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Kikki

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  1. Kikki

    Palabanda Edizioni

    Nessuno dei link è più funzionante, archiviamo.
  2. Kikki

    Lorem Ipsum

    Stessa risposta abbiamo ricevuto anche io e @AnnaL. dopo invio spontaneo fatto ad agosto, la risposta è arrivata ieri puntualissima, ora abbiamo la prossima consegna per gli inizi di gennaio.
  3. Kikki

    Bentrovati e buon divertimento

    Benvenuto @Ume Fingeba
  4. Kikki

    Presentazione

    se vivessi anche in Russia potresti essere il mio protagonista preferito in un romanzo lunghissimo Buona permanenza qui nel forum e buona scrittura
  5. Kikki

    Ciao, mi presento

    @Drittasimic benvenuto Non avere fretta di pubblicare, leggi tutto con calma e studiati bene i siti degli editori e il loro catalogo, studia il terreno prima di buttarti, vedrai che qui sul forum troverai tanti consigli. Buona ricerca
  6. Kikki

    A tutti i sognatori

    Benvenuto @Manuel Guglielmo bravissimo, e io ti auguro di farcela
  7. Kikki

    Salve a tutti!

    @Fede74 benvenuta verissimo! Ti lascio qui sotto il post di benvenuto dove trovi il regolamento e tanti link utili a muoverti nel forum. Buona permanenza e buon divertimento
  8. Kikki

    Buongiorno a tutti 😃

    Benvenuto @Steno Zeno, ti lascio qui sotto il post di benvenuto così puoi prendere visione del Regolamento con comodità Buona permanenza e buon divertimento
  9. @Visavaes vedo che non sei passato in Ingresso per presentarti, ti lascio qui il link diretto per comodità, ti aspettiamo
  10. @Venus grazie per la segnalazione, ti chiedo per la prossima volta che posterai qualcosa, in una qualsiasi sezione del forum, di fare attenzione alle regole che sono sempre esposte in cima alla pagina e nel primo thread. Grazie per la collaborazione
  11. Kikki

    Dolcetto o scherzetto?

    @Freedom Writer grazie mille di essere passato a leggermi è volutamente semplice proprio per il target a cui si rivolge, ma il mio lavoro non è stato fatto bene, il testo rimane troppo complicato e ricco per entrare in illustrato, e questo succede perché scrivere un albo per bambini piccoli è una delle cose più difficili che io abbia mai fatto. Non c'è niente di semplice o intuitivo è una questione di scelte, forzate e non, e di limare parole e significati in un esercizio di condesazione in quante meno parole possibili. Quasi un lavoro impossibile, ma questa non è la sede giusta per questo discorso, perdonami. Non ho frainteso le tue parole e mi è utilissimo il tuo commento, vedere la reazione di un lettore a un proprio testo credo che sia un vero tesoro. Certo è che i veri giudici di questo raccontino dovrebbero essere bambini, l'ho sottoposto ad alcuni e il loro giudizio ha dimostrato che non funziona per un illustrato: ha seguito solo la bambina di otto anni, quella di cinque si è annoiata e persa tra le mie troppe parole. Sintesi è la parola chiave e va a braccetto con consapevolezza. Ma non mi arrendo, prima o poi ce la farò. Grazie ancora
  12. Kikki

