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Talete

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Talete ha vinto il 24 novembre 2012

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Reputazione Forum

190 Strepitoso

Su Talete

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    Magnifico
  • Compleanno 24/07/1990

Informazioni Profilo

  • Provenienza
    Pavia

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5.566 visite nel profilo
  1. Talete

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 94. topic ufficiale

    Grazie della risposta
  2. Talete

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 94. topic ufficiale

    Le vittime devono essere per forza casuali o ci può essere qualcosa che le accomuna?
  3. Ecco i miei voti in ordine casuale @Ezbereth @simone volponi @Pulsar
  4. Abbinamento 1 Ettore70 - Ponghetta84 Buon giallo Natale a tutti Abbinamento 2 Niko - Plata Les faux jetons Abbinamento 3 Rewind - Sefora S'i' fosse fiamma Abbinamento 4 Mina99 - Nuwanda Il gioco Abbinamento 5 Nerio - Thea Amy e lo stregone Abbinamento 7 Giovanna E. - Simone V. Il racconto giallo dei giovolps Abbinamento 8 Emy - Bango skank La cena di capodanno
  5. Talete

    Scoppia la coppia - Prima tappa

    Decisamente Wy. @Intro e @Talete genere romance:
  6. Talete

    [CN 2016 - 01] L'Atlante dei baci

    commento: Genere: romance Autori: @Intro @Talete L'Atlante dei baci Il fumo della prima sigaretta scende giù che è una bellezza. Ma non sono troppo sicuro sia la prima. Un blocco di onice scavato nel centro e grande quanto un pugno tiene divaricato un quadernetto sulla prima pagina. C’è della cenere incastrata nella fenditura verticale tra la copertina e le pagine bianche. Due tavolini di fronte al mio, un uomo tozzo sputa fuori insieme a della bava quella che deve essere una viscida battuta. Le due donne affianco ne ridono solo con la bocca. Mi accorgo di procedere a tentoni nella ricostruzione dello scenario; per esempio mi accorgo solo ora, secondariamente ad altri dettagli meno rilevanti, di avere una penna nella mano sinistra. Giusto. Devo finire il maledetto Atlante. Inutile raschiarsi il cervello, dare un contesto e una ragione a certi istinti. Uno scrittore dovrebbe poter essere l’irragionevole puttana delle sue passioni. Penso a mettere insieme un incipit decente: “Il primo bacio è quello che viene dato a labbra leggermente schiuse e fredde su una guancia tiepida, dentro una cornice non eccessivamente confortevole. Dev’essere un bacio inaspettato e rischioso, benché il ritmo di contrazione della bocca debba dilatarsi abbastanza da valicare...” C’è puzza di aria consumata e ho fame. L’uomo tozzo ora è solo. Si è accomodato sul bancone e fissa il liquido ramato nel bicchiere stretto con entrambe le mani. Se il bicchiere fosse stato poco più grande di quella sua faccia gonfia e rubizza, forse ce l’avrebbe immersa, sperando magari di annegarsi. Il barista sonnecchia appoggiato coi gomiti sul bancone. Ognuno qui dentro striscia in una dimensione disgiunta da quella degli altri. Gli grido qualcosa e dopo aver attirato la sua attenzione, esaspero nelle movenze l’atto di poggiare dei soldi sotto il posacenere di onice. Fuori dal locale, l’aria fredda delle otto mi gela la nuca. Alzo il colletto del cappotto e mi defilo a passi veloci lungo il costone giallo ocra di un palazzone senza finestre. Da lì, lungo un sentiero stretto e curvo, sfocio in un più largo camminamento lastricato. Le pareti di granito e le persiane serrate dei primi piani trattengono all’interno tutto il calore prodotto dalla città e riversano fuori il freddo, sui passanti. Cammino e sono affamato, le ginocchia mi formicolano dentro i jeans e le mani sembrano quelle di un altro. Qui la sento per la prima volta: mi arriva una melodia sottile dalla svolta del vicolo, non riesco a rintracciarne la fonte ma immagino di ritrovarmela di fronte una volta sbucato fuori dal viottolo, proprio sulla destra. La voce è quella di una donna, e canta. Focalizzandomi sul suono, percepisco un motivo più sottile della sua voce che vi si sovrappone a tratti: il suono di un arco. Lieve. Impercettibile. Passo un’indeterminata quantità di tempo con la spalla poggiata sull’estremità di muro del vicolo, senza il coraggio di sporgermi a guardare, ma solo con l’idea di lei che galleggia nella mia mente, catalizzata dalla sua voce e rafforzata da ricordi frastagliati. Decido