Vai al contenuto

Adelaide J. Pellitteri

Scrittore
  • Numero contenuti

    2.643
  • Iscritto

  • Ultima visita

Tutti i contenuti di Adelaide J. Pellitteri

  1. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 138] Capelli bianchi di bimbo

    sul petto Questa frase la eliminerei, non aggiunge nulla, anzi, smorza l'effetto della frase che la precede. Anche in me hai smosso teneri ricordi (tagliare i capelli a mio padre mi divertiva tanto), così ogni tua descrizione mi ha trasportato nel vasto mare delle esperienze comuni. Personalmente amo questo tipo di sovrapposizioni di vite (di autore e lettore), perché leggere diventa più coinvolgente, si trasforma in rivivere insieme esperienze vissute.
  2. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 138] Le forme dell'amore

    secondo me qui, la chiave complica la vita al racconto, se la porta è chiusa da dentro sarà impossibile aprirla da fuori. Un'alternativa ? Bello, da proprio l'idea di come "funzionasse" la mente del padre e l'atteggiamento che adottava. Questa frase a primo acchito mi è piaciuta tanto, poi ci sono tornata su perché non mi tornava, poi l'ho apprezzata nuovamente, alla fine non so. Adattarsi e adeguarsi sono sinonimi. Bello, rapida conseguenza senza tanti fronzoli in mezzo ad annacquare la storia. Però qui mi sono persa, nel primo paragrafo mi pare di capire che ti riferisci agli addetti alle pompe funebri, ma non capisco perché lei debba guidare la macchina (capisco sia una metafora, ma non ho ancora colto). Nel paragrafo successivo, invece, descrivi il tuo arrivo in seguito alla storia d'amore. Sebbene tu abbia staccato i periodi, lì per lì, l'inizio Così sono arrivata... e ricordando la parola apparato mi è sembrato ti riferissi al viaggio (apparato genitale compreso) per arrivare a mamma e papà. Ma questa versione non calza affatto perché sopra parli di volti scuri ... dolore e comprensione. Quindi non sono riuscita a trovare una spiegazione. Andando avanti però, si completa il quadro, ed emerge la metafora sui sentimenti giocata sul fantasy. A questo punto avrei potuto cancellare l'osservazione precedente, ma ho preferito lasciarla per farti vedere il cammino che ho fatto io lettore. Bello! La tua scrittura è sempre affascinante, originale e capace di espandere i pensieri di chi ti legge, ma allo stesso tempo, è sfuggente, imprevedibile e spiazzante. Lei scompare prima che i suoi la possano concepire, però quando i suoi sono già morti (il gioco del tempo che si riavvolge). Il suicidio del padre mette la parola fine alla sua esistenza, giacché morta la madre/amore, lei – che ne era il riflesso – sembra non potere avere più una vita sua. Per me tocchi un tasto importantissimo nell'esistenza dell'essere umano, tempi o non tempi, credo che l'amore dei genitori sia una fonte di inestimabile valore, senza amore nell'infanzia sarà difficilissimo (se non impossibile) essere felici nell'età adulta. Inoltre, credo che nei casi di suicidio la cosa più terribile per chi resta (figli o moglie) sia credere proprio di non essere stati amati abbastanza dal suicida (al di là del fato che possa essere vero o no). Infine, lasci sparire la tua diciannovenne come in un sogno, tra l'evanescenza delle parole. Cosa posso aggiungere? Sei capace di dare una libertà alle parole che pochi sono capaci di dare.
  3. Adelaide J. Pellitteri

    Compleanni nel WD

    Augurissimissimi a @Mister Frank
  4. Adelaide J. Pellitteri

    Ho smesso di sognare da tempo!

