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cxrnvs

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  1. cxrnvs

    Stand degli esordienti indipendenti alle fiere?

    La difficoltà la fanno i costi. Lo spazio espositivo è tutto carico dei partecipanti che ovviamente non possono essere "tanti". A questo devi aggiungere il costo delle stampe dei tuoi libri e, sarebbe utile, qualche volantino/poster/"roba da lasciare con il link al tuo sito". Tutte queste spese un'azienda le può far passare come pubblicità ed ottenere degli sgravi fiscali, cosa che il privato non può fare. In linea di massima, credo che sia possibile e stavo proprio pensando di fare qualcosa del genere in futuro. Ho solo un dubbio che è anche una paura: non sono certo che gli addetti ai lavori siano propensi ad accettare che siano venduti spazi espositivi a chi "fa da sé". Ho il presentimento che questo possa diventare un bel problema e che più di qualche soggetto cercherebbe di mettere in cattiva luce questa iniziativa.
  2. cxrnvs

    Sondaggio su pubblicazione

    quando uno si offende, in qualunque settore, significa che sa di non lavorare bene.
  3. cxrnvs

    Sondaggio su pubblicazione

    Self publishing. Tanto lo faccio per divertimento. Ho messo il naso in certe realtà editoriali e ne sono uscito nauseato. Oltre all'editoria a pagamento (il male assoluto) ci sono tutte quelle case editrici "alternative" che propongono agli autori l'autopromozione in tutte le sue varianti. E, a questo punto, preferisco fare da me. Non ho nessuna fretta di pubblicare, mi diverto a partecipare ai concorsi e a girare l'italia in tour enogastronomici-letterari. Per esempio, non avrei mai scoperto una bella e accogliente città come Cremona se non avessi vinto lì un concorso. Onestamente, a chi viene in mente di andare a Cremona per turismo? Per me, opinione personalissima, le opzioni sono due: selfpublishing e dilettantismo oppure grande CE e professionismo. In mezzo non c'è niente. Un po' come "fare karate va bene. Non fare karate va bene. Fare karate speriamo e ti schiacciano come uva"
  4. cxrnvs

    Show don't tell & Co

    Io penso il contrario. Scrivere "Lui si spaventò" è facile. Renderlo come se il lettore fosse dentro al personaggio è molto più difficile. Scrivere "Il corridoio era buio e faceva paura" è una porcata. Far provare la paura al lettore al punto da costringerlo a chiudere la porta della stanza è molto più difficile. E l'unico modo per ottenere questo effetto è immergersi nella storia. Hai mai provato a raccontare la giornata lavorativa quando torni da casa? Se "racconti" otterrai l'interesse dell'altra persona perché è un tuo famigliare. Se invece riporti discorsi diretti, voci, espressioni e gesti, l'interesse diventerà molto più profondo. Hai ragione. Sono molto rigido su queste cose. L'unico modo per ottenere almeno un 70% del risultato che si vuole ottenere è puntare al 100%. Qualcosa sfugge sempre. In tutti i campi.
  5. cxrnvs

    Show don't tell & Co

    Le basi per fare una casa sono: fondamenta, ferro, cemento. Poi da lì possiamo fare un ecomostro all'italiana o Casa Batllò. Le fondamenta e le regole sono le stesse.
  6. cxrnvs

