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lovigius

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  1. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    La sveglia suona caina dal comodino sulla tua destra. Ti butta giù dal letto a calci, senza romanticismi, sei a suo libero uso e la cosa ti pesa. Ti alzi sfatta, la notte non la sopporti più; il letto grande, vuoto, le assenze gelide pure in piena estate. Con gli occhi ammaccati dal sonno infili le ciabatte al contrario e ti trascini verso il bagno, cerchi a tastoni la luce, procedi a memoria chiedendoti quand'è che questa casa sarà casa tua e ci potrai camminare senza guardare. Trovi la luce, lo specchio e una faccia che non riconosci, è la tua? Ogni santa mattina la stessa domanda a cui non rispondi, non lo fai mai. Ti siedi sul cesso, stanca, come se fosse una vita che rimani all'impiedi; ti svuoti di urina e pensieri, i gomiti sulle cosce e le mani sul viso a coprirti gli occhi. Sbadigli, inspiri forte, il cervello inizia a fare i suoi giri e sei già un'altra, meno morta, già più viva. L'acqua ci mette il suo, lava via la notte e la stanchezza, i pensieri restano. "Che ora ho fatto ieri? Lui mi ha scritto stanotte?", esci dal bagno e controlli il cellulare, vuoto come sempre, e come sempre ti incazzi e ti rassegni; "di notte non mi scrive mai, ma almeno mi pensa?". Il cuore riversa domande alla testa alla stessa maniera di te che riempi la tazza di latte e biscotti, da trent'anni sempre gli stessi. Una volta finito lasci tutto in cucina, la montagna dei piatti di ieri è quasi più alta di te. Torni in camera, apri l'armadio e resti a guardarci dentro come fosse un film, come i rebus che non hai mai saputo fare e ti sforzi ancora una volta di capirci qualcosa. Il bip di un messaggio ti arriva dalla cucina, corri con una scarpa al piede ed un calzino ancora da mettere, accendi il display, -Luca ti ha scritto un messaggio-, sblocchi con il pollice, il testo si apre, la pagina è piena, ti si stende un sorriso lunghissimo, lasci cadere la scarpa che ancora tenevi in una mano, cominci a leggere e diventi più bella che mai. Riprendi la scarpa caduta, la indossi, ti sembra più comoda dell’altra. Eh già, che droga strana sono le sue parole, altro se sa scrivere. Non gli rispondi, non subito almeno, lui ti ha cambiato la giornata e lo ammetti, ma il tuo orgoglio non si scioglie, “posso mica fargli credere che aspettavo un suo messaggio?”. Te ne stai lì con la scarpa infilata e lo sguardo malizioso: “che stronza che sono”. Esci di casa più sicura di te, ce l’hai in pugno, tu lo ami e lui ti ama, però lo tieni lì a bisticciare tra le tue spine, “poverino”, rendergli la vita facile pensi lo appiattisca. Ne sei convinta. Tu non lo vuoi uno come gli altri, non lo vuoi uno che una volta raggiunta la preda smette di inseguirla. Non sei come le altre e tu lo sai. Poi arrivano i rimorsi, la coscienza ti prende a parlare: “giochi col fuoco piccola mia” che strano, ha la voce di tuo padre questa coscienza, “fino a che punto puoi tirare la corda? Fino a che punto sei convinta possa spingersi il suo amore?”. Ti dici “E se lo perdo pazienza!”, ma la tua coscienza ne sa una più di te: ”certo, se lo perdi pazienza, ma se poi te ne penti? Dagli legna da ardere, dammi retta, mostragli nudi i tuoi pensieri, non ci giocare con le cose che non conosci”. Poi puff, la voce che stranamente oggi somigliava a quella di tuo padre sparisce, il motore dell’auto ti accorgi che è spento, e sì, è come pensi, sei già a lavoro. Non scendi, non sei ancora pronta ad uscire dal tuo spazio mentale, vorresti ancora combatterci un po’ con quello che hai dentro, però non lo fai, pensi che possa bastare. Smetti di far fare scintille ai pensieri, prendi il cellulare e smetti pure di fare la stronza, "che diamine, non riesco mai ad esserlo fino alla fine". La chat è aperta, il cursore lampeggia, i pollici assaporano la stasi prima della frenesia meccanica e lo sguardo cerca oltre il parabrezza la frase giusta da scrivergli. -Mi sei mancato stanotte- la tempesta non è arrivata, capisci che infondo