    @trinciapapere capisco che ti senta avvilito, ma se non carichi il racconto nella sezione corretta nessuno ti leggerà, inoltre, commentare prima di postare è il primo passo per dare modo agli altri di apprezzarti anche il tuo modo di commentare. Frena la tua rabbia, trasformarla in determinazione, fare il cavallo pazzo non ti serve a nulla. Conquistaci invece di scalciare. Lasciati apprezzare prima di fuggire.
  5. Adelaide J. Pellitteri

    A casa del nonno

    Qui lasci presupporre che la nonna, saputo della figlia di Brigitte" non abbia retto il colpo e si sia ritirata in manicomio. Beh, non c'è nessuna prova che possa essere la figlia di Brigitte ( e in questo caso potrebbe saperlo, perché nonno Guglielmo ne è venuto a conoscenza molto tempo dopo, quando Brigitte era sul punto di morte. Non dai date precise e tutto resta nel dubbio (credo proprio volutamente). La mamma potrebbe essere comunque regolarmente figlia dei due nonni. Al di là di questa incertezza, il pezzo mi è piaciuto parecchio, scritto bene (sarà che sono troppo buona? ), non ho percepito rallentamenti di sorta. Ho apprezzato la descrizione degli abiti ben tenuti, ho percepito il rovistare tra le cose del nonno quale voglia di scoprire cose di una persona che avremmo voluto conoscere di più e meglio, per sentirla ancora con noi. La ricerca tra abbigliamento e armadi mi sembra più una "cosa" dolce e non solo "morbosa" curiosità. Bello anche il frangente della quarantena che lascia il tempo per fare nuove scoperte. C'è molta storia in questo racconto, il personaggio che vive lontano, il ritorno in Italia solo per il Natale, una trama dall'apparenza semplice, che accomuna molti, eppure unica nelle sue dinamiche famigliari.
  6. Adelaide J. Pellitteri

    I racconti della Quinta Luna – Sesto ciclo

    @Sirabuongiorno, vedo che hai pubblicato i titoli dei racconti della la tua settimana, ma manca il mio Bum Bum Bum, pubblicato il 3 maggio. Come mai?
  7. Adelaide J. Pellitteri

    Compleanni nel WD

    @Sarettyhauguri anche da parte mia
  8. @Ljusetho avuto il piacere di conoscere @Starpas59 (alias Paola Storace), in occasione della presentazione dei nostri libri organizzata dalla nostra Ce alla Sinestetica di Roma. Lì, oltre che come autrice, ho avuto modo di apprezzarla anche come persona, tanto vero che siamo rimaste in contatto. Una donna piena di energia e con molte cose ancora da raccontare. Concordo con la tua recensione e sono certa che il seguito non deluderà. Forza Paola!
  9. Adelaide J. Pellitteri

    Autore esordiente, appassionato di storia e letteratura gialla

    A parte il fatto che il titolo è Sipario veneziano, ho dimenticato la cosa più importante, darti il benvenuto.
  10. Adelaide J. Pellitteri

    Autore esordiente, appassionato di storia e letteratura gialla

    @Gustavo Vitali (sei passato dal "via"?😄spero di sì). Di recente ho jetto Sikario veneziano di Maria Luisa Minarelli, un giallo ambientato nella Venezia di fine '700. L'ho trovato estremamente curato nei particolari, avvincente come trama, ottima descrizione dei luoghi e personaggi attendibili. Venezia ha un fascino particolare, per i gialli mi sembra l'ideale.
  11. Adelaide J. Pellitteri

