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Torba

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Tutti i contenuti di Torba

  1. Torba

    Tracciamento mail all'editore

    Ho spulciato un po' il forum e ho trovato solo cenni sporadici all'argomento. E' corretto impostare il tracciamento della mail che inviamo all'editore per sapere quando viene aperta o se viene cestinata? Se sì, mi interesserebbe capire quali sono i sistemi migliori per farlo. Uso Gmail e non vorrei installare sul PC dei software aggiuntivi se non è proprio necessario. Grazie.
  2. Torba

    Tracciamento mail all'editore

    Questo sarebbe un rischio non da poco. Da quanto ho letto in giro i tracker hanno un'immgine nascosta che permette il tracciamento e basta un antivirus serio per individuarla. Poi, vedo che i tracker funzionano con i client più diffusi (gmail, hotmail...) ma cosa succede quando si ha un indirizzo "professionale" aziendale. Come si sarà capito, me ne intendo poco e ben venga chi ne sa più di me.
  3. Torba

    [Curatore editoriale] Giulio Mozzi

    Attualmente il link alla pagina di invio manoscritti reca un laconico Error 404 - Not Found. Eppure sono certo di averla visitata qualche mese fa. Ha smesso definitivamente?
  4. Torba

    Il work in progress

    Come vi rapportate con il "pubblico" riguardo ai vostri lavori in corso? Finora ho usato il mio blog per postare i miei racconti (link alle riviste che li pubblicano) e qualche recensione, mentre sui social i progressi sui miei lavori più lunghi non pubblicati. Era divertente finché avevo un solo romanzo in lavorazione, ma ora sono al secondo e il primo non è stato ancora accettato. Ho pensato di creare una pagina apposita sul blog. Ora la domanda: è opportuno secondo voi postare una lista degli editori a cui ho mandato un mio manoscritto? Nei miei sogni più sfrenati, il curatore di una collana capita sul mio blog dopo aver letto un racconto ed esclama: "Orpo! Questo qui ci ha già mandato un romanzo. Corro alla casella mail a cercarlo!"
  5. Torba

