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Vinicio Dolfi

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  1. Poeta Zaza,  sei molto attiva nel commentare!

    Complimenti!

    Il tuo commento a un mio post mi è piaciuto tantissimo;

    tra l'altro è una frase, Ad aspera astra, che, anche se non ho riportato nel mio libro, ne ho riportato comunque il significato.

    Saluti vivissimi.

  2. Vinicio Dolfi

    L' incontro tra Giovanna e Aradia

    Aradia si materializzò nella sala teletrasporto di Mosil alle 08;30 locali del 12 Marzo del 3518. Era una ragazza alta e slanciata, ben fatta, faccia ovale, delicata, bionda, occhi celesti. Era vestita con una camicia azzurra, pantaloncini corti bianchi, stivaletti marroni. Uscì all'aperto e vide, a 200 metri di distanza, le case del piccolo paese. Un giovanotto biondo come lei (ma in quel mondo erano tutti giovanotti) gli si parò davanti fissandola ardentemente negli occhi. Lei non era ancora abituata ai modi diretti in uso in quell'epoca e distolse lo sguardo con stizza; fece per andarsene ma l'uomo le disse: "Mi manda Giovanna; mi ha detto di accompagnarla nella prateria qui vicino". Lei rivolse lo sguardo verso di lui: "Doveva dirmelo subito. Mi porti da Giovanna". "Ok, mi segua". Si incamminarono lungo un sentiero che andava a destra, verso Ovest. Si inoltrarono nella pianura erbosa, profumata, con pochi alberi sparsi. Era primo mattino, il Sole era ancora basso e l'aria era fresca. Avevano percorso 150 metri quando videro, in lontananza, una figura nera in rapido movimento nella prateria. La figura si rivelò essere un cavallo nero al galoppo. Sopra il cavallo si palesò una figura minuta e anch'essa nera. Era Giovanna, vestita con il suo farsetto e i suoi pantaloni di lana nera. La ragazza teneva il petto premuto contro il collo del destriero e i suoi capelli corti e neri ondeggiavano nella corsa; così come ondeggiavano, ancora di più, le parti larghe delle maniche del farsetto. Giovanna evidentemente avvistò i nuovi venuti perchè il cavallo svoltò verso di loro e si lanciò al galoppo. "Mi scusi se non mi sono presentato. -disse l'accompagnatore- Io sono Georges Aron e sono un addetto al teletrasporto". "Non importa che ti scusi.- rispose Aradia in tono affabile- E diamoci pure del tu; io anche nella mia prima vita facevo così". "Grazie. E' un piacere immenso per me conoscere due donne speciali come voi". Aradia sorrise. Il cavallo si fermò a pochi passi da loro. L'animale nitrì ed ansimò per un poco; copiose gocce di sudore inumidivano il suo corpo. Giovanna accostò la bocca all'orecchio sinistro del cavallo e gli sussurrò: "Bravo Casimiro; ora riposati". La ragazza scese da cavallo. L'animale si mise a brucare l'erba mentre Giovanna avanzò verso i due nuovi venuti. Le due ragazze si fissarono negli occhi, ognuna di fronte all'altra. Nessuna delle due aveva uno sguardo normale. In quegli occhi non vi era traccia alcuna nè di imbarazzo, nè di aggressività. Sembrava che ognuna delle due esprimesse una esuberante curiosità verso l'altra mista ad una certa volontà di mantenere un certo distacco; quest'ultima tendenza era più accentuata in Giovanna. Georges si sentì messo da parte e provò disagio; gli parve che ognuna delle due stesse sondando l'anima dell'altra. E si ricordò di essere di troppo. "Em.., scusate -disse con voce tremolante- ma ecco, io ho delle faccende da compiere, e se non avete più bisogno di me....." "Si Georges- lo interruppe Giovanna- puoi andare". Georges ritornò verso la sala del teletrasporto e le due donne rimasero sole nella prateria; anche il cavallo si era allontanato, e di molto. Aradia distolse lo sguardo dagli occhi di Giovanna e accorgendosi del cavallo disse: "Non si è allontanato troppo?" "Casimiro è libero e fedele. Ritorna sempre. Vieni, sediamoci là" Giovanna indicò una panchina di pietra posta sotto un vicino platano. Le due ragazze si sedettero. Con le mani sulle ginocchia, Giovanna si rivolse alla nuova venuta: "Sei qui soltanto perchè le mie Voci mi hanno detto che dovevo vederti. Ma io non ne sono molto convinta. Sai bene com'è profonda la mia fede". Aradia gli sorrise. "Conosco la profondità della tua fede. Ma anche la mia è profonda, e le Voci parlano, hanno sempre parlato, anche a me; ed è per questo che sono qui". Un lampo di malignità guizzò negli occhi di Giovanna: "Ma la tua fede non è altro che superstizione!" Detto questo balzò in piedi, si piazzò di fronte ad Aradia con le mani ai fianchi e guardandola severamente continuò a dirgli: "Sei una sacerdotessa delle Streghe; una pagana, un' infedele. Ai miei tempi ti avrei staccato la testa piuttosto che parlarti". Aradia rispose con uno sguardo dolce e una voce altrettanto dolce: "No, non l'avresti fatto. Tu non hai mai ucciso nessuno; la tua legge è quella dell'amore. Ed è anche la mia". Giovanna lasciò andare le mani lungo i fianchi e il suo viso si distese un poco. "E va bene, Bella Pellegrina. E' proprio perchè ho una fede profonda che ho accettato di incontrarti; io obbedisco sempre alle mie Voci". "Non sempre Giovanna. Quella volta che ti gettasti dalla torre di Beaurevoir hai disobbedito a loro". Giovanna abbassò la propria faccia minacciosa sulla sua. Il suo naso arrivò ad un centimetro dal suo; i suoi occhi, a due centimetri dai suoi, esprimevano un tale furore che sembravano in grado di accecarla. Ma Aradia sostenne efficacemente quello sguardo feroce che la trafisse dentro. Lei stessa trafisse lei, a sua volta, con il proprio sguardo, anch'esso feroce. Ma poi lo sguardo di Aradia si fece tenero. Come un riflesso meccanico, anche quello