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lovigius

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  1. Mancavano poco più di due mesi ai miei 32 anni, e la vita cominciava a prendere di nuovo un certo ritmo dopo l'incidente in moto che mi ha privato del mio braccio sinistro. Per quanto questa cosa possa essere stata un trauma per il corpo e la coscienza, ero felice di conservare integra la possibilità di impugnare una penna e buttare su un foglio i miei pensieri ingarbugliati. Ma questa era comunque una magra e inconsistente consolazione da contrapporre all'ovvia sensazione del cosiddetto arto fantasma. La delusione e lo sconforto nell'attimo in cui ogni volta mi sono dovuto rendere conto di non possedere più quella parte del corpo che sentivo ancora presente, era gigantesca, e ci ho dovuto combattere per molto tempo. Sono stato quindi costretto a tornare a casa dei miei nel primo periodo di convalescenza, dovevo abituarmi nuovamente a diventare indipendente, come se fossi nato per la seconda volta. Ma tornare a vivere da solo nell'umile casa che mi pagavo col mio lavoro, è stata comunque la prima sfida che mi sono imposto nel post-rinascita. Sta di fatto che ho imparato di nuovo tutto, dal camminare al vestirmi, dal prepararmi i pasti a rendere casa un posto vivibile. Il grosso è stato resettare ogni singolo ed elementare movimento e riprogrammare tutto secondo il nuovo schema scheletrico del mio corpo. C'è voluto qualche anno, ma la vita ha fatto il suo corso. La parte più divertente di tutta quella vicenda è stata indubbiamente il primo periodo del mio rientro a scuola, quando i miei ragazzini delle medie, a cui insegnavo letteratura, mi hanno riempito di buffe domande sul mio braccio invisibile. Me le ricordo tutte, le loro facce incredule quando mi hanno visto entrare in classe dopo i tre mesi di assenza. Se solo gli altri sapessero di quella loro espressione si farebbero certo le mie stesse grasse risate. Non sapevano se li stessi prendendo in giro o se avessero avuto loro un abbaglio nel guardarmi. Ci volle un po' anche a loro per rendersene conto, ma accettarono la cosa molto più in fretta di quanto abbia potuto fare io. Ai loro occhi, dopo tutte le risposte che ho dato alle loro domande, sembravo un eroe coi panni da professore, e questa cosa mi ha fatto scudo dagli sguardi mossi a pietà di tutti gli adulti. Così, proprio da quel periodo, ho cominciato ad odiare i weekend, contrariamente a quando ero bambino. E più che mai, avevo bisogno delle mie 6 ore quotidiane di lezione per sentirmi appagato. Ho riafferrato con una sola mano la mia vita e l'ho indossata come fosse una comoda borsa monospalla, ho iniziato ad apprezzare sempre di più l'equilibrio instabile delle mie giornate, e ho cominciato, infine, a credermi capace di provvedere a me stesso più di quanto non lo fossi da normodotato. Sono ringiovanito anche, sui pedali della bici che avevo preso a mio nonno come ricordo e che avevo lasciato dentro al garage. Anche se sembravo un mezzo Don Matteo che scarrozzava per il borgo, non mi facevo problemi perchè stavo bene ed era l'unica cosa che m'importava. Poi, è risaputo che quando la favola riprende toni pacati arriva un colpo di scena che destabilizza tutto. Nel mio caso, il colpo di scena è venuto giù diritto diritto dalla nuova legge del governo in carica. Sebbene sia stato fortunato, perchè non ho cambiato regione, sono stato trasferito nell'incubo di un istituto alberghiero a 15 km da casa mia. Allora ansia a mille e via. Niente più bici, autobus a singhiozzo per le porte di quel bordello. Gli adolescenti sono vasi contenenti il meglio e il peggio degli adulti, niente via di mezzo, e le loro domande non sono più ingenue e spensierate ma cominciano a far male e bisogna sapersi difendere. Io, da professore di lettere qual ero, mi difendevo coi libri. Le migliori pagine di London, Kafka, Pirandello, Pasolini e via dicendo, uscivo abbondantemente dallo sterile programma ministeriale pur di coinvolgere quegli spiriti selvaggi. Ma è dura avere a che fare con chi ha già scelto di usare il fuoco dei fornelli per poter campare. I primi sono stati due mesi d'inferno, dove io ero il più sfigato dei Dante, abbandonato alla mercé di centinaia di fiere, senza un Virgilio che mi tendesse la mano, e per giunta con un solo braccio per potermi difendere. Uno scenario a dir poco tragicomico. Dopo pagine buie e nere come la pece, di nuovo la mia storia si colorava di luci più vive. Non un Virgilio è venuto a salvarmi, ma la più angelica delle Beatrici con un camice da cuoca e il viso bianco di farina come fosse incipriata. L'ho vista che si chiudeva alle spalle la porta del laboratorio di cucina, mentre il viso contratto da quella che doveva essere un espressione arrabbiata si distendeva in un mezzo sorriso. Sono rimasto come un fesso, fermo a guardarla, a due metri da lei, convinto che non potesse vedermi. Per qualche strano motivo mi sentivo io stesso un arto fantasma. Ma per ovvi motivi lei mi vedeva e come. Lei s'è imbarazzata di suo, per l'aspetto e la farina, io m'ero imbarazzato di mio, per lo sguardo fisso e l'aspetto imbambolato. <Ho fatto credere ai ragazzi di andare a parlare col preside per prendere provvedimenti>. Stava rivolgendosi a me ovviamente, ed io, mente stupida e inopportuna le dico:<Le serve una mano?> . Non so se può essere chiara la situazione. Al primo incontro, uno senza un braccio, le dice se le serve una mano. Roba da fantascienza, e infatti, lei, come se fosse la battuta più bella del mondo, scoppia in una fragorosa risata che cerca ma non gli riesce di contenere. Allora sorrido anch'io, perchè il suo ridere è bello e naturale. Finite le risa, arrivano le scuse, dice di sentirsi mortificata, ma io le dico che non deve. Lei insiste, vuole farsi perdonare, m'invita a prendere un caffè. Il caso ha voluto che oggi siano due anni esatti da quel primo buffo incontro, due anni che sembrano una vita, una salita fatta a rincorrersi, a tendersi la mano, a tirarsi e a frenarsi a vicenda. Il caso ha trasformato la farina sulla faccia in un velo di tulle e la porta della classe in un portone di una chiesa. Invece io ho sfidato anche il caso, non cambiando per niente, rimanendo quel fesso senza un braccio che resta imbambolato a guardarla ogni volta che la vede.
  2. lovigius

