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Tutti i contenuti di AdStr

  1. AdStr

    Provo a presentarmi

    Ciao@Mir, hai fatto bene a farti avanti qui da noi! Molte persone nel WD condividono il "battesimo" del pubblico su questi lidi, tramite l'Officina. Lo spirito della community è volto all'inclusione, quindi non preoccuparti: riceverai consigli sinceri, molto probabilmente sensati e mediamente competenti – da quello dell'editor a quello del "semplice" lettore forte. Che, diciamo la verità, semplice non lo è per nulla. L'unico vero modo di essere all'altezza è di rivelarti tale per le tue aspettative. Quanto alle nostre, l'unica cosa che ci piace è la propensione al miglioramento. Poi ciascuno fa il suo percorso, e ne ho visti di tutti tipi ed entusiasmanti, qui sul WD. Saremmo felici di seguire anche il tuo, se lo vorrai. E allo stesso modo ti dovrai sorbire i nostri. Benvenuta.
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    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Pustolero: bandito o sicario abilissimo nel maneggio dei brufoli. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
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    Guanto di Sfida

    Insomma le state cercando di tutte per abbatterlo. E invece lui è ancora lì, ad abbagliarci sghignazzando coi riflessi del cinturone.
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    Incursori o rifinitori?

    Una faccenda davvero complessa, tanto che per giorni ho cercato di orientarmi leggendo i vostri interventi successivi al messaggio con la definizione iniziale. Così complessa che mi riesce difficile identificarmi in questo schema, forse perché non sono bravo a etichettare e incasellare. Potrei vagamente considerarmi un rifinitore, ma sono giunto alla conclusione che mi reputo in affanno. Mi sembra la categoria più corretta per me. Nella scrittura come nel resto della vita.
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    "Hunter - Disconnettiti o muori" di David Fivoli

    Grande David! Quanto mi piace la trovata della tracklist. Un romanzo che denota coraggio, e per imporre il coraggio nel panorama italiano non basta una qualità buona. Bisogna andare oltre, e questo dono tu ce l'hai - e qui nella "famiglia" WD noi lo sappiamo bene. In bocca al lupo, spero di vederti presto a qualche presentazione.
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    Compleanni nel WD

    Tanti auguri, @wyjkz31! 😊😊
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    Siete sicuri che stiamo nel WD?

    Che al nord è nota come “relatività della nebbia”.
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    Siete sicuri che stiamo nel WD?

    Ecco qui. Tra poco la questione diventerà un nord contro sud su tutta la linea. Vesuvio lavali vs avete solo la nebbia. 😅
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    Cosa state leggendo?

    Ho letto la corposa racconta di racconti Scheletri di Stephen King (e ringrazio @caipiroska per il consiglio). È stato il primo testo che ho letto di King. Ho trovato i racconti molto eterogenei, alcuni più d'intrattenimento, altri anche piuttosto profondi; davanti a un paio mi sono meravigliato, forse perché non partivo con tante pretese. Penso che King sia uno scrittore con la capacità di rendere interessante ciò che racconta, una dote preziosissima. Non avevo mai letto niente di suo prima perché ho sempre dato ascolto ai vari detrattori, e mi sono sbagliato. La lettura di questa raccolta mi ha lasciato soddisfatto, un'esperienza che mi insegna che spesso si storce il naso di fronte al successo, più che alla produzione scritta in sé.
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    Siete sicuri che stiamo nel WD?

    @dyskolos Io di norma mi fido del vocabolario (e degli articoli della crusca quando la questione è più complessa). Non so se questo approccio possa essere riduttivo, molto probabilmente lo è, ma finora mi ha aiutato molto a orientarmi. La voce del verbo "stare" è piuttosto corposa; nel vocabolario Treccani è riportato così: 5. a. Essere collocato, avere la propria sede, il proprio posto in un luogo, riferito a cose e oggetti: il libro che t’interessa sta sullo scaffale in alto; dove stanno gli attrezzi?; di edifici, paesi, luoghi geografici, essere situato: la villa sta in cima a un colle, sulle rive del lago; i villaggi che stanno verso il confine. Alla luce di questo, penso (e già lo pensavo) che l'uso di "stare" del tuo esempio delle chiavi sia perfettamente lecito. Credo che gli usi regionali del sud scorretti in italiano siano altri, tipo "sto stanco" e cose così.
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    Marco_LP

