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Plop Stories

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  1. Plop Stories

    I gabbiani si guardano i piedi

    Un uomo si trasferì su un isola in mezzo al mare. L’isola era abbastanza ampia da essere ricca di animali di piccola taglia e da essere coperta da una bassa e densa vegetazione. Era un’isola deserta e fu scelta per iniziare una vita da nuovo Adamo, nudo, solo, e intenzionato a sostenersi per il resto della sua vita solo con quello che sarebbe riuscito a pescare e raccogliere. Il primo giorno l’uomo percorse il perimetro della terra emersa e conquistò lo scoglio più alto, rimanendo a fissare l’orizzonte con il sole che iniziava piacevolmente a scaldargli la pelle chiara. Il secondo giorno dormì, non essendo riuscito a chiudere occhio per tutta la notte a causa del freddo della caverna dove si era riparato e delle esplosioni delle onde poco distanti. Il terzo giorno raccolse qualche mollusco da mangiare e si annoiò a morte, non sapendo cosa fare. Il quarto giorno si mise a studiare gli animali dell’isola e si accorse come si possa scorgere il rapido battito del cuore delle lucertole che si scaldano al sole, che i granchi muovono incessantemente piccole protuberanze a livello della bocca e che i gabbiani, quando stanno fermi su speroni di roccia, spesso si guardano i piedi, abbassando il capo e piegando alternativamente la testa da una parte e dall’altra. Il quinto giorno, dopo tutte quelle osservazioni, non poté uscire all’aperto perché era completamente ustionato dal sole; provò a cospargersi la pelle di fango bagnato, per alleviare il dolore, ma il fango gli fece allergia e aggiunse alla scottatura anche il prurito. Il decimo giorno riuscì ad accendere il fuoco e fu un giorno piacevole, dato che aveva pescato una decina di granchi che riuscì a cuocere alla brace. Il ventesimo giorno aveva già perso dieci chili, ma cominciava a sentirsi più a suo agio su quel fazzoletto di terra in mezzo al mare. Le piante dei piedi cominciavano a irrobustirsi, la pelle a sopportare il sole e le sue mani avevano ormai appreso come afferrare i polpi tra gli scogli. Il quarantesimo giorno l’uomo sapeva riconoscere l’odore di un’iguana che si avvicinava silenziosa, ma soprattutto si accorse di essere felice e di pensare di non essersi mai sentito così libero come lo era su quella piccola isola, talmente piccola da poter essere abbracciata con un unico sguardo. Il cinquantesimo giorno era felice e basta, senza che ci fosse più alcun pensiero dietro alla sua felicità. Il sessantesimo giorno non sapeva più che giorno fosse ma poco gli importava e il sessantacinquesimo quasi si era dimenticato che qualche decina di chilometri ad est esistevano altri uomini come lui, ma che a differenza di lui camminavano su un terreno ben battuto, si lavavano con acqua dolce, si coprivano la pelle e vivevano la vita credendo che andare in ferie fosse sinonimo di libertà.
  2. Plop Stories

    Presenza ingombrante

    Ciao @Garrula, complimenti per il racconto, ironico al punto giusto e molto piacevole. Mi è piaciuto soprattutto lo stile con cui hai reso la protagonista: ci si immagina bene (o almeno l'ho fatto io) questa signora snob che borbotta tra se mentre si sistema addosso i "vestiti". Rendi anche molto bene sia l'idea di come la madre si sia relazionata in vita con la figlia e che la trama, che, per quanto lo permette la brevità, è ben gestita: se è vero che ci si aspetta quello che sta per succedere, questo non toglie piacevolezza alla lettura. Due punti potrebbero essere migliorati: 1. La reazione della figlia: stride un po' il modo in cui si comporta con il fatto che è comparso il fantasma della madre. Credo che, dato che la tecnica non ti manca, potrebbe essere reso in maniera più coerente (ad esempio le frasi che dice la ragazza potrebbero essere cose che la madre si immagina la figlia possa dire, mentre questa si limita a rimanere immobile e attonita o a fare azioni per allontanarsi o scappare dal fantasma della madre). 2. Il titolo: non è male ma può forse essere migliorato anche per riflettere meglio lo stile ironico della storia. Per quanto riguarda la grammatica e la sintassi non ho trovato errori (ma sono un pessimo cacciatore di refusi). Complimenti ancora. E' molto difficile valutare i racconti degli altri e so bene come una frase detta male possa risultare spiacevole. Spero che questo non sia il caso di questo commento. Se così fosse, mi scuso in anticipo. Giacomo
  3. Plop Stories

    Storia di un uomo miserabile

    Concordo, il narratore è molto antipatico. Ed era il mio obiettivo; volevo infatti scrivere un racconto nel quale la voce narrante fosse totalmente (e caricaturalmente) ostile al personaggio. Speravo però di divertire il lettore più che di irritarlo, ma evidentemente il percorso per scrivere bene è ancora lungo. Quindi grazie dei commenti e buona lettura/scrittura.
  4. Plop Stories

