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lucille94

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  1. lucille94

    Paix entre Nous - capitolo 3

    Grazie! Nella fretta mi sono scordata di taggarlo... Chiedo scusa Commento
  2. lucille94

    Paix entre Nous - capitolo 3

    Il primo pensiero di Rebecca, quando si svegliò che il sole stava giusto sorgendo, fu di controllare le condizioni del suo paziente. Si avvicinò al letto – lei, invece, aveva passato la notte su un mucchio di cuscini orientali raccolti in un angolo – e stette ad ascoltare: il respiro del Templare era ancora fioco, ma non quanto il giorno prima. Rebecca si sentì più leggera e tastò senza timore il suo polso. Anche i battiti, regolari, erano più forti. Ma doveva essere cauta: Miriam le aveva spiegato che quando gli organi soffrono troppo a lungo per la mancanza di sangue, è possibile che un uomo non si svegli più e che muoia nonostante la ferita sia sana e i segni vitali incoraggianti. Ricordò ciò che aveva detto in presenza dell’arciere e si morse il labbro, temendo di essere stata troppo avventata nelle previsioni. Si vestì in fretta e corse al pozzo di casa per attingere altra acqua. L’avrebbe fatta bollire e poi, una volta raffreddata, l’avrebbe usata per inzuppare fazzoletti da disseminare su viso, spalle e torace del cavaliere. Quando tornò in casa, nel silenzio del sonno di pressoché tutti gli altri abitanti, aspettò che l’acqua fosse bollente e poi, portandosi dietro la pentola in cui l’aveva scaldata, si chiuse nella propria stanza. Quando guardò il letto, però, trovò che il ferito si era mosso. Era ancora privo di conoscenza, ma aveva mosso un braccio. Aveva la mano prossima alla benda che gli fasciava il ventre, come se avesse sentito dolore e inconsciamente avesse voluto cercare la ferita. Era un ottimo segno e Rebecca si precipitò al suo capezzale. La speranza le diceva di vigilare perché avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro. Il rabbino Nathan, anche se riluttante, la raggiunse quella stessa mattina per aiutarla a cambiare le fasciature e, a denti stretti, lodò la medicazione. Tuttavia, prima di lasciarla sola con il ferito, dedicò a entrambi uno sguardo di disapprovazione e scosse la testa. Rebecca si fece portare il pranzo e non lasciò la camera per tutta la giornata: stette seduta sui cuscini o alla finestra e ingannò il tempo mescolando intrugli che le sarebbero tornati utili in un secondo momento. Intanto si avvicinava il tramonto e Bois-Guilbert non aveva più dato cenni di vita. La giovane fanciulla ebrea quasi temeva di scoprirlo morto. E nel frattempo le tornavano alla memoria i tragici momenti dello scontro tra il Templare e Ivanhoe. A proposito, Ivanhoe, il cavaliere sassone cui aveva affidato la vita e che non le aveva rivolto nemmeno una parola nel momento in cui il pericolo era svanito. All’apparire di re Richard, Ivanhoe aveva dimenticato persino dove si trovasse e perché. Aveva ascoltato le accuse ai traditori con il cuore infiammato d’orgoglio, nella consapevolezza che uno di questi giaceva a pochi passi da lui. Si era fatto giustiziere per il re e per Dio. Era davvero tanto diverso dall’uomo che sarebbe dovuto morire e invece respirava sul letto? Sì, in effetti sì: Ivanhoe aveva combattuto per puro spirito cavalleresco, per ricambiare un favore che, per quanto assoluto come la vita, l’aveva spinto all’arena di Templestowe solo per dovere. Brian de Bois-Guilbert – solo ora pensava al suo nome completo, come se nel solo nome della stirpe si confondessero tante cose e si perdesse l’unicità di quella persona e della sua anima – Brian de Bois-Guilbert era lì, suo malgrado, schierato dalla parte sbagliata. “Avevo intenzione di apparire come tuo campione” le aveva detto, quando era andato a trovarla per l’ultima volta nella sua cella. E lei non aveva saputo opporgli altro che uno stentato: “Voi?!” Queste parole erano state pronunciate solo due giorni prima, ma a Rebecca sembrava trascorsa un’eternità. Suonavano lontane, mescolate agli schianti delle spade contro gli scudi. Le lame avevano fatto scintille; e scintille avevano lanciato gli occhi dei due contendenti. Amore e odio si erano scontrati su quel campo di battaglia e l’amore aveva vinto. Questo non significava che avrebbe ceduto alle lusinghe di Bois-Guilbert: l’unica cosa che riconosceva era il suo debito di gratitudine, debito che intendeva sanare attraverso la propria dote di guaritrice. Mentre era assorta in così tragiche riflessioni, la mano del ferito si mosse di nuovo; ebbe un tremito, strisciò contro il lenzuolo e si accostò alle bende. Rebecca osservò tutto, rimanendo immobile sui cuscini. Vide che il suo viso si contraeva in una smorfia di dolore e che le sue palpebre tremavano. Un singulto, e Bois-Guilbert mosse anche la testa: la ruotò a destra, poi a sinistra. Rebecca si alzò, accostandosi ai piedi del letto. Il Templare si contorse ancora per un attimo prima di aprire gli occhi con immensa fatica. Era un morto che risorgeva dalla morte. Le sue membra gli erano pesanti, i legamenti erano intorpiditi e anche lo sguardo era appannato dalla nebbia dell’incoscienza. Pure, il suo spirito battagliero aveva dichiarato guerra al torpore mortifero. Il movimento convulso delle palpebre alla fine trovò requie e gli occhi azzurri del cavaliere brillarono di nuovo di vita. Qualche sguardo, ancora confuso, al soffitto, poi ai tendaggi orientali della finestra. Poi Brian de Bois-Guilbert spalancò gli occhi e li fermò su Rebecca. Parve che, per un attimo, volesse ritrarsi, ma il dolore lo fece crollare nuovamente disteso. Rebecca si avvicinò ancora, lentamente, finché non gli fu accanto. «Sono in Paradiso?» domandò lui, con lo sguardo di un bambino sperduto. «No, signore. Siete nella casa del rabbino Nathan» spiegò lei, impassibile. «Non sono morto, dunque? – continuò – Per un attimo ho creduto che lo fossimo entrambi e che questa stanza fosse il Paradiso...» Le sue parole si spensero pian piano, e Rebecca non si trattenne dal raccomandare: «Non esagerate, signore. Avete bisogno di molto riposo» Lui le sorrise debolmente e reclinò il capo su una spalla: «Siete ancora più bella, Rebecca, di quanto la mia memoria ricordasse» Rebecca si accostò come se non avesse sentito, gli sollevò leggermente la testa e gli porse alle labbra una ciotola ingiungendogli, con tono dolce ma fermo, di bere. Lui obbedì, nonostante nei suoi occhi fosse balenata una vena di sospetto. «Cosa mi hai dato?» domandò. Evidentemente, ora che si trovava in completa balia di lei, l’audace cavaliere ripensava alle accuse di stregoneria e le sue certezze vacillavano davanti alla prospettiva di essere avvelenato. «Qualcosa che vi farà dormire» rispose sibillina Rebecca, quindi uscì dalla camera.
  3. lucille94