    Ciao @Marco_LP, benvenuto in questa veste di manager della community! Forza e coraggio. Anch'io prima di affacciarmi sul WD non sapevo cosa volesse dire scrittura, ma poi (per la sfortuna di molti utenti) mi sono messo in gioco. Qui possiamo permetterci di appestare l'Officina con le nostre schifezze senza ritegno: è la "magia" del WD.
  12. AdStr

    I pescatori di pietre

    Ohi, @Edu, eccomi qui. Secondo me hai fatto un bel lavoro di revisione e soprattutto di approfondimento. Quello che per me era il punto debole della stesura in formato MI (la mancata caratterizzazione dei personaggi) ora lo hai sviscerato e ne hai fatto il motore trainante. Continuo ad apprezzare la prosa fumosa e frammentaria, che si confà molto bene con l'essenza del racconto stesso; proverei, se ti va, a fluidificare un pochino i passaggi descrittivi, che così come li hai resi sono carichi di una tensione poco funzionale – la cosa è dovuta quasi soltanto allo spezzettamento delle frasi che parlano della stessa cosa. La nuova chiusura è particolare, sfuggente come hai caratterizzato anche il protagonista: dei tre sembra il meno giustificato a immergersi nel Lete, eppure è lì e le ragioni del suo esserci, probabilmente, sono meno identificabili rispetto a quelle dei suoi amici. Oppure, altra interpretazione, gli effetti del Lete sbiadiscono l'Io narrante anche ai suoi stessi occhi. Ho il sentore che il racconto smani di crescere ancora, e che forse la sua forma ideale superi in lunghezza anche questa stesura revisionata. Magari no, eh. Ma potrebbe essere interessante provarci e vedere cosa ne viene fuori, perché a mio parere questo è un testo che merita: profondo con garbo, pesante con leggerezza, ricco di immagini vivide e di sfaccettature umane. Concludo facendo il correttore di bozze: ho trovato un refuso e una virgola infame:
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    Le estremità

    @Adelaide J. Pellitteri Grazie della lettura, Adelaide. Sono felice che l'intreccio ti sia tornato tutto, arrivata alla fine. Sto considerando di fare una revisione molto ampliata in cui riportare gli avvenimenti in modo più esplicito (compresa la linea temporale che tanto ha disorientato il nostro povero bwv). Pure senza spiegazioni, la tua segnalazione sull'incipit è preziosa perché mi conferma l'esistenza di un problema, che in parte già sospettavo... l'effetto cinematografico così fatto non rende. Revisionerò virando sul classico, che è sempre la cosa migliore.
  14. AdStr