    Il professor Pupillo

    La gran secchiata d’acqua si spiaccicò per terra, lo splash fu identico a quello dei fumetti. Luca, o meglio il Professor Luca Pupillo, si ritrovò, così, coi pantaloni tutti inzaccherati. Con gli occhi sgranati e le narici dilatate, sembrava stesse risucchiando tutta l’aria intorno per restituirla con un boato (e un’imprecazione) capace di far crollare le mura d’un paese. Ero lì, a due passi, strizzai gli occhi aspettandomi l’ingiuria urlata a squarciagola e: «CONTADINO!» gli uscì, ma con una voce stridula che non avrebbe fatto paura neppure a un moscerino. La voce del Professor Pupillo era sempre stata la sua croce, più c’era da urlare, più diventava ridicolo con quella vocina, per altro in sintonia con la sua statura. Piccoletto, magrolino, quasi calvo e con un naso adunco che in qualche modo ricordava Dante. Intanto aveva già urlato “Contadino.” Chi gli aveva inzuppato i pantaloni, si era rintanato nel negozio. Era un marocchino che stava tirando a lucido il centro scommesse “Felici e Fortunati”; aveva alzato la mano accennando a delle scuse, poi era sparito dietro la vetrata. Mio padre era stato contadino. Aveva zappato e seminato canticchiando le canzoni di Natalino Otto. Non poté farsi una cultura perché, frequentando la quinta elementare, gli capitò l’incidente della pallonata. Sì, tirò una pallonata dritto in faccia al preside Gulotta e venne espulso da tutte le scuole del “Regno”. A quei tempi l’Italia era ancora dei Savoia. Dunque non proseguì gli studi e non poté apprendere nulla su Catullo e Cicerone; però da qui a diventare una parola d’offesa certo ne correva. A quel punto fui io a ritenermi insultata dal Professor Pupillo. Lo conoscevo bene, abitava in una villetta a due piani poco distante dai palazzoni dove si trovava il centro scommesse e pure casa mia. Lui s’era ritagliato un angolo in un quartiere che negli anni aveva cambiato aspetto grazie alle nuove costruzioni. Intorno alla sua casa, un appezzamento di terreno era l'ultimo scampolo di verde della zona, ma tale e quale da lunghissimi decenni. Col Professore c’eravamo scambiati sempre qualche saluto, qualche gentilezza. Andavamo tutti i giorni dallo stesso panettiere dove, se nell’attesa si apriva qualche disputa, un semplice discorso, davo sempre ragione a lui. Lo ritenevo profondamente colto e facesse qualunque affermazione la consideravo più che corretta, estremamente esatta. Subivo il fascino della sua cultura perché avevo il mio complesso d’inferiorità. Mi ero diplomata in ragioneria con uno striminzito trentasei (per altro del tutto raccattato) e, crescendo, quel numero mi era rimasto appiccicato addosso come fossero state le orecchie d’asino del tempo di mio padre. «Contadino, contadino e contadino!» aveva pure ripetuto, dopo che il marocchino era sparito dietro al vetro. Ma come contadino? Contadino a chi? Mio padre, che aveva importato i capitali dall’estero. E sì che li aveva importati. Esportando agrumi in mezza Europa. Che se ancora oggi si parla di “arance di Sicilia” il merito per buona parte è suo, e il Professor Pupillo si permette!? Ecco, dentro mi si era rivoltato tutto quanto e adesso il Professore mi sembrava un emerito cretino. Mi tornava in mente mio padre, soddisfatto di conoscere, al pari di un grande letterato, la poesia della sua terra, dei suoi frutti, di tutte le stagioni. Adesso lo vedevo intento ad intrecciare il pergolato, come il migliore tra tutti gli architetti. Lo ricordavo mostrarmi mandarini grossi come mele, farmi annusare la zagara di maggio. Mostrarmi anche il male del pidocchio che avvizziva gli alberi, insegnarmi la cura per guarirli. Non gli importava che fossi femmina e che non sarei mai stata contadina. A lui importava che