di Giovanna si addolcì. La ragazza vestita di nero tremolò un poco; poi si allontanò, volse il proprio sguardo verso la prateria dove ad una certa distanza pascolava, placido, il suo cavallo. Si mise una mano alla fronte. Aradia si alzò, le andò vicino e le chiese: "Ti senti male?" "E' solo un lieve capogiro. Torniamo sulla panchina". Le ragazze tornarono a sedersi. "Erano le mie Voci" disse Giovanna in tono serio. "Ti hanno parlato mentre mi fissavi?" gli chiese Aradia. "Si. Mi hanno detto che devo fidarmi di te, che devo ascoltarti". "E' quello che dicono anche a me, Giovanna. Le nostre Voci ci dicono le stesse cose; immagina cosa può significare questo". "Cosa può significare?" "Significa che chi ci parla è lo stesso Dio!" La faccia di Giovanna assunse un'espressione esterrefatta. "Ma com'è possibile! -esclamò- Tu non sei cristiana!" Aradia cercò il suo sguardo e nel modo più dolce possibile gli disse: "Anche se gli uomini sono soliti venerare molti dei, in realtà è Uno, che è in molti. Un uomo nella sua vita è chiamato con molti nomi. Alcuni possono conoscerlo come un padre, o un amico. Per alcuni può essere un nemico o un fratello, e per altri un cugino. Ma non è per caso il solito uomo?” Giovanna assunse un'espressione perplessa. "Quindi -disse- tu sostieni che noi due veneriamo lo stesso Dio e che solo le forme in cui lo veneriamo sono diverse?" "Esatto Giovanna. Le forme non contano. L'importante è l'essenza. L'essenza divina è uguale per tutti; è l'essenza dell' Amore. Entrambe amiamo l'Universo e ogni creatura in esso contenuta". "Ma io ho un bisogno estremo delle forme della mia Religione! Non posso rinunciarvi!" "E infatti non devi rinunciarvi. Le forme sono un bisogno umano e ognuno deve essere libero di venerare Dio, o anche di non venerarlo, come meglio crede. L'importante è riconoscere che la varietà delle forme emana comunque dallo stesso Principio universale; il Principio dell'Amore. Giovanna, non c'è contraddizione tra la tua fede cristiana e la mia fede in Diana. Sono entrambe vere ed entrambe false; entrambe sono state istituzionalizzate ed entrambe sono state perseguitate. Ma la nostra missione, la mia e la tua, è la stessa missione". Giovanna fu scossa da un leggero fremito. Si voltò lentamente verso la propria interlocutrice. Nei suoi occhi vi era una strana luce. "La stessa missione, dici? Non è facile da credere e infatti non ci crederei se non fosse per le mie Voci. Sento dentro di me che dici la Verità. Ma io, dentro di me, sto combattendo. Se quello che dici è vero, dammi un segno!" Aradia si fece più seria. "E tu, ti ricordi quale segno hai dato al tuo re?" "Gli dissi che lui era l'erede legittimo del trono di Francia". "E io ti dico che tu, una semplice Pulzella, fosti scelta da Dio per un duplice scopo: salvare prima la Francia e poi salvare questo Universo. Lo faremo insieme". "Io questo lo sapevo. Ma non riesco a sentirmi pronta a collaborare con te". "Ti sei mai chiesta, Giovanna, perchè Dio ha voluto che la Francia fosse indipendente?" Giovanna allargò gli occhi. "Ma, mi sembra chiaro. Voleva che il mio paese fosse libero e indipendente! Gli inglesi furono cacciati!" "Si, Pulzella, ma tante nazioni sono state schiacciate da tante altre nazioni per secoli e secoli e Dio non ha mai mosso un dito. Perchè la Guerra dei Cento Anni doveva per forza risolversi con la sconfitta degli Inglesi?" Giovanna inarcò le sopracciglia. "Bè, Aradia, puoi immaginare che io questa informazione alle mie Voci non l'ho mai chiesta. Io obbedivo e basta". "Ecco, Giovanna, io invece alle mie Voci l'ho chiesto. Io lo so". "Tu lo sai, e io no?" "Dio ha voluto così. Ha voluto che te lo dicessi io. Ascolta". "Sono tutta orecchi". "Sarò comunque breve. Grazie a te la Francia, alla fine del Quattrocento, era il più forte, il più unitario e il più esteso degli Stati europei. Invece, se avessero vinto gli Inglesi, sarebbe stata simile all'Irlanda, una colonia di fatto. L'alleanza con la Borgogna avrebbe permesso agli Inglesi di impadronirsi del resto d'Europa. E, di conseguenza, di tutti gli altri continenti oltremare. L'Inghilterra sarebbe stata il solo, unico, grande, impero coloniale. Non ci sarebbe stata la Riforma protestante, ma solo la Riforma anglicana; la sede del Papato sarebbe stata trasferita a Londra e la Chiesa cattolica si sarebbe fusa con quella anglicana. L'unica altra potenza rivale dell'Inghilterra sarebbe stata la Russia. Non vi sarebbero state nè la rivoluzione americana, nè quella francese. Soltanto quella inglese, che è stata più moderata. Non ci sarebbe stato l'Illuminismo. La rivoluzione industriale si, ci sarebbe stata, ma si sarebbe espansa senza freni a tutto il pianeta, senza critica sociale. Niente socialismo, niente marxismo, niente movimento operaio. La meccanizazzione del pianeta, il pauperismo, l'inquinamento, l'effetto serra, si sarebbero sviluppati molto più rapidamente. A causa di questo, senza opposizione sociale, la vita sulla Terra si asrebbe estinta con un secolo di anticipo rispetto a quanto avvenne". "Quindi non ci sarebbero stati superstiti sulla Luna?" "No, Giovanna, l'umanità si sarebbe estinta del tutto. Noi ora non saremmo qui. E adesso, o meglio, tra cinquant'anni, tu dovrai salvare di nuovo l'umanità. O, meglio, noi due la salveremo insieme". "E tu sai da che cosa la dovremo salvare?" "Non ancora. Le Voci ce lo diranno al momento opportuno. Comunque so che sono evidenti anche a te le contraddizioni del Progetto cosmista". "Altro che. Ne ho discusso in modo aspro in più occasioni con Fedorov che tra l'altro, come sai, per me è un aderente all'eresia