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retoric@

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  1. retoric@

    I misteri di Silent Peak – Capitolo 1

    Ciao @MeStesso70, ho l'impressione che tu abbia sbagliato sezione, il tuo testo non mi sembra un racconto autoconclusivo ma un incipit che quindi andrebbe inserito in Racconti a capitoli. In attesa del parere di uno staffer lascio un commento-non commento, l'ambiguità mi salverà da eventuali infrazioni al regolamento (oh ma perché ho così paura di infrangere il regolamento? ) La premessa è interessante, complimenti, mi hai lasciata in bilico e coinvolta nella storia anche se tutto è appena accennato. Occhio alle virgole, in diversi punti ne ho sentito la mancanza. Sono molto curiosa di leggere le descrizioni della foresta, e di ciò che di oscuro e inquietante vi accadrà...
  2. retoric@

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    Grazie dell'accoglienza ragazzi 😊🤗 @bwv582 sono lusingata 😁
  3. retoric@

    Richieste cambio Nome Utente o Cancellazione Account

    Buonasera staff, ho visto ora questa discussione e temo di aver commesso un qualche tipo di infrazione modificando il mio nome utente senza prima farne richiesta. Quindi rimedio segnalando che @retoric@ corrisponde al profilo il cui precedente nome utente era Ella F. e torno a nascondermi nel mio angolino...
  4. retoric@

    Il conte Armando della Mezzaluna

    Ciao Kasimiro. Il tuo racconto mi ha incuriosito, l'ho trovato affascinante nonostante (o forse proprio per questo!) mi abbia lasciato un po' di incertezza e qualche dubbio non risolto. L'incipit incentrato sul bruco mi è piaciuto, è stato quello a catturare il mio interesse, e ho molto apprezzato il cambio di prospettiva: ho visualizzato l'ampliamento della scena come in un'inquadratura cinematografica. L'hai scritto in modo efficace. Una cosa che invece mi ha fatto storcere il naso sono le due rime, volontà/potrà e bruco/buco. Personalmente non amo le rime da filastrocca, ma capisco che si intonano con il contesto della "favola". Tuttavia ne fai un uso talmente sporadico da apparire casuale. Secondo me o le metti in tutto il testo, dandogli quindi una cifra stilistica ben precisa, o non hanno alcun senso. Passando alle note più prettamente sintattiche e grammaticali: Usi i due punti due volte nella stessa frase. Non è un errore in termini assoluti, ma a mio parere meglio evitarli poiché danno l'idea di un eccesso di spiegazioni. Altrui significa "appartenente ad altri". Relativamente al punto a fine frase: di solito (ma credo dipenda dalle norme redazionali) se c'è un segno di interpunzione all’interno della caporale di chiusura, non è necessario il punto fermo all’esterno. In generale toglierei tutti i punti in coda alle singole battute all'interno del dialogo, ma questa è un'opinione non supportata da alcuna certezza teorica. Anzi, se qualcuno conosce regole più precise in merito, mi farebbe piacere sentirle. Dopo i puntini di sospensione ci va lo spazio. Ti è sfuggita una maiuscola. Più in generale ho notato alcune incongruenze che forse potresti risolvere aggiungendo alcuni chiarimenti in merito. Ad esempio: il conte racconta di essersi svegliato bruco e aver trovato un bigliettino con un incantesimo, ma nel libro invece si legge di un intervento divino che lo trasforma in crisalide, ma sempre in forma umana! Qual è la versione corretta? Sono due cose accadute in sequenza? Se non dai una spiegazione più completa si perde la logica degli avvenimenti. Un altro dettaglio che perplime è il passaggio del conte da cattivo a buono, non inteso come arco di trasformazione del personaggio, ma in quanto alla valutazione che ne dà il narratore: inizialmente lo descrivi come malvagio e senza scrupoli, tanto che il popolo sente il bisogno di salvare la sua anima, ma poi fai intuire che il suo dispotismo era l'unico modo per far funzionare le cose, la sua cattiveria necessaria affinché tutti vivessero in armonia. Potrebbe essere utile allora mettere in luce che si tratta di una percezione degli altri personaggi. E poi non ho colto appieno il significato del finale, ma, come ho detto all'inizio, questo fa parte della bellezza del tuo racconto. Alla prossima!
  5. retoric@

    Rossella

    @AdStr perdona l'immane ritardo, ormai è chiaro che anche la mia presenza qui sul forum ricorda parecchio un moto ondoso Grazie, grazie di cuore per il tuo apprezzamento. Sono veramente felice che il racconto ti sia piaciuto. Ho ponderato a lungo ogni parola, ogni immagine, e l'ho fatto avendo bene in mente le tue osservazioni riguardo all'utilizzo di cliché. Spero di essermi avvicinata a quello stile di scrittura più maturo a cui aspiro e che i tuoi (i vostri) commenti mi aiutano a elaborare passo per passo. Gli aggettivi invece mi fregano sempre... non che non mi accorga di usarne troppi, il problema è che mi piacciono troppo! E alla fine, pur di non toglierne nessuno, preferisco sempre correre il rischio di appesantire la lettura. Prima o poi imparerò a dosarli meglio @LuckyLuccs ti ringrazio per il bellissimo commento! Sapere di essere riuscita a emozionare con le mie parole è il traguardo più grande. Alla prossima
  6. retoric@