    L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    Ciao Plata, il racconto mi è piaciuto, è evocativo e scorre bene. Lo svolgimento della trama è ben articolato con i tre atti della preparazione, dell’incontro e della conclusione. Buono anche il climax in cui compare la moglie e svela il mistero. I personaggi di Wong e Wu sono ben caratterizzati, mentre Xiang è un po’ sfuggente, non facilmente identificabile. Forse con qualche particolare in più che ne tratteggi la personalità, puoi introdurre il lettore alla rivelazione finale e alla tragica fine. Ho apprezzato anche lo stile che in vari punti ha degli ottimi tocchi narrativi (la descrizione dei tatuaggi ad esempio), anche se, a seguire, ti indico alcuni passaggi in cui mi sono broccato o che, almeno al mio orecchio, hanno stonato. Come giudizio finale: ottimo lavoro. “uno anche le braccia”. Da migliorare. “forse avvertendo un rumore o una sensazione rivelatrice” forse si può togliere; “«Ehi, Wu, è tuo genero?»”: non del tutto in sintonia con il tono più cupo del racconto; “poi sputò sugli occhiali”: si collega poco alla frase precedente; “aggiunse l'anziano, rispettoso, chinando il capo”: toglierei “rispettoso”; “L'intruglio”: non del tutto in sintonia con il tono del racconto; “Chiuse gli occhi, venne imitato dagli altri, poi concluse”: il “venne imitato dagli altri” va collegato meglio alle altre due frasi; “e i pensieri fuggirono dal suo corpo come uccellini da una gabbia aperta”: non del tutto in sintonia con il tono del racconto. L’immagine degli uccellini che escono da una gabbia aperta ha qualcosa di liberatorio e bucolico che stride con l’argomento e l’atmosfera tetra che hai descritto; “come lo fanno i cadaveri”: bella l’immagine ma la frase andrebbe riformulata meglio; “come un fiore marcio”: non mi è piaciuta “non se ne sarebbe tratto un ragno dal buco”: modo di dire che non si addice al momento carico di tensione della fine del racconto; “Il pensiero di non voler aver più niente a che fare con i suoi simili lo sfiorò per l'ennesima volta nella sua vita”: il “nella sua vita” mi sembra che sia superfluo e che interrompa il ritmo della frase; “mentre un brivido gli saliva lungo la schiena fino al collo, come una lucertola”: bella l’immagine del brivido che sale come una lucertola, ma la frase ha un ritmo che mi ha lasciato interdetto e forse può essere riformulata.
  5. Plop Stories

