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lucamenca

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  1. lucamenca

    Neuronauta incipit

    Ciao @Pulsar, grazie per la lettura e le preziose osservazioni. Riguardo la società in cui vive Isaac, ne ho delineato brevemente le caratteristiche in un prologo che qui non ho inserito. Si tratta di una società rigidamente divisa in caste, in cui non bastano solo i soldi per riuscire a passare dall'una all'altra, e come forse avrai intuito chi abita nei Bassifondi è un paria privo di qualsiasi diritto. Il motivo per cui Isaac vi si trovi relegato nonostante le sue abilità verrà spiegato più avanti nella trama, ma affonda nelle sue origini...
  2. lucamenca

    Mezzogiorno d’inchiostro 134 – Off topic

    Ciao @Ippolita2018, grazie per l'invito. Purtroppo in questo periodo sono pieno di lavoro, spero che sarà per un'altra volta.
  3. lucamenca

    Neuronauta incipit

    Ciao @Gualduccig, grazie per la lettura e il commento, sono contento che ti sia piaciuto questo frammento. Ho trovato le tue osservazioni molto preziose, e ho già rimesso mano al brano per applicare alcuni tuoi consigli, in particolare quello sullo "spiegone" (cerco sempre di evitarli, ma a volte ci vuole l'occhio del lettore) e sul ritmo. Per quanto riguarda "l'asetticità" di Isaac, il discorso è un po' particolare: questa è infatti una storia a bivi e sarà dunque il lettore, tramite le sue scelte, a costruire poco a poco anche la personalità del protagonista. Come hai giustamente notato, l'ambientazione richiama quelle di Gibson, ma l'universo narrativo è completamente differente. Diciamo che ho ripreso alcuni elementi tipici del cyberpunk (come gli ICE) innestandoli nella mia storia. Una breve spiegazione si è resa necessaria per rendere chiaro fin dall'inizio alcuni concetti ai non esperti del genere (mi è stato appunto chiesto cosa fossero questi ICE). Sulla tua ultima domanda, Isaac è in grado di interfacciarsi direttamente alla Rete tramite i suoi neuroni, ma non è perennemente collegato e può decidere di disconnettersi a suo piacimento (o quasi), un po' come se staccasse una spina. Tutto questo poi si fa chiaro con l'evolversi della trama, non l'ho specificato nell'incipit proprio per evitare spiegoni che l'avrebbero appesantito soltanto. A rileggerci! Luca
  4. lucamenca

    Variazioni su un incontro

    Ciao @Mafra, grazie della lettura e del commento. Hai ragione, ogni tanto mi lascio prendere la mano e voglio andare troppo oltre: vorrei trasmettere al lettore tutto quello che penso, ma così facendo lo rinchiudo nel mio ragionamento, mentre invece dovrei solo fornire gli spunti per poterlo lasciar libero di proseguire verso le proprie considerazioni. Grazie per l'appunto, in futuro cercherò di migliorarmi sotto questo aspetto. A rileggerci!
  5. lucamenca

    Note sì, note no

    Ciao @Daleko, grazie per aver condiviso la tua esperienza. Mi è parso di capire che all'interno di una tendenza abbastanza uniforme vi sono delle eccezioni dettate dai gusti delle singole case editrici.
  6. lucamenca