    Come baciano le streghe

    Ciao @Alienik, complimenti per il racconto! L'ho letto tutto d'un fiato dall'inizio alla fine e l'ho trovato molto piacevole... nonostante parli di streghe! Lo stile è adeguato al contenuto, vivido nelle descrizioni ma con quella punta di mistero che conferisce al tutto un aspetto più interessante e spinge a continuare a leggere per vedere come andrà a finire. E' vero, l'identità di Laura è chiara fin dal principio, un po' per via del titolo, un po' per via della descrizione iniziale. Ma non è questo il punto del racconto, o sbaglio? Il focus è su Francesco, la sua ennesima vittima: anche qui, è chiaro fin dall'inizio che finirà nei guai, ma la domanda è: come? Fino alle ultime righe (esclusa la spiegazione finale che comunque ho trovato molto interessante sotto l'aspetto "storico" e non guasta, anzi, dà ancora più corpo al racconto che lo precede) non si sa realmente a cosa vada incontro. E il particolare dei gatti, per cui solo alla fine capisci perché ce ne siano così tanti, è azzeccatissimo. Errori e refusi sono già stati fatti notare con precisione, per cui non aggiungo nulla; dal punto di vista della trama, anche qui nulla da correggere... Il filo scorre facilmente, il climax è ben sviluppato... Non vorrei dire, ma mi pare che il tuo stile riesca a evitare l'identificazione del lettore con i personaggi. Mi sono sentita interamente spettatrice, senza mai confondere il mio punto di vista con quello di Francesco. Questo è molto importante in racconti come questo, dove il brivido non è dato tanto dalle vicende, quanto proprio dall'osservazione di come tutto avviene... Di come il topo cade nella trappola. Forse solo il finale non riesce a mantenersi allo stesso livello del climax precedente. Giusta la concisione, una sola frase e bum! Fine. E' quello che ci vuole. Mi sembra solo un po' confusa, non si capisce bene cosa accada: "piombò sul suo viso ma l’espressione diabolica che gli si rivelò davanti lo pietrificò". Forse non ho capito io: Laura è prona o supina? Come si svolge esattamente quest'ultimo movimento? Non mi pare ben espresso Oltre a questo nulla: trovo che sia un ottimo lavoro! Ancora complimenti!
  4. lucille94

    19 considerazioni sparse

    La passione senza determinazione non è vera passione secondo me Ovvio che se una cosa piace viene coltivata a prescindere, dà come una dipendenza... Mi pare che tutti siamo d'accordo su questo. Quello che intendevo dire è che in tutto bisogna tenere i piedi per terra: per quanto io abbia passione e voglia migliorare, questo non mi assicura di diventare una brava scrittrice. Oppure per quanto io scriva bene, questo non mi garantisce che qualcuno deciderà di pubblicarmi. E questo non è colpa di nessuno, perché quello dei libri è comunque un mercato e il mercato ha le sue regole. Molto dipende soltanto dall'obiettivo di un autore: pubblicare? Scrivere? Buttare giù delle emozioni per capire meglio se stessi? Ma la passione non ha obiettivi, come non ha regole
  5. lucille94

