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  1. Polimorfismi.it - Il regno delle sfaccettature

    Ci ho ragionato a seguito di discussioni interessanti qua sul WD. In realtà è un pensiero su cui insisto da anni, perché certe opinioni mi suggeriscono una cosa e certe esperienze un'altra. Ma 'sto talento serve o no? Ciò che mi sento di affermare con sicurezza è che dal concetto di talento scaturiscono conseguenze dannose. Perché, per come la vedo io, l'arte è democratica.
  2. Perfetta

    @AndC Sei andato vicino a scrivere un 5 punti. Mi piace, sai? È un'idea interessante che credo nasca dai confronti che hai avuto sui tuoi racconti – correggimi se sbaglio. Si intravedere il processo mentale nella sua complessità, la genesi di qualcosa che in realtà già esiste. Quindi non è una genesi, ma un ingresso: la mente si affaccia sull'infinito e tenta di metterlo in un contenitore, non tutto chiaramente, ma quello che riesce a farci entrare. Da qui l'inesistenza dell'inizio e della fine. Perché se dell'infinito prendi due punti, per decretare inizio e fine, puoi ripetere il gioco cambiando i riferimenti a piacere. Come si fa a racchiudere il pensiero in una storia che ha un inizio e una fine, per l'appunto? Non si può, ma resta l'illusione di poterlo fare, da un lato, dall'altro la speranza di riuscirci è lì e non riesci a scacciarla: troppo attraente la prospettiva di arrivare a compimento. Non amo molto la prima frase di questo pezzo, nella sua forma, soprattutto il "ma loro non lo affermano in senso positivo". Potresti provare a riformularla cercando di veicolare il concetto in modo più efficace. Ti suggerisco anche di rivalutare quel "del tutto". Ottima la chiusura. L'astratto vince sul reale, se non ho frainteso. Il concetto è completo prima di manifestarsi in un'istanza, e nel momento in cui lo si "vive" perde di potenza espressiva. Tanto da sfigurare, da entrare nel ridicolo. E quindi? Si torna al punto di partenza, in un'oscillazione perpetua. Meglio fare ritorno alla materia prima, l'infinito dei processi mentali da cui tutte le storie possono avere origine. Dove non serve scrivere la parola fine. Almeno, questa è la maniera in cui l'ho letta io. Se ho toppato tutto, perlomeno riconoscimi la creatività.
  3. Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Suvvia, gente, non ci si areni sulla y. YouCorn: sito web per la condivisione di video di tradimenti coniugali. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  4. Lettere dal carcere CIAO MARIA

    @Adelaide J. Pellitteri Una lettera vera e propria. Non un racconto ma una lettera, il cui mittente è una persona poco acculturata. Ho gradito molto il tuo esperimento. Per quanto riguarda i contenuti, credo che se avessi approfondito un po' forse avresti reso il lettore più partecipe del dramma; d'altro canto, dilungandoti è probabile che si perda l'effetto naturale della lettera. Quindi non so. È una sfida molto meno banale di quello che sembra. Anche sulle traduzioni sono combattuto: da un lato vederle lì smorza il realismo (è improbabile che l'autore della lettera le abbia inserite per Maria), dall'altro sono comode. Aggiungerle come note è la soluzione che preferisco, ma posso capire che non a tutti piace fare su e giù tra racconto e note. C'è un refuso non segnalato: Un piccolo appunto sulla chiusura. Detta così, senza virgole a racchiudere "Maria", sembra che lui dica che abbraccerà Maria per conto del destinatario. Direi quindi che l'esperimento è riuscito per certi aspetti, in primo luogo quello stilistico; c'è bisogno di approfondire quel pizzico in più per rendere il racconto più sostanzioso e nel frattempo non rendere inverosimile la lettera. E, come ho detto, non è banalissimo. Alla prossima. ^_^
  5. Frastuono

    @gmela Ciao, grazie della lettura! Che belle parole, sono davvero felice che ti sia piaciuto il racconto. Io non parlerei di massimi sistemi, piuttosto di "minimi sistemi". Ho cercato di stare coi piedi per terra per quanto concerne la tematica, l'ambientazione e lo stile. Tutto minimo, piccolo, terreno. Ben ancorato sul fondale del mondo. Raccolgo il tuo suggerimento sulla possibilità di migliorare il grado di dettaglio; è anche vero che qui vige il limite di caratteri e la scelta stilistica minimale è un espediente con cui ho cercato di farci entrare la storia. L'incipit è, a furor di popolo, da rivedere: ne ero convinto in prima istanza e ne sono convinto dopo i confronti con voi qui. Grazie mille.
  6. È un cliché?