    Storia di un uomo miserabile

    Questo è un racconto a proposito di un uomo. Un uomo disperato, miserabile. L’uomo è sporco, polveroso, tutto un cencio. Cammina sbandando sulla sabbia. Non beve da tre giorni ‘sto pezzente, ma non c'è bisogno che faccia tutta questa scena. E sì, va bene, l'atmosfera della savana africana è torrida e senza pietà. Ma che si dia una messa a posto. Che tiri fuori le palle una buona volta. Invece no, lui continua con il suo incedere molle e scoordinato. Cosa c'è venuto a fare qui, in mezzo alla sterpaglia? Ora ve lo dico: vuole porre fine alla sua vita. Esatto, vuole suicidarsi. Del resto, come dargli torto. Pezzente com'è, forse fa anche bene. Ma che lo faccia a casa sua, che lo faccia in garage. Legati una corda al collo e finiscila lì. Comprati delle pillole in farmacia, se preferisci. Ma cosa volete, sarà stato talmente vile da vergognarsi. Non sarà stato in grado di sopportare lo sguardo della farmacista. O il pensiero di chi lo avrebbe trovato penzolante dal soffitto. Verrebbe da urlargli: “Ma a chi vuoi che interessi scemo? Ti avrebbero dato tutte le medicine che vuoi. Oppure i due pompieri ti avrebbero slegato e messo in un sacco con la stessa noncuranza di un salumiere che imbusta una salsiccia.” Magari avrebbero detto anche "Lascio?" come fa il salumiere. No, impiccagione e overdose non gli andavano bene. A buttarsi da un ponte ci aveva pensato, ma sentite questa: aveva paura dell'altezza! Vuole suicidarsi e ha paura dell'altezza. Va be’. Quindi l'uomo ci ha pensato un po', per poi scegliere il metodo più melodrammatico che io abbia mai sentito: vuole farsi mangiare da un leone. Gli sembrava un'idea romantica, da moderno russoiano che non è altro. "Tornare alla natura, riconnettersi con il ciclo della vita". Gli sembra un gesto poetico, una fuga dalla vita meccanica e metallica che lo ha reso così. Un modo pulito, che non lascia residui, che restituisce qualcosa alla terra. Ma datti una svegliata Jean-Jacques! Non ci sono più i leoni! Sono quasi tutti estinti. Ne sono rimasti sì e no una manciata, chiusi in qualche zoo e in tre riserve sparute sparse per il 11.730.000 chilometri quadrati di continente africano. Ma il suo piccolo cervello da burocrate a questo mica aveva pensato. In quello che aveva definito come "il primo e ultimo atto da uomo libero della sua vita" (e non empatizzate troppo, la pomposità del tono della sua voce nei suoi pensieri era tale da indurre in rigurgito) aveva preso un aereo per il Mozambico. Senza valigia, senza cibo né acqua. E ora erano tre giorni che vagava tra sterpi e sabbia, ma di leoni neanche l'ombra. A un certo punto ha visto un serpente. Uno di quelli con venature rosse e nere che fanno subito pensare ai crampi di dolore che può farti provare un suo morso. Ecco, noi, gente pragmatica e per bene, se fossimo stati nella situazione del nostro personaggio, avremmo subito mandato all'aria questa baggianata del leone e ci saremmo fatti bastare il serpente. A portata di mano, letale al punto giusto. E se vogliamo proprio, anche con quel tocco di melodramma e citazione storica da risultare soddisfacente. Ma lui no! Lui voleva un leone. Non poteva accontentarsi di un serpente qualsiasi questo narcisita. Magari avrà anche pensato che il serpente non fosse abbastanza, o che l'idea era già stata usata. Lui vuole la propria morte esattamente come l’ha pianificata, senza nessuna possibile digressione dal copione. Quindi l'uomo fa un balzo di lato per allontanarsi dal rettile. Prende una pietra e gliela tira contro. Non lo colpisce naturalmente. Il suo braccio dinoccolato e grassoccio da topo di biblioteca non conosce la balistica e il sasso arriva a venti centimetri buoni dal serpente. Questo però si allontana, probabilmente più offeso e schifato dall'uomo che impaurito. E quindi il personaggio continua a vagare ciondolante e miserabile per la savana finché il sole cala. Ormai ha già passato due notti all’addiaccio e sa che la temperatura cala drasticamente quando il sole sparisce sotto l'orizzonte. E sa che non troverà un riparo, che il massimo che può fare è trovare un albero, sperando che non sia infestato da serpenti, iene o insetti grossi quanto una mela. Lo trova. Di certo non grazie a una sua particolare dote di osservatore o ma per un puro e semplice colpo di fortuna. E non ci sono serpenti, né, apparentemente, insetti ciclopici. Si rannicchia contro il tronco, tirandosi addosso i due cenci che gli sono rimasti. Batte i denti come una femminuccia producendo il rumore meno virile che potete immaginare. E rimane lì, miserabile, per alcune ore. Gli diremmo: “Dormi! Cosa vuoi fare? Chiudi gli occhi e dormi scemo.” Ma no, lui non riesce. “Come non riesci? È la cosa più facile del mondo! Abbassa le palpebre, concentrati e dormi.” Invece si crogiola nei suoi pensieri. Ripensa alla sua vita. A sua moglie che lo ha mollato per suo fratello. Si compiange. Non è neanche abbastanza uomo da essere arrabbiato. È "deluso". Addirittura se ne dà anche la colpa. Certo che hai colpa, sfigato! Cos'è, tua moglie doveva continuare a stare con te quando aveva tuo fratello che poteva offrirle non una, non due, ma cinque volte quello che le offrivi tu? Potevi rimboccarti le maniche e cercare di fare carriera. Lui era dirigente, aveva la barca, e tu cosa avevi? I tuoi libri di ornitologia? E il lavoro? Ora pensi al lavoro eh? Era "senza senso"? "Depersonalizzante"? "Inutile"? Almeno ce