    Variazioni su un incontro

    commento La vedo ogni giorno da un mese ormai. Da quando mi sono trasferito in questa città, da quando ho cominciato a prendere la linea 71. Sale una fermata dopo la mia, alle otto in punto, e scende una prima. Lavoratrice o studentessa universitaria? Difficile dirlo, comunque sembra avere più o meno la mia età. A colpirmi, nell’umanità assonnata che ogni mattina affolla il tram, sono stati i suoi occhi. Occhi grandi e tristi, intrisi di una malinconia troppo profonda per la sua età. Non li tiene incollati a uno smartphone o fissi su un punto immaginario, come tutti gli altri. Li lascia vagare, inquieti, mentre snocciola i propri pensieri. Come faccio anch’io. Oggi il tram è semivuoto, e nella vettura di fondo ci sono solo io. È un sabato, il popolo dei pendolari si gode il tepore delle coperte in questa mattinata uggiosa, ma il capo mi ha costretto a tornare in ufficio per finire quel lavoro in sospeso. Il mio umore, che riflette la cupezza del cielo, si snebbia di colpo quando le portiere si aprono e sotto la pensilina appare lei, il viso affondato fino al naso nel bavero della giacca blu. Sale in fretta e si appoggia al corrimano, lasciandosi dondolare al ritmo della vettura che riparte. Siamo entrambi in piedi, l’uno di fronte all’altra. Anime solitarie sballottate nella vita come dentro questo vagone sferragliante. Entrambi soli. Entrambi in attesa di una luce che spazzi via le tenebre dell’esistenza. - Ciao. Alza gli occhi e, fissandoli nei miei, per la prima volta mi accorgo che sono di un verde cupo, come il manto di cui si copre la mia montagna in primavera. - Ciao… La voce è delicata, un soffio morbido tra le labbra che arriva a lambirmi le orecchie. Il primo passo è fatto. Dicono che sia sempre il più difficile, in tutte le cose, ma nessuno pensa mai che potresti mettere il piede su una mina. E allora come si fa ad andare avanti? L’immobilità è l’unica opzione, la stessa che ora mi paralizza la mente. Ho pensato mille volte a cosa dirle, ma adesso il mio cervello gira a vuoto, incapace di articolare una sola parola. I secondi passano e lei continua a guardarmi, in attesa di un seguito. - È da un po’ che ti vedo… Pessimo inizio. Ora mi prenderà per uno stalker. - Cioè, ogni giorno, qui sul tram… Annuisce appena, forse anche lei si è accorta di me. Sarò divenuto una presenza costante nelle sue giornate? - …e volevo chiederti se va tutto bene. Cioè, mi sembri sempre triste. Ecco, il dado è tratto. Ho fatto il secondo passo, adesso il mio destino non è più nelle mie mani, ma perlomeno ho preso l’iniziativa. E per come sono fatto non è poco. - Tu chi sei? Ha ragione. Che idiota, le sono piombato davanti senza neanche presentarmi. - Piacere, Giorgio. Le tendo la mano. Esita un istante, poi la stringe. La sua è piccola e gelida, nonostante l’abbia tirata fuori dalla tasca. Forse, l’eco del freddo che si porta dentro. Dice il suo nome e un secondo dopo è già volato via. Mi succede sempre così. - Va tutto bene? – Le chiedo cercando di riprendere le fila del discorso. - No. Questo è l’interruttore che fa scattare il mio agire. Le portiere si sono appena aperte e io la prendo per un braccio, trascinandola giù. Lei non fa resistenza, si lascia trasportare. Si fida? A un tavolo del bar più vicino, con una tazza di cioccolata calda davanti, si apre e come un fiume in piena che rompe gli argini mi travolge. Racconta di come sia finita la sua ultima storia, e come ancora ci stia soffrendo. Che fa un lavoro che non le piace, che si è trasferita qui in città per lasciarsi alle spalle l’oppressione di una provincia troppo piccola per i suoi sogni ma, sprofondata in questo grigiore, le manca il mare di casa sua. Che i pochi soldi che guadagna finiscono tutti in affitto, bollette e spese di prima necessità. E anche se le avanzasse qualcosa non avrebbe nessuno con cui condividerlo. Nonostante la tristezza la voce non trema, sugli occhi non affiorano lacrime. È rassegnazione quella che scorgo? E allora le prendo le mani. Adesso non sono più fredde, la cioccolata le ha riscaldate. Ma voglio credere che siano state le mie parole. - Ora non sei più sola. Lo sbattere delle portiere che si richiudono mi riporta al presente. Sono già passate due fermate, i pochi passeggeri saliti nel