    Rossella

    Commento Mi sono guardata dalla finestra annaspare alla ricerca di vita e riempirmi i polmoni di polvere, ho visto il mio corpo trascinato dalla carezza subdola della sabbia che, granello dopo granello, mi si incastonava nella carne facendone un gioiello. Giù, sempre più giù nel buco nero dello scorrere del tempo, giù insieme alla mia giovinezza, alle mie speranze, alle illusioni infantili. Al di là del vetro c'ero io, e scomparivo oltre l'inesorabile. Qui, al sicuro dall'altra parte, si annidano stupore e smania, mentre sullo sfondo la rassegnazione mi porge un abbraccio che profuma di mandorle. Conto gli istanti: sono ancora troppi, eppure troppo pochi. Spunto l’ultima voce della lista e chiudo la valigia: il mio rituale preferito è concluso. Blocco la cerniera con il grosso lucchetto azzurro che è stato tante volte un perfetto segno di riconoscimento nel caos del ritiro bagagli. Documenti pronti, biglietto stampato, taxi in arrivo. Sarò al gate con un po’ di anticipo, quanto basta per partire rilassata. Ho sempre desiderato vivere in giro per il mondo, visitare luoghi tanto diversi tra loro da non sembrare nemmeno sullo stesso pianeta, scoprirne la cultura, l’estetica, le emozioni. Sui tabelloni luminosi dell’aeroporto internazionale leggo i nomi delle città, solo alcune già note. Le altre... le immaginerò. Per oggi la mia destinazione è decisa, ma non è ancora il momento: posso permettermi una sosta al bar. L’aroma del caffè mi solletica le narici ed evoca ricordi tratteggiati, eterei. Chiedo solo un bicchiere d’acqua fresca, mi siedo a uno dei tavolini e osservo. La folla placida brulica in un vociare sfocato, pochi ritardatari emergono dalla quiete con la propria fretta e i borsoni pieni di ansie e preoccupazioni. Chissà se acconsentirebbero a un cambio con il mio, di bagaglio. Un annuncio sovrasta le conversazioni dei viaggiatori, è ora di andare. La fila per l’imbarco si accorcia rapida, inghiottita da un corridoio storto. Una hostess dall’accento straniero mi riceve a bordo con un saluto cortese, sorrido e intanto mi ripeto nella testa il numero del posto assegnato. Lato finestrino, così potrò guardare le nuvole. Ma il peso sulle palpebre mi dice che non ne conterò molte. Il risveglio, talvolta crudele ladro di dolcezza e grazia, giunge ora offuscato da un significato fuggevole, rebus muto e senza ulteriori indizi se non l’oppressione che ancora abbranca il mio petto: qualcosa di grottesco attende uno spiraglio, promemoria di un’inconfutabile ipotesi impossibile da accettare. Nessuno mi aveva svelato che sarebbe arrivata così presto, ma lei è lì. Tamburella con dita rachitiche sulla porta della mia ingenuità, ne fa brandelli, me la restituisce in frantumi. Come uno specchio spezzato la mente rimanda lampi di immagine confusi e insieme chiarissimi nella loro impietosa mostruosità. Un frammento di comprensione mi sfugge, scivola dalle mani e, liquido, sgocciola nei miei pensieri come una tortura cinese che delinea il futuro in ogni dettaglio. Che io lo voglia oppure no, si muove sotto la pelle d’oca che mi frastaglia le braccia. Poi l’impatto, l’attrito del carrello sulla pista sconquassa le mie fragili riflessioni e dall’altro capo dell’interfono il capitano ci augura una buona permanenza. Gli altri passeggeri iniziano ad alzarsi, si mettono in posizione come podisti in attesa del fragore dello sparo, impazienti di occuparsi dei propri affari. Io resto seduta, non ho premura. Voglio assaporare ogni secondo di questo viaggio, il primo dal giorno in cui il mio cuore si è rotto. Atterrita, spaesata, avevo smesso di credere a chi mi diceva che sarei tornata a posare lo sguardo su panorami inediti, e a lungo non ho aspettato altro che una telefonata, un sì. Ma alla fine ho capito: non sarebbe arrivato alcun cavaliere. L’armatura l’ho indossata io stessa; è fatta di cicatrici