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Adelaide J. Pellitteri

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  1. Adelaide J. Pellitteri

    Mezzogiorno d'Inchiostro 132 - Topic Ufficiale

    Traccia di mezzogiorno: Lo zoo
  2. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 132] Schizo di mare

    @simone volponi Ecc,o leggo il tuo e mi passa la voglia di postare, ma ormai la fatica è fatta, quindi chino la testa e procedo. I tuoi pezzi sono sempre av-vincenti. Questo è bellissimo Sono tante le immagini che ho apprezzato, piaciuta anche la trama: il mondo dei pazzi va in pezzi. Una clinica psichiatrica in piena regola. Bravissimo a mostrare senza dire (vabbè, tu il mestiere lo hai nel sangue). Originale l'insalata di pillole.
  3. Adelaide J. Pellitteri

    I racconti della Dodicesima Luna – Quinto Ciclo

    ma è Natale! Potevi essere più buono e ragalare, almeno a uno di noi, l'illusione di averti conquistato. Vabbè, pazienza . Ci costringi a impegnarci di più. Mannaggia, ho già le meningi in fumo.
  4. Adelaide J. Pellitteri

    Alma

    @Agatarabe complimenti per questo racconto. L'ho letto senza fermarmi un attimo. Sei stata bravissima a tratteggiare la condizione del tuo personaggio, molto simile a quello di certe figlie femmine di un tempo. A loro toccava il "peso" dei genitori. Ogni tua parola ha inquadrato una scena più ampia, l'atteggiamento dei fratelli tutta una mentalità, quello della madre idem. E questo tuo personaggio, che per imparare qualcosa dell'amore deve spiare la gente cui affitta la sua baita, impressiona. Un racconto dove una situazione subita, scatena atteggiamenti anomali. Ho notato un solo refuso, un "sì" scritto senza accento. Mi sono piaciuti il ritmo, il tema, che hai trattato con originalità, e la scorrevolezza. Tanti pregi che mi hanno lasciato la voglia di leggerti ancora. Brava.
  5. Adelaide J. Pellitteri

    Naufragio interpolare

    @Jolly Roger hai una bella scrittura, fermo restando i suggerimenti di @Marcello(buona scuola per tutti), ho davvero apprezzato il linguaggio, le parole, le metafore. Hai saputo gestire bene l'alternanza dei due personaggi, e perfino l'inserimento della scena del massaggio. A rileggerti con piacere.
  6. Adelaide J. Pellitteri

    Cinico presepe: Il fabbro con le visioni (iceberg)

