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Marissa1204

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  1. Marissa1204

    Il fiato del drago

    La terra aveva tremato di nuovo. Quella volta era successo durante la notte. Tutto era iniziato con un vento che ringhiava al di fuori delle imposte chiuse, come un animale famelico. La casa tremava tutta; sembrava di essere al centro di un tornado. La bambina era sdraiata nel suo lettino dalla trapunta con i disegni delle principesse Disney; non riusciva a dormire. Nella sua immaginazione, quello non era il vento, ma l’uomo nero che voleva rapirla. Stringeva a sé l’orsacchiotto di peluche con il papillon rosso, che le sussurrava di stare tranquilla, che lui l’avrebbe protetta dall’uomo nero. La stanza era avvolta nel buio come un mantello nero; la lucina da notte era fulminata e l’unica fonte di luce era la spia verde della lampada d’emergenza che proiettava ombre inquietanti sul muro, nonostante fosse flebile. Gli occhi della bambina erano spalancati e le orecchie tese a captare qualsiasi rumore al di fuori del vento che ringhiava. Il suo respiro era alquanto affannoso e sentiva le guance bagnarsi dalle sue lacrime di paura, mentre stringeva il peluche talmente forte da non farlo respirare. Stava assorbendo le sue lacrime, come faceva sempre: era un amico fedele lui. Sentì improvvisamente qualcosa che sbatteva violentemente fuori; la bambina scattò in piedi. «Che cos’era, Fred?» sussurrò al peluche. La bambina scostò le coperte e appoggiò i piedi nudi sul cotto freddo, rabbrividendo. Abbracciò Fred, come se fosse il suo scudo e si avvicinò al balcone: era da lì che aveva sentito il rumore. Deglutì; sentiva la gola secca. Aveva sempre avuto paura dei tornado. Aprì il balcone, avvertendo immediatamente il freddo vento che la schiaffeggiava. Abbassò anche le imposte, quanto bastava per permetterle di vedere fuori: era meglio se non lo avesse fatto. C’era davvero un tornado: vedeva buste di plastica volare da sole come fantasmi; le fronde degli alberi scosse a tal punto che potevano essere strappate dalla terra; i pali dell’elettricità che danzavano, rilasciando un suono come di uno sciame d’api. Ed ecco che accadde tutto in un attimo. La bambina non capiva cosa stesse succedendo. Sentì una strana vibrazione con i piedi nudi sul pavimento; istintivamente alzò lo sguardo sul soffitto e vide gli striscioni di carta velina appesi al lampadario muoversi da soli. E la vibrazione si intensificò, fino a fare cadere in ginocchio la bambina che iniziò a urlare e a chiamare la mamma. Non c’era bisogno delle sue grida: i suoi genitori si erano già svegliati in preda al panico e la prima stanza in cui si erano precipitati era quella della figlia. La madre aveva il volto contratto in una smorfia di dolore, sembrava essere stato deformato dalla plastilina; il suo papà urlava alla moglie di prendere la bambina e di uscire immediatamente. La bambina piangeva in preda al panico: prima l’uomo nero, poi il tornado e ora la terra tremava. Che succedeva? La madre l’afferrò e si precipitò lungo le scale, chiamando i vicini già in allerta. La bambina cercava di tenere stretto Fred, che non voleva perdere per nulla al mondo. Scendere le scale con una bambina di otto anni in braccio non era cosa facile, aggiungendo anche il fatto che le scosse ne destabilizzavano l’equilibrio fisico e mentale. La bambina, dalla spalla della madre, vedeva altre persone precipitarsi lungo le scale con vestaglie e pigiami, mentre sopra il boato delle scosse di terremoto distruggeva il palazzo. Sembrava che un enorme drago stesse camminando su di loro, sgretolando quella scatola di cemento come se fosse stato un grissino. Ma il drago fu più veloce di loro. Nella confusione, Fred cadde e la bambina urlava e si dimenava per tornare a riprenderlo, rendendo tutto ancora più difficile. Nessuna delle persone dietro di lei si chinò a raccoglierlo e a ridarglielo, tutti volevano scappare perché era questione di secondi se volevano salvarsi. In giro si sarebbero trovati milioni di orsacchiotti, ma la vita era una. Il drago fu più veloce e mattone dopo mattone sgretolò quel grissino di cemento, imprigionando tutti. La mattina dopo, quando i vigili del fuoco giunsero sul posto per cercare persone sotto le macerie, con grande rammarico trovarono solo un orsacchiotto con un papillon rosso, sporco di polvere, con lo spettro della casa distrutta dal drago attorno ad esso.
  2. Marissa1204

    Il fiato del drago

    @RomBones Grazie per avermi letto e per la tua opinione
  3. Marissa1204

    Il Cavaliere (Capit 1)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/45676-demonite-13/?do=findComment&comment=825642 L'aria era gelida, arrivava fin nelle ossa, portata dal vento forte che spirava. Lo skyline della città di Liverpool era uno striscione di robusti edifici eleganti, al di sotto dei quali sfrecciavano le auto e i bus verde acqua, pieni di persone chiuse nei propri pensieri. Chi tornava a casa, chi andava a lavorare, chi a sballarsi: era pur sempre una città che non distingueva il weekend dai giorni infrasettimanali. Era sempre il momento di fare baldoria. La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo, nonostante ottobre fosse appena iniziato. Musica proveniente da ogni angolo, che animava i bar della città. Essa, però, era sovrastata da quel vento che riempiva le orecchie. Era il porto di Liverpool, divisa in varie aree. Una suora, con il cappotto chiuso e il capo chino per evitare che il vento le colpisse il viso, passeggiava su quel lungofiume. Erano poche le persone che percorrevano quel tratto: di giorno era bellissimo, perché era tranquillo rispetto al centro, ma la sera c'era troppo freddo. La suora camminava immersa nei suoi pensieri, mentre le luci di Birkenhead, giusto di fronte, ammiccavano in sua direzione. Quando aveva dei cali di fede, andava in quel posto perché il vento l'aiutava a schiarirsi le idee. Era giovane: aveva solo venticinque anni. A volte si chiedeva perché avesse scelto di diventare suora e quindi passare la vita a pregare e amare Gesù, invece di farsi una famiglia come tutte le sue amiche. Sistemò il velo nero sulla testa, spostato dal vento, mentre il rosario in legno che aveva al collo sventolava. Si aggiustò una ciocca di capelli castano dorato dietro l'orecchio e si fermò ad ammirare il panorama. L'ultima volta che aveva avuto a che fare con uomo prima di diventare suora, non era andata bene: le aveva spezzato il cuore in modo assurdo, non voleva pensarci. A volte, però, il suo volto le appariva in sogno, causandole un tremito al cuore. Era stato difficile dimenticare il dolore che le aveva causato: si asciugò una lacrima maleducata che il vento insinuatosi negli occhi le aveva cacciato. Il trench lungo nero non poteva fare nulla contro il vento. Con una mano si chiuse il colletto, sperando di riparare almeno la gola. Si udì un gracchiare di qualche cornacchia lontano e la suora rabbrividì: era terrorizzata dai corvi, a causa di un horror che aveva visto da bambina in cui uno stormo mangiava gli occhi dei cadaveri appesi per la gola. Sapeva che quegli animali non l'avrebbero mai fatto su un umano vivo, ma il brivido lo avvertì comunque. Non si pose il problema che magari fosse strano che un corvo fosse ancora sveglio, visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che sentì anche lo sbatacchiare delle sue ali. La suora aumentò il passo: voleva allontanarsi il più possibile. Voleva stargli alla larga. Non ricordava da quanto camminasse, fatto sta che era arrivata al Princes Dock, il punto più a nord dell'area portuale. Lì il vento era anche più forte e faceva avvertire le temperature più basse di quel che erano in realtà: era il momento di tornare o le sorelle si sarebbero preoccupate. Ma qualcosa la distrasse: davanti a lei c'era una colomba bianca. Era candida, bellissima: volava in circolo con il becco rivolto verso il basso, come se cercasse qualcosa. Non emetteva alcun suono, ma la suora poté sentirne la preoccupazione. Perché una colomba dovrebbe esserlo? Poi l’animale vide la suora guardarla e forse, spaventata, volò verso nord risalendo il Princes Dock. La suora rimase con il naso all'insù, con la fronte corrugata: non la vedeva più. Che strano fenomeno: neanche le colombe erano degli animali notturni. Stava tornando verso la strada principale per rientrare in convento, quando vide di nuovo la colomba bianca volare in circolo e fare le identiche cose di poco prima. La suora, vinta dalla curiosità, la seguì, ma la colomba era veloce e sparì in lontananza. La suora rimase interdetta e si diede della sciocca per ciò che aveva appena fatto. Quando si voltò, a terra accanto a uno dei pali di sicurezza, c'era un involucro di coperte. Poteva essere stato lasciato da un barbone e quindi pieno di batteri e altre cose. Fece per allontanarsi, quando dall'involucro, udì un gemito. La suora spalancò gli occhi e si voltò di nuovo, per scostare le coperte. Forse qualcuno aveva abbandonato un cagnolino: che azione ingrata. Scostò un lembo e vide che al suo interno c'era un bambino, completamente rosso, forse nato da poco, con i capelli scuri, che agitava i pugnetti. La suora si portò una mano alle labbra: chi avrebbe potuto abbandonare in quel modo e in quel luogo un neonato? Il bambino cominciò a piangere disperato, mentre la suora non sapeva cosa fare: si guardava intorno, sperando che ci fosse qualcuno. Qualcun altro. Si pentì subito di quella vigliaccheria. Prese le coperte tra le braccia e decise che avrebbe portato il bambino in convento, così da chiamare un dottore per farlo visitare. Corse lungo la strada, sperando di non far del male al neonato. Attraversò l'enorme carreggiata che separava il porto dal centro e si addentrò in città. Si fermò alla fermata dell'autobus, cullando il piccolo e calmando il suo respiro affannoso. C'erano persone lì, ma non badavano a quella strana coppia. Ognuno era immerso nella propria vita, già piena di problemi, perché caricarsi anche quelli degli altri? Avrebbe potuto chiamare un taxi, ma aveva portato con sé solo il suo abbonamento per gli autobus. Per fortuna, il piccolo si era calmato e si limitava a fissarla con aria interessata. Il batticuore della suora si era placato mentre meditava su cosa fare adesso con quel bambino. Finalmente il numero 25 arrivò, accostandosi: lasciò che tutti salissero, per farlo poi lei. Mostrò l'abbonamento e andò a sedersi, tenendo il bambino sulle gambe: era ancora sveglio e silenzioso. Approfittò del viaggio, per guardarlo: chi avrebbe potuto fare un'azione del genere? Sarebbe stato meglio lasciarlo in un ospedale, al caldo e al sicuro, con un tetto sulla testa e cibo disponibile. Lasciarlo su un lungofiume al freddo era da mostri. La suora continuava a cullarlo, sorridendogli, mentre la tensione si allentava. Chissà come si sarebbero comportati adesso? Dovevano portarlo alla polizia? Giunsero al convento: lì il vento era meno forte, ma la suora rimboccò lo stesso le coperte al piccolo. Il convento era negli stessi giardini della cattedrale di Liverpool: era della stessa muratura marroncina della chiesa principale, ma più piccola. L'imponenza di quell'edificio bloccava sempre il respiro della suora: sembrava un enorme madre che sorvegliava su tutta Liverpool. In quel convento, c'erano una decina di donne che avevano affidato il loro amore a Dio e vivevano facendo opere di carità: ogni mattina, aprivano le porte del convento ai vagabondi che richiedevano aiuto. E man mano che gli anni erano passati, quelli erano aumentati sempre di più. Ma per la loro fede, non potevano chiudere in faccia la porta a chi ne aveva bisogno solo perché a stento ce la facevano loro. In più avevano accolto tre giovani orfanelli, in attesa che venissero adottati. La suora si avvicinò alle porte in legno di faggio e sentì un leggero chiacchiericcio provenire dal suo interno: le suore forse si accingevano a cenare. La suora fece un profondo respiro, diede un ultimo sguardo al bambino per darsi forza e spinse le porte. Camminò lungo il piccolo corridoio ed entrò nella cucina. Le suore a vederla entrare improvvisamente si zittirono, poi notarono qualcosa che non andava. «Suor Elizabeth, che hai là?» Suor Elizabeth tirò un sospiro e raccontò ciò che aveva passato: passeggiando, aveva trovato il bambino e non poteva fare finta di nulla, così l'aveva portato in convento in modo da decidere cosa fare. Intanto aveva appoggiato il bambino sul tavolo e le suore lo circondarono incuriosite. «Ma sei impazzita? Perché portarlo qui? Dovevi portarlo in ospedale!» ringhiò suor Victoria. Elizabeth arrossì.
  4. Marissa1204

