso insieme è stato più lungo ma intervallato da pausa che non ha percepito, da sensazione che ha vissuto talmente a fondo da non riuscire a capire se fosse coinvolta o meno, se tutta quella passione fosse mossa da un sentimento o dall'ambizione di provarlo. Uno sguardo indolente ai piatti nel lavandino, poi il mestolo sopra la pentola e il posacenere condotto in soggiorno. “La prima volta che arrivai in questa città percorsi la strada che dalla cattedrale Nevskij porta al teatro nazionale e vidi tante facce stanche, come segnate dalla noia, la stessa che percepivo in ogni mattone di questa città. Scrissi: ‘Sofia è una vecchia barca ormeggiata. Non si mostra. Vedi le rughe ma non racconta il suo passato.’ Il flusso di persone e voci che mi scorrevano affianco sulla Rakovski come tanti imperfetti aeroplani di carta, servivano solo a constatare ogni mio rimorso o defezione - la mia mancata esplosione. Strascicavano affaticate ogni dubbio da chiarire. Mi fermavo, ansimante a pensare a tutta un' adolescenza impiegata ad indebitarmi con Dio. Stanotte non voglio sentire rumori, non voglio sentire suonare nessuno. Forse riuscirò a rintracciare gli spasmi di soffocamento dell'ultimo amico abbandonato - quello che non ho apprezzato mai, pensavo. Inutili sorrisi non mi fanno compagnia, lo spreco di energie per alimentare una bugia a cui nessuno crede. Finalmente comprendo cos'è che tutti nascondono, insicuri sotto il chiacchiericcio; dopo tanto affanno a ricercare in ogni deserto un po' d'ombra di libertà, ora vorrei sapere com'è vivere in una prigione gradevole. Chi con forza reclama libertà, infondo non saprebbe cosa farsene.” Ancora senza dire una parola lei gli tolse il piatto è tornò in cucina per riporlo nel lavandino e pensare senza essere spiata a quegli alberi davanti alla sua prima casa, che si agitavano come se fossero loro a direzionare il vento, mentre il freddo teneva le mani sulle sue guance e sembrava poter penetrare la stoffa fine dei jeans. L'autobus pareva non passare mai e una strana barba germogliata su un volto anonimo chiedeva informazioni. Doveva incontrarsi con lui e barattare il suo ego con una carezza confusa, ma si innamorò. Lui sbucò in cucina a metà dei ricordi e le prese una mano; lei notò una ruga che non conosceva e la percorse per uscire di case, e dalla sua vita. “Meglio un silenzio perso come un bambino in un ospedale, che questo tuo “ti amo” bisbigliato con voce sommessa e gli stessi occhi con cui per tre volte te ne sei andato. Adesso le tue rughe sono diventate le stesse di Sofia: nella valigia ho messo solo il vestito con cui ti ho dimenticato e la mia schiena rigida, come dicevi, ora è solo un parafulmine per piogge deboli.” Non scrisse la data alla fine della lettera, come faceva lui.
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