    Mentre sono in viaggio con il mio cammello, incontro i Magi, sono diretti a Betlemme. Vanno a tributare onori a una certa Maestà, mi raccontano. Io, appena sento parlare di Maestà e Regine impazzisco, mi sbrilluccicano gli occhi. "Caspita! – rimugino – Qui c'è da grattare, magari faccio il botto e mi sistemo a vita”. Mi accodo, poi rifletto e decido di giocare d’anticipo. Li precedo seguendo le loro indicazioni. Notte di luna e di stelle, una c’ha pure la coda. Il perché della coda non me lo chiedo, ma... "brutto segno – penso – troppa luce non va bene per i ladri". Arrivo, lo capisco perché vedo tanta gente in lontananza, sembrano pecore che vanno all’ovile, e qualche merda di pecora la prendo pure sotto il piede. “Bene, questo è buon segno”, mi dico. Gioco di fantasia, le immagino ingioiellate, ma no le pecore, si capisce! Penso alla gente che porta doni ad un Sovrano. Me la raffiguro con le sacche gonfie di monete d’oro. Mi frego le mani e comincio a mettere in pratica il mio piano. Mi fermo in un bazar, compro attrezzi per fabbri e maniscalchi, tutto l'occorrente. Mi avvio verso la meta, ma qualcosa non mi torna. Mi sembra di vedere una folla scalcagnata, e pure mal concia di salute; conto due lebbrosi, quattro ciechi e tre zoppi con al seguito sei galline e sette capre, ma cos’è? Che si va così a salutare una famiglia facoltosa come quella? I Maggi sono stati chiari, portavano doni a un Re appena nato, sono sicurissimo! Vabbè, cerco un angolo che domini la scena. Mi piazzo tra due massi, preparo il fuoco, attizzo la fiamma, mentre le stelle fanno una gran luce – neanche fosse mezzogiorno –. Da qui, mentre arrovento i ferri, posso contare le palme una ad una, individuare i cespugli che potrebbero farmi copertura, ed osservare tutto ciò che mi interessa. Devo individuare le borse piene, quelle solo gonfie e quelle truccate da poveri, come i 740 dei millenni futuri (lo so, ho le visioni e me ne vanto). Ho l'occhio fine ma, mentre batto col martello, mi tocca pure lavorare per colpa di qualche scimunito che crede io sia un fabbro per davvero. I soliti scassa c...! Passano le ore e non arriva nessuno che sia degno della mia attenzione, e per i Magi chissà quando se ne parla, forse arriveranno per ultimi, con comodo; basta, mi sono scocciato di aspettare. Voglio andare a vedere la reggia che intendo scassinare - sarà già piena di regali - . Speriamo che quei tre non mi abbiano raccontano fesserie, e che lì dentro non ci trovi qualche amara delusione. Ma che vedo? che vedo? che vedo? Mannaggia a me, e mannaggia a quando do retta a gente sconosciuta! Una reggia? Casa mia al confronto è una delle ville che, tra due millenni, sorgeranno a Portofino (lo so, ho le visioni e me ne vanto). Questi qua stanno peggio di me! Niente copertine di lana cachemir, ma fiato di bue e asinello, niente culla Chicco ma mangiatoia con paglia puzzolente. Mannaggia a la miseria, ci vuole sorte pure a fare i ladri, sono capitato proprio nel secolo sbagliato. Mannaggia a me, e mannaggia ancora! Ma cambieranno i tempi e già mi vedo seduto sullo scanno di un bel Parlamento, coperto di onori e onorificenze, regalie, privilegi e soldi a volontà. «La mia discendenza sarà numerosa come la sabbia del mare – sussurro nell’orecchio al Bambinello – Per i ladri verranno tempi d’oro.» Lo so, ho le visioni e me ne vanto.
  7. Adelaide J. Pellitteri

    Cinico presepe: Il fabbro con le visioni (iceberg)

    @Freedom Writer severo? Assolutamente no, mi hai saputo spiegare molto bene ciò che non va nel pezzo e ti ringrazio; non è sempre facile essere chiari. Sicuramente l'ho penalizzato riadattandolo in italiano. L'unica cosa che non mi convince è il suggerimento di usare un lessico forbito. Usare un linguaggio terra-terra è stata una scelta precisa, ma capisco che tutto nasca proprio dalla traduzione. Grazie ancora e alla prossimaq
  8. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora aveva lasciato l’antico corredo, lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, e i vassoietti d’argento; a Filippo un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, il nipote le aveva alleggerito il libretto cointestato di ben cinquantamila euro. Il furto? Un gioco da ragazzi Filippo si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla, almeno prendo questi”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamare la donna mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla scrivania. Vendeva automobili a Broadway, sulla Coney Island Ave. In casa tutto era come lo aveva lasciato. Gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Al centro, il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa, uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Con un sussulto nel petto anche lei aveva fissato quel pozzo, poi, alzati gli occhi aveva scosso il capo piena di sdegno. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico; adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Filippo, non appena sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. Non fosse caduto in quell’occasione, sarebbe scivolato sull’olio sparso nella stanza da bagno da suor Lucia, la cuoca, oppure sarebbe caduto dalla scala della biblioteca grazie al gradino manomesso, opera delle mani da fabbro di suor Filomena, o ancora… Al quadro aveva provveduto suor Cristina che – talentuosa con pennelli e colori – ispirata dal dipinto Il trionfo della morte, aveva esaltato sul viso della Contessa il sentimento truce della vendetta. La Madre Badessa, che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì, ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti, gli stessi del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Nel pozzo, nel pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse vestito l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro, nonché assassino di un’anima ingenua, era fuggito. L’uomo, già preda di forti tremori per la febbre e per la paura, ascolta: «Te lo ricordi quel pozzo? Per un tempo infinito ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Eleonora lo dice mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce, ha gli occhi sbarrati, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, il bambino è finito nel pozzo. – Recita ancora. Poi – Le mie consorelle testimoni e consolatrici.» Gli tormenta le piaghe, continuando a parlare, inzuppando di tanto in tanto il brandello di stoffa dentro il catino che ha staccato dal pozzo. È pieno di un liquido scuro e grumoso, il piedino di un bambolotto e un bavaglino affondano e affiorano mentre Eleonora imbibisce la garza; sono il promemoria per il suo prigioniero. È disteso sul letto dove la nonna “è spirata serena”, gli hanno detto le suore, nelle ore di guardia; e ancora “Il bagliore dell’aurora eterna, dietro le palpebre chiuse, le ha disteso le rughe, cancellato afflizioni”. A Filippo sembra di vederla volteggiare sul suo capo, ha il viso di un angelo, “ha lasciato la terra perdonando ogni cosa”, ha aggiunto la Madre Badessa; e allora vorrebbe afferrarle una gamba per farsi trascinare via, involarsi anche lui nell’alba celeste, ma nemmeno un dito risponde al comando; sprofonda sempre più nell’abisso schiacciato dall’odore che gli comprime ogni organo. Eppure! Di nuovo la puntura di ago, e dopo qualche minuto la sua mente riemerge, l’occhio si riaffaccia alla vita… per cancellare ogni dubbio e speranza. Le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  9. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    Grazie, che bel complimento! Viva Palermo e Santa Rusulia (a questo punto, è d'obbligo)
  10. Adelaide J. Pellitteri