    Il Cavaliere Capit 1 parte 4

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/46975-la-messa-pt-3/?do=findComment&comment=829131 «Devo parlarne con mio marito. Ti ringrazio, Elizabeth, sapevo di essermi rivolta alla persona giusta!» la ringraziò, baciandole le mani. Dopodiché continuarono a passeggiare, mentre Elizabeth le raccontava tutto di Marissa. Quella sera raggiunse la bambina in camera per darle la buonanotte, già sicura che Deborah e Richard avrebbero adottato la piccola. Se fosse stata una donna in cerca di un figlio, non ci avrebbe pensato due volte. «Nessuno mi vuole!» esordì la piccola, vedendola entrare. Anche quel giorno aveva incontrato l’ennesima coppia che le “avrebbe fatto sapere”. Elizabeth era stata fermata da Margaret e le aveva detto che l’ultima coppia era rimasta sconcertata da ciò che aveva detto sulla sua “mamma di prima”. Le si strinse il cuore a vedere quel faccino dalle guance tonde e gli occhi tristi. Le si inginocchiò accanto, mentre la bambina era seduta sul letto. «Marissa, non pensarlo neanche per un attimo. La gente è solo spaventata da ciò che non capisce. Tu sei molto speciale e simpatica: c'è una mia amica che sta cercando una bambina bella come te. Domani verrà a conoscerti: sorridi e mostra i tuoi bellissimi disegni e Dolly Molly. Impazziranno di gioia» propose la suora, facendo un cenno alla bambola dai capelli biondi appoggiata al cuscino, la sua preferita. Marissa le lanciò le braccia al collo. «Vorrei te come mamma!» le sussurrò all'orecchio. Elizabeth sentì i suoi occhi sgranarsi e il cuore sciogliersi nel petto: nessuno l'aveva mai chiamata così e le mancava la possibilità di avere figli suoi. Ma ormai la decisione era stata presa e non la rimpiangeva. Avere Marissa come figlia sarebbe stata la cosa più bella al mondo. L'abbracciò forte. «Ti voglio un mondo di bene!» sentenziò baciandole le manine morbide. «Anch'io, mamma!» Bene questo è l'ultimo pezzo del capitolo primo del Cavaliere, il mio nuovo romanzo fantasy. Spero che sia piaciuto e non esitate a lasciarmi la vostra opinione
  5. Marissa1204

    Il Cavaliere Capit 1 parte 4

    Grazie di avermi letto di nuovo @bwv582 Ebbene la parte fantasy si avrà fra qualche capitolo proprio per l effetto sorpresa di cui parlavi. Sono d'accordo sull'idea di spezzare il capitolo in modo da ampliarlo. Ti ringrazio Alla prossima
  6. Marissa1204