    Fiaba russa

    Vasilisa si alzava tutti i giorni prima dell’alba. Sorrideva sentendo il sole che si arrampicava dall’altra parte del pianeta per sbucare a illuminare il suo bosco. Vasilisa ridacchiava tra sé e sé, mettendo anche una mano sulla bocca per non farsi sentire. “Se lei sapesse: il mio bosco! Mi prenderebbe a frustate,” pensava la ragazza legandosi i capelli in una coda stretta. “O forse no, forse mi rimanderebbe a casa e basta.” Devi sapere che Vasilisa, che portava il nome della più bella delle belle di tutte le fiabe russe, viveva nel bosco con Baba Jaga ormai da molti, moltissimi anni, così tanti che non era sicura di ricordarsi più il viso dei suoi fratelli. Per una qualche ragione, stava bene in quella casa volante con le zampe di gallina; per una qualche ragione a lei Baba Jaga non faceva alcuna paura. La mamma di Vasilisa era partita per un viaggio lungo e lontano. Non pensare che ti stia prendendo in giro, non era morta, era proprio partita per un viaggio, perché era un’avventuriera. Vasilisa, che voleva essere come la sua mamma, poco tempo dopo aveva infilato gli scarponi foderati ai piedi, il cappotto con la pelliccia, aveva preso una sacca con alcune cose più o meno utili e si era inoltrata nel bosco ammantato di bianco. Con il nome che le avevano dato era sicura di stare andando incontro a grosse avventure, a un amore romantico che avrebbe vinto su tutto e a lunghe cavalcate con il Re dell’Inverno. Affondava nella neve alta a cuor leggero in uno degli inverni più freddi che la Grande Russia aveva mai visto. Dai rami ritorti pendevano grappoli di ghiaccioli aguzzi, gli alberi gelati si lamentavano sotto il peso immane della coltre di neve e nessuno, ma proprio nessun animale metteva il muso fuori dalla tana. Solo Vasilisa si trascinava col naso arrossato per aria, pronta a cogliere il nitrito del cavallo del prode principe Ivan o a infilarsi nell’apertura segreta, che l’avrebbe condotta nel mondo degli inferi, tra le radici dell’Albero della Vita, caso mai lo avesse trovato. Invece si era slogata una caviglia precipitando, come un coniglio al laccio, nella buca scavata da un bracconiere per catturare i cinghiali. Prova e riprova, ma Vasilisa non ci era proprio riuscita a tirarsi fuori da sola e così si era messa a gridare chiedendo aiuto, mezza sepolta nella neve che le entrava negli stivali e nel collo del cappotto. L’unica che l’aveva sentita era stata Baba Jaga e da allora era rimasta con lei. Baba Jaga non era come la descrivevano nelle storie. Be’, brutta era brutta, il naso adunco ce l’aveva, bitorzoli, pustole e tutto il resto. I suoi capelli erano lunghi come strade e fini come la seta, tanto bianchi da confondersi con la neve d’inverno e aggrovigliati come il bosco più selvaggio. Si raccontava che avesse una certa predilezione per i bambini giovani e teneri e forse era stato proprio per questo che la strega non si era mangiata Vasilisa che ormai l’infanzia se l’era lasciata alle spalle. Si raccontavano storie terrificanti sulla strega padrona del bosco, era capace di fare di te quello che voleva, rigirandoti attorno al suo mignolino con il battere di un solo ciglio. Ma a Vasilisa sembrava solo un’innocua vecchietta, stanca e con un caratteraccio, una nonna che viveva sola nel punto più profondo del bosco e cominciava ad avere più di un acciacco. Forse ormai, rifletteva Vasilisa, quelle che girano su Baba Jaga sono echi, ombre sfilacciate del passato. La strega aveva relegato la ragazza a sfregare pentole e pavimenti e tanti altri lavori poco divertenti che alla ragazza non erano mai piaciuti, ma che in casa della strega non le pesavano affatto. «La mia Kikimora è vecchia e stanca, ben più di me,» aveva detto Baba Jaga dopo averle fasciato la caviglia con tocco delicato. «Puoi decidere di restare e fare il suo lavoro, oppure sei libera di andartene. Non ho voglia di essere cattiva oggi.» La strega aveva sbuffato