    Paix entre Nous - capitolo 2

    Commento «Aiutatemi a sfilargli la cotta» disse Rebecca all’arciere e questi obbedì alle sue indicazioni. Il respiro del Templare era diventato più flebile, ma restava regolare. Una volta che la ferita fu scoperta, Rebecca si armò di ago e filo e ne ricucì i lembi. Subito dopo, sciacquò il sangue e spalmò un unguento dal profumo intenso. Quando ebbero anche fasciato tutto il busto a protezione della sutura, la giovane ringraziò l’arciere sconosciuto, allungandogli un borsello pieno di monete d’oro. Questi ringraziò e chiese di poter attendere l’arrivo dei due compagni per ripartire insieme a loro. Rebecca si inginocchiò accanto al Templare privo di conoscenza e annuì. Intanto tastava il polso, prendeva la temperatura della fronte e tornava a pulire le ultime tracce di sangue schizzate sul viso. Nathan, il rabbino, non era in casa in quel momento; alla servitù Rebecca aveva ordinato di non entrare nella camera riservata agli ospiti – e in quel momento spettante a lei. Non avrebbe saputo dove lasciar coricare il Templare ferito con la certezza che nessuno l’avrebbe trovato. L’arciere non aveva sollevato nessuna questione, ma l’aveva osservata per tutto il tempo con fare sospettoso. Aveva tenuto d’occhio i suoi movimenti, controllato l’unguento e mantenuto un rigoroso silenzio durante le operazioni. Rebecca non riusciva a crearsi un’idea di cosa quel giovane arciere stesse pensando di lei in quel momento. «Diffidate ancora di me?» gli domandò, per spezzare definitivamente la cappa di sospetto che incombeva nella stanza. «No, non più. Ho visto che tenete alla salute di quest’uomo; e francamente non me ne capacito» ribatté, aggiustandosi il cappello sulla testa. «Voi probabilmente non conoscete la storia» constatò Rebecca con un sospiro. «Conosco tutta la storia: mi chiamo Locksley ed ero a Torquilstone con i miei uomini e il Cavaliere Nero; il quale non è altri che re Richard, a quanto ho potuto vedere» Rebecca volse gli occhi in su, sperduta: «Eravate là?» farfugliò, senza tenere conto della seconda parte della risposta. «Ho visto con i miei occhi questo Templare che vi portava via passando attraverso le frecce e le spade dei miei uomini; giuro che non ho mai visto un uomo così pazzo» ribatté Locksley, accennando con la testa. Rebecca si rialzò: «Se supererà questa notte – disse, quasi parlasse a se stessa – potrò auspicare che sopravvivrà alle successive. Ha perso molto sangue...» «Perché salvate l’uomo che avrebbe potuto decidere per la vostra morte?» Rebecca, a disagio per l’insistenza di Locksley, gli dedicò uno sguardo imbarazzato prima di rispondere: «Perché in effetti avrebbe potuto condannarmi, ma ha preferito farsi uccidere piuttosto di vedermi, da vincitore, ardere sul rogo» Locksley annuì, fissando intensamente gli occhi di lei. Ma quel momento di sospensione fu brevissimo: dalla porta d’ingresso la voce di Frate Tuck risuonò potente. Stava discutendo con Isaac su un passo dell’Antico Testamento, tentando in tutti i modi di convincere l’ebreo della propria interpretazione per dichiararlo convertito. «Mio buon eremita – lo interruppe Locksley raggiungendolo all’ingresso – Il cristiano è in buone mani, il funerale non si farà più. L’elemosina, però, l’abbiamo ricevuta lo stesso» e dicendo così fece tintinnare il borsello legato alla cintura. In pochi minuti i tre presero la loro strada e scomparvero nell’aria fredda di un crepuscolo nuvoloso. Isaac indovinò facilmente dove potesse trovarsi la figlia e la sorprese inginocchiata in preghiera ai piedi del letto su cui giaceva il Templare a petto nudo. «Figlia mia! – chiamò ad alta voce, senza rispettare il silenzio della fanciulla e del ferito – Figlia mia, se quegli uomini sapessero che costui è sopravvissuto, ti condannerebbero di certo! Lascia che a prendersene cura siano i suoi compagni...» «Non ne ha più – intervenne Rebecca – Il prezzo della sconfitta sarebbe stata l’espulsione dall’Ordine» «Allora la sua famiglia penserà a lui!» obiettò Isaac. Rebecca negò: «Credo che non abbia neanche questa. O per lo meno, credo sia molto lontana» Isaac la guardò con espressione affranta: «Quale figlia sconsiderata mi ha dato l’Onnipotente. Un passo falso e potremmo essere messi a processo... Ma costei vuole salvare il suo nemico! Non come Giuditta, che preservò il popolo eletto...» Rebecca decise che sarebbe stato inutile rispondere. Si rimise a pregare ad alta voce, recitando i salmi del re David. E suo padre preferì andare a lamentarsi nell’altra stanza piuttosto che interrompere nuovamente le sante parole della figlia.
  6. lucille94

    La stoffa magica 2 (seconda parte)