    Andrej

    E le tette? Come? Le tette. Ce le ha grosse? Andrej guarda il Ragazzo-Più-Grande, Alfonso, con occhi sgranati e labbra socchiuse. Gli sguardi del campetto sono puntati su di lui. Alcuni fumano. Luca aspira e nel frattempo palleggia. Giocare con i Ragazzi-Più-Grandi ad Andrej non piace, perché non sembra per nulla un gioco. Il problema è che non sa cosa fare dei suoi pomeriggi. Carlo si vede sempre meno in giro. Non lo so, risponde Andrej. Strappa la chiusura di feltro dei guanti da portiere per far asciugare il sudore. Si strofina le mani sui pantaloncini. Andrej detesta stare in porta. E’ troppo piccolo rispetto alla smisurata distanza che c’è tra i pali. Troppo basso rispetto alla traversa. Restare in porta non vuol dire dover parare, ma evitare le cannonate degli altri. Vanno tutti di punta. Ogni volta sembra un tiro al bersaglio. La faccia di Andrej rende più punti di tutto il resto. Il ragazzino deve alzare le mani e proteggersi come meglio può dall’assalto. Non è possibile. Da quant’è che state insieme? Alfonso lo sovrasta di almeno venti centimetri. Ha una macchia sul viso e gli amici lo chiamano Fragolone. Si fa più vicino al ragazzino. Piega il capo verso la figura così esile, così minuta, così fragile. Andrej indietreggia. Secondo me non è vero un cazzo, dice Luca. Non smette di palleggiare. Non guarda neanche nella direzione degli altri due. Il resto dei giocatori sghignazza. Si sta facendo buio. E’ tempo di ricominciare a giocare o andare a casa. Non è vero. Sono due settimane, sbotta Andrej. Due settimane e non sai se ha le tette grosse? chiede Alfonso. Per ogni suo passo in avanti, Andrej ne fa due indietro. Ma sei sicuro che non è un maschio, almeno? Eh, Koimaski? Per giocare con i Ragazzi-Più-Grandi si deve pagare un prezzo. Andrej deve rimanere ad ascoltare ancora e ancora quella stupida barzelletta. La storiella era già vecchia quando lui e suo padre sono arrivati qui. Vecchia di decenni. Chi è il più grande omosessuale russo? Andrej Koimaski! Anche Fragolone è un’ingiuria, ma Alfonso non se ne preoccupa. Alla fine, la macchia rossa che ha sulla faccia è vera, non è una cosa inventata. Basta, mi sono rotto, dice Luca. Vado a casa a fare una doccia e poi esco. Così presto? Proprio ora che stavamo arrivando alla verità? protesta Alfonso. Devo uscire. Ho una ragazza che mi aspetta. Una vera, io. Tutti ridono, anche Andrej. Quando gli altri si allontanano a raccogliere dal muretto portafogli, cellulari e le chiavi dei motorini, mormora: Stronzi. Giocare con i Ragazzi-Più-Grandi significa anche sperare. Prima o poi si abitueranno alla sua presenza e smetteranno di chiamarlo Koimaski. E’ difficile crederlo dopo ogni pallonata. E’ difficile crederlo perché, quando parlano di noi, non intendono mai lui. Andrej non ricorda neanche com’era la sua vita di prima. C’era un’altra lingua, ma l’ha dimenticata. A uno a uno, i giocatori scavalcano il cancello del campetto e raggiungono i propri mezzi. Quando vede scomparire l’ultimo fanalino di coda, Andrej dice: stronzi. A voce alta. È carina? Andrej sussulta. Si è accorto solo adesso di Carlo. Non l’ha sentito avvicinarsi al campetto. Non l’ha visto scavalcare la recinzione. Di sicuro ha ascoltato tutta la storia della ragazza, ma ad Andrej non importa. Se ha raccontato della propria fidanzata ai Ragazzi-Più-Grandi, allora lo può sapere anche Carlo perchè anche Carlo è uno come lui agli occhi di Fragolone e tutti gli altri. È ok, risponde. Cioè, sì. È molto carina. Si chiama Antonietta. Dovresti conoscerla. Abitate vicini. Mai vista. Ma che tipo è? Vuoi sapere anche tu se ha le tette grosse? Che cretino che sei. Se ti sei innamorato di lei deve essere speciale. Non può solo avere le tette grosse. Ti sei innamorato? In questo momento, Carlo ha una macchiolina di sangue sulla camicia bianca. Andrej osserva come spicca sul tessuto. Come si allunga in un ovale fra il terzo e il quarto bottone a partire da su. Intorno alla narice, Carlo ha un alone rosso a malapena distinguibile. Credo di sì. Deve essere una ragazza speciale. A dire il vero non ci ho mai parlato. Proprio mai? E come fai a dire che ne sei innamorato? Andrej alza le spalle. Una volta stavo per dirle una cosa. Volevo farle un complimento per gli occhi. Sono veramente belli. Di che colore sono? Verdi. Mi piacciono gli occhi verdi. Ha anche i capelli rossi. Volevo farle un complimento per tutto, ma poi è arrivata mia nonna e ha detto che dovevamo andare. Potevi chiederle di restare altri cinque minuti almeno. Mi imbarazzo quando c'è lei. Le macchioline di sangue ora sono due. Il motivo principale per cui Carlo viene preso in giro dai Ragazzi-Più-Grandi è che soffre di epistassi. Epistassi è una parola che vuol dire che a un certo punto il sangue inizia a uscire dal naso senza nessun motivo e allora si deve voltare la testa all’indietro e mettere del ghiaccio sulla fronte. Per qualche motivo, ad Andrej viene da pensare a lamiere contorte, a guard-rail accartocciati. Hai