conoscessi la terra che un giorno sarebbe stata mia. Non ci dormivo la notte, ci rimuginavo di giorno. «Contadino a chi?» Mi dicevo. Mio padre mi veniva in sogno, e io frullavo bile. Il nonno del Professor Pupillo era stato un notaio e suo padre un avvocato. Insomma erano uomini di “carta” da tre generazioni. Per la verità il padre era una sorta di Dottor Azzeccagarbugli, almeno a detta di mio padre che, vissuti sempre nel medesimo quartiere, lo conosceva bene. Il padre del Professor Pupillo, vi dicevo, era un uomo di legge solo che più che rispettarla, la legge, la usava a piacimento, con leggerezza o con pedanteria. Una volta, ad esempio aveva trascinato in tribunale un povero cristiano, accusandolo di furto, solo per due limoni presi allungandogli la mano oltre la ringhiera. «Contadino che!? Ma contadino a chi!?» E non mi si schiodava l’offesa dalla testa. E melanzane, fichi, tenerumi… affollavano ormai tutti i miei pensieri. Rivedevo mio padre chino, tutti i santi giorni, a raccogliere ortaggi e frutta cantando le canzoni che parlavano di guerra e di scarponi, mentre io me la svignavo quatta quatta. Fingevo avessi da studiare. Pur non sapendo niente di Catullo e Cicerone, mio padre, amava leggere le poesie di Petru Fudduni e gli scritti del Pitrè. L’ultimo regalo che mi fece fu “‘A livella” il libro di poesie del Principe Totò. Che il Professor Pupillo sapesse di Catullo e Cicerone a menadito, adesso m’importava molto meno, ma che bevesse spremute di arance di Sicilia, mi faceva andare veramente in bestia. Quando lo incrociavo aveva sempre un sacchettino in mano, con delle arance, per l’appunto, oppure con “verdurine fresche, fresche”, mi diceva; mentre io per tanto tempo ero andata in giro con le novelle del Verga sottobraccio per fargli credere che amassi veramente la letteratura. Ero ricorsa a quell’espediente quando, cogliendomi di sorpresa, mi aveva chiesto se conoscevo la poesia di Giosuè Carducci dedicata alle fonti del Clitumno. E che erano queste fonti? Boh. Oddio la reminiscenza c’era, del caro Giosuè, ma di quella poesia, nella mia testa, nessuna traccia. “Mi è sfuggita” avevo detto, giurando che avrei recuperato. Sapevo che il professore amava scrivere in latino, “poesie brevi” mi diceva, “molti distici e qualche poemetto”. Certo scrivere poesie in latino nel duemilasette era una cosa forte, ma mi domandavo chi mai potesse leggerle? Non osavo inoltrarmi nella discussione e annuivo con sorrisi timidi, quasi sottomessi. Allora, quell’essere minuto, mi sembrava ancora un concentrato di sapienza. Fu dopo la secchiata e quel “contadino” urlato con disprezzo, che il vecchio Luca mi perse l’aurea e tutta la cultura. Oltre alla rabbia sentivo in copro un’amarezza strana, profondissima, un cruccio dentro l’anima. Non riuscivo a debellare quella sensazione e m’infiammavo fino ai pugni stretti a ogni incontro. Passai notti e giorni e ripetere sempre la stessa parola, “contadino, contadino e contadino… Che il professore meritasse una lezione? Ci misi più di un mese a capire perché quel “contadino” continuasse a rimbombarmi in testa. Ci misi davvero tanto tempo a capire che il professore, la lezione l’aveva data a me. Proprio con la sua la “letteratura”, m’aveva insegnato finalmente qualche cosa. Il contadino era la cosa più lontana che ci fosse nella sua genealogia, loro erano uomini di carta, nella fattispecie. Ma io? Per quel mestiere, mio padre m’era sempre sembrato l’ultimo di tutti. Ero nata dentro la poesia della natura, ma più del professore ne avevo disdegnato l’importanza. Mi pesava più d’un macigno quel “contadino”, disprezzato e offeso soprattutto da me stessa che avevo venduto tutta la mia terra, per farci crescere enormi palazzoni.
  12. Adelaide J. Pellitteri