    La storia diventa davvero interessante!!! La maglietta comincia ad assumere il rilievo che si merita Ti giuro, questo capitolo mi è veramente piaciuto molto! E ancora una volta il tuo stile si dimostra all'altezza delle situazioni che descrive. La suspense non manca, il ritmo è incalzante e, come i primi capitoli, quello che all'inizio è misterioso e quasi incomprensibile si chiarisce via via nel finale, senza svelare nulla più dello stretto necessario! Continua, ti prego! Voglio sapere assolutamente cosa succederà! In tutto questo, ho notato due debolezze (alcuni sono evidenti refusi o errori di battitura). Te le propongo per la correzione: 1. "pensato" (3 riga) > "pensavo" 2. "il veicolo che proveniva dal senso opposto e almeno altri tre parcheggiati sul lato opposto" > c'è una ripetizione di "opposto" un po' fastidiosa, sostituirei il secondo con "l'altro lato" Mi piace un sacco la definizione: "cacofonica orchestra di antifurti"! A risentirci al prossimo capitolo! Lucille
  7. lucille94

    19 considerazioni sparse

    Ciao a tutti! @MatRai complimenti! Post interessante e soprattutto vero. Sono d'accordo con te! Eccetto la pubblicazione, che ancora mi manca e per il momento non cerco, ho condiviso molto di quanto dici. Periodi di totale astinenza da scrittura che ti fanno davvero capire quanto questo esercizio sia una vera e propria medicina dell'anima; e lo stesso per la lettura. In periodo di esami universitari mi riesce molto difficile trovare tempo e forza per leggere qualcosa (oltre, ovviamente, ai libri della bibliografia )... E mi sento sempre un po' vuota. Alla fine della sessione però mi rifaccio. Il mio punto debole è quello che tu dici essere molto facile da capire: se scrivi male lo sai, non c'è bisogno che te lo si dica... Sì, ma una persona fa fatica ad ammettere di avere un pessimo stile o una pessima fantasia o tutte e due! Soprattutto quando la scrittura non è un mero espediente per trovare la fama, ma una passione. A tutti fa piacere sentirsi dire che ciò che fa piace ed è apprezzato da più persone. E' come se la tua esperienza o quella dei tuoi personaggi passasse ai lettori e tu diventassi una parte di loro. Ecco perché penso che siti come questo possano dare un enorme aiuto ai dilettanti come me!
  8. lucille94