    Ho visto il mare

    C'è un uomo in mezzo a noi che non mi piace. L'ho visto d'improvviso in un posto nella fila in cui prima non c'era. Da bambina giocavo a fissare a mente i tratti dei passanti, a dargli un nome inventato e ad associarlo ad un oggetto che me ne ricordasse i lineamenti. Ci passavo le giornate ad etichettare le persone, a metterle chi da una parte e chi dall'altra in base al sentimento che mi suscitavano. Col tempo poi, associando a quei volti le storie che giravano al paese, ho capito che le fattezze che andavano differenziandosi da un passante e l'altro, non mentivano mai. Era come se le molle del cervello si usurassero a seconda dell'aspetto, e prima o poi i miei volti mi tornavano davanti agli occhi per le azioni che compivano. Quindi, anche se ora è passato qualche anno da quel gioco, provo per quel volto qualcosa che non mi piace. Ho lasciato casa da quattro giorni, mio padre mi ha cacciato a forza, con le lacrime agli occhi, mentre mamma si limitava a nascondersi tra le mani, come se da quelle finestre sotto la fronte qualcuno potesse strapparne fuori la parte di cuore che non voleva donare. Anche lei sapeva che quella era l'unica cosa giusta da fare. Ho attraversato il deserto appoggiando la schiena alle sponde traballanti di un rimorchio di un camion. Ci siamo fermati poche volte, mangiando quelle poche provviste portate da casa, dormendo nelle brevi ore di sosta, perché in viaggio la strada era sempre così mal ridotta che non ti permetteva mai di rilassare i muscoli. Lì sopra, il viso di quella gente che viaggiava insieme a me era un bicchiere mezzo pieno di tristezza da un lato e speranza dall'altro, e tutti noi, me compresa, aspettavamo soltanto di sapere quale delle due parti sarebbe evaporata per prima. Al terzo giorno ho visto il mare nascere all'orizzonte come un miracolo di Dio. Non l'avevo mai visto prima, e ripescando nella memoria le parole di mio padre, ho capito che, per quanto siano state ricercate, non gli hanno reso per niente giustizia. I contrasti dei colori mattutini, il rosso acceso della terra e il blu intenso del mare, mi hanno fatto dimenticare per un po' la stanchezza del viaggio e la distanza da casa. Ma è durato troppo poco. Chi ci ha fatto scendere portava una pistola mal nascosta tra i jeans e la maglietta, bastava quel vedo non vedo, sentire la presenza delle armi per tenerci buoni e senza fiatare, nonostante i modi per niente gentili. Si son presi il sacchetto dei duemila dollari che mio padre mi aveva dato per mettermi sopra a una barca. Si son presi pure tutto il resto, dicendoci che non c'era spazio, e io non riuscivo a capire quanto spazio potesse mai occupare un piccolo zaino da spalla. Siamo in fila da due ore, ed ora c'è un uomo in mezzo a noi che non mi piace e che prima non c'era. Somiglia tanto ad uno di quelli con la pistola, ma la sua non la vedo. Si vede però da un miglio lontano che non è stanco come tutti noi altri, e per di più i suoi vestiti mentono più del suo stesso volto, perché lo sporco sembra essere stato messo lì un po' a casaccio e l'usura dei tessuti è in posti su cui il tempo avrebbe agito sicuramente non prima di altri. Mentre a questo penso, la fila comincia a scivolare sulla sabbia come una vipera del deserto che ha appena ingerito una preda quattro volte più grande della sua stazza. C'è un barcone malandato sulla riva, sembra galleggiare a stento, e noi tutti siamo diretti lì, come il cadavere di un corpo trascinato dalla corrente del fiume. E' tardi per ritornare indietro, ed è inutile provare ad opporsi. Lo capisco io, ne sono consapevoli tutti gli altri. Mi fa già paura il mare, mentre vedo il barcone riempirsi fino all'inverosimile. Capisco soltanto ora il perché mi abbiano fatto lasciare perfino il mio zaino. Sento l'anima schiacciarsi sotto il peso dell'ignoto, l'incertezza di ciò che mi aspetta è così forte da oscurare qualsiasi tipo di pensiero felice. Salpiamo, non so chi guida, non so quando arriveremo. Sono rannicchiata in un angolo e non vedo altro che corpi, non sento che voci indistinte mentre il respiro di Mama Africa si perde sotto ai piedi. Spero che un giorno io possa dimenticare tutto questo, ritrovare il sorriso di mia madre e le mani grandi di mio padre, calpestare ancora una volta la terra rossa fuori casa mia ed urlare ad alta voce:" qui, io posso vivere". Ora cerco il calore nelle preghiere, mi ritaglio uno spazio che è tutto mio, chiudo gli occhi, porto le mani unite al petto e mi lascio cullare dal procedere lento di questa barca stracolma, mentre il vociare di tutti gli altri affoga nel rumore liquido dell'infrangersi delle onde. In questa notte che avanza perdo me stessa, nemmeno la luna, vista dal mare, sembra avere la stessa faccia di sempre, nemmeno in lei vedo un'amica in cui poter confidare. Attendo l'alba con ansia, aspetto che la luce del sole mi venga a salvare e mi porti lì dove mi deve portare. La notte però tarda a scivolare, il freddo è pesante, ed il silenzio è quello che mi fa più male. Mi sento sola, gli occhi vagano nel buio alla ricerca di qualcosa a cui potersi aggrappare, scavano nel vuoto per non finire di esserne svuotati, ma solo l'odore acre degli uomini, il sudore e gli aliti pesanti mi urlano che non sono sola mai. Non so se consolarmene o meno. Uno sparo squarcia il silenzio della notte, è così forte da sembrarmi frutto di un sogno. Però è reale, le orecchie non mi hanno mentito, ma gli occhi non riescono a confermare. Nessuno parla, sembra che sia stata la sola ad avvertire la cosa, poi un suono sordo di un corpo che colpisce l'acqua, silenzio ancora, alcuni secondi e a distanza un altro tonfo leggero, di qualcosa che fende l'acqua e si inabissa. L'alba risveglia le lingue, le anime invece quelle no perché son rimaste sveglie. C'è apprensione in giro, lo sento, tutti sospettano di tutti. Io so invece a chi rivolgere i miei sguardi. Scorgo quel tizio seduto sul corrimano, osserva, ascolta, sonda il terreno su cui germogliano i dubbi di tutti, le incertezze e le paure. E' in quelle paure che si nasconde, si fa vittima per celare al mondo la sua mano carnefice. Qualcuno, con la voce rotta dalla stanchezza, segnala la costa. La vita sembra rientrare nei nostri corpi, dargli vigore, cancellare perfino il ricordo della lunga notte appena passata. Un motoscafo militare ci scorta fino al porto, c'è molta gente, non siamo i soli ad aver lasciato casa. Questa qui sembra un'altra Africa. Sono stata visitata e portata in un centro di accoglienza, ci hanno interrogati, cercavano lo scafista, nessuno di noi però sapeva più indicare l'uomo che aveva guidato la barca. S'era perso nel nulla, così come si è perso nel silenzio il tonfo di quel corpo gettato nell'acqua scura. Quello che resta è la mia vita tutta da riscrivere, aspetto che ci diano la libertà. Merito anch'io un occasione per poter vivere, un'opportunità per cambiare il corso del fiume, portare le sue acque fin sotto casa mia, e far nascere un giardino immenso di fiori e frutti bellissimi.
  3. lovigius

