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domino3

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  • Compleanno 07/08/1993

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    Donna

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  1. domino3

    Cassandra lavorava sodo

    Ciao @Floriana, @Lollowski e @alessandro_storie. Grazie mille per i vostri commenti e suggerimenti. Mi fa piacere abbiate colto il senso del componimento. In effetti mi è già stato detto che assomiglia più a un piccolo racconto che a una poesia. Ultimamente mi escono così Scusate se vi rispondo solo ora ma per un po' ho avuto problemi col pc.
  2. domino3

    Cassandra lavorava sodo

    Ciao @Ippolita2018 e @INTES MK-69, grazie mille per le vostre bellissime analisi e per i vostri suggerimenti, decisamente bene accetti. Mi fa piacere che abbiate apprezzato il personaggio di Cassandra, del quale avete colto esattamente ogni sfumatura, e che siate riusciti a vedere in lei la stessa bellezza che vedo io. Grazie ancora
  3. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scena 7

    Ciao @Danny Rochester, leggo sempre con più interesse e ogni tanto mi capita di pensare ai tuoi personaggi e a come si evolveranno le cose anche durante la mia quotidianità. Non ho nessuna critica. Usi bene anche la suspance
  4. domino3

    Cassandra lavorava sodo

    Cassandra lavorava sodo, lavorava in campagna, e si accompagnava sempre a una bottiglia di vino. Questo succedeva dal mattino presto. E con lo sguardo annebbiato guidava una macchina lurida e diceva di non vedere la strada per colpa della nebbia. Quando raccoglieva i pomodori dal campo con la sua schiena ricurva bestemmiava e andava lenta, troppo per guadagnarci più di qualche euro. Strascicava le parole e diceva che sua figlia aveva bisogno di scopare. Cadeva anche stando ferma, inciampando nei suoi stessi piedi. E conduceva questa vita, senza speranza, senza religione. Ma c'erano giorni in cui portava al lavoro il suo cane e gli occhi le si illuminavano. Diceva agli altri: non mangiate davanti a lui, sennò, poverino, gli viene fame. E all'ora di pranzo, per quanto poco avesse, e per quanto tanta fosse le fame, divideva sempre tutto con lui e gli diceva: sei contento? E con occhi lucidi e un sorriso cariato lo guardava mangiare.
  5. domino3

    Sangue nero

    Molti i temi toccati in questa poesia. Inizi con un immagine che sembra mettere a confronto due amici, il primo poeta e il secondo operaio. Lavoro intellettuale contro lavoro fisico. Con tutti gli aspetti che ne conseguono. Due persone diverse eppure rese simili dal soffrire per amore, che qui accomuni alla morte, con un'immagine molto seducente e fatalista. Un amore a cui due cuori deboli non possono resistere. Quest'immagine suggerisce che non c'è speranza nell'ora più buia dell'uomo. Poi si ritorna all'immagine del poeta, le cui mani sono rovinate (se così vogliamo dire) dal lavoro intellettuale e non da quello fisico, riagganciandosi così ai versi iniziali della lirica. Rimanda anche al fatto che seppure scrivere sia doloroso, il poeta lo fa ugualmente. Tutte immagini molto forti. Ricorda la disperazione di Sergej Esenin in “L'uomo nero”, che tra l'altro inizia proprio con le parole: amico mio, amico mio, sono molto malato! Sembra quasi dire: "festeggiamo finché verrà l'inevitabile. Tanto cosa abbiamo da perdere?" Qui si pone di nuovo davanti un'immagine funesta. E un corpo quasi deumanizzato e portato al limite per sentirsi vivo. Finale bellissimo, degno dell'intero componimento. L'inchiostro come il sangue (anche questo rimanda a Esenin, che col sangue scrisse la sua ultima poesia prima di togliersi la vita). E di nuovo la mancanza di Dio, di speranza, nei momenti peggiori della vita. Questa è la più bella poesia scritta da un poeta non-famoso che abbia mai letto. Sia per stile, perfetto, senza stonatura o sbavature, che per il ritmo e le parole scelte che per le immagini. Decisamente il genere che prediligo. Complimenti!
  6. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scene 5 e 6