detto che abita vicino a me? Sì. Dovresti parlarle. Qualcosa di più diretto. Se hai poco tempo per restare con lei, dovresti sfruttarlo al massimo. Prova a scriverle una lettera, così potrà leggerla con comodo anche se tu devi andare via. Oppure potresti dedicare una poesia. Non sono bravo con le poesie. È roba da checche. Ha parlato Koimaski. Da te non me l'aspettavo. Sei uno stronzo come gli altri. A me piace la poesia. Checca sarai tu. Ok, scusa. Fermo davanti alla ragazza, Andrej non si muove e non parla. Vorrebbe un bicchiere d’acqua. Ha la bocca e le labbra secche. Le labbra le sente anche screpolate e questo non va bene. Un paio di volte apre la bocca per dire qualcosa, poi la richiude. Si guarda in giro, esasperato. Non c’è nessuno in vista. E’ l’occasione perfetta, eppure non sa cosa dire. C’è un corvo che fa il suo verso da qualche parte. La ragazza continua a guardarlo. Sorride e neanche lei dice nulla. La ragazza non smette di fissarlo neanche quando Andrej tira fuori dalla tasca dei pantaloncini la busta chiusa. Sulla busta c’è scritto “Antonietta”, in stampatello, a grandi lettere ordinate. Di nuovo qui? Andrej diventa rosso in viso, ma Antonietta non muta espressione e non si cura dell’anziana appena comparsa. Sì, ammette Andrej. Cos’è che hai lì? chiede la nonna. Una cosa. Una lettera. Sì. Per questa ragazza? Andrej non risponde. Intorno a loro c’è il silenzio. Solo questo corvo a fare versi ogni tanto. Intorno a loro c’è pietra e marmo e granito. Cosa le è successo? chiede Andrej È diventata una stellina. Andrej pensa: È bella questa immagine del diventare una stellina. Come se, ormai inutili, i corpi umani deflagrassero e si disperdessero per diventare corpi celesti. Questi pezzettini di vita vera che illuminano un'assurdità fatta di olio sull'asfalto e code di curiosi. Come? chiede di nuovo Andrej. Una malattia, risponde la nonna. Sospira, ma quando Andrej si volta a guardarla - non l’ha ancora fatto, da quando lei è comparsa - vede che sta sorridendo. Ha anche la fronte aggrottata. Forse è un po’ preoccupata, ma sorride. Ti ha detto Carlo della lettera? Sì. Ieri pomeriggio. E’ per questo che sei voluto venire con me, oggi. Non è una domanda, ma Andrej fa segno di sì con la testa. La nonna sta ancora sorridendo. La nonna sta ancora sospirando. Non sa cosa fare. Vuoi un fiore per lei? chiede infine. Sì, grazie. Ecco. Posso averne un altro? No. Sono per i parenti. Però puoi darne uno a Carlo. E’ roba da checche. Non si dicono queste cose, disgraziato. Scusa. Per un attimo, Andrej pensa che la nonna voglia dargli un ceffone. La nonna è diversa da lui. Ha colori diversi. Ogni volta che daranno un fiore, Andrej vedrà gente con colori diversi dai propri. Da quelli di suo padre. Andiamo, si sta facendo tardi. Sei sicuro di non voler passare a salutare Carlo? Carlo abita da qualche mese in un corridoio qui vicino. Casa sua si trova alla fine di un viale in cui la gente sta sempre affacciata a guardare chi porta i fiori e chi no. L’odore è da star male. Andrej lascia il fiore e la lettera per Antonietta sul marmo. No. Andiamo via. E quindi? Ce le ha o non ce le ha, le tette? L’ho lasciata. Ma quando mai. Lo sapevo che eri una checca. Fragolone tira una pallonata contro Andrej e lo becca su un gomito. Il ragazzino non si lamenta. Sta guardando da un’altra parte. Verso la linea di fondo c'è Carlo con un braccio intorno alle spalle di Antonietta. La sensazione che prova non ha un nome. Oh, ma questo si è addormentato, dice Luca. Inizia a ridere. Poi raccoglie il pallone e lo scaglia di nuovo contro Andrej. E perché l’hai lasciata? chiede. Devo voltare pagina. Ah! E questa dove l’hai sentita? Secondo me gli manca il suo amichetto, dice Luca. Suo padre avrebbe dovuto guidare più piano. Te lo sogni ancora la notte. Eh, Koimaski? Sì, risponde Andrej. Ma devo voltare pagina. Mi sa che anche la ragazza te la sei inventata. Al secondo sguardo di Andrej, i due ragazzini non sono più stretti stretti, perché a Carlo manca il braccio. Al suo posto c'è il nulla e a coprire il nulla solo un pezzo di stoffa strappata e macchiata dal più grande fenomeno di epistassi mai visto. Andrej strizza gli occhi e Carlo è di nuovo normale, ma per qualche motivo gli fa venire in mente airbag scoppiati e polvere di vetro. Dopo un attimo, si trova solo con i Ragazzi-Più-Grandi. Senti, ragazzino. Perché non la smetti di romperci i coglioni e non vai a giocare con quelli della tua età. Ma non vi serve un portiere? No, non ci serve. Vai, Koimaski. Vai. E Andrej va, senza voltarsi indietro. A pensarci bene è un sollievo. Scavalca il cancello, sbuffando. Quando è già in cima sente Fragolone: Ma dove vai? Torna qua che dobbiamo giocare. Quando dicono noi, non intendono mai lui. Andrej scende dall’altro lato. Ha qualcosa da fare, Andrej, nella città dove la gente sta affacciata alla propria finestra e guarda i fiori. Mentre si allontana, sente i Ragazzi-Più-Grandi litigare per chi deve andare in porta.
  6. Torba