    Le estremità

    Le estremità C’era solo un uomo dietro il bancone, alla cassa, un cinquantenne che fumava. Il resto dell’ambiente era popolato dai prodotti sugli scaffali, immobili a prendere la polvere da chissà quanto tempo; i granelli fluttuanti in aria erano visibili nei raggi di luce che filtravano dalla porta a vetri d’ingresso, unica fonte di luce. «D’accordo.» L’uomo al bancone leggeva il foglio come se non sapesse da che verso impugnarlo. «Cos’è questa, una poesia?» «Il testo di una canzone» corresse Mattia. «E lei dice che la signora capirà…» Mattia confermò. Si guardò intorno e pensò a quanto dovesse essere squallido lavorare nell’emporio di una pompa di benzina. Poco dissimile dal carcere. «I latini dicevano carpe diem» disse. «In inglese l’hanno tradotto con seize the day. Un giorno intero, insomma, il giorno presente. E pensi che noi diciamo attimo…» L’uomo al bancone alzò le spalle. «Perdiamo prima la pazienza.» «Secondo lei un giorno può rientrare nel concetto di attimo?» «Eh?» «Sa, pensavo rispetto all’infinità del tempo» insisté Mattia. L’altro sembrava in imbarazzo. «Senta, ora non ho tempo. Ci penserò su, va bene? E consegnerò questa cosa alla signora, quando la vedo.» «Lei non crede che sarebbe stato meglio evitare di sovrapporre il concetto di attimo a quello di presente?» Il gestore sospirò rassegnato. «Cogliere il presente… perché no, magari si ha un po’ di tempo per goderselo.» «Sì.» Mattia annuiva fissando il pavimento. «Lo so bene.» Sonia vide Mara in piedi vicino all’auto di servizio, impettita e in divisa, ma finse di distogliere l’attenzione per non anticipare il saluto. Colmò in fretta la distanza che le separava. «Ho fatto prima che ho potuto» esordì. «Stamattina ho dovuto accompagnare Stefano a scuola.» «Tranquilla.» «Allora? Mi vuoi spiegare?» «Forse è meglio se vai a farti una chiacchierata con il gestore. È lui che ci ha chiamati.» «Mara, intanto dimmi che succede, per farmi un’idea.» «Lo ha fatto allarmare un tizio che è passato un’ora fa.» La poliziotta squadrò Sonia con occhio indagatore. «Tu sei al corrente di avere un ammiratore?» Sonia non disse nulla. «Dalla tua faccia, direi di sì.» L’esitazione collassò in un lungo sospiro. «Uno stalker. Di quelli vecchio stile. Nessuna traccia sui social, fa sentire la sua presenza nelle cose tangibili.» «Da quanto va avanti?» «Circa due settimane.» «E non hai detto niente? Nemmeno a Paolo?» «Mara, è complicato…» «Complicato?» «Per il momento vorrei evitare di farlo allarmare per niente. Lo conosci.» Mara corrugò la fronte. «Altroché. E mi ritrovo nei suoi scrupoli.» «Ti scongiuro, Mara, non parlargliene.» La cera che si ammassava sulla lama costringeva spesso Mattia a interrompere l’operazione. Pensava, intanto, che la vita tende a mostrare in modo chiaro alcune prospettive e a nasconderne altre, ma che comunque esistono: impone, per esempio, il verso da cui far attecchire la fiamma su una candela. Mattia usò l’unghia per grattare via la cera dal coltello, poi continuò a tagliare. Man mano che si avvicinava al centro, ruotava la candela e proseguiva con l’incisione in un’altra zona, così da non danneggiare lo stoppino all’interno. Fece una pausa e controllò il cellulare. "Sonia", in sovrimpressione sullo schermo, nella scheda della rubrica. Per anni aveva sognato di associare un numero a quel nome. Sonia non capiva perché avesse aspettato un giorno intero per farsi vivo. Durante la notte non aveva potuto impedire alla canzone di risuonare nella sua testa, e ancora faticava a mandarla via. Carpe diem, sieze the day, before your life… «Ma poi ti ha anche telefonato?» domandò Mara, al volante. «No, solo quel messaggio. Una dedica e un indirizzo. Stop.» «Chissà come ha avuto il numero. Deve trattarsi di qualcuno nella tua cerchia di conoscenze, Sonia.» «Tu aiutami a trovarlo e dissuaderlo.» Si fermarono al semaforo, dove Mara azionò la freccia per svoltare a destra. Dalla radio dealla polizia fuoriuscivano suoni simili a echi e fruscii dell’oltretomba. Sonia si sentiva grattare nei pensieri ogni volta che si azionava l’altoparlante, e invidiava a Mara la forza dell’abitudine. «Non farti vedere. Lasciami a un paio di isolati di distanza.» Nessuna risposta. Scattò il verde. «Paolo è all’oscuro di tutto.» «Domanda o affermazione?» chiese Sonia. «Ieri ho provato a fare qualche accenno ma non ha colto. Volevo esserne sicura.» «Mara, cosa gli hai detto?» «Niente. Stai calma.» Attraversarono diversi incroci senza proferir parola. «Il fatto che siate colleghi, Mara, non ti giustifica a fregartene della promessa che mi hai fatto.» «È che trovo assurdo questo comportamento. Perché mantenere il segreto anche con tuo marito?» «Te l’ho detto: non è il caso di farlo preoccupare, anche perché sai com’è fatto. Mobiliterebbe tutto il dipartimento.» «D’accordo, d’accordo.» Ancora una pausa. «Comunque non gli ho detto niente. Ho solo cercato di capire se ne fosse al corrente.» Sonia controllava fuori dal finestrino. «Ci siamo. Ok, ok, lasciami qui.» «Sei sicu—» «Accosta.» Mara accostò. Una volta sul marciapiede, Sonia simulò una camminata disinvolta. Non c’era nessuno ad aspettarla. Attese qualche minuto, controllò nei