quell’uomo non se lo merita. Scendi, ti dirigi in ufficio più leggera di come l’hai lasciato ieri, ti senti una persona buona, sei una persona buona. Saluti i colleghi che ti guardano danzare tra le scrivanie, sei una persona felice. Qualcuna t’invidia, tu non gli fai caso. Inspiri, espiri, ti concedi un ultimo pensiero al tuo lui, al momento in cui, stasera dopo il lavoro, tornerai a casa e lo troverai lì ad aspettarti, e poi riponi tutta te stessa nei documenti che hai davanti agli occhi, ti ci immergi, li studi attentamente e ne prendi quello che ti serve, i dati che nel tuo articolo non possono mancare. Sei metodica. La voce dentro di te si risveglia, ora è uguale e spiaccicata alla tua, ti dice che per quanto tu possa impegnarti non scriverai mai come lui. Capisci che è vero, e nel momento in cui lo capisci ti assale il dubbio di esserti innamorata delle pagine che ti ha scritto e non abbastanza della persona che c’è dietro. Cos’è questo? Amore oppure soltanto ammirazione? Ti sei lasciata abbindolare dalle parole, senza innamorarti prima della persona che te le dice. Che sciocca che sei. L’insicurezza ricomincia a fare breccia, ma questa volta tu non ci stai. Pensi meglio e più intensamente, comprendi che se tra le milioni di combinazioni di parole possibili lui sceglie sempre quelle migliori vorrà pur dire qualcosa su che tipo di persona è. Le sue frasi devono pur nascere da qualcosa, alla bellezza ci si arriva solo e soltanto attingendo da altra bellezza. Sì, dev’essere così. "E poi chi se ne frega se scrive meglio di me", non sei l’ultima ma non sarai mai nemmeno la prima e la più brava, se così fosse stato magari ora non ti toccava farti il culo e annaspare tra le mille firme autorevoli del tuo giornale. Rileggi il tuo articolo per la cinquantesima volta, l’hai fatto riposare nel cassetto giusto il tempo di un caffè, lo sai che è poco ma i tempi sono quelli che sono. L’hai riletto al contrario, l’hai spezzato, l’hai rovesciato in tutti i modi che conosci per poterlo leggere come se non fosse il tuo. Sembra andare bene. Lo stampi, ti alzi e muovi i passi verso l’ufficio del direttore. La porta è socchiusa, non bussi, entri e con tutta la sicurezza che riesci a raccogliere lì in giro, appoggi i fogli sulla sua scrivania. Lui ti guarda, ormai non si sorprende più di questo teatrino che hai deciso di fare ogni volta nel suo ufficio. Prende i fogli, li studia con calma lasciandoti lì impalata, poi alza lo sguardo, tu lo sostieni, lui si prende del tempo, tu lo lasci fare. –Credo di doverti dare un po’ di spazio in più- sorride. Tu trattieni il sorriso per non farlo troppo ampio, giri sulle scarpe e te ne torni alla tua scrivania senza dire nulla, come se lì dentro le parole fossero la cosa più cara del mondo. Sei libera, la scadenza è rispettata, per il prossimo articolo c’è tempo, ora puoi crogiolarti nelle tue fantasie mentali, nel sogno della tua vita perfetta che a farci caso somiglia tanto a questa giornata. Il tempo passa, il sole che non vedi compie il suo giro, a te tocca fare a ritroso il tuo, però non ti pesa, anzi ci fremi a pensarci. Sei in auto, in radio passano i Queen, Too much love will kill you canta Freddy e tu non ci credi, l’amore non ti uccide, non ora, non oggi. A casa trovi lui così come te l’eri immaginato e ti stupisci di come a volte la realtà possa essere proprio uguale ai sogni. Lui è lì e tu imbambolata ancora sull’uscio che pensi che la sua penna scriverà ancora per te, che forse forse dovresti dirglielo che dovrebbe farlo per mestiere, che quello che scrive a te dovrebbe condividerlo col mondo intero. Sei egoista però, hai paura che poi non avrà più parole da regalarti. Che sciocca che sei, non sarai mai la donna fredda e distaccata che vuoi far credere di essere. Lasci la borsa all’ingresso, lo raggiungi, gli metti le braccia intorno ai fianchi, lui chiude gli occhi perché si aspetta un bacio che non arriva, tu superi la bocca e ti fermi appena sotto il suo orecchio destro, sei tu a chiudere gli occhi, a misurare il fiato per dirgli con un filo di voce:<< stanotte scrivi per me>>.