come se fosse sfinita e forse un po’ delusa di se stessa, poi aveva indicato il portello la cui serratura era costellata di dentacci taglienti. Vasilisa aveva deglutito rigirandosi nella testa tutte le storie che le avevano raccontato per spaventarla: Baba Jaga mangia i bambini, li fa sedere sullo spiedo e poi li arrostisce. Le ossa biancastre e giallognole di cui erano fatte le pareti sembravano dare ragione a quelle parole. Baba Jaga cancella i sentieri con la sua scopa di betulla argentea, così i viandanti si perdono nel bosco e lei può fare di loro quello che più le piace. La scopa mandava bagliori dall’angolo a fianco della porta, ritta e fiera come una spada d’eroe. Baba Jaga ha dei servi invisibili di cui non bisogna mai chiederle niente. Sono i suoi servitori fidati e uccidono chiunque cerchi di scoprire la loro identità. Ma Vasilisa si era guadagnata in fretta la tenerezza del gatto, la gentilezza del cancello, la protezione del cane e la benevolenza dell’albero e la strega ne era rimasta impressionata. Persino la Kikimora aveva preso in simpatia la ragazza e la lodava spesso per la sua bravura nei lavori di casa, tanto che lei e Vasilisa erano diventate amiche e ridacchiavano negli angoli come due adolescenti. «Mai queste ossa hanno brillato tanto,» diceva la Kikimora da sotto l’acquaio, mentre si grattava le zampe di gallina che la sostenevano e lanciando sguardi torvi verso Baba Jaga. «Per le penne secche di un’oca morta, Kikimora!» gridò un giorno Baba Jaga coi pugni stretti sulle cosce. «Non ti ho mai sentito fare tanti complimenti a nessuno. Sei proprio diventata una vecchia rincitrullita! Tu sei lo spirito maligno della mia casa, se andiamo avanti così finirai per metterti a sfornare biscotti.» La Kikimora si era talmente offesa che aveva ficcato il becco d’uccello che aveva per naso tra i pentoloni sotto l’acquaio e non si era più girata per giorni. Un pomeriggio di fine autunno Baba Jaga era uscita a cavalcioni della sua scopa argentea. «Vado a cancellare un po’ di sentieri prima che cada la neve, non vorrei che troppe persone trovassero la via di casa e non ci rimanesse nessuno sperduto nel bosco.» Non appena la strega prese il volo, Vasilisa si buttò in ginocchio al fianco della Kikimora. «Nonna, nonna,» chiamava la ragazza. «Stai bene? Posso fare qualcosa per te?» Ma la Kikimora non rispondeva. Tanto fece e tanto disse, Vasilisa riuscì a far accomodare la minuscola e spaventosa vecchietta su una seggiolina che la ragazza aveva intrecciato per lei con teneri rametti di betulla. La sistemò sulla soglia di casa in modo che respirasse l’ultima aria tiepida prima del grande freddo. Il bosco era da tempo diventato d’oro e d’arancio, rosso fuoco e umido, i colori si intrecciavano tra gli alberi, Vasilisa rimaneva incantata a cercare di capire dove finiva uno e dove iniziava l’altro. «Portami il fuso, bambina, ho proprio voglia di filare.» «Ne sei certa, nonna?» chiese Vasilisa spaventata, distogliendo lo sguardo dalle fronde color ambra. «Se ne sei proprio sicura, io te lo porterò.» E così fece. La Kikimora filò a lungo, con lentezza e senza sosta. Vasilisa fece ben attenzione a non guardarla e a non uscire di casa, è ben noto infatti che vedere una Kikimora filare sulla soglia di casa preannuncia morte. E la ragazza aveva una gran voglia di vivere. Toccherà a Baba Jaga, pensò Vasilisa. Tornerà verso l’ora di cena senza aspettarsi di trovare la sua Kikimora che fila sulla soglia. La ragazza ridacchiò divertita, ma smise subito. Darà la colpa a me, dirà che sono stata io a portarla sulla soglia. Dirà che sono stata io a darle il fuso. Dirà che volevo ucciderla. Vasilisa saltò in piedi. «Devo avvertirla!» La ragazza si avvolse il capo in uno scialle su cui ancora si distinguevano dei fiori antichi e sbiaditi, chiamò il cane e il gatto. «Aiutatemi a convincere la serratura ad aprirsi,» pregò la ragazza. «La nostra padrona è in