dintorni, ma non vide altro che qualche sporadico passante. Impiegò un po’ di tempo per adocchiare il pacchetto, il cui imballaggio giallo era fasciato dallo scotch. Intuì da subito che era per lei. Aveva scelto una candela aromatica, quella volta, al muschio bianco. Il suo spessore gli impediva di usare la tecnica del taglio netto, e Mattia constatò che la soluzione migliore era staccare la cera a piccole scaglie, come per appuntire un pastello. Lo stoppino sarebbe spuntato fuori, prima o poi. Nonostante la durata della rimozione, non doveva fermarsi continuamente a scrostare la lama del coltello, e la costanza del gesto lo rendeva meno frustrante. Si interruppe. Afferrò il telefono. Rubrica, ultimo numero contattato. "Sonia". Fissava lo schermo. Martoriava il suo viso con pollice e indice. Naso, labbra, mento, fronte. Pigiò sulla cornetta. Uno squillo. Due. C’era odore di muschio bianco, ovunque. “Sonia”, lampeggiante in pieno schermo. Chiuse un momento gli occhi in un sospiro dal naso. Riattaccò. Mara era stata inamovibile, e il tono usato al telefono aveva lasciato trasparire una punta di alterazione che Sonia non era stata capace di inquadrare. Pretese di incontrarla nel suo ufficio alla centrale, un bugigattolo con due scrivanie e montagne di disordine. Si fece trovare a braccia conserte. «Renditi conto che ho dovuto prendermi la mattinata di permesso» disse subito Sonia. «Siediti.» Sonia mostrò tutta la sua contrarietà nell’accontentarla. «Siamo riusciti a tracciare il cellulare, ieri sera. Siamo risaliti all’indirizzo, che è quello di un albergo. C’è una stanza prenotata da un tale Mattia Mancini.» «E con ciò?» «Il tuo cognome da nubile? Beh, il mio cervello ha escluso a priori la coincidenza, se devo essere sincera.» «È uno dei cognomi più diffusi in Italia…» «Perché devi continuare a mentirmi?» Sonia guardava verso la finestra. «Tuo fratello, Sonia» incalzò la poliziotta. «Tuo fratello è uscito di galera tre settimane fa dopo sei anni per una condanna per aggressione. Mi sono letta il fascicolo.» «È stato uno spiacevole episodio famigliare.» «Spiacevole, dici. Senz’altro per tuo zio, che ha rischiato di morire dissanguato.» «Mara, conosco a memoria come sono andate le cose. Mi dici dove vuoi arrivare? Ti ho chiesto di aiutarmi a fermarlo.» «Sapevi che era lui?» Silenzio. «Sonia!» «Che differenza fa?» «Dimmi almeno cosa vuole da te.» «Mara, ti prego. Aiutarmi solo a farlo sparire da qui. Ti supplico.» «Grazie.» La cameriera gli sorrise in risposta, dopo aver posato sul tavolo la tazzina di caffè. «Dev’essere un passatempo impegnativo, con quelle candele.» Mattia rise. «Sì, soprattutto con queste più grosse.» «Posso chiederle perché lo fa?» Inizialmente fu spiazzato. «Vede, nessuno vieta di bruciare una candela da entrambe le estremità. Le vendono per essere accese comodamente solo da una parte, ma con un po’ di pazienza si può ricavare lo stoppino anche nel lato che si usa come base.» Mostrò il risultato alla donna. «E… a che scopo, se posso?» Seguirono degli attimi in cui il suo respiro gli sembrò sovrastare i rumori del bar. «Lei ha mai provato un sentimento incontrollabile per qualcuno che è un’altra propaggine della stessa materia prima? Il sangue del suo sangue? Sono rimasto lì, a quella notte. Quella pelle. Quell’odore. La mia vita amplificata, finalmente completa in lei. Lo ha mai provato?» Notò l’espressione impietrita della cameriera. «D’accordo. Beh, me lo ha chiesto lei. Una candela che brucia da entrambe le estremità fa più luce, e diffonde più aroma.» Si arrestò un momento. «Ma alcuni dicono solo che bruci più in fretta.» Né una delle due estremità può accendere l’altra. Lo pensò, ma non lo disse. Sonia tornò a posare i piedi su quelle rocce per la prima volta dopo anni. Il tramonto sulle onde era del colore che ricordava. “La vedetta”, il loro luogo segreto d’infanzia sulle scogliere a strapiombo sul golfo. Forse si sarebbe dovuta aspettare da subito che Mattia l’avrebbe condotta lì, prima o poi. Recuperò una busta da lettere che la aspettava lì, come lui le aveva scritto, tenuta ferma da un sasso. Si stupì, mentre la apriva, di non riuscire a prevederne il contenuto con esattezza. Così come fu sorpresa di dover faticare nel leggerlo. Non avrebbe voluto, eppure si ritrovò a contrarsi. A indurirsi. Eppure, nel fondo della memoria, quella notte era viva. E ogni giorno guardava negli occhi il suo frutto, lo accompagnava a scuola, gli rimboccava le coperte. Sonia abbassò le palpebre per sentirsi inondare di luce rossa, e faceva suo l’odore del sale sulla pietra. Stringeva tra le mani la lettera, cinque righe. E il biglietto del treno sola andata. Durò poco. I gesti furono bruschi, mentre stracciava tutti i fogli e li abbandonava al vento. Tornò verso la strada. Dietro di lei, i brandelli di carta andavano a confondersi con lo scintillio dei mare.
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    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    In attesa di notizie da quelli del Nobel, puoi sempre distrarti piacevolmente con questi riconoscimenti da WD. Bel lavoro, @libero_s!
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    L'umano dietro la luce