  2. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @dyskolos, sì hai capito bene cosa intendevo. Quelo non ci fai caso eraa più un non ci presti attebzione perché non ti interessa. Grazie per aver letto.
  3. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Adelaide J. Pellitteri, grazie per aver letto, sono contento ti sia piaciuto. Per quanto riguarda il tenere per sé le parole di lui non è per il voler imparare, ma semplicemente perché ne è gelosa, ha paura che poi lui possa scrivere per il pubblico e non più soltanto per lei.
  4. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @andrea werner mondazzi, grazie per i complimenti e terrò conto dei suggerimenti. A presto.
  5. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Garrula, ti ringrazio per i complimenti, rispondo quindi unicamente a questo dubbio che non hai avuto da sola (è colpa mia non aver messo in chiaro la situazione). I due vivono insieme ma spesso lui lavora di notte e quindi a lei la cosa inizia a pesare. Grazie ancora e a presto.
  6. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Ales23, ti ringrazio per il commento e per il suggerimento. Potrebbe essere un buon esercizio di stile. Grazie.
  7. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Emolo, innanzitutto ti ringrazio per le cose che mi hai fatto notare che stridono un po'. Alcune cose andrebbero smussate e rese più chiare. Per il finale ti posso dire che i due vivono insieme, soltanto che lui lavora spesso di notte. Grazie per la lunga analisi. A presto.
  8. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @solidea, sì sono un uomo quindi grazie del complimento e grazie per aver letto e commentato. A presto.
  9. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Pigliasogni volevo dare l'idea di una ragazza che si è lasciata un po' andare, che non si è preoccupata di sistemare casa perché ha altre preoccupazioni che la affliggono. Grazie per essere ripassata.
  10. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Seldon, grazie per essere passato. Sono del parere che contino tantissimo i commenti di qualsiasi tipo di lettore. Certo, i commenti tecnici degli appartenenti al settore fanno piacere e sono costruttivi, però i commenti di noi comuni mortali ci fanno capire cosa arriva a chi non legge con occhio critico (a chi legge per trovare il pelo nell'uovo, per intenderci). Quindi grazie infinite per i complimenti, sono contento che ti sia piaciuto. A presto.
  11. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @mariocianca, grazie per essere passato. Ti ringrazio per i complimenti e per gli errori che mi hai fatto notare. questo passaggio non risulta chiarissimo, almeno per me  Sì, ho notato che non è arrivata molto bene l'idea che avevo in mente. Grazie ancora. A presto.
  12. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @dyskolos,sono contento ti sia piaciuto il racconto. Quando dici che non ti sei sentito coinvolto perché non puoi che gioire quano la mattina non ti devi mettere a leggere messaggi sul cellulare, sappi che la penso proprio come te. Solo che qui non sono io, quindi ho provato a dare l'immagine di una donna sentimentalmente presa, che aspetta con ansia i suoi messaggi. Ma alla fine l'hai capito anche tu a cosa miravo. Ti ringrazio quindi per averlo letto e per avermi fatto notare i 3 errori. A preso.
  13. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @JackDawson, sono contento ti sia tanto piaciuto. Grazie per la lettura, alla prossima.
  14. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Sarettyh, grazie per i complimenti. metterei due punti dopo "dici" Credo sia stata una dimenticanza. Grazie per avermelp fatto notare. quel "gli" mi stride. metterei più un "ci" Anche a me non convinceva, ma non ho proprio pensato al "ci". Grazie per il commento.
  15. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @ITG, ti ringrazio infinitamente per gli innumerevoli complimenti. A dirla tutta sono una vera frana quando si tratta di sviluppare una trama un po' più articolata. La maggior parte delle volte in cui scrivo (praticamente sempre) non ho nulla di premeditato. Parto dalla prima frase che pesco da qualche parte dentro la testa e poi proseguo assecondando il flusso. Spesso non arrivo a un bel niente: periodi vuoti di contenuto. Raramente (come qui) riesco a chiudere il pensiero fornendo una qualche storia di fondo. Spero comunque di riuscire a stedere qualcosa che sia degno di una "trama più articolata". Grazie ancora.
  16. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Pigliasogni, mi fa molto piacere che ti abbia colpito. Grazie per la lettura.