    @Drago96, capisco bene il problema che ti poni. È difficile ricondurre al concetto di cliché un singolo aspetto del mondo e della vita umana, ossia l'essere orfani. A ben vedere, presi singolarmente tutti i dettagli sono stati usati in abbondanza. Un cliché è piuttosto un insieme di aspetti di cui s'è fatto largo uso e che, presentato nella sua maniera più canonica, ha stufato. Ho letto interventi interessanti qui sul WD, in discussioni affini, dove si dice che il cliché non contiene di per sé un'accezione negativa: dipende dall'uso che se ne fa. Giustamente, se qualcosa è diventato topico un motivo ci sarà. Vorrei spendere anche due parole su questa tua affermazione: Direi che è la condanna di chi è venuto dopo qualcun altro. E dato che ciascuno di noi, ora, è figlio di millenni di Storia, direi che dobbiamo farcene una ragione. L'originalità è impossibile. C'è sempre qualcuno che prima di noi ha ideato, detto e scritto le stesse cose. A me piace credere che dietro la nostra voce, quando ci esprimiamo, ci sia il lascito di chi ci ha preceduti. Ne raccogliamo l'eredità e alimentiamo quella fiamma. Lo trovo un pensiero incoraggiante.
  7. Frastuono

    Un grazie di cuore a chi ha letto e lasciato un commento. Le vostre analisi attente mi onorano: mai avrei potuto sperare di meglio. @Adelaide J. Pellitteri Sono felice che ti sia piaciuto. Sul vago ci sono rimasto appositamente: la mia intenzione era quella di muovermi sul "non detto", e a giudicare da quanto è arrivato a te e ad altri è uno degli aspetti riusciti del racconto. Sull'incipit il dubbio lo avevo anch'io. Mi piace osare con gli incipit, e sto provando a prendere posizioni diametralmente opposte al "c'era una volta". Buttare lì un'immagine spiazzante per cui uno si chiede "che c'entra?". Solo che non bisogna eccedere, e questo verrà a suon di tentativi. Terrò ben a mente il tuo parere e ti ringrazio per averlo messo in evidenza. @AndC Non è semplice fare ciò tu hai fatto, ossia scindere il gusto personale dall'analisi oggettiva. E di questo ti ringrazio infinitamente. Prenditi tutta la confidenza che puoi, quindi, sulle mazzate: ne ho bisogno più che mai! Sì, la sostanza del racconto è esattamente quella che tu hai riassunto. Ci muoviamo sul terreno del quotidiano, stavolta, niente metafore, niente mondi astratti. Ho scelto anche un approccio minimalista per quanto riguarda lo stile proprio per "appesantire" la sensazione di vero, di crudo. Totale assenza di magico e di onirico. Sulla questione del dialogo già me lo hai fatto notare su Chi resta. La mia è una scelta: voglio tentare il più possibile di produrre dialoghi "sporchi", tangibili, figli di un conversare realistico e non di un copione da recitare. E la cosa comporta una certa dispersività, una dose di "dove diavolo vuoi andare a parare". Quando si parla è così, no? Difficilmente si arriva al punto con semplicità. Alcune frasi, come hai sottolineato e come ha fatto anche Kikki, hanno una forma un po' involuta. Ho scritto il racconto sul treno di ritorno da Milano, e ho cercato di fare di fretta in stile MI per allenarmi. Ci ritorno su, sono accorgimenti sacrosanti e poco invasivi. Per quanto riguarda l'incipit, come ho scritto quassù ad Adelaide, ho tentato di forzare la mano sull'effetto di estraneità, ma ho esagerato di quel poco che costringe chi legge a farsi le domande che hai giustamente esposto. Esco sempre un pelino più consapevole dopo un confronto con te. Grazie, Andrea.
  8. [N2017-S fuori concorso] Maledetta Pioggia