    Ciao @Poeta Zaza, accolgo la tua perplessità e penso sia arrivato il momento di scoprire le carte: non è affatto infondata. Eravamo convinti che nessuno ci avrebbe fatto caso, ma avevamo sottovalutato il tuo occhio indagatore e adesso non ci resta che raccontare tutta la storia. Il problema di una faccia è la sua fisicità marcata. Possiamo plasmare il nostro comportamento attorno a una situazione, cercare di calarci in panni che non ci appartengono, assumere modi di fare più adatti a seconda del contesto... ma la faccia no, la faccia rimane quella anche se modifichi l'espressione, i maledetti connotati restano sempre lì a ricordarti chi sei. E soprattutto chi non sei. Luca (@Cerusico) e io ci siamo trovati a riflettere su questo aspetto (questa condanna, in un certo senso) contemporaneamente, e il caso ci ha fatti incontrare. La combinazione era perfetta: lui aveva bisogno della mia faccia quando doveva passare per sfigato, io della sua quando desideravo far fuggire ogni forma di vita attorno a me. E ti assicuro che all'inizio funzionava. Funzionava alla grande. Ma prima o poi arriva il conto da pagare, quando cerchi di raggirare la vita. Ora non so più chi sono. A volte vedo la faccia che era la mia, altre volte quella che era la sua, altre volte ancora un viso fatto solo di pelle liscia, senza nient'altro a interromperla, che siano occhi o naso... una sorta di fronte che scende ininterrotta fino al mento. E urlerei, se avessi una bocca. Piangerei, se ci fossero occhi per lacrimare. Ma sono solo momenti, poi passa, e mi ritrovo addosso questi lineamenti che non sono più miei e che non sono più suoi, e così anche i vantaggi iniziali sono lentamente venuti meno: sono incapace di scegliere la faccia giusta per l'occasione. La tua perplessità, cara Zaza, non è inferiore alla mia ogni volta che mi capita di incrociare uno specchio. Ed ecco perché @Cerusico ha scelto di indossare quella maschera, nella speranza che almeno lei, da fuori, torni a essere un punto fisso, un viso nel quale riconoscersi nel bene e nel male. Io, come al solito, sono rimasto a vagare nell'indefinito, nella speranza che un giorno riesca a trovare la via d'uscita.
  17. Titolo: Corpo Vitreo Autore: Valerio Dalla Ragione Casa editrice: Elison Publishing ISBN: 9788869631979 Formato: Digitale Genere: Assurdo, Thriller, Fantascienza, Surreale Nota del recensore: questo è un testo complesso e difficile da decifrare. Sento quindi di dover fare una premessa, ossia che potrei non averne colto appieno il valore artistico e i significati più profondi che racchiude. Trama Copenaghen, vita notturna, alcol, droghe, malessere fisico e psicologico. Queste sono le coordinate in cui si muovono le vicende soffuse di Corpo vitreo, che a tratti emergono in una narrazione che non fa della chiarezza espositiva – dichiaratamente – il suo tratto peculiare. I personaggi si trovano spesso in stati di alterazione e compiono gesti di violenza estrema, realmente o con la fantasia, fuggono, si incontrano senza interessarsi l’uno dell’altro in conversazioni sconclusionate e fughe dalla polizia. C’è una forte presenza della componente informatica (in particolare di Big data e intelligenza artificiale) che avvolge i protagonisti, li controlla e in qualche modo li guida; il lettore viene a saperlo in una sorta di capitolo-rivelazione, che però altro non fa se non aprire ulteriori scenari sull’ignoto, su qualcosa di sfuggente e incomprensibile se non per mezzo della suggestione e dell’intuizione. Contenuti Difficile, al pari della trama, riuscire a identificare uno o più temi portanti in modo netto. Di certo il romanzo offre molti stimoli sensoriali al