lo avevi! Potevi adeguarti come fanno tutti, pensare allo stipendio e a comprarti qualche giocattolo nuovo. Non era il lavoro della tua vita? Cosa volevi, un lavoro in grado di renderti "felice"? Un lavoro " che possa farti esprimere le tue potenzialità"? Ma quali potenzialità? Guarda, non sai neanche battere i denti come si deve! Comunque; torniamo al racconto. Ad un certo punto il rumore dei denti si mescola con lo scricchiolio degli artigli sul terreno. "Eccoli! I leoni! Finalmente!". Il miserabile fu attraversato da un brivido a livello della colonna vertebrale; sempre se ne avesse avuta una. Stava succedendo. Ci fu un vorticare di pensieri e un tumulato di emozioni. Quasi paura. Ci mancherebbe solo che ora abbia anche paura. Tutta sta pagliacciata per poi passare gli ultimi istanti piangendo come un agnello, magari facendosela addosso. Comunque non erano leoni. La luna guizzò fuori da una nuvola illuminando la valle: sassi, arbusti, qualche albero sparuto, polvere e quattro iene. Esatto iene. E se c'era stata un briciolo di paura nel cervello molle del nostro personaggio, questa iniziò a crescere e invadere l'insignificante spazio tra le sue meningi. Si alzò in piedi tremante. Tese una mano in avanti, come se quel braccio cellulitico avesse la forza di bloccare il branco di carnivori affamati. Piuttosto poteva servire da invito per iniziare il pasto, spandendo il suo odore fino alle narici pulsanti di quegli animali sporchi. Non che fosse appetitoso il suo odore, ma le iene si accontentano delle carcasse putride, quindi quell'olezzo da impiegato era per loro come l’odore della maionese sulle tartine. Infatti, le fiere avanzarono di qualche passo. Ora vi sorprenderete, perché il nostro personaggio si prodigò in un gesto atletico inaspettato. Si girò, piegò le gambe (le ginocchia, tenute insieme da legamenti lassi, gli deviarono all'esterno) e spiccò un balzo verso un ramo basso. E incredibilmente riuscì ad arrivarci. Qualche dondolata con il culo flaccido e fu sopra l'albero. Non so se le iene decisero che la preda fosse fuori portata, là sul ramo, o se furono disgustate da quella successione scomposta si movimenti; fatto sta che si allontanarono. L'uomo si compiacque con se stesso, come tutti i vili si compiacciono per il solo fatto di non aver fallito miseramente, poi si appoggiò al tronco dell'albero e si addormentò. Si svegliò dopo alcune ore, ricoperto di formiche e con il sole già venti centimetri buoni oltre l'orizzonte. Spazzò via gli insetti e si stropicciò gli occhi. La mancanza di cibo e acqua rendeva la sua testa un magma incandescente e per sottolineare la cosa a un pubblico immaginario (da tipico esibizionista perverso) si massaggiò le tempie. Saltando giù dall'albero rovinò a terra come un sacco di letame. Si sollevò in piedi e rimase un attimo fermo per testare il proprio equilibrio malfermo. Poi si stropicciò gli occhi di nuovo. Poi di nuovo. E di nuovo ancora. Abbiamo capito! Hai visto qualcosa! Smettila di strofinarti le cornee, idiota! All'orizzonte, un gruppo di figure sinuose si muoveva piano intorno a un gruppetto di alberi. Difficile dire quante fossero a causa dell'effetto di distorsione del calore sulle immagini. Ma nel piccolo cervello dell'uomo una cosa era certa: erano leoni. Questa volta non c'erano dubbi. E se siamo fortunati questa patetica storia potrà essere finita a breve, il pezzente sarà morto per il meglio e potremo tornare ad altre attività ben più interessanti e redditizie. L’uomo iniziò a saltellare di qua e di là, preso da un nuovo fervore suicida. Finalmente sarebbe riuscito a completare il suo intento. Forse l’unica cosa che avrebbe mai portato a termine nella vita. Alzò le braccia al cielo e si lanciò di corsa contro i felini. Dato lo stato pietoso in cui si trovava fu una corsa esteticamente poco piacevole. Lenta, goffa. Una volta inciampò pure. Ma in una decina di minuti arrivò dai leoni. Erano sei. Un maschio, tre femmine e due cuccioli. Erano placidamente stesi all’ombra di un gruppo di alberi, sulla riva di una piccola pozza d’acqua. Esitò giusto una frazione di secondo prima di lanciarsi nel mucchio, tanto per rovinare il ritmo della scena. Poi protruse il petto carenato che spuntava dalla camicia aperta (magari credendo anche che risultasse appetitoso). Aprì le braccia in segno di resa. E si butto tra le zampe del grosso leone maschio. Questo lo guardò, scosse la criniera e si alzò sopra di lui. L’uomo percepì il corpo del leone sovrastarlo e l’ombra maestosa gli fece il favore di coprire la sua patetica figura. L’enorme felino spalancò le fauci. Era arrivata la fine. L’alito caldo della bestia lo avvolse. Entro breve sarebbe stato liberato della sua inutile vita. Sentì il corpo gigantesco avvicinarsi ancora di più. E una leccata gli impiastricciò il viso. Ebbene sì. Il personaggio della nostra storia non fu mangiato da nessun leone. Fu leccato e buttato a terra da zampe enormi. Spinto, graffiato. Gli immersero pure la testa nello stagno, come per dirgli: “Bevi, scemo, bevi un po’ d’acqua che ti fa bene”. Ma non lo mangiarono. Lo adottarono. Il perché, non so dirvelo. Io di sicuro non lo avrei mai fatto. Ma loro lo adottarono. E se ora vi capita di passare per il Mozambico e se siete fortunati (o sfortunati a mio parere), potrà succedervi di incrociare un branco di leoni accompagnati dalla miserabile e patetica figura umana del nostro odiatissimo personaggio.
  6. Plop Stories