    [MI100-1] Diofettoso

    Leggendoli, posso solo conformarmi ai commenti che precedono il mio. Il racconto è innanzitutto ben scritto, hai saputo prendere il lettore per mano e fargli fare tutte le capriole che ti eri prefissato. Ci hai costretto a pensare, a fare i conti con le nostre convinzioni sulla struttura del cosmo, e soprattutto a cercare la conferma dei sottili rimandi storico-culturali che hai seminato per tutto il testo. L'idea che anche Dio deve fare i conti con qualcuno al di sopra di lui non può che farmi pensare alla massima di De Crescenzo:" si è sempre meridionali di qualcuno"(decontestualizzando ovviamente il tutto). Passando al testo, appurato che alcuni sono errori di formattazione, ci tenevo a dirti la mia su alcune cose. Anche se hai voluto umanizzare Dio, in termini cosmici, "qualche decennio" resta comunque un arco temporale veramente breve. Ma tutto sommato scivola bene lo stesso. Anche questa frase mi lascia pensare. De Andrè cantava:" non conoscendo affatto la statura di Dio" come a dire che non sappiamo che aspetto abbia. L'idea di un dio vecchio con barba bianca e capelli lunghi e bianchi credo ci provenga dalla mitologia. A meno che non ci abbiamo azzeccato, Dio dovrebbe sapere che nessuno ne conosce i lineamenti. Però anche qui, è giusto per esporti i pensieri che mi hai suscitato. Anche perché altrimenti andiamo a finire su tematiche che tu hai cercato di evitare non scendendo troppo nei particolari del caso. Per il resto non ho altro da aggiungere. A parte qualche refuso, non ho notato errori grammaticali. Hai catturato la mia attenzione fin da subito, trascinandomi con forza fino all'ultima riga. La storia è stata molto piacevole perchè mi ha portato a fantasticare su argomenti sui quali siamo fossilizzati da millenni. Ben fatto.
  4. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Vincenzo Iennaco Come hai ben detto, ho tralasciato troppo la trama per fossilizzarmi su quello che ha provocato l'arrivo della lettera. Grazie per il tempo dedicato al racconto. A presto.
  5. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35001-kim/?do=findComment&comment=615742 Mi piacerebbe avere un vostro parere soprattutto per quanto riguarda i dialoghi ,visto che il racconto voleva basarsi principalmente su quelli anche se poi ha preso una strada diversa, per capire come renderli e dove poter migliorare ( a me sembrano sempre poco fluidi). È arrivata ieri. - Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse. Ero appena rientrato da lavoro e lei mi accolse senza darmi il bacio del ritorno. Mi indicò una busta sul tavolo della cucina e non aggiunse altro. Lo sguardo vitreo e la pelle biancastra. Qualunque cosa fosse l’aveva turbata in una maniera che ancora non riuscivo a comprendere. Presi la lettera in mano e la sensazione che ne ebbi non fu per niente piacevole. Soppesandola si sentiva che portava notizie importanti, la sua carta era spessa e insolita. Mina l’aveva letta e richiusa in fretta, come se ne fosse uscito materia urticante e avesse cercato di ributtare tutto dentro. Probabilmente l’aveva riposta sul tavolo esattamente lì dove era poggiata poco prima. E poi era rimasta immobile, in attesa del mio arrivo, ad affogare nei pensieri. Ho alzato lo sguardo verso di lei prima della lettura, volevo qualche altro indizio. Ma quei suoi occhi che ero sempre stato capace di interpretare, questa volta mi parlavano in una lingua che non riuscivo a decifrare. Una stella a cinque raggi su una ruota dentata tra due rami di quercia. Il simbolo della repubblica italiana sovrastava il testo. -In riferimento all’art. 52 della Costituzione Italiana, secondo cui la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino, tutti gli uomini e le donne maggiorenni, con cittadinanza italiana, che non abbiano superato il trentesimo anno di età, hanno l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi, secondo i modi e i tempi previsti dalla propria circoscrizione. Non andai oltre, presi la sedia più vicina e mi lasciai cadere sopra. Ci doveva essere qualche errore per forza, doveva essere uno scherzo ben articolato. -Sai cosa significa? – mi chiese aggrappandosi alla speranza di aver frainteso tutto. Questa volta l’unica cosa che non desiderava affatto era avere ragione. -Se è tutto vero, sì- dissi con gli occhi riabbassati sulla lettera. -Significa che andremo in guerra- aggiunse lei. -Cosa? – quel verbo al plurale mi prese alla sprovvista. -Ti aspettavi che ci addestrassero e ci rimandassero a casa? -Certo che no, ma che la cosa riguardasse anche te che sei una donna non mi ha sfiorato nemmeno per un secondo- era vero, fu una seconda doccia gelata. -Abbiamo lottato per l'uguaglianza e ora ci servono a dovere- sentenziò lei con disappunto. Lasciare tutto e partire per chissà dove. Perderci lontani da casa. Peggio ancora trovarsi divisi senza avere notizie dell'altro. Nel secondo millennio è difficile pensare che in un giorno come tanti ci si ritrovi una lettera tra le mani che ti costringe a diventare un fottuto soldato. Quel bamboccione viziato di un nord-coreano e quell'imbecille americano squattrinato non potevano entrare per vie traverse nella nostra vita e stravolgere tutto. Non ne avevano il diritto. E mia moglie in quella guerra non nostra che parte avrebbe avuto? Avrebbero dato anche a lei una mimetica e un fucile e le avrebbero detto di combattere il nemico? Che senso avrebbe avuto? Mina interruppe quel mio pensare frenetico con un "noi non andremo". -Come pensi di fare?- iniziai - Lo sai che cosa accade agli obiettori di coscienza? Hai intenzione di marcire in qualche cella o peggio ancora essere giustiziata? -No, non è mia intenzione. Come non lo è andare a morire come carne da macello. -Non abbiamo scelta Mi guardò intensamente come se cercasse dentro di me la soluzione. -Possiamo scappare, far perdere le nostre tracce- disse fantasticando. -Dove pensi di andare? È la terza guerra mondiale Mina. Che paese pensi ti possa accogliere e prendersi il rischio di far crollare il suo gioco di alleanze?