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Torba

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  • Compleanno 29/09/1989

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  1. Torba

    Andrej

    Grazie a te!
  2. Torba

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Grazie mille @swetty... Già l'essere stato selezionato all'inizio mi aveva rincuorato sulla bontà del racconto (di cui ancora non ero convinto, visto che di solito non scrivo così), ma ora sono davvero felicissimo! Per chi volesse dare un'occhiata, il racconto è stato pubblicato con un altro titolo su SPLIT, la rivista di Pidgin edizioni. https://www.pidgin.it/split/l-odore-della-casa-nuova/
  3. Torba

    La rimessa

    Ciao @Kikki, grazie per essere passata. Oltre agli errori che mi hai segnalato, credo che il problema stia nella frammentazione temporale del racconto. Invece di seguire un ordine cronologico delle scene A B C, ne ho adottato uno C A B, in maniera tale da mostrare prima le conseguenze (C), poi l'introduzione (A) e lo svolgimento (B). Il fatto vero e proprio (l'incendio) non viene proprio toccato, per lasciare più spazio al lettore. Forse ne ho lasciato troppo .
  4. Torba

    Mezzogiorno d’inchiostro 134 – Off topic

    Mi dispiace! Sto cercando di piazzarlo su qualche rivista... se lo pubblico ti avverto!
  5. Torba

    Mezzogiorno d’inchiostro 134 – Off topic

    @Ippolita2018 Grazie dell'invito. Purtroppo scrivo nei ritagli di tempo e non ho orari fissi, quindi non credo di poter stare dentro con i tempi. Potrei anche provarci, ma ci vorrebbe proprio una congiunzione astrale. Devo per forza confermare la presenza o meno?
  6. Torba

    La rimessa

    Grazie per essere passato e per i consigli. Sapevo che non sarebbe stato di facile lettura, ma volevo fare un esperimento per "sottrazione" e lasciare al lettore ampio margine di manovra. Sebbene sia interessante la tua interpretazione, ti evidenzio alcune frasi per cogliere il senso della trama:
  7. Torba

    Il work in progress

    Mi avete convinto... continuo con gli aggiornamenti sporadici.
  8. Torba

    Il work in progress

    Molto più probabile. Mai pensato. Avevo quella autore e l'ho cancellata perché con il profilo personale avevo molte più interazioni.
  9. Torba

    Il work in progress

    Come vi rapportate con il "pubblico" riguardo ai vostri lavori in corso? Finora ho usato il mio blog per postare i miei racconti (link alle riviste che li pubblicano) e qualche recensione, mentre sui social i progressi sui miei lavori più lunghi non pubblicati. Era divertente finché avevo un solo romanzo in lavorazione, ma ora sono al secondo e il primo non è stato ancora accettato. Ho pensato di creare una pagina apposita sul blog. Ora la domanda: è opportuno secondo voi postare una lista degli editori a cui ho mandato un mio manoscritto? Nei miei sogni più sfrenati, il curatore di una collana capita sul mio blog dopo aver letto un racconto ed esclama: "Orpo! Questo qui ci ha già mandato un romanzo. Corro alla casella mail a cercarlo!"
  10. Torba

    Cielo

    Proprio quello che intendevo
  11. Torba

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Gloria e vita alla nuova carne.
  12. Torba