ortodossa orientale" "Lo so Giovanna, ma dovresti aver capito che le forme non sono importanti". "Sto comprendendo-disse Giovanna con una grande profondità nello sguardo- che è più importante il fine ultimo. Le forme sono semplici mezzi; comunque, io, per me, non posso farne a meno". "E, come ti ho già detto, fai bene. Perchè le forme, le tradizioni, servono a soddisfare il nostro senso estetico e a nutrire il nostro essere; e ciò accade proprio, con più forza, quando si riconosce il valore della molteplicità delle forme". "Ma tu vuoi comunque realizzare l'Epoca della Figlia; io invece voglio il Regno di Dio!" "Non c'è differenza Giovanna". "Sei sicura?" "Sono sicura, così come sono sicura che la Figlia sei tu". "IO?" Giovanna lanciò quasi un urlo e si agitò sulla panchina; ma dopo due secondi era già calma; assunse un'aria riflessiva e disse:"Le mie Voci...." "Ti stanno dicendo che è vero.-continuò Aradia- Non mi stancherò mai di dirti che le forme non contano, Giovanna. Ma i simboli si". "I simboli?" "I simboli che hanno accompagnato la tua venuta sulla Terra. Tu, non li hai notati?" "Io ho sempre fatto riferimento alle mie Voci e basta". "Lo sapevo. Te li dico io. Tu sei nata il 6 Gennaio, giusto?" "Giusto". "Il 6 Gennaio è il giorno in cui Diana volava sopra i campi con la scopa per benedirli" "Non c'entra niente con me! Per l'amor di Dio, non ho mai creduto nè alle Fate, nè alle Streghe, nè alle Fattucchiere!" "E non devi crederci Giovanna. Credi solo a Dio; la forma non ha importanza. Anche tu, al processo, hai detto che l'abito non conta". "E' vero!" "Si, è vero. Le forme sono come gli abiti. Quello che conta è chi li indossa, e il motivo per cui li si indossa, come li hai indossati tu per salvare la Francia e l'umanità". Giovanna ascoltava con perplessità. "Un altro segno, Giovanna -continuò Aradia- è il mese di Maggio" "Maggio?" "Si, tutti i fatti più importanti della tua prima vita sono accaduti in Maggio. Il 13 Maggio 1428 ti sei incontrata per la prima volta con il capitano di Vaucouleurs Robert de Baudricourt. L' 8 Maggio 1429 hai liberato Orleans dall'assedio. Il 23 Maggio 1430 sei stata catturata a Compiegne. E il 30 Maggio 1431 sei stata bruciata sul rogo a Rouen". "In effetti Aradia, mi sono sempre chiesta anch'io se questa ricorrenza del mese di Maggio nella mia vita avesse un significato oppure no". "Lo ha Giovanna. Maggio, nell'antica Roma, era il mese dedicato a Maia; un' altra delle tante antiche divinità della fertilità e della madre Terra. Cioè, un altro antico riferimento alla Grande Madre. Come Diana. Come me. Come te, Figlia della Grande Madre". Giovanna osservò Aradia con un'espressione di timore negli occhi. "Non aver paura, -le disse Aradia con dolcezza- è soltanto un altro modo per dire Figlia di Dio. Con te iniziò l'epoca della Figlia. Come avevo profetizzato io un secolo prima, tu saresti stata la prima donna, dopo il Medioevo, a rivendicare apertamente di vestirti come un uomo, di batterti come un uomo. Con te è iniziata l'epoca degli Stati nazionali senza i quali, tre secoli dopo, non ci sarebbero state le rivoluzioni democratiche. E' stato un processo travagliato, come predissi allora, e non è ancora concluso. Ma tu lo concluderai con me". Alcune lacrime colarono dagli occhi della Pulzella. "Capisco il tuo pianto. Stai prendendo coscienza della tua missione, vero?" "In parte Aradia. Sento dentro di me che dici il vero. Però ancora non comprendo fino in fondo lo scopo della missione" "Giovanna, tu sei sempre stata generosa verso i poveri, li hai sempre soccorsi, giusto?" "Giusto" "Ecco, la Grande Madre vuole ripristinare l'epoca in cui non c'era differenza tra ricchi e poveri. Non c'è contraddizione, in questo, con il Dio cristiano". "Comprendo Aradia, ma questo obiettivo non è già stato realizzato qui, nell'Universo attuale? Non c'è un altro obiettivo?" "Quello che è stato realizzato qui è debole e precario; e lo si vedrà tra cinquant'anni. Non ci sono soltanto i difetti del Progetto cosmista che conosciamo; in pentola bolle qualcosa di peggio". "E dopo aver compiuto anche questa missione, dopo, avremo davvero la vera Giustizia, la vera Pace?" "Si, e anche di più. Questo Universo era comunque nel disegno di Dio, nel disegno della Madre. Era un passaggio fondamentale, ma sarà chiaro dopo. Io posso darti anche un altro segno". "Quale?" "Tu, come me, non hai il mestruo" Giovanna strabuzzò gli occhi. "Te lo hanno detto i medici?" "Non ho mai incontrato i tuoi medici, i quali sono tenuti al riserbo. Lo so dalle mie Voci. Sono senza mestruo anch'io. Noi due siamo entrambe androgine, Giovanna". Giovanna parve calmarsi. "Un altro segno per la nostra missione?" "No, questo è qualcosa di diverso. Devo dirti qualcosa che ti sconcerterà di più. Pensi di sopportarlo?" "Penso proprio di si Aradia". "Io conosco il tuo segreto più intimo. E so quello che provi per me; è la stessa cosa che io provo per te". Giovanna diventò rossa. Con voce quasi rauca disse: "Io ho fatto voto di castità!" "Fino a quando a Dio sarebbe piaciuto. Così dicesti al processo. E adesso a Dio non piace più, Giovanna". Giovanna si mise a gesticolare con le mani, ripetendo spasmodicamente i movimenti che faceva quando cuciva. Poi alzò la testa di scatto, si voltò verso Aradia e prese a fissarla con ardore. "Le mie Voci mi hanno confermato che quello che mi hai appena detto è vero" disse la Pulzella. I loro sguardi aumentarono d'intensità. I due volti si avvicinarono. Poi Aradia mise una mano dietro la nuca di Giovanna e spinse la sua testa contro la sua. Si baciarono a lungo e con grande avidità.
  3. Vinicio Dolfi