- risposi cinico. Ero sconfitto sul nascere. Mina sembrava perdersi in un labirinto senza via di fuga. Arrancava dentro di sé cercando inutilmente una via di uscita. All'improvviso sembrò fermarsi davanti ad un pensiero, qualcosa che la scosse. Gli occhi le si riempirono di lacrime. -Non possiamo Nik. - Non abbiamo scelta. - Ci dovrà pur essere un modo. Dobbiamo trovarlo... E dopo secondi che mi parvero minuti disse quello che sconvolse per sempre il mio modo di pensare e di accettare la vita così come veniva. Con quel suo "Nik, aspetto un bambino" mi fece padre all'istante, mi riempì di premura e mi regalò il coraggio di reagire. -Da quant'è che lo sai?- le chiesi mentre dentro combattevo una guerra senza uguali. Il mio essere si divideva la gioia della nascita di un figlio e il dubbio di non poterlo vedere crescere. -Sono due giorni che cerco un modo speciale per dirtelo. -Un modo speciale?- chiesi incredulo alzando la voce. -Lo sai, non è una cosa che si può dire all'improvviso- stette un po' lì su quella frase - ma questa lettera ha rovinato tutto. La strinsi a me con tutta la gioia che ebbi in corpo. Sapevo di non poter essere felice più di tanto, c'era quella maledetta guerra a tenermi con i piedi per terra, ma non riuscivo a farci niente. Mi sentivo capace di oltrepassare con un solo salto tutti gli ostacoli che mi si mettevano difronte. L'idea di quel seme che aveva messo radici mi rese invincibile. Di lì a due settimane partii da solo per l'addestramento militare, lei ne fu esentata per ovvi motivi. La guerra finì prima ancora di iniziare. Il 3 Aprile del '19 alle 03.45 ora italiana, un missile intercontinentale parte dai lidi della korea del nord in direzione di Seattle. Fu il suicidio di una nazione che ebbe come unica colpa quella di non essere stata in grado di sottrarre il potere a un dittatore viziato. Il sistema di difesa missilistico americano, appena constatato l'attacco e la sua entità, rispedì al mittente l'equivalente di dieci volte tanto la testata nucleare ricevuta. Nella storia dell'umanità era la prima volta che un paese venisse cancellato per sempre e così in fretta.
  6. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    Ciao @Unius , devo confidarti che leggere il tuo commento è stato estremamente piacevole. Ho cercato di porre la vicenda della coppia sullo sfondo di un possibile conflitto che per i due sarebbe anche potuto non essere di tipo nucleare. Ho preferito non soffermarmi sulla parte tecnica derivante dallo scoppio di ordigni nucleari perché quella è la parte successiva al conflitto, che per esperienza, per quanta preparazione possa avere la cittadinanza o anche solo i militari, credo che sia irreparabile. Come hai sottolineato anche tu. I protagonisti non ne hanno le conoscenze e la lungimiranza di pensare a tutto ciò. Sono unicamente preoccupati per quella lettera che stravolge la loro vita tranquilla. Ho cercato di descrivere una parentesi, il ricordo che rimane a lui, anni dopo l'accaduto, non andando oltre la fine del conflitto. Come ho detto più volte nei commenti precedenti, il racconto non è studiato, ci sono molti particolari da rifinire e credo che per stare veramente in piedi debba essere riscritto conoscendone la fine (cosa che nemmeno immaginavo dalle prime righe). Altro punto che volevo far risaltare era la questione delle donne nelle forze armate, la parità dei sessi e tutte le conseguenze che ne derivano. Il mio punto di domanda era:"ma se le donne possono entrare a far parte del mondo militare, in un eventuale conflitto mondiale, hanno anche loro l'obbligo della chiamata alle armi?" Ovviamente i tempi sono cambiati, ora la guerra la fanno gli specialisti, gente che lo fa per mestiere. E' una forzatura, devo riconoscerlo, ma mi piaceva l'idea e ho cercato di buttarla giù in qualche modo. Beh ho molto da lavorarci a quanto pare. Grazie mille per i consigli e per la puntualizzazione dell'aspetto tecnico dell'argomento. Spero che in futuro qualche altro mio racconto susciti la tua curiosità come credo abbia fatto questo. A presto.
  7. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Fraudolente La cosa non può che farmi piacere. Hai ragione, è una storia che ho buttato giù a tratti, appena prima di dormire, quindi non ci ho sudato sopra come avrei dovuto. Volevo far trasparire dai dialoghi proprio questo. Lo sconcerto di una coppia che non può nulla contro eventi di una portata mondiale. La paura di poter perdere tutto quello che sono riusciti a costruire gli impedisce di esporre tutti i pensieri e le considerazioni. Come se la cosa migliore da fare fosse restarsene in silenzio per non destabilizzare maggiormente l'altro. Grazie per aver dedicato del tempo al racconto.
  8. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @simone volponi Ho chiesto consiglio proprio perché vedo troppa staticità e freddezza nei dialoghi che scrivo. Cerco di evitarli in un racconto, ma prima o poi bisogna affrontare i propri mostri. Proverò a mettere in pratica i tuoi consigli, magari un altro racconto. Grazie.
  9. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Nuwanda In effetti sì, è nato solo come esercizio di stile per fare un poco di pratica con i dialoghi. Come faccio spesso non ho mai una trama ben definita in testa, quindi lascio che il racconto proceda a modo suo. Premettendo che i titoli non sono il mio forte, ti ringrazio per avermi fatto notare la cosa. Grazie. Terrò conto dei consigli quel giorno in cui deciderò di dedicargli un po' di tempo.
  10. lovigius