    Eccomi @Danny Rochester, perdona il mio ritardo ma questi giorni sono stata impegnata. La lettura continua a essere molto piacevole, come ti ho già detto è una storia che si lascia immaginare molto bene. I dialoghi sono interessanti e non stereotipati. A un certo punto mi sono ritrovata proprio assorta. Tutti i personaggi descritti finora hanno il loro fascino, hai fatto un bel lavoro. Apprezzo come al solito i tanti riferimenti presenti. Unica nota che crea un po' di confusione ogni tanto, e che mi costringe a rileggere da capo le frasi, è il fatto che riportando il discorso diretto non indichi chi pone la domanda, o chi risponde. Aiuterebbe se andassi a capo forse.
  7. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scene 3 e 4

    Ah, ecco! Infatti volevo proprio suggerirti di inserire delle note! Come non detto... Qualche svista capita sempre, è normale!
  8. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scene 3 e 4

    Ciao @Danny Rochester, scusa se leggo solo ora. Allora, la trama prosegue al giusto ritmo, solo un po' più lenta nella prima parte. Ci sono moltissimi riferimenti che a me personalmente piacciono, ma non so l'effetto che può fare a chi non conosce minimamente l'Opera. Questa seconda parte è un po' sottotono rispetto alla prima che avevi pubblicato, sia stilisticamente che al livello di contenuti, ma non di molto. Forse è solo una mia impressione. Comunque è normale che non resti sempre tutto sullo stesso livello, quindi la mia non è assolutamente una critica, solo una cosa che ho notato. Unica nota che stona leggermente: ogni tanto usi qualche parola in inglese che stride un po' col resto. Anche se sono espressioni che si usano, di solito consigliano di sostituirle, quando possibile, con l'equivalente italiano. Diversamente andrebbero scritte in "corsivo". Unica svista del testo: Immagino intendessi: "Non fornitissimo MA comunque più che dignitoso". Per il resto mi sembra scritto bene. Aspetto il seguito
  9. domino3

    Una volta ho visto

    Grazie mille per il tuo commento estremamente accurato @Ippolita2018. Trovo la tua analisi molto originale e profonda. Mi fa piacere che tu abbia colto tutti i punti del mio componimento, che come giustamente noti è autobiografico. Mi fa uno strano effetto leggere una così bella analisi delle mie parole, che ho scritto di getto qualche settimana fa. Ti ringrazio anche per le correzioni: permettono di rileggere la poesia con occhi diversi. In un certo senso la trasformano. Comunque il piacere è mio!
  10. domino3

    "La Torre Eiffel non esiste" di Elisabetta Atzori

    Grazie mille @Danny Rochester, le tue parole mi fanno molto piacere. Ora aspetto di continuare a leggere il tuo romanzo!
  11. domino3