    Il Cavaliere Capit 1 parte 3

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/46907-la-messa-pt-2/?do=findComment&comment=827957 Dopo una decina di giorni dal ritrovamento, ricevettero una chiamata dal capitano Holm. «Buon pomeriggio, sorelle. Scusate il disturbo: ho condotto le mie ricerche e non ho trovato denunce di scomparsa di neonati in tutta la Gran Bretagna né ne sono state fatte in questo lasso di tempo. Potete aprire le adozioni per la piccola, intanto. Buona giornata!» Suor Elizabeth esultò: era la più bella notizia di sempre, dopo aver saputo che la bambina aveva superato la prima notte. Così decisero di darle un nome: la Madre Superiore scelse il nome Marissa, come la sua povera nipote morta in un incidente stradale qualche settimana prima in Italia. Secondo la suora, era stata proprio sua nipote a mandarle la bambina: su certi versi, ne sembrava proprio l'impersonificazione. Ma le altre suore non erano dello stesso parere: come poteva esserlo? La nipote della Madre Superiora aveva i capelli neri come la pece e due occhi grandi e talmente scuri che non si distingueva l’iride dalla pupulla. La loro Marissa invece aveva una folta capigliatura castano scuro con due bellissimi occhi castano chiaro dal taglio piccolo; per non parlare delle sue bellissime guanciotte e le labbra sempre chiuse in un broncio. Nonostante questo, le suore accettarono quel nome anche perché significava “donna forte e guerriera” e la piccola si era dimostrata tale fin dal giorno che la trovarono. E intanto i mesi passavano e poi anche gli anni, ma nessuno che aveva conosciuto Marissa voleva adottarla. La bambina aveva cominciato a sviluppare un bel caratterino focoso: se vedeva qualcosa di strano nella coppia con cui aveva un appuntamento o se dicevano qualcosa di sbagliato, cominciava ad urlare. I suoi scatti di ira erano preoccupanti, soprattutto perché poi per calmarla ci voleva un sacco di tempo. Con gli altri bambini, era un po' asociale: essendo l'unica femminuccia e la più piccola, non permetteva agli altri di toccare i suoi giocattoli. E questo era un’altra causa dei suoi scatti di ira. Suor Elizabeth ricordò addirittura che una volta, una coppia disse di avere una bella piscina in casa e lei iniziò a urlare dicendo di aver paura dell'acqua. La suora presidiava tutti i colloqui, perché sembrava essere l’unica capace di calmarla e quando le coppie rifiutavano la piccolina sentiva il suo cuore sbriciolarsi: le voleva un bene dell’anima. A volte, avrebbe voluto togliersi la tonaca e tornare alla vita di prima solo per poter adottare Marissa. Poi quando ebbe intorno ai quattro anni, la bambina cominciò a raccontare delle storie strane. A differenza degli altri bambini che avevano tenuto sotto custodia, le suore dovettero insegnare a Marissa a parlare e camminare e lei aveva appresso abbastanza in fretta. Scandiva molto bene le parole quando le pronunciava, soprattutto quelle più semplici, mentre per le più difficili si bloccava e lasciava che fosse una delle suore a dirle. E questa era una delle doti che colpiva le coppie in visita. Una sera, suor Elizabeth stava giocando con Marissa: la vedeva intenta a dare il té alle sue bambole, con la sua camminata goffa. «Lo sai che io so nuotare?» biascicò ad un certo punto, posando la finta teiera. «Davvero? Ma tu non hai paura dell'acqua?» chiese la suora, stranita. La bambina scosse la testa, in modo buffo, i capelli che danzavano con lei. «E chi ti ha insegnato?» continuò la suora. «La mia mamma!» rispose sicura la bambina. Suor Elizabeth non si fece sconvolgere da quella risposta: è del tutto normale che una piccola orfana volesse immaginare di avere una mamma che le avesse insegnato a nuotare. Continuò a farle domande, sempre per assecondarla. «E com'è la tua mamma?» «È una bella signora alta, con i capelli biondi e gli occhiali. È anche molto simpatica» continuò, servendo i finti biscotti alle sue bambole. «E dov'è adesso?» «A casa: è ora di mangiare» «E cosa cucina di buono?» «Il brodo; la pasta piccola e tante cose buone» Suor Elizabeth adorava i bambini: la loro immaginazione era straordinaria. «L'hai vista oggi?» Marissa abbassò lo sguardo ed esibì un'espressione triste. «Non lo so: non la vedo da quando sono morta» Suor Elizabeth spalancò gli occhi: la morte era un argomento che non aveva mai affrontato con la bambina. E poi perché avrebbe dovuto? Aveva solo quattro anni e una vita intera: perché pensare alla fine? Quella conversazione aveva un che di surreale e a peggiorare il tutto era il fatto che Marissa continuava a giocare come se stessero parlando di giocattoli. «Cosa intendi, Marissa?» «Stavo tornando a casa e poi ho visto tutto buio; faceva freddo. Poi non ricordo più nulla» Ma di cosa parlava? Quei racconti erano inquietanti. Che uno dei bambini più grandi glieli avesse raccontati? «Spero solo che non è troppo triste senza di me» proseguì. «Di cosa parli, Marissa?» «Della mia mamma di prima: non sono neanche riuscita a dirle quanto le voglio bene. Sono morta all'improvviso e mi sono svegliata qui!» Queste erano le storie che raccontava ai genitori in visita: sperava che tra loro ci fosse la famosa “mamma di prima”. Che per qualche miracolo, il Signore le facesse rincontrare. Ma non era ancora accaduto. E mai sarebbe accaduto. Suor Elizabeth ne parlava con la Madre Superiora che non sapeva spiegarsi di cosa blaterasse. La giovane suora era l'unica che passasse molto tempo con la piccola, in cui si rivedeva. La Superiora le aveva imposto di impedire a Marissa di parlare ancora di queste cose, altrimenti non avrebbe mai trovato una famiglia. «Dille che la mamma di prima sta bene e che lei deve continuare la sua vita!» sbraitò la Superiora. «Ma è solo una bambina! Non posso dirle queste cose: urterei i suoi sentimenti!» «E cosa vorresti fare, Elizabeth? Assecondarla sempre? O ti vuoi mettere alla ricerca della sua “mamma di prima”? Per me è solo una cosa che ha inventato Marissa per cercare di avere una figura materna accanto!» Suor Elizabeth lasciò perdere quell'argomento con la Madre Superiora e andò in chiesa. Non sapeva neanche lei che pesci prendere. Una cosa era certa però: non avrebbe detto a Marissa di lasciar perdere la sua mamma. Era una bella domenica soleggiata: il sole è il sorriso di Dio, questo sosteneva suor Elizabeth. Era ancora presto per la messa domenicale, perciò i fedeli stavano recitando il rosario. Tra queste vide Deborah Norrington, una sua amica di vecchia data: era un'assidua frequentatrice di quella cattedrale. Suor Elizabeth si sedette sulla panca accanto a lei e la sua amica la salutò, bisbigliando. Quando la messa finì, Deborah le chiese di poter fare quattro passi. Uscirono sul prato dorato dal sole e passeggiarono, mentre si raccontarono le ultime novità. «Come sta Richard?» chiese suor Elizabeth, sorridendo. Richard era il signor Norrington, un ricco proprietario terriero, con un senso dell’umiltà unico nel suo genere. «Benone! Suo padre ha fatto testamento e gli ha lasciato la villetta e il terreno vicino Windsor. Quindi ci trasferiremo a breve» esclamò sorridendo. Ma Suor Elizabeth notò un velo di tristezza nei suoi occhi. «Il matrimonio non procede bene?» Deborah sorrise imbarazzata. «Sì, molto bene: Richard è fantastico. Solo che stiamo cercando di avere un bambino e non ci riusciamo!» ammise, con lo sguardo basso. Suor Elizabeth continuò a camminarle accanto, non sapendo cosa dirle. «Provateci di nuovo o fai un controllo!» propose. «È da un anno che ci proviamo, ma niente. Credo di essere io il problema: ho solo paura di perdere mio marito. So che voi al convento avete dei bambini da dare in adozione: stavamo pensando a quella strada.» Suor Elizabeth si illuminò. Come aveva fatto a non pensarci prima? «Ho una bambina adorabile di quattro anni, che non riusciamo a dare in adozione: è una bellissima bambina solare e simpatica e molto intelligente. Parla già molto bene per la sua età. Solo che a volte ha degli scatti di ira, ma non farti condizionare: è un agnellino!» Deborah sorrise: avrebbe voluto vederla, ma doveva prima parlarne con Richard. (continua)
  7. Marissa1204

    Il Cavaliere Capit 1 parte 3

    @bwv582 In questo frammento comincia a delinearsi il personaggio di Marissa e qualcosa di particolare che le appartiene, come la convinzione di avere una madre che le ha insegnato a nuotare, quando lei in realtà ha paura dell'acqua, fobia sviluppatasi anche per via del suo ritrovamento. Credo che tu abbia ragione e forse dovrei ampliare il capitolo e spezzarlo in due per essere più chiara. Grazie per la tua opinione A presto
  8. Marissa1204

