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lovigius

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  1. lovigius

    Stanotte scrivi per me

    La sveglia suona caina dal comodino sulla tua destra. Ti butta giù dal letto a calci, senza romanticismi, sei a suo libero uso e la cosa ti pesa. Ti alzi sfatta, la notte non la sopporti più; il letto grande, vuoto, le assenze gelide pure in piena estate. Con gli occhi ammaccati dal sonno infili le ciabatte al contrario e ti trascini verso il bagno, cerchi a tastoni la luce, procedi a memoria chiedendoti quand'è che questa casa sarà casa tua e ci potrai camminare senza guardare. Trovi la luce, lo specchio e una faccia che non riconosci, è la tua? Ogni santa mattina la stessa domanda a cui non rispondi, non lo fai mai. Ti siedi sul cesso, stanca, come se fosse una vita che rimani all'impiedi; ti svuoti di urina e pensieri, i gomiti sulle cosce e le mani sul viso a coprirti gli occhi. Sbadigli, inspiri forte, il cervello inizia a fare i suoi giri e sei già un'altra, meno morta, già più viva. L'acqua ci mette il suo, lava via la notte e la stanchezza, i pensieri restano. "Che ora ho fatto ieri? Lui mi ha scritto stanotte?", esci dal bagno e controlli il cellulare, vuoto come sempre, e come sempre ti incazzi e ti rassegni; "di notte non mi scrive mai, ma almeno mi pensa?". Il cuore riversa domande alla testa alla stessa maniera di te che riempi la tazza di latte e biscotti, da trent'anni sempre gli stessi. Una volta finito lasci tutto in cucina, la montagna dei piatti di ieri è quasi più alta di te. Torni in camera, apri l'armadio e resti a guardarci dentro come fosse un film, come i rebus che non hai mai saputo fare e ti sforzi ancora una volta di capirci qualcosa. Il bip di un messaggio ti arriva dalla cucina, corri con una scarpa al piede ed un calzino ancora da mettere, accendi il display, -Luca ti ha scritto un messaggio-, sblocchi con il pollice, il testo si apre, la pagina è piena, ti si stende un sorriso lunghissimo, lasci cadere la scarpa che ancora tenevi in una mano, cominci a leggere e diventi più bella che mai. Riprendi la scarpa caduta, la indossi, ti sembra più comoda dell’altra. Eh già, che droga strana sono le sue parole, altro se sa scrivere. Non gli rispondi, non subito almeno, lui ti ha cambiato la giornata e lo ammetti, ma il tuo orgoglio non si scioglie, “posso mica fargli credere che aspettavo un suo messaggio?”. Te ne stai lì con la scarpa infilata e lo sguardo malizioso: “che stronza che sono”. Esci di casa più sicura di te, ce l’hai in pugno, tu lo ami e lui ti ama, però lo tieni lì a bisticciare tra le tue spine, “poverino”, rendergli la vita facile pensi lo appiattisca. Ne sei convinta. Tu non lo vuoi uno come gli altri, non lo vuoi uno che una volta raggiunta la preda smette di inseguirla. Non sei come le altre e tu lo sai. Poi arrivano i rimorsi, la coscienza ti prende a parlare: “giochi col fuoco piccola mia” che strano, ha la voce di tuo padre questa coscienza, “fino a che punto puoi tirare la corda? Fino a che punto sei convinta possa spingersi il suo amore?”. Ti dici “E se lo perdo pazienza!”, ma la tua coscienza ne sa una più di te: ”certo, se lo perdi pazienza, ma se poi te ne penti? Dagli legna da ardere, dammi retta, mostragli nudi i tuoi pensieri, non ci giocare con le cose che non conosci”. Poi puff, la voce che stranamente oggi somigliava a quella di tuo padre sparisce, il motore dell’auto ti accorgi che è spento, e sì, è come pensi, sei già a lavoro. Non scendi, non sei ancora pronta ad uscire dal tuo spazio mentale, vorresti ancora combatterci un po’ con quello che hai dentro, però non lo fai, pensi che possa bastare. Smetti di far fare scintille ai pensieri, prendi il cellulare e smetti pure di fare la stronza, "che diamine, non riesco mai ad esserlo fino alla fine". La chat è aperta, il cursore lampeggia, i pollici assaporano la stasi prima della frenesia meccanica e lo sguardo cerca oltre il parabrezza la frase giusta da scrivergli. -Mi sei mancato stanotte- la tempesta non è arrivata, capisci che infondo