    Esperienza di Presentazione.

    Si farà il 9 Luglio in un Osservatorio. Poi, vicino al 20, in una libreria del centro.
  4. Vinicio Dolfi

    L'inizio della Caduta

    E' una distopia che non appartiene al futuro ma la viviamo qui ed ora.
  5. Vinicio Dolfi

    Sulla soglia dell'eternità

    Struggente. Si, siamo tutti sulla soglia dell'eternità. Dipingere, come scrivere, come qualsiasi cosa da creare, lo facciamo per sentirci parte del tutto; ma siamo comunque soli. E' una battaglia contro la solitudine; in qualunque modo finisca questa battaglia, superata la soglia, non saremo più soli. Io almeno la vedo così; questo è quello che mi fa sentire questo breve racconto.
  6. Vinicio Dolfi

    L'amore in Novembre

    Voglio fare un tentativo di commento anch' io, ed è, per me, un'impresa ardua visto che è un genere che non conosco e a cui non sono appassionato; inoltre sono un vero novellino. I dialoghi sono ben sviluppati, si evolvono logicamente; forse meccanicamente; la descrizione dell'ambiente è lacunosa; ammetto di essere molto legato alle immagini e quindi avverto particolarmente questa mancanza. Credo anch'io che per i dialoghi siano meglio le virgolette. I dialoghi a due preferisco costruirli direttamente (dopo l'avvio iniziale) facendo parlare direttamente i protagonisti senza più riferirsi al soggetto che parla. <<Non credo alla gente che ti vuole insegnare i sentimenti, conosco il significato della parola amare, ma io non posso amarti, la tua presenza non serve a fermare la mia voglia di fuggire.>> La giovane donna aggiunge <<Chiediti piuttosto cosa vuoi veramente? Guardati sei solo un egoista uguale a me e non sai ascoltare, sei un bambino che si impunta e batte i piedi, se potessi compreresti il mondo per poi stufartene.>> La donna sembra un torrente in piena <<Ti sei vestito da gentiluomo cortese, ma sei solo un banale uomo sposato stanco della routine famigliare, un mediocre che affitta sogni di altri ai quali nel profondo non crede.>> Non avrei messo "La giovane donna aggiunge" ma avrei prolungato il suo intervento. "La donna sembra un torrente in piena" è appropriato, ma non avrei chiuso e raiperto le virgolette, avrei inserito la frase nel discorso con le linee - -. Comunque, va ovviamente bene lo stesso. Invece di dire "giovane donna" e "uomo" io avrei usato i nomi propri dopo aver inserito una breve descrizione dei due. Sono comunque scelte personali; come quella di descrivere la stanza, cosa di cui ammetto di sentire la mancanza per mie caratteristiche personali. Trovo piacevole tutta la dinamica che segue e anche le metafore inserite nei dialoghi; è tutto molto coinvolgente e interessante perchè viene data un'idea di "movimento" che io apprezzo molto. Trovo magari troppo elaborata, troppo ingegnosa, quindi lontana dalla realtà, l'ultima risposta che la donna dà all'uomo: << E tu lo sai che prima o poi scavalcherò quel muro per inseguire altri fantasmi, il ricordo di mille baci non sarà capace di fermarmi. Odio il tempo perché ucciderà quello che ora siamo e noi affonderemo senza scialuppe come tutti gli altri.>> Il finale è bello.
  7. Io ho esordito l'anno scorso con il romanzo "Rinascita sulla Luna", pubblicato da Montag. Ho scritto poi un secondo romanzo, di un terzo più lungo, che è attualmente in visione presso l'editore e che sarà eventualmente pubblicato nel 2020. Tuttavia io, curioso delle possibili reazioni, ho deciso di postare qui una parte del terzo capitolo. Il titolo del lbro è "La seconda missione di Giovanna d'Arco" e il romanzo tratta appunto di una avventura, ambientata nell' Universo futuro del XXXVI secolo, popolato da resuscitati delle epoche passate, che ha per protagnista la resuscitata Giovanna d'Arco. Nella parte che riporto narro l'incontro tra Giovanna d'Arco e il suo paggio Louis De Coutes dopo la loro resurrezione. La storia è narrata da De Coutes. Ecco: Mi incamminai su per il pendio che si innalzava dietro la casa. Conoscevo il luogo perchè lo avevo visionato su Internet; sapevo che Giovanna era all'eremitaggio di nostra Signora di Vermont. Salii di gran lena e quando fui a poco più di metà strada mi apparve, in tutta la sua maestosità, un grande faggio dotato di enormi e lunghi rami che scendevano quasi a terra. Non c'erano dubbi; era il famoso Albero delle Fate! Quando lo raggiunsi mi avvidi che l'enorme faggio troneggiava su un pianoro verde, poco distanziato dal limite della foresta di querce, sul quale proiettava una maestosa ombra. E in quest‘ ombra, a pochi metri dal tronco, zampillava l'acqua cristallina di una sorgente. In quello scenario paradisiaco una decina di gioiosi bambini si davano da fare a raccogliere fiori e a intrecciarli per farne ghirlande che poi andavano ad attaccare ai rami più bassi del grande albero. "Buongiorno signore" mi disse una bambina agitando una manina. Era seduta a terra ed impegnata a relizzare una ghirlanda. "Buongiorno signorina. Che cosa fate di bello?" "Facciamo corone di fiori per le Fate" rispose la piccola. "Alle Fate piacciono questi fiori?" "Certo che gli piacciono. -mi rispose un altro bambino arrampicato ai piedi dell'albero- E' per questo che mantengono l'acqua della sorgente fresca e pulita!" "Avete visto Giovanna?" chiesi. Mi risposero quasi tutti insieme indicandomi il nord: "zia Giovanna è lassù, alla cappella". Là, dove avevano indicato i bambini, vidi in lieve lontananza, vicino al margine del bosco, una figura nera china di fronte ad una piccola costruzione in pietra grigia. Salii ancora il pendio. E la vidi lì: china di fronte all'immagine della Vergine, a mani giunte, recitava il Padre Nostro. Assorta nella preghiera non si accorse di me. Aspettai