frattempo hanno occupato i seggiolini più avanti. Noi siamo sempre in fondo, in disparte. I nostri sguardi vagano tra il finestrino e l’interno del tram, sfiorandosi senza mai incrociarsi. Due metri scarsi a separarci, ma sembrano un intero universo. E dire che basterebbe così poco per coprirlo con un salto. - Ciao. Alza gli occhi e, fissandoli nei miei, mi accorgo che sono pervasi da un certo fastidio. L’inizio non è dei migliori, ma ormai mi sono fatto avanti e voglio andare fino in fondo. Nel peggiore dei casi almeno saprò che non è interessata a me e non ci penserò più. - Ehm, ti vedo ogni mattina sul tram e… sì, insomma, mi sembri triste, qualcosa non va? Mi guarda come si guarda un pazzo, un mentecatto che ha appena proclamato la sua fede terrapiattista. - Triste? Io? - Sì. Cioè, mi sembrava… Scoppia a ridere. E nel vederla inclinare la testa di lato, con quel gesto naturale e bellissimo, capisco di essere innamorato. - Ti fai storie su tutte le ragazze che vedi sul tram? Dovrei recuperare spigliatezza, e anche un po’ di dignità. Esibire un sorriso sicuro e dirle che no, le riservo solo a quelle che mi piacciono. E lei è la prima da un bel po’ di tempo. Invece resto muto, nelle orecchie ancora l’eco della sua risata e un’espressione ebete dipinta in faccia, che il misericordioso finestrino appannato mi impedisce di vedere. - Vabbé, io scendo qui. Ci vediamo! Prima che possa salutarla è già sul marciapiede e non mi rimane che inseguire con lo sguardo la sua figura sfocata sotto la pioggia. No, non siamo ancora alla sua fermata. E io sono sempre impalato davanti a lei, indeciso se muovermi o no. Ora o mai più. - Ciao. Solleva gli occhi e li appunta nei miei. Speravo di scorgervi sorpresa, magari un guizzo di complicità, invece c’è solo indifferenza. - Mi chiamo Giorgio. Forse mi hai già visto altre volte, qui sul 71. Salgo tutti giorni alla fermata prima della tua. Un fiume di parole, sgorgate tutte d’un fiato, a riempire la distanza che avverto tra noi. Ma precipitano strozzate nell’abisso incolmabile che si spalanca quando replica: - Che vuoi? La sua espressione non lascia spazio a interpretazioni. Diffidenza, sospetto, ostilità. Non resta che giocare il tutto per tutto. - Ecco, mi sembri… triste. Volevo chiederti se c’è qualcosa che non va. Magari posso aiutarti… - Non sono affari tuoi. Resto di sasso. Quelle parole sono un pugnale di ghiaccio che mi trapassa il petto. Perché non sono rimasto a baloccarmi nei miei pensieri, invece di farmi avanti? La realtà ha zanne di lupo e il suo morso strazia le carni, mentre le dolci carezze dell’illusione si sciolgono al primo raggio dell’alba. La vettura si arresta e mi precipito giù, sperando che la pioggia nasconda la vergogna e il dolore. Un’altra fermata, un’altra simulazione. In quali altri modi potrebbe andare? Infinite combinazioni, infinite conclusioni si dipanano nella mia mente, ognuna reale fintanto che non lascia posto alla successiva. E io continuo a esitare. Perché deve essere sempre tutto così difficile? Perché non possiamo abbandonarci ai nostri sentimenti senza paura di essere rifiutati, feriti dagli altri? Perché siamo costretti a erigere queste barriere per tenere il fragile bambino che è in noi ben separato dall’esterno? Perché, se ci si innamora al primo sguardo, non si può urlarlo subito al mondo, di getto? E se va male salutarsi con un sorriso e il cuore già pronto a innamorarsi di nuovo? Perché il mondo è cattivo, e il mondo sono gli altri. Prima lo si impara, meno si soffre. Per questo ci mostriamo duri, imperturbabili, aridi, quando invece avremmo un disperato bisogno l’uno dell’altro. Abbiamo più paura di cadere e farci male che desiderio di volare. E così restiamo fermi sul ciglio dell’abisso, cercando un coraggio che forse non troveremo mai, finché non ci stanchiamo e lasciamo perdere. Perché è più comodo convincersi che, tutto sommato, non abbiamo bisogno di ali. Che stiamo bene anche così. E torniamo a strisciare, limitandoci a sognare, di tanto in tanto, quanto sarebbe stato bello librarsi lassù. Tante belle parole. Tante belle scuse di un povero codardo… Presto arriveremo alla sua fermata. C’è tempo per un’ultima fantasia, o per prendere finalmente in mano il mio destino e fare quel dannato primo passo. - Ciao…
  7. lucamenca