  17. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Ciao @Marf, ti ringrazio per aver dedicato del tempo al racconto. Rispondo di seguito ai tuoi dubbi: Con lunghissimo volevo intendere l'ampiezza del sorriso e non la durata. Effettivamente credo sia più opportuno mettere "larghissimo". Sì è un errore di battitura. La frase che ho evidenziato non mi è chiara, o meglio: capisco che vuol dire che non vuole tenerlo sulla corda come aveva intenzione di fare, ma letteralmente con il termine "tempesta" io mi immagino una sfuriata, un rimprovero, che mi sembrerebbe in contrasto con tutta la situazione, oltre che ingiustificato. La sfuriata è per non essersi fatto vivo tutta la notte. Tra parentesi ho lasciato sottinteso che lui lavora spesso su turni di notte, durante i quali è costretto a restare sveglio e quindi ha tutto il tempo per scriverele qualcosa. "Riponi" è un termine che fa pensare a qualcosa che si mette a posto perché non serve più: cercherei un altro vocabolo in questo caso. Magari "dedichi"? Volevo dare l'immagine di chi si immerge completamente in un lavoro, senza distrarsi. Forse anche "immergi tutta te stessa...". È da valutare cosa fila meglio. Hai perfettamente ragione. Alcune volte mi lascio prendere la mano. Grazie e a presto.
  18. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    Grazie mille per aver letto, farò tesoro dei tuoi consigli. A presto.
  19. lovigius

    Bocciofila

    Ciao @Domenico Santoro, Ritrovo nel tuo racconto tratti onirici. Leggendo la tua risposta ad un commento ho poi avuto la conferma che si trattasse di un sogno. Come un sogno del resto inizia senza nessun motivo preciso sebbene tu abbia cercato di dare al racconto un tratto più tangibile, dando una motivazione al tuo trovarti proprio lì. Per questo motivo io avrei iniziato da: Per poi aggiungere: Ma non so se è più un gusto personale oppure un mio modo di raccontare, qundi prendi il consiglio con le dovute precuazioni. In questa prima parte comunque mi è risultato difficile comprendere il motivo della frase: Sembra lanciata lì senza alcun tipo di continuità con la parte sopra. Poi leggendo più avanti si capisce che il protagonista è uno studente fuori sede e "rientrare in famiglia" significa proprio tornare a casa. Quindi io avrei già specificato al lettore il luogo in cui si trova il protagonista. Mi piace l'indizio che hai lasciato sugli specchi del bar che poi ritorneranno quando la ragazza dice: C'è un passaggio che più di tutti mi ha portato a credere a qualcosa di onirico. Quando dici: Il desiderio dell'altro diventa il tuo desiderio. Fin qui nulla di male, solo che lei non ti ha fornito nessun tipo di indizio sulle sue abitudini oppure i suoi gusti. Eppure alla fine, anche questa cosa ritorna. Conoscendo il sogno sapevi già come sarebbe andato a finire: l'incontro, il bar, lei che ordina latte. Hai cercato di creare un legame, un filo magico che unisce i due dall'inizio alla fine. La parte finale mi ha suscitato l'immagine che io ho come stereotipo sulle ragazze cinesi. Quasi vittime del corso della vita, che accettano così come vengono gli eventi, senza pretese, prendendo quello che possono, comunque consapevoli che tutto è destinato a finire. Insomma, il racconto è lineare, e refusi particolari non ne ho trovati. Mi è sembrato, ti ripeto, un sogno. Bello e malinconico.