    Show don't tell & Co

    Molto semplice e semplicistica. Pensa che dei concorsi a me interessa il montepremi e la zona, non il diploma. Col montepremi, infatti, pago il viaggio e il tour enogastronomico. Avrei potuto scrivere nella presentazione "ho 80 anni e sono un serial killer di professione. Scrivo dal carcere per noia perché mi hanno messo in isolamento dopo che ho trucidato i miei compagni di cella". Non avrebbe cambiato di una virgola il mio ragionamento né sarebbe stata una presentazione utile a capire qualcosa di più. Preferisco mostrare quel che penso e non raccontarlo in due righe. Fine OT. Cito i suoi scritti. Trattano di retorica, di come sia da sempre stata più efficace la retorica coinvolgente e diretta rispetto a quella aulica e pomposa. Trattano di costruzione delle scene e della trama. Sappiamo che se lascio cadere un cocomero dal tetto, rompo il cocomero e non il marciapiede. Lo sappiamo perché qualcuno ha studiato empiricamente e teoricamente la situazione proponendo dei casi generici che predicono la situazione specifica. Raccontare è tirare fuori il lettore dalla narrazione. Significa non immergerlo nella storia. Significa spesso trattarlo come un deficiente che non riesce a capire la situazione in cui si trovano i personaggi. Scrivere "Tizio è avaro" significa appendere un cartello al collo di una sagoma di cartone. Mostrarlo mentre si comporta da avaro, invece, rende il lettore partecipe dell'essenza del personaggio. Poi, per carità, ci sta tutto, anche dire "Abbatté il primo nemico di slancio,spinta dell'impeto della corsa. Poi ne vennero infiniti altri, senza interruzione." e vendere migliaia di copie con questa schifezza. Purtroppo i miei scritti fanno ancora abbastanza schifo. Sto imparando. Abbi pazienza.
  7. cxrnvs

    Show don't tell & Co

    è solo immergendo il lettore nel punto di vista del personaggio che puoi emozionarlo veramente. Altrimenti lo riempi di paroloni e lo tieni fuori dalla storia. L'autore non ha spazio nella narrativa fatta bene: ci sono solo i personaggi. È un po' come la voce fuori campo nel cinema: è un espediente per accorciare i tempi e/o semplificare la vita allo sceneggiatore. Non è "qualcuno", ma 2000 anni di narrativa e studi su di essa da Aristotele a oggi. E chi lo dice? Lo DEVI fare. Come autore implicito fai tutto quel che vuoi. "Lo scrittore deve essere come Dio nella creazione. Bisogna percepirlo ovunque, ma non vederlo mai" (Flaubert) nessuna bibbia. The elements of style - Strunk How fiction works - Hall Poetica/retorica - Aristotele Solo 4 che mi vengono in mente. Domanda priva di senso: gli scrittori italiani che vendono di più sono Francesco Totti, Fabio Volo, Licia Troisi e Melissa P. Esempi di pessimo stile, pessime storie e grande marketing. Non scrivere per vendere, se hai a cuore la tua passione. Altrimenti fai meglio a diventare la nuova Ferragni e venderai tutti i libri che vuoi (mi aspetto un suo libro campione di incassi fra poco) È difficile scrivere in questo modo. Molto più facile spiattellare le cose raccontando come se l'autore scendesse dal cielo e le urlasse con un megafono. Ci sono tanti romanzi "fanatici" e brutti. L'autore per primo ne è conoscenza di aver scritto qualcosa di brutto, proprio perché si rifà a delle regole. Adesso lui è in grado di migliorare, mentre gli autori che non seguono le regole piagnucoleranno perché "il mondo non capisce il mio talento". I libri sono stati rovinati da secoli in cui la teoria non era ancora ben compresa nonostante il pensiero di Aristotele e che ha prodotto i cosiddetti "mattoni". Successivamente, ormai, eravamo talmente intontiti che era più importante "darsi un tono" e leggere roba dal linguaggio aulico o con più pagine possibili per impressionare i vicini di ombrellone. Queste sono regole per produrre buona narrativa. Così come ci sono regole per produrre buona musica (sai che esistono delle regole PRECISE per questo? Scale, tonalità...) e regole per scattare una fotografia. Perché la narrativa non deve avere regole? Consideri la narrativa un'arte minore e non degna di essere approfondita? Lo scrittore bravo conosce tutte le regole, le sa applicare e sa anche quando è il momento di romperle. Oppure credi che Picasso non sapesse disegnare?
  8. cxrnvs