    La rimessa

    Oggi. Primo pomeriggio. Sole di poco oltre il picco. Giovanni guarda oltre il cortile di terra battuta. Guarda le falangi degli ulivi fumare ancora e gli ultimi denti anneriti della rimessa spuntare dal suolo, niente più che mozziconi di legno bruciato. Inala l’odore di cenere nell’aria. Si passa sul viso il fazzoletto già saturo di sudore e manda giù un altro bicchierino di grappa. Se ne è versato una porzione generosa e ne fa cadere un po’ oltre l’orlo di vetro quando lo porta alla bocca e la mano trema. Poi si soffia il naso nel fazzoletto e si asciuga gli angoli della bocca. Da oltre le colline, altri grovigli di fumo nero vengono portati via dal vento che li strappa dalla terra che ancora brucia e tuttavia ancora rinascono. Sono spettri di fuliggine che portano via una qualsiasi speranza di autunno. Riconosce il suono dell’auto che si sta avvicinando e si versa un altro po’ di liquore. Mezzo bicchiere, per non esagerare. L’auto compare da sinistra nel cortile, sobbalzando per le buche. L’uomo che ne scende non ha quasi più capelli e indossa giacca e pantaloni di due sfumature diverse di marrone. La cravatta è beige e la luce si riflette sulla camicia bianca tirata sul ventre. Fa pochi passi e poi si ferma a guardare come le scarpe scamosciate grigie affondano nella polvere argillosa e ormai secca. Buonasera ispettore, singhiozza Giovanni. Buongiorno. Dopo mezzogiorno si dice buonasera. Come vuole lei. L’ispettore si avvicina alla verandina, sotto lo sguardo di Giovanni che lo lascia fare. Aggira un trattore a cui manca una ruota, con il mozzo poggiato su una pila di laterizi. Più in là, una cassetta degli attrezzi aperta. Intorno ci sono sparpagliati cacciaviti e chiavi inglesi e tutto è coperto dalla fuliggine. Quando arriva ai gradini, batte una dopo l’altra le scarpe scamosciate contro il legno per toglierne la terra. Giovanni gli tende il bicchierino dove ha già bevuto lui. Gradisce? No, grazie. Fa troppo caldo. Ieri faceva ancora più caldo. L’ispettore annuisce. Si porta le mani ai fianchi scostando la giacca e la camicia è sul punto di rinunciare a contenere la pancia. A proposito di ieri sera… Ancora? Non mi vuole proprio dire chi era il morto? chiede l’ispettore. Tira fuori dalla tasca della giacca un taccuino e una penna, come se si aspettasse davvero di potervi aggiungere altri particolari. Le dita della sua mano destra sono sporche di scuro, probabilmente di inchiostro, lì dove l’anulare e il mignolo si sfregano. Giovanni guarda la terra del cortile, fango ormai indurito che conserva le tracce degli pneumatici dei pompieri, della polizia, di quelli dell’obitorio. Che ne so io? Un extracomunitario che ha deciso di passare nella rimessa la notte sbagliata. Uno sfortunato per natura. C’era un collare e una catena. Pure una ciotola. Una volta avevo un cane, dice Giovanni. Il collare era al collo del morto. Giovanni tenta di versarsi ancora da bere. La sua mano trova la bottiglia ma non riesce ad afferrarla. La urta e la fa ondeggiare sul tavolino. Il contadino scatta per la sorpresa e il bicchierino si rompe sul pavimento. L’ispettore è veloce nonostante il ventre e afferra la bottiglia prima che possa cadere. Solo un po’ di grappa gli bagna il dorso della mano e il polsino della camicia. Grazie, me ne è rimasta poca di questa. L’ho fatta io stesso l’anno scorso. Dovremo tornare a chiederle di fare un tampone. Per il dna. Capisce? Io non lo conoscevo. Nessuno la vuole accusare. Sono in molti ad aver fatto così. Io la capisco. Io non lo conoscevo. Era un’altra persona. Dov’è sua moglie? Non c’è. L’ispettore mette una mano sulle spalle di Giovanni e lo sente tremare e sussultare. Si brucia con il calore irradiato dal corpo in fermentazione. Va bene, ho capito, dice l’ispettore. Ascolta le parole uscire dalla propria bocca e tira su col naso. Ho capito, ripete. Giovanni lo osserva mentre scende i gradini e trascina i piedi nelle polvere. Prima di salire sull’auto, l’uomo batte le scarpe contro il predellino. Tornerà. Tra poco, il contadino entrerà dentro casa e ne uscirà con il fucile. Ma prima, un altro sorso di grappa. Due settimane fa. Mattina. Il sole è sorto da circa due ore. Il trattore di Ezio strombazza il suo arrivo, accompagnato da ampi gesti del braccio del suo guidatore. Giovanni, con il tubo di gomma in mano, va a chiudere il rubinetto della fontana vicino alla verandina. Lì a fianco c’è un vecchio frigorifero rovesciato e senza più sportello, riempito di terra e qualche pallina di concime. Giovanni vi ha piantato i germogli che ha comprato al vivaio. Ha intenzione di piantarli nel giardino dietro la casa quando saranno grandi abbastanza, ma non lo farà. I freni del trattore fischiano. Ezio scende con cautela e va a stringere la mano al vicino di casa. Le sue mani sono dure e già sporche di grasso a quest’ora. Attraverso la finestra della cucina, Rosa sorride e saluta il nuovo arrivato. Poi scompare dentro casa, forse a preparare di già il pranzo domenicale. Forse aggiungerà un coperto per l’amico del marito. Allora, ci mettiamo all’opera? E’ un’ora