quell’uomo non se lo merita. Scendi, ti dirigi in ufficio più leggera di come l’hai lasciato ieri, ti senti una persona buona, sei una persona buona. Saluti i colleghi che ti guardano danzare tra le scrivanie, sei una persona felice. Qualcuna t’invidia, tu non gli fai caso. Inspiri, espiri, ti concedi un ultimo pensiero al tuo lui, al momento in cui, stasera dopo il lavoro, tornerai a casa e lo troverai lì ad aspettarti, e poi riponi tutta te stessa nei documenti che hai davanti agli occhi, ti ci immergi, li studi attentamente e ne prendi quello che ti serve, i dati che nel tuo articolo non possono mancare. Sei metodica. La voce dentro di te si risveglia, ora è uguale e spiaccicata alla tua, ti dice che per quanto tu possa impegnarti non scriverai mai come lui. Capisci che è vero, e nel momento in cui lo capisci ti assale il dubbio di esserti innamorata delle pagine che ti ha scritto e non abbastanza della persona che c’è dietro. Cos’è questo? Amore oppure soltanto ammirazione? Ti sei lasciata abbindolare dalle parole, senza innamorarti prima della persona che te le dice. Che sciocca che sei. L’insicurezza ricomincia a fare breccia, ma questa volta tu non ci stai. Pensi meglio e più intensamente, comprendi che se tra le milioni di combinazioni di parole possibili lui sceglie sempre quelle migliori vorrà pur dire qualcosa su che tipo di persona è. Le sue frasi devono pur nascere da qualcosa, alla bellezza ci si arriva solo e soltanto attingendo da altra bellezza. Sì, dev’essere così. "E poi chi se ne frega se scrive meglio di me", non sei l’ultima ma non sarai mai nemmeno la prima e la più brava, se così fosse stato magari ora non ti toccava farti il culo e annaspare tra le mille firme autorevoli del tuo giornale. Rileggi il tuo articolo per la cinquantesima volta, l’hai fatto riposare nel cassetto giusto il tempo di un caffè, lo sai che è poco ma i tempi sono quelli che sono. L’hai riletto al contrario, l’hai spezzato, l’hai rovesciato in tutti i modi che conosci per poterlo leggere come se non fosse il tuo. Sembra andare bene. Lo stampi, ti alzi e muovi i passi verso l’ufficio del direttore. La porta è socchiusa, non bussi, entri e con tutta la sicurezza che riesci a raccogliere lì in giro, appoggi i fogli sulla sua scrivania. Lui ti guarda, ormai non si sorprende più di questo teatrino che hai deciso di fare ogni volta nel suo ufficio. Prende i fogli, li studia con calma lasciandoti lì impalata, poi alza lo sguardo, tu lo sostieni, lui si prende del tempo, tu lo lasci fare. –Credo di doverti dare un po’ di spazio in più- sorride. Tu trattieni il sorriso per non farlo troppo ampio, giri sulle scarpe e te ne torni alla tua scrivania senza dire nulla, come se lì dentro le parole fossero la cosa più cara del mondo. Sei libera, la scadenza è rispettata, per il prossimo articolo c’è tempo, ora puoi crogiolarti nelle tue fantasie mentali, nel sogno della tua vita perfetta che a farci caso somiglia tanto a questa giornata. Il tempo passa, il sole che non vedi compie il suo giro, a te tocca fare a ritroso il tuo, però non ti pesa, anzi ci fremi a pensarci. Sei in auto, in radio passano i Queen, Too much love will kill you canta Freddy e tu non ci credi, l’amore non ti uccide, non ora, non oggi. A casa trovi lui così come te l’eri immaginato e ti stupisci di come a volte la realtà possa essere proprio uguale ai sogni. Lui è lì e tu imbambolata ancora sull’uscio che pensi che la sua penna scriverà ancora per te, che forse forse dovresti dirglielo che dovrebbe farlo per mestiere, che quello che scrive a te dovrebbe condividerlo col mondo intero. Sei egoista però, hai paura che poi non avrà più parole da regalarti. Che sciocca che sei, non sarai mai la donna fredda e distaccata che vuoi far credere di essere. Lasci la borsa all’ingresso, lo raggiungi, gli metti le braccia intorno ai fianchi, lui chiude gli occhi perché si aspetta un bacio che non arriva, tu superi la bocca e ti fermi appena sotto il suo orecchio destro, sei tu a chiudere gli occhi, a misurare il fiato per dirgli con un filo di voce:<< stanotte scrivi per me>>.