e torpore, di quell’agognato oblio che eccita i miei sensi dormienti. Prendo il cellulare dalla borsa, ma mi manca il coraggio di riaccenderlo; non ho fatto sapere a nessuno della mia partenza e a quest’ora sarà pieno di messaggi ai quali non intendo rispondere. Opterò per delle cartoline, ne acquisto una dozzina prima di lasciare l’aeroporto e avviarmi all’hotel. È sera ormai quando alla reception comunico di avere una prenotazione. Camera matrimoniale uso singola, solo per una notte: domani sarò già altrove. Sprofondo nella morbidezza del vaporoso piumino che ricopre il letto. Afferro un cuscino, lo stringo forte a me e inspiro. Qui l’aria sa di libertà. Mi addormento serena come non capitava da mesi e riposo di un sonno buio, siderale. Al mattino mi sveglio nella luminosità che riempie la stanza di riflessi dorati. Non vedo l’ora di uscire. Faccio una doccia calda, mi sistemo i capelli, scelgo con cura l’outfit adatto e scendo a fare colazione. Tra un croissant, una spremuta d’arancia, un caffè e qualche fetta di pane imburrato scrivo qualcosa sul retro di ogni cartolina. Frasi brevi, ma tutte significative; chi le riceverà capirà. Un’ultima occhiata al paesaggio che si staglia fuori dall’ampia vetrata e sono pronta ad andare. Pago il conto e lascio una bella mancia al concierge, che è stato così gentile da occuparsi della spedizione della mia posta. Quando un incubo raggiunge la coscienza non si può far finta di niente. La tendenza a ignorarlo viene presto logorata da sferzate di verità, ogni bugia dilaniata da ferite destinate a infettarsi con rabbia e paura. È allora che l’onirico prende il sopravvento sul reale e capovolge le priorità. Le inchioda a testa in giù su una parete troppo scivolosa da scalare. Seduta sul fondo di un pozzo rido lacrime dal sapore speziato, copiose al punto da riempire l’antro che mi imprigiona, e io non so nuotare. Sotto la superficie tutto si fa indistinto, eppure non sono mai stata più sicura. In spiaggia concedo i piedi scalzi all’oceano che inghiotte ogni traccia del mio passaggio sulla riva. Poco più in là, sul molo, decine di persone si muovono in un flusso disordinato. Indugio su di loro con la fantasia, invento narrazioni che non riceveranno conferma. Intanto, i turisti studiano la miglior angolazione per uno scatto che farà invidia ad amici e followers, proprio accanto alla ruota panoramica che mi ha spinta a raggiungere questa meta così lontana da casa. Sono quasi arrivata, tra poco sarò sulla cima del mondo. Proseguo la passeggiata prefigurando quell’attimo di infinito che varrà quanto un’intera esistenza. Salgo su una delle cabine ottagonali facendola oscillare. Ci siamo. Qualche minuto ancora e farò compagnia ai gabbiani, lassù, a ventisette metri d’altezza. La ruota si muove, il giro comincia. Mi sento una bambina, fremo di trepidazione con le mani poggiate al bordo metallico e il viso immerso nella brezza, curiosa di sapere cosa si prova ad avere le ali. Le cifre si susseguono in un ordine conosciuto, rincorse dalle dita sui tasti. Nessuno squillo le accoglie, solo una voce robotica che invita a fermare l’urgenza in una registrazione. Ventisei. Ho solo ventisei anni e tanti traguardi a cui mirare. Ma a un certo punto tutto è diventato più faticoso e io ho rallentato fino a cristallizzarmi in una semplice frase: “non si può fare altro che aspettare”. Invece mi sono costituita artefice del fato. C’è un cuore in una scatola, dista migliaia di chilometri. Pazienta in ascolto, chiama il mio nome, non lo sento. – Rossella, sono il dottor Mancini. Splendide notizie: ci è voluto quasi un anno, ma finalmente abbiamo un donatore compatibile. Glielo avevo detto di non perdere la speranza! Mi richiami, dobbiamo procedere al più presto. Venticinque. Diciotto. Il mio volo in picchiata divora i metri che mi separano dal terreno. Uno. Tempo scaduto.
  7. retoric@