    Il Cavaliere - Capit 1 - 2 parte

    Il Cavaliere - Capit 1 - Seconda parte «Dobbiamo chiamare la Madre Superiora. Lei sa sempre cosa fare» suggerì suor Mary, per evitare che le suore litigassero. «Suor Lorraine, chiama la Madre Superiora. E tu, Victoria, chiama il dottor Adenbrough» ordinò la suora più vicina al bambino. Suor Lorraine annuì e sparì oltre la porta, mentre suor Victoria si precipitava al telefono. «Chi mai abbandonerebbe un bambino così bello?» sospirò Suor Margaret. «Come lo chiamiamo?» esclamò John, il maggiore degli orfanelli, che, spinto dalla fame, si era precipitato in cucina. «Nessun nome! - esclamò la Madre Superiora sopraggiungendo – Questo bambino non può rimanere qui: il budget della parrocchia copre a stento le spese. Un'altra bocca da sfamare ci farebbe andare in rosso» «Ma Madre Superiora, non possiamo abbandonarlo anche noi» si intromise suor Elizabeth che si era già affezionata. «Lo si porta alla polizia e vediamo cosa ci suggeriscono. Adesso aspettiamo il dottor Adenbrough e vediamo cosa ci dice!» sentenziò la Madre Superiora e si accomodò sulla sua poltrona preferita accanto al caminetto. Le suore si guardavano l'un l'altra, timorose dai suggerimenti che le forze dell'ordine avrebbero potuto fornire, ma poi furono distratte da una strana puzza proveniente dal bambino. Le donne si voltarono con il volto inorridito e si guardarono, bisticciando un po' per chi avrebbe dovuto cambiarlo, soprattutto perché nessuno di loro l'aveva mai fatto. In convento, i bambini giungevano già abbastanza grandi, tipo dai cinque anni in su. Suor Elizabeth si fece avanti, per velocizzare quella faccenda spinosa. Tenendo i lembi della coperta con cui era stato avvolto il bambino, notarono che la madre non si era premurata di comprargli degli indumenti o dei pannolini. «Oddio!» esclamò la suora tappandosi il naso. Buttarono nel fuoco le coperte e fecero una bella scoperta. «È una femmina!» esclamò suor Elizabeth, stordita un po' dalla puzza. Ad un certo punto, qualcuno suonò al campanello del convento: sicuramente il dottor Adenbrough. «Suor Lorraine, va' ad aprire al dottore!» ordinò la madre Superiora dalla sua poltrona. La suora, che aveva giusto un paio di anni in più di suor Elizabeth, si inchinò alla donna e corse lungo il corridoio. Intanto, avevano lavato la bambina e le avevano messo uno strofinaccio. Il piccolo John era seduto su una sedia di paglia a distanza dalla bambina, soprattutto a causa di quell'operazione disgustosa a suo parere. Il dottor Adenbrough, un uomo alto dai capelli grigi e radi e occhiali appoggiati sul naso adunco, si fece avanti con la sua valigetta. Le suore lo salutarono cortesi e gli fecero spazio per vedere la bambina. «Dov'è che ha detto di averla trovata suor Elizabeth?» chiese il dottore, toccando delicatamente la pelle della bambina. «Sul lungofiume: faceva molto freddo: quindi è possibile che abbia la febbre!» rispose la suora. Il dottore tirò fuori un piccolo termometro elettronico e lo posizionò sotto l'ascella della piccola, la quale cominciò a strillare. L'uomo non si fece condizionare: era a contatto con i neonati praticamente tutti i giorni e anche se protestavano lui doveva fare il suo lavoro. Dopo qualche secondo il termometro emise un leggero bip, che si avvertì a malapena a causa delle urla della neonata. «Ha la febbre alta. Non so se riuscirà a passare la notte: dovete portarla in ospedale!» disse il dottore, procedendo a controllare la piccola. Suor Elizabeth si portò una mano alle labbra: povera piccola, appena venuta al mondo. «La porterò io in ospedale!» si propose combattiva. «Suor Margaret, tu andrai con lei. Io intanto chiamo la polizia e la faccio venire in ospedale: a quale andate?» si intromise la Madre Superiora. «Sarebbe meglio portarla all'ospedale pediatrico, così da avere cure più mirate. E vi conviene andarci alla svelta!» suggerì il dottore. Le suore annuirono ed Elizabeth scappò in camera a prendere qualche coperta di lana per tenere la piccola al caldo. Non riusciva a smettere di pensare che parte della colpa potesse essere la sua: magari se non avesse corso, la bambina avrebbe preso meno freddo. Avvolse la piccola nelle coperte e insieme a suor Margaret si precipitarono all'ospedale, mentre suor Victoria chiamava la polizia da mandare lì. Questa volta chiamarono un taxi, sapendo che ci avrebbe impiegato la metà del tempo rispetto all'autobus. Per tutto quel periodo, la bambina non smetteva di piangere, cosa che non faceva altro che aumentare il senso di colpa di suor Elizabeth. «Sta' tranquilla, Elizabeth, ce la facciamo!» la rassicurava suor Margaret. Menomale che c'era lei: la giovane suora non era convinta di farcela da sola. Giunse il taxi e chiesero al tassista di andare abbastanza veloce, visto che era un'emergenza. L'uomo accettò e cercò di fare il possibile. Suor Margaret aveva portato soldi contanti con sé, ignara di quanto sarebbe costato quel tragitto. Quando arrivarono all'ospedale, pagarono il tassista e si precipitarono al pronto soccorso, tra le urla della bambina. «Scusate, abbiamo trovato questa bambina giù al porto, abbandonata. Ha la febbre alta, aiutateci!» si disperò suor Elizabeth. I paramedici presero la bambina e l'appoggiarono su una piccola barella. «Non si preoccupi, signorina, da qui in avanti ci pensiamo noi!» disse il paramedico, conducendo la bambina verso la sezione pediatrica. «È solo una febbre Elizabeth, sta' tranquilla!» «Il dottor Adenbrough ha detto che potrebbe non superare la notte» «Se non l'avessimo portata in ospedale: ora siamo qui. Perciò sta' calma!» Elizabeth ascoltò il consiglio della sorella e si accomodò accanto a lei. Dopo qualche minuto, giunse la polizia. «Siete suor Elizabeth e Margaret?» chiese il poliziotto, leggendo su un taccuino. Le due donne annuirono. «Sono il capitano Holm! Ho ricevuto una chiamata dalla vostra Madre Superiora riguardo il ritrovamento di un neonato! - le donne annuirono di nuovo – Chi delle due l'ha trovata?» Suor Elizabeth si fece avanti e ripeté nuovamente la stessa storia che aveva raccontato chissà quante volte. «Ha visto qualcuno di sospetto in giro?» «Glielo ripeto: non c'era nessuno e comunque io stavo venendo da sud!» Il capitano annotò quel dettaglio e le chiese cosa facesse lì a quell'ora della sera: la suora gli rispose che era andata semplicemente a camminare. «Menomale, sennò la bambina avrebbe passato la notte al freddo e chissà se sarebbe stata trovata viva!» esclamò il poliziotto. «Non dica così, capitano! Il Signore non abbandona i suoi figli» sentenziò suor Elizabeth, che non voleva pensare a quella possibilità. «Mi può dare una descrizione della bambina? Così, analizzerò i casi di scomparsa: magari c'è qualcuno che la sta cercando e siamo nel bel mezzo di un rapimento. È possibile» Suor Elizabeth fornì i pochi dettagli della piccola, che il poliziotto annotò: i neonati erano tutti uguali. «Spero solo che questa storia abbia un lieto fine: quando ci sono di mezzo i bambini, a volte dimentico di rimanere neutrale!» sospirò il capitano, con un sorriso. Le suore annuirono. «Appena ho novità vi contatterò: nel caso questa povera creatura non abbia nessuno, potete ospitarla per metterla in adozione? Altrimenti devo chiamare gli assistenti sociali!» Le due suore si guardarono: gli assistenti sociali no! «Certo, possiamo tenerla con noi!» confermarono sicure. Sperarono solo che la Madre Superiora non si sarebbe arrabbiata. Il poliziotto le congedò e uscì, mentre le due donne aspettarono che la piccola fosse definita fuori pericolo. Dopo essere tornate dall'ospedale, la Madre Superiora non fu molto contenta di sapere che anche quella neonata sarebbe andata a finire sotto il loro tetto. Non voleva essere crudele, ma lei era responsabile per tutti in quel convento e il budget era limitato. Nei giorni successivi, la polizia non aveva ancora chiamato per novità, ma suor Elizabeth voleva illudersi che la piccola sarebbe rimasta con loro per sempre. Dopo una decina di giorni dal ritrovamento, ricevettero una chiamata dal capitano Holm.
  9. Marissa1204

    Il Cavaliere - Capit 1 - 2 parte

    Rieccoci @bwv582 Una delle mie più grandi paure nelle storie che scrivo è la perdita o il distacco dalla realtà, appunto l'essere realista o meno. Ho pensato che la suora porti la bambina al convento perché è in panico ed essendo giovane non sa cosa fare, così si rivolge alle sorelle. Forse potrei evitare il passaggio del dottore in convento e far andare la suora direttamente in ospedale. Il passaggio del poliziotto sono sia d'accordo che non. E' vero, sarebbe poco professionale, ma è comunque un essere umano. A presto
  10. Marissa1204

    Il Cavaliere (Capit 1)

    Ciao @bwv582 Sono contenta che tu abbia trovato il tempo di leggere il primo estratto del primo capitolo. Mi piace molto il tuo modo di scrivere le tue opinioni. Ebbene, molto spesso inciampo nell'errore di dare per scontato che il lettore sappia; lo si evince dal punto che mi hai evidenziato riguardo il lungo fiume. Non sai quante volte l'ho riscritto perché il mio principale lettore beta mi ricordava che non tutti sono stati a Liverpool . Ti spiego, il porto di Liverpool si affiaccia sul suo fiume principale il Mersey; devo essere più chiara in quel punto e sono d'accordo. Per quanto riguarda il personaggio della suora, ha un carattere impulsivo dovuto alla giovane età: lo si evince quando lei decise di prendere i voti a causa di un amore finito male. Naturalemte, poi a mente fredda comincia a porsi dei dubbi sulla scelta fatta, ma poi si fa forza grazie al ritrovamento del bambino. Riguardo il pezzo dell'involucro di coperte, questo era un pensiero che mi ponevo anche nel periodo anti-Coronavirus . Infatti il pezzo è stato scritto nel 2018. Inoltre, Liverpool è una città come tante piena di senza tetto, quindi credo sia naturale porsi quel problema nel ritrovare delle coperte. Sono d'accordo sugli errori di ortografia perché da scrittrice ammetto che nonostante lo leggo svariate volte, un errore stupido rimane sempre. Per il resto, grazie di aver letto il primo capitolo della trilogia fantasy a cui sto lavorando. A presto
  11. Marissa1204

    Il fiato del drago

    Ciao @Davide Corvi Grazie di aver letto il mio racconto e della tua opinione. A quanto pare, ho una certa dote nei romanzi drammatici e me ne sto accorgendo scrivendo il nuovo fantasy
  12. Marissa1204

    Il fiato del drago

    Grazie @bwv582 per la tua bella opinione. Sono contenta di leggere che ti è piaciuto. Un bacio
  13. Marissa1204