    Ars poetica - laboratorio compositivo

    @Ippolita2018 sei unica, ci chiami all'adunata. Ancora laboratori? Esperienza bellissima, meriterei la pensione per gli anni trascorsi a seguire i laboratori di scrittura. Sai già come sono messa con il tempo disponibile, ma qualche incursione spero di poterla fare. Grazie per l'attenzione che mostri nei nostri confronti. Sei eccezionale
  11. Adelaide J. Pellitteri

    " C a g a V o d k a "

    Refuso: manca lo spazio dopo i due punti, e aprendo le virgolette basse (o caporali) devi iniziare con la maiuscola. Se dai una rilettura vedrai che sono scritti quasi tutti con la minuscola Refuso: per cui In realtà questa frase potresti toglierla, ribadisce ciò che sostiene la frase precedente. Qui manca qualcosa, la frase non è chiara Refuso: agli Altre piccolezze le ho saltate e adesso non mi soffermero più, voglio godermi racconto. Siccome implica un cambiamento e tu invece metti punto. Scrivi direttamente: meglio : La foschia non accennava a diradarsi (demordere non è adattissimo per la foschia). Però la scelta e tua e va rispettata. Che li costringesse Con il quale avevo avuto... Ci sono altre sviste come florida scritto con la minuscola, e qualche frase da sistemare, dicersi "così" scritti senza accento e via di questo passo, ma il racconto è vivido e leggerti e sempre un piacere. Vita travagliata la tua, mi chiedo quando finivi in gattabuia chi prendeva il tuo posto? Certo è che ne uscivi sempre vincitore. Grande Capitano, complimenti.
  12. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    Sicilia orientale arancini, Sicilia occidentale arancine. Niente da fare tra oriente e occidente non andiamo d'accordo manco in questo.
  13. Adelaide J. Pellitteri

    " C a g a V o d k a "

    Decidi: A lui si rivolgevano gli armatori e i matittimi, oppure A lui si rivolgevano armatori e marittimi (gli articoli "gli" e "i" o li metti davanti ad entrambi i soggetti oppure non li metti affatto) Refuso: uno scimpanzé Refuso: la tua risposta va tra le caporali «Certo» replicai Refuso: Dunque Flambar, al momento devo fermarmi qui. La storia è già accattivante. Riprendo il commento dopo.
  14. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    Ma che dici? Solo perché ti bacchetto sulla questione accenti? grazie sei stato gentilissimo, come sempre. Ho una gran voglia di leggere il tuo pezzo che sarà un'avventura formidabile. Lo farò senz'altro (se mi lasciano il tempo per respirare). Spero in giornata anche se la vedo difficile (domani da noi si festeggia Santa Lucia e oggi si preparano le arancine - proprio quelle che Montalbano chiama arancini - e non hai idea del tempo che ci vuole). A presto, il tuo pezzo non lo perderò.
  15. Adelaide J. Pellitteri