con trepidazione. La vidi farsi il segno della croce; poi si alzò. Si voltò. Ebbi un tuffo al cuore e mi sentii avvampare quando, dopo tanti anni (55 anni, ma in realtà erano 2008!) rividi quel magnifico volto. Il suo viso tondo, delicato, si allargò in una espressione di gioia indescrivibile. I suoi grandi occhi marroni, quasi sporgenti, entrarono nei miei e mi sentii penetrare da quello sguardo luminoso (sempre più luminoso!) fin dentro l' anima.....era come l'avevo vista in battaglia: il suo corpo era perfetto, ben proporzionato; i capelli neri erano tagliati corti; indossava gli abiti da uomo del Quattrocento: camicia bianca di lino; calzoni neri che si attaccavano ad un farsetto nero tramite lacci di cuoio; alti stivali di pelle dotati di lucenti speroni. "Louis!" gridò al culmine della gioia. "Giovanna!" gridai a mia volta. Ci venimmo incontro e ci abbracciammo tra le lacrime.........Abbracciati stretti, a nessuno di noi due sembrò vero di poter sentire la pressione e il calore del corpo dell'altro.....io che l'avevo vista pregare e piangere nel castello di Chinon, che l'avevo seguita a Blois e poi a Orleans, che le avevo tante volte recato le sue armi, il suo cavallo, il suo prodigioso stendardo.....che le ero stato accanto in battaglia e avevo assistito a tutte le sue vittorie...da Orleans a Patay, all'incoronazione di Carlo VII a Reims....(e lui, il re, non si faceva vedere....era uno di quelli che si sentivano in colpa) e fino alle porte di Parigi..........ecco, non è possibile, amici lettori, descrivere un'emozione del genere; e so, per averne parlato con lei tante volte, che neanche Giovanna è in grado di descrivere quello che provava. Finì di piangere sulla mia spalla; poi mi guardò in faccia contangiandomi con il suo magico sorriso e mi disse con la sua caratteristica voce bassa, dolce e irresistibile: "Cattivo giovinetto! Ce ne hai messo di tempo!" Scoppiai a ridere tra le lacrime di gioia; poi gli risposi: "Volevo esser sicuro che entrambi fossimo ben pronti per l'incontro. Sono proprio così cattivo?" "O no ragazzo; anche quella volta, a Orleans, tu non avevi colpa. Anzi, fosti bravo a passarmi lo stendardo dalla finestra e a raggiungermi subito dopo". Emisi un sospiro; lei rise. Dopo una serie di sospiri reciproci sciogliemmo l'abbraccio. Continuammo a guardarci in faccia sorridendoci a vicenda. Poi io dissi: "Non mi sembra vero, mia Signora, che noi due si sia qui, insieme, in un altro mondo....sapessi quanto mi sono disperato quando ho saputo......" "Lo so. -mi interruppe- Ma chiamami Giovanna; lo preferisco". "Va bene". Si guardò un pò intorno; poi mi indicò la panchina di pietra posta ai margini della radura. Ci sedemmo. Uno dei bambini la salutò dal prato dell'Albero delle Fate e lei contraccambiò calorosamente il saluto. "Hai voluto tu i bambini a Domremy?" le chiesi. "Diciamo che ho fortemente contribuito alla loro presenza. Un mondo senza bambini non è un vero mondo"."Credo che tu abbia ragione. L'umanità ha sconfitto la morte. Eppure, a quanto pare il Paradiso ha un prezzo; siamo quasi senza bambini". Il suo sguardo si fece più serio. "Questo non è il Paradiso". Pronunciò questa frase con una voce più bassa del solito; e vidi sul suo volto una lieve malinconia. "Intendi dire che te lo aspettavi diverso?" le chiesi. "No.-affermò con decisione- Intendo proprio dire, in senso letterale, che questo non è il Paradiso!" "E allora, secondo te, questo mondo in cui noi ora ci troviamo, che cos'è?" Lei si fece ancora più seria. "Questo è un mondo artificiale. Il vero Paradiso è quello che è stato creato dal Re dei Cieli, da colui per il quale ho combattuto in Francia". Fui invaso dalla perplessità. Anche se l'avevo vista pregare pensavo che lo facesse per fedeltà ai riti a cui era affezionata. Invece, ci credeva ancora? Non mi decidevo a chiederglielo, ma lei indovinò i miei pensieri e mi precedette: "Non essere imbarazzato, so a cosa pensi. Si giovinetto, io credo ancora; anche più di prima, a dire il vero. Ne ho le prove". "Quali prove?" "Le mie Voci". "Le tue Voci? Ancora...." ero stupefatto. "Si, ancora. Si sono rifatte vive due mesi dopo il mio recupero. Adesso le sento più raramente, ma ogni tanto si rifanno vive, e le riconosco. In realtà, non hanno un'identità ben precisa. Non l'avevano nemmeno allora; io le attribuivo all' Arcangelo Michele, a Santa Caterina e a Santa Margherita, ma questo non ha importanza. L'importante è che sono sicurissima che le Voci vengono da Dio". "E che cosa ti dicono le tue Voci?" "Mi hanno detto che questo mondo creato dall'uomo non è lo stadio finale dell'umanità. Siamo in realtà tutti destinati ad andare nel vero Paradiso, che non è questo". "Quindi il Progetto cosmista non è valido? Perdonami, Giovanna, ma sapendo quello che sappiamo adesso, che siamo risorti, che l'Universo è così grande, ecco, non credi che le religioni della nostra epoca fossero soltanto, ecco, delle creazioni della mente umana?" Giovanna arrossì ed il suo corpo tremò lievemente. Con voce irata mi disse: "Stai insinuando che Dio non esiste? Preferirei farmi strappare tutte le membra piuttosto che rinnegare la mia fede. Sappi, giovinetto, che le mie Voci mi hanno detto che queste resurrezioni in realtà sono temporanee, che ci aspetta un'altra resurrezione veramente definitiva.....e che l'Universo che conosciamo è ancora troppo piccolo in confronto a quello che ha creato il Signore....noi andremo nell'Empireo! Io l'ho visto!" "L'Empireo..." esclamai io a bocca aperta, ma lei non mi lasciò parlare e proseguì "L' ho visto quand'ero sul rogo!". Io aggrottai la fronte. Tremando, tutto quello che mi riuscì di dire fu "Il rogo?..." "Si, caro