    Kim

    @@pausafluente Ti lascio le mie considerazioni. La trama del racconto mi ha colpito poco perché non aggiunge molto al mio immaginario da lettore. La perdita di un animale è un lutto per il padrone alla stregua di un parente caro, se non maggiore. Nelle tue parole il senso di dolore è sì presente ma non nella misura che mi sarei aspettato. Quello che si percepisce maggiormente, e devo riconoscertelo, è il senso di disagio e di inadeguatezza del protagonista. Il concetto del "la mia vita non è più la stessa" arriva bene al lettore, però la trama è debole. Questa vicenda non basta per descrivere il legame tra i due. Avresti potuto inserire qualche aneddoto in modo da mettere più in risalto quello che ora il protagonista non ha più. Da apprezzare il fatto che i gesti del protagonista, mossi dal dolore, paiano come gesti superflui ( così mi è parso), inutili, come se ci si perdesse in azioni che hanno ormai poca importanza. Lo stile non è male. Non si fatica a procedere. Refusi non ne ho trovati, ma non sono bravo a scovare questo genere di cose perché ne faccio tanti anche io. In conclusione ti ripeto quello già accennato. Se fosse un esercizio di stile, a parte qualche modifica che avrei apportato per gusti personali, credo possa andare. Se invece fosse un racconto vero e proprio ti direi che per i miei gusti manca di spessore e concretezza. A rileggerti.
  11. lovigius

