Vai al contenuto

Adelaide J. Pellitteri

Scrittore
  • Numero contenuti

    2.643
  • Iscritto

  • Ultima visita

Risposte risposto da Adelaide J. Pellitteri


  1. Ho appena finito di leggere La vita che ci manca di Valentina D'Urbano, giovane autrice in ascesa, a me è piaciuto tanto. Un maistream molto intenso, l'ingestibilità dei sentimenti, l'amore e l'odio due forze dirompenti dai mille lati oscuri. Qualcuno di voi ha già  letto quest'autrice? 

    • Mi piace 1

  2. Sto leggendo Un indivino mi disse di Tiziano Terzani. Con l'occhio attento di un giornalista, rinunciando a prendere l'aereo per un anno, prendendo per vera la premonizione di un indovino, Tiziano attraversa l'Asia con tutti i mezzi possibili, scoprendo un'umanità e storie che il suo mestiere di inviato con il suo procedere mirato e troppo concentrato sul fatto esclusivo, non gli avrebbe mai permesso di conoscere.  Scrutandone il cambiamento epocale, l'occidentalizzazione inarresrabile, tra maghi, ciarlatani,  indovini dalla profonda spiritualità e un'infinita di religioni, tra templi millenari e ristoranti alla moda ci fa toccare con mano un mondo in piena evoluzione e rivoluzione. Per me, da non perdere. 

    • Grazie 1

  3. @dyskolos grazie anche per il tuo supporto :rosa::rosa:

    5 minuti fa, dyskolos ha scritto:

    Io direi in breve che per scrittori esperti come te non hanno alcun senso.

    Grazie per la stima, ma scrivere questo romanzo mi sta togliendo pure la più piccola delle sicurezze. Finché nuotavo nel brodo dei miei raccontini ok, ma allargate le braccia mi sfugge ogni cosa, i dubbi si moltiplicano, annaspo, faccio così o colì,? Il lavoro era finito, doveva bastare una piccola revisione, eliminare qualche incongruenza e rafforzare qualche scena, e invece? Dopo un anno di lavoro, tre mesi di decantazione e superata nel complesso la mia stessa rilettura (permanendo qualche lucido dubbio) mi affido, come è giusto fare, a un professionista (che stimo) e questo è il mio stato d'animo :aka::facepalm: 


  4. Ho bisogno di un suggerimento: Cominciare un romanzo con un lunghissimo flashback è davvero deleterio?  Se mi attengo al classico in media res  posso poi dedicare comunque tutta una "parte" del romanzo al lungo flashback oppure è meglio (obbligo) sparpagliare piccoli frammenti lungo tutta la stesura? Chiaramente il lungo flashback darebbe un quadro molto più chiaro e completo del passato, anche perché ogni cosa verrà ripresa alla fine, dove lo stesso passato verrà interpretato, poco alla volta, in modo diverso, riletto sotto una nuova luce. Ciò accadrà in modo frammentato, passo dopo passo il personaggio recupererà i vecchi ricordi e capirà il perché e le motivazioni reali di ogni piccolo accadimento passato (temo, quindi, che frammentando anche il flashback non si capisca poi molto, mentre se tutto il passato lo si legge in un unico blocco eviterei i piccoli dettagli facili a sfuggire, o no?)

    So che i flashback troppo lunghi sono rischiosi, ma sto leggendo Un indovino mi disse di Tiziano Terzani (meraviglioso) che altro non è che un unico e lunghissimo (affascinante) flashback (lo so, Terzani è Terzani, ma quanto servono allora le regole?)

    Spero qualcuno di voi possa aiutarmi. 

     

    • Mi piace 1

  5. @flambar sei sempre troppo buono con me. Anche leggere te è sorprendente, in questo periodo non rieso a aeguire il blog se non per sbirciare le notifiche. Sto lavorando con un Editor per sistemare il mio niovo progetto, metti che in mezzo ci sono il caldo e le ferie e mi ritrovo con il tempo a zero. Ho visto che hai caricato qualcosa su "capitoli" quindi ti stai cimentando in qualcosa di corposo, ne sono felice. Spero di recuperarne la lettura, ma non posdo promettere. Ti ringrazio per l'attenzione e l'apprezzamento. :rosa:


  6. Inserisco qui un post che il critico letterario Giuseppe Giglio ha postato sullo scrittore Bufalino, trovato oggi su FBK, mi pare a tono e molto bello

     