pericolo: devo avvertirla.» Il cane e il gatto non persero tempo, azzannarono la porta e la graffiarono con forza, quella spalancò le fauci e Vasilisa ci ficcò dentro la chiave arrugginita. Con un balzo la ragazza si trovò nel piccolo giardino. Corse dal cancello di legno che stava sul lato della casa, con la coda dell’occhio vide un movimento: di sicuro era la Kikimora che filava sulla soglia della casa. Vasilisa si protesse gli occhi con le mani per essere sicura di non vedere niente. «Cancelletto, mio bel cancelletto,» quasi cantò la ragazza. «Apriti e lasciami passare, te ne prego. La nostra padrona è in pericolo, la Kikimora fila e Baba Jaga tornerà tra poco.» Il cancelletto di legno fece gridare ai cardini vecchi e sbilenchi tutto il suo sdegno, poi si spalancò sul bosco dorato. Vasilisa corse affannata dall’albero al limitare del bosco, era il più alto, aveva i rami più lunghi e possenti, le sue foglie erano le più ampie e le più morbide, i colori che lo dipingevano erano i più caldi e armoniosi. Su di lui vivevano intere famiglie di scoiattoli dalla coda attorcigliata, innumerevoli nidi degli uccelli più disparati trovavano riparo tra le sue fronde. Per avere questo aspetto magnifico l’albero aveva giurato di servire Baba Jaga per sempre. «Albero, mio bellissimo albero,» quasi gridò Vasilisa. «La nostra padrona è in pericolo, la Kikimora fila e Baba Jaga tornerà tra poco. Dobbiamo avvertirla!» L’albero ebbe un fremito, gli scoiattoli si affacciarono dalla loro tana, gli uccelli sbucarono dai nidi, le foglie vibrarono e la corteccia si mise a scricchiolare. Scricchiola, scricchiola, nel tronco cominciarono a formarsi degli scalini, degli appigli che salivano su, fino ai rami più sottili che si perdevano nel cielo grigio carico della prima neve. Vasilisa rimase a guardare la trasformazione con le mani piantate sui fianchi, un po’ delusa a dire il vero: le sarebbe toccato arrampicarsi fino in cima e chissà che vento gelato soffiava lassù tra le nuvole. Ma cosa poteva farci? Sbuffò un po’, ma non servì a niente, così la ragazza cominciò a salire. Passò a fianco delle famiglie di scoiattoli che facevano il tifo per lei e correvano su e giù per i rami incitandola a salire più in fretta. Gli uccelli cinguettavano a tutto spiano, volando tra la cima dell’albero e il punto in cui si trovava lei, per informarla se qualcuno avesse avvistato Baba Jaga. Per molto tempo Vasilisa si arrampicò, le gambe le bruciavano per lo sforzo, il sudore le colava lungo le tempie e poi dentro i vestiti, le mani erano ferite e sanguinanti, ma lei non si fermava. Finché un uccellino non arrivò al suo fianco e la avvertì: «Fai più in fretta, ragazza! La tua padrona, la signora del bosco, la grande Baba Jaga è in arrivo.» E allora Vasilisa si arrampicò più in fretta, maledicendo di nuovo il suo nome che la obbligava ad azioni eroiche e chiedendosi in cuor suo perché non potesse essere l’uccellino antipatico e sbruffone a volare dalla strega e consegnarle il messaggio. Arrivò sulla cima un attimo prima che Baba Jaga la raggiungesse. La vecchia fece frenare la scopa di betulla argentata e la guardò con gli occhi grandi come piattini da tè. «E tu che ci fai qua sopra?» «Sono venuta ad avvertirti, Baba Jaga,» disse Vasilisa quasi senza fiato. «La Kikimora fila sulla soglia di casa.» Alla strega si rizzarono tutti i capelli in testa e la scopa vibrò dall’indignazione. «Quella disgraziata!» Baba Jaga scese dalla scopa e si accomodò tra i rami insieme alla sua servetta. La ringraziò molte volte e le fece dei complimenti da far rabbrividire i più coraggiosi. Lodò l’albero, il cane, il gatto e il cancello, suoi servi fedeli. E poi disse: «Aspetteremo, Vasilisa. Aspetteremo finché la Kikimora non sarà più offesa, si renderà conto di essere rimasta sola e tornerà in casa,» disse Baba Jaga. «Solo allora scenderemo ed entreremo in casa, non un attimo prima.» E così fecero.
  13. Kikki