    Cinico presepe: Il fabbro con le visioni (iceberg)

    @Nerio, non sei stato frettoloso e ho apprezzato molto il tuo commento, e ho compreso perfettamente il tuo suggerimento. Nella mia risposto volevo spiegare l'origine del lavoro perché ho capito (solo dopo i commenti) quanto il pezzo risultasse strambo.
  16. Adelaide J. Pellitteri

    Cinico presepe: Il fabbro con le visioni (iceberg)

    Quello tra parentesi non fa parte del titolo ma chiarisce che si tratta di un racconto particolarmente breve (mia caratteristica). Grazie infinite per esserti fermato a commentare, ogni suggerimento è valido anche quando non combacia con il nostro intento, perché chiarisce che il nostro proposito non è ben riuscito. Mi riferisco ad alcune tue osservazioni come, ad esempio qual "c'ha" e la ripetizione di "coda" che in un testo diverso non avrei usato. Qui li ho inseriti per dare una voce "terra-terra" (come dice @Nerio) al mio personaggio. Grazie ancora e alla prossima @Nerio grazie infinte anche a te per esserti fermato a commentare. In realtà, puntavo più al contrasto di messaggio di pace che dà il Natale (del quale mostro il popolo povero e sofferente che accorre)e che, alla fine, non ha dato i risultati sperati. La frase "La mia discendenza sarà numerosa come la sabbia del mare" è parodia di una frase della Bibbia in riferimento a quello che sarebbe accaduto in futuro, cioè il proliferarsi del popolo di Dio. Quindi possiamo dire che mi ero orientata più verso primo punto da te suggerito. Si tratta di un vecchio racconto che ho ripescato e tradotto (lo avevo scritto in dialetto siciliano) e che ho voluto postare quale omaggio al Natale. Le tue osservazioni sono impeccabili quanto eccellenti, e ti ringrazio per l'attenta analisi. Approfitto per ribadire i miei complimenti per la tua poesia.
  17. Adelaide J. Pellitteri

    Valbert

    @Freedom Writer ti hanno già detto che ci hai presi per il naso. Un gioco simpatico, una scrittura frizzante. Genere letterario di appartenenza? Dolce far niente, a questa categoria appartengono i testi frutti del ca..ggio. Avrei allungato il titolo: Valbert, un personaggio in cerca di lettori. O magari: Valbert, una storia senza storie. Molto bella la chiusura.
  18. Adelaide J. Pellitteri

    Abbiamo momenti tesi

    @Nerio non ho mai letto una tua poesia e ti confesso che non provavo un brivido, leggendone in generale, da molto tempo. I tuoi versi sono il ritratto, anzi la scultura, dove hai inciso i difetti della vostra eredità (dico vostra perché io rientro in quella che ha usufruito delle ultime certezze). Ho apprezzato tantissimo la ripartizione dei versi, quelli dedicati ai "personaggi" scritti con una metrica diversa e gli altri dove inserisci anche la rima, quasi a volerci ricordare che di poesia si tratta. Non sto a citare le cose che mi hanno colpito perché ogni parola si è incastrata con l'altra creando quell'immaginario che solo la prosa può fare con un respiro tanto ampio; tu ci sei riuscito con pochi versi, hai descritto la società di oggi, le sue profonde e assurde verità, vi hanno insegnato tutto e dato niente. "I trucchi... di chi faceva i premi, "Resi capaci e poi rubato la speranza" sono immagini che non dimenticherò facilmente. I tuoi versi mi hanno folgorata.
  19. Adelaide J. Pellitteri