  2. lovigius

    Bocciofila

    Ciao @Domenico Santoro, Ritrovo nel tuo racconto tratti onirici. Leggendo la tua risposta ad un commento ho poi avuto la conferma che si trattasse di un sogno. Come un sogno del resto inizia senza nessun motivo preciso sebbene tu abbia cercato di dare al racconto un tratto più tangibile, dando una motivazione al tuo trovarti proprio lì. Per questo motivo io avrei iniziato da: Per poi aggiungere: Ma non so se è più un gusto personale oppure un mio modo di raccontare, qundi prendi il consiglio con le dovute precuazioni. In questa prima parte comunque mi è risultato difficile comprendere il motivo della frase: Sembra lanciata lì senza alcun tipo di continuità con la parte sopra. Poi leggendo più avanti si capisce che il protagonista è uno studente fuori sede e "rientrare in famiglia" significa proprio tornare a casa. Quindi io avrei già specificato al lettore il luogo in cui si trova il protagonista. Mi piace l'indizio che hai lasciato sugli specchi del bar che poi ritorneranno quando la ragazza dice: C'è un passaggio che più di tutti mi ha portato a credere a qualcosa di onirico. Quando dici: Il desiderio dell'altro diventa il tuo desiderio. Fin qui nulla di male, solo che lei non ti ha fornito nessun tipo di indizio sulle sue abitudini oppure i suoi gusti. Eppure alla fine, anche questa cosa ritorna. Conoscendo il sogno sapevi già come sarebbe andato a finire: l'incontro, il bar, lei che ordina latte. Hai cercato di creare un legame, un filo magico che unisce i due dall'inizio alla fine. La parte finale mi ha suscitato l'immagine che io ho come stereotipo sulle ragazze cinesi. Quasi vittime del corso della vita, che accettano così come vengono gli eventi, senza pretese, prendendo quello che possono, comunque consapevoli che tutto è destinato a finire. Insomma, il racconto è lineare, e refusi particolari non ne ho trovati. Mi è sembrato, ti ripeto, un sogno. Bello e malinconico.
  3. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Ciao @euschemosyne, sono contento che ti sia piaciuto. Ti ringrazio per le proposte sul variare la punteggiatura, credo che metterò in atto il tuo consiglio. A presto.
  4. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Ciao @Edu, sì in effetti non sono per nulla costante (cercheremo di rimediare). Ti ringrazio per l'analisi accurata al racconto e sono contento che qualcosa ti sia piaciuto. Avevo paura che non arrivasse bene il ribaltamento della vicenda a chi non sa che Teseo abbandona Arianna sull'isola di Nasso. È una sorta di rivincita questa, un mondo parallelo dove viene ferito chi ha ferito nell'altra vita. Anticipando la presentazione di Teseo forse avrei perso un po' dell'effetto sorpresa che a quanto pare ho creato senza volerlo. Ero convinto che citando Arianna e il labirinto fosse già chiaro il contesto e chi parlava, mi rendo conto che può essere frainteso come metafora di qualche altra cosa. Forse hai ragione, avrei dovuto scavare un po' più a fondo. Ti ringrazio per le pecche che mi hai evidenziato e per il tempo dedicato alla lettura. A presto.
  5. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Grazie @AndC, hai colto a pieno il senso e il significato che ho cercato di dare al testo. Grazie anche per gli errori che mi hai fatto notare e, ovviamente, per avermi letto.
  6. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Mi persi, e non era il luogo, io mi persi come solo dentro se stessi ci si riesce a perdere. Ero io stesso quel fottuto labirinto. E tu dov'eri, Arianna, dov'era il filo che mi promettesti. T'ho cercata in tutti i miei sbagli, in tutte le parole che ci siam detti prima di lasciarci, in tutti gli angoli della memoria, e poi ti ho aspettata dietro ad ogni mia lacrima, come un bambino senza vergogna e non t’ho trovata. Non m'hai salvato, Arianna, le tue promesse sono cadute come meteore sopra le valli desolate del mio cuore. Son state loro a trafiggermi, le tue promesse vuote e le tue assenze incolmabili hanno schiacciato le mie speranze con una forza che nemmeno t'immagini. Ogni tanto mi perdo di nuovo, quasi mi piace, nei posti in cui è difficile uscire, ho scoperto, è nascosto sempre qualche altro motivo per vivere. E quel motivo non sei tu, Arianna, non più ormai, e ci ritroviamo, ora, un amore scemato con la stessa rapidità con cui è sbocciato, per colpa tua, non mia. Però no, non ti odio, non ti porto rancore se vuoi saperlo, non saprei portartene. Nelle mie solitudini non so che pensare a quale motivo avresti potuto mai avere per