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lucamenca

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  1. lucamenca

    Cercasi Beta Reader

    Salve a tutti, sto cercando dei beta reader per una tipologia di romanzo un po' particolare. Si tratta infatti di una storia a bivi, ovvero una di quelle in cui è il lettore a decidere l'andamento della trama, scegliendo alla fine di ogni paragrafo (capitoli nel mio caso) tra varie opzioni che il protagonista si trova di fronte e a risolvere enigmi disseminati qua e là. Essendo la prima volta che mi cimento in un'impresa del genere vorrei avere un parere dai lettori se mi sto muovendo nella giusta direzione. Attualmente posso fornire una versione demo in pdf che nelle mie intenzioni corrisponde a circa un terzo dell'opera, il resto è ancora in fase di revisione e scrittura ma spero che questo assaggio sia sufficiente per dare un'idea del mio stile e del tono generale. Se siete interessati e volte saperne di più contattatemi in privato! Genere: fantascienza (cyberpunk) Lunghezza: 249.000 caratteri (spazi inclusi) Numero di beta reader che desidero: quanti riesco a trovarne! Tipo di commento richiesto: fondamentalmente su tutto (stile, profondità dei personaggi, verosimiglianza dell'ambientazione, coinvolgimento), ma in particolare mi interessa sapere se la giocabilità è buona, ovvero se le scelte presentate ai bivi sono pertinenti, se gli enigmi sono intellegibili e se il lettore è invogliato a rileggere più volte il testo compiendo scelte diverse per esplorare tutti i vari rami narrativi. Data entro cui desidero il commento: possibilmente entro un paio di mesi
  2. lucamenca

    Equitempo

    Ciao @Floriana, grazie per la lettura e il commento ricco di suggerimenti. Per rispondere alla tua domanda: Un ictus. L'emissario della Equitempo può uccidere Ernesto all'istante provocandogli una morte "naturale". Sono contento che tu abbia trovato il mio racconto piacevole. Buona serata anche a te e alla prossima!
  3. lucamenca

    Equitempo

    Ciao @bwv582, grazie per la lettura e il commento, sono contento che il racconto ti sia piaciuto. Per quanto riguarda la tua domanda, queste parole: servono solo a tranquillizzare il protagonista. L'emissario della Equitempo si presenta come una persona gentile e garbata, dice che la Morte ha cambiato nome e metodi, e con questo approccio "soft" riesce a guadagnare l'interesse e la fiducia di Ernesto. Ma quando questi abbassa le sue difese, intontito anche dalla parlantina dell'altro, ecco sbucare la falce e la tunica a dimostrare che, a dispetto dei discorsi da teleimbonitore, la Morte è pur sempre la Morte. Spero di essere stato chiaro, forse nel testo tutto ciò non si capiva chiaramente. Grazie di nuovo per i complimenti e a rileggerci!
  4. lucamenca

    Equitempo

    Ciao @Lauram, grazie per il passaggio e il commento, sono contento che il racconto ti sia piaciuto. Quando scrivo cerco di adattare lo stile alla trama, cucire le parole addosso ai personaggi come fossero un vestito, pesandole una ad una per stabilire un equilibrio. Questo tuo commento mi fa capire che ci sono riuscito e ti ringrazio per averlo evidenziato. In effetti qui il cambio di prospettiva è un po' spiazzante, devo rivedere questo passaggio. Questa potrebbe essere una buona idea per un seguito, o eventualmente un'aggiunta finale. Grazie per il suggerimento! Ciao e alla prossima!
  5. lucamenca

    Bible Jon

    Beh, potresti riutilizzare l'idea per un lavoro più lungo, si prospetta interessante!
  6. lucamenca

