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Dundr

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  1. Dundr

    Leggende Popolari

    @wyjkz31 Grazie delle accortezze! Alcune sono soltanto sviste. Non mi trovo d'accordo con qualche punto ma farò senz'altro tesoro delle tue parole.
  2. Dundr

    Aspirante autore (l'ennesimo)

    @L'antipatico benvenuto!
  3. Dundr

    Odio le presentazioni

    @errelogiudice Benvenuto e buona permanenza!
  4. Dundr

    Un passo alla volta

    @Sfocature Benvenuta!
  5. Dundr

    Salve a tutti

    @Unius Grazie mille!
  6. Dundr

    Ciao a tutti

    @MissBlack Entrambi!
  7. Dundr

    Salve a tutti

    Grazie anche a te @AlexComan
  8. Dundr

    Benvenuto in ottave

    Benvenuto @luisperr !
  9. Dundr

    Mi presento

    @Pietro Rotelli benvenuto! Spero presto di leggere qualcosa di tuo.
  10. Dundr

    Il cacciatore-Capitolo primo-prologo

    Guarda, io non posso dirti se stai andando bene nella direzione che hai intrapreso. Devi saperlo tu. L'opera è tua, tuoi sono i pensieri e tuo è il mondo che stai creando. Sarai tu a decretare se la strada che stai seguendo è quella giusta. Saluti, e che possa nascere una bella amicizia e una storia degna di nota
  11. Dundr

    Leggende Popolari

    LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  12. Dundr

    Una storia di ombre

    @GiD devo dire che il testo mi è piaciuto molto, per tanti motivi. Parlando dell'ambientazione, questa ha qualcosa di magico, misterioso: il detto non detto, l'alone di mistero che accompagnia Lucia fino alla fine e che lascia soltanto intuire il suo background lo trovo veramente ben fatto e costruito, complimenti. Lucia è caratterizzata molto bene, si riesce ad apprezzare per tutta la narrazione. La scelta di usare piccoli periodi può essere azzardata, ma io l'ho apprezzata in modo sincero. Dona più enfasi alla narrazione (e sembra che il tuo obiettivo fosse proprio questo), offre quel pizzico in più di tensione. Ti costringe a fare una pausa, prendere un respiro prima di passare avanti. Potrebbe risultare ridondante, in effetti, però a mio modesto parere lo trovo più che accettabile. Lo stile mi piace. E' veloce, dinamico, molto intuitivo e si lascia leggere con piacere, grazie anche forse all'oculata scelta di usare il tempo presente. Ottima tattica. Come già altri hanno detto assomiglia ad una favola, una favola triste e malinconica. Il finale invece lo trovo abbastanza telefonato, ma non è per forza un male. Ho capito dove la storia voleva andare a parare quando il bambino fantasma ha portato Lucia in quella specie di limbo, paradiso, ma questo non ha tolto il gusto alla narrazione. Un po' come una parte dei racconti di Lovecraft: l'autore ti prepara a quello che verrà dopo, ma nonostante tutto continui a leggere, succede esattamente o quasi quello che immaginavi (non sempre) ma alla fine rimani comunque estasiato. E' bello pensare che nella triste conclusione, Lucia abbia finalmente trovato serenità, non più tormentata da lui.
  13. Dundr

    Ciao a tutti

    Direi che abbiamo gli stessi gusti, @MissBlack ! Chiedo scusa per l'intromissione, ma quando si parla di videogiochi mi sento sempre d'intervenire.
  14. Dundr

    Richieste spostamento discussioni

    @Niko grazie mille per la pazienza e scusate ancora!
  15. Dundr

    Richieste spostamento discussioni

    Salve, chiedo scusa per il disturbo, ma vorrei spostare questa discussione: Da Racconti a Racconti Lunghi. Ho avuto una svista, e ho notato soltanto dopo la pubblicazione di aver sforato con i caratteri. (Non 8000, ma 10000) Chiedo ancora venia per il disturbo, sperando di non commettere nuovamente lo stesso errore.
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