recidere senza rimorsi il filo rosso che ci univa. E non dirmi che il mio amore non è mai stato corrisposto perché sai bene che non è affatto così. Tu m’hai lasciato lì dentro, Arianna, tra gli angoli bui di quel labirinto, tenendoti cara la vita lì fuori, mentre io dovevo salvarmi dal dolore atroce che mi avevi causato prima ancora che dalle fauci di tuo fratello. Però non ho provato più nessuna paura, solo dolore e null’altro. Del resto come avrei potuto? Come avrebbe potuto la mia anima provare qualsiasi altro tipo di sentimento, qualunque tipo di emozione? Era quella la traccia da seguire, quella mancanza di paura che non era né coraggio né stoltezza, un vuoto che io ho seguito con occhi spenti e cuore fermo. Il filo che mi avrebbe salvato era fatto di assenze e fibre di un amore rinnegato, il tuo amore Arianna. Ne uscii da solo e me ne feci una ragione, lasciando insoluti tutti i perché che mi avevi causato; così non ti ho cercata, né dentro me stesso né fuori, mai più, però ti scrivo ancora, nell’intimità di camera mia, in un angolo sperduto del palazzo di mio padre. Dove sei Arianna? Che vita vivi? Che forma ha il peso che ti porti sulle spalle? Lo so che ci pensi spesso anche tu al gesto atroce che hai commesso, nemmeno l’ultimo degli uomini dovrebbe esser tradito come è successo a me. Che me ne faccio ora della gloria, del mio nome inciso sulla pietra se vivo una vita senza senso? Dimmelo tu Arianna, prova a spiegarmelo tu che ne sei la causa primaria. Con che coraggio posso io, Teseo, uccisore del Minotauro tuo fratello, abbandonarmi tra le braccia di una donna? Con che coraggio posso fidarmici, rimettere nelle sue mani la vita mia e quella di tutta Atene così come ho già fatto con te? No, non mi rammarico del passato, di aver lasciato, incauto, il cuore nelle tue mani. Se le mie spoglie giaceranno in un posto lontano da quel labirinto è perché gli dei hanno per me piani che né io né tu possiamo comprendere, ma questo mi condanna ad una vita in cui tutto di me sarà arido e duro come pietra. Lasciati richiudere ora in un angolo dell'anima, mentre rimetto alle fiamme questa lettera che puntualmente scrivo e subito dopo brucio. Sei un dolore tutto mio, Arianna, la città non saprà mai nulla di te se ti tengo nascosta sotto la maschera di quel fiero sorriso che ogni giorno indosso al cospetto degli altri.
  7. lovigius

    Rom

    Ciao @andrea werner mondazzi provo a farti un commento al racconto. Nella storia credo tu abbia cercato una forma molto lineare, senza praticamente alcun tipo di intreccio e si vede. L'inizio rimanda molto alle favole, quel c'era una volta che è già tutto un programma e dichiara bene quale sia l'intento dell'autore. L'evento scatenante è chiaro, la ragazza, venuta a conoscenza di questo mondo fatto di profumi e saponi profumati se ne innamora e costrusce il suo sogno personale su quanto gli racconta l'amica. Qui la forma che hai scelto non mi piace, io avrei scritto o semplicemente:" lo raccontò a sua mamma e a suo papà", oppure:" raccontò il suo sogno alla mamma e al papà, ma a loro non..." Comunque sia questo è il primo impedimento alla realizzazione del suo sogno, la famiglia che si mette di traverso invece di incitare la figlia nella realizzazione dei suoi desideri. Vuoi per una questione culturale, vuoi per una questione di ottundimento generale, la ragazzina deve far fronte al primo ostacolo, quello forse anche più difficile in quanto inaspettato. Il secondo tentativo che compie simboleggia il superamento del primo ostacolo: la volontà è più forte. Qui le cose si complicano definitivamente, le aspettative vengono deluse, la mamma della sua amichetta non vuole sentirla nemmeno parlare e la maestra che dovrebbe simboleggiare il porto sicuro in cui rifugiarsi, si mostra dalla parte degli altri, infierisce addirittura. La storia si chiude con l'accettazione da parte della bambina di dover rinunciare a quel suo sogno, il dubbio che si impianta in lei è da brividi, forse hanno davvero ragione i grandi, forse quello non potrà mai essere il suo posto nel mondo. In conclusione, il racconto, come ho già detto è lineare. C'è una morale celata che forse avresti potuto portare un pò più alla luce. Resta comunque un racconto semplice e doloroso allo stesso modo. Rimanda un pò alla cronaca di questi giorni, a questo razzismo velato che in sostanza copre praticamente tutto. Refusi non ne ho trovati. Un racconto credo senza pretese, con una prosa poco complessa ma che ha raggiunto lo scopo per il quale è stato pensato.