    Il killer

    Prima di tutto: ma perché vi scusate tutti quando date giudizi negativi? Se fossi sicuro di essere un perfetto scrittore, non posterei qui È una scelta. I personaggi qui sono dei "nessuno". Già si capisce dal nome di un killer con un curriculum criminale enorme ma un nome anonimo. Il comandante è sempre paonazzo e sudato. Chissà quanto tempo ci ha messo a trovare questo criminale. Insomma, non è il poliziotto di CSI, è Rosco di Hazzard o uno da "linda e il brigadiere". Ora mi rileggo tutto, forse riesco a renderlo meno pesante come è sembrato a te. Osservazione da tenere in considerazione. Speravo che fosse una buona scelta. Un comandante che fa casino, suda, sbatte, gli cascano fogli e penne. E però poi non succede niente. Hai frainteso la frase. Il comandante parla da solo. Non ti è mai capitato di entrare in una stanza disordinata e dire "guarda che disastro" ? Frainteso di nuovo. Ora mi rileggo, forse è spiegato male? Il tempo si riferisce a "in quanto tempo hai ammazzato 74 persone?" È proprio lui. Non avrei saputo descriverlo meglio. La scelta di fargli cadere i fogli, farglieli rimettere sul tavolo, farli cadere di nuovo può apparire come ripetitiva e priva di fantasia. Come se non avessi idea di cos'altro far cadere e volare. Aspetto da rivedere.
  9. cxrnvs

    Il killer

    sì, l'ho chiamato Mario e gli ho dato il cognome di uno dei colleghi di fantozzi. Doveva essere un "signor nessuno". Giusto! Nella prossima versione Mario dirà "l'ho già detto ai suoi colleghi" Avevo pensato a entrambi. Poi ho pensato che il punto di vista è Mario e solo dopo la sua morte passa al comandante. Quindi un altro cambio di punto di vista, in particolare nel punto di vista del narratore, non è una bella idea (il narratore non deve esistere!)
  10. cxrnvs