    Alma

    Ciao @Almissima, ho apprezzato molto la tua storia. All'inizio credevo che la protagonista fosse una moglie intenta a spiare il marito fedifrago, invece sei riuscita a sorprendermi cambiando totalmente le carte in tavola: si tratta di una voyeur cinquantenne che studia l'amore. Hai caratterizzato molto bene Alma, che attraverso il suo passato mette in mostra tutta se stessa: il suo carattere, le sue speranze, le sue paure, e soprattutto il modo in cui essi si sono pian piano strutturati. Forse però talvolta la narrazione è un po' troppo distaccata. Mi spiego meglio: la protagonista ricorda a se stessa tutte le vicende per cui è passata, non si sta rivolgendo a qualcun altro, per cui userei espressioni più colloquiali, a titolo di esempio: Perché non dire "la mamma" (come peraltro hai fatto più avanti, alternandolo con "madre")? E ancora: Qui secondo me esplicitare i nomi dei fratelli avrebbe reso meglio l'idea di una focalizzazione interna e personale, invece in questo modo restano personaggi vaghi, come se fossero citati da un personaggio estraneo. Qualche altro appunto: Eliminerei questa prima frase, visto che secondo me stona con il resto del racconto. Al posto del trapassato prossimo userei il passato passato prossimo. Bella quest'immagine, ci hai detto che è un po' sovrappeso senza tuttavia farlo direttamente, e anzi rendendolo addirittura poetico. Varierei leggermente la frase in; "non potevo darglielo il mio numero di telefono", o "non glielo potevo dare il mio numero di telefono", con l'inserimento del pronome "lo", tipico del parlato, che rafforza ulteriormente il concetto. Secondo me questa virgola è di troppo, mentre ce ne vorrebbe una subito dopo, tra "esagerato" e "oppure". Qui ci va il condizionale passato invece del futuro semplice, a meno che non metti la frase come una citazione: "mentre io mi ripetevo: sarà romantico come nei film americani" In tutta la scena poi mi stona l'uso dell'imperfetto insieme al passato prossimo, cui sostituirei il passato remoto, trattandosi di un evento che non appartiene al passato recente. Qui userei il trapassato prossimo. Non mi è chiaro a chi è riferito "allevarne": sempre ad Alma o alle generazioni successive? In quest'ultimo caso suggerirei di cambiare con "che ne alleveranno altre [...]". Mi è piaciuto come hai descritto l'atteggiamento della madre quando si perde nel bosco e non la trova: alterna rabbia, preoccupazione, paura, pentimento, segno sia della sua pazzia sia, forse, della sua malafede nei confronti della figlia, cui ha volutamente tarpato le ali perché si occupasse esclusivamente di lei. Intrigante il dubbio che lasci sulla sua morte: è caduta perché si è sporta troppa o Alma le ha dato una "provvidenziale" spintarella? In base alla risposta, forse suggerita dal suo comportamento, cambia il modo in cui il personaggio viene giudicato: figlia sbadata o cinica assassina per necessità? Sta al lettore decidere e prendere posizione. Io personalmente propendo per la seconda, ma questo non me la rende meno simpatica. Nel corso del racconto ho empatizzato con lei, grazie all'abilità con cui hai descritto la sua esistenza frustrata, ma il finale, con quella nota dolce sull'amore, lascia presagire che c'è speranza anche per lei. Lo stile fila liscio e ben si adatta alla vicenda, raccontata in prima persona dalla protagonista con tono abbastanza naturale, a parte quel piccolo appunto che ti ho fatto sopra. A rileggerci!
  8. lucamenca