  8. lovigius

    Ho visto il mare

    C'è un uomo in mezzo a noi che non mi piace. L'ho visto d'improvviso in un posto nella fila in cui prima non c'era. Da bambina giocavo a fissare a mente i tratti dei passanti, a dargli un nome inventato e ad associarlo ad un oggetto che me ne ricordasse i lineamenti. Ci passavo le giornate ad etichettare le persone, a metterle chi da una parte e chi dall'altra in base al sentimento che mi suscitavano. Col tempo poi, associando a quei volti le storie che giravano al paese, ho capito che le fattezze che andavano differenziandosi da un passante e l'altro, non mentivano mai. Era come se le molle del cervello si usurassero a seconda dell'aspetto, e prima o poi i miei volti mi tornavano davanti agli occhi per le azioni che compivano. Quindi, anche se ora è passato qualche anno da quel gioco, provo per quel volto qualcosa che non mi piace. Ho lasciato casa da quattro giorni, mio padre mi ha cacciato a forza, con le lacrime agli occhi, mentre mamma si limitava a nascondersi tra le mani, come se da quelle finestre sotto la fronte qualcuno potesse strapparne fuori la parte di cuore che non voleva donare. Anche lei sapeva che quella era l'unica cosa giusta da fare. Ho attraversato il deserto appoggiando la schiena alle sponde traballanti di un rimorchio di un camion. Ci siamo fermati poche volte, mangiando quelle poche provviste portate da casa, dormendo nelle brevi ore di sosta, perché in viaggio la strada era sempre così mal ridotta che non ti permetteva mai di rilassare i muscoli. Lì sopra, il viso di quella gente che viaggiava insieme a me era un bicchiere mezzo pieno di tristezza da un lato e speranza dall'altro, e tutti noi, me compresa, aspettavamo soltanto di sapere quale delle due parti sarebbe evaporata per prima. Al terzo giorno ho visto il mare nascere all'orizzonte come un miracolo di Dio. Non l'avevo mai visto prima, e ripescando nella memoria le parole di mio padre, ho capito che, per quanto siano state ricercate, non gli hanno reso per niente giustizia. I contrasti dei colori mattutini, il rosso acceso della terra e il blu intenso del mare, mi hanno fatto dimenticare per un po' la stanchezza del viaggio e la distanza da casa. Ma è durato troppo poco. Chi ci ha fatto scendere portava una pistola mal nascosta tra i jeans e la maglietta, bastava quel vedo non vedo, sentire la presenza delle armi per tenerci buoni e senza fiatare, nonostante i modi per niente gentili. Si son presi il sacchetto dei duemila dollari che mio padre mi aveva dato per mettermi sopra a una barca. Si son presi pure tutto il resto, dicendoci che non c'era spazio, e io non riuscivo a capire quanto spazio potesse mai occupare un piccolo zaino da spalla. Siamo in fila da due ore, ed ora c'è un uomo in mezzo a noi che non mi piace e che prima non c'era. Somiglia tanto ad uno di quelli con la pistola, ma la sua non la vedo. Si vede però da un miglio lontano che non è stanco come tutti noi altri, e per di più i suoi vestiti mentono più del suo stesso volto, perché lo sporco sembra essere stato messo lì un po' a casaccio e l'usura dei tessuti è in posti su cui il tempo avrebbe agito sicuramente non prima di altri. Mentre a questo penso, la fila comincia a scivolare sulla sabbia come una vipera del deserto che ha appena ingerito una preda quattro volte più grande della sua stazza. C'è un barcone malandato sulla riva, sembra galleggiare a stento, e noi tutti siamo diretti lì, come il cadavere di un corpo trascinato dalla corrente del fiume. E' tardi per ritornare indietro, ed è inutile provare ad opporsi. Lo capisco io, ne sono consapevoli tutti gli altri. Mi fa già paura il mare, mentre vedo il barcone riempirsi fino all'inverosimile. Capisco soltanto ora il perché mi abbiano fatto lasciare perfino il mio zaino. Sento l'anima schiacciarsi sotto il peso dell'ignoto, l'incertezza di ciò che mi aspetta è così forte da oscurare qualsiasi tipo di pensiero felice. Salpiamo, non so chi guida, non so quando arriveremo. Sono rannicchiata in un angolo e non vedo altro che corpi, non sento che voci indistinte mentre il respiro di Mama Africa si perde sotto ai piedi. Spero che un giorno io possa dimenticare tutto questo, ritrovare il sorriso di mia madre e le mani grandi di mio padre, calpestare ancora una volta la terra rossa fuori casa mia ed urlare ad alta voce:" qui, io posso vivere". Ora cerco il calore nelle preghiere, mi ritaglio uno spazio che è tutto mio, chiudo gli occhi, porto le mani unite al petto e mi lascio cullare dal procedere lento di questa barca