    "La Torre Eiffel non esiste" di Elisabetta Atzori

    Pochi giorni prima della morte di Celeste ero seduta fuori con Agnese, su una panchina. Ormai tutti in clinica sapevano che me ne sarei andata. Ed era iniziato un pellegrinaggio, uno sciame di fobici, nevrotici e psicotici vari che venivano a salutarmi, come si saluta un soldato che parte in un paese sconosciuto per combattere una guerra che non è sua e che non potrà mai diventarlo. ‹‹Allora sei sicura?›› ‹‹Sì, credo di sì… e poi ho già telefonato a Clara e a mio padre… e se succedesse qualcosa posso sempre tornare qui. In fondo sono solo venti chilometri di distanza›› Agnese guarda a terra, i pugni stretti sulle ginocchia. ‹‹E poi… non sei curiosa di venire a trovarmi nel nuovo appartamento?›› ‹‹Ma… non credi che andare via da qui sia già un passo abbastanza impegnativo... senza doverci aggiungere pure l’inizio di una convivenza col tuo ragazzo?›› ‹‹Lo so, ma non trovo abbastanza motivazione ad andare via se non è per vivere con Andrea.» E poi aggiunsi che avremmo finito per convivere in ogni caso, anche se all’inizio avessimo preso due appartamenti diversi. Quindi, meglio organizzarsi e cercare di fare tutto al meglio. «Ho anche il numero del dottor Ferrari, della clinica, di signorina Adele e dell’ospedale. Senza contare i vostri. Se è giusto che funzioni, funzionerà›› Poco dopo ci salutammo e tornai in camera. Sarei andata via tra pochi giorni, era il momento di congedarmi da Amanda, da Celeste e dalla contessa. Andai prima dalla donna a cui non dovevo stringere la mano. La trovai nella sua stanza, seduta su una poltroncina, ferma con lo sguardo perso. Bussai per educazione, ma non mi rispose. La gentilezza era un costrutto sociale che non percepiva più. Allora entrai. Aveva il trucco sbavato e il maglione infilato al contrario. La richiamai a voce più alta. Di nuovo nessuna risposta. Le tolsi il maglione e glielo rimisi. Le sistemai anche la gonna e le sollevai le calze sulle gambe fredde. Lei restò immobile, a contemplare un segreto che conosceva solo lei, che riusciva a vedere solo chi lentamente perdeva qua e là i pezzi della percezione di sé e del mondo. ‹‹Contessa?›› ‹‹Dopo domani mi dimettono›› Non mi rispose, continuava a guardare dentro il nulla, a fare piccoli movimenti immotivati con la mano, totalmente rapita, lontana, delusa. ‹‹Sono passata a salutarla… andrò via di mattina… ho già fatto le valigie›› Parlavo al vuoto. ‹‹Ma non si preoccupi, verrò a trovarla qualche volta… non mi costa niente perché devo venire qui in ogni caso, una volta ogni due settimane›› Feci un ultimo tentativo. ‹‹Contessa?›› Dopo qualche secondo mosse la testa, si girò verso di me e mi guardò dritta negli occhi. A volte capiva ancora? ‹‹Non puoi sederti lì›› Il viso totalmente inespressivo, una lastra bianca di marmo. ‹‹Come?›› ‹‹Quella è la sedia di mio figlio… sabato viene a trovarmi… tu non puoi sederti lì›› ‹‹Mi scusi…›› Mi alzai e restai in piedi. Negli ultimi mesi era peggiorata. ‹‹Sono venuta per dirle che dopo domani parto… la volevo salutare›› Non mi guardava più. Ritornò a contemplare il nulla, e io mi soffermai sulle sue unghie scure. ‹‹Mio figlio viene sabato… viene anche mio marito, Carlo…›› ‹‹Allora li saluti anche da parte mia…›› Stavo per uscire dalla sua camera, con un peso amaro in fondo alla gola per non essere riuscita a salutarla davvero, ma la contessa mi afferrò il polso. ‹‹Se vieni anche tu sabato… ti faccio conoscere mio figlio. Ha la tua stessa età… fa le elementari anche lui… Così potete giocare insieme›› Per un attimo quegli occhi vuoti si bagnarono. Erano vetri sporchi lavati dall’acqua. E quello fu il nostro saluto. Per pochissimo tempo eravamo state nello stesso luogo, nello stesso momento. E il suo affetto per me, ne ero sicura, era passato per quel polso tenuto troppo stretto e per il desiderio di farmi conoscere suo figlio in un luogo e in un tempo in cui quell’uomo ormai più che cinquantenne, che senza troppa premura l’aveva abbandonata qua dentro, era ancora un bambino che la amava, il padre era vivo e lei era felice. Ero riuscita a vedere il mondo in cui viveva la contessa. Me lo aveva mostrato ed era un bel posto. Fu un gesto d’affetto incomparabile. La follia ha una sacralità che la salute non possiede. Mi voleva bene. Ne ero certa. ‹‹Allora vengo di sicuro… ci vediamo sabato›› Mi sorrise, era contenta.
  12. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scene 1 e 2

    Lo penso davvero e comunque finora mi sembra tutto fuorché una storia banale. Sul pubblicarla a spezzoni: potrebbe essere un vantaggio, magari ti fai un pubblico pian piano! Così poi sarebbe più semplice pubblicarlo in futuro, se ne avessi l'intenzione. Comunque mi farebbe piacere se leggessi l'incipit del mio romanzo e mi dessi la tua opinione. Qui trovo sopratutto amanti del fantasy e la mia storia non lo è.
  13. domino3