    Paix entre Nous (sequel Ivanhoe) - capitolo 1

    Commento subito il mio capitolo per spiegare di cosa si tratta: ho scritto questo sequel dopo la lettura del capolavoro di Scott. E' stato più forte di me, tanto forte che mi ha spinto ad abbandonare le riserve che nutrivo per questo tipo di produzioni, le fan fictions. Chi ha letto il romanzo originale ricorderà che Bois-Guilbert muore per un colpo apoplettico mentre combatte contro Ivanhoe. Di qui il commento del narratore sul significato della punizione divina e della lotta tra le passioni. Parallelamente, una versione televisiva del 1982 (con Olivia Hussey nella parte di Rebecca ) metteva in scena un finale diverso: Bois-Guilbert (Sam Neill) sta trionfando, con un fendente potrebbe uccidere Ivanhoe (Anthony Andrews), il suo più grande rivale... ma il suo sguardo cade su Rebecca, legata su una catasta di legna, ormai condannata. Ivanhoe si rialza di scatto, punta la spada e... Bois-Guilbert apre le braccia e si fa trapassare senza opporre nessuna difesa. Un ultimo sguardo al vincitore e lo sconfitto si accascia, morto. I due finali trasmettono emozioni e significati nettamente opposti: in Scott Bois-Guilbert è definitivamente condannato, è colui che non trova la spinta al sacrificio e soccombe alle sue brame sfrenate. Un finale dall'insegnamento morale spiccato che ricompone in un certo senso un equilibrio che era andato distrutto. Nel film, invece, Bois-Guilbert compie il grande passo, prova amore sincero per Rebecca ed è disposto davvero a morire per lei. Tra la gloria e la donna che ama, sceglie quest'ultima, mandando al vento la buona reputazione e consegnando il proprio nome all'infamia per l'eternità. Un finale, come dire, che lascia ancora più amaro in bocca che non il finale di Scott. Da queste riflessioni nascono alcune domande: e se Bois-Guilbert non fosse morto? Che effetto avrebbe avuto su di lui la nuova condizione? Che rapporto avrebbe avuto con Rebecca? E Rebecca gli sarebbe stata riconoscente o avrebbe semplicemente letto la vicenda come un imperscrutabile disegno divino? Spero che la mia spiegazione abbia risposto ad eventuali dubbi sorti durante la lettura. Se ne avete altri, sono qui per rispondervi E se, meglio ancora, avete qualche critica, fatela senza problemi: sono qui per imparare!
  9. Commento Sua Maestà re Richard Cuor di Leone aveva gettato la maschera. Stava fiero in groppa al suo destriero, che calpestava altezzosamente il terreno insanguinato della lizza di Templestowe. L’aria vibrava tra lo stupore e la rabbia dei presenti. I contadini dei dintorni alzarono forti urla di approvazione, coprendo quasi del tutto le parole del sovrano. Ma chi non avesse potuto udirle con le proprie orecchie le avrebbe intese dalla faccia del Gran Maestro Beaumanoir, che diventava sempre più livido di stizza e vergogna. Albert de Malvoisin, la serpe della discordia, era assicurato alla custodia delle guardie del re e Richard tornava a rivolgersi al Gran Maestro, circondato dai propri fidi, tra cui lo stesso Wilfred di Ivanhoe. Rebecca non badava a ciò che le capitava attorno, intontita dall’angoscia che lentamente lasciava il suo corpo. Fuoriusciva come fuoriusciva, in quel preciso momento, il sangue dalla ferita aperta nella bianca tonaca del Templare Bois-Guilbert. Da quando aveva visto la spada di Ivanhoe immergersi nella sua carne era pervasa da una sensazione che aumentava al diminuire dell’angoscia. Quasi non si accorse di suo padre che l’abbracciava e baciava e accarezzava. I suoi occhi erano fissi al luogo dove ancora giaceva il cadavere dello sconfitto. Richiamati da Beaumanoir, i Templari si erano raccolti ordinatamente in assetto da combattimento, ma la risolutezza con cui il Gran Maestro aveva ordinato subito dopo di abbandonare la lizza li obbligò a marciare rapidamente via da quella che era stata la Precettoria di Templestowe. E il cadavere di Bois-Guilbert era abbandonato a un destino crudele. Lentamente, Rebecca si sottrasse alle attenzioni del padre. «Rebecca, luce dei miei occhi – la pregò – Lasciamo questo luogo maledetto il più in fretta possibile» «Voglio vederlo» bisbigliò la fanciulla, senza prestare attenzione alle sue parole. «La follia ha colto mia figlia, la mia unica figlia! – si lamentò Isaac tendendo le mani al cielo – Andiamo via, prima che i cristiani si adirino con noi» Rebecca non lo ascoltava; camminò veloce, praticamente non vista, tra i cavalieri del re e raggiunse il nemico che l’aveva condotta alle soglie di una morte orribile. Lo guardò attentamente, fissò il suo viso immobile e pallido, la sua posa degna di un crocifisso, a braccia aperte. E il fianco aperto: ora che era più vicina, si accorse che la ferita non era estesa come aveva creduto. Sentì il cuore sussultare nel petto e non seppe spiegarsi il perché. Si inginocchiò accanto a lui, osservò più attentamente il suo corpo e capì, capì che respirava flebilmente. “È vivo!” pensò, senza sapere se gioire per una vita risparmiata o se disperarsi per il prolungarsi della sua persecuzione. Si voltò e vide che il re si stava allontanando, per mettere fretta ai Templari e convincerli che tornare indietro non sarebbe stata affatto una buona idea. Solo suo padre non distoglieva gli occhi da lei e si stringeva nel mantello, lanciandole certe occhiatacce. Rebecca tornò ad osservare la ferita di Bois-Guilbert: era curabile, avrebbe saputo guarirlo. Oppure avrebbe potuto fare come i Templari e abbandonarlo lì come giusta ricompensa per ciò che le aveva fatto. Ma, pensò, lei gli aveva dato il suo perdono; e nondimeno lui l’aveva esortata a fuggire. Lo stallone aspettava ancora nascosto nel bosco da qualche parte. E poi, quello sguardo... quell’ultimo sguardo prima del terribile fendente... Non era stata una distrazione a condannarlo alla sconfitta. All’attacco disperato di Ivanhoe Bois-Guilbert avrebbe facilmente opposto una difesa; invece aveva allargato le braccia e offerto il petto. Rebecca era tanto concentrata a controllare i segni vitali del Templare da non notare tre figure che si avvicinavano dal vicino boschetto. «Giudea – la apostrofò una voce carica di disapprovazione – Sei stata dichiarata innocente, ma per me resti comunque una negromante: cosa vuoi fare a questo disgraziato, ora che è morto?» Rebecca alzò gli occhi, sorpresa. A parlare era stato l’uomo vestito da monaco. Un altro aveva un cappello a punta dotato di piuma e un lungo arco a cui si appoggiava; il terzo aveva un cappello simile, ma nessun arco, bensì una cetra a tracolla. «Parola mia, giudea – continuò l’arciere – Noi non abbiamo le sofisticherie di questo monaci armati. Emaniamo in fretta le nostre sentenze e, per quanto quest’uomo in vita non fosse proprio uno stinco di santo e neanche un sassone, era comunque un cristiano. Frate Tuck, vorresti provvedere a un buon funerale per lui?» Il monaco storse il naso: «Lo faccio in ossequio alla croce che ha sul mantello; l’ho visto sulle mura di Torquilstone e non ha di certo conquistato la mia simpatia» «Allora andiamo; prima lo seppelliamo cristianamente, prima potremo tornare alla Quercia» rispose l’arciere e si apprestò, con l’aiuto del menestrello, a sollevare il cadavere. «Se lo farete – intervenne Rebecca, frapponendosi – seppellirete un uomo vivo, condannandolo a una morte ben peggiore» All’udire quelle parole, tutti e tre gli uomini sobbalzarono. «Grande Signore! – esclamò il monaco – Questa donna ha già compiuto le sue cabale richiamandolo dall’Inferno!» Rebecca scostò il brandello di stoffa che teneva premuto contro il fianco del Templare, indicò prontamente la ferita e ribatté:«Guardate la ferita: converrete con me che non è mortale. E ascoltate: sentite anche voi? Respira piano, ma respira ancora!» I tre uomini dovettero riconoscere che non si trattava di magia: Bois-Guilbert non aveva mai superato la soglia dell’altro mondo. «Che cosa possiamo fare?» domandò il menestrello, rivolto all’arciere. Questi aveva un’aria cupa; il monaco rispose al posto suo: «Non possiamo farci niente. Io posso solo abbreviargli le sofferenze con un colpo ben assestato del mio bastone» L’arciere alzò le spalle: «Nella foresta non troverebbe chi lo possa medicare» «Potreste aiutarmi a portarlo presso il rabbino Nathan? Noi sapremo salvargli la vita» intervenne Rebecca. Nel frattempo Isaac li aveva raggiunti e aveva sentito le sue ultime parole: «Follia! – esclamò – La mia unica figlia ha perso l’intelletto!» e continuò a lamentarsi per tutto il tempo. L’arciere diede una rapida occhiata ai due compagni e disse: «Giudea, possiamo fidarci davvero delle tue intenzioni?» «Certamente!» «Ma figliola! Questo infedele ti ha quasi fatta bruciare come la buona Miriam, che il Signore accolga la sua anima nei cieli!» obiettò Isaac. «Attento a chi chiami infedele, giudeo! – ringhiò Frate Tuck – Ma su una cosa hai ragione: la tua generosità mi suona sospetta, ragazza» Rebecca deglutì: «Avete visto tutti che si è lasciato trafiggere. L’ha fatto per salvarmi la vita!» «Se tu, Frate Tuck, sei d’accordo con il padre, io lo sono con la figlia. Se quest’uomo non era sotto l’effetto di una magia, c’è solo un’altra spiegazione: amore» ammise l’arciere. Rebecca si sentì arrossire e senza rialzare lo sguardo sugli sconosciuti tagliò corto: «Vogliate portare il Templare dove vi ho detto e avrete una giusta ricompensa per la vostra compassione». I tre accettarono di buon grado. E i lamenti del povero Isaac non sortirono alcun effetto. Rebecca avvertiva con ansia lo scorrere del tempo: la ferita, in sé, non era mortale, ma Bois-Guilbert rischiava il dissanguamento. Isaac aveva un cavallo; lo stallone nero del Templare fu trovato tra gli alberi a brucare. L’arciere montò in sella e caricò il ferito, dando di sprone per fare più in fretta. Non aveva bisogno di guide che gli indicassero la casa di Nathan. Rebecca lo seguì con il cavallo del padre; Isaac e gli altri due avrebbero continuato a piedi.
  10. lucille94