stracolma, mentre il vociare di tutti gli altri affoga nel rumore liquido dell'infrangersi delle onde. In questa notte che avanza perdo me stessa, nemmeno la luna, vista dal mare, sembra avere la stessa faccia di sempre, nemmeno in lei vedo un'amica in cui poter confidare. Attendo l'alba con ansia, aspetto che la luce del sole mi venga a salvare e mi porti lì dove mi deve portare. La notte però tarda a scivolare, il freddo è pesante, ed il silenzio è quello che mi fa più male. Mi sento sola, gli occhi vagano nel buio alla ricerca di qualcosa a cui potersi aggrappare, scavano nel vuoto per non finire di esserne svuotati, ma solo l'odore acre degli uomini, il sudore e gli aliti pesanti mi urlano che non sono sola mai. Non so se consolarmene o meno. Uno sparo squarcia il silenzio della notte, è così forte da sembrarmi frutto di un sogno. Però è reale, le orecchie non mi hanno mentito, ma gli occhi non riescono a confermare. Nessuno parla, sembra che sia stata la sola ad avvertire la cosa, poi un suono sordo di un corpo che colpisce l'acqua, silenzio ancora, alcuni secondi e a distanza un altro tonfo leggero, di qualcosa che fende l'acqua e si inabissa. L'alba risveglia le lingue, le anime invece quelle no perché son rimaste sveglie. C'è apprensione in giro, lo sento, tutti sospettano di tutti. Io so invece a chi rivolgere i miei sguardi. Scorgo quel tizio seduto sul corrimano, osserva, ascolta, sonda il terreno su cui germogliano i dubbi di tutti, le incertezze e le paure. E' in quelle paure che si nasconde, si fa vittima per celare al mondo la sua mano carnefice. Qualcuno, con la voce rotta dalla stanchezza, segnala la costa. La vita sembra rientrare nei nostri corpi, dargli vigore, cancellare perfino il ricordo della lunga notte appena passata. Un motoscafo militare ci scorta fino al porto, c'è molta gente, non siamo i soli ad aver lasciato casa. Questa qui sembra un'altra Africa. Sono stata visitata e portata in un centro di accoglienza, ci hanno interrogati, cercavano lo scafista, nessuno di noi però sapeva più indicare l'uomo che aveva guidato la barca. S'era perso nel nulla, così come si è perso nel silenzio il tonfo di quel corpo gettato nell'acqua scura. Quello che resta è la mia vita tutta da riscrivere, aspetto che ci diano la libertà. Merito anch'io un occasione per poter vivere, un'opportunità per cambiare il corso del fiume, portare le sue acque fin sotto casa mia, e far nascere un giardino immenso di fiori e frutti bellissimi.
  9. lovigius

    [MI100-1] Diofettoso

    Leggendoli, posso solo conformarmi ai commenti che precedono il mio. Il racconto è innanzitutto ben scritto, hai saputo prendere il lettore per mano e fargli fare tutte le capriole che ti eri prefissato. Ci hai costretto a pensare, a fare i conti con le nostre convinzioni sulla struttura del cosmo, e soprattutto a cercare la conferma dei sottili rimandi storico-culturali che hai seminato per tutto il testo. L'idea che anche Dio deve fare i conti con qualcuno al di sopra di lui non può che farmi pensare alla massima di De Crescenzo:" si è sempre meridionali di qualcuno"(decontestualizzando ovviamente il tutto). Passando al testo, appurato che alcuni sono errori di formattazione, ci tenevo a dirti la mia su alcune cose. Anche se hai voluto umanizzare Dio, in termini cosmici, "qualche decennio" resta comunque un arco temporale veramente breve. Ma tutto sommato scivola bene lo stesso. Anche questa frase mi lascia pensare. De Andrè cantava:" non conoscendo affatto la statura di Dio" come a dire che non sappiamo che aspetto abbia. L'idea di un dio vecchio con barba bianca e capelli lunghi e bianchi credo ci provenga dalla mitologia. A meno che non ci abbiamo azzeccato, Dio dovrebbe sapere che nessuno ne conosce i lineamenti. Però anche qui, è giusto per esporti i pensieri che mi hai suscitato. Anche perché altrimenti andiamo a finire su tematiche che tu hai cercato di evitare non scendendo troppo nei particolari del caso. Per il resto non ho altro da aggiungere. A parte qualche refuso, non ho notato errori grammaticali. Hai catturato la mia attenzione fin da subito, trascinandomi con forza fino all'ultima riga. La storia è stata molto piacevole perchè mi ha portato a fantasticare su argomenti sui quali siamo fossilizzati da millenni. Ben fatto.
  10. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Vincenzo Iennaco Come hai ben detto, ho tralasciato troppo la trama per fossilizzarmi su quello che ha provocato l'arrivo della lettera. Grazie per il tempo dedicato al racconto. A presto.