    Equitempo

    commento Suonarono alla porta. Ernesto sollevò pigramente la testa dallo smartphone e ristette in attesa del secondo trillo, che seguì a breve. Chiedendosi chi potesse essere a quell’ora di domenica, per di più in pieno agosto, ciabattò verso l’ingresso e aprì la porta. Di fronte a lui, avvolto nell’aura dorata del mattino soleggiato, stava un uomo. Il capello perfetto con la riga di lato, la valigetta in pelle nera in pugno e l’impeccabile completo scuro nonostante la temperatura già vicina ai trenta gradi. E tuttavia non dava segno di patire il caldo, un sorriso cordiale era stampato su quel volto che neppure una goccia di sudore intaccava. Al contrario del padrone di casa, che invece sbuffava e grondava da ogni poro. Nella sua mente Ernesto lo associò subito a uno di quegli scocciatori che girano di casa in casa in cerca di proseliti, e si apprestò a congedarlo con una scusa preconfezionata. Ma l’altro fu più svelto a parlare: - Perdoni il disturbo, so che è in partenza ma non si preoccupi, non ci vorrà molto. Un campanello di allarme si accese nella testa di Ernesto. Come faceva quello sconosciuto a sapere che di lì a poco avrebbe raggiunto Carla e i ragazzi al mare, per godersi in famiglia le due settimane di sacrosante ferie? - Comprendo anche il suo smarrimento, è naturale. Ma mi dia il tempo di spiegarle la situazione e tutto le risulterà chiaro. Intanto mi permetta di presentarmi, rappresento la Equitempo. – E così dicendo gli porse un biglietto da visita, prontamente estratto dal taschino della giacca. Ernesto si rigirò il cartellino tra le mani, esaminandolo con attenzione. Su una delle due facce era stampato il nome dell’azienda, o supposta tale, accanto al logo di una clessidra stilizzata. Nient’altro. Nessun indirizzo, nessun numero di telefono o contatto mail, né tantomeno il nome del tizio che aveva davanti. Aveva tutta l’aria di essere una truffa. - Mi dispiace, ma non mi interessa. Grazie e arriv… - Oh, le interessa invece, eccome! Verrò subito al punto: c’è stato un errore, e la riguarda in prima persona. - Un errore? Che genere di errore? - Immagino che lei ricordi bene cosa accadde la notte tra il 5 e il 6 Maggio 1994. Quell’ultima frase lo impietrì. Certo che lo ricordava. Come si fa a dimenticare l’evento che ti cambia la vita? - Ebbene, lei sarebbe dovuto morire allora. Come le ho detto c’è stato un errore, il nostro addetto all’epoca prese in carico la persona sbagliata. Ovviamente non è possibile tornare indietro nel tempo e rimediare, ma la sua permanenza in questo mondo ha creato una… anomalia, chiamiamola così, che deve essere assolutamente risolta. Ernesto aveva ascoltato come inebetito quelle parole che si mescolavano ad antiche memorie tornate prepotentemente a galla. La folle gara tra moto di quella notte, il sorpasso azzardato, le luci del camion che spezzano il buio oltre la curva… Lo schianto. Il silenzio. Lui che si rialza malconcio ma tutto intero. Luigi invece, finito in fossetta apparentemente senza un graffio, che giace immobile, scomposto. L’urlo, la corsa zoppicante. La paura e la disperazione, e la vaga ma incancellabile sensazione che le cose siano andate per il verso sbagliato. Che chi doveva lasciarci la pelle era lui e non Luigi. Era a causa di quell’episodio che aveva deciso di dire addio alle corse clandestine. Si era trovato un lavoro vero, una ragazza, aveva messo su famiglia… - Trattandosi di una faccenda delicata non mi pare il caso di discuterne qui sull’uscio, non crede? – Si intromise la voce conciliante dell’uomo. - Posso offrirle qualcosa? - No, grazie, sono a posto. - Allora se non le spiace mi servo io. – Ernesto si avvicinò alla vetrinetta degli alcolici ed estrattane una bottiglia di cognac ne tirò una lunga sorsata. Si asciugò con la manica un rivolo che gli era sfuggito verso il mento e ripose il liquore. Ora andava meglio. Cercando di nascondere il tremore che lo scuoteva da capo a piedi si mise a sedere, fronteggiando il suo interlocutore. - Dunque, immagino che il nome “Equitempo” non le dica nulla. - No… in effetti no. - Lo immaginavo, del resto non siamo molto conosciuti, perlomeno non con la nuova denominazione. Preferiamo i fatti alle chiacchiere e ci teniamo a svolgere il nostro lavoro con precisione e discrezione, questa è la migliore pubblicità. - D’accordo, ma non ho ancora capito di cosa vi occupate di preciso. - Ecco, il nostro compito è monitorare il tempo vitale di ogni individuo e… fermare le lancette, diciamo così, quando giunge il momento. - In pratica mi sta