    [CN 2015-02] Lo zio dei morti viventi

    Confermo l’impressione avuta per “Il mistero delle dita mancanti”: scrivi bene, molto bene. Il racconto è come al solito assurdo e ironico al punto giusto, riscendo in più punti a strapparti una risata (soprattutto l’interrogatorio all’edicolante). È di sicuro uno stile che funziona bene in questi racconti brevi, autoconclusivi in pochi minuti e poco impegnati. La trama è forse un po’ sbrigativa nello sviluppo e nella conclusione, ma l’originalità permette di perdonarne lo svolgimento rapido. I personaggi sono azzeccati, soprattutto i detective. Mi piace parecchio questo mondo surreale abitato da persone tangenti alla realtà, che sezionano felici un fegato, mangiano muffe e gioiscono dopo una copiosa vomitata. Un punto forte sono anche i dialoghi, che funzionano bene e scorrono veloci scandendo il ritmo ironico del racconto. Complimenti ancora e continua così. Buona scrittura.
  7. Plop Stories

    Cosa state leggendo?

    Ho da poco finito "The New York Trilogy" e "The Brooklyn follies" di Paul Auster che, conosciuto da poco, è già entrato a pieno titolo nella mia top 10. Consigliatissimo. Ora sto affrontando un saggio di Konrad Lorenz sull'aggressività ("On aggression"). Lorenz si legge bene e i suoi libri sono pieni di meravigliose descrizioni sul comportamento animale anche se, quando letto alla sera, tenda a facilitare il sonno.
  8. Plop Stories

    Le zanzare e il benzinaio

    @wyjkz31 scusa l'ignoranza, cosa vuol dire?
  9. Plop Stories

    Le zanzare e il benzinaio

    @barbara.romano, @Plata, @Flavio Torba, @wyjkz31, @Fante Scelto, @Unius, Grazie mille per i commenti! Non ho aperto il forum per un po’ e trovare tutte le vostre risposte è stato un piacere. Sono contento che vi sia piaciuta questa storia (e onorato dei paragoni fatti), il mio intento era proprio di pennellare una scheggia di “vita qualunque” in un “non luogo” molto italiano, ma visto che proprio non riesco a prendere le cose sul serio ho dovuto rendere il tutto caricaturale. Avete ragione, il finale è eccessivo (e tecnicamente sbagliato come ha brillantemente sottolineato da @Fante Scelto ) ma nasce dalla voglia di inserire un’ultima scena definitiva e cinematografica a una vicenda per altro trascurabile. Accolgo con piacere (e consapevolezza) anche le critiche riguardo ai “commenti” inseriti qua e là nel racconto (“naturalmente”, “per la cronaca”...) spesso sono troppo intrusivo in quello che scrivo, ma e non riesco a trattenermi nel far sentire la mia presenza di narratore nel testo. Ci starò più attento. Come proverò anche a fare più attenzione ai refusi, che mi scappano sempre, per quante volte possa rileggere il testo (e qui purtroppo non si possono correggere ). @Fante Scelto, il titolo è preso dalle prime due cose che mi sono venute in mente relative al testo: visto che sono pessimo nella scelta dei titoli, accolgo suggerimenti. Se avete altri consigli (anche sull’altro racconto – e su quelli che pubblicherò a breve) fatemi sapere. Grazie ancora e un abbraccio.
  10. Plop Stories

    La mia capra ha preso in ostaggio un alieno

    Thanks!
  11. Plop Stories

    Le zanzare e il benzinaio

    @Pietro97, grazie per i commenti. Il finale non lo hai apprezzato di per se' o per la dinamica dell'incidente?
  12. Plop Stories

    Le zanzare e il benzinaio

    L'ambientazione era molto semplice. Un vecchio rifornitore di benzina di periferia, luci al neon tremolanti, il crepuscolo. Giornata calda e nessuna macchina in giro. L'unica cosa che si vedeva era il pelato, seduto sulla sua sedia di plastica a guardare un monitor tutto righe. E poi, ovvio, centinaia di zanzare. Ha la pancia, il pelato, e un paio di baffi da vecchio kaiser che farebbero sospettare un elmetto puntuto nascosto sotto il letto. Sta lì, tutto il giorno, tutti i giorni, a guardare programmi sgranati con una mono-espressione dietro i baffi. Compie una decina di azioni nel totale: si accarezza i lunghi peli facciali, scoreggia, estrae qualche panino da un sacchetto che gli pende dalla sedia, e quando capita, si alza lentamente andando a pisciare un po' di benzina nella macchina del tizio di passaggio. Poi torna a sedersi. È felice così il Vecchio Kaiser, o il Pelato, come vogliamo chiamarlo, tanto a lui non penso importi. Oltre che a vari nomi, risponde anche a vari suoni. I quel momento rispose ad esempio al fischio del tizio che inchiodò la Barchetta di fianco alle pompe. Al fischio le chiappe del Pelato iniziarono il loro lungo percorso dalla sedia alla macchina. E sempre al fischio seguì un classico: "Datti una mossa, panzone". Non aveva mica tempo da perdere lui, il tizio sulla Barchetta. Aveva il corso di ballo latino-americano ed era già in ritardo. Gli piacevano quei corsi. Tutte quelle cinquantenni sudate che volevano dare una svolta alla loro vita e tornare a divertirsi. Gli davano una leggera sensazione di decadente che lo eccitava parecchio. Molto più delle prostitute che bazzicava. Già, andava anche a prostitute. Ma insomma, anche se le cinquantenni sculettanti non erano particolarmente difficili da persuadere, non riusciva sempre a portarsene a casa una, e quindi cosa poteva farci lui se loro non ci stavano? Doveva andare a puttane. Ovvio. Si spostò i capelli dalla fronte e gliene rimasero un paio in mano. Li lanciò via innervosito. Ormai non gliene rimanevano più molti sopra il cranio. Cercava di nascondere la mancanza tingendosi i superstiti, e tirandoli verso le aree di penuria. Il Vecchio Kaiser era ancora a metà strada. Sbuffando il tizio tirò fuori dal lato della portiera un panno di spugna e si mise a lucidare il cruscotto della macchina. Le voleva bene come a una figlia a quella macchina. Rossa, tettuccio apribile nero, cavallino adesivo sul cofano e sul portabagagli. Qualcuna delle cinquantenni gli aveva chiesto se era veramente una Ferrari, il suo ego e la sua eccitazione erano andati alle stelle. Il panzone arrivò. "Era ora. Mi faccia il pieno. E si dia una mossa." Il panzone estrasse la pompa e la inserì l'erogatore. "Può spegnere la sigaretta signore?" Ah sì, il tizio stava fumando. E questo poi è il centro della vicenda. Svogliatamente l'uomo sulla macchina diede un ultimo tiro facendo arrossire la brace, afferrò il mozzicone tra il pollice e il medio e lanciò la sigaretta fuori dalla macchina. Naturalmente finì sopra al panzone, che per la cronaca portava le ciabatte, gli scottò un dito del piede e lo fece sobbalzare. Il becco dell'erogatore saltò fuori dalla carrozzeria e rovesciò un bel po' di benzina per terra. Niente più Barchetta, niente più tizio, niente più baffi da kaiser, niente più panzone, niente più distributore. Addirittura niente più zanzare.
  13. Plop Stories