    Personaggio di Marissa

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/46210-il-gomito-di-franco/?do=findComment&comment=831485 Come si evince dal titolo, questo frammento è una presentazione del personaggio principale del romanzo a cui sto lavorando e di cui ho postato il primo capitolo nella sezione "Racconti a capitoli". Siccome sto studiando per migliorare i personaggi dei miei scritti, mi piacerebbe avere un vostro parere. Vorrei dare l'idea di una ragazza viziata ed egoista. "I signori Norrington avevano una figlia di quasi diciotto anni, Marissa, dai lunghi capelli castano scuro e gli occhi di un bel castano chiaro, come se il sole glieli illuminasse sempre. Abituata ad avere tutto, Marissa si sentiva una principessa, come quella delle fiabe, ma si comportava come le sorellastre di Cenerentola. La signorina era stata adottata all'età di quattro anni, perciò i signori Norrington volevano rendere la sua vita meno difficile di quello che era già stata, dandole amore e qualunque cosa desiderasse. Purtroppo, però questo aveva avuto l'effetto boomerang: senza conoscere il senso del sacrificio, la signorina Norrington aveva imparato che i soldi non finivano mai e che gli spettassero di diritto per il cognome che portava. Per non parlare del rispetto per le persone: a causa del suo brutto carattere da principessina, era la spina nel fianco dei dipendenti dell’albergo. Marissa era venuta su come una ragazza egoista e viziata, che conta sempre sulla spalla della sua mamma e sul portafoglio del suo papà, che senza dire parola, pagava tutte le frivolezze di sua figlia. Marissa sarebbe dovuta essere la futura erede di tutto quel giardino e dell’albergo, ma adesso i suoi unici pensieri erano fare baldoria e comprare vestiti. Tutte le mattine si svegliava ad ora di pranzo, quando tutti i clienti erano in casa per mangiare: lei chiamava per avere il suo brunch nella dependance, senza fregarsi che magari il personale era impegnato con i clienti. Dopodiché prendeva la sua Audi R8 Coupé V10 bianca, regalatale dal padre per il diploma, e se ne andava a Londra, tra Oxford Street, Camden Market e Knightsbridge a spendere e spandere nelle vie più chic dello shopping della capitale. Ogni giorno tornava con qualche accessorio nuovo, come una borsa firmata o un profumo importante o un paio di occhiali griffati. E la sera invece, dopo essere tornata a Windsor, in cui si fermava solo per mangiare, era di nuovo per le strade di Londra alla ricerca di qualche locale super chic per divertirsi. Ecco la vita di Marissa! E adesso che l’attività di famiglia era proficua e quindi richiedeva qualche braccia in più, il signor Richard si aspettava che da un momento all’altro sua figlia maturasse e che desse loro una mano.[...] Nonostante il suo pessimo carattere, l'amore materno nei suoi confronti non veniva mai intaccato: la signora Norrington ricordò quando l'adottarono. Le suore del convento di Liverpool avevano detto che una sera l’avevano trovata sulla promenade della città, al freddo e al gelo, avvolta in una semplice coperta. L’avevano considerato un dono di Dio e cresciuta come se fosse loro, ma per via del suo caratterino focoso, le era stato difficile trovare una casa. I signori Norrington avevano deciso di adottare un bambino visto che non riuscivano ad averne uno. Erano amici di una delle suore che aveva presentato loro Marissa: nacque subito feeling e avevano mosso mari e monti per avere Marissa, nome che le avevano affibbiato le suore e che i signori Norrington avevano voluto tenere. Avevano comunque deciso di aggiungerle come secondo nome “Sophia”, che i signori Norrington avrebbero voluto dare ad un'eventuale loro figlia. La signora Deborah ricordò di essersi chiesta come mai una bambina fosse stata abbandonata in quel modo e senza una lettera accanto; le suore le avevano raccontato che in quattro anni nessuno era venuto a reclamarla, segno che i suoi genitori biologici non potessero crescerla o peggio non la volessero."
  14. Marissa1204

    Personaggio di Marissa

    Ciao @Ale_cassie Grazie per aver letto la descrizione del mio personaggio. Ho deciso di postarlo proprio per vedere quali fossero i punti da migliorare e quali che andavano bene. Essendo la protagonista di una trilogia e che quindi dovrà attraversare varie evoluzioni, per me è importante sapere di essere su una buona strada. Per quanto riguarda le ripetizioni, ogni volta che rileggo mi sfuggono sempre, quindi grazie per avermele evidenziate. Volevo approfondire questo punto. Questa descrizione in particolare è stata estrapolata dal capitolo due. Nel capitolo uno invece è narrato il momento in cui viene adottata. Nella prima stesura, lo raccontava solo molto velocemente, ma poi ho cambiato e gli ho dedicato un capitolo intero in quanto è un momento chiave della storia. Se può interessarti, nella sezione "Racconti a capitoli", c'è proprio il primo capitolo diviso in quattro parti, chiamato "Il cavaliere". Grazie a presto rileggerci
  15. Marissa1204

    Il fiato del drago

    ciao @Alessiomantelli Grazie per aver letto il mio racconto. Ebbene, la figura del drago è una metafora per il terremoto quindi confermo l'impressione che hai avuto all'inizio. Convengo sulle correzioni riguardo la punteggiatura, che è sempre stata il mio tallone di Achille. Spero che leggerai anche qualche altro mio pezzo, donandomi i tuoi consigli.
  16. Marissa1204

    A casa del nonno

    Ciao @Kikki Un bel racconto pieno di effetti sorpresa e curiosità. Alcune cose che però non mi sono chiare e altre che sottolineo per quanto mi sono piaciute. Allora... Davide è un fidanzato della protagonista, giusto? Molto bello questo pezzo: sa tanto di nostalgia e odore di infanzia. Mi sono rivista nella protagonista: mio nonno non mi ha insegnato a pescare, ma passavo le giornate a vederlo costruire macere nel giardino oppure a prendersene cura. Mi mostrava tutti i segreti. Mi ha davvero commosso questo pezzo: anche se i ricordi non sono gli stessi, quell'atmosfera di nostalgia dell'infanzia mi ha davvero colpito. Molto bene. Inoltre l'ho sentito molto mio in quanto anche io ho avuto un nonno morto di Alzeihmer e che a volte mi chiedeva chi fossi. Le prime volte che lo faceva, scappavo in preda alla disperazione, ma poi mi avvicinavo, gli porgevo la mano e gli dicevo: "Piacere, Alessia, la tua nipotina". Lo facevamo spesso e lui si sentiva così in colpa e in imbarazzo. La parte della lettera l'ho apprezzata in quanto distacca i ricordi infantili di una nipote che non ha mai pensato che il nonno potesse avere una vita prima di lei. E quindi si passa ad una donna adulta che comincia a farsi delle domande sulla fedeltà di suo nonno nei confronti della moglie, fino a mettere in dubbio tutta la sua esistenza. La lettera ha suscitato in me moltissima curiosità e spero che tu voglia pubblicare il seguito Per il resto, un pezzo pieno di sentimento, nostalgia e mistero che attira chi lo legge. Molto ben fatto, alla prossima
  17. Marissa1204