    Vampiria

    Mi sa che sono arrivata talmente in ritardo da non trovarti neppure più iscritto/a al forum, ma se mai dovessi passare ancora da queste parti... Innanzitutto ti ringrazio per aver letto il mio racconto, sono lusingata che ti sia piaciuta e che tu ci abbia rivisto dentro un po' del Dracula di Stoker. Come avrai intuito è stata proprio quella la mia maggior finte di ispirazione ed essere riuscita a ricrearne, in parte, le atmosfere è per me un grande successo. Per quanto riguarda l'epoca storica, ci hai visto giusto. Anche se sarebbe interessante collocare una storia del genere al giorno d'oggi! Grazie ancora per il tuo commento. :)
  8. retoric@

    Vampiria

    Commento. Tutti parlano di vampiri. Vi è chi ne tesse le lodi, invidiandone la forza, la velocità, l’eleganza e, non ultima, l’immortalità, mentre alcuni non vedono altro che la mostruosità di spietati predatori che nulla più possiedono di umano. Quest’ultima tesi è senza dubbio la più attendibile. Miriadi di storie d’amore, d’odio e vendetta sono state raccontate nel corso delle epoche, ma la verità è che un cuore che ha cessato di battere non può provare emozioni né sentimenti. Soltanto memorie, vaghe e confuse come un sogno che al risveglio non si riesce più ad afferrare. Visioni sfuocate rievocano fiocamente quella che era la mia vita prima che si trasformasse in eterna e solitaria morte, nel dì in cui tutto cessò di essere e divenne l’essenza dannata dell’assenza di un’anima pura. Quelle in cui state per addentarvi con morbosa curiosità sono le più vivide reminescenze di ciò che accadde da allora in poi. Fu una lunga e dolorosa discesa all’inferno la metamorfosi che fece di me la creatura che sono, un viaggio dal quale tornò solo una parte della donna il cui cadavere giaceva, lacerato dal patimento, sulla riva del fiume che ogni giorno amavo contemplare, di nascosto, al crepuscolo. Non ero sola, quella sera, ma quando me ne resi conto era già troppo tardi per fuggire. Il mio destino fu scritto da un bacio al contempo delizioso e straziante, tanto repentino da non farmi provare terrore né allarme, lento al punto che avrei potuto contare ogni singola goccia del sangue che usciva dalle ferite che mi squarciavano la gola. Sentii le palpebre farsi pesanti e, in pochi attimi, scivolai in un dolce, pacifico senso di torpore, sorretta da braccia sconosciute. Una voce mi sussurrò all’orecchio parole che non compresi e, improvvisamente, un liquido caldo cadde a piccole stille sulle mie labbra divenute frementi, impazienti di bagnarsi ancora. Non ero più stordita: quella sorta di magico fluido aveva riportato in me un fervore che definirei quasi brutale. Bramavo bere, ne avvertivo un’esigenza irrazionale, animalesca. Ma prima che potessi assecondare il mio nuovo istinto, un spasimo profondo e soffocante sconquassò il mio petto, propagandosi velocemente agli arti. Scossa da violenti sussulti caddi a terra, i polmoni oppressi da un invisibile fardello. Annaspavo alla disperata ricerca d’aria, aumentando la mia pena ad ogni tentativo. Mi illusi di trovare sostegno nel suolo su cui languivo, conficcando le unghie nel terreno fino a spezzarle. Il mio cuore si stava fermando e non vi era niente che io potessi fare, se non attendere e ascoltare la funerea melodia dei miei ultimi, deboli battiti. Quando mi svegliai ero ancora distesa accanto alla riva del fiume, dovevano essere passate molte ore. Attorno a me non vi era altro che buio ma, con stupore, appresi che non ne ero intimorita. In qualche modo, potevo distinguere nitidamente tutto ciò che si celava dietro l’oscurità: la mia mente lo percepiva pur senza l’ausilio dei sensi. Mi guardai intorno incuriosita per alcuni istanti poi, d’un tratto, capii: io vedevo. Per la prima volta in vita mia potevo farlo davvero, oltre la luce, oltre le tenebre. Sentivo il rumore dell’acqua e lo scalpiccio delle foglie provenire dal bosco che si ergeva a qualche centinaio di metri di distanza. Potevo udire chiaramente ogni suono, ogni sibilo delle creature notturne che lo popolavano e, al pari di un felino, ad ogni nuovo fruscio mi voltavo per individuarne la fonte. Mi alzai in piedi con slancio, fiera, ammaliata dalle ignote meraviglie che scorgevo nella notte. Il sapore metallico del sangue mi riempiva la bocca. Deglutii e, solo allora, una raccapricciante, fulminea apparizione attraversò la mia coscienza, destando in essa l’ultimo barlume di chiara memoria: il ricordo della mia dipartita. Indietreggiai come percossa da un veemente impatto e mi portai le mani alle tempie cercando di scacciare il susseguirsi delle immagini che, ininterrotte, infestavano la mia testa sofferente. Rivolsi gli occhi al firmamento senza luna che mi sovrastava e, rinunciando a ogni residuo della mia natura terrena, urlai. Attinsi all’inesplorata forza che scorreva prepotente nelle mie vene, simile a una scarica elettrica, ed essa tramutò il mio bestiale grido in un’insana risata, agghiacciante, sadica. Avevo sete, e l’avrei soddisfatta molto presto. Mi addentrai nel bosco e seguii un sentiero dismesso. Era la via più breve per raggiungere il mio villaggio, ma nessuno ci passava da anni, a causa di una serie di fatali aggressioni che la gente del posto attribuì inizialmente ai lupi e, in seguito, a misteriose belve il cui nome veniva pronunciato solo dai più coraggiosi. Mi ero domandata spesso cosa potesse incutere tanto sgomento, senza mai trovare una risposta. Del resto, a una fanciulla indifesa e impressionabile qual ero, certi segreti non andrebbero rivelati. Ma ora, finalmente, conoscevo l’identità di quei diabolici esseri: ero una di loro, da quel giorno fino all’eternità. Giunsi all’ingresso del villaggio. Le strade apparivano deserte, eppure i miei sensi mi dicevano che qualcosa, qualcuno, si nascondeva nel buio, da qualche parte. Non mi ci volle molto tempo per adocchiare l’uomo, visibilmente ubriaco, che importunava una ragazza minuta, incapace di opporsi alle molestie. La giovane aveva gli occhi colmi di lacrime e angoscia e, non appena mi vide, mi scrutò con aria implorante mentre il maiale che la immobilizzava le stava sollevando la gonna. In un attimo fui accanto ai due. L’uomo, sbigottito, lasciò andare la sua preda e si rivolse a me con un tono arrogante, per dirmi di non immischiarmi, chiunque