    I biscotti della nonna

    @Talia trovo che la tua poesia ben si adatterebbe anche alla prosa, un nostalgico ricordo dal quale potrebbero svilupparsi la vita che ne è seguita dopo. Ma torniamo alla poesia: tutto è in dolce equilibrio, con tante immagini che danno sapore ai sentimenti. La chiusa mi ha spiazzata ma nel senso buono, quindi meglio dire stordita. Sono infatti rimasta così come si rimane quando si prova a ricomporre i ricordi belli ed essi, alla fine, ti fanno più male che bene (più grande è stata la gioia più amaro il sapore del ricordo). Brava
  20. Adelaide J. Pellitteri

    Agenzia Dedalo

    In bocca al lupo per questa nuova avventura. Sono felice per voi. Altro che conflitto d'interessi! Qualora non foste imparziali e impeccabili, essendo così esposti, rischiereste di darvi la zappa sui piedi. La professionalità paga sempre, e per questo motivo è giusto che venga pagata.
  21. Adelaide J. Pellitteri

    Il male e la cura

    visto che la scienziata aveva gridato appena fatta la scoperta avrei detto che un collega l'aveva trovata stecchita n laboratorio (per coerenza scenica). Di conseguenza non sarebbe il condominio e vedere la moria ma tutto l'istituto di ricerca, il bar nei pressi e via dicendo Ammetto che l'incipit non mi convince molto, soprattutto la parte che ho messo in grassetto, "l'indifferenza verso il paese" mi pare che resti lì senza un vero motivo né conseguenze Da qui in poi, invece, tutto scorre molto bene, direi ottimo. Che la biologa avesse capito l'effetto della scoperta per me era assodato, quindi la mancanza di chiarimenti non mi ha disturbato; anzi mi è piaciuto che sia morta per una distrazione (ironia della sorte). Il fatto che non spieghi cosa abbia reso immune la ragazza mi calza anche. Dici che è smembrata tra vari laboratori e una parte perfino al Museo di scienze quindi si può intendere che sia rimasta un esemplare inspiegabile. La trama si svolge in modo chiaro (l'escalation delle morti è coerente), la scrittura è abbastanza scorrevole (tranne che per l'incipit). Se si pensa agli effetti collaterali dei farmaci, la tua fantasia non è poi così distopica. Non ho trovato refusi e per la punteggiatura non mi esprimo, non sono attendibile. In conclusione pezzo molto gradevole, forse avresti potuto sfruttare meglio l'inizio per focalizzare la necessità di inventare qualcosa contro l'urlo. Insomma, spiegare che si era arrivati agli estremi, con incazzature, rimproveri, litigi... mettere più in evidenza questo aspetto.
  22. Adelaide J. Pellitteri

    Aforismi

    I figli: il terreno profondo dove piantare il futuro Adelaide J. Pellitteri
  23. Adelaide J. Pellitteri

    Il gioco del "se fosse"

    Se tu fossi una decorazione dell'albero di Natale ? Il nastro decorativo che abbraccia tutto Se tu fossi moneta che tipo di moneta saresti? Moneta elettronica, assegno in bianco, a vuoto, moneta estera, una rata insoluta...
  24. Adelaide J. Pellitteri

    Le avventure di Nino. La stazione.

    Pezzo piaciuto, gli scacchi grigi e marroncini scelti con cura percfarlo sentire adeguato e che, invece, finiscono per renderlo anonimo, invisibile agli altri, una macchia tra la folla. Bravo
  25. Adelaide J. Pellitteri

    Colpevole?

    A me è sembrato che fosse la donna ad abbracciare il ragazzo colpevole e non il protagonista. Mi è piaciuto molto il crescendo del senso di colpa, lo hai costruito bene, si parte dalla certezza di non essere stato lui, al dubbio, poi c'è l'insistenza della notizia che si insinua, scava e scava fino a destabilizzanti. Ricordavi senso di colpa del nonno e sa quanto questo possa pesare per tutta la vita. È un coraggioso, non vuole che la stessa cosa accada a lui e si costituisce. Ti faccio notare che si ha l'impressione siano fuori tempo gli sguardi perplessi e le risatine dei poliziotti, visto che il vero colpevole entra dopo. Una buona prova con solo qualche vago dubbio
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