    Lettera

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34822-adr-a-domanda-risponde/?do=findComment&comment=614420 Non avendo idee per il titolo ho preferito scrivere quale sarebbe stata la forma del contenuto del racconto. Suggerimenti sono ben accetti. Entrai in camera e ti vidi dormire. Tenevi il cuscino tra le braccia, con la testa poggiata nell'angolo in alto e la gamba sinistra piegata su quello in basso. Eri così fragile in quel sonno lì che sembravi volerti aggrappare alla prima cosa a portata di mano, perché io non c'ero. Restai sulla porta a guardarti per non so quanto tempo, la maniglia ancora abbassata nella mano, il fiato sospeso e gli occhi sgranati. Ebbi come l'impressione che qualsiasi rumore, qualsiasi gesto improvviso, avrebbe spezzato quell'incantesimo e ti avrebbe svegliata. In quel giardino di lenzuola, tu eri il fiore che non colsi. Ti lasciai crescere tra i sogni, preferii restarmene fuori, nell'altra stanza, per poi vederti arrivare e sentirmi dire che non ti penso, che potevo almeno venirti ad abbracciare in quell'ora di riposo, invece di restarmene a fare chissà cosa. Stringendoti a me poggiai la testa sul tuo petto cercando di carpirne i ritmi del cuore, volevo sentire quello che avevi da dirmi veramente, senza costringerti a parlare oltre. Sentii la tua pelle liscia sotto la mia guancia, il profumo di talco leggero, mentre lo sguardo si posava senza malizia sulla curva del seno. Ancora una volta capii che eri il guscio perfetto a meritarsi i miei sentimenti più puri, che in quel tuo petto batteva un cuore così grande e così forte da poterci stivare tutto quello che di meglio potevo offrirti. Ti stringevo forte a me, mentre tu indispettita tenevi lo sguardo saldo rivolto dall'altra parte. Non ti è mai riuscito di mantenerti arrabbiata per tanto tempo, e per questo sentivo i tuoi nervi sciogliersi lentamente, goccia a goccia, come fossero stalattiti sottili sotto i timidi raggi di un sole di aprile. Sorrisi a quella frase ingenua che mi avevi detto poco prima, sapevo che volevi fare l'offesa, ma non sei mai stata una brava attrice con me. Così ti vidi uscire di casa come lo spiffero dolce dopo che un uragano ha spazzato via tutte le porte. Dio solo sa quanto amavo quei tuoi modi di fare. Ora qui piove e tu non ci sei. Guardo Maya dormire sui suoi soffici cuscini di incoscienza. Se solo sapesse, neanche lei riuscirebbe a chiudere gli occhi. Ma ora non può, toccherà a me combattere contro tutte le sue domande, perché un giorno sarà grande e anche lei avrà bisogno di risposte. Sono sicuro che saresti stata tu la sua prima parola, il suo primo suono indistinto. Ma tu ci hai lasciati e non credo possa mai perdonartelo. Comprendila perché a lei comprendere risulterà difficile. Maya ha i tuoi occhi lo sai, e mi fa male guardarla. Dentro quelle iridi azzurre non riesco a non vederci i nostri giorni felici, le nostre risate e i pianti di gioia. Te ne sei andata senza volerlo e senza saperlo, lasciandomi la colpa di aver potuto costringerti a restare ancora un po' tra le mie braccia. Ti avrei salvata; non me lo perdonerò. Il perché di tutto questo non lo conosco, ma mi fa rabbia, tanta rabbia, sapere le tue carni lontane dalle mie, saperti in un posto in cui le mie braccia non possono arrivare. So che non è giusto, lo sanno tutti, ma di questa ingiustizia incontrovertibile non possiamo farci più molto. Conviverci è un peso atroce che il mio cuore stenta a sostenere. Spero che in qualche modo tu possa aiutarmi. E pensare a tutto il tempo sprecato ad attenderci, quando entrambi sapevamo che qualunque fosse stata la nostra direzione, le nostre strade ci avrebbero portati dalla stessa parte. Perché ora non ci sei? Perché non riempi anche tu questo letto? E' così tremendamente vuoto da quel giorno. Mi sforzo di dimenticare. Non ho mai desiderato cancellare una cosa dai miei ricordi così tanto. Ma non ci riesco. Ogni attimo si è radicato in me, ha messo radici profonde, e solo quando stringo Maya tra le braccia riesco a non far germogliare in me il sentore della pazzia. E' questo che fa di me la tua assenza. E' questo quello che mi provoca il vuoto che hai lasciato. Ho paura che senza di te non potrò più essere il padre che desideravo voler diventare per Maya. Maledetto sia quel giorno in cui ho risposto al telefono, maledetta sia quella strada e quella curva, maledetta sia la sorte che ti ha portata via. Costringo la penna a muoversi con delicatezza su questo foglio ruvido, non voglio che anche i sogni di nostra figlia si spezzino come è successo ai miei. Aiutami a rinascere dalle ceneri di questa pagina che mai nessuno leggerà, aiutami ad essere più forte, a lasciarti andare prima che le lacrime sommergano quello che resta di buono. Ti lascio, qui e ora, tra queste righe imprecise. La mia anima è venuta via con te, ma il cuore deve restare a prendersi cura della parte migliore che hai dovuto lasciare tra le braccia del mondo. Per sempre tuo.
  12. lovigius

    Lettera

    @Antonellanbl Sono felice che ti sia piaciuto ma la storia per fortuna è inventata di sana pianta. Ovviamente, a parte il contesto in cui si pone la vicenda, lo spunto è preso dalla vita reale, da un'immagine quotidiana assai gradita. Sì, ma è un termine che utilizzo più avanti. Dopo una grande tempesta uno spiffero d'aria è praticamente impercettibile e quindi l'assenza di vento forte non può che rassicurare gli animi. Grazie mille ancora, non può che farmi piacere. Non preoccuparti, come ho detto prima, la parte tragica è solo fantasia. A presto.
  13. lovigius

    Lettera

    @Pietro97 grazie per il complimento. Sì, forse suona leggermente meglio. In realtà volevo esprimere il concetto di lei che non riusciva a restare arrabbiata per molto tempo. Come se fosse una debolezza dell'amore che provava. A volte le donne fanno solo finta di arrabbiarsi è vero, ma c'è una sottile differenza dal non arrabbiarsi al non riuscire ad essere arrabbiati per lungo tempo. Comunque sia sono del parere che avrei potuto rendere meglio il concetto. Per rendere l'immagine che mi era venuta ci ho messo un po'. Ma se è questo l'effetto allora ne è valsa la pena. Prego, non può che farmi piacere. Magari non "indistinti" ma incompleti o non definiti credo di sì. Purtroppo, bene o male, restiamo sempre condizionati dalle letture che abbiamo amato. Sono caduto nel banale, avrei potuto lavorarci su, ma è un racconto nato molto in fretta, quindi va bene così. Grazie per il suggerimento ed aver sprecato un po' del tuo tempo a leggermi. A presto.
  14. lovigius