    Il professor Pupillo

    Grazie Alba per essere passata da qui e ben tornata tra noi, grazie per il tuo apprezzamento, in effetti il professore lo dice proprio per offendere; rivolgendosi al marocchino, lo usa come sinonimo di cafone e ignorante.
  13. Adelaide J. Pellitteri

    In memoria di Peppino Impastato e Aldo Moro

    Siamo concittadini
  14. Adelaide J. Pellitteri

    In aria

    Bello Qui ti faccio l'appunto, sembra che tutti i giudici abbiano i baffi a spazzola. È questa l'immagine che mi dai. Suggerire : i giudici... increspate, soprattutto quello con i baffi a spazzola. Questa frase mi sembra incompleta: Vedere il figlio lì, a qualche... (cosa fa lo dimostra, glielo conferma?) Il pezzo mi è piaciuto tantissimo, hai messo in correlazione i due tuffi, il primo nell'acqua e il secondo nella morte, con descrizioni efficaci (belle quelmovimento circolare delle braccia); la "moviola" del secondo, in particolare, con il silenzio dato dalla sordità del personaggio che fissa il punto di confine tra la vita e la morte, con l'ultimo sguardo che lega lei e il figlio, mi ha affascinata. Ottimo pezzo, grazie per la lettura.
  15. Adelaide J. Pellitteri

    Compleanni nel WD

    @Miss Ribston augurissimissimi di buon compleanno 🥂🎂🍾
  16. Adelaide J. Pellitteri

    In memoria di Peppino Impastato e Aldo Moro

    Bellissimo (questo è un esempio tipico di conoscenza dei luoghi, e spiega perché l'editore Frilli non accetti gialli scritti da italiani ambientati in America). Questa espressione mi risuona alle orecchie identico al vento di ieri. 👍 Anche questo piaciuto molto Io che vivo immersa nel paesaggio, nella storia, nei personaggi della terra in cui è ambientato il racconto, ho colto a pieno ogni minima discrizione, panelle e canzone compresa. Per ciò che mi è arrivato ti dico che questo è il pezzo migliore tra i tuoi, letti fino ad oggi. Frasi come "la famiglia è importante" , "in fondo è sempre tuo padre" (come a giustificare o a non tenere conto di ciò che di orribile possano esserci in quella famiglia e in quel padre) è una tipica espressione che tutti conosciamo nel suo legame/significato più profondo. Mi piace il punto di vista del figlio che vuole andare avanti, passare oltre la casa della nonna, che rappresenta il vecchio modo di pensare, mentre il tuo personaggio raffigura il nuovo: andare avanti per migliorarsi, prendere le distanze da un passato indegno. Ti affibio un meritato bravissimo. I pezzi in corsivo sono tuoi? Se sì, complimenti anche per questi. 👍👍👍
  17. Adelaide J. Pellitteri

    L'epoca del Radio

    Qui andrebbe il trapassato prossimo: Era apparso... Poi ho sostituito aveva con con per ammorbidire la frase La storia è molto interessante, ma la scrittura, per quanto regolare e corretta, ha poca tensione. Un buon lavoro ma migliorabile. Ciao e alla prossima
  18. Adelaide J. Pellitteri

    [LP9] Nostalgie di un fuggiasco

    Mi associo al coro di approvazioni e commento solo l'ultima terzina che rimanda a ciò che si sarebbe potuti essere e non si è stati: uomini migliori di come ci ha voluti il mondo. Di sicuro ognuno di noi ha una parte di vita sprecata in paure, soggezioni, pigrizie, scarsa fiducia e così i talenti rimangono colpevolmente inespressi, ci erano stati dati gratuitamente e non li abbiamo saputi far rendere. Coinvolgente lettura, bravo.
  19. Adelaide J. Pellitteri

    «...il racconto è una forma nobilissima. Eppure...»