    L’uomo che diceva l’indispensabile

    Ciao RicMan, Prima di tutto, ottimo lavoro; il racconto è di qualità e l’ho letto molto volentieri. Ora la recensione vera e propria: Trama: mentre la seconda parte del racconto è coerente e ben articolata, ho percepito l’incipit un po’ troppo separato dal resto del testo. Pur con un messaggio interessante, credo che si leghi poco alla fotografia che viene dopo. Pur sapendo della difficoltà dell’operazione, credo che potrebbe anche essere eliminato in tronco senza impoverire il resto (e ora per favore non mi odiare) Personaggi: ottima l’introspezione psicologica del protagonista. Con poche pennellate date con precisione lo caratterizzi alla perfezione. Ben fatto. Contenuti: poeticamente intonato sui temi di paternità accogliente e solitudine, lascia una piacevole sensazione di casalinga malinconia. Stile: scorrevole e chiaro, con una buone dose di ironia che fa da struttura alla narrazione (il dettaglio degli edifici di pannolini colora tutta la vicenda di un mezzo sorriso che da qualità alla storia) Grammatica e sintassi: sono un pessimo cacciatore di refusi, quindi lascio ad altri questo gravoso compito. Giudizio finale: ottimo! Con poche righe hai conquistato un follower e non mancherò di leggere altre tue opere. Continua così e a presto! Plop Stories
  14. Plop Stories