  20. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Mi persi, e non era il luogo, io mi persi come solo dentro se stessi ci si riesce a perdere. Ero io stesso quel fottuto labirinto. E tu dov'eri, Arianna, dov'era il filo che mi promettesti. T'ho cercata in tutti i miei sbagli, in tutte le parole che ci siam detti prima di lasciarci, in tutti gli angoli della memoria, e poi ti ho aspettata dietro ad ogni mia lacrima, come un bambino senza vergogna e non t’ho trovata. Non m'hai salvato, Arianna, le tue promesse sono cadute come meteore sopra le valli desolate del mio cuore. Son state loro a trafiggermi, le tue promesse vuote e le tue assenze incolmabili hanno schiacciato le mie speranze con una forza che nemmeno t'immagini. Ogni tanto mi perdo di nuovo, quasi mi piace, nei posti in cui è difficile uscire, ho scoperto, è nascosto sempre qualche altro motivo per vivere. E quel motivo non sei tu, Arianna, non più ormai, e ci ritroviamo, ora, un amore scemato con la stessa rapidità con cui è sbocciato, per colpa tua, non mia. Però no, non ti odio, non ti porto rancore se vuoi saperlo, non saprei portartene. Nelle mie solitudini non so che pensare a quale motivo avresti potuto mai avere per recidere senza rimorsi il filo rosso che ci univa. E non dirmi che il mio amore non è mai stato corrisposto perché sai bene che non è affatto così. Tu m’hai lasciato lì dentro, Arianna, tra gli angoli bui di quel labirinto, tenendoti cara la vita lì fuori, mentre io dovevo salvarmi dal dolore atroce che mi avevi causato prima ancora che dalle fauci di tuo fratello. Però non ho provato più nessuna paura, solo dolore e null’altro. Del resto come avrei potuto? Come avrebbe potuto la mia anima provare qualsiasi altro tipo di sentimento, qualunque tipo di emozione? Era quella la traccia da seguire, quella mancanza di paura che non era né coraggio né stoltezza, un vuoto che io ho seguito con occhi spenti e cuore fermo. Il filo che mi avrebbe salvato era fatto di assenze e fibre di un amore rinnegato, il tuo amore Arianna. Ne uscii da solo e me ne feci una ragione, lasciando insoluti tutti i perché che mi avevi causato; così non ti ho cercata, né dentro me stesso né fuori, mai più, però ti scrivo ancora, nell’intimità di camera mia, in un angolo sperduto del palazzo di mio padre. Dove sei Arianna? Che vita vivi? Che forma ha il peso che ti porti sulle spalle? Lo so che ci pensi spesso anche tu al gesto atroce che hai commesso, nemmeno l’ultimo degli uomini dovrebbe esser tradito come è successo a me. Che me ne faccio ora della gloria, del mio nome inciso sulla pietra se vivo una vita senza senso? Dimmelo tu Arianna, prova a spiegarmelo tu che ne sei la causa primaria. Con che coraggio posso io, Teseo, uccisore del Minotauro tuo fratello, abbandonarmi tra le braccia di una donna? Con che coraggio posso fidarmici, rimettere nelle sue mani la vita mia e quella di tutta Atene così come ho già fatto con te? No, non mi rammarico del passato, di aver lasciato, incauto, il cuore nelle tue mani. Se le mie spoglie giaceranno in un posto lontano da quel labirinto è perché gli dei hanno per me piani che né io né tu possiamo comprendere, ma questo mi condanna ad una vita in cui tutto di me sarà arido e duro come pietra. Lasciati richiudere ora in un angolo dell'anima, mentre rimetto alle fiamme questa lettera che puntualmente scrivo e subito dopo brucio. Sei un dolore tutto mio, Arianna, la città non saprà mai nulla di te se ti tengo nascosta sotto la maschera di quel fiero sorriso che ogni giorno indosso al cospetto degli altri.
  21. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Ciao @euschemosyne, sono contento che ti sia piaciuto. Ti ringrazio per le proposte sul variare la punteggiatura, credo che metterò in atto il tuo consiglio. A presto.
  22. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Ciao @Edu, sì in effetti non sono per nulla costante (cercheremo di rimediare). Ti ringrazio per l'analisi accurata al racconto e sono contento che qualcosa ti sia piaciuto. Avevo paura che non arrivasse bene il ribaltamento della vicenda a chi non sa che Teseo abbandona Arianna sull'isola di Nasso. È una sorta di rivincita questa, un mondo parallelo dove viene ferito chi ha ferito nell'altra vita. Anticipando la presentazione di Teseo forse avrei perso un po' dell'effetto sorpresa che a quanto pare ho creato senza volerlo. Ero convinto che citando Arianna e il labirinto fosse già chiaro il contesto e chi parlava, mi rendo conto che può essere frainteso come metafora di qualche altra cosa. Forse hai ragione, avrei dovuto scavare un po' più a fondo. Ti ringrazio per le pecche che mi hai evidenziato e per il tempo dedicato alla lettura. A presto.
  23. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Grazie @AndC, hai colto a pieno il senso e il significato che ho cercato di dare al testo. Grazie anche per gli errori che mi hai fatto notare e, ovviamente, per avermi letto.
