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Adelaide J. Pellitteri

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    2.014
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Tutti i contenuti di Adelaide J. Pellitteri

  1. Adelaide J. Pellitteri

    Il gioco del "se fosse"

    Se tu fossi una decorazione dell'albero di Natale ? Il nastro decorativo che abbraccia tutto Se tu fossi moneta che tipo di moneta saresti? Moneta elettronica, assegno in bianco, a vuoto, moneta estera, una rata insoluta...
  2. Adelaide J. Pellitteri

    Le avventure di Nino. La stazione.

    Pezzo piaciuto, gli scacchi grigi e marroncini scelti con cura percfarlo sentire adeguato e che, invece, finiscono per renderlo anonimo, invisibile agli altri, una macchia tra la folla. Bravo
  3. Adelaide J. Pellitteri

    Colpevole?

    A me è sembrato che fosse la donna ad abbracciare il ragazzo colpevole e non il protagonista. Mi è piaciuto molto il crescendo del senso di colpa, lo hai costruito bene, si parte dalla certezza di non essere stato lui, al dubbio, poi c'è l'insistenza della notizia che si insinua, scava e scava fino a destabilizzanti. Ricordavi senso di colpa del nonno e sa quanto questo possa pesare per tutta la vita. È un coraggioso, non vuole che la stessa cosa accada a lui e si costituisce. Ti faccio notare che si ha l'impressione siano fuori tempo gli sguardi perplessi e le risatine dei poliziotti, visto che il vero colpevole entra dopo. Una buona prova con solo qualche vago dubbio
  4. Adelaide J. Pellitteri

    Una questione filosofica

    Ultimamente mi sfugge o non comprendo a pieno molti racconti quindi sono io che leggo cose che non esistono, ma qui mi era parso di capire che non fosse uno normale. Sì, insomma, lui secondo le sue idee e conoscenze filosofiche giudica tutto in quanto oggetto della sua coscienza e alla fine non si rende nemmeno conto che la ragazza è morta. Non è questo ciò che dice il racconto? Quindi non è che la pensa diversamente dagli altri ed il mondo non lo capisce, a me sembra che sia lui ad essere fuori dal mondo. Però, ti ripeto, ultimamente non riesco a cogliere la semplice realtà del racconto e finisco per tirarne fuori un'altra. Mi piacciono i chiarimenti perché aiutano a capire.
  5. Adelaide J. Pellitteri

    Una questione filosofica

    Alla fine non credo si ravveda, pensa ancora sia tutto nella sua mente. Più che pensiero filosofico mi sembra pensiero da psicopatico. Racconto intrigante
  6. Adelaide J. Pellitteri

    La brava gallina [La gallina Carlotta revisionato e rinnovato]

    Non ho letto la prima stesura di questo racconto quindi non posso dire in cosa sia migliorato, però mi pare abbastanza completo e godibile. L'esposizione è chiara e omogenea. Tutto sommato mi pare una fuga tranquilla, l'unico momento di rischio e di panico lo abbiamo visto durante l'apertura della porta, ma per un racconto breve va bene così.
  7. Adelaide J. Pellitteri

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Quaglio: maschio della quaglia KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  8. Adelaide J. Pellitteri

    [Editor] Ambra Rondinelli

    @Ambra_Rondinelli argomento interessante quanto spinoso, non vedo l'ora di leggere la newsletter di domani.
  9. Adelaide J. Pellitteri

    I racconti dell’Undicesima Luna - Quinto ciclo

    Complimenti a @mercye @Cerusico
  10. Adelaide J. Pellitteri

    Segnalazioni problemi tecnici

    Grazie @Niko, tutto ok.
  11. Adelaide J. Pellitteri

    Segnalazioni problemi tecnici

    @Ippolita2018 nessuno della staff ha ancora svelato l'arcano?
  12. Adelaide J. Pellitteri

    Off topic. Ti taggo.

    @Ippolita2018 ok, non ci resta altro da fare.
  13. Adelaide J. Pellitteri

    Off topic. Ti taggo.