    nel 2015 al Premio Strega arrivò secondo il libro di racconti La sposa di Mauro Covacich, caso rarissimo, la particolarità di questa raccolta risiedeva nel fatto che, sebbene le storie fossero l'una slegata dall'altra, il finale dell'una era l'attacco della successiva, o comunque un minimo elemento veniva citato nel racconto che seguiva (quell'anno vinse Nicola Lagioia con "La ferocia). Quando si propone una raccolta di racconti credo sia importante presentarla quale lavoro unico non frammentato; per dirla come l'ho sentita: non bisogna racimolare i fondi di un cassetto, e concordo a pieno. È inutile pensare di scegliere i più belli che abbiamo scritto e che comunque non fanno "trama". Magari si può puntare su un argomento, un periodo storico o altro, in modo da declinare ogni aspetto del soggetto scelto. Non dimentichiamo che Alice Munro, premio Nobel, ha scritto solo racconti e un unico romanzo (a mio dire nemmeno all'altezza dei suoi straordinari racconti).
  20. Adelaide J. Pellitteri

    Dell'acqua e della pazzia

    Refuso, è sbagliata la virgola oppure la maiuscola (decidi) Il me è superfluo si capisce, ma "ricamate" mi sembra troppo femminile, non sarebbe meglio cesellate o incise? forse potrebbe andare in corsivo c'è uno spazio di troppo. bello di nuovo, virgola o maiuscola sembra bello ma lì per lì' inceppa, potresti trovare un'alternativa. Segnalate queste stupidaggini mi associo al coro (ma non in toto), il pezzo è molto bello, intenso, però ad un certo punto mi è sembrato calcassi un po' la mano sulle sensazioni, tante descrizioni minuziose e ricche di particolari un po' a discapito della trama in sé, parli di Cosa sono questi trenta giorni speciali? Non lo dici (oppure è sfuggito a me) Poi, il padre ha ucciso la madre e il fratellino (la nonna non si sa, sappiamo solo che la sua voce stride mentre la torta si spappola) e non sappiamo perché. Uscito di senno, il tuo personaggio (capisco che sia voluto) mi pare troppo concentrato su se stesso e per fare questo l'autore (tu) si è messo alla ricerca di preziosità e preziosismi. I punti belli, infatti, sono davvero tanti a partire da questo Anche qui molto bello, seppure –come @Edu –anch'io l'ho percepito molto cantilenante. Come lui concordo anche sul fatto che lì per lì la strage sembrava fuori luogo e non preparata a dovere, ma il finale giustifica tutto. Molto bella la descrizione dell'uomo con il giornale, il sole che entra... Tutto descritto molto bene, sembrava di essere lì. In conclusione mi è piaciuto, l'ho trovato solo troppo ricco. Come una donna con troppi gioielli addosso. Ho anche avvertito il tocco femminile e in più punti il ritmo poetico. Non me ne volere, ma se dobbiamo dire ciò che percepiamo è giusto essere sinceri, la tua scrittura mi piace tantissimo, ma qui hai lavorato come si dice da noi "troppo di fino". Ovviamente prendi il mio commento per quel che vale, un'impressione personale e nient'altro, il mio difetto è essere troppo sintetica quindi ci sta che, leggendoti, ne abbia tratto questa sensazione. Ciao e alla prossima
  21. Adelaide J. Pellitteri

    MI137 Bum bum bum (fuori concorso)