    Come veduto volentieri t'avrei... Atto I, Scene 1 e 2

    Accidenti @Danny Rochester, non sei niente male a scrivere, dico sul serio! E io ho gusti molto difficili! Partiamo da grammatica e sintassi: tutto perfetto, non ho trovato una sola virgola che non andasse o che stonasse anche solo vagamente. L'eloquio è elegante e fluido, per niente banale. Si sente l'influenza della letteratura inglese sulla tua formazione. Onestamente mi incuriosisce leggere il seguito. Se fosse l'inizio di un libro lo continuerei sicuramente. Interessanti anche i personaggi e le descrizioni, entrambi non banali. Dipingi una storia che si lascia immaginare molto bene, simile a un film. Continua assolutamente a scriverlo!
  14. domino3

    "La Torre Eiffel non esiste" di Elisabetta Atzori

    Sono cresciuta in una cittadina vicino al mare, nel centro Italia. Sono cresciuta qui ma poteva essere anche un altro posto, da qualche parte nell’entroterra francese o sui monti croati. E anche la mia vita era la mia vita ma poteva essere pure un’altra. Perché so che in ogni caso l’uccello di fuoco che dorme in fondo alla mia testa si sarebbe risvegliato, perché so che la mia mente di cristallo si sarebbe scheggiata comunque. Sono cresciuta qui, nella via delle case cadute, nei pomeriggi d’estate assordanti di silenzio, sotto l’ombra del pesco in giardino. Nella via delle case distrutte. Non povere, non sporche, solo distrutte, nell’attesa di essere ricostruite. Sono cresciuta nella via delle case addormentate, nelle sere d’inverno, quando presto è buio e l’aria profuma di freddo e del fumo di legna di eucalipto bruciata che esce dai comignoli di tutta la via. Sono cresciuta nei pomeriggi torridi e nelle sere fredde, oppure non sono cresciuta affatto. Mentre lottavo con spade di rami, vestivo mantelli di vecchie tovaglie e facevo pic-nic di biscotti nei prati sconfinati di ogni luogo che immaginavo.
  15. domino3

    "La Torre Eiffel non esiste" di Elisabetta Atzori

    Al funerale è presente anche la contessa. Non conosco il suo vero nome. Quando arrivai lei era già qui da molti anni, nella stanza sedici, al secondo piano. La contessa ha dimenticato, è qui perché la sua vera storia è persa. Io arrivo in estate. Mi indicano una donna. La chiamano la contessa, e ridono. Mi ritrovo a osservare questa signora anziana, ben vestita, truccata e immobile. Rigida nella sua eleganza. L’unica nota stonata sono le unghie sporche. Nere. A lei non si avvicina nessuno. Mi dicono: non stringerle mai la mano. E ridono, ogni volta. La contessa è elegante, è pacata, è sola di una solitudine abominevole. Palesata a tutti, ignorata dai più. Scopro che è diventata così dopo la morte del marito, dopo l’abbandono del figlio. Il resto penso di averlo immaginato. Una mattina si è svegliata, non ha più sopportato il dolore di questa vita e ha scelto di viverne un’altra. Una vita in cui il marito e il figlio verranno a trovarla nel pomeriggio di un sabato che non può esistere. Ho parlato con lei molte volte, di letteratura francese e di buone maniere a tavola. Lei sorride e arrossisce spesso. Continueranno a schernirla come lei continuerà a non rendersene conto, a non notarli nemmeno, forse perché fanno parte di quel mondo che per lei non esiste più. E così non esistono neanche loro. Le unghie sono sempre nerissime. Passerà molto altro tempo ancora prima che io scopra che non sa pulirsi da sola. Ogni mattina si alza all’alba, si veste, si trucca ma non si sa lavare. Tutti i giorni si sporca le unghie con le sue stesse feci perché non si sa asciugare. Continueranno a dire: non stringerle mai la mano. E rideranno ancora di più. Ogni volta.
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