    Tutta colpa di un rotolo

    Ciao @Alberto Tosciri, grazie per la lettura e il commento. Noto con piacere che il mio racconto ha stimolato le tue riflessioni, e anche se un po' divaganti rispetto al tema della storia penso che questa sia una delle soddisfazioni più grandi per uno scrittore: prendere per mano il lettore conducendolo tra le righe, per poi staccarsi e lasciarlo libero di vagare tra i suoi pensieri, magari schiudendogli strade inaspettate. Grazie per avermi reso partecipe di ciò. Ciao @Ezio Bruno, grazie per essere passato di qua, sono felice che tu abbia gradito il mio racconto, e grazie per l'incoraggiamento a farne un'opera più lunga. Se mai dovessi scriverla te la farò sapere . Per rispondere in breve alla tua domanda, l'idea è che il protagonista, ormai slegato dallo spazio-tempo, riesca a muoversi liberamente al suo interno (quindi sia nel tempo che nello spazio) senza però essere influenzato dagli eventi che vi accadono, così come lui non può interagire con essi. Diciamo che è una sorta di spettro. Spero di essere stato chiaro. A rileggerci!
  9. lucamenca

    Tutta colpa di un rotolo

    Ciao @FiammaBlu, grazie per il passaggio e l'apprezzamento. Sono lieto che questo racconto, per quanto breve, sia riuscito a divertirti e commuoverti. Come hai ben detto, per quanto si possa ambire alla solitudine siamo animali sociali e non possiamo fare a meno gli uni degli altri. A rileggerci! (P.S. attenzione a quando compri la carta igienica! )
  10. lucamenca

    Neuronauta incipit

    Ciao @Danny Rochester, grazie per la lettura e il commento. Sono contento che, pur nella sua brevità, questo frammento ti sia piaciuto e ti spinga a voler leggere ancora. A rileggerci!
  11. lucamenca

    Neuronauta incipit

    Ciao @Floriana, grazie per la lettura e il commento. Per venire ai tuoi dubbi: Gli ICE, come spiegato nell'inciso, sono "sistemi di protezione informatica", in pratica un'evoluzione di firewall e antivirus. Ho ripreso la parola dalla Trilogia dello Sprawl, di William Gibson, ed essa è l'acronimo di Intrusion Countermeasures Electronics. Riporto la definizione della Treccani: "motivo di coronamento architettonico, sovrapposto di regola a strutture di sviluppo verticale, come campanili, pinnacoli, contrafforti; è costituito da un elemento piramidale molto allungato, arricchito di membrature architettoniche e sculture ornamentali e figurate. È uno dei motivi più comuni nell’architettura medievale, specialmente del periodo gotico." Nel mio testo l'immagine è usata in senso metaforico: i grattacieli svettano come guglie sopra la città. Non capisco questa frase. In effetti questa frase è un po' difficile da spiegare. Il protagonista si immerge nella realtà virtuale ed è dunque in grado di percepirne l'essenza: un flusso continuo di dati che prendono forma di oggetti, suoni, colori. Buon Natale anche a te e a rileggerci! Luca
  12. lucamenca

    Neuronauta incipit

    Ciao @Jolly Roger, grazie per il passaggio e il commento! Sono contento di essere riuscito a catturarti con questo incipit. In realtà l'opera è già terminata e si tratta di un libro-game in cui sta al lettore decidere come si svolgerà la trama mediante bivi tra cui è chiamato a scegliere o risolvendo enigmi di varia natura. L'idea è quella di tentare l'invio a qualche casa editrice, una volta che avrò ricevuto i pareri dai miei beta readers e nel frattempo ho voluto pubblicare qui l'inizio per vedere se funziona. Ti ringrazio di avermi fatto notare varie criticità, quel "soprattutto" ripetuto più volte mi era proprio sfuggito! Per quanto riguarda la parola "ICE", l'ho ripresa dalla terminologia usata da William Gibson nella Trilogia dello Sprawl ed è l'acronimo di Intrusion Countermeasures Electronics, ma ignoravo che fossero anche dei treni! "Bassifondi" invece ho scelto di scriverlo con la lettera maiuscola perché è il nome dell'intera parte di città che si trova al livello del terreno, un po' come se fosse il nome di un quartiere per intenderci. Avevo scritto "interdetto" perché è riferito al "mondo di sopra", ma forse la comprensione non era immediata, per cui ora ho tolto la virgola che li separa. Già che ci sono faccio spam (spero che i moderatori non me ne vogliano). Se sei curioso di sapere come va avanti, ho pubblicato un annuncio in cui cercavo beta readers: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/8387-cercasi-beta-reader/?do=findComment&comment=794068 Qui trovi tutte le informazioni necessarie, se ti va sei il benvenuto. A rileggerci!
  13. Decisamente migliore della prima versione. E ora sbizzarrisciti nel narrare le mirabolanti avventure della gallina Carlotta! A rileggerci!
  14. lucamenca