  24. lovigius

    Rom

    Ciao @andrea werner mondazzi provo a farti un commento al racconto. Nella storia credo tu abbia cercato una forma molto lineare, senza praticamente alcun tipo di intreccio e si vede. L'inizio rimanda molto alle favole, quel c'era una volta che è già tutto un programma e dichiara bene quale sia l'intento dell'autore. L'evento scatenante è chiaro, la ragazza, venuta a conoscenza di questo mondo fatto di profumi e saponi profumati se ne innamora e costrusce il suo sogno personale su quanto gli racconta l'amica. Qui la forma che hai scelto non mi piace, io avrei scritto o semplicemente:" lo raccontò a sua mamma e a suo papà", oppure:" raccontò il suo sogno alla mamma e al papà, ma a loro non..." Comunque sia questo è il primo impedimento alla realizzazione del suo sogno, la famiglia che si mette di traverso invece di incitare la figlia nella realizzazione dei suoi desideri. Vuoi per una questione culturale, vuoi per una questione di ottundimento generale, la ragazzina deve far fronte al primo ostacolo, quello forse anche più difficile in quanto inaspettato. Il secondo tentativo che compie simboleggia il superamento del primo ostacolo: la volontà è più forte. Qui le cose si complicano definitivamente, le aspettative vengono deluse, la mamma della sua amichetta non vuole sentirla nemmeno parlare e la maestra che dovrebbe simboleggiare il porto sicuro in cui rifugiarsi, si mostra dalla parte degli altri, infierisce addirittura. La storia si chiude con l'accettazione da parte della bambina di dover rinunciare a quel suo sogno, il dubbio che si impianta in lei è da brividi, forse hanno davvero ragione i grandi, forse quello non potrà mai essere il suo posto nel mondo. In conclusione, il racconto, come ho già detto è lineare. C'è una morale celata che forse avresti potuto portare un pò più alla luce. Resta comunque un racconto semplice e doloroso allo stesso modo. Rimanda un pò alla cronaca di questi giorni, a questo razzismo velato che in sostanza copre praticamente tutto. Refusi non ne ho trovati. Un racconto credo senza pretese, con una prosa poco complessa ma che ha raggiunto lo scopo per il quale è stato pensato.
  25. Mancavano poco più di due mesi ai miei 32 anni, e la vita cominciava a prendere di nuovo un certo ritmo dopo l'incidente in moto che mi ha privato del mio braccio sinistro. Per quanto questa cosa possa essere stata un trauma per il corpo e la coscienza, ero felice di conservare integra la possibilità di impugnare una penna e buttare su un foglio i miei pensieri ingarbugliati. Ma questa era comunque una magra e inconsistente consolazione da contrapporre all'ovvia sensazione del cosiddetto arto fantasma. La delusione e lo sconforto nell'attimo in cui ogni volta mi sono dovuto rendere conto di non possedere più quella parte del corpo che sentivo ancora presente, era gigantesca, e ci ho dovuto combattere per molto tempo. Sono stato quindi costretto a tornare a casa dei miei nel primo periodo di convalescenza, dovevo abituarmi nuovamente a diventare indipendente, come se fossi nato per la seconda volta. Ma tornare a vivere da solo nell'umile casa che mi pagavo col mio lavoro, è stata comunque la prima sfida che mi sono imposto nel post-rinascita. Sta di fatto che ho imparato di nuovo tutto, dal camminare al vestirmi, dal prepararmi i pasti a rendere casa un posto vivibile. Il grosso è stato resettare ogni singolo ed elementare movimento e riprogrammare tutto secondo il nuovo schema scheletrico del mio corpo. C'è voluto qualche anno, ma la vita ha fatto il suo corso. La parte più divertente di tutta quella vicenda è stata indubbiamente il primo periodo del mio rientro a scuola, quando i miei ragazzini delle medie, a cui insegnavo letteratura, mi hanno riempito di buffe domande sul mio braccio invisibile. Me le ricordo tutte, le loro facce incredule quando mi hanno visto entrare in classe dopo i tre mesi di assenza. Se solo gli altri sapessero di quella loro espressione si farebbero certo le mie stesse grasse risate. Non sapevano se li stessi prendendo in giro o se avessero avuto loro un abbaglio nel guardarmi. Ci volle un po' anche a loro per rendersene conto, ma accettarono la cosa molto più in fretta