io fossi. Fece per tornare verso l’oggetto della sua lussuria, ma lo bloccai afferrandolo per il colletto della camicia. Stizzito, tentò di colpirmi. Schivai il suo pugno, quasi divertita, e immediatamente reagii stringendo il colletto con tanta forza che il suo volto divenne livido nel giro di pochi secondi. Allentai la presa e, senza che finisse di prendere fiato, lo spinsi via, con rabbia. Sentii il suono sordo del suo schianto contro il muro, e l’odore del sangue che probabilmente stava perdendo dalla nuca. Scrutai la ragazza: tremava impaurita, seduta in un angolo. Mi inginocchiai accanto a lei e le poggiai la mano sulla guancia, accarezzandola. Sembrò calmarsi, mi ringraziò. Le sorrisi, poi premetti sulla gota, volgendo con gentilezza il suo viso di lato. Quando il collo fu bene in vista affondai i canini nella carne tenera, attingendo per interminabili minuti al suo calore, inebriante e delicato. Non oppose la minima resistenza, era troppo stremata per farlo. Emise solo un flebile lamento, un mugolio sommesso a sottolineare il fugace dolore che il mio morso le aveva inflitto. Poi, più niente. Ingorda, bevvi a lente sorsate il suo sangue, e ne fui esaltata fino a sentirmi sciogliere dentro, mentre la linfa vitale che le stavo sottraendo si fondeva con i miei organi corrotti, ritemprandoli. Mi staccai da lei nell’attimo in cui anche l’ultima goccia l’ebbe abbandonata. Liberai dalla mia morsa quell’organismo resosi inutile e, ancor prima che si accasciasse a terra, ripulii con la lingua le sbavature scarlatte sulle mie fauci, ardenti dell’estasi del primo pasto. Avevo ucciso una persona innocente, e nonostante questo non provavo alcun rimorso. Avrei potuto punire l’uomo che voleva farle del male, ma non ne avvertii il bisogno. L’unico motivo per cui l’avevo ferito era il disturbo che mi arrecava frapponendosi tra me e la mia cena. No, non avrei mai potuto cibarmi di lui, tant’era pieno d’alcol e vecchio, per giunta. Volevo qualcosa di meglio, e la ottenni con estrema facilità. Mi allontanai, poi udii le urla di una donna: doveva aver trovato i resti dello scempio che avevo appena compiuto. Incurante, continuai il mio cammino verso un rifugio presso cui riposare le membra. Non ero stanca, ma sapevo che l’aurora non avrebbe tardato a rischiarare il cielo. Vagai nell’oscurità, sicura, senza che alcuna inquietudine mi crucciasse. Mi sentivo a casa: il mondo intero era il mio regno, non avrei dovuto temere nulla, mai più. Tornai al fiume e lo risalii, diretta a un vecchio mulino derelitto dove il mio sonno non sarebbe stato turbato. Quando arrivai, cercai un alloggiamento in cui non avrebbe potuto filtrare nemmeno un raggio di luce. Mi sitemai infine in quello che un tempo doveva essere stato il deposito: non vi erano finestre, solo un massiccio portone di legno rovinato dai tarli e dall’ineluttabile succedersi delle stagioni. Per tutta la giornata successiva stetti lì, immersa in un grave assopimento, e non appena fu il tramonto tornai a cacciare, occultata dalle ombre, nei più angusti anfratti del luogo che mi aveva dato i natali. Nei mesi successivi tutto rimase uguale, dormivo e provvedevo al mio sostentamento ghermendo a ogni calar del sole altri sventurati martiri con offensive che diventavano di volta in volta più sanguinarie. L’efferatezza cresceva dentro di me divorando completamente la già poca sensibilità di spirito che ancora si annidava nel mio esanime cuore, e ben presto ebbi la conferma che, ormai, altro non ero se non una bestia senza misericordia. Avevo condotto a un penoso trapasso padri di famiglia, candide giovinette e sacerdoti, perfino. Poi, in una notte che sembrava identica a tutte le altre, mi imbattei nella vittima che mai, nemmeno nelle mie più effimere e maligne fantasie di predatrice, avrei immaginato di poter sacrificare: un bambino di otto anni soltanto. Lo incontrai nel bosco, infreddolito e spaventato, chiaramente molto debole, forse stremato dalla fame. Di norma, un così misero banchetto non avrebbe attirato la mia attenzione. Tuttavia vi era qualcosa, nel suo sguardo, che mi infastidiva. Una compassione, un sincero dispiacere che non potevo sopportare. Continuava a fissarmi, con occhi sgranati e lucidi, provocando in me una tanto dissennata furia che, in maniera del tutto involontaria, mostrai i miei denti affilati in un ghigno carico di ostilità. Gli chiesi chi fosse, ma non rispose. Mi aspettavo che scappasse, invece rimase immobile, a guardarmi. Ne ero intimorita, pur non conoscendo realmente la ragione di tal vile condotta. Così mi limitai ad attaccare, determinata a sopprimere una volta per tutte quella minaccia e, con essa, la sgradevole sensazione che mi procurava. Balzai su di lui e azzannai il suo piccolo collo, dissetandomi non per necessità, bensì per mero diletto. Quando fui soddisfatta, lasciai che il suo corpicino dilaniato si afflosciasse sul manto di foglie secche che ricopriva il terreno. Qualcosa di aberrante accadde in quell’istante. Mentre crollava si rivolse a me, lo stesso sguardo pieno di pietà, e con il suo ultimo fiato mi chiamò: ― Mamma... Pronunciata quella parola toccò il suolo e, in me, i ricordi affiorarono veloci, caotici. Rividi il parto, il giorno delle nozze, e i quieti momenti passati con la mia famiglia. Ero stata e una madre e una moglie, ma avevo scordato l’amore che provai in vita. Nel mio spirito inaridito non vi era spazio per altri che per me stessa. Dovevo sopravvivere, e questo era tutto. Contemplai il cereo cadavere del bimbo, sangue del mio sangue, e infine compresi cosa mi impauriva di quegli occhi: erano i miei. Ma ora che si erano spenti, non provavo più nessuna apprensione, né dolore o rimpianto. Era solo un altro caduto, sostanza di cui nutrirmi senza pentimento. Le profane passioni dell’uomo non erano più affar mio. Per secoli portai orrore e panico in molte città, lasciandomi alle spalle una scia di morte rossa come il rubino, brillante dello sdegno dei defunti condannati alla perpetua ricerca di una pace che non avranno mai. Ancora oggi, mentre riporto le cronache delle mie gesta immonde, agogno e pazientemente attendo che il vespro cali sulle terre di cui ho fatto il mio convivio. E voi, stolti mortali, paventate la razza eletta! Perché chiunque potrebbe essere il prossimo. Anche tu.
  9. retoric@