    Una goccia nell'anima - Parte 2

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47522-estate-2014-capitolo-1/?do=findComment&comment=836815 C’erano delle altre persone, vestite con bambù e foglie, forse degli indigeni, che avevano costruito delle barelle improvvisate con porte che aveva magari portato l’acqua. Presero uno ad uno i superstiti e li misero sulle barelle e poi sui furgoni. Venti persone ammucchiate sul retro di un piccolo furgoncino: Tyler si chiedeva quando sarebbe finito quell’incubo. Il veicolo partì a manetta, sbatacchiando sul sentiero brullo, facendo sussultare tutti. I bambini probabilmente urlavano, giudicando dalle smorfie sui loro visi. Lontano dalle zone colpite, arrivarono al primo ospedale, il quale era affollato, anche troppo: stavano cominciando a montare delle tende, magari perché non c’era abbastanza spazio o forse anche per ospitare i morti. La visuale di Tyler comprendeva il retro del furgone e non sapeva ben dire cosa stesse succedendo. Intanto il mezzo si era fermato e nessuno si era precipitato a prendere i superstiti che erano stati caricati dietro. I bambini che gli stavano allineati affianco furono presi e messi su un altro furgone: che stava succedendo? Dove li portavano? E perché loro non venivano soccorsi? Il furgone ripartì e Tyler vedeva quell’ospedale sfrecciare davanti a lui, come un’opportunità sfumata: forse non avevano posto e si stavano dirigendo verso un altro ospedale. Sebbene il furgone stesse andando a tutta birra, non poté a far a meno di ignorare quel volto che gli sfrecciò davanti. Quella folta capigliatura biondo castana, con il viso allungato. «Luton!» urlò con quanto fiato avesse. Cominciò ad agitarsi sulla barella improvvisata: quello era il suo migliore amico. Era lì! Doveva fermarsi! «LUTON! - continuava ad urlare, con le corde vocali che gli bruciavano e agitandosi - FERMATI! LUTON!» Il furgone si fermò e Tyler si mise seduto: non poteva correre da Luton, la gamba era rotta. Rivide di nuovo quella capigliatura biondo castana e riprese a urlare il nome del suo amico, ma quando quello si girò, gli occhi di Tyler non incontrarono quelli profondi e affascinanti di Luton. Non era lui. Continuò a mugolare il suo nome, come se non riuscisse a metabolizzare che aveva preso un granchio e che dove si trovasse il suo migliore amico fosse ancora un’incognita. Tyler fece cenno al tizio che guidava il furgone di poter partire e quel viaggio scomodo ricominciò. Il movimento turbolento del mezzo non faceva altro che peggiorare il dolore alla gamba: chiuse gli occhi, cercando di allontanare la delusione. Dov’erano? Magari li avrebbe trovati nell’ospedale dove si stavano recando: era passato poco tempo dal maremoto, supponeva Tyler, quindi non sarebbero potuti andare lontano. Ma la vastità del disastro, chissà dove li aveva trascinati. Prima che potesse pensare ad altro, il veicolo si era fermato nuovamente: la scena era quasi uguale a quella precedente. Una folla, con delle tende e un ospedale: sembrava di essere in qualche mercato. Stavolta, dopo una manciata di minuti, qualcuno si avvicinò al retro del furgone. Li analizzò, forse li contò e fece cenno a qualcuno in lontananza di avvicinarsi. Procedettero a farli scendere, usando le barelle improvvisate su cui erano stati adagiati e uno ad uno i superstiti furono portati all’interno dell’ospedale. La scena che si presentò agli occhi di Tyler rappresentava il degrado assoluto: forse si trovavano a pochi chilometri dal disastro ed essendo l’ospedale più vicino, molto probabilmente era anche il più affollato. L’impressione di Tyler fu tutt’altro che positiva, soprattutto a livello igienico, ma era l’unica cosa che poteva salvarlo e mise da parte il suo essere schizzinoso. Era passata mezz’ora probabilmente e già ringraziava il cielo per non essere morto dissanguato: a quanto pareva gli organi vitali non erano stati toccati. Attorno a lui un coro di lamenti che, nonostante fosse sordo, non poteva non udire: il cuore gli vibrava mentre sfilava dinanzi a quei lettini con persone che imploravano di essere aiutate. Non c’erano abbastanza posti letti in quel piano e alcuni erano stati adagiati sul pavimento o sui davanzali delle enormi finestre. Sembrava un accampamento. E si rese conto, che molto probabilmente, anche lui sarebbe finito sul pavimento, magari ignorato. Come pensato, coloro che lo stavano trasportando lo fermarono sotto uno dei davanzali e Tyler sprofondò nello sconforto: non era meglio morire? «Ehi, non lasciatemi qui! Ho la gamba rotta!» pensò di aver urlato a chiunque gli passasse accanto. Gli si avvicinò un’infermiera, la quale gli stava dicendo qualcosa, ma Tyler non poteva sentirla: si portò le dita alle orecchie per farle capire che era sordo. Lei gliele esaminò e poi passò alla gamba. Scandendo bene le parole, per permettere a Tyler di leggere le labbra, gli disse: «Per le orecchie non possiamo fare niente. Guariranno da sole nel giro di qualche giorno. Per la gamba la opereremo quando sarà il tuo turno» Tyler si guardò intorno: il suo turno sarebbe potuto essere tra qualche giorno per tutta la gente che c’era. «Non devi preoccuparti: tanto non hai fretta. Qual è il tuo nome?» gli chiese l’infermiera e dopo aver avuto la risposta se lo annotò su un taccuino. La donna si voltò e corse verso l’uscita: c’era qualcuno che aveva bisogno di lei da qualche altra parte. «Dove va? Aspetti! Ho bisogno di aiuto!» le urlò sempre più disperato. Si sentiva ignorato e il dolore alla gamba non faceva altro che peggiorare, come se una spada gli trapassasse la carne. Quando il dolore era troppo insopportabile, si portava una mano tra i denti per evitare di urlare, rischiando di rompersela a sangue. Ad un certo punto, sentì la bile salire lungo l’esofago, a causa di tutto quel dolore e la puzza di malati. Cominciò a tossire e si alzò leggermente: vomitò anche l’anima. Tutta l’acqua che gli asfissiava i polmoni fuoriuscì insieme a tanto fango che aveva inghiottito mentre veniva sbattuto da una parte all’altra dall’oceano. Tyler chiuse gli occhi per evitare che tutto quel dolore potesse penetrargli attraverso la pelle, espandendo un freddo interiore di cui non aveva bisogno. Provò a mettersi in piedi, dando forza sulla gamba sana: a cosa gli servisse non ne aveva idea. C’era voluto tanto per arrivare lì, sembrava stupido scappare, ma voleva farsi notare per essere soccorso. Fece attenzione a tenere la gamba destra tesa, la quale pendeva storta. Cercò di non guardarla troppo per evitare di vomitare nuovamente. La porta sotto il suo peso fece un brusco movimento, che quasi lo fece scivolare; piantò la mano sulla parete per mantenere un certo equilibrio e saltò “fuori” dalla barella. Nel farlo però la gamba infortunata urtò contro il letto di un paziente non cosciente, provocandogli un dolore talmente forte da farlo cadere nuovamente a terra sulla porta. «Non puoi camminare! Aspetta il tuo turno! Ti opereremo domani, vedrai!» gli urlò un’altra infermiera che aveva visto tutta quella scena poco dignitosa. Tyler non aveva capito niente, perché, tenendo lo sguardo basso, non le aveva letto le labbra. Ma dalla sua faccia capì che in quel modo non avrebbe ottenuto nulla. «Avete un telefono? Devo chiamare casa!» pensò di aver urlato, facendo il gesto della cornetta e avvicinandola all’orecchio. La donna muovendo le labbra lentamente, disse: «Ne abbiamo uno fisso. Lo userai quando potrai camminare!» e detto questo se ne andò, distratta dalle urla che giungevano dalla hall. Un altro furgone di feriti: Tyler allungò il collo, cercando di scorgere qualcuno dei suoi amici, ma ciò che vedeva era solo l’andirivieni di infermieri e barelle, senza dargli il tempo di capire chi fossero i nuovi arrivati. “Quando potrò camminare, userò il telefono. Chissà fra quanto?” si disse, amaramente, distendendosi nuovamente lungo la parete, in attesa del suo turno. Solo in quel momento si rese conto di quanto fosse stanco e le palpebre pesanti chiusero il palcoscenico davanti a quello spettacolo orribile.
  18. Marissa1204

    Estate 2014 - Capitolo 1

    ciao @Ele_D Questa è la prima cosa che mi è saltato all'occhio, ma non preoccuparti: io dopo aver riletto milioni di volte i miei pezzi ancora trovo questo tipo di errori Questa invece non l'ho capita: solo per l'aspetto trasandato dovrebbero prenderlo per un ladro? Con un aspetto così, invece, sembra più un disperato che si rifugia nell'alcool e nel fumo per non crollare. Al massimo, i carabinieri lo fermerebbero per sospetta guida in stato di ebbrezza, che poi approverebbero facendogli l'alcool test. Mi piace il gesto di liberarsi del telefono: fa intuire che il protagonista ha subito un torto dalla persona che lo chiama, poco dopo dici che è una lei. Non avrei usato la parola merda , per opinione mia personale. Non mi piace molto né usare né vedere parolacce nei libri, a meno che non vengano inserite in un discorso diretto e capisco che il protagonista è quel tipo di persona. Qui avrei detto odore di escrementi. Lo so non è figo come dire "merda", ma ripeto opinione strettamente personale su questo. Avrei dato più spazio a questa villa e spiegato perché il protagonista ha deciso di andarci, che legame ha con essa; era la sua casa d'infanzia abbandonata? O una semplice villa appartenente più a nessuno ormai e che il protagonista vede come il luogo ideale per riposare dopo il torto subito? Bella questa espressione e se non hai nulla in contrario me la segno Nel complesso è un bel pezzo: racconti bene la reazione di un uomo al torto subito, magari un tradimento della ragazza che viene citata appena. Questo non mi è dispiaciuto perchè siamo dal punto di vista dell'uomo, quindi è normale che non abbia approfondito proprio per sottolineare il fatto che lui non ci voglia pensare. Spero di leggere il seguito e scoprire cosa sia successo.
  19. Marissa1204