garcon, il rogo. In quell'attimo in cui ero tra la vita e la morte, tra le tanti visioni, ho visto anche la luce dell' Empireo". La guardai tremando, nel mio intimo, di paura. Aveva toccato un argomento tremendo, che avrei preferito evitare. Infine mi decisi a dirgli, nel modo più delicato possibile: "Non oso pensare, Giovanna, quanto deve essere stato tremendo...." ma lei mi interruppe di nuovo (e la ringrazio ancora per questo) e con un improvviso lampo di malizia negli occhi mi disse: "Non è stato come pensi. Martin Ladvenu mi ha aiutata". "Come sarebbe ti ha aiutata? Sappiamo che ti diede i sacramenti" "Si, in cella, mio caro ragazzo, mi diede il sacramento dell'Eucaristia. Ma l'ostia che mi mise sulla lingua era molto particolare". Ebbi un tuffo al cuore. "Cosa ti diede?" "Quel buon frate me ne parlò ai margini della confessione. E io accettai la cosa come un dono, un aiuto del Signore. Mi disse di aver preparato un'ostia lievemente ispessita e cava all'interno. In tale cavità aveva messo un concentrato di estratto di semi di tasso". "L'albero della morte!" esclamai allargando gli occhi. "Esatto garcon. La quantità che mi mise in bocca era sufficiente ad uccidermi all'istante. Io, per tutto il tempo fino al momento dell'esecuzione, tenni quell'ostia ferma su un lato della bocca". Ero piacevolmente sorpreso. "Ma allora, non sei bruciata viva?" "Ci è mancato poco, perchè io, mentre le fiamme si avvicinavano, ebbi nuovamente le visioni dei Santi e mi dimenticai di ingerire l'ostia. Lo feci all'ultimo momento, dopo aver sentito le prime ustioni alle gambe; sai, fu quando gridai forte: Gesù!". "Hai ingerito il veleno in quel momento?" "Si, ho sentito ancora per pochi secondi le fiamme, ma ero già in stato di semi-coscienza e poi sono morta.". "Bè, meglio così" dissi guardando mestamente verso terra. "Comunque-lei proseguì-la cosa più importante furono le mie visioni". "E cosa hai visto?" "Subito dopo aver chiesto dell'acqua benedetta mi è apparsa una luce rosa. Ecco, mi sembrava di volare in un immenso cielo rosa. Ho pensato di essere in Paradiso e mi sono messa a pregare. Ho pregato di nuovo Santa Caterina, Santa Margherita e l' Arcangelo Michele, i quali mi sono apparsi di nuovo". "Erano proprio loro?" "Ho visto solo delle sfere di luce, ma sono sicura che erano loro: li ho riconosciuti dalla voce. Mi hanno detto che quello era l'Empireo e che mi sarei trovata lì dopo aver svolto la mia seconda missione". "La tua seconda missione?" esclamai ancora sorpreso. "Si, fui sorpresa anch'io. E infatti gli chiesi: ma dunque non sono morta? Non ho finito il mio compito? Mi rispose l'Arcangelo Michele: Questa morte è solo un passaggio. Ti ridesterai a una nuova vita nella quale adempirai ad un altro e più grande servizio. E dopo, Figlia di Dio, tutti verranno qui a godere i frutti dell'Età dello Spirito" poi l'Arcangelo sparì: vidi per un attimo la faccia di Gesù, gridai il suo nome, sentii dolore e ingerii l'ostia. Mi ricordo di aver visto una colomba bianca". Mi voltai di scatto verso di lei "Una colomba...." dissi quasi balbettando, ma lei mi interruppe di nuovo "Si, è stata l'ultima cosa che ho visto e ho saputo la storia di quel soldato inglese che disse di aver visto una colomba bianca tra le fiamme del rogo mentre morivo. Le mie Voci mi hanno detto che era un altro segno del Signore". Dentro di me ero confuso. Dopo il mio risveglio ero diventato ateo; adesso, nel giro di pochi minuti, unicamente perchè avevo conversato con Giovanna, ero passato dall'ateismo all'agnosticismo per approdare ad un nuovo incerto teismo......eppure c'era qualcosa che non andava. Misi le mani sulle ginocchia e scossi la testa; dentro di me giunsi alla conclusione che tutte quelle visioni, da quelle avute in punto di morte fino a quelle verificatesi dopo il suo risveglio, non erano altro che allucinazioni. Cosa ci poteva essere di più, per l'umanità, che non fosse la sua nuova, immortale condizione, estesa a tutte le generazioni? Ma non potevo dirlo a Giovanna. Dovevo assecondarla; e, facendolo, mentendo a colei che era, come aveva scritto Mark Twain, la persona più straordinaria di tutti i tempi, non potevo fare a meno dentro di me di provare un grande rimorso. "Bè, -dissi sorridendo- ringrazio Dio che tu non abbia sofferto troppo. Credo che le tue Voci, se sono reali, sapranno condurti di nuovo, come ti condussero allora". Lei si alzò, si mise dritta in piedi di fronte a me e guardandomi con severità mi disse con voce ferma: "Le mie Voci sono reali! Lo hanno stabilito anche gli psicologi che hanno sondato il mio cervello. Non soffro di allucinazioni" "Scusa, non sapevo questo. -gli risposi imbarazzato- Ma allora, cosa può essere questa seconda missione? Cosa può succedere di più ancora?" "Questo le Voci non me lo hanno ancora detto. Ma so che ci vorrà ancora tempo. La mia missione non comincerà prima che siano trascorsi almeno centotrent'anni da adesso". Detto questo si allontanò in direzione del margine del bosco e io gli andai dietro. Si fermò accanto alle prime querce e guardò dentro il bosco. Mi fermai alle sue spalle e guardai anch'io. "Vedi quell'albero, diverso dalle querce?" "Si, ha le foglie ad aghi" "Si, è un sempreverde e durante la nostra prima vita era molto longevo. Eppure è l'albero della morte. E' un tasso". "Si, capisco. Martin Ladvenu è stato bravissimo. Credo che andrò a trovarlo". "E fai bene" mi replicò lei mentre si voltava verso di me. "Vieni, -aggiunse- è ora di tornare a casa". Ci incamminammo giù per il pendio da dove ero venuto. Ci lasciammo alle spalle i bambini che, ridendo e scherzando, continuavano a giocare sotto l' Albero delle Fate.
  8. Vinicio Dolfi