    Il sogno di Allison

    @Deborah Zan. ciao Ho letto il tuo racconto e mi sono ritrovata in pieno young adult senza aspettarmelo. Ho notato alcune cose e te le lascerò dette qui sotto. In generale trovo che sia un racconto che si legge con facilità, ci sono tutti gli ingredienti giusti per farti andare avanti nella lettura e tutti gli ingredienti giusti per tirarne fuori uno young adult secondo tutti i crismi. Trovo però anche tutti gli errori che si trovano spesso negli young adult scritti di pancia, e qui di pancia ne sento molta. Se riuscissi a mettere a posto certe sviste, credo che ne verrebbe fuori davvero un bel lavoro. Prima di tutto fai attenzione ai tempi verbali, passi dal presente al passato senza una vera ragione. perché al passato? Sta succedendo tutto in tempo reale, Allison sta narrando in presa diretta: prima persona presente, tutto quanto le accade noi lo sentiamo e viviamo insieme a lei l'incipit ha bisogno di essere più d'impatto, immagino che questo pezzo faccia parte di un romanzo? Questo è il capitolo iniziale? Siamo all'inizio della storia comunque, probabilmente è la prima apparizione di Allison. Questo è un sogno, o almeno Allison penserà così, punterei prima su una sensazione, o sulla neve ovunque. Avanzo sulla strada vuol dire poco per me, che strada è? Cammina sull'asfalto? Io leggendo avevo l'impressione che stesse camminando in mezzo alla neve, non su una carreggiata e che poi sia caduta giù per la discesa e allora sia arrivata su una strada. perché improbabile? Questa parola salta subito all'occhio, che ragione ha di esserci? È improbabile perché è estate e le tormente di neve non ci sono? Perché siamo in un luogo geografico dove non nevica mai? E che significa proteggere la mia vita? Perché non proteggermi e basta? Dai per scontate già molte cose subito all'inizio: mi chiedo perché la protagonista debba proteggersi e perché la bufera sia improbabile e questo mi distoglie dalla storia. anche qui c'è un controsenso: se predomina il silenzio la nebbia ghiacciata come turbina? A me dà idea di rumore, per turbinare c'è bisogno di vento, e il vento è fragoroso, soprattutto durante una bufera. Il silenzio irreale della neve lo trovi dopo le tempeste, nei boschi, dove la vicinanza tra gli alberi e la quantità di neve rende il mondo ovattato. attenzione ai verbi riflessivi e ai possessivi, qui li puoi eliminare come fa a sapere che la presenza è una complice indifferente a quello che le accade se poi subito afferma di non avere la lucidità necessaria per capire cosa sia? C'è una contraddizione di fondo qui, prima afferma una cosa e poi la nega. Attenzione a queste scene, mi dà l'impressione che tu ti lasci trasportare dalle descrizioni e che, in questo modo, ti sfugga un po' il polso sulla consequenzialità degli accadimenti. Perdi la trama. Ricordati che ogni domanda e ogni fatto inspiegabile o su cui l'autore ha sollevato un interrogativo o la curiosità del lettore, dovrà avere una spiegazione e io non ho trovato le ragioni per cui la bufera fosse improbabile. qual è l'errore? Devi dare qualcosa al lettore. La protagonista si ferisce senza capire come, non si piega nemmeno per guardare cosa sia successo alla gamba, forse dalla bufera, subito dopo si rende conto dell'errore che ha commesso e il lettore quindi pensa che abbia capito