    Andrej

    Grazie a te!
  7. Torba

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Grazie mille @swetty... Già l'essere stato selezionato all'inizio mi aveva rincuorato sulla bontà del racconto (di cui ancora non ero convinto, visto che di solito non scrivo così), ma ora sono davvero felicissimo! Per chi volesse dare un'occhiata, il racconto è stato pubblicato con un altro titolo su SPLIT, la rivista di Pidgin edizioni. https://www.pidgin.it/split/l-odore-della-casa-nuova/
  8. Torba

    La rimessa

    Ciao @Kikki, grazie per essere passata. Oltre agli errori che mi hai segnalato, credo che il problema stia nella frammentazione temporale del racconto. Invece di seguire un ordine cronologico delle scene A B C, ne ho adottato uno C A B, in maniera tale da mostrare prima le conseguenze (C), poi l'introduzione (A) e lo svolgimento (B). Il fatto vero e proprio (l'incendio) non viene proprio toccato, per lasciare più spazio al lettore. Forse ne ho lasciato troppo .
  9. Torba

    La rimessa

    Oggi. Primo pomeriggio. Sole di poco oltre il picco. Giovanni guarda oltre il cortile di terra battuta. Guarda le falangi degli ulivi fumare ancora e gli ultimi denti anneriti della rimessa spuntare dal suolo, niente più che mozziconi di legno bruciato. Inala l’odore di cenere nell’aria. Si passa sul viso il fazzoletto già saturo di sudore e manda giù un altro bicchierino di grappa. Se ne è versato una porzione generosa e ne fa cadere un po’ oltre l’orlo di vetro quando lo porta alla bocca e la mano trema. Poi si soffia il naso nel fazzoletto e si asciuga gli angoli della bocca. Da oltre le colline, altri grovigli di fumo nero vengono portati via dal vento che li strappa dalla terra che ancora brucia e tuttavia ancora rinascono. Sono spettri di fuliggine che portano via una qualsiasi speranza di autunno. Riconosce il suono dell’auto che si sta avvicinando e si versa un altro po’ di liquore. Mezzo bicchiere, per non esagerare. L’auto compare da sinistra nel cortile, sobbalzando per le buche. L’uomo che ne scende non ha quasi più capelli e indossa giacca e pantaloni di due sfumature diverse di marrone. La cravatta è beige e la luce si riflette sulla camicia bianca tirata sul ventre. Fa pochi passi e poi si ferma a guardare come le scarpe scamosciate grigie affondano nella polvere argillosa e ormai secca. Buonasera ispettore, singhiozza Giovanni. Buongiorno. Dopo mezzogiorno si dice buonasera. Come vuole lei. L’ispettore si avvicina alla verandina, sotto lo sguardo di Giovanni che lo lascia fare. Aggira un trattore a cui manca una ruota, con il mozzo poggiato su una pila di laterizi. Più in là, una cassetta degli attrezzi aperta. Intorno ci sono sparpagliati cacciaviti e chiavi inglesi e tutto è coperto dalla fuliggine. Quando arriva ai gradini, batte una dopo l’altra le scarpe scamosciate contro il legno per toglierne la terra. Giovanni gli tende il bicchierino dove ha già bevuto lui. Gradisce? No, grazie. Fa troppo caldo. Ieri faceva ancora più caldo. L’ispettore annuisce. Si porta le mani ai fianchi scostando la giacca e la camicia è sul punto di rinunciare a contenere la pancia. A proposito di ieri sera… Ancora? Non mi vuole proprio dire chi era il morto? chiede l’ispettore. Tira fuori dalla tasca della giacca un taccuino e una penna, come se si aspettasse davvero di potervi aggiungere altri particolari. Le dita della sua mano destra sono sporche di scuro, probabilmente di inchiostro, lì dove l’anulare e il mignolo si sfregano. Giovanni guarda la terra del cortile, fango ormai indurito che conserva le tracce degli pneumatici dei pompieri, della polizia, di quelli dell’obitorio. Che ne so io? Un extracomunitario che ha deciso di passare nella rimessa la