    La stoffa magica 2 (prima parte)

    Ciao! Eccomi a commentare il secondo capitolo Nel complesso mi sembra molto buono: introduce nella storia l'elemento "magico", "fantastico" in modo inaspettato. A questo punto, l'interrogativo di una lettrice alle prime pagine diventa: oltre a modificare la propria forma, la maglietta può avere effetti anche su chi la porta e su chi le sta intorno? Quale ruolo avrà nel corso della vicenda? Riguardo alla trama non ho grandi osservazioni da fare: il tuo stile sarcastico inserisce bene la protagonista nel suo contesto scolastico. Unico appunto: mi sembra eccessivo che una professoressa spedisca fuori dall'aula tre studenti solo perché questi si sono scambiati poche parole sottovoce... Nella mia classe non accadeva nemmeno contro i disturbatori seriali! Comunque, ti suggerisco piuttosto di motivare l'uscita di Arianna proprio con l'inadeguatezza della maglietta, su cui accentua l'attenzione il commento della prof. Anche qui, parlo senza sapere cosa succederà subito dopo la loro uscita e non posso giudicare la tua scelta... Probabilmente ti servono tutti e tre i personaggi fuori da quella classe. Confermo la mia intenzione di proseguire la lettura, possibilmente commentando capitolo per capitolo... Sempre che a te non spiaccia! Fammi sapere cosa ne pensi! Lucille
  11. lucille94