    Traccia di mezzanotte: fuori controllo (Fuori concorso perché non scritto tempo fa) Dice che sono arrivato nella sua vita solo per distruggerle il mondo meraviglioso che aveva intorno. Dice che sono il suo dolore, la sua rabbia, la sua disperazione. Dice che provvederà, e tutto tornerà come prima. Non sa che, quando ho fatto la mia corsa dentro di lei, il suo mondo era già distrutto. Non sa che ciò che vedeva, di quel mondo, era solo un riflesso dei suoi desideri. Non sa che come posso amarla io, non potrebbe farlo nessun altro essere umano. Marcello non amava lei ma i suoi seni, perché poteva succhiarli come caramelle. Marcello non rispettava il silenzio sulla loro intimità, amava raccontare ogni cosa agli amici. Marcello non era un buon compagno, non sarebbe stato nemmeno un buon padre. Daniela era sua amica perché, insieme, in discoteca le notavano tutti. Daniela era sincera e si è visto, quando le ha detto: se lo tieni, uscirò con Manuela. Daniela era sua “sorella”, ma la sfruttava come uno specchio, così la popolarità toccava anche lei. Fremo perché la vita trova la sua strada sempre e comunque, anche quando i due non la cercano. Fremo perché già che ci sono mi piacerebbe sentire come si sta tra le braccia di una madre. Fremo perché non sono ancora niente eppure ho già un cuore che batte: Bum, bum, bum. Non credo di essere stato io a convincerla. Non credo di essere riuscito a farmi sentire, non sono ancora capace di scalciare a dovere. Non credo si possa desiderare niente di più che avere una mamma, magari coraggiosa come la mia. Ho vinto la mia prima battaglia, sopravvivere alla sua paura, già che tutti l’hanno lasciata da sola. Ho vinto il trofeo della vita, nel mio futuro i suoi baci, le coccole e i suoi insegnamenti. Ho vinto perché da quando ha deciso, ha smesso di piangere, lei mi accarezza e io la rassicuro. Esiste la forza, lei ne ha tanta, per due. Esiste il domani, il nostro, “l’unico per cui valga la pena lottare”, ha detto. Esiste l’amore e quello di una madre per un figlio sopravvive per sempre. Troppi uomini sono come Marcello, sono gli stessi che - della mia mamma - domani diranno: è bella, peccato abbia un bambino.
  22. Adelaide J. Pellitteri

    MI137 Bum bum bum (fuori concorso)

    Hai colto il punto cruciale del racconto, posizionato già nel titolo. Ad insistere sul particolare temevo diventasse una forzatura. Felice che ti sia piaciuto. Grazie infinite
  23. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 137] Imma è di Dio?

    Sentirsi troppo piccoli in un mondo troppo grande, l'offerta è un esubero ingestibile. Ho apprezzato la scelta di ciò che non poteva soddisfare: non poteva concedersi a ogni singolo uomo, sfera fisica, non poteva leggere tutti i libri, la conoscenza rimaneva limitata, non poteva nuotare nel Mare dei Cartaginesi, attraversare lo spazio della Storia, né osservare con gli occhi di un'aquila, anche il paesaggio le rimaneva monco, né salvare un bambino, non avrebbe neppure potuto evitare atrocità e dolore. L'estraniamento è completo. Scritto molto bene, aveva sentito parlare di Dio disceso che vive nei cieli e allora, da lì e da Lui, si aspettava di potere tornare alla sua vera casa, la galassia. Un'interpretazione alquanto strana del distacco di un individuo dalla realtà; a cosa servono gli scrittori se non a proporci strade impensabili? Molto bello l'incipit e tutta la parte riguardante le cerimonia, brava. A me è piaciuto. Scrittura scorrevolissima.
  24. Adelaide J. Pellitteri

    Quando capire se è il momento di inviare ad un'agenzia

    Di norma un testo finito deve essere messo da parte e ripreso dopo sei mesi (lo so è dura, ma e così) questo perché come si è detto si finisce per imparare il testo a memoria, a quel punto si è persa la capacità di individuare difetti nella trama ed errori grammaticali. Nel contempo si continua a "correggere" perché stanchi di ripetere sempre la stessa storia e si sente il bisogno di "migliorarla"; è solo la necessità di rinnovare il nostro interesse, ma inserendo nuove trovate si rischia di compromettere tutto. Metterla da parte e quasi dimenticarla ripulisce la nostra mente. Se sei mesi vi sembrano troppi provate con tre, ma non meno di tanto ne trarrete solo vantaggi. Nel frattempo scrivete altro, buttate giù qualche idea per un nuovo romanzo, vedrete che non sarà tempo perso. Siate pazienti, pazienti, pazienti...
  25. Adelaide J. Pellitteri

    MI137 Bum bum bum (fuori concorso)

    @L@ur@ grazie infinite, il tuo commento ha emozionato me.
×