    Il killer

    La porta dietro le spalle di Mario si spalancò, sbatté contro la parete, l'acqua nella bottiglia sulla scrivania si increspò. Mario saltò sulla sedia per lo spavento, le manette gli segarono i polsi. Si massaggiò dolorante. Il comandante lo aggirò e si fermò in piedi davanti a lui, incrociò le braccia e si appoggiò alla scrivania. «Bene bene. Finalmente ti abbiamo beccato.» Mario chinò la testa e rimase in silenzio. “E ora come glielo spiego?”. Il comandante raccolse dal tavolo un fascicolo, lo sfogliò, scosse la testa con un'espressione disgustata. «Qui c'è abbastanza roba per non farti mai più vedere la luce del sole, lo sai?» Mario sbuffò. “Non può capire”. Il comandante schiantò il fascicolo a terra, dei fogli uscirono e si sparsero sul pavimento, con una manata rovesciò il portapenne e il suo contenuto si sparpagliò sul pavimento come se fosse esploso. Sferrò un calcio alla scrivania, Mario chiuse gli occhi per il rumore. «Sbuffi?! Come ti viene in mente di sbuffare? Con chi cazzo pensi di avere a che fare?» Mario si abbandonò sullo schienale e fissò il soffitto. Il comandante spinse la scrivania, le gambe di ferro stridettero a terra. Volarono altri fogli. «Io ti faccio rinchiudere. Io ti... io...» Mario si tenne la testa fra le mani. Il metallo delle manette era freddo, gli rinfrescò le guance accaldate. Il comandante raccolse i fogli da terra, li impilò e li allineò sbattendoli con forza sul tavolo. Guardò Mario, ora stava piegato in avanti, gomiti sulle cosce. «Mi fai schifo. Guardalo. Se ne sta bello tranquillo dopo quello che ha combinato.» «Ma... io– » «Stai zitto!» Il comandante era paonazzo in volto, i fogli volarono di nuovo e tornarono a disperdersi sul pavimento. Prese un respiro profondo. Raccolse le carte e le ripose all'interno del fascicolo. Si sedette, con calma, con gli occhi chiusi. Rimase in silenzio qualche secondo. Aprì di nuovo gli occhi. Il tono della sua voce adesso era pacato. «Signor Fonelli, mi dica. Perché ha fatto tutto questo?» «Signor comandante, gliel'ho già detto.» Il comandante si passò le mani sulla faccia. Borbottò tra sé, «Ora lo ammazzo.» La sua camicia celeste mostrava due larghi aloni sotto le braccia, si sganciò un bottone del colletto e lo sventolò per fare entrare un po' d'aria. «Signor Fonelli, sul serio, qui non stiamo giocando. Qui si parla di 74 omicidi, tutti eseguiti nello stesso modo. Praticamente c'è la sua firma, abbiamo anche trovato il fucile e il mirino nella sua auto. Lo sa cosa vuol dire?» Mario annuì. “Certo che lo so. E posso anche spiegartelo di nuovo, ma non capiresti”. «Signor Fonelli sarebbe così gentile da spiegarci il motivo di tutto questo macello?» Mario annuì di nuovo. «Sono solo un impiegato.» Il comandante si mise le mani nei capelli, li tirò come a volerseli strappare. Il suo volto era tornato rosso di rabbia, si alzò di scatto facendo cadere all'indietro la poltrona. Si protese in avanti e solo la scrivania fra lui e Mario gli impedì di avvicinarsi di più. «La smetti di prendermi per il culo?» Sbatté i pugni sul tavolo, fogli e le poche penne rimaste sobbalzarono. «Ora mi spieghi il motivo del macello che hai combinato in...» Scartabellò tra le carte che aveva sotto mano, con uno schiaffo fece volare altri fogli. «In nemmeno so quanto tempo! Poco! In pochi mesi hai ammazzato 74 persone! Tutte con un buco in testa!» Mario sospirò, guardò in basso. Le manette iniziavano a dargli fastidio. “Se solo dal Ministero si sbrigassero a spiegare come stanno le cose...” Il comandante diede un calcio ad una sedia nell'angolo e la mandò a schiantarsi contro la parete. Tirò su la poltrona, si sedette di nuovo, con calma. Si morse il labbro più volte, serrò i pugni. Si passò le mani in faccia e poi si appoggiò allo schienale. «Dunque. Il nostro Ministero del Turismo, quindi, ti ha assunto per... per...» Aggrottò le sopracciglia. «Eliminare gli infelici?» Mario annuì. «E io dovrei credere al fatto che il nostro Ministero del Turismo sia in realtà un'organizzazione di assassini?» Mario si strinse nelle spalle. “Eh, bravo. È proprio così”. Il comandante si tenne la testa fra le mani e appoggiò i gomiti sulla scrivania. Si massaggiò gli occhi. Poi le tempie come per scacciare un forte mal di testa. Batté i palmi sul tavolo. «Quindi io chi dovrei arrestare?» «Beh... tecnicamente l'esecutore–» «Stai zitto!» Il collo del comandante era rosso e due vene gli spuntavano ai lati, gonfie. «Quindi il nostro Ministero fa uccidere tutte le persone che non sono felici. Giusto?» Mario annuì. «Bene. E farebbe tutto questo per farci sembrare più felici.» «Beh... sì. Una città di persone infelici non è considerata appetibile per il turismo.» «E tu? Sei felice?» Il comandante si alzò di scatto, girò attorno al tavolo e afferrò Mario per il collo, con un mano. «Perché giuro che ti ammazzo io.» Questi, con un filo di voce, rispose «No.» La mano attorno al suo collo allentò la presa. Il comandante si allontanò, si stirò la camicia e rialzò ancora una volta la poltrona che nello scatto d'ira si era ribaltata. Si asciugò il sudore dalla fronte e sventolò ancora il colletto. «Ah, non sei felice?» «Sono stufo di questo lavoro.» «Ma davvero?» Il comandante fece un passo in avanti, caricò un pugno, si trattenne. «E io sono stufo di sentire stronzate come questa!» «Comandante, è la verità. E io non voglio più fare questo lavoro.» Mario guardò a terra. Spostò con un piede una matita. «Non ce la faccio più.» Una lacrima gli solcò il viso. Il comandante serrò le mascelle per la rabbia mostrando i denti, prese fiato ed urlò con tutta la forza che aveva, «Ah, adesso il pluriomicida, maniaco, assassino si è pentito e ha il coraggio di piangere? Ti faccio piangere io!» Qualcuno bussò alla porta. «Avanti!» Un agente fece capolino, era pallido, aveva un'espressione stupita stampata in volto. «Comandante, ci è arrivata una comunicazione... io... ecco... venga a vedere.» «È proprio così importante?» «Sì, venga. Massima urgenza. Una cosa incredibile. Riguarda il signor Fonelli.» Il comandante grugnì. «Con te facciamo i conti dopo.» Uscì dalla stanza. Rientrò dopo pochi minuti, occhi fissi sul foglio che teneva in mano. Era un'email del Ministero del Turismo. Rimase con lo sguardo su quella comunicazione, camminava lentamente, passò su dei vetri sparsi sul pavimento, non ci fece caso. Incredulo si abbandonò pesantamente sulla sua poltrona. Abbassò il foglio. Stava per parlare, sgranò gli occhi e rimase a bocca aperta. Davanti a lui il cadavere di Mario Fonelli giaceva sulla sedia con la testa piegata di lato. All'altezza della tempia un foro di proiettile da cui colava un rivolo di sangue.
  11. cxrnvs