di sporgermi e veleggiare verso di lei. Da una squallida cornice rettangolare scavata nella parete di un vecchio palazzo si apre un atrio illuminato di verde, e in questo spazio siedono una dozzina tra uomini e donne, tutti col volto rapito nella stessa direzione. Mi faccio spazio. Un calore innaturale si riversa all’esterno di questo edificio, e nel suo centro, sopra una pedana di legno, una donna bruna, cinta da un completino di seta nero, tiene la testa reclinata all’indietro e porta il microfono in alto, verso la bocca, con le braccia nude. E canta. Canta una melodia lunga e lenta, quasi senza pause. Un unico suono ininterrotto e modulato che attraversa gli occhi rapiti del pubblico. Mi siedo nell’angolo più lontano e aggiungo i miei occhi a quelli degli altri. Memorizzo di lei ogni dettaglio, ogni ombra e ogni punto di luce del suo corpo. Alla fine dello spettacolo tutto fluisce con una certa velocità: il pubblico si trascina fuori barcollando, come fosse stato sputato fuori da un sogno comune. Io mi accosto a lei con semplicità; si chiama Ambra e quando parla si tocca i capelli con la mano destra, reclinando di poco la testa. Le dico di essere uno scrittore e di essere in città per trovare le giuste scuse per scrivere. Dopo due caffè, due bicchieri di Tequila e l’ennesima curvatura del suo collo verso destra, le prendo le mani e le poggio la bocca sulla guancia esposta. Il primo bacio dell’atlante riemerge dalla carta. Al piano superiore di quella sporca palazzina, sdraiati su un letto diviso in due dal riflesso arancione della sera, potevamo già esercitare l’uno sul corpo dell’altro nuovi baci dell’Atlante. Poco dopo l’amplesso, col quaderno poggiato sulla sua pancia, ne ho scritto i punti salienti. Il fumo della prima sigaretta mi rimette al mondo. Sul banchetto dove siedo ci sono un posacenere di onice parzialmente pieno e un quadernetto riempito con una scrittura frettolosa. Sul bancone laccato di nero poco più in là, un omone con le guance chiazzate di rosso sbava dietro ad una donnicciola elegante a qualche metro da lui. Il barista, un uomo brizzolato e dallo sguardo remoto, sta afflosciato sul bancone. Finisco la mia sigaretta e lancio un’occhiata al quadernetto: “Il bacio numero tre viene dato sulla fronte, con labbra umide ed entrambe le mani cinte intorno al volto di lei, come per placarne l’indole sanguigna. È un bacio lento ma deciso. Viene applicato con una certa pressione… Bla bla bla. Conferire sicurezza e candore al rapporto… Bla bla bla”. Leggo tra me e me, seguendo le righe con gli occhi. Merda. Devo finire l’Atlante. Questa urgenza improvvisa mi si riversa nel corpo fluendo da un punto indefinito del petto. Mi accorgo di avere una leggera tachicardia e un po’ di tremolio alle mani. Non ci bado. Prendo le mie cose e infilo una banconota sotto il posacenere facendo in modo che l’oste mi veda. Lui si limita a sventolare una mano in segno di assenso. Fuori dal bar, l’ombra dell’edificio si allunga fino ad oscurare il vicolo che lo ospita. I lampioni sono ancora spenti e gli sparuti passanti sono sagome indistinte che popolano per brevi momenti le ombre sui marciapiedi. Prendo la via principale con la testa vuota, senza badare troppo alla direzione. Supero due chiese, un giardinetto e qualche pub in via di allestimento. Le luci iniziano a brillare con regolarità dalle persiane, la sera avanza. Cammino a lungo, forse due ore. Mi fermo, irretito da una strana luce verde infondo alla via che stacca di netto le tonalità cromatiche della città. Mi avvio con lentezza verso quel punto, e prima che io lo raggiunga, vengo a mia volta lambito da una melodia sottile. Allungo il passo. Dentro una cornice di pietra erosa dal tempo si apre un piccolo atrio illuminato di verde. Due giovani seduti per terra hanno i volti rivolti verso una donna in jeans e tacchi alti. La donna ha gli occhi chiusi e regge il microfono con una foga tale da farmi pensare che qualcuno voglia strapparglielo dalle mani. È bellissima. Mi siedo e l’ascolto. L’intricata atmosfera orchestrata dalla sua voce getta nuovi stimoli nella mia mente. Scrivo di getto altri tre baci dell’Atlante, piego il foglio in quattro e lo stringo in pugno. Al termine dell’esibizione, il locale è pieno. Mi scavo una traiettoria tra la folla e le consegno quel foglio senza una parola né un gesto. Lei accetta con un sorriso velato, poi mi ringrazia chiamandomi per nome. Forse conosce i miei