    Eccomi, @libero_s . Ti ho già fatto i complimenti per il racconto e li ribadisco qui. Ciò che ho apprezzato di più è il rovesciamento di fronte: chiunque avrebbe pensato a una danza della pioggia, in un mondo in quelle condizioni. E invece... ci hai fregati tutti. E non c'era sentore che potesse accadere fino alla fine, alla rivelazione vera e propria, nonostante il titolo. Perché a pensarci sembra davvero assurdo. Tu però sei riuscito anche a farcelo accettare, appare plausibile che la pioggia sia un disastro. Degno di nota è anche l'incipit: da un'azione non immediatamente chiara sveli pian piano chi, dove e perché. Stilisticamente ineccepibile, ho trovato invece una paio di passaggi che mi sono sembrati fuori posto. Mi suonano come una forzatura, si percepisce che hai voluto inserirli per sottolineare le caratteristiche dell'ambientazione. Ritengo, però, che sia un eccesso di zelo: l'ambientazione l'hai già disegnata bene, si percepisce da tanti dettagli. Li elenco qui sotto, e sono veramente brevi: a levarli o rimaneggiarli faresti davvero poco sforzo e renderesti, a mio avviso, il racconto perfetto. Questa frase in primis. Il fatto che ci sia siccità e che i liquidi siano un bene prezioso si evince senza bisogno di menzionare le lacrime, che oltretutto mi suonano come un espediente inflazionato. Qui è meno evidente, ma se la paragoniamo alle altre descrizioni che hai disegnato, il registro cambia. È più didascalico e meno legato alle percezioni del protagonista, o ai suoi ricordi. Potresti facilmente trasformalo in modo tale da renderlo uniforme col resto. Dettagli, insomma, ma mi sono saltati all'occhio e mi sono sentito in dovere di fare il rompiballe. Gran bel lavoro!
  9. I racconti della Seconda Luna - quarto ciclo

    Oibò. Sono colpito dal fatto di essere menzionato da queste parti. È incoraggiante. Grazie. ^_^ E non avevo dubbi per quanto riguarda Quello che scriveva da cani. Uno dei migliori che ho letto qui sul WD. Già detto in sede ma ripeto: bravissimo, @Kuno!
  10. Marco, io ci medito spesso e sono meditazioni che estendo a tutti gli aspetti della mia vita in cui mi devo relazionare col mondo. Io penso che se qualcuno ti "respinge", i motivi possono essere molteplici e fondersi in un bel cocktail che non è sempre facile analizzare. Per questo, quando ricevo una critica, un rifiuto, un rimando, la prima cosa che faccio è elencare tutti gli aspetti di me coinvolti. Li smonto uno a uno e li analizzo, e vedo se posso davvero "scagionarmi" per ognuno. Dove riesco a scagionarmi, vedo se non sia il caso di migliorarmi. Difficilmente un aspetto supera il primo step e quasi mai il secondo. E solo dopo faccio arrivare il terzo step, ossia: che problemi hanno gli altri? Perché di certo esistono i cialtroni che tu nomini. Ma non credo siano in maggioranza, e soprattutto non sono sicuro che, qualora abbiano una componente di cialtroneria, sia quella componente a causare la "derisione" o il "fastidio". Molto spesso siamo noi. Poi che ci sia modo e modo di reagire è un altro conto, e sono perfettamente d'accordo con te. Il rispetto non dovrebbe mai venire meno.
  11. Riviste letterarie & culturali

    È più di un decennio che faccio di internet la mia fonte principale di informazione. Di recente, sarà l'età, sul web fatico a trovare il grado di approfondimento che desidero, nonché a individuare dei poli di divulgazione efficaci. C'è un alto tasso di frammentazione e dispersività. Parlando con gente varia è uscita fuori la questione dei periodici e, devo dire, mi è sembrato di cascare dalle nuvole come un imbecille. È vero: esistono le riviste. Ma quali? È un mondo a cui sono estraneo. Ho iniziato le ricerche a tappeto in giro per la rete. Cartacee, web, a pagamento o libere, non faccio questa distinzione: vorrei leggere contenuti validi, stimolanti, che permettano di arricchire il proprio bagaglio. Voi avete esperienza diretta di qualche rivista letteraria o culturale nel senso correlato del termine (anche la storia e le scienze naturali sono cultura, ma no parlo di quello)?
  12. Aida

    Il tuo tocco delicato e profondo, @Eudes, crea un velo di compassata serietà in tutto ciò che racconti. La tua voce è molto forte, e la metti in campo per dare spessore ai personaggi che disegni. Funziona anche per il punto di vista di una prostituta? Non lo so. Forse dovrei leggere di più di questo frammento, ma ho l'impressione che la tua voce sia fortemente compenetrata col punto di vista della protagonista, tanto da rischiare di spersonalizzarla. Ed è il dubbio che mi ha accompagnato per tutta la lettura. A livello di stile, non noto una particolare differenza con le produzioni più recenti. C'è da dare un'asciugatina, o meglio dire un'attualizzazione. Non nel senso di "al passo coi tempi", piuttosto "al passo con i tuoi progressi". Un'operazione che non ritengo troppo invasiva, non c'è bisogno di stravolgere niente, anche perché le mano è tua e si distingue in modo chiaro. Il concept del romanzo, di cui mi hai parlato, penso sia sempre attuale e ritengo che possa funzionare bene. Mi unisco anche io alla schiera di chi ti incoraggia a riprendere in mano il lavoro.
  13. Frastuono