notte sbagliata. Uno sfortunato per natura. C’era un collare e una catena. Pure una ciotola. Una volta avevo un cane, dice Giovanni. Il collare era al collo del morto. Giovanni tenta di versarsi ancora da bere. La sua mano trova la bottiglia ma non riesce ad afferrarla. La urta e la fa ondeggiare sul tavolino. Il contadino scatta per la sorpresa e il bicchierino si rompe sul pavimento. L’ispettore è veloce nonostante il ventre e afferra la bottiglia prima che possa cadere. Solo un po’ di grappa gli bagna il dorso della mano e il polsino della camicia. Grazie, me ne è rimasta poca di questa. L’ho fatta io stesso l’anno scorso. Dovremo tornare a chiederle di fare un tampone. Per il dna. Capisce? Io non lo conoscevo. Nessuno la vuole accusare. Sono in molti ad aver fatto così. Io la capisco. Io non lo conoscevo. Era un’altra persona. Dov’è sua moglie? Non c’è. L’ispettore mette una mano sulle spalle di Giovanni e lo sente tremare e sussultare. Si brucia con il calore irradiato dal corpo in fermentazione. Va bene, ho capito, dice l’ispettore. Ascolta le parole uscire dalla propria bocca e tira su col naso. Ho capito, ripete. Giovanni lo osserva mentre scende i gradini e trascina i piedi nelle polvere. Prima di salire sull’auto, l’uomo batte le scarpe contro il predellino. Tornerà. Tra poco, il contadino entrerà dentro casa e ne uscirà con il fucile. Ma prima, un altro sorso di grappa. Due settimane fa. Mattina. Il sole è sorto da circa due ore. Il trattore di Ezio strombazza il suo arrivo, accompagnato da ampi gesti del braccio del suo guidatore. Giovanni, con il tubo di gomma in mano, va a chiudere il rubinetto della fontana vicino alla verandina. Lì a fianco c’è un vecchio frigorifero rovesciato e senza più sportello, riempito di terra e qualche pallina di concime. Giovanni vi ha piantato i germogli che ha comprato al vivaio. Ha intenzione di piantarli nel giardino dietro la casa quando saranno grandi abbastanza, ma non lo farà. I freni del trattore fischiano. Ezio scende con cautela e va a stringere la mano al vicino di casa. Le sue mani sono dure e già sporche di grasso a quest’ora. Attraverso la finestra della cucina, Rosa sorride e saluta il nuovo arrivato. Poi scompare dentro casa, forse a preparare di già il pranzo domenicale. Forse aggiungerà un coperto per l’amico del marito. Allora, ci mettiamo all’opera? E’ un’ora che ti aspetto, Ezio. E che sarà mai. Ti sei annoiato? Giovanni porta vicino al trattore due cassette di plastica con sopra il marchio della Coca Cola. Le mette in terra e i due ci si siedono. Cercano con lo sguardo sotto il trattore. Io non vedo nulla di strano, dice Giovanni. Ti dico che fa un rumore d’inferno quando giro sulla destra. Non hai sentito quando sono arrivato? Io non ho sentito niente. Ma sto anche diventando sordo. Vabbè dai, prendo il cric e vediamo. Giovanni si batte i palmi sulle cosce e fa leva per alzarsi. Mentre passa vicino ai gradini della veranda, spegne la radio poggiata su un gradino mentre snocciola le notizie di sport. Ha ascoltato i notiziari sin da quando è uscito, subito dopo colazione, e non ha più voglia di ascoltare quelle voci gracchianti. Oh, ma hai sentito di quel pazzo che ha accoltellato la gente sul ponte a Londra. Gente malata, dice Ezio. Quello era un mese fa. Ma il mondo è pieno di pazzi comunque. Cioè, uno sta tranquillo a guardare i monumenti, l’orologio e poi… Mah. E quell’altro che ieri ha preso a morsi la gente? Dov’è che era? A Parigi. Non ci sta tuo figlio, a Parigi? No. Lui lavora in Costa Azzurra. Ha sposato una ragazza di lì. Come ci si sente a essere nonno? Ci si sente vecchi, ci si sente. Mentre sollevano il trattore su un lato e la gomma non tocca più terra, sentono il richiamo di un