libri. Decido di aspettarla fuori dal locale e lei non si fa attendere. Parliamo per ore di tutto ciò che i nostri sensi agganciano tra le forme e i bagliori della città. Lei dice che non le era mai capitato di incontrare un tipo come me, io penso che non mi è mai capitata per le mani un’ispirazione così densa. La lascio andare con un bacio sulla bocca che presto sarebbe stato il primo bacio sulla bocca del mio Atlante. Se non fumo subito una sigaretta mi scoppierà il cervello. Non mi sfiora nemmeno l’idea di leggere quella mezza dozzina di pagine scritte a mano sul tavolino. Richiudo il quadernetto che le conteneva e ci piazzo sopra un bel posacenere di onice, per sicurezza. Nel bar sembra persistere una nebbiolina irreale che brilla nei punti in cui viene colpita dai raggi solari. Tutto ciò che è immerso in quel pulviscolo si muove con una lentezza esasperante, persino i miei pensieri. Mi alzo e mi dirigo verso l’uscita. Il barista è il centro di quel torpore diffuso, segue lentamente la mia traiettoria con lo sguardo senza aprire bocca. Fuori dall’edificio, i palazzi e la strada sono un mosaico di schegge e lunghe lame di luce dorata. I primi due tiri di sigaretta mi scendono fluidi nei polmoni, il terzo si trascina dietro la sensazione sgradevole di una questione in sospeso. Al quinto tiro sono completamente consapevole dell’Atlante. Il tremolio delle mani mi impedisce di finire la sigaretta. Poco più tardi chiamo un taxi e gli allungo in anticipo una banconota da venti, chiedendoli di portarmi dove gli pare. Lui mi lascia nei pressi di un locale da cui emergono bagliori di un verde vivace. All’interno, la mia attenzione si raccoglie spontaneamente intorno alla figura di una donna deliziosa, vestita di bianco, col gomito appoggiato al bancone e lo sguardo che scruta la sala con una certa avidità. Decido di aggiungere un tocco di sfrontatezza alle mie abitudini: le prendo la mano e la bacio, chiedendole se ho mai avuto il piacere di conoscerla. Lei risponde di no ma nella sua voce c’è una nota di condiscendenza. Le parlo di quello che sono, le dico dell’Atlante e dell’idea di aggiungervi il bacio di poco fa. Lei ascolta e si morde spesso il labbro. Mi chiede se l’abbia mai sentita cantare, io rispondo di no. Poi mi chiede se io abbia mai provato nostalgia per lei. Io non so cosa risponderle, la domanda mi getta in uno stato di vertigine. Il locale è ora pieno. Il brusio della folla viene soffocato solo quando la mia interlocutrice si sposta verso il centro della sala, e sulle note a malapena accennate di un violino, comincia a cantare. In quel momento, la costellazione di piccole crepe nello scenario lascia il posto ad un crollo secco. Ora ricordo. Tutti i baci dell’Atlante, come fossero disposti appena dietro quella prigione, si mostrano limpidi di fronte a me. Attendono solo di essere appuntati. Siedo al solito tavolino del solito bar, con una sigaretta tra le dita. Il quadernetto di fronte a me conta solo un’ultima pagina bianca. La tengo ben divaricata e punto la penna sull’estremità sinistra del bianco. “Cara Ambra. Ho dimenticato tutti i motivi della nostra separazione. Ho conosciuto l’oblio ed ho dimenticato anche quello. Tutto ciò che vale la pena di ricordare è su questo quaderno. Se mai dovesse capitarmi di ritrovarti, sarebbe per me come scoprirti di nuovo.” Chiudo il quaderno e scivolo fuori dal bar. È mattino. Seguendo una vecchia abitudine consolidata nel tempo, mi dirigo verso l’appartamento di Ambra. Ne ricordo perfettamente il tragitto. Lascio cadere il quaderno nella buca per le lettere, e prima di andare, mi fermo un attimo per prendere fiato. Mi riscopro sereno. Le mani hanno smesso di tremare. La sera mi sorprende ancora a vagare per i vicoli del borgo. Prima che decida di fumare un’ultima sigaretta e riprendere la strada verso casa, un lucore verde in lontananza mi blocca in una morsa. Ero certo fosse chiuso da tempo... In quel locale conobbi Ambra per la prima volta, ma con il passare degli anni, coscientemente o meno, mi ci tenni ben distante. L’irrefrenabile curiosità di riallacciarmi ad un passato nostalgico mi spinge ad avvicinarmi. Riconosco la sua voce. Sento il sangue pulsarmi nelle tempie. Trattengo il fiato e oltrepasso la cornice diroccata. Lei è lì, e canta. Mi riconosce; un’ombra di sorpresa le attraversa occhi. Poi sembra rilassarsi; canta senza staccarmi gli occhi di dosso. Sembra che canti per me.
  7. Talete