    Neuronauta incipit

    commento Riaprì gli occhi. Quel semplice gesto gli confermò che era ancora vivo, e ciò bastò a dissipare i suoi timori. Intorno a lui le familiari pareti della sua stanza, e soprattutto nessun altro. Gli ICE, i sistemi di protezione informatica che pattugliavano i siti, erano rimasti dall’altra parte, nel mondo virtuale da cui era appena uscito. Stavolta c’era mancato davvero poco, ancora qualche secondo e sarebbe stato spacciato, ma la missione era compiuta e poteva dire che ne era valsa la pena. Era una bella fortuna essere uno dei pochi umani mutanti dotati di neuroni d’interfaccia, che gli permettevano di entrare e uscire dal cyberspazio a proprio piacimento senza il bisogno di costosi e facilmente hackerabili innesti cibernetici, e soprattutto garantendogli una totale irrintracciabilità. Ecco perché era uno dei migliori nel suo lavoro. Anzi, il migliore, e i suoi committenti lo sapevano. Recuperò i dati che aveva copiato e dirottato verso un terminale sicuro, il vecchio laptop a schermo fisico appoggiato sulla scrivania di fronte, e li scaricò su una chiavetta usa e getta. Per questo genere di cose era un tipo all’antica: niente alloggiamenti neurali per memorie solide nel cranio o impianti cibernetici, non si sa mai cosa ti potrebbero caricare nel cervello. Infilò il dispositivo in tasca e uscì dal monolocale. Fuori pioveva, una pioggia pregna di fuliggine e particelle pesanti che proseguiva ormai da settimane. Non che una giornata di sole avrebbe fatto molta differenza. Laggiù, nei Bassifondi, la luce non arrivava che di rimbalzo, riflessa dagli edifici argentei che si innalzavano per centinaia di metri verso il cielo, le guglie del “mondo di sopra”, interdetto a tutti coloro che come lui erano condannati a un’esistenza da reietti. Isaac si tirò su il cappuccio fino a nascondere quasi completamente gli occhi e si incuneò tra la folla. Percorse circa un isolato scivolando in quel magma ribollente di persone che percorrevano la via, quindi estrasse di tasca la chiavetta e la lasciò cadere in una vecchia cassetta postale in disuso, il punto convenuto con i suoi committenti. Adesso poteva finalmente tirare un sospiro di sollievo. Era filato tutto liscio, e una volta che quei dati fossero giunti a destinazione avrebbe visto comparire una cifra a tre zeri sul suo conto quasi a secco, abbastanza da farlo campare dignitosamente per un altro mese, forse più se avesse stretto un po’ la cinghia. Si concesse un attimo di pausa e, appiattitosi contro un muro per non essere trascinato via, chiuse gli occhi. Le onde elettromagnetiche che permeavano l’etere lambivano le sue sinapsi e lo portavano alla deriva in una realtà parallela e invisibile, fatta di stringhe di codice che si traducevano in suoni, colori, emozioni. In qualsiasi momento poteva chiudere gli occhi e abbandonarsi a quel flusso continuo di dati. Era quello il suo vero mondo, non quello materiale in cui era intrappolato il suo corpo. Lì era libero, senza restrizioni, poteva cavalcare le correnti dell’etere e tuffarsi negli abissi della Rete. Di qua invece… Una sensazione fin troppo reale lo strappò all’errare dei suoi pensieri, costringendolo a tornare con i piedi per terra: un brontolio sommesso che saliva dal suo stomaco.
  15. lucamenca