aereo e sollevano entrambi la testa. Una canadair sfiora il mare e riprende quota lasciandosi dietro una scia di cristalli. Lo seguono con lo sguardo mentre scompare dietro le colline, verso l’origine della colonna di fumo. Il fuoco, sempre il fuoco. Il fuoco che divora e cancella con equità. Hanno cominciato presto quest’anno, dice Giovanni. Che bastardi. Gente malata. Dov’è, lo vedi? No, deve essere dall’altra parte del Sant’Ignazio. Gente malata. Già. A proposito, quand’è che chiami il Gobbo per lavorare sotto gli ulivi? Vedi che quello ha un sacco di lavoro, ora come ora. Oltre il cortile, inizia l’uliveto. Gli alberi sono in forze. Quest’anno i rami più giovani potrebbero piegarsi sotto il carico. Ma non lo faranno. L’erba intorno ai tronchi, un mantello costante che ricopre tutto il rettangolo della proprietà, non è ancora completamente gialla e per adesso non preoccupa Giovanni, che ancora non sa. Se a qualcuno viene l’idea, ti ritrovi col fuoco fin dentro casa, dice Ezio. Giovanni guarda verso la rimessa. E’ una costruzione semplice ma solida, un parallelepipedo di legno lungo e largo due metri e mezzo, con il tetto di lamiera. Ci tiene qualche attrezzo e ferraglia da cui non si decide a separarsi. Ci si entra attraverso una porticina sghemba chiusa con un catenaccio arrugginito. Una volta ci teneva il cane. Sì, hai ragione. Oggi pomeriggio chiamo il Gobbo. Otto giorni fa. Sera. Non si parla più di sole, ma di luna. Il televisore è acceso e Giovanni lo osserva con l’audio azzerato. Stringe i denti. Rosa viene a sedergli vicino. Era il Gobbo, dice che si scusa ma non può venire neanche domani. Quello non c’ha voglia di lavorare. Te l’avevo detto che dovevi chiamarlo prima. E quando può venire? Dice forse tra una settimana. Giovanni sbatte il telecomando contro il bracciolo della poltrona. Rosa gli prende l’altra mano e se la porta in grembo. Le mani di Rosa sono pulite e sanno di detersivo al limone. Ciascuno sente l’altro rabbrividire mentre insieme guardano il telegiornale muto. E’ solo a Parigi, giusto? chiede Rosa. Sì. E lui è a Nizza, giusto? Sì. Bene. Quando arriva? Stasera verso le undici vado a prenderlo all’aeroporto. Bene. Giovanni ha fatto la leva e non ha mai conosciuto la guerra, ma sa riconoscerla nelle immagini trasmesse, nei carri armati, nel filo spinato e nei morti. Ce ne sono a migliaia ma non si comportano bene come dovrebbero. Non sono pazienti né dimentichi delle cose terrene. Il telefono squilla di nuovo e Rosa stritola la mano del marito, prima di alzarsi e andare a rispondere. Giovanni la sente prima gioire e poi protestare. Certo che te lo passo. Ma perché non mi dici niente? Va bene, va bene. Rosa torna al divano e porge il telefono a Giovanni. E’ lui, dice. Pronto? Papà, sono io. Sì, dimmi. Non ci fanno partire. Come non vi fanno partire? Perché? Dove sei? All’aeroporto di Nizza. Non fanno partire e non ci dicono nulla. Qua è un casino. Laurie e il bambino sono con te? Sì, sì. Sono qua vicino, vuoi che te li passo? No. Voglio sapere come fate adesso ad andarvene. Magari un pullman o un treno… Papà, qui non si entra e non si esce… Ma ci sono in giro quei cosi? No, qua ancora non se ne sono visti. Ma i soldati… Aspetta, non posso parlare adesso. Mi stanno facendo segni. Non ti preoccupare, un modo per arrivare lo troviamo. Ti telefono. Laurie ti saluta. Aspetta! Pronto? Mi stanno chiamando. Ti telefono. Dall’altro lato ora c’è il suono monotono di una conversazione finita. Rosa ha sentito tutto e poggia entrambe le mani sulle spalle di Giovanni, ma lui si alza e va alla finestra. Lontano, il bagliore di un fuoco. Oltre la rimessa tutto è buio, ma l’erba diventa sempre più gialla anche quando nessuno la vede.
  10. Torba