    Due nuovi amici

    Commento Liverpool 2030. Oltrepassò la catena che impediva di cadere: l’avrebbe fatto. Avrebbe messo un piede fuori dalla battigia e sarebbe caduta: sotto di lei il Mersey era agitato. Siccome aveva sempre avuto paura dell'acqua, non aveva imparato a nuotare e quindi sarebbe stato un finale perfetto per lei. L'acqua era sicuramente gelida a causa di tutto quel vento. Marissa avrebbe messo un punto a quel fiume di pensieri neri, come le acque del fiume sotto di lei. Le sue increspature sembravano dirle: “Vieni da me! Ti accoglierò e sarai per sempre felice!” Continuò a guardare giù e mandò tutto al diavolo. Quando arriva l’impatto con l’acqua? Si chiedeva Marissa. Aprì gli occhi e si ritrovò nuovamente sulla banchina e perfettamente asciutta: che ci faceva lì? E soprattutto chi ce l’aveva portata? Lei no di certo. Si guardò intorno: era buio come pochi secondi prima, con i lampioni che ne interrompevano lo scorrere. Ne aveva uno puntato dritto sulla testa, come se fosse in un interrogatorio. Uno sbattere di ali leggero la distrasse: la colomba bianca si stava dirigendo verso di lei. Ancora? Ma non finì neanche di pronunciare quel pensiero, che l’uccello si trasformò in una ragazza. Marissa si immaginava con la bocca aperta come un’ebete, strisciare contro il lampione, come se la potesse proteggere. «Ma che...?» le uscì solamente dalle labbra. La ragazza doveva essere poco più alta di lei, magari di pochi centimetri, dai capelli castani con colpi di sole biondi; occhi piccoli e castani, un naso a patatina e labbra sottili. Alle spalle un paio di enormi ali bianche, come la colomba che era prima e sul capo c’era un fascio di luce. Volse lo sguardo verso Marissa, con aria preoccupata, avvicinandosi e inginocchiandosi accanto a lei. «Stai bene?» chiese apprensiva. Marissa non pronunciava ancora una parola, troppo concentrata a guardare le ali e a pizzicarsi il braccio, chiedendosi se quello che stava succedendo fosse reale o meno. Doveva aver sbattuto la testa da qualche parte, sicuramente. «Mi hai fatto prendere un colpo: che ti è saltato in mente? Gettare la tua vita, un dono di Dio, in quel modo!» la rimproverava alzandosi improvvisamente e andando avanti e indietro. Aveva un vestito fatto di nuvole (?) che si muoveva con lei, sconvolgendo ancora di più Marissa: un attimo prima si stava ammazzando e l’attimo dopo c’era un angelo davanti a lei che la rimproverava. Sì, era morta. «Non sei morta, Marissa! – esclamò l’angelo, intuendo i suoi pensieri e inginocchiandosi – Ho evitato che succedesse: non capisci? La Morte deve venire da sola, non la devi chiamare tu!» Un po’ di calore cominciò a circolare nuovamente nel corpo di Marissa, quando l’angelo la toccò sul braccio. «Tu chi sei?» chiese, incredula. L’angelo si aprì in un largo sorriso, il più bello mai visto. «Mi chiamo Angel e sono il tuo angelo custode! Veglio su di te da quando ti hanno abbandonato sul lungofiume, diciotto anni fa e adesso sono qua perché chiedevi il mio aiuto!» spiegò, con dolcezza. «Quando ho chiesto il tuo aiuto?» «Quando vedevi tutto nero e cercavi uno spiraglio di speranza: così ho cominciato a mostrarmi più spesso, sperando che capissi che io ero lì e che non ti avrei abbandonata. Invece tu hai pensato che fossi un semplice uccello e mi hai ignorato. Magari sotto forma di essere in carne ed ossa, mi avresti ascoltata di più!» Le prese le mani per infonderle calore e Marissa capì che non doveva avere paura di nulla e che poteva dare piena fiducia ad Angel. Uno sbatacchiare di ali nervoso distrasse entrambe, vedendo un corvo volare in circolo: di nuovo quell’uccello! Ma anche quello si trasformò in un ragazzo. Stava cominciando a pensare che tutti gli uccelli che aveva visto in vita sua magari erano angeli! Aveva il corpo quasi interamente coperto da pelo ispido e nero; unghia nere e lunghe, come le ali alle sue spalle e la coda che ondeggiava come un serpente. Non aveva i piedi, bensì zampe, come quelle di un enorme lupo e il viso, nonostante tutto, era di una bellezza sconvolgente: tratti somatici abbronzati, come quelli spagnoli e occhi aranciati. «E tu chi sei?» chiese la ragazza, ancora più sorpresa. Angel le fece scudo, anche se lei non aveva paura di quell’essere. Quello si inchinò, come quei vecchi inchini medievali. «Io sono Daemon, il tuo demone custode. Anche io veglio su di te da quando ti hanno abbandonata e ti sostenevo tutte le volte che facevi la cattiva!» e giù una risata crudele. Bene, aveva un angelo custode di nome Angel e un demone custode di nome Daemon: che fantasia! «Tu non dovresti essere qua!» iniziò Angel, dura. Daemon cominciò a ridere, quasi piegandosi in due, mentre Marissa continuava a guardarsi intorno, chiedendosi se qualcun altro oltre a lei li vedesse. «Facendo un resoconto di come si è comportata l'umana, devo dire che il tuo lavoro non è stato molto notevole!» la scherniva lui, appoggiandosi ad un lampione. «Questo perché tu la influenzavi in modo negativo e lei ti dava sempre retta!» si difese Angel. Bene aveva raggiunto il culmine: i suoi due custodi litigavano! Decise di scappare, magari sarebbero spariti. «Perfetto, hai fatto scappare l'umana!» esclamò Daemon, ridendo e con le braccia conserte. Si godeva la faccia di Angel: spaventata. Non doveva perdere di vista la sua custodita, non ora che lei era in sembianze umane. L'angelo spiccò il volo per raggiungerla, tornando indietro per incitare anche l'altro a seguirla. Marissa correva come se fosse inseguita dal diavolo: in effetti così era. «Aiutatemi, ci sono due pazzi che mi inseguono!» urlava mentre raggiungeva la strada. Non le importava che le auto sfrecciassero, rischiando di metterla sotto. Infatti, un sacco di clacson cominciarono a suonare, urlandole di togliersi dai piedi. «Aiuto!» continuava a gridare. «Ehi, ma che ti prende?» sbraitò uno dalla macchina, vivamente infastidito. «Ci sono due che mi inseguono: sono pazzi!» balbettò, cercando di riprendere fiato. L'uomo si guardò intorno, ma non vedeva nessuno: pensando che invece fosse lei la pazza, la incitò a togliersi di mezzo e riprese la corsa. Marissa non si arrese e continuò a correre nella carreggiata, cercando di attirare l'attenzione, senza smettere di chiedere aiuto. Ad un certo punto, fu illuminata da un paio di fari, con sottofondo di clacson: rimase immobile, con le braccia sugli occhi che bruciavano a causa della luce. Quando li aprì, vide Angel davanti a lei, con le mani sporte in avanti: aveva bloccato l'auto. «Tu sei proprio suonata!» esclamò Daemon, sganasciandosi dalle risate. Angel si strofinò le mani e prese Marissa per un braccio: gli autisti cominciarono a bestemmiare. Il trio finì di attraversare la strada e corse verso il centro per evitare che quelli la raggiungessero. Si sedettero su delle scale in pietra. Marissa piangeva, spaventata. «Marissa, avrai le tue spiegazioni, ma con calma. L’unica cosa che tu devi sapere è che sei speciale e per questo sei in pericolo: ed è il motivo per cui noi siamo apparsi. Hai bisogno di noi, in tutto il nostro potere: ti sembrerà strano, ma anche Daemon ha giurato di proteggerti. Andiamo via di qua, forza!» la incitò poi, tirandola verso la via di casa. Che significava che era in pericolo perché era speciale? Quella frase non aveva senso: e ancor meno ne aveva aspettare. «No! – gridò, fermando duramente Angel – Io devo sapere! Che significa che sono in pericolo?» Avvertì Daemon ridere da dietro la sua spalla. Poi le cinse le stesse con le sue mani roventi e pelose. Cominciò a sussurrarle nelle orecchie: Devi sapere: quest’angelo vuole tenerti all’oscuro perché neanche lei sa nulla! Sta temporeggiando in attesa che la risposta le cada dal cielo: io ho tutte le risposte se vuoi e te le posso mostrare! Ad un certo punto, il contatto si interruppe e Daemon fu scagliato lontano: Angel aveva ancora le mani giunte e lo sguardo fermo. Marissa si ridestò, come se si fosse appena svegliata da un’ipnosi. «Ehi, ricorda che siamo dalla stessa parte!» gridò Daemon, dal punto in cui era caduto, massaggiandosi la testa.
  20. Marissa1204

    Due nuovi amici

    Stavo continuando a scrivere... è impazzito il pc. Comunque. Converrai anche tu che i due pezzi appartengono a due generi differenti. Ebbene, il pezzo chiamato "Due nuovi amici" fa parte di un fantasy a cui sto lavorando. Avrei intenzione di scriverne una trilogia per questo alcuni punti non sono subito spiegati. Per quanto riguardo i nomi dei personaggi Angel e Daemon, anche loro hanno un loro perché che verrà scoperto in seguito. Tutti i personaggi fanno parte di microambienti che si intrecciano con quello della protagonista; alcuni di questi microambienti si scopriranno solo nel secondo altrimenti gli altri due parlerebbero solo di pane e salsiccia . I custodi quando appaiono hanno come missione quella di proteggere e vegliare su Marissa, ma entrambi credevano di essere gli unici perché non si è mai sentito di una collaborazione tra angeli e demoni. Anche questo comincia a suscitare la curiosità del lettore, perché scaturisce la domanda: "Perché?" Convengo con te che dovrei migliorare e metterci più "pepe" nella scena del tentato suicidio e dell'apparizione dell'angelo e del demone. In mia difesa, scrivo che il primo fantasy serio in cui mi cimento e sto studiando come una matta trovandomi in siti satanici Non te ne faccio una colpa. J.K.Rowling è la mia scrittrice preferita eppure non mi piace "HP - La maledizione dell'erede". A presto rileggerci
  21. Marissa1204

    Due nuovi amici

    Ciao @Kyo Mi dispiace molto vedere che questo pezzo non ti abbia entusiasmato come Una goccia nell'anima.
  22. Marissa1204

    Due nuovi amici

    Carissima @Ele_D Grazie per il tuo commento e soprattutto di avermi letto. Mi riferirò al commento nel complesso, altrimenti diventa più lungo del mio pezzo . Il romanzo è in cantiere quindi stanne certa che verrà letto e riletto fino alla nausea . Per quanto riguarda gli antefatti che do per scontato ti può sembrare così in quanto è un pezzo estrapolato dal sesto capitolo e quindi prima sono spiegate alcune cose. Inoltre ho voluto usare molto l'effetto a sorpresa che per me in un libro è importantissimo. La punteggiatura è il mio tallone d'Achille, per questo mi affido ad un editor Per quanto riguarda le correzioni della forma, sono d'accordo su ciò che dici e vedrò di integrare le tue correzioni. Grazie ancora
  23. Marissa1204