    Una storia di ombre

    Ti sei dimenticato uno spazio. Che dire del racconto? Partiamo dalla forma: direi che le ripetizioni ti piacciono, a me non molto, ma in questo caso non mi danno problemi. Trovo che non appesantiscano il testo che risulta facile da leggere. Hai un tuo stile il che è positivo. Nel complesso direi che ci siamo, si legge senza intoppi senza dover ricorrere a una semplicità estrema. Passando ai contenuti direi che non è nulla di originale, insomma la bambina vittima di abusi che vuole scappare dalla sua realtà è cosa già vista, ma questo non vuol dire che sia sbagliato scriverne. Apprezzo come riesci a far capire al lettore gli abusi subiti dalla bambina senza andare troppo nello specifico, cosa che stonerebbe nel racconto. Non ci sono molti personaggi, c'è Lui che anche se non interagisce direttamente lasci intuire che tipo sia. C'è poi Lucia, una bambina sfortunata come purtroppo ce ne sono tante, la trovo ben caratterizata. Il bambino volante, non sappiamo molto di lui, ma non è importante, quello che conta è che svolga il suo compito all'interno del racconto e direi che lo fa. Poi ci sono i vari bambini appena accennati, ma che fanno il loro lavoro. Nel complesso direi una buona prova, il racconto funziona ed è piacevole da leggere. Non sarà nulla di innovativo, ma che importanza ha se il testo riesce comunque a far passare del buon tempo al lettore?
  8. Talete

    Scoppia la coppia - Contest di Natale

    Romance eh? Bene, farò un racconto così mieloso che pregherete che non sia così mieloso
  9. Talete

    Scoppia la coppia - Contest di Natale

    @Intro Ci sto, facciamo coppia
  10. Talete

    Prevedere un Best-seller: si può?

    Statistiche interessanti, ma credo che il vero segreto del successo stia nella pubblicità che deve essere capace di incuriosire il lettore occasionale e portarlo a comprare il libro.
  11. Talete

    Quando le battute diventano un problema

    Direi che non hai trovato il contest giusto, 250000 caratteri è un romanzo, 25/50 mila è un racconto. Ti consiglierei di cercare concorsi per romanzi o di scrivere un racconto se proprio vuoi partecipare a quei concorsi. Tagliare duecentomila caratteri mi sembra follia e non credo proprio che potrebbe funzionare.
  12. Talete

    Scoppia la coppia - Contest di Natale

    @Komorebi Dici? Vorra dire che andrò a leggere romanzi rosa per prepararmi e fregare tutti
  13. Talete

    Scoppia la coppia - Contest di Natale

    Se ho capito bene il regolamento mi candido come partecipante, ma ammetto di avere una certa predisposizione per il fantastico e la mancanza di serietà nei testi.
  14. Talete

    Notte Nero Inchiostro 2 - Topic Ufficiale

    Mi unisco anch'io ai ringraziamenti a Nerio e ai complimenti ai vincitori
  15. Talete

    Aporema Edizioni

    In breve è un genere basato sul divertimento ed è spesso una commistione di horror, fantasy e fantascienza. Si basa principalmente sulla presenza di elementi bizzarri, spesso grotteschi, all'interno dell'opera. Solitamente c'è un fondo satirico e di critica sociale.
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