    Guanto di Sfida

    Grazie mille Niko
  10. retoric@

    Guanto di Sfida

    Buongiorno a tutti! Purtroppo non riuscirò a trovare il tempo per duellare degnamente, perciò chiedo allo staff di essere spostata in fondo alla lista già da ora in modo da evitare perdite di tempo. Spero non sia un problema
  11. retoric@

    Rossella

    @Luigi Amendola ti ringrazio per i complimenti, sono lieta che il racconto ti sia piaciuto. La tua analisi è assolutamente azzeccata @GiacomoRic hai fatto delle osservazioni molto utili. L'eccesso di aggettivi è un aspetto che spesso mi sfugge di mano ma che, pur essendone consapevole, ho difficoltà a smussare. In questo testo in particolare ho voluto correre il rischio e usare uno stile un po' barocco, come hai detto, in quelle parti dal contenuto più astratto collegate all'introspezione della protagonista. Immagino però che questo abbia reso la lettura abbastanza pesante; ci lavorerò! @cld grazie a te per le belle parole! Puoi permettertelo eccome, siamo qui apposta! In effetti non ci avevo pensato, ma alcuni dei termini che hai elencato (croissant no dai, ci sta! ) risultano fuori contesto. Ottimo spunto di riflessione. Ancora grazie a tutti per essere passati a leggere, i feedback sul WD sono sempre preziosi!
  12. Organizzato da: Luserta Editore Sito internet: https://lusertaeditore.wixsite.com/home Scadenza: 30 Giugno 2018 Quota: la partecipazione è gratuita Premi: pubblicazione Indirizzo spedizione degli elaborati: lusertaeditore@gmail.com Sezione A) Fiori di China Raccolta poetica (si potranno inviare fino a 5 poesie) N.B. questo è quanto riportato sulla pagina Facebook, tuttavia nel bando viene detto che il limite per le poesie è di 3 Sezione B) Pagine in Cerca d'Autore Miscellanea di racconti (si potrà inviare un'opera) Sezione C) Selezione Opere Inedite Invio di saggi, sillogi e romanzi Le opere dovranno pervenire entro le 23.59 del 30/06/2018. Le opere migliori saranno pubblicate: poesie e racconti in antologie e le opere complete come tali, con regolare contratto di edizione. Gli autori selezionati saranno avvisati per autorizzare la pubblicazione sul volume della sezione competente. BANDO Luserta indice il concorso nazionale letterario per poesie e racconti “Fiori di China e Pagine in cerca d’autore”. La partecipazione è gratuita, è prevista la pubblicazione delle opere selezionate. Il concorso è aperto alle poesie ed ai racconti scritti in lingua italiana. COME PARTECIPARE Inviare le vostre opere a lusertaeditore@gmail.com comprese di Nome, Cognome, Indirizzo e recapito telefonico. REGOLAMENTO Art. 1: La partecipazione è gratuita. Art. 2: Le opere dovranno essere inedite, è possibile partecipare alla selezione con un massimo di 3 poesie per “Fiori di China” ed un racconto per “Pagine in cerca d’autore”. Art. 3: Le opere dovranno essere inviate a lusertaeditore@gmail.com e, l’oggetto della mail deve riferirsi alla sezione alla quale s’intende partecipare. “Il sottoscritto [nome e cognome] dichiara d’essere l’autore delle opere presentate e di aver preso visione del bando del concorso indetto da Luserta e ne accetta le condizioni. Il/la sottoscritto/a fornisce il consenso al trattamento dei dati personali. Art. 4: La partecipazione implica l’accettazione del bando. Art. 5: Tutela dei dati personali: Ai sensi della legge 31.12.96, n. 675 “Tutela delle persone rispetto al trattamento dei dati personali” la segreteria organizzativa dichiara che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione del concorso e all’invio agli interessati dei bandi delle edizioni successive; dichiara che con l’invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l’interessato acconsente al trattamento dei dati personali; dichiara inoltre che l’autore può richiedere la cancellazione, la rettifica o l’aggiornamento dei propri dati.
  13. retoric@

    La cura

    Ciao @Rica Complimenti, hai scritto un racconto bellissimo. È complesso, eppure ogni dettaglio ha un significato ben preciso e acquista un senso ancor più profondo nella circolarità del brano. Scrivi molto molto bene, ora dal cellulare non riesco a citare i pezzi che mi interessano ma alcune frasi sono davvero speciali, musicali, altamente evocative. Nelle tue descrizioni asciutte ed essenziali ho visto tutto: la grande casa, lo sguardo duro della nonna, quello perso della mamma mentre dondola. All'inizio mi disturbava il linguaggio, troppo forbito per una bambina. Ma quando ho capito è diventato perfetto ai miei occhi, e ho letto il resto in totale ammirazione. Hai talento, questo testo è splendido!
  14. retoric@

    Il treno dei personaggi perduti - ultimi dettagli e prenotazioni

    Invito chi risponderà (o ha già risposto) al sondaggio scegliendo una fermata fantastica a scrivere un post qui sotto per specificare dove intende collocare la fermata. Allo stesso modo, coloro che desiderano un itinerario alternativo si facciano avanti con una proposta! Il treno non va da nessuna parte finché non siamo tutti d'accordo
  15. Benvenuti a bordo del treno dei personaggi perduti! Al fine di accordarci quanto più velocemente possibile sugli ultimi dettagli prima della partenza, prego gli interessati di rispondere alle domande di questo sondaggio. Siamo a buon punto, ci manca solo la scelta del tempo verbale e la conferma dell'itinerario. Nonostante ancora non sappia se sarete tutti d'accordo o meno, ho deciso di aprire nel frattempo le eventuali prenotazioni. Sono ottimista dato che sarà un sistema che premierà il più veloce ho pensato di cominciare subito, e se poi l'itinerario verrà bocciato dalla maggioranza, ne faremo un altro! Ricordo che non è necessario scrivere e pubblicare i racconti in ordine cronologico, dunque potete anche prenotare l'ultima fermata e iniziare subito con la stesura del brano. Allo stesso modo (@Joyopi) non ci sono scadenze o limiti di tempo se non quelli imposti dal buon senso: cerchiamo di non farci influenzare troppo dall'ambientazione ferroviaria e facciamo in modo che il treno non rimanga bloccato nel nulla come spesso accade viaggiando con Trenitalia. Inoltre non siete obbligati a prenotare immediatamente, potete salire sul treno quando volete. Marcello, non ti taggo ma mi riferisco a te... è un peccato che tu non possa unirti a noi per adesso, ma chissà, magari più avanti. Attenzione! Siccome immagino che ogni risposta possa essere scelta da più utenti, per quanto riguarda le prenotazioni sta a voi non accavallarvi. Se qualcuno prenota una fermata prima di voi, dovrete sceglierne un'altra. Questo ovviamente non vale per le fermate fantastiche, la cui posizione all'interno dell'itinerario andrà specificato a parte. Grazie a tutti
  16. retoric@

    [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    Anche questa è un'opzione da non sottovalutare, darebbe molta libertà di movimento
  17. retoric@

    Rossella

    Ciao @camparino, ti ringrazio Avevo considerato un titolo attinente al viaggio, ma poi ho scelto di usare il nome della protagonista per rimarcare la dimensione introspettiva della narrazione. Se è pur vero che si tratta della storia di un viaggio, questo è solo un frammento della vicenda di Rossella, c'è un "di più" sottinteso, appena accennato, che nelle mie intenzioni voleva raccontare (facendola immaginare al lettore) un'intera vita. Certo, anche in questo caso "il viaggio" rimarrebbe comunque appropriato ed evocativo, cosa da non sottovalutare
  18. retoric@