    Lettera

    @Nanni Credo di essermi espresso male, volevo rendere per iscritto l'immagine di una donna che dorme su un fianco e stringe un cuscino con le braccia e le gambe. Quindi mi riferivo alla madre. In questo caso, associando le lenzuola contenenti motivi floreali a un giardino, lei era il fiore che il protagonista non ha colto perché ha deciso di lasciarla dormire. Forse ho preteso troppo dalla metafora. Forse non sono riuscito a far comprendere che questa è una lettera di rabbia e dolore scritta da un uomo alla moglie che è venuta a mancare. Quindi in questo caso entrambi i "tu" erano rivolti alla madre della bambina. "Saresti stata tu la sua prima parola" perché in genere i bambini come prima parola dicono "mamma" anche se all'inizio non è un suono pulito e distinto. Il guscio è la persona nella sua interezza. Di solito si dice che in una persona si ripone fiducia, stima, amore e sentimenti vari. Il cuore è il fulcro della persona. Come se tu in una cassaforte in cui metti le tue cose preziose avessi un'altra cassaforte più piccola nella quale conservi tutte le cose inestimabili. Insomma un guscio nel guscio per chiarirci. Ti ringrazio per il tempo dedicatomi e spero di averti reso il racconto più comprensibile. A presto.
  15. lovigius

    Nessun male viene per nuocere.

    Grazie, troppo gentile. A presto.
  16. lovigius

    Salve a tutti

    Salve a tutti. Il motivo per cui sono qui credo sia chiaro. Non penso debba parlarvi più di tanto della mia passione per la lettura o quella per la scrittura.Conoscete bene la sensazione che si prova quando si gioca a fare l'alchimista con le parole, e conoscete altrettanto bene quella di affogare dentro a certe pagine bellissime. Quindi vi dico solo che sono qui per perdermi un po' dentro ai racconti che scrivete voi e in quelli che scrivo io, per crescere come scrittore e come lettore, e perché sognare fa sempre bene.
  17. lovigius

    A.D.R. A Domanda Risponde

    Ciao Aldo, su questa cosa qui hai perfettamente ragione. La maggior parte delle persone crede che basti comprendere il concetto per poter farne qualsivoglia abuso. Passando al racconto: devo dire che all'inizio l'uso dei puntini di sospensione mi ha lasciato un po' perplesso. Di sospensione in sospensione ho capito il gioco sottile che volevi creare. Con frasi brevi e concise, senza troppi giri di parole, hai saputo mettere in chiaro le peculiarità dei tre personaggi. La forma del dialogo diretta non è cosa semplice, ma te la sei cavata alla grande. Infine, come ha anche constatato @flammiere, il finale sembra molto affrettato, nonostante il piacevole colpo di scena che ha messo in chiaro la vera natura della conversazione. Nel complesso mi è piaciuto.
  18. lovigius

    Nell' Empireo.

  19. lovigius

    Nell' Empireo.

    Ciao, volevo farti notare che nelle prime due frasi hai ripetuto molte volte "sedile". Prova a trovare un sinonimo perché così stronca la voglia di continuare a leggere. Nonostante ciò ho proseguito. Devo ammettere che l'idea non è affatto male, anche se devo ammettere che molti passaggi li avrei resi diversamente. Magari rivedendo i dialoghi, perché questi a parer mio, sono troppo forzati e sterili. Metti in risalto il processo mentale dei personaggi senza dover per forza fargli esprime a parole concetti così lunghi. Magari, con qualche taglio qui e là, la storia potrebbe diventare meno macchinosa e molto più scorrevole. Comunque sia ben fatto. Spero di leggere altro.
  20. lovigius