di quanto abbia potuto fare io. Ai loro occhi, dopo tutte le risposte che ho dato alle loro domande, sembravo un eroe coi panni da professore, e questa cosa mi ha fatto scudo dagli sguardi mossi a pietà di tutti gli adulti. Così, proprio da quel periodo, ho cominciato ad odiare i weekend, contrariamente a quando ero bambino. E più che mai, avevo bisogno delle mie 6 ore quotidiane di lezione per sentirmi appagato. Ho riafferrato con una sola mano la mia vita e l'ho indossata come fosse una comoda borsa monospalla, ho iniziato ad apprezzare sempre di più l'equilibrio instabile delle mie giornate, e ho cominciato, infine, a credermi capace di provvedere a me stesso più di quanto non lo fossi da normodotato. Sono ringiovanito anche, sui pedali della bici che avevo preso a mio nonno come ricordo e che avevo lasciato dentro al garage. Anche se sembravo un mezzo Don Matteo che scarrozzava per il borgo, non mi facevo problemi perchè stavo bene ed era l'unica cosa che m'importava. Poi, è risaputo che quando la favola riprende toni pacati arriva un colpo di scena che destabilizza tutto. Nel mio caso, il colpo di scena è venuto giù diritto diritto dalla nuova legge del governo in carica. Sebbene sia stato fortunato, perchè non ho cambiato regione, sono stato trasferito nell'incubo di un istituto alberghiero a 15 km da casa mia. Allora ansia a mille e via. Niente più bici, autobus a singhiozzo per le porte di quel bordello. Gli adolescenti sono vasi contenenti il meglio e il peggio degli adulti, niente via di mezzo, e le loro domande non sono più ingenue e spensierate ma cominciano a far male e bisogna sapersi difendere. Io, da professore di lettere qual ero, mi difendevo coi libri. Le migliori pagine di London, Kafka, Pirandello, Pasolini e via dicendo, uscivo abbondantemente dallo sterile programma ministeriale pur di coinvolgere quegli spiriti selvaggi. Ma è dura avere a che fare con chi ha già scelto di usare il fuoco dei fornelli per poter campare. I primi sono stati due mesi d'inferno, dove io ero il più sfigato dei Dante, abbandonato alla mercé di centinaia di fiere, senza un Virgilio che mi tendesse la mano, e per giunta con un solo braccio per potermi difendere. Uno scenario a dir poco tragicomico. Dopo pagine buie e nere come la pece, di nuovo la mia storia si colorava di luci più vive. Non un Virgilio è venuto a salvarmi, ma la più angelica delle Beatrici con un camice da cuoca e il viso bianco di farina come fosse incipriata. L'ho vista che si chiudeva alle spalle la porta del laboratorio di cucina, mentre il viso contratto da quella che doveva essere un espressione arrabbiata si distendeva in un mezzo sorriso. Sono rimasto come un fesso, fermo a guardarla, a due metri da lei, convinto che non potesse vedermi. Per qualche strano motivo mi sentivo io stesso un arto fantasma. Ma per ovvi motivi lei mi vedeva e come. Lei s'è imbarazzata di suo, per l'aspetto e la farina, io m'ero imbarazzato di mio, per lo sguardo fisso e l'aspetto imbambolato. <Ho fatto credere ai ragazzi di andare a parlare col preside per prendere provvedimenti>. Stava rivolgendosi a me ovviamente, ed io, mente stupida e inopportuna le dico:<Le serve una mano?> . Non so se può essere chiara la situazione. Al primo incontro, uno senza un braccio, le dice se le serve una mano. Roba da fantascienza, e infatti, lei, come se fosse la battuta più bella del mondo, scoppia in una fragorosa risata che cerca ma non gli riesce di contenere. Allora sorrido anch'io, perchè il suo ridere è bello e naturale. Finite le risa, arrivano le scuse, dice di sentirsi mortificata, ma io le dico che non deve. Lei insiste, vuole farsi perdonare, m'invita a prendere un caffè. Il caso ha voluto che oggi siano due anni esatti da quel primo buffo incontro, due anni che sembrano una vita, una salita fatta a rincorrersi, a tendersi la mano, a tirarsi e a frenarsi a vicenda. Il caso ha trasformato la farina sulla faccia in un velo di tulle e la porta della classe in un portone di una chiesa. Invece io ho sfidato anche il caso, non cambiando per niente, rimanendo quel fesso senza un braccio che resta imbambolato a guardarla ogni volta che la vede.
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