    Oddio, in effetti sì. L'ho scritta proprio male, e bastava poco per renderla meglio. Grazie del consiglio. Ho scoperto di soffrire tantissimo la velocità. Sto cercando di allenarmi.
  14. Frastuono

    Ciao @Kikki , grazie dell'analisi. Perché dici di non aver capito quando invece hai capito? Per di più la situazione è molto semplice, non c'è un gran che da capire. Alcune cose che hai elaborato, poi, non le avevo pensate. Come questa: È stato un mio errore usare "forza" in entrambi i contesti, che può portare a fare paralleli che non avevo assolutamente contemplato. Anche se, dall'altro lato, mi fa piacere che ci si possa leggere qualcosa in più e di affine. Ho letto con attenzione le segnalazioni. Se alcune sono guidate dal gusto, altre invece mi fanno riflettere. Ti rispondo a queste. Hai ragione, non ci avevo pensato. Credevo che la questione non disturbasse, dato che nel periodo successivo spiego di cosa sto parlando. No, perché? Chiaro che è la stessa cosa. Non avrei mai pensato che potesse generare ambiguità. Come ho detto in testa all'intervento, no, non intendevo quello. È stato un brutto scivolone utilizzare ancora la parola "forza". In realtà io mi immaginavo che guardasse il vuoto con uno sguardo da pesce. Sta solo citando il barbone che diceva "Ce sei cascato", senza attribuirgli un significato particolare. Vuole sdrammatizzare. Neanche io so di preciso cosa voglia dire quella frase in romanesco. La sentii urlare a un mio amico anni fa. No, no, proprio se stesso. Avevi capito bene. La situazione è ribaltata: Alessio è seduto, l'altro compare e incrocia i suoi occhi. Esattamente come era successo sul marciapiede proprio prima, ma al rovescio. Peccato. Voleva essere il nodo centrale. Evidentemente - come al solito - ho toppato in troppi punti. Avrai capito che sono uno che insiste. Ci provo a migliorare, a produrre qualcosa di sensato velocemente e in ottomila caratteri. La strada è ancora lunga e tutta in salita. Caspita se è complicato. Grazie mille.
  15. [MI 108] Il Comitato

    Grazie infinite @Luca Trifilio per la tua analisi. Sono consigli molto preziosi che da un lato mi sorprendono: questa è una "storia da MI", forzata da una traccia e partorita in tempi stretti – a me poco congeniali. Il fatto che se ne possa parlare mi porta a credere di aver davvero generato l'embrione di un racconto con del potenziale a prescindere dal suo contesto. E mi fa molto piacere. Sì, sono volute. La scelta è stata una conseguenza dell'Io narrante, uno di loro, e lo trovavo più credibile. Non sono del tutto d'accordo sulla questione del dogma. Per me deve trasudare l'ossessione dell'Io narrante, un invasato dogmatico, parte integrante del gruppo. Ci sono altri aspetti della vicenda da sbrogliare, come la coerenza del pensiero stesso. Non ho avuto modo di concentrarmici troppo nella corsa a pubblicare. Ho preso a esempio i miei amici: si sono dissolti lentamente nel giro di tre anni. Un po' è la mia tendenza a tracciare dolori "poco esternati", un po' la fretta mi ha teso una trappola. Hai ragione. Ho dato troppo risalto alla questione del preservativo, non ci piove. Sulla questione di Dario, io l'ho pensato come combattuto: non vuole né l'una né l'altra cosa. Però le due realtà se lo contendono. Ai miei occhi è una vita alla deriva. Vittima delle non scelte, dell'incapacità di crescere e abbracciare le responsabilità, ma anche del sacrosanto diritto a non abbracciarle queste responsabilità. Il punto è che non si può avere un piede in due scarpe. Le tue perplessità sono sacrosante. C'era troppo per poterlo utilizzare nel contesto in cui l'ho utilizzato. Quando però dici: penso che sia una sentenza troppo dura. Nel senso, ora di sicuro non è adeguata, ma la mia speranza (o leggi ambizione) è che un giorno possa arrivare a farcela. A suon di palestra e buoni consigli, perché senza confronto non si cresce. Grazie mille, Luca.
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