  11. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    Ciao @Unius , devo confidarti che leggere il tuo commento è stato estremamente piacevole. Ho cercato di porre la vicenda della coppia sullo sfondo di un possibile conflitto che per i due sarebbe anche potuto non essere di tipo nucleare. Ho preferito non soffermarmi sulla parte tecnica derivante dallo scoppio di ordigni nucleari perché quella è la parte successiva al conflitto, che per esperienza, per quanta preparazione possa avere la cittadinanza o anche solo i militari, credo che sia irreparabile. Come hai sottolineato anche tu. I protagonisti non ne hanno le conoscenze e la lungimiranza di pensare a tutto ciò. Sono unicamente preoccupati per quella lettera che stravolge la loro vita tranquilla. Ho cercato di descrivere una parentesi, il ricordo che rimane a lui, anni dopo l'accaduto, non andando oltre la fine del conflitto. Come ho detto più volte nei commenti precedenti, il racconto non è studiato, ci sono molti particolari da rifinire e credo che per stare veramente in piedi debba essere riscritto conoscendone la fine (cosa che nemmeno immaginavo dalle prime righe). Altro punto che volevo far risaltare era la questione delle donne nelle forze armate, la parità dei sessi e tutte le conseguenze che ne derivano. Il mio punto di domanda era:"ma se le donne possono entrare a far parte del mondo militare, in un eventuale conflitto mondiale, hanno anche loro l'obbligo della chiamata alle armi?" Ovviamente i tempi sono cambiati, ora la guerra la fanno gli specialisti, gente che lo fa per mestiere. E' una forzatura, devo riconoscerlo, ma mi piaceva l'idea e ho cercato di buttarla giù in qualche modo. Beh ho molto da lavorarci a quanto pare. Grazie mille per i consigli e per la puntualizzazione dell'aspetto tecnico dell'argomento. Spero che in futuro qualche altro mio racconto susciti la tua curiosità come credo abbia fatto questo. A presto.
  12. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Fraudolente La cosa non può che farmi piacere. Hai ragione, è una storia che ho buttato giù a tratti, appena prima di dormire, quindi non ci ho sudato sopra come avrei dovuto. Volevo far trasparire dai dialoghi proprio questo. Lo sconcerto di una coppia che non può nulla contro eventi di una portata mondiale. La paura di poter perdere tutto quello che sono riusciti a costruire gli impedisce di esporre tutti i pensieri e le considerazioni. Come se la cosa migliore da fare fosse restarsene in silenzio per non destabilizzare maggiormente l'altro. Grazie per aver dedicato del tempo al racconto.
  13. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @simone volponi Ho chiesto consiglio proprio perché vedo troppa staticità e freddezza nei dialoghi che scrivo. Cerco di evitarli in un racconto, ma prima o poi bisogna affrontare i propri mostri. Proverò a mettere in pratica i tuoi consigli, magari un altro racconto. Grazie.
  14. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    @Nuwanda In effetti sì, è nato solo come esercizio di stile per fare un poco di pratica con i dialoghi. Come faccio spesso non ho mai una trama ben definita in testa, quindi lascio che il racconto proceda a modo suo. Premettendo che i titoli non sono il mio forte, ti ringrazio per avermi fatto notare la cosa. Grazie. Terrò conto dei consigli quel giorno in cui deciderò di dedicargli un po' di tempo.
  15. lovigius

    Il giorno in cui divenni un soldato.

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35001-kim/?do=findComment&comment=615742 Mi piacerebbe avere un vostro parere soprattutto per quanto riguarda i dialoghi ,visto che il racconto voleva basarsi principalmente su quelli anche se poi ha preso una strada diversa, per capire come renderli e dove poter migliorare ( a me sembrano sempre poco fluidi). È arrivata ieri. - Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse. Ero appena rientrato da lavoro e lei mi accolse senza darmi il bacio del ritorno. Mi indicò una busta sul tavolo della cucina e non aggiunse altro. Lo sguardo vitreo e la pelle biancastra. Qualunque cosa fosse l’aveva turbata in una maniera che ancora non riuscivo a comprendere. Presi la lettera in mano e la sensazione che ne ebbi non fu per niente piacevole. Soppesandola si sentiva che portava notizie importanti, la sua carta era spessa e insolita. Mina l’aveva letta e richiusa in fretta, come se ne fosse uscito materia urticante e avesse cercato di ributtare tutto dentro. Probabilmente l’aveva riposta sul tavolo esattamente lì dove era poggiata poco prima. E poi era rimasta immobile, in attesa del mio arrivo, ad affogare nei pensieri. Ho alzato lo sguardo verso di lei prima della lettura, volevo qualche altro indizio. Ma quei suoi occhi che ero sempre stato capace di interpretare, questa volta mi parlavano in