    Cassandra - primo capitolo

    Commento Sembra strano come le cose passino veloci. La mente è sempre pronta ad accantonare il passato per far spazio a un presente sempre più ingombrante: studia questo, impara quello, e la poesia, e l’impegno del sabato sera (beh, in realtà questo non dispiace). Ebbene, alla veneranda età di (quasi) diciannove anni, credo di avere un bagaglio immane sulle spalle, un bagaglio che nessun uomo ha mai avuto o pensato di poter avere. Esistono gli storici: ma volete mettere che differenza tra sapere perché si è studiato e sapere perché si è vissuto? Io faccio parte della seconda categoria, e posso affermare con orgoglio di essere l’unico del gruppo ancora vivente: a quanto ne so, tutti gli altri sono morti e sepolti da un pezzo. Dato che non ci crederà mai nessuno, ho pensato di metter giù qualche pagina per qualcuno che vorrà leggere, qualcuno che proprio non ha niente da fare ed è disposto a scendere a patti con un buffone come me, un buffone che racconta solo la verità. La verità, sì. Tanto penserete che sono tutte fantasie, esattamente come vi ho detto. Non voglio anticiparvi nulla: era l’anno scorso, l’anno dei diciotto. In più, da secondogenito ero diventato praticamente figlio unico da quasi due anni, da quando mio fratello aveva pensato bene di togliersi dalle scatole sposando la sua ragazza e uscendo definitivamente di casa. Alleluia! Non pensate a un inizio mozzafiato. La mia era la vita che fanno tanti adolescenti: andavo a scuola, nel week-end calcetto con gli amici, teoria di scuola guida qualche pomeriggio alla settimana. Non mi annoiavo quasi mai, avevo sempre qualcosa da fare insomma. È così ancora adesso che di anni ne ho quasi diciannove. Probabilmente a questo punto vi starete seriamente chiedendo cosa ci sia da scrivere allora, cosa ci sia da raccontare... Forse avete la mia stessa età o press’a poco, e non ci trovate niente in qualcosa che vi racconti la vostra vita per filo e per segno. Ma è qui che interviene l’elemento straordinario del racconto: io non l’ho cercato, non l’ho voluto. Me lo sono beccato. E non è che ne fossi tanto entusiasta. È capitato, è capitato a me. Per questo adesso sento l’esigenza di raccontarlo. Tutto cominciò da una tenda da campeggio. Io e Mich, cioè Michele, il mio vicino di casa, che siamo coetanei, eravamo di strada per andare al liceo. Era una mattina di aprile, poco dopo le vacanze di Pasqua. I cartelloni pubblicitari erano tappezzati con i manifesti degli sconti del vicino supermercato di attrezzature sportive. La vedemmo, e fu nostra: la tenda cinque posti azzurro turchino con finiture cobalto e cerniere doppie interne ed esterne e quattro sezioni separate (cinque se contiamo quella centrale). Modello CLIOpro pt5. E come ho detto si trattava di sconti megagalattici. «Fiiiiiiico!» aveva detto Mich, senza nemmeno valutare il problema portafogli. Ma a quello avevo pensato io: erano 50 euro ciascuno se si aggiungeva alla èlite di proprietari della fantastica tenda CLIOpro cinque posti azzurro turchino eccetera anche il resto della compagnia, vale a dire Flà (Flavio), Lostè (Stefano) e Ben (Alberto). Ne parlammo e naturalmente tutti risultammo d’accordo. Si presentava subito l’occasione di usarla: mio papà aveva categoricamente asserito, come dice lui, che se volevamo andare in vacanza tutti assieme per festeggiare l’ingresso nell’età adulta c’era solo una possibilità per me. La casa in collina. Cavolo, la casa in collina no, dai. Sai che noia, sbuffavo. C’ero stato due volte prima che i nonni passassero a miglior vita e non ne ero rimasto per niente contento. E poi che vai a raccontare alla classe? Sì, abbiamo fatto serata come se non ci fosse un domani... nella casa in collina dei nonni. Sai le risate? Ma quello era (per questioni economiche) e già da mesi ci eravamo accontentati. Esigevamo, a questo punto, di rendere le cose un pochettino, ma poco, più interessanti. Una tenda faceva al caso nostro. Una bella notte fuori di casa ce l’eravamo meritata affrontando eroicamente gli ostacoli come gli Spartani alle Termopili. Riuscimmo a convincere i nostri genitori dopo qualche giorno di preghiere e carinerie (perché siamo tutti dei gran ruffiani), e cominciammo a preparare il programma con annessa lista di cose da comprare: immancabili birra e schifezze varie che non sto ad elencare. Il tempo da allora sembrava non voler passare più. La scuola sembrava non voler finire più. Mich e Flà si beccarono l’affezionato debito in matematica. Giugno passò alla velocità di una tartaruga. Ed ecco finalmente luglio: e una bella mattina di luglio (abbiamo anche dovuto aspettare che mia mamma arrivasse alle settimane di ferie) ci dividemmo tra la macchina di mio padre e quella del padre di Mich e partimmo con la tenda legata saldamente sopra il tettuccio della nostra auto, chiamati dall’avventura. Inutile insistere per passare subito la prima nottata all’aperto. Papà disse categoricamente no, e aggiunse categoricamente che avevamo una settimana. Che aspettassimo, insomma! La solita gioventù impaziente. E va bene, niente tenda la prima notte... ma un bel giretto per il paese era d’obbligo. Col poco che mi ricordavo fui un pessimo cicerone per i miei amici. Ma a loro non importava un fico secco, come neanche a me, di Cicerone, della storia del paese, di quali parenti abitassero in una casa piuttosto che in un’altra. Che alla fine poi le porte erano tutte sbarrate, perché qui la gente ci arriva in agosto, mica in luglio. Sospettavamo che mio padre l’avesse fatto apposta per fare in modo che meno gente possibile ci conoscesse per quei vandali che lui pensava che fossimo. Simpatico, vero? Ma conoscendolo lo avrà di certo fatto apposta. La poca gente che incontrammo sulla strada aveva superato la soglia dei settanta, parlava in dialetto con la bocca sdentata e, vi giuro, in cinque capivamo sì e no le stesse tre parole. Non c’era molto da fare, oltre che andare su e giù per l’unica vera via asfaltata (per il resto la strada era fatta di ciottoli di fiume incastrati, se andava bene, altrimenti direttamente di terra battuta). Questa via finisce in una piazza abbastanza spaziosa, su cui si affacciano le uniche vetrine del paese, esattamente dirimpetto alla chiesa: nell’ordine il panettiere/pasticcere, la drogheria, il bar. Ma non aspettatevi nulla di più di un tavolino per giocare a carte: niente musica, niente ragazze, niente vita. Mentre eravamo in piazza, seduti su una panchina, raccontai quello che sapevo della storia del paese: in passato era stato un centro modestamente importante e popolato, con tanto di podestà o come si chiama. Aveva poi avuto il suo castello e il suo conte, tutta roba che ormai si stava dimenticando. Solo i più vecchi di tanto in tanto saltavano fuori a raccontare qualche storia che sembrava più una leggenda che un racconto di storia vera e propria. Mi era capitato, da piccolo, di ascoltarne qualcuna, ma dissi, ridendo, che ero già abbastanza intelligente a cinque anni per capire che erano tutte favole per spaventare i bambini e non farli andare a curiosare nei ruderi. Cosa che effettivamente mi sarebbe sempre piaciuto fare, perché mi dava l’idea di sfidare le regole. Diciamo che il castello sarebbe stata l’unica cosa davvero interessante in quel paesino, se solo si fosse potuto arrivare fin là: fino a qualche decennio fa c’era una strada che vi portava, e ci si poteva arrivare comodamente in macchina, tanto era ben tenuta. Poi, il proprietario dei campi vicini era morto e i suoi figli erano andati ad abitare in città, lasciando tutto alla grazia di Dio. Erano cresciuti i rovi e le piante più varie, e ora ci si lamentava solo per i fantastici funghi che si trovavano lì intorno, ormai fuori portata perché sarebbe servita troppa fatica a raggiungerli. Ecco, questo era l’unico rimpianto della gente del posto. I funghi. Ma anche ai miei amici interessava poco di quanto dicevo. Tornammo in casa e ci piazzammo davanti alla televisione della nostra camera. Ecco: questo fu il nostro primo deludente giorno.
  12. lucille94