che ti aspetto, Ezio. E che sarà mai. Ti sei annoiato? Giovanni porta vicino al trattore due cassette di plastica con sopra il marchio della Coca Cola. Le mette in terra e i due ci si siedono. Cercano con lo sguardo sotto il trattore. Io non vedo nulla di strano, dice Giovanni. Ti dico che fa un rumore d’inferno quando giro sulla destra. Non hai sentito quando sono arrivato? Io non ho sentito niente. Ma sto anche diventando sordo. Vabbè dai, prendo il cric e vediamo. Giovanni si batte i palmi sulle cosce e fa leva per alzarsi. Mentre passa vicino ai gradini della veranda, spegne la radio poggiata su un gradino mentre snocciola le notizie di sport. Ha ascoltato i notiziari sin da quando è uscito, subito dopo colazione, e non ha più voglia di ascoltare quelle voci gracchianti. Oh, ma hai sentito di quel pazzo che ha accoltellato la gente sul ponte a Londra. Gente malata, dice Ezio. Quello era un mese fa. Ma il mondo è pieno di pazzi comunque. Cioè, uno sta tranquillo a guardare i monumenti, l’orologio e poi… Mah. E quell’altro che ieri ha preso a morsi la gente? Dov’è che era? A Parigi. Non ci sta tuo figlio, a Parigi? No. Lui lavora in Costa Azzurra. Ha sposato una ragazza di lì. Come ci si sente a essere nonno? Ci si sente vecchi, ci si sente. Mentre sollevano il trattore su un lato e la gomma non tocca più terra, sentono il richiamo di un aereo e sollevano entrambi la testa. Una canadair sfiora il mare e riprende quota lasciandosi dietro una scia di cristalli. Lo seguono con lo sguardo mentre scompare dietro le colline, verso l’origine della colonna di fumo. Il fuoco, sempre il fuoco. Il fuoco che divora e cancella con equità. Hanno cominciato presto quest’anno, dice Giovanni. Che bastardi. Gente malata. Dov’è, lo vedi? No, deve essere dall’altra parte del Sant’Ignazio. Gente malata. Già. A proposito, quand’è che chiami il Gobbo per lavorare sotto gli ulivi? Vedi che quello ha un sacco di lavoro, ora come ora. Oltre il cortile, inizia l’uliveto. Gli alberi sono in forze. Quest’anno i rami più giovani potrebbero piegarsi sotto il carico. Ma non lo faranno. L’erba intorno ai tronchi, un mantello costante che ricopre tutto il rettangolo della proprietà, non è ancora completamente gialla e per adesso non preoccupa Giovanni, che ancora non sa. Se a qualcuno viene l’idea, ti ritrovi col fuoco fin dentro casa, dice Ezio. Giovanni guarda verso la rimessa. E’ una costruzione semplice ma solida, un parallelepipedo di legno lungo e largo due metri e mezzo, con il tetto di lamiera. Ci tiene qualche attrezzo e ferraglia da cui non si decide a separarsi. Ci si entra attraverso una porticina sghemba chiusa con un catenaccio arrugginito. Una volta ci teneva il cane. Sì, hai ragione. Oggi pomeriggio chiamo il Gobbo. Otto giorni fa. Sera. Non si parla più di sole, ma di luna. Il televisore è acceso e Giovanni lo osserva con l’audio azzerato. Stringe i denti. Rosa viene a sedergli vicino. Era il Gobbo, dice che si scusa ma non può venire neanche domani. Quello non c’ha voglia di lavorare. Te l’avevo detto che dovevi chiamarlo prima. E quando può venire? Dice forse tra una settimana. Giovanni sbatte il telecomando contro il bracciolo della poltrona. Rosa gli prende l’altra mano e se la porta in grembo. Le mani di Rosa sono pulite e sanno di detersivo al limone. Ciascuno sente l’altro rabbrividire mentre insieme guardano il telegiornale muto. E’ solo a Parigi, giusto? chiede Rosa. Sì. E lui è a Nizza, giusto? Sì. Bene. Quando arriva? Stasera verso le undici vado a prenderlo all’aeroporto. Bene. Giovanni ha fatto la leva e non ha mai conosciuto la guerra, ma sa riconoscerla nelle immagini trasmesse, nei carri armati, nel filo spinato e nei morti. Ce ne sono a migliaia ma non si comportano bene come dovrebbero. Non sono pazienti né dimentichi delle cose terrene. Il telefono squilla di nuovo e Rosa stritola la mano del marito, prima di alzarsi e andare a rispondere. Giovanni la sente prima gioire e poi protestare. Certo che te lo passo. Ma perché non mi dici niente? Va bene, va bene. Rosa torna al divano e porge il telefono a Giovanni. E’ lui, dice. Pronto? Papà, sono io. Sì, dimmi. Non ci fanno partire. Come non vi fanno partire? Perché? Dove sei? All’aeroporto di Nizza. Non fanno partire e non ci dicono nulla. Qua è un casino. Laurie e il bambino sono con te? Sì, sì. Sono qua vicino, vuoi che te li passo? No. Voglio sapere come fate adesso ad andarvene. Magari un pullman o un treno… Papà, qui non si entra e non si esce… Ma ci sono in giro quei cosi? No, qua ancora non se ne sono visti. Ma i soldati… Aspetta, non posso parlare adesso. Mi stanno facendo segni. Non ti preoccupare, un modo per arrivare lo troviamo. Ti telefono. Laurie ti saluta. Aspetta! Pronto? Mi stanno chiamando. Ti telefono. Dall’altro lato ora c’è il suono monotono di una conversazione finita. Rosa ha sentito tutto e poggia entrambe le mani sulle spalle di Giovanni, ma lui si alza e va alla finestra. Lontano, il bagliore di un fuoco. Oltre la rimessa tutto è buio, ma l’erba diventa sempre più gialla anche quando nessuno la vede.
  13. Torba