    Tolstoj a Kabul

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34894-stupidi-stagni/?do=findComment&comment=614043 E' il secondo Tolstoj che mi chiedono da quando ho iniziato. Sanno che trovarne anche solo uno stralcio in giro è quasi impossibile, che potrebbe costarmi la vita, e che a possederlo, potrebbe costare anche la loro. Però mi chiedono Tolstoj lo stesso, così come se fosse la cosa più semplice e naturale del mondo. Nel caos che mi circonda, nello sforzo estenuante che impiego per non dare nell'occhio o fare passi falsi, nel caldo polveroso e snervante, nella lotta alla vita tra militari e ribelli, non riesco a non pensare a quegli occhi così profondi e taglienti, a quella ragazza e a quella sua richiesta così insolita da essere soltanto la seconda in 10 anni da contrabbandiere di libri. Quindi perché Tolstoj, e perché proprio Anna Karenina? Nessun nome, nessun luogo, soltanto quell'autore e quel titolo che seppure sussurrati tra la folla sono riecheggiati nella mia testa come una cannonata sparata nel silenzio della notte. Mi sono bastati i suoi occhi per avere una garanzia che quella non fosse una trappola, m'è bastato quel brillare improvviso nato nel momento in cui, trepidante com'era, ha formulato la sua pericolosa richiesta. In quell'istante lì, mentre tutto il mondo smetteva di stonare, è esplosa tutta la melodia che scaturisce dai pensieri di chi, per vivere, si droga di lettura; in quel riflesso fugace, ho visto tutte le parole che scivolano sotto le dita del lettore, ho sentito l'odore che inevitabilmente emana la carta stampata, e ho provato l'estasi e il senso di onnipotenza di chi può possedere, anche solo leggendo, un'altra vita oltre alla sua. Mi sono allontanando da quel suo scavarmi dentro senza permesso, costringendo il corpo e il viso a mostrarsi impassibili, mi sono allontanato lasciandole solo un cenno della testa, mostrandomi sicuro di quello che facevo, anche se le pareti che delimitano la mia anima crollavano una dietro l'altra come fossero le tessere di un domino. Non me l'aspettavo e nemmeno lo credevo più possibile. Dopo tutto questo tempo, dopo tutte le cicatrici che questo mestiere mi ha portato, dopo tutte le maschere che sono stato costretto a indossare, arriva lei, con la sua leggerezza di spirito, decontestualizzata da tutto il resto, che mi smuove perfino le budella, come se qualcuno mi avesse spinto una mina anticarro dentro allo stomaco facendomela passare prima sotto agli occhi. Ho deciso di rischiare e accontentarla. E' una decisione che in realtà ho preso prima ancora di incontrarla, è una decisione che prendo ogni giorno da molto tempo, perché questa di procurare libri è la mia guerra personale che combatto contro il sistema, e sono disposto a rimetterci la vita. Da quando a Kabul hanno vietato qualsiasi forma di divulgazione artistica e scientifica ho capito che dovevo fare la mia parte. A 23 anni ho iniziato a combattere senza le armi, strappando dal fuoco della dittatura ogni tipo di libro che riuscivo a trovare. Combattevo con le parole che i regimi non riuscivano a sottrarmi e le regalavo a quelle anime anelanti, ancora non indurite dal degrado, piene di speranza, consapevoli e vogliose di tirarsi fuori dalla cattiveria del mondo con la forza dei libri e del pensiero libero. Per lei, questa volta mi sono esposto un poco in più, ho chiesto a un combattente, un amico, uno di quelli che la guerra se la va a cercare ogni giorno, che vive di adrenalina, e conosce a memoria la leggerezza impalpabile del mantello di nostra sorella morte. Ho chiesto a lui perché disprezza la paura, mi dice, ogni volta che cerco di farlo ragionare, che chi non ha paura di morire muore una volta sola. Lui ha contatti col mondo esterno, perchè fa del proselitismo l'unico modo per tirarsi quanti più combattenti dalla sua parte. "Che te ne fai di un libro nel bel mezzo della guerra?" mi ha chiesto senza ottenere risposta. Per questo motivo ha ricambiato il favore restando molto vago nel dirmi come avrebbe fatto, ma che ci sarebbe riuscito potevo starne certo. Dopo due settimane ho recuperato il libro, che come aveva detto Amir, era nascosto nell'ultima casa prima del campo dove da bambini ci vedevamo per giocare. Era avvolto in uno straccio sporco di sangue, sembrava una reliquia sopravvissuta ai secoli e contenente un tesoro inestimabile. Per qualcuno poteva non valere niente, ma per quella ragazza forse significava l'elevazione sociale e il riscatto aristocratico, il conflitto sentimentale tra le pulsioni della passione e il ligio dovere di moglie, l'estraneazione dal mondo rude e imposto da chi non ha ragione. Col libro al sicuro, l'ho aspettata per tre giorni, seduto sul marciapiede della via principale. Si è fatta viva prima della preghiera del tramonto, col velo rosso sul capo e il passo svelto. Mi ha dato un pezzo di pane che teneva sotto al braccio, con lo sguardo basso e la testa volta a sporgere l'orecchio destro per sentirsi dire:" domani a mezzogiorno al mercato" e poi correre via. Quante vite valeva quel libro che portavo nascosto sotto la dishdasha? Sentivo il peso della sua importanza, sentivo la fatica e la maestria che serve per raccontare certe storie. Con lui portavo il desiderio di una ragazza di farsi donna attraverso la conoscenza di un mondo irraggiungibile anche se non troppo lontano. Poi l'ho vista, attraverso tutti gli occhi spenti ho visto la vita pulsante dei suoi. Era così leggera nel camminare da farmi sentire la gravità di un altro pianeta tutta sulle mie spalle. Così vicini e così distanti. Ci siamo incrociati tra gli stracci appesi di un venditore, nascosti da sguardi indiscreti, vedevo fremerla mentre ero intento a tirare il libro fuori dal vestito. Gliel'ho passato lentamente, come se fosse porcellana e noi avessimo mani di ferro, e nel passaggio le sue hanno sfiorato le mie. Che tocco gentile è quello di chi ha scelto di vivere accarezzando la carta. E' stata la cosa più bella e delicata che io abbia sfiorato in 30 anni di vita. Un grido straziante ha infranto i miei pensieri, un'esplosione si è alzata è ci ha portati entrambi via, mentre io la tenevo stretta a me più forte che potevo, perchè qualunque cosa fosse successa di lì a poco, sarei voluto andare ovunque fosse andata lei.
  21. lovigius

    Tolstoj a Kabul

    Non sapendo come modificare il testo l'ho fatto qui. Ho accettato ben volentieri molte tue puntualizzazioni, modificando i punti su cui ti sei focalizzata. Ho capito che alcune erano delle forzature da smussare. Ho provato a farlo e credo che qualcosa ne sia uscito migliore. Grazie per avermi espresso la tua opinione sulle virgole, molte in effetti mancavano. Su altre ho lasciato le mie soltanto perché vorrei che siano altre le parole su cui il lettore faccia cadere il pensiero. Scusa qui dici il nome Amir, ma chi è, l'amico? Se è sì, dovresti dirlo. Grazie per avermelo fatto notare. L'ho specificato modificando la parte in cui ne parlo per la prima volta. Credevo fosse più chiaro. Grazie ancora per i complimenti. Ps. mi presenterò ben volentieri alla comunità.
  22. lovigius

    Stupidi stagni

    Si fatica a trovare il soggetto della frase. Prova a rendere l'idea in modo più lineare. svelano ? "forse invidiosa delle zanzare, è venuta anche lei a svelarmi i suoi segreti". L'avrei fatta così per far capire meglio che la ripetizione è voluta e non casuale. La forza del racconto sta nel punto di vista. Hai reso bene l'idea del personaggio che mette a fuoco dettagli a cui prima non aveva fatto caso. Inoltre, è particolare la contrapposizione del suo dire di non sentire niente e dei dettagli di quel micro-mondo che riesce a percepire così bene da sentirsi sussurrare i suoi segreti. Ben fatto.
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