    @Ippolita2018 neanche tu puoi ricevere messaggi, ho appena spedito adesso e... nisba, dice che non puoi. La mia casella è vuota.
  14. Adelaide J. Pellitteri

    Off topic. Ti taggo.

    @Ippolita2018 ti taggo qui così facciamo felice Folgorabile, ho svuotato la casella posta. A presto
  15. Adelaide J. Pellitteri

    Cucù

    @Ippolita2018 ho provato a mandarti un messaggio, ma non mi pare sia partito. Non ricordo come si svuota la casella posta; me lo avevano detto ma non lo ricordo più.
  16. Adelaide J. Pellitteri

    Cucù

    Benvenuta Lalui, anch'io vivo a Palermo, e mi fa sempre piacere accogliere sulla nave WD una concittadina. Ben venuta a bordo.
  17. Ben trovati. L'articolo è molto interessante. Più ne sapremo meglio sarà. 

  18. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 131] TC414

    @AdStrHo difficoltà a riprenderlo solo perché ho deciso di mettere un punto e dedicarmi alla stesura del nuovo libro ( se no rischio di perdere anni senza concludere nulla).
  19. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora aveva lasciato l’antico corredo, lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, e i vassoietti d’argento; a Filippo un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, il nipote le aveva alleggerito il libretto cointestato di ben cinquantamila euro. Il furto? Un gioco da ragazzi Filippo si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla, almeno prendo questi”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamare la donna mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla scrivania. Vendeva automobili a Broadway, sulla Coney Island Ave. In casa tutto era come lo aveva lasciato. Gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Al centro, il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa, uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Con un sussulto nel petto anche lei aveva fissato quel pozzo, poi, alzati gli occhi aveva scosso il capo piena di sdegno. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico; adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Filippo, non appena sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. Non fosse caduto in quell’occasione, sarebbe scivolato sull’olio sparso nella stanza da bagno da suor Lucia, la cuoca, oppure sarebbe caduto dalla scala della biblioteca grazie al gradino manomesso, opera delle mani da fabbro di suor Filomena, o ancora… Al quadro aveva provveduto suor Cristina che – talentuosa con pennelli e colori – ispirata dal dipinto Il trionfo della morte, aveva esaltato sul viso della Contessa il sentimento truce della vendetta. La Madre Badessa, che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì, ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti, gli stessi del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Nel pozzo, nel pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse vestito l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro, nonché assassino di un’anima ingenua, era fuggito. L’uomo, già preda di forti tremori per la febbre e per la paura, ascolta: «Te lo ricordi quel pozzo? Per un tempo infinito ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Eleonora lo dice mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce, ha gli occhi sbarrati, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, il bambino è finito nel pozzo. – Recita ancora. Poi – Le mie consorelle testimoni e consolatrici.» Gli tormenta le piaghe, continuando a parlare, inzuppando di tanto in tanto il brandello di stoffa dentro il catino che ha staccato dal pozzo. È pieno di un liquido scuro e grumoso, il piedino di un bambolotto e un bavaglino affondano e affiorano mentre Eleonora imbibisce la garza; sono il promemoria per il suo prigioniero. È disteso sul letto dove la nonna “è spirata serena”, gli hanno detto le suore, nelle ore di guardia; e ancora “Il bagliore dell’aurora eterna, dietro le palpebre chiuse, le ha disteso le rughe, cancellato afflizioni”. A Filippo sembra di vederla volteggiare sul suo capo, ha il viso di un angelo, “ha lasciato la terra perdonando ogni cosa”, ha aggiunto la Madre Badessa; e allora vorrebbe afferrarle una gamba per farsi trascinare via, involarsi anche lui nell’alba celeste, ma nemmeno un dito risponde al comando; sprofonda sempre più nell’abisso schiacciato dall’odore che gli comprime ogni organo. Eppure! Di nuovo la puntura di ago, e dopo qualche minuto la sua mente riemerge, l’occhio si riaffaccia alla vita… per cancellare ogni dubbio e speranza. Le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  20. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    @AdStr sempre utili i commenti, anzi indispensabili. Ho capito cosa intendi, grazie infinite. A dire il vero non so se ho ancora voglia di riprenderlo, magari più in là. Farò tesoro di questi ultimi suggerimenti.
  21. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 131] TC414