    La stoffa magica 1

    Ciao @Lo Strappacarte! Sono incappata nel tuo primo capitolo e l'ho aperto aspettandomi di essere catapultata in qualche ambientazione fantastica con elfi, folletti e unicorni (per via dell'etichetta e della mia scarsa esperienza con questo genere). Invece, fin dalle prime righe, mi sono sentita sempre più coinvolta dal tuo personaggio che, confesso, mi riflette non poco! Anch'io odio lo shopping! Mi ha colpito questa tua capacità di dare al personaggio di fantasia un carattere realistico, in cui ci si può ritrovare. Ti consiglio solo di indagare più approfonditamente il rapporto madre-figlia, per non ridurlo a un banale conflitto tra due stili di vita... La mamma è sempre la mamma, no? Ammetto che forse, prima di farti queste osservazioni, dovrei leggere i capitoli seguenti che mi pare tu abbia già pubblicato. Non preoccuparti, continuerò la lettura dopo questo accattivante inizio! Non ho finito: volevo dirti che ho apprezzato i riferimenti alla cultura classica con il mito di Arianna e il Minotauro, con annessi fili eccetera... Se all'inizio mi sono parsi un po' forzati, man mano hanno trovato il loro posto nel quadro generale e, anche qui, complimenti! Per quanto riguarda osservazioni su grammatica e sintassi, non ho nulla da aggiungere a quanto detto da Anna Magic. Non mi resta che dirti: a risentirci al prossimo capitolo!
  13. lucille94

    La mia presentazione

    Ciao a tutti! Per voi mi chiamerò Lucille (nome che mi ha sempre affascinato e mi sarebbe piaciuto avere). Sono una studentessa universitaria, facoltà di Lettere e Filosofia, appassionata di letteratura e storia. Scrivo da quando avevo 14 anni, ho cominciato per imitare una mia amica e a un certo punto mi sono accorta di non poterne più fare a meno! Il mio stile è cresciuto insieme a me ma, come me, ha ancora da maturare, nonostante siano passati quasi dieci anni dalla mia prima pagina. Sono qui anche per questo: ho deciso che è il momento di aprire a potenziali lettori i miei tesori, raccolti e custoditi nel corso del tempo. Ho molte idee in cantiere e mi piacerebbe poterle mettere tutte per iscritto... Chissà che un giorno non ci riesca? Ma quel giorno segnerebbe la fine della mia passione preferita! Parlando di generi, prediligo scrivere romanzi storici con rarissime incursioni nel fantasy. Spero di non aver infranto inavvertitamente qualche regola del forum, in queste cose mi capita di essere un po' sbadata! Non vedo l'ora di conoscervi e fare amicizia! Lucille
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