    La gallina Carlotta

    Ciao @Kikki, ho trovato il racconto interessante, ma vi ho riscontrato varie criticità che non me lo hanno fatto apprezzare fino in fondo. Innanzitutto penso che potrebbe funzionare come incipit di un’opera più lunga, visto che così mi sembra un po' mutilato. Il racconto parte con la gallina Carlotta che ha perso le penne della coda e, dato che poco dopo affermi che si tratta di una gallina sognatrice, ci si aspetta di scoprire come le abbia perse. Viene inoltre fatto intendere che non sia la prima volta che le succede, e questo aggiunge mistero al mistero. Invece la narrazione si sposta subito altrove, lasciando il punto il sospeso e il lettore con un vago senso di delusione. Viene fatto poi intendere che tra Carlotta e Matilde ci sia un rapporto speciale, ma non viene fornita alcuna spiegazione o anche solo indizio che giustifichi ciò. Per quanto riguarda il finale... ci tornerò in fondo al commento. Venendo alla forma, i tempi, tutti al presente, danno l’idea di star leggendo una favola, impressione rafforzata dallo stile chiaro e semplice e dalla continua ripetizione dei nomi dei due personaggi principali, oltre che dall'uso di forme quali "quasi quasi" e dal verso delle galline che si ripete nei loro discorsi alternandosi alle parole. Riguardo i nomi di Carlotta e Matilde, a volte mi sembrano reiterati in maniera anche eccessiva, specialmente in periodi vicini tra loro. Ogni tanto potresti sostituirli con "la gallina" o "l'animale" per la prima e "la padrona", "la donna" (o "l'anziana", o "la ragazza" in base all'età, anche se forse era tua scelta precisa non specificarla) per la seconda. Qua e là ho trovato alcune frasi che mi suonano un po’ innaturali nella costruzione. Nello specifico: Quel "le" penso sia riferito alle galline, ma dato che sia nella frase precedente che in quella che segue si fa riferimento alla sola Carlotta, il plurale suona un po' strano. Toglierei inoltre la prima virgola, quella prima di "Matilde". Anche qui, niente virgola prima di "infatti" per rendere la frase più scorrevole. Questa costruzione mi suona artificiosa, meglio "Matilde è per caso amica tua?" Forse la ripetizione era voluta, ma mi sembra più naturale cambiare con qualcosa del tipo "Matilde non si presenta all'appuntamento neanche il giorno dopo e di nuovo le galline...". Se ho ben capito il senso della frase cambierei con "Matilde è l'unica in grado di/che sa aprirla e chiuderla". Qui c'è una discrepanza logica: se Matilde è a sedere è improbabile che Carlotta riesca a deporle un uovo sulla pancia, che è sollevata in posizione verticale. Sostituirei "pancia" con "grembo", anche per il sottile rimando che creerebbe con l'uovo e tutti gli impliciti connessi (magari simbolo della nascita di un nuovo e più profondo rapporto tra gallina e padrona?). Il finale mi sembra un po’ debole. Si intuisce una nota ironica nell’incubo di Matilde, un mondo senza galline né uova, ma rimangono troppi interrogativi senza risposta. Matilde e Carlotta si comprendono a vicenda? E ancora, perché Matilde è rimasta svenuta per due giorni (evenienza già di per sé poco credibile) con la porta di casa aperta? E questo c’entra qualcosa con la sua tristezza dei giorni precedenti? Si ha come l’impressione che tu sia partita con l’idea ben chiara di cosa scrivere ma che, a metà strada, ti sia smarrita. I temi per qualcosa originale e accattivante ci sono tutti, in primis la gallina che sogna di viaggiare e il suo speciale rapporto con la padrona. Ecco, io partirei da qui per sviluppare la trama, magari ideando qualche episodio rocambolesco (anche umoristico o paradossale volendo) che spieghi perché Carlotta finisca sempre con la coda spennata. In definitiva: idea di partenza buona ma da rivedere lo sviluppo. Spero di esserti stato utile, a rileggerci!
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