lettore, specie per quanto riguarda la claustrofobia, l’alienazione, il rigetto per gli schemi della società odierna; e ancora, l’incapacità di ritagliarsi un posto dove sembra già tutto governato dall’esterno, una nave dalla rotta ignota in cui si può soltanto restare a guardare. Tutti i protagonisti soffrono dello stesso male indefinito che li spinge ad accantonare la logica in un sistema in cui si sentono schiacciati, inutili al punto di provare a inventarsi un senso – ma finendo col riempirsi la mente di convinzioni distorte che rasentano la follia. E in molti casi la superano. Questo è uno dei veri perni dell’aspetto contenutistico: la tendenza a creare sovrastrutture su sovrastrutture finché il peso delle stesse non arriva a offuscare le capacità di ragionamento e percezione. Che sia per noia, per smarrimento o per depressione, tutti i personaggi contribuiscono con le loro paranoie a disegnare un mondo alternativo in cui non esistono mezze misure. Ambientazione e personaggi I contorni dell’ambientazione sono sfocati come tutto ciò che ospita, diluiti nel vortice di parole. La città appare grigia e notturna, piena di luci, di insegne mostruose; i riferimenti a luoghi riconoscibili di Copenaghen si perdono nel taglio surreale della narrazione, identificabili solo da chi conosce la città – per gli altri rimangono nomi che possono evocare una qualsiasi immagine, o in alternativa apprezzabili mediante l’accostamento a una fotografia. Un discorso simile si può applicare ai personaggi, seppure con una distinzione: nel momento in cui l’inquadratura si concentra su uno di loro (eccezion fatta per il protagonista), la narrazione attraversa dei brevi momenti di concretezza, e quindi di comprensibilità. Sono attimi, in ogni caso, prima di immergersi di nuovo nel fluido delle percezioni alterate e dei pensieri. Stile e forma Dal punto di vista stilistico, Corpo vitreo non fa mistero della sua impostazione fin dalle prime frasi: onirica e arzigogolata, infarcita di costruzioni complesse e “a effetto”; impone, quindi, di rinunciare a orientarsi e trovare i nessi logici. C’è solo un modo per godersi la lettura, ed è quello di essere disposti ad accettare un simile patto. La maggior parte dei capitoli è occupata da passaggi in cui l’incastro di parole non è riconducibile a un concetto specifico, quanto piuttosto a un magma che raccoglie una moltitudine di stimoli mentali e sensoriali. L’autore mostra tutta la sua (considerevole) abilità nel creare questo intreccio delirante, musicale dove lo desidera, stridente dove lo ritiene necessario, e nel mezzo decine e decine di voli pindarici espressi tramite una massiccia aggettivazione. La ridondanza, pertanto, appare come parte stessa dell’impianto narrativo, messa in atto con l’apposito intento di far smarrire il lettore. Uno stile che prevarica il contenuto, costruito e contorto, che fa sfoggio di erudizione e intenzioni marcatamente letterarie. Giudizio finale Alla luce di quanto analizzato, trovo difficile formulare un giudizio finale sul romanzo. Non è una lettura per tutti, molto probabilmente è una lettura adatta soltanto alla nicchia che sa apprezzare questo tipo di scrittura densa, nebbiosa e ossessiva. Ritengo che le atmosfere decadenti dell’ambientazione posseggano tratti di efficacia ma che risentano del soffocamento stilistico generale; di conseguenza, ne escono smorzate. Gli aspetti più critici sono l’assenza di una trama chiara (e rilevante) e l’impalpabilità dei nessi causa-effetto. Anche qui, risulta evidente che si tratta di una scelta consapevole, ma ciò ha un grosso impatto sulla resa finale del testo – perlomeno in termini di fruibilità.
  18. AdStr