    Rossella

    @AndC il tuo commento mi lascia senza parole. Sono felice che il racconto ti sia piaciuto e, al di là dell'assenza di osservazioni tecniche (cosa che già da sola smuove la mia vanità di scrittrice - e persona, in primis - estremamente perfezionista), sapere che le mie parole ti hanno emozionwto e stimolato riflessioni è per me il più grande successo. Grazie di cuore! Alla prossima.
  19. retoric@

    [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    Grazie, grazie Vedi che un leggero (sè, "leggero" ) OCD a volte torna utile? Ah ma quindi è possibile non rispondere ad alcune domande? Nel dubbio avevo inserito anche le opzioni salvavita tipo "nessuna delle altre risposte". Buono a sapersi
  20. retoric@

    [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    Riepilogo generale Partecipanti Fermate reali: Fermate fantastiche: Senza preferenza precisa: Scusate se vi taggo tutti di nuovo, ma vorrei chiedere agli interessati di dare conferma prenotando la propria fermata non appena saremo d'accordo sull'itinerario, che propongo di seguito. Chi non intende aderire al progetto invece me lo faccia sapere così da evitare future notifiche indesiderate Itinerario (proposta) Vista la presenza della carrozza letto ho preso in considerazione un Intercity Notte a lunga percorrenza, nello specifico il Milano-Lecce delle 20:50 che conta 24 fermate, alle quali andranno aggiunte le stazioni fantastiche. Come faceva notare Eudes, la direzione del treno influenzerà i racconti. Ho pensato che partire da Milano garantirebbe una maggiore libertà nella caratterizzazione dei personaggi, dal momento che si tratta di una città in cui possono trovarsi persone dalle più disparate provenienze (o almeno, questo è più probabile a Milano che a Lecce, suppongo). Riporto in spoiler le fermate reali con rispettivi orari di partenza; mancano quelle fantastiche che suggerirei di inserire a discrezione degli autori che ne se ne occuperanno: quando qualcuno si prenoterà per una fermata fantastica, dirà anche in quale punto dell'itinerario andrà aggiunta. Da tenere a mente, inoltre: Ambientazione La descrizione del treno, a cui tutti dovranno attenersi, è stata pensata affinché chi ha bisogno di folla sappia in quali carrozze è meglio il suo personaggio si stabilisca. Lo stesso per chi cerca solitudine. Altri particolari, come il colore dei sedili, delle tende, se ci sono murales all'esterno dei vagoni, ecc. possiamo anche lasciare vengano aggiunti man mano dagli autori e chi se li trova già fatti vi si adegua. Eccola: Non avendo mai viaggiato su un treno di questo tipo potrei dire una castroneria, ma una sola carrozza letto non è poco? Qualcuno più pratico mi illumini, eventualmente apportiamo delle modifiche. Stile narrativo Per mantenere una certe uniformità del progetto, la maggiorante si è mostrata favorevole all'uso della terza persona. Quindi tutti i racconti dovranno avere una voce narrante in terza persona. Da decidere: quale tempo verbale? Presente? Passato remoto? Pensavo di aprire un sondaggio per raccogliere le opinioni più velocemente, può essere una buona idea? O ce la sbrighiamo qui? Dite la vostra! F.
  21. retoric@

    Rossella

    @bwv582 Mi sono espressa malissimo, ma mi riferivo al fatto che alcune cose le hai capite perfettamente e altre invece sono risultate poco chiare anche a te Vero, condivido. In effetti devo ammettere che quello è un punto su cui non mi sono soffermata più di tanto Grazie ancora per i complimenti! F.
  22. retoric@

    Rossella

    Ciao @Floriana, ti ringrazio per esserti fermata a leggere e aver trovato il tempo di lasciarmi queste utili considerazioni Inizio col dire che le due parti citate nascono insieme, come incipit unico che ho separato in seguito usandolo come intermezzo delle parti più "reali" e quotidiane. Come ho anticipato nel commento precedente, si tratta di una dimensione onirica e introspettiva. Per questo è tutto volutamente denso e confuso, forse ho calcato troppo la mano Alcune città le ha già visitate ma, considerando che quello sarà il suo ultimo viaggio, Rossella sa che le altre, quelle che non conosce, dovrà limitarsi a immaginarle. Perchè? Ho descritto i bagagli dei passeggeri frettolosi usando una metafora e con questa frase proseguo nel simbolismo. Lei porta il peso di un destino segnato dalla morte, e si chiede ironicamente se coloro che (così presume) si lamentano delle proprie ansie e preoccupazioni sarebbero disposti a cederle anche essendo consapevoli che ci sono mali peggiori del loro. Spero si capisca, non so spiegarlo in maniera più concisa. Mi riferivo alla tendenza che abbiamo a lamentarci delle cose spiacevoli della nostra vita, anche quando sono piccolezze e sotto sotto sappiamo di essere fortunati, solo che spesso ce ne rendiamo conto solo davanti a delle vere disgrazie che ci rimettono nella giusta prospettiva. Spiegami questa frase che non l'ho capita Sta passeggiando sulla spiaggia e guarda la ruota panoramica su cui non vede l'ora di salire. Deve camminare ancora per arrivarci e nel frattempo immagina come si sentirà quando sarà là sopra, "in cima al mondo". Ovviamente, alla luce del fatto che si butterà, si capisce che questa frase si riferisce al suicidio; tuttavia voleva essere anche una fuorviante ed entusiastica descrizione di un momento felice. Qualcuno digita un numero telefonico che ha già fatto altre volte, ma scatta la segreteria (infatti Rossella ha il cellulare spento). Il ventisei suggerisce che si è appena buttata giù, ora dista ventisei metri da terra (la ruota è alta ventisette metri). Ma non volevo ancora svelarlo, quindi ho dato una seconda interpretazione a quel numero facendone anche un'età. Affaticamento e rallentamento si riferiscono al suo problema cardiaco e la frase tra virgolette è quella del medico quando le annuncia che l'unica soluzione è un trapianto. "Artefice del fato" perché ha deciso di morire alle sue condizioni. Grazie ancora, specie per gli spunti di riflessione sulla sintassi e sul ritmo: ne terrò conto! Buon weekend
  23. retoric@