    Cielo

    @Domenico S., questo racconto è fa-vo-lo-so. Hai avuto un'idea brillante e l'hai saputa sviluppare con genialità. Non credo di esagerare. Soprattutto i dialoghi sono molto curati, fanno trasparire il carattere dei personaggi senza che lo scrittore (non il narratore) debba intervenire e spiegare al lettore cose che dovrebbe capire al primo sguardo. Non so quanto studio e cura ci siano dietro ma è una cosa che ti invidio. Show don't tell allo stato puro. Chiamiamola pure scrittura cinematografica, ma sarebbe riduttivo. E' un brano di una semplicità non scontata. A tratti mi ha ricordato Vonnegut e la sua capacità di far sembrare normale anche la condizione più assurda. Benché si capisca già dalla seconda scena dove si va a parare (non è solo il protagonista ad avere un incontro ravvicinato), sei stato molto abile a mascherare il tuo vero obiettivo fino alla fine. Anche lì, poi, sei stato bravo a non imporre il tuo pensiero ma hai lasciato spazio all'interpretazione. Ottimo anche l'incipit. Praticamente ho scritto un commento di soli complimenti. Magari eviterei di fare paragrafi così brevi. La lunghezza delle frasi va bene, ma così il testo sembra troppo frammentato. A rileggerti!
  14. Crack mi ha già rifiutato due racconti. Non credo di essere nel loro stile
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