    Nell' Empireo.

    Si, ho lasciato perdere perchè mi sono poi occupato di altro....comunque, questa prima, lunghissima e inedita storia mi è servita come "palestra" per le storie successive.
  9. Vinicio Dolfi

    L'incubo delle presentazioni a rischio flop

    Sono stato contattato da un' Associazione di astrofili che gestiscono un'importante Osservatorio in montagna qui vicino. Dovrei riuscire a fare una Presentazione con loro a Luglio, in concomitanza con il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Questa volta andrà meglio.
  10. Vinicio Dolfi

    Esperienza di Presentazione.

    Sono stato contattato da un' Associazione di astrofili che gestiscono un'importante Osservatorio in montagna qui vicino. Dovrei riuscire a fare una Presentazione con loro a Luglio, in concomitanza con il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Questa volta andrà meglio.
  11. Vinicio Dolfi

    L'incubo delle presentazioni a rischio flop

    Ho deciso di riportare anche qui la mia esperienza, linkandola, perchè la rubrica "Incubi dello scrittore", in cui l'ho posta, credo sia meno consona. Dunque: Vorrei parlare della mia prima esperienza di presentazione del mio libro; a dire il vero, non è la prima in senso cronologico, ma la prima sostanziale. Io ho pubblicato con un piccolo editore emergente con il quale ho un' ottimo rapporto. Non ho mezzi per promuovere il mio libro, e io stesso di copie ne ho acquistate poche non potendo fare di più. Tuttavia, due mesi dopo la pubblicazione ottengo una importante recensione su una rivista scientifica online di alto livello. Questo mi sprona a tentare una presentazione; la faccio in una piccola libreria, ma non viene gente. Tento di farla in biblioteca, ma non me la accettano con la motivazione che l'ho già fatta e non vogliono replicare eventi. Prendo allora accordi con un'associazione di astrofili, diretta da astronomi professionisti, che opera nell'ambito del Museo della Scienza di una città vicina. Nel frattempo scrivo un secondo libro che invio all'editore. Dopo 7 mesi di trattative, la presentazione si tiene infine in una sala adiacente al Museo; mi assiste un giovane astrofisico. E' prevista al termine della serata l'osservazione della Luna. Viene fatta pubblicità online. Una mia amica viene da lontano per assistere; ma interviene il maltempo di questo Maggio strano. Non sarà possibile osservare il cielo, quindi viene meno gente del previsto. Saranno stati, oltre ai miei 4 amici che già hanno preso il libro, una decina di persone. Le 15 copie del libro per la presentazione mi vengono fornite dall'editore tramite un accordo extracontrattuale. Io mi sono preparato un discorso che ho memorizzato; sono eccitato ma anche timoroso perchè io, per tutta la vita, sono stato un timido. Comincio a parlare a briglia sciolta. Molto sciolto. Sicuro, anche perchè con il proiettore negli occhi non vedo le facce dei presenti. Resto un pò indeciso quando l'astrofisico interviene, interrompendomi, per frami cambiare argomento. Ma non ho difficoltà a cambiare argomento, almeno per i primi cambi. Parlo in modo fluido. Ad un certo punto vengono proiettate le diapositive. Discuto con l'astrofisico. Verso la fine, con gli ultimi argomenti, la cui agenda viene decisa sempre dall'astrofisico, mi sembra di essere un pò incerto, un pò meno efficace, anche se i miei amici dicono di no. Non ho mai parlato così a lungo in pubblico fino a quel momento; soprattutto, non con quella sicurezza. Anche l'astrofisico è alla prima esperienza in questo campo. Concludo, dopo l'ultima dritta dell'astrofisico, con parole diverse da quelle che avevo previsto e forse pure un pochino più incerte ma che comunque arrivano a focalizzare i concetti che voglio trasmettere. Alla fine l'astrofisico chiede se ci sono domande del pubblico e se qualcuno vuole può comprare il libro. Io dico "Si, se avete domande fatele". Non aggiungo altro però. C'è solo una domanda. Un signore, che poi andrà pure a vedere il libro ma senza comprarlo, chiede se nel libro c'è tutto quello che viene descritto. Io dico di si, che ho voluto combinare insieme romanzo e riflessione storico-filosofica, senza descrivere come. Questo lo spiega parzialmente l'astrofisico che interviene nella risposta. Non essendoci altre domande, l'astrofisico dichiara chusa la serata, e a mio modo lo fa in modo un pò brusco perchè la gente resta per un pò immobile sulle sedie, con aria meditabonda, e lui ripete che è finita. Credo dipenda dall'inesperienza di questo giovane scienziato a cui comunque io devo molto. Copie vendute: zero. Il giorno dopo lo dico all'editore il quale mi dice che le posso tenere per gli eventi futuri. Io e i miei amici stiamo infatti tentando di organizzare altre presentazioni. Ecco, loro, i miei amici, mi dicono che ho fatto bene; tuttavia io, a causa della mia timidezza (che in me è sempre stata forte, anche se adesso meno di alcuni anni fa) credo di non essere stato del tutto coinvolgente con il pubblico. Magari, qualcuno mi ha detto che sono "un'enciclopedia umana". Certo, immagino che potevo fare di più; devo guardare avanti e la prossima la farò ancora meglio. Il maltempo ha contrastato sicuramente l'evento.
  12. Vinicio Dolfi