    «Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono sempre stato colpito dalla inverosimiglianza della vita, m'è parso sempre che da un momento all'altro qualcuno dovesse dirmi: "Basta così, non è vero niente". Allora io penso che si debba scrivere per cercare di crederci, a questo impossibile e riuscito colpo di dadi; che si debba, se l'universo è una metastasi folle, un po' fingere di mimarla, un po' cercarvi un ordine che c'inganni e ci salvi. Questo mi pare il compito civico e umanitario dello scrittore: farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete, un ladro del fuoco che porti fra gli uomini il segreto della cenere, un confessore degli infelici, una spia sacra, un dio disceso a morire per tutti. Ciò non vuol dire che scrivere è uguale a pregare?». Mi piace ricordarlo così, con queste sue parole, Gesualdo Bufalino, che moriva oggi, nel 1996. Mi piace ricordarlo così, questo scrittore grande, universale, sempre attuale, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita (15 novembre). Uno scrittore che aveva letto tutti i libri: non per costruire una vuota erudizione, ma per tenere sempre accesa la sua vecchia lanterna cieca sul cuore umano, sulla vita, sul mondo. Lui che era soavemente e coriacemente convinto che ogni viaggio dal degrado alla civiltà, dal caos all'ordine, non potesse non svolgersi - sempre, in ogni luogo e tempo - dentro le aule scolastiche e nelle stanze delle biblioteche. Lui che ai ragazzi, ai giovani, così si rivolgeva: «ora, ragazzi, vi dico perché si scrive e perché si legge. La scrittura, ragazzi, è tre cose: religione, medicina e amore. È religione, perché è una confessione. Uno scrittore che scrive si confessa e anche quando narra storie di altri non fa che narrare sé stesso. È medicina, perché serve a curarsi. Anche voi scrivete il vostro diario per guarire da una pena segreta, da una malinconia senza perché. È amore, perché scrivere significa inventare un personaggio che non corrisponde alla realtà ma che è frutto della nostra fantasia e del quale ci innamoriamo.

    Si scrive per narrare e si narra per non morire. Lo scrittore è Shahrazade, che più racconta e più si allunga la vita. E si legge perché senza libri si diventa Calibano, il mostro, che nella 'Tempesta' di Shakespeare dice di Prospero il mago: "Per liberarsi di lui, per prima cosa bisogna togliergli i libri". Leggiamo allora: per restare dei maghi che hanno il potere di cambiare il mondo».

    • Mi piace 3

  7. @Ippolita2018 il tuo racconto è bellissimo, misurato, e puntuale. Sembra di vederlo trascinarsi con tutta la stanchezza causata dalla sfiduci, ai piedi della croce. Sì, non c'è vera speranza ma lui rammaricandosi del fatto che non rivedrà più i suoi cari

    Il 31/5/2020 alle 23:43, Ippolita2018 ha scritto:

    "Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi". Io vorrei non averti mai conosciuto. I miei genitori morti, i miei fratelli morti, le persone a cui ho voluto bene sono ossa e polvere. Non incontrerò più nessuno di loro, perché non vi è il luogo in cui ti vedrò faccia a faccia. La morte ha l'ultima parola. Io ho ingannato me stesso, e non so come ciò sia potuto accadere. Non vi è luce in me, perché tu non esisti».

    e invece viene smentito, quindi un filo tenue per il lettore disposto a sperare c'è.

    Anche Madre Teresa di Calcutta ebbe i suoi forti dubbi, disse che per anni Gesù aveva smesso di parlargli, ma lei continuò a fare ciò in cui aveva sempre creduto e tornò a sentirlo più forte di prima.

    Il racconto ha il respiro profondo della delusione verso di se stessi, quando si deposita tutto su altro, persone, fede, lavoro, basta un niente per fare vacillare e distruggere la propria esistenza. Bello, bello, bello.


  8. C'è qualcuno che sa dirmi se in Francia, come in Italia, in ambulanza sale solo l'infortunato anche se in coma?

    E se l'infortunato, vittima di un incidente, ha figli minorenni, questi possono essere affidati a un vicino o un amico che si dice disponibile oppure  per legge devono occuparsene i servizi sociali?

    Grazie in anticipo per chi saprà darmi una mano. 


  9. 1 ora fa, Silverwillow ha scritto:

    Letto l'anno scorso. Io l'ho trovato stupendo, uno dei più belli degli ultimi anni. Fai sapere poi cosa ne pensi, ma secondo me ti piacerà

    Sì, è davvero bello. Hai notato le frasi brevi e concise? Una scrittura asciutta ed efficace come poche.  


  10. @Milarepa ti confesso che la lettura mi è risultata un po' ostica, lo stile e il registro si prestano più al componimento poetico che alla prosa: esistenza, usanze, apatia, congedo, rettitudini, ricerca, spavalda prosperità dell'impermanenza, agilità, sogno della dimenticanza e del silenzio... potrei continuare con il tuo vocabolario per tutto il testo, proseguendo magari con ingiurie della dualità, silenzioso clamore, inaudita avvenenza, tutte parole incorporee dove io lettore ( e sottolineo io) mi sono persa alla ricerca del significato. Il testo non risulta immediato come la prosa richiede, ma  – come già detto – ben si presta alla poesia, che va riletta, assaporata parola per parola, per trovarci quell'essenza magica che rende percepibile e palpabile il concetto espresso dal poeta stesso.

    Indubbiamente è uno stile ed è il tuo, ma per quanto tu ce ne abbia spiegato la sostanza nei tuoi commenti, nel testo risalta più l'estetica della parola.  

    Spero che il mio commento non ti disturbi, abbiamo l'obbligo di spiegare ciò che arriva a noi lettori, siamo tutti diversi per gusto, formazione e animo, quindi, che un commento diverga totalmente da un altro serve solo a capire come e a quante più persone arrivi la nostra scrittura.

     

×