cosa è successo alla sua gamba, ma non lo sappiamo perché subito dopo la protagonista scivola giù per un pendio capisco la necessità di questo pezzo, lui entra in scena e lei ne deve rimanere folgorata, così funzionano gli YA e va bene, ma quanto puà essere credibile che lei, mezza morta, mezza svenuta, congelata, dopo aver sbattuto la testa contro l'asfalto dopo aver rotolato giù per un pendio sia così sveglia da contemplare il salvatore? Secondo me il calore che le entra dalla fronte dovrebbe segnare di più il confine tra malessere e benessere. Va bene vedere tutto sfocato e da lontano, ma dovrebbe essere più graduale la presa di coscienza, basta una frase e la situazione diverrebbe più verosimile. eliminerei questa frase, sempre per questioni di conseguenze: lei è sdraiata a terra, impossibilitata a muoversi, di tentativi per trattenerlo ne ha uno e solo se ha i riflessi abbastanza pronto per reagire. Lui è sano e immagino muscoloso, se decide di andarsene in mezzo secondo è già fuori dal raggio di presa di lei di nuovo il passato due cose strane: otto minuti, perché non dieci? Così dice, a dieci minuti da qui, da là, perché otto? Salta all'occhio, distoglie dal resto, mi fa pensare che ci sia qualcosa dietro a questi otto minuti. Se non c'è niente metti dieci che passano inosservati. Alamo Square dici nella battuta seguente che è dove vivono. Ora pensa che se ti svegliassi e chiedessi a tua madre dove sei, lei davvero ti direbbe sei a sette minuti da piaaza Indipensenza? La mia risponderebbe che non siamo lontane da casa. Mi sembra anche più naturale. Poi si può modificare la frase seguente per inserire questi dettagli se devono esntrare nella narrazione anche se trovo fuori luogo la descrizione delle Ladies in questo punto della storia. La nostra protagonista con cui oltretutto condividiamo il punto di vista si sveglia in ospedale senza sapere cosa le sia successo e ha davvero testa e tempo per distogliersi dalle domande e raccontarci dove vive? Secondo me puoi spostarlo in un altro punto del testo. perché la maiuscola? Non è Dio, è uno sconosciuto e basta per il momento, lasciagli acquisire importanza piano piano Rafforzerei il finale, se di finale si tratta, non c'è base per i suoi dubbi, devi trovare un espediente più forte che le faccia sorgere la domanda che vuoi che tutti si facciano: era una sogno? Il ragazzo era reale? Forse ritrova il ciondolo nel cassetto del comodino e capisce che è successo davvero? Non so come si sviluppi la tua storia ma attenzione ai dettagli. Attenzione anche agli avverbi che sono davvero troppi e alle ripetizioni, ce ne sono tante sparse per tutto il racconto, è un peccato lasciarle. Buona scrittura @Deborah Zan.
  14. Kikki

    Dolcetto o scherzetto?

    Ciao @Kasimiro che piacere che tu sia passato. eh sì, mi è difficilissmo. Credo che se lavorassi in sinergia con un illustratore la cosa sarebbe diversa, bisognerebbe provarci. Lo rimetterò a posto comunque, ho ricevuto diverse osservazioni molto valide che mi aiutano. giustissimo Grazie @Kasimiro, sempre utile e arricchente
  15. Kikki

    Presentazione

    @Cri Storming abbiamo dovuto editare il tuo post perché non è permesso lo spam. Ti lascio il post di benvenuto così puoi leggere il regolamento, buona permanenza
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