    Mezzogiorno d’inchiostro 134 – Off topic

    Mi dispiace! Sto cercando di piazzarlo su qualche rivista... se lo pubblico ti avverto!
  11. Torba

    Mezzogiorno d’inchiostro 134 – Off topic

    @Ippolita2018 Grazie dell'invito. Purtroppo scrivo nei ritagli di tempo e non ho orari fissi, quindi non credo di poter stare dentro con i tempi. Potrei anche provarci, ma ci vorrebbe proprio una congiunzione astrale. Devo per forza confermare la presenza o meno?
  12. Torba

    La rimessa

    Grazie per essere passato e per i consigli. Sapevo che non sarebbe stato di facile lettura, ma volevo fare un esperimento per "sottrazione" e lasciare al lettore ampio margine di manovra. Sebbene sia interessante la tua interpretazione, ti evidenzio alcune frasi per cogliere il senso della trama:
  13. Torba

    Il work in progress

    Mi avete convinto... continuo con gli aggiornamenti sporadici.
  14. Torba

    Il work in progress

    Molto più probabile. Mai pensato. Avevo quella autore e l'ho cancellata perché con il profilo personale avevo molte più interazioni.
  15. Torba

    Cielo

    Proprio quello che intendevo
  16. Torba

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Gloria e vita alla nuova carne.
  17. Torba

    Cielo

    @Domenico S., questo racconto è fa-vo-lo-so. Hai avuto un'idea brillante e l'hai saputa sviluppare con genialità. Non credo di esagerare. Soprattutto i dialoghi sono molto curati, fanno trasparire il carattere dei personaggi senza che lo scrittore (non il narratore) debba intervenire e spiegare al lettore cose che dovrebbe capire al primo sguardo. Non so quanto studio e cura ci siano dietro ma è una cosa che ti invidio. Show don't tell allo stato puro. Chiamiamola pure scrittura cinematografica, ma sarebbe riduttivo. E' un brano di una semplicità non scontata. A tratti mi ha ricordato Vonnegut e la sua capacità di far sembrare normale anche la condizione più assurda. Benché si capisca già dalla seconda scena dove si va a parare (non è solo il protagonista ad avere un incontro ravvicinato), sei stato molto abile a mascherare il tuo vero obiettivo fino alla fine. Anche lì, poi, sei stato bravo a non imporre il tuo pensiero ma hai lasciato spazio all'interpretazione. Ottimo anche l'incipit. Praticamente ho scritto un commento di soli complimenti. Magari eviterei di fare paragrafi così brevi. La lunghezza delle frasi va bene, ma così il testo sembra troppo frammentato. A rileggerti!
  18. Crack mi ha già rifiutato due racconti. Non credo di essere nel loro stile
  19. Per i meno delicati di stomaco, ho aggiunto i contatti de La nuova carne.
  20. Torba

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Salve, vorrei far cancellare i seguenti racconti: Grazie!
  21. Torba

    Andrej

    Grazie per la lettura, Alberto (non so perché non riesco a taggarti). McCarthy è uno dei miei autori preferiti e ha uno stile sublime. Onorato che questo mio tentativo di imitarlo sia stato gradito!
  22. Torba

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Ultratrentenne. Chiedo abilitazione...
  23. Torba

    Andrej

    Grazie @Adelaide J. PellitteriPellitteri, mi fa un enorme piacere. Qualcosa da limare c'è ancora, ma va bene così!
  24. Torba

    Andrej

    No, la nonna chiede se l'idea della lettera sia di Carlo. Andrej risponde di sì e che gliel'ha suggerito il pomeriggio precedente. Ma senza un riferimento è difficile capirlo. Grazie per tutti i suggerimenti!
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