    Editori che non rispondono.

    @Tareus ti consiglio di ricercare le ragioni nel testo stesso, prima di pensare a meccanismi subdoli del panorama editoriale. Che possono sempre esistere, per carità. Ma nella maggior parte dei casi il silenzio è dovuto al mancato interesse da parte di una CE di fronte al testo proposto, puro e semplice. Per genere, senz'altro, ma anche per questioni di qualità non ritenuta idonea.
  19. AdStr

    Diventa Sostenitore

    Beati voi. Mangiato tante prugne? Benvenuta alla nostra neo-sostenitrice @Lauram! ^_^
  20. AdStr

    Compleanni nel WD

    E come al solito arrivo troppo tardi. Vabbè, tanto sei invecchiato lo stesso anche senza il mio aiuto. A 23 anni io registravo un album che si è rivelato un'impresa inutile ed estenuante, nel mentre scrivevo la tesi sul treno, avevo finito i soldi e mangiavo una volta al giorno, i pochi spicci rimasti li investivo in alcol paragonabile a solventi o lubrificanti, prendevo la laurea triennale fuori tempo massimo (con tanto di voto mediocre) e sperperavo le mie energie dietro ragazze improbabili trascurando quelle su cui invece avrei dovuto puntare. Credi di poter fare di meglio, caro il mio @Kuno? Ti sfido. Tanti auguri ritardatari, amico mio.
  21. Amici lettori, è un po' che mi ronza in testa una riflessione, che pian piano è maturata e ora mi piacerebbe parlarne con voi. Il concetto di sospensione dell'incredulità ha ormai qualche secolo sulle spalle e se ne sono dette di tutte in merito. Nell'ambito della narrativa, lo si associa alla sospensione volontaria di un certo tipo di giudizio critico, lasciando spazio a quello che una storia ha da raccontare senza contrastare subito ciò che, diciamo, non corrisponde al nostro vissuto, ai nostri canoni mentali, alle nostre aspettative. Io trovo che sia un'arma potentissima in mano al lettore, perché gli consente di godere appieno della storia contenuta in un romanzo. Fornisce la chiave per entrare in realtà che non sono le proprie. Eppure quante volte sentiamo e leggiamo pareri del tipo «ah, se fossi stato il protagonista io avrei fatto così piuttosto che cosà», «mi sarei aspettato che succedesse questo invece che quest'altro», «avrei preferito che si parlasse di questo invece che di quest'altro» e via dicendo? E quante volte noi stessi finiamo per assumere posizioni del genere? Questo meccanismo è proprio una resistenza alla sospensione dell'incredulità. Può essere dovuto innanzitutto alla scarsa capacità di un lettore di usare quest'arma a sua disposizione: il famoso lettore scettico, per cui tutto deve rientrare nel suo ordine delle cose e non viceversa. Non credo, però, che sia soltanto una condizione mentale di chi legge, e mi chiedo quanto l'autore possa e debba giocare un ruolo attivo in tutto questo. Voglio dire, è l'autore che deve mettere il lettore nelle condizioni di sospendere la propria incredulità? Esiste un punto di incontro? Ci ho riflettuto un po' e la questione non mi sembra così banale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.
  22. AdStr

    Possiamo diventare tutti dei bravi narratori?

    Non ho capito se la tua sia una provocazione o meno. Ti serve un esempio di affinamento della sensibilità a seguito di una lettura? A seguito di un'esperienza vissuta in prima persona o da qualcuno che abbiamo potuto osservare?
  23. @Plata lupacchiotto spelacchiato.
  24. Mi inserisco anche io nella discussione perché trovo interessante il punto sollevato da @libero_s. A me quello che dà noia, e mi succede in generale nell'ambito editoriale, è che ci siano casi in cui la tematica vince sulla qualità. Che so, un testo squallido parla di un argomento importante come la violenza sulla donna e comunque non viene criticato perché "non può essere criticato" (naturalmente il mio è un esempio a caso e generalizzante in modo disgustoso, e ritengo la violenza sulla donna davvero un tema importante, a scanso di equivoci). Per come intendo io le cose qui, sarebbe opportuno staccarsi dal meccanismo per provare a rendere l'Officina un luogo di formazione: se un racconto che tratta di violenza sulla donna non è un racconto valido, o comunque lo si reputa migliorabile, si dovrebbe riuscire a giudicarlo senza il timore reverenziale nei confronti dell'argomento scelto. Però questa è una dinamica inevitabile, e di esempi nel mondo dell'editoria ce ne sono a bizzeffe.
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