    Esperienza di Presentazione.

    Vorrei parlare della mia prima esperienza di presentazione del mio libro; a dire il vero, non è la prima in senso cronologico, ma la prima sostanziale. Io ho pubblicato con un piccolo editore emergente con il quale ho un' ottimo rapporto. Non ho mezzi per promuovere il mio libro, e io stesso di copie ne ho acquistate poche non potendo fare di più. Tuttavia, due mesi dopo la pubblicazione ottengo una importante recensione su una rivista scientifica online di alto livello. Questo mi sprona a tentare una presentazione; la faccio in una piccola libreria, ma non viene gente. Tento di farla in biblioteca, ma non me la accettano con la motivazione che l'ho già fatta e non vogliono replicare eventi. Prendo allora accordi con un'associazione di astrofili, diretta da astronomi professionisti, che opera nell'ambito del Museo della Scienza di una città vicina. Nel frattempo scrivo un secondo libro che invio all'editore. Dopo 7 mesi di trattative, la presentazione si tiene infine in una sala adiacente al Museo; mi assiste un giovane astrofisico. E' prevista al termine della serata l'osservazione della Luna. Viene fatta pubblicità online. Una mia amica viene da lontano per assistere; ma interviene il maltempo di questo Maggio strano. Non sarà possibile osservare il cielo, quindi viene meno gente del previsto. Saranno stati, oltre ai miei 4 amici che già hanno preso il libro, una decina di persone. Le 15 copie del libro per la presentazione mi vengono fornite dall'editore tramite un accordo extracontrattuale. Io mi sono preparato un discorso che ho memorizzato; sono eccitato ma anche timoroso perchè io, per tutta la vita, sono stato un timido. Comincio a parlare a briglia sciolta. Molto sciolto. Sicuro, anche perchè con il proiettore negli occhi non vedo le facce dei presenti. Resto un pò indeciso quando l'astrofisico interviene, interrompendomi, per frami cambiare argomento. Ma non ho difficoltà a cambiare argomento, almeno per i primi cambi. Parlo in modo fluido. Ad un certo punto vengono proiettate le diapositive. Discuto con l'astrofisico. Verso la fine, con gli ultimi argomenti, la cui agenda viene decisa sempre dall'astrofisico, mi sembra di essere un pò incerto, un pò meno efficace, anche se i miei amici dicono di no. Non ho mai parlato così a lungo in pubblico fino a quel momento; soprattutto, non con quella sicurezza. Anche l'astrofisico è alla prima esperienza in questo campo. Concludo, dopo l'ultima dritta dell'astrofisico, con parole diverse da quelle che avevo previsto e forse pure un pochino più incerte ma che comunque arrivano a focalizzare i concetti che voglio trasmettere. Alla fine l'astrofisico chiede se ci sono domande del pubblico e se qualcuno vuole può comprare il libro. Io dico "Si, se avete domande fatele". Non aggiungo altro però. C'è solo una domanda. Un signore, che poi andrà pure a vedere il libro ma senza comprarlo, chiede se nel libro c'è tutto quello che viene descritto. Io dico di si, che ho voluto combinare insieme romanzo e riflessione storico-filosofica, senza descrivere come. Questo lo spiega parzialmente l'astrofisico che interviene nella risposta. Non essendoci altre domande, l'astrofisico dichiara chusa la serata, e a mio modo lo fa in modo un pò brusco perchè la gente resta per un pò immobile sulle sedie, con aria meditabonda, e lui ripete che è finita. Credo dipenda dall'inesperienza di questo giovane scienziato a cui comunque io devo molto. Copie vendute: zero. Il giorno dopo lo dico all'editore il quale mi dice che le posso tenere per gli eventi futuri. Io e i miei amici stiamo infatti tentando di organizzare altre presentazioni. Ecco, loro, i miei amici, mi dicono che ho fatto bene; tuttavia io, a causa della mia timidezza (che in me è sempre stata forte, anche se adesso meno di alcuni anni fa) credo di non essere stato del tutto coinvolgente con il pubblico. Magari, qualcuno mi ha detto che sono "un'enciclopedia umana". Certo, immagino che potevo fare di più; devo guardare avanti e la prossima la farò ancora meglio. Il maltempo ha contrastato sicuramente l'evento.
  13. Vinicio Dolfi

    Aforismi

    Ne propongo un altro di Spinoza: "Non deridere, non compiangere, non disprezzare, ma comprendere le azioni umane".
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