    La mia capra ha preso in ostaggio un alieno

    Commento: "La mia capra ha preso in ostaggio un alieno!" Il Poliziotto Davis guardò il Poliziotto James con la sua tipica espressione: "Eccone un altro. Questo è tutto tuo." “Sarà una lunga serata”, pensò quindi il Poliziotto James. Ora gli sarebbe toccata una lunga discussione con il signor Taylor, mentre l'unica cosa che desiderava in quel momento era aprire la meravigliosa confezione di cookies adocchiata pochi minuti prima nel cucinotto. Invece niente, quando le capre prendono in ostaggio gli alieni, i cookies aspettano. Perché alla Stazione di Polizia di Harrington una denuncia del genere non era una novità: da quando l'autunno precedente erano comparse strane formazioni geometriche nel campo di grano di un paio di agricoltori locali, le segnalazioni sugli alieni avevano toccato un massimo storico. "Credo che lei voglia dire che un alieno ha preso in ostaggio la sua capra". Qualche muscolo della fronte del Poliziotto James si alzò, facendo assumere un angolo interrogativo al suo sopracciglio destro. "Giusto?" Ogni giorno almeno un paio dei 2347 abitanti di Harrington si presentava denunciando un fatto “inspiegabile” (e per inspiegabile si intende la misteriosa perdita di un mestolo o l'inaspettata rottura della lavatrice nuova) attribuito ai fottutissimi alieni. "E' questo che intende, signor Taylor?" Espressione confusa dietro il rossore da ebbrezza patologica del signor Taylor. Brontolio. "E' sicuro di averla cercata bene? E' già la terza volta che la perde questo mese, l'ultima delle quali, la sua Louren - (per inciso Lauren è il nome della capra, perché a Harrington tutti gli animali hanno un nome, anche le capre) - era semplicemente alla fontana ad abbeverarsi". Singhiozzo del sig. Taylor. Altro brontolio confuso. "Facciamo così," il Poliziotto James appoggiò la penna, picchiettando le carte sulla scrivania per pareggiarne gli angoli, "ora l'accompagno a casa, e domani, quando avrà smaltito un po' del whisky di stasera, ne riparliamo. Ok?" Era la scorciatoia più rapida per i cookies. Ennesimo brontolio singhiozzante, poi il signor Taylor cominciò a inclinarsi sulla sedia. Per fortuna il Poliziotto James si era già alzato, riuscendo ad afferrare il compaesano prima che franasse a terra. E ancora per fortuna, il nostro Poliziotto James era di quegli uomini che si definiscono "di sana e robusta costituzione"; un tipo atletico insomma, in grado di prendere sottobraccio il meno atletico, ma molto più massiccio, signor Taylor, e di riaccompagnarlo a casa. Che poi distava solamente poche centinaia di metri dalla Stazione di Polizia. E così il bravo Poliziotto James riaccompagnò il signor Taylor a casa, scaricandolo davanti al portone. "Eccoci qua. Ora a nanna". La testa del signor Taylor non ne voleva sapere di stare eretta. Ci vollero un paio di schiaffi per indurlo ad ritrovare quel tanto di lucidità per tirare fuori le chiavi e approcciare il portone. A quel punto il Poliziotto James si sentiva sufficientemente convinto di aver compiuto il suo dovere ed era pronto a tornare presso la Stazione di Polizia con l'unica speranza che il Poliziotto Davis non avesse già finito i cookies. E invece niente cookies. Perché nel capanno degli attrezzi del signor Taylor giunsero alle attente orecchie del Poliziotto James un rumore di vetri rotti seguito da uno scricchiolio indistinto. Ora, a Harrington tutti conoscono tutti e il Poliziotto James sapeva che il signor Taylor non aveva figli, non aveva moglie e non aveva animali domestici; capre a parte. Quindi, la ferrea logica e lo spiccato intelletto da detective del Poliziotto James gli permisero di capire che qualcosa non stava andando nel verso giusto e dentro quel capanno ci sarebbe potuto essere un ladro, un malintenzionato, o almeno la capra Lauren. Fortuna volle che nella dotazione ufficiale del Poliziotto di Harrington ci fosse anche una torcia. Questo permise al Poliziotto James di avvicinarsi al capanno incriminato munito di un intenso fascio di luce istituzionale. Come vuole ogni buona scena che vede un poliziotto approcciare una capanno degli attrezzi sospetto, da solo, di notte, con la sola luce di una torcia, bisogna immaginarsi la porta del suddetto capanno, cigolante e aperta, con in aggiunta un buona dose di scricchiolii, insieme al respiro del nostro buon Poliziotto James farsi un sempre più intenso. Quello che non ci si aspetta di trovare dentro un capanno, soprattutto il capanno del signor Taylor - o che almeno non si aspettava di trovare il Poliziotto James dentro il capanno del signor Taylor - è la capra Lauren nell'atto di masticare amabilmente la gamba di una piccola mummia. Esatto, una mummia. Tipo di quelle che si vedono esposte nelle teche dei musei egizi, al Cairo o dove diamine si trovano i musei egizi. In realtà non era proprio una mummia. Ad esempio non aveva la tipica carta igienica mezza macera e svolazzante che in genere si pretende da una mummia che si rispetti. Il fatto che il Poliziotto James avesse pensato a un mummia era semplicemente dovuto all'aspetto rinsecchito e cachettico del corpo umanoide che la simpatica Lauren stava masticando. Inoltre non si poteva escludere che Lauren avesse già mangiato tutta la carta igienica macera e svolazzante di cui sopra. In ogni caso, più il Poliziotto James la guardava, più si convinceva che quell'essere non fosse una mummia ma più che altro un... alieno? Nel tumulto di emozioni che passò nella testa del buon Poliziotto James, cercherò di riportare fedelmente e in sequenza cronologica i i pensieri del Nostro: "Oh Madre Santa! Un alieno!" "Ohporcavacca, quindi il signor Taylor aveva ragione. La sua capra ha preso in ostaggio un alieno!" "Devo stare più attendo a giudicare quello che mi riportano i cittadini, fosse anche da un vecchio ubriacone come il signor Taylor". Pensiero più razionale e calmo, dovuto al costante sforzo del Poliziotto James di migliorasi il più possibile, sopratutto nelle sue mansioni di Ufficiale delle Forze dell'Ordine. "Speriamo che Davis non si finisca i cookies". Pensiero meno professionale e adeguato alla situazione, ma io riporto fedelmente, non giudico la professionalità o appropriatezza dei pensieri. "Ohcazzoboia si muove!" Ritorno tumultuoso di emozioni e rapido accantonamento dei pensieri più razionali e poco professionali. In effetti l'alieno (perché ormai era chiaro che quel coso fosse un alieno e non una mummia) si stava obiettivamente muovendo. Girando la testa, l'ex-mummia fissò il Poliziotto James con i suoi occhi neri e un po' bovini, poi spostò lo sguardo sulla capra Lauren che gli stava ancora masticando una gamba imperterrita e infine cercò di spostarsi, trascinandosi sulle braccia, verso una sorta di palla da baseball nera che distava poche decine di centimetri da una delle sue braccia (in apparenza solo due, ma non si può mai essere sicuri con gli alieni). Nei secondi che seguirono la scena fu più o meno questa: l'alieno provava a raggiungere la palla da baseball, si allungava di qualche centimetro e poi veniva riportato indietro dalla capra che non ne voleva sapere di lasciar perdere la sua prelibata gamba. Il Poliziotto James intanto rimaneva immobile, mezzo bloccato dalla paura/stupore, e mezzo indeciso se aiutare la capra o l'alieno. Per fortuna ci pensò quest'ultimo a risolvere l'impasse. Ad un certo punto l'alieno sembrò ricordarsi si avere anche poteri speciali, tipo telecinesi o altro, per cui smise quel patetico tira e molla con la capra e, facendosi diventare una delle dita di un tenue colore lilla luminoso, richiamò la palla da baseball verso quella che sembrava la sua mano. Poi ci fu uno scoppio. Quando il Poliziotto James riaprì finalmente gli occhi, la prima cosa che vide fu la sua faccia, riflessa nel vetro del microonde del cucinino della stazione di Polizia di Harrington. Capì subito che era il vetro del microonde del cucinino della Stazione di Polizia di Harrington dal momento che ne era un assiduo utilizzatore. E capì subito che era la sua faccia, dal momento che era un assiduo utilizzatore anche di quella. La seconda cosa che vide fu Lauren, la capra, imperterrita nell'azione di masticare. Ma masticare cosa? Il Poliziotto James avrebbe detto: "Masticare la gamba di un alieno nel capanno degli attrezzi del signor Taylor"; ma non erano nel capanno degli attrezzi del signor Taylor, e non c'era nessun alieno. "Qualsiasi cosa atta ad essere masticata nel perpetuo esercizio di ruminazione assoluta, in quanto masticare rende sani e profumati, permette di mantenere il pelo liscio e pulito, consuma 135 chilocalorie all'ora, migliora la vascolarizzazione dei muscoli dal volto e contrasta l'impietoso scorrere del tempo sulla pelle di una giovane e attraente capra come me". Avrebbe risposto la capra Lauren, se qualcuno glielo avesse chiesto (ma nessuno chiede mai nulla alle capre). "Masticare i cookies! Una capra sta masticando i miei cookies!". Avrebbe detto il Poliziotto Davis, se fosse entrato in quel momento nel cucinino della stazione di Polizia di Harrington, come del resto fece. "I tuoi cookies? Semmai i miei cookies!". Avrebbe ribattuto il Poliziotto James. Il dialogo seguente tra il Poliziotto Davis e il Poliziotto James non verrà riportato, perché di poca importanza. In ogni caso ricordate: se mai vi capiterà di fare il poliziotto ad Harrington, non date mai per scontata una denuncia del Signor Taylor, anche se ubriaco; potrebbe avere un valido motivo. E soprattutto, se vedete una capra masticare, anche quella potrebbe avere un valido motivo; magari chiedeteglielo e i vostri muscoli facciali ne trarranno grande beneficio.
  15. Plop Stories