una lingua che non riuscivo a decifrare. Una stella a cinque raggi su una ruota dentata tra due rami di quercia. Il simbolo della repubblica italiana sovrastava il testo. -In riferimento all’art. 52 della Costituzione Italiana, secondo cui la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino, tutti gli uomini e le donne maggiorenni, con cittadinanza italiana, che non abbiano superato il trentesimo anno di età, hanno l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi, secondo i modi e i tempi previsti dalla propria circoscrizione. Non andai oltre, presi la sedia più vicina e mi lasciai cadere sopra. Ci doveva essere qualche errore per forza, doveva essere uno scherzo ben articolato. -Sai cosa significa? – mi chiese aggrappandosi alla speranza di aver frainteso tutto. Questa volta l’unica cosa che non desiderava affatto era avere ragione. -Se è tutto vero, sì- dissi con gli occhi riabbassati sulla lettera. -Significa che andremo in guerra- aggiunse lei. -Cosa? – quel verbo al plurale mi prese alla sprovvista. -Ti aspettavi che ci addestrassero e ci rimandassero a casa? -Certo che no, ma che la cosa riguardasse anche te che sei una donna non mi ha sfiorato nemmeno per un secondo- era vero, fu una seconda doccia gelata. -Abbiamo lottato per l'uguaglianza e ora ci servono a dovere- sentenziò lei con disappunto. Lasciare tutto e partire per chissà dove. Perderci lontani da casa. Peggio ancora trovarsi divisi senza avere notizie dell'altro. Nel secondo millennio è difficile pensare che in un giorno come tanti ci si ritrovi una lettera tra le mani che ti costringe a diventare un fottuto soldato. Quel bamboccione viziato di un nord-coreano e quell'imbecille americano squattrinato non potevano entrare per vie traverse nella nostra vita e stravolgere tutto. Non ne avevano il diritto. E mia moglie in quella guerra non nostra che parte avrebbe avuto? Avrebbero dato anche a lei una mimetica e un fucile e le avrebbero detto di combattere il nemico? Che senso avrebbe avuto? Mina interruppe quel mio pensare frenetico con un "noi non andremo". -Come pensi di fare?- iniziai - Lo sai che cosa accade agli obiettori di coscienza? Hai intenzione di marcire in qualche cella o peggio ancora essere giustiziata? -No, non è mia intenzione. Come non lo è andare a morire come carne da macello. -Non abbiamo scelta Mi guardò intensamente come se cercasse dentro di me la soluzione. -Possiamo scappare, far perdere le nostre tracce- disse fantasticando. -Dove pensi di andare? È la terza guerra mondiale Mina. Che paese pensi ti possa accogliere e prendersi il rischio di far crollare il suo gioco di alleanze?- risposi cinico. Ero sconfitto sul nascere. Mina sembrava perdersi in un labirinto senza via di fuga. Arrancava dentro di sé cercando inutilmente una via di uscita. All'improvviso sembrò fermarsi davanti ad un pensiero, qualcosa che la scosse. Gli occhi le si riempirono di lacrime. -Non possiamo Nik. - Non abbiamo scelta. - Ci dovrà pur essere un modo. Dobbiamo trovarlo... E dopo secondi che mi parvero minuti disse quello che sconvolse per sempre il mio modo di pensare e di accettare la vita così come veniva. Con quel suo "Nik, aspetto un bambino" mi fece padre all'istante, mi riempì di premura e mi regalò il coraggio di reagire. -Da quant'è che lo sai?- le chiesi mentre dentro combattevo una guerra senza uguali. Il mio essere si divideva la gioia della nascita di un figlio e il dubbio di non poterlo vedere crescere. -Sono due giorni che cerco un modo speciale per dirtelo. -Un modo speciale?- chiesi incredulo alzando la voce. -Lo sai, non è una cosa che si può dire all'improvviso- stette un po' lì su quella frase - ma questa lettera ha rovinato tutto. La strinsi a me con tutta la gioia che ebbi in corpo. Sapevo di non poter essere felice più di tanto, c'era quella maledetta guerra a tenermi con i piedi per terra, ma non riuscivo a farci niente. Mi sentivo capace di oltrepassare con un solo salto tutti gli ostacoli che mi si mettevano difronte. L'idea di quel seme che aveva messo radici mi rese invincibile. Di lì a due settimane partii da solo per l'addestramento militare, lei ne fu esentata per ovvi motivi. La guerra finì prima ancora di iniziare. Il 3 Aprile del '19 alle 03.45 ora italiana, un missile intercontinentale parte dai lidi della korea del nord in direzione di Seattle. Fu il suicidio di una nazione che ebbe come unica colpa quella di non essere stata in grado di sottrarre il potere a un dittatore viziato. Il sistema di difesa missilistico americano, appena constatato l'attacco e la sua entità, rispedì al mittente l'equivalente di dieci volte tanto la testata nucleare ricevuta. Nella storia dell'umanità era la prima volta che un paese venisse cancellato per sempre e così in fretta.
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