    Qui c'è un refuso: su quella Il racconto mi piace molto, ma spero di aver capito (certo volte entro in crisi): loro si trovano dove ci sono i grattacieli perché lui dice: qualora tu fossi nata nell'Oltre, non saresti andata su quella riva laggiù a guardare i grattacieli, a desiderare... (anche se il laggiù mi disturba l'immagine) Quindi mi sembra che qui i ragazzi vogliano fuggire dalla realtà dei "grattacieli" dalla nostra realtà per raggiundere l'altra spiaggia, quella che non si vede bene ma dove di certo ci si abbraccia (quindi il desiderio dei ragazzi è un ritorno al passato). Giusto? Il finale è tragico: Tornare indietro non si può, non è permesso. Anche se TC414 ricorda il suo vecchio sogno (e il suo nome), non può permettere la fuga ai due ragazzi. Mi ha lasciata perplessa solo la città all'inizio. In questo paragrafo, però, mi pareva di aver capito che a chiunque tentasse di attraversare il fiume veniva impedito di entrare in "città " (quindi quella con i grattacieli) e non di uscire. È certo al mille per mille che si tratti di un mio rimbambimento (l'età avanza). Oppure erano proibite entrambe le cose. Infatti qui avevo visto impedito l'arrivo ai Lumumba (mia definizione) i neri dai visi dipinti (gli uomini tribali). Forse il racconto va riletto così: gli uomini "neri" tentano di arrivare dove invece altri cercano di fuggire. Se non ho capito bene perdonami. Lo sapete, sono io che ogni tanto perdo colpi. Non so nemmeno se sono riuscita a essere chiara nel mio commento, figurati. Comunque un bel racconto.
  22. Adelaide J. Pellitteri

    Cosa state leggendo?

    Ho appena finito di leggere e recensire Quello che abbiamo in testa di Sumaya Abdel Kader, una giovane italiana di famiglia giordana che lavora come mediatrice culturale ed è consigliere comunale a Milano. Anello di congiunzione tra due mondi, seppure con personaggi finti, ci racconta storie vere. Una lettura necessaria, oggi più che mai, per comprendere chi ci vive accanto e sembra non somigliarci affatto.
  23. Adelaide J. Pellitteri

    Mio figlio

    @La Anders ho letto con piacere il tuo racconto. Il rapporto madre/ figli mi interessa sempre molto. Hai descritto la sindrome post-parto, che in alcuni casi porta alla depressione, in modo diverso: "Attaccando" il figlio quale intruso dalle pretese eccessive (più spesso la sindrome colpisce con il senso di inadeguatezza). Il senso di colpa per il mancato amore, alla fine, non poteva che venire fuori. In questi tempi, rivoluzionari per i sentimenti, salvaguardare l'equilibrio tra partoriente e nascituro è un'impresa. Un figlio interrompe il corso della propria vita, limita minacciosamente la libertà e in ultimo "deturpa" (a volte solo temporaneamente, altre per sempre) il bel corpo che abbiamo imparato a curare. Il tuo racconto ha belle sfumature e potrebbe ancora continuare. Ciao e alla prossima.
  24. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 130] Incontro notturno

    niente, ho le traveggole, perdonami (comincio a preoccuparmi).
  25. Adelaide J. Pellitteri

    Il pollo e il gattino

    @Kasimiro un favola dall'incipit originale, che incespica sulla parola alato, e che fatica a ripartire. Mi ha incuriosito, mi sembrava di vedere un nonno con un principio di Alzheimer e un nipotino disposto a incoraggiarlo. Anche il prosieguo non è male. Sfidare la sorte per sfamare un amico è un atto eroico. Mi è piaciuto anche il finale, è dolce e triste allo stesso tempo, sebbene la morale sia troppo spiegata. Ciao e alla prossima
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