    Rossella

    Ciao @bwv582, grazie per il tuo splendido commento! Sono davvero lusingata! Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato questo racconto, e sono ancor più contenta che tu ne abbia compreso appieno (o quasi) il senso, anche in quelle parti che temevo risultassero troppo criptiche: La prima parte l'ho immaginata come un sogno che lei racconta (ed ecco spiegata anche la scelta dell'imperfetto) in cui si trova immobilizzata nelle sabbie mobili, ma queste in realtà non sono altro che la sabbia di una clessidra... e dall'altra parte del vetro (quindi all'esterno della clessidra) c'è un'altra lei che si guarda. So che è molto contorto Si tratta del punto d'origine dell'intero racconto, a livello ideativo. Bingo! Come ho detto sopra, non descrivo un'ambientazione reale, bensì onirica, nella quale ho voluto giocare con le sinestesie: nella consapevolezza del destino che attende la protagonista, la rassegnazione le offre un conforto amaro. Pensando di associare un odore a questa immagine, mi è venuto in mente quello delle mandorle proprio perché può essere associato sia a qualcosa di dolce che a un veleno mortale. La tortura cinese rappresenta il pensiero assillante, quasi ossessivo, rivolto alla morte. L'idea è che più ci pensa, più si rende conto di quello che succederà e di tutte le conseguenze che quell'evento porterà con sé. Onestamente non avevo pensato alla luce, lo intendevo come accostamento visivo a una superficie tempestata di gemme. Dici? Anche le parti in cui prepara la valigia e sale in aereo sono abbastanza normali, no? Proposta interessante! Infine, vorrei dirti quanto hanno significato per me osservazioni come queste: Ho scritto con lo scopo ben preciso di superare uno dei miei limiti, la tendenza a usare cliché ed espressioni scontate. Sapere che alcune delle frasi che ho scelto ti sono arrivate in maniera tanto potente non può che rendermi orgogliosa. Grazie ancora di essere passato, alla prossima
  24. retoric@

    Primi passi

    Ciao @Befana Profana, il tuo brano mi è piaciuto, sei riuscita a racchiudere in così poche righe una grande emozione, anzi, più d'una: quella della madre orgogliosa che scoppia d'amore per la figlia, quella della bimba che raggiunge un importante traguardo affrontando la paura, e quella del lettore a cui suggerisci una riflessione sul senso di una vita che ci vuole guerrieri impavidi pronti a rispondere a tante difficoltà. Ti faccio i complimenti perché trovo che fare questo raccontando una scenetta se vogliamo quasi banale, e in più brevissima, sia veramente un bel risultato. A livello stilistico e strutturale ho notato parecchie ripetizioni che in un testo tanto ristretto diventano particolarmente evidenti. Mi riferisco specialmente ai vari "fiera", "sulle tue gambe", al verbo procedere e all'aggettivo prudente. Anche se in quest'ultimo caso la ripetizione credo sia voluta, secondo me non c'è lo spazio sufficiente per un finale circolare. Infine ti lascio un paio di considerazioni dettate unicamente dal mio opinabile gusto personale: Nella prima frase opterei per una costruzione diversa, più asciutta, come "la mano si è staccata dalla seggiola", e userei una virgola al posto del punto nella parte evidenziata. Qui eliminerei i due punti in favore di una punto fermo, e la locuzione "continuano a procedere" mi stride un po' perché considero i due termini troppo simili nel significato, quasi ridondanti. A parte queste sciocchezze, ripeto, un brano efficace e ben scritto! A rileggerti
  25. retoric@

    [MI 112] Quindici anni dopo

    Ciao @Mundi Viator, il tuo racconto mi è piaciuto molto, anche se concordo con chi ti ha detto che avresti potuto gestirlo meglio, specie nel finale troppo sbrigativo. Ti lascio alcune osservazioni: Forse non è formalmente scorretto, ma a mio parere il verbo andrebbe riferito a "dolce" (come parte integrante della descrizione) e non a "porzione". Qui puoi alleggerire. Se usi i puntini di sospensione per indicare le esitazioni nel parlare (io, leggendo, ho interpretato così) mi sembra ce ne siano un po' troppe. Immaginando il dialogo " a voce alta" l'ho trovato eccessivamente spezzato da queste pause. Forse potresti descrivere il suo disorientamento in un altro modo. Inoltre, occhio ai termini ridondanti troppo vicini. Qualche soggetto si potrebbe lasciare sottinteso. La punteggiatura ti è già stata segnalata Leverei uno dei due riferimenti temporali, secondo me è una ripetizione superflua. A livello di coerenza, come Plata ho notato il dettaglio del "non hai mai avuto una ragazza", che in quel punto non torna perché si suppone che, essendo stato Steven appena fermato, non ci sia stato il tempo per delle indagini così approfondite nella sua vita. Oppure sì? In questo caso penso che dovresti esplicitarlo; fare riferimento solo al telefono è fuorviante. Non ho apprezzato la lunghezza di alcune frasi, che appesantisce la lettura, e qualche parte dei dialoghi che mi sono parsi a tratti poco verosimili, e un tantino stereotipati. Tuttavia, come ho già detto, nel complesso ho trovato il tuo scritto piacevole e accattivante. Hai rispettato il tema in un modo particolare, facendo osservare al lettore due differenti flussi di tempo interconnessi (ma questo si capisce solo a un certo punto, ed è un bel colpo di scena!) per giungere allo stesso istante. Bravo, a rileggerti!
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