    [FdI 16] Il mistero delle dita mancanti

    Come primo commento a un racconto, ne ho scelto uno veramente difficile. Perché c’è poco da commentare: la storia è buona, molto buona. Ironica, scorrevole, originale, piena di dettagli che arricchiscono la narrazione. Ma nulla mi vieta di scrivere un commento completamente positivo, quindi se aspetti consigli per migliorare la storia, puoi evitare di leggere. A seguire, mi atterrò alle regole espresse nel regolamento: Trama: incipit preciso anche se forse è il punto più debole del racconto. Dal primo paragrafo mi aspettavo una storia più ordinaria. Probabilmente va bene così, ti permette di sgranchirti le gambe prima della corsa tra citazioni, nonsense e arzigogoli linguistici a cui è costretto il lettore (assolutamente consenziente). L’originalità c’è tutta, pur muovendosi nel mare magnum del racconti su investigatori privati. La conclusione è l’unica possibile ma al contempo inaspettata, come un buon poliziesco che si rispetti. Personaggi: un potpourri denso, che diverte. Regge in quanto storia breve, diventerebbe troppo in un racconto più lungo, ma di storia breve stiamo parlando, quindi ben fatto. Ho apprezzato molto il commissario con il suo continuo cambiare di nomi. Contenuti e stile: di sicuro il racconto non è plausibile né adeguato, perché non deve esserlo. Lo stile veloce, comico e scanzonato (c’è del Bukowski qua e là) lo esime dal dover avere senso. Grammatica e sintassi: non ho trovato errori. Ma non sono un buon cacciatore di refusi, per quante volte legga me ne sfugge sempre qualcuno. Verosimilmente ce ne sono di più in questo commento che nel racconto. Se ci sono, sono abbastanza piccoli da non aver disturbato la lettura. Giudizio finale: eccellente; perfettamente in sintonia con la mia idea di scrittura. Leggerò di sicuro altri tuoi racconti.
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