    Colpisci

    Probabilmente avresti fatto bene ad andare nella sezione dei racconti lunghi e ampliare un po' la questione psicologica del "non volevo ma in realtà volevo". Una specie di lapsus freudiano con il cric in mano. L'idea mi è piaciuta, ma ho trovato tanti errori di stile. Tutti i "disse", "fece", "rispose". Perché non usi anzi dei beat al posto dei dialogue tag? Sono molto più efficaci, soprattutto in situazioni di nervosismo. Perché sono gli occhi che intimano una frase? Non ho capito il senso. Glielo dice o no? Cioè? Esclamano qualcosa? Falla agitare, falle graffiare il sedile, stringere i pugni... così è come averle appeso un cartello con scritto "quasi disperata". Questo è un modo di raccontare le cose che non è efficace come il mostrarle. come suggerito sopra. Magari potevi dire "quell'imbecille". Non capisco l'espressione che fa. "un po' di riluttanza"... non è meglio se sbuffa e tira occhiatacce "a quel cretino, imbecille che ha fermato la macchina" ? evita i discorsi indiretti il più possibile. Non serviva spiegarlo. La scena era chiara. Dopo il "beat" dovrebbe essere lui a parlare. Per far parlare lei dovresti sistemare la frase e metterci un beat di lei.
  12. cxrnvs

    L'erudita

    @LuckyLuccs Parole sante. È proprio questo il punto. Nel 2018 non mi freghi più: perché dovrei fare il venditore porta a porta e prendere il 7%? Tanto vale fare il venditore porta a porta e prenderne il 70
  13. cxrnvs

    L'erudita

    è l'aspetto "disordinato" e questo modo di fare "siamo gggiovani con la barba lunga e siamo alternativi e non ci interessano le convenzioni perché noi siamo gggiovani" che lascia molto a desiderare. Entri e c'è un tavolo con gente che chiacchiera come se fosse al bar, ti mandano nella stanzetta a fianco che è di fatto un sottoscala. In terra, in giro, alle pareti trovi magliette e libri. Da una microimpresa non mi aspetto tavoli di marmo e ufficio al 30esimo piano con megadirettore galattico, la serietà, però, sì.
  14. cxrnvs

    L'erudita

    non sprecare tempo e soldi! vai a roma e fatti una gita. In questo periodo dalle parti dei laghi lì intorno si sta benissimo.
  15. cxrnvs

    Habanero

    diciamo che più che "autori", cercano "clienti"...
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