    Una goccia nell'anima

    Quando riemerse era solo. Attorno a Tyler non c’era più niente se non il disastro: copertoni di auto galleggiavano su quelle acque torbide; per non parlare del pericolo subacqueo, con tutto ciò che era rimasto sommerso. Si sentiva disorientato, smarrito: non sapeva più dove fosse la spiaggia o dove fosse l’entroterra. E mentre l’acqua continuava a trascinarlo alla deriva, cercava di aggrapparsi a qualche detrito che galleggiava sopra di essa. Aveva una forte paura, che lo faceva urlare di continuo, ma la sua voce gli giungeva ovattata, come se le sue orecchie fossero piene d’acqua e vista la situazione, non poteva essere altrimenti. Sentiva la faccia bruciare, quando i raggi torridi del sole cocente lo investivano: se fino a poco fa, quell’astro li aveva abbracciati dando loro il benvenuto nel suo paradiso, adesso lo inceneriva facendolo precipitare all’inferno. Era riuscito ad aggrapparsi ad un copertone, ma la forza dell’acqua lo spinse lontano comunque, cercando di tenere la testa al di fuori di essa. Di tanto in tanto, Tyler si sentiva colpito da qualcosa sott’acqua, ma continuava a rimanere a galla: non poteva morire. Si guardò intorno alla ricerca di Aida e Luton, ma anche loro erano stati portati via. Continuava ad urlare, affinché qualcuno venisse ad aiutarlo, ma questo non faceva altro che peggiorare la situazione con l’acqua che gli invadeva i polmoni. Spostava lo sguardo intorno, cercando di nuotare per salvarsi, ma le braccia stavano per cedere e gli appigli si dimostravano dei fallimenti. Attorno a sé vedeva delle persone, che come mille formiche, si arrampicavano sugli alberi e convenne che fosse una scelta giusta. Andando contro corrente, il che gli costò uno sforzo immane, cercò di dirigersi verso l’albero più vicino, che gli avrebbe dato una visuale migliore e chissà sarebbe riuscito a trovare Aida e Luton. C’era quasi arrivato e nonostante la fatica, la disperazione di salirci gli metteva le ali. Ad un certo punto, avvertì di nuovo quella sensazione di terremoto e il presentimento che la terra si stesse squarciando sotto i suoi piedi. Spostò lo sguardo dall’albero alla fonte del rumore e rimase sconvolto nuovamente: una seconda ondata stava macinando chilometri. Cercò di essere svelto nel salire sull’albero, ma essa lo raggiunse, travolgendolo di nuovo e sbattendolo da una parte all’altra. Sentì qualcosa colpirgli violentemente la gamba sott’acqua, tanto che, per emettere un urlo, rischiò di affogare; e mentre cercava di tornare in superficie qualcosa lo colpì alla testa, azzerando tutto. In una manciata di attimi, non vedeva più niente se non stelline su uno sfondo scuro; non sentiva più nulla, se non un fischio assordante. Quell’attimo di intontimento terminò e nuotò verso la superficie. Quando riemerse, sputò un sacco di acqua e prese a fare delle boccate profonde, ma con i polmoni pieni e la corrente che lo trascinava via era alquanto difficile. Il forte dolore alla gamba, aggravato dal calore che ne scaturiva, gli provocava intontimento: quando sarebbe finito tutto? Continuava ad urlare dal dolore, un urlo muto gli usciva dalle labbra, che accrescevano il suo panico. Due potevano essere i motivi: la forza dell’acqua gli aveva lacerato o i timpani o le corde vocali. Vide, poi, in lontananza un tronco abbattuto, forse di palma, che rimaneva a pelo d’acqua, formando una diga dove tutti i detriti si andavano ammassando. Allungando le braccia per proteggersi dall’urto con i detriti, si aggrappò ad esso. Avvertì una leggera sensazione di sollievo, pur sapendo che non sarebbe resistito a lungo, sentendo le forze venir meno. Tyler si arrampicò su di esso, con scaglie di corteccia che lo graffiavano ovunque, a peggiorare la sua sofferenza fisica; si sdraiò sul tronco, con non poca fatica, e prese a respirare con difficoltà. Avvertiva nuovamente la faccia bruciare e si portò una mano al volto: quando la ritirò era rossa di sangue. Prese ad urlare, per farsi sentire: non potevano essersi dimenticati di loro. Si portò la mano alle orecchie e sentiva un liquido caldo che ne fuoriusciva: perfetto, era sordo. Si sentiva un peso nel petto, a causa dei polmoni pieni d’acqua: si guardò le braccia e le gambe e quasi stentava a riconoscerle. La gamba destra era alquanto storta. Non poteva crederci: avere una gamba rotta in quel momento era come essere morti. Le braccia presentavano un sacco di graffi, qualcuno anche molto profondo. Era completamente ricoperto di sangue e fango, che si andavano a mischiare insieme anche nelle ferite. Sul busto aveva non pochi fori, come se fosse stato pugnalato da qualcosa ed era uscito parecchio sangue. Aveva bisogno di un medico: non c’era anima viva lì intorno, se non le persone sugli alberi lontani. Se avesse aspettato ancora sarebbe morto dissanguato. Chiuse gli occhi, come se riuscisse a volare via, nel passato quando tutto era alla sua portata, come la stessa Aida. Svegliarsi con lei accanto, darle il bacio del buongiorno e fare l’amore prima di colazione: in un attimo aveva perso ogni certezza. E forse di lì a qualche minuto avrebbe perso anche la vita. Pensò alla sua famiglia che non aveva idea dell’incubo che stava vivendo e alla chiamata che tutti i giorni sua madre si aspettava. Una chiamata che non sarebbe giunta mai. Pensava a Luton, che forse era morto, come la stessa Aida: oh, che scenario raccapricciante, laddove fino a qualche momento prima regnava la felicità. Forse era meglio morire, piuttosto che continuare ad agonizzare e a lacerarsi le corde vocali per chiedere aiuto. Non poggiava lo sguardo sulla gamba, perché gli faceva ribrezzo e lo mandava ancora più in panico. Riaprì gli occhi, facendosi accecare dal sole, torrido: magari sarebbe riuscito a far evaporare l’acqua in poco tempo e quindi chi si trovava sotto di essa, sarebbe stato ritrovato e i sopravvissuti sarebbero tornati alla vita di prima. Tyler cominciò ad urlare i nomi dei suoi amici perché voleva trovarli e farsi trovare: non voleva rimanere lì a morire da solo, in quello scenario che aveva visto solo nei film. Ad un certo punto, sentì l’acqua che lo copriva di nuovo: no, basta! Ma non aveva alcuna importanza ormai: di lì a pochi minuti non avrebbe più sentito nulla, né dolore né tristezza né panico. Si voltò e vide un barcone che si era avvicinato: forse non era finita per lui! L’avrebbero salvato. E mentre le labbra di quelle persone si muovevano a chiedergli qualcosa, Tyler non faceva altro che sorridere e piangere, con le lacrime che tracciavano fiumi di sangue. Se non era finita, c’era un motivo: magari né Aida né Luton erano morti e sarebbero tornati tutti insieme a casa. Proprio come previsto. Quelle persone gli si avvicinarono quanto possibile a farlo salire sul barcone, mentre dalle loro labbra notò che cercavano di tarpargli fuori qualche parola. Quando gli toccarono la gamba il dolore che ne scaturì fu tale da fargli emettere un urlo assordante, che lui stesso udì tramite il suo cuore. Gli uomini non badarono a buone maniere e finirono di caricarlo, adagiandolo sul fondo del barcone e partendo a tutta birra. Il barcone fu riempito fino ad ottenere venti persone. Tyler cercava di mantenere abbastanza spazio per via della gamba, ma ogni volta che veniva caricata una persona, quella la urtava: voleva arrivare al più vicino ospedale il prima possibile. C’erano almeno cinque bambini in quel barcone, alcuni anche nudi che avevano magari perso il costumino con l’impatto: forse quei bambini erano orfani, si fermò a pensare Tyler, che riteneva di essere sfortunato ad aver perso i suoi amici. Quelle anime innocenti, tutti al di sotto degli otto anni, probabilmente avevano perso le guide principali di un essere umano a così tenera età. Non si era accorto che mano mano che entravano nella zona interna, l’acqua andava diradandosi, finché la barca non raschiò il suolo.
  24. Marissa1204

    Una goccia nell'anima

    Carissimo @Kyo Grazie per la tua bellissima recensione. Mi è piaciuto il fatto che tu abbia voluto dividere il tuo giudizio abbracciando vari punti della storia. Ebbene, i nomi di Aida e Luton sono particolari per due motivi, ma ti dirò solo quello di Luton perché il nome Aida si scoprirà in seguito. Ho scelto questo nome per uno dei miei personaggi perché sono molto legata all'aeroporto di Londra, Luton, in quanto atterro sempre lì quando ci vado. Menomale che non attero a Gatwick o Heathrow . Il nome di Tyler sembra meno ricercato, ma anche questo ha un suo perché. Nella maggior parte dei film americani che ho visto, il nome Tyler veniva associato al ragazzo sicuro di sé e senza paura nell'apparenza, proprio com'è il mio Tyler. Questo pezzo è tratto da un mio romanzo a cui mi stavo dedicando, ma che ho deciso di mettere da parte per variare un po' di genere in quanto ne ho fatti già altri due simili. Ora mi sto dedicando a un fantasy. Una goccia nell'anima, però, non rimarrà nel cassetto per sempre. Venerdì prossimo, pubblicherò il seguito di questo pezzo che fanno parte della seconda parte del romanzo. Volevo catturarvi e da come dici sembra che ci sia riuscita. Resta connesso!
  25. Marissa1204

    Una goccia nell'anima

    Caro @queffe grazie per aver trovato il tempo di leggere il mio piccolo estratto e di avermi rilasciato le tue correzioni. Io ne faccio sempre tesoro, perché un'opinione esterna è più affidabile della propria. Riguardo alla scena, come aveva immaginato all'inizio, è ambientato durante lo tsunami del 2004. Forse ti suona un po' apocalittico perché è visto dagli occhi di Tyler, ovvero un ragazzo che tende sempre a gonfiare ciò che vede e sente. Infatti, questo suo atteggiamento lo vedremo per tutto il romanzo. Dopodichè, riguardo alle tue correzioni, sono d'accordo con quasi tutte. L'unica con cui non mi trovi d'accordo è "il pericolo subacqueo". In realtà, Tyler deve pensare a questo siccome il pericolo non è solo sulla superficie, ma anche sotto. Forse lo è anche di più perché non sai cosa ci sia.ì: l'acqua è talmente torbida che non vede nulla. Sono contenta del tuo intervento e mi piacerebbe che proseguissi. A presto
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