dicendo che lei è… cioè la ditta per cui lavora è… - Esatto, vedo che ha afferrato il concetto, posso leggerglielo nella mente. - Ma me l’aspettavo… come dire… diversa. - Abbiamo ammodernato la nostra immagine, nonché il nome. Del resto al giorno d’oggi non è il caso di farsi vedere in giro in tunica nera e con una falce in spalla, non crede anche lei? - In effetti… - Tornando a noi… lei adesso è tecnicamente immortale, in quanto il suo nome è stato cancellato dai registri dei viventi risultando già deceduto. Per fortuna ce ne siamo accorti in tempo, prima del verificarsi di conseguenze alquanto spiacevoli. Ernesto preferì non chiedere delucidazioni su quel punto e lasciò che l’altro proseguisse. - Sa, potremmo sistemare la questione in questo stesso istante. Un colpetto apoplettico qui, nel salotto di casa, e problema risolto. All’uomo non sfuggì il turbamento che balenò sul volto di Ernesto a quelle parole, e fu svelto a rassicurarlo: - Ma non è così che ci piace agire, a differenza di certa concorrenza. Non se è possibile trovare un accordo che soddisfi sia noi che il cliente. In fin dei conti l’errore è stato nostro… Gli occhi di Ernesto si ridussero a due fessure. - Si spieghi meglio. - Vede, lei attualmente è in debito verso di noi di quasi ventiquattro anni. Nello specifico ventitré anni, undici mesi, tredici giorni… Le risparmio il conto delle ore, minuti e secondi. Un ammontare per nulla irrisorio, converrà con me. Non ci era mai capitato un caso simile prima d’ora, ma i colleghi della sezione legale hanno escogitato una soluzione semplice ed efficace, che reputiamo incontrerà il suo pieno favore. - Ovvero? - In poche parole si tratta di restituirci il tempo in eccesso in comode rate mensili spalmate su centoventi ore settimanali. Lavorando per noi, si intende. - Lavorare… per voi? - Esatto. La mole di pratiche da sbrigare è tanta e c’è sempre penuria di buoni impiegati. - Ma io ho già un lavoro… E poi la mia famiglia… - Per quanto riguarda il suo lavoro attuale temo che dovrà lasciarlo. E scommetto che la sua famiglia sarà lieta di poterla vedere nelle sette ore giornaliere che le rimangono libere, invece di privarsi di lei in modo repentino e permanente, nonché drammatico. Ci pensi: la aspettano per oggi in Riviera e non la vedono arrivare. Sua moglie, preoccupata, dopo averla chiamata invano per tutto il giorno, avvisa i vicini. Il signor Brambilla si precipita qui e la trova riverso a terra, gli occhi sbarrati, le mani serrate al petto e una bava giallastra che le cola da un angolo della bocca… - Sì sì, d’accordo, ho afferrato - Ernesto scosse con forza la testa, cercando di cancellare quell’immagine tremenda dalla mente - ma… solo sette ore libere al giorno? - Esatto. Del resto è l’unica soluzione per ammortizzare in tempi ragionevoli il debito nei nostri confronti. In questo modo le restano altri trentaquattro anni di vita circa, che è la durata del contratto che le offriamo. Naturalmente abbiamo arrotondato tutte le cifre per difetto, e nel calcolo di quanto dovutoci non computeremo le sette ore quotidiane che potrà continuare a dedicare ai suoi interessi privati. Mi sembra un buon compromesso, no? Ernesto non perse tempo a fare conti. Qualsiasi proposta sembrava migliore di una morte immediata e solitaria. - Aggiungo che, se accetterà di diventare un nostro impiegato, avrà diritto a tutti i benefici accordati ai dipendenti di Equitempo, che, in ordine sparso e non esaustivo, sono: trasmissione istantanea all’interno della zona di sua competenza; immunità totale da qualsiasi causa di morte, sia accidentale che volontaria; assenza del bisogno di mangiare, bere, dormire, persino respirare… - Quindi non potrò più fare tutte queste cose? - Non ne avrà più bisogno, ma potrà continuare a farle, peraltro senza preoccuparsi delle conseguenze negative. Ci pensi: potrà ingozzarsi di dolci senza pensare al colesterolo. - Io detesto i dolci… - Era solo un esempio ovviamente. Se ne vuole altri può fare parapendio senza paura di schiantarsi al suolo, o provare l’ebbrezza di sfrecciare in autostrada contromano a bordo della sua moto, come faceva un tempo. Il tutto durante le sue sette ore libere naturalmente, non tolleriamo fannulloni sul posto di lavoro. - Ecco appunto, ancora non mi ha spiegato cosa dovrei fare nello specifico. - Oh, è molto semplice. Dovrà recarsi a esigere le anime di coloro che hanno terminato il loro tempo vitale. Si tratta di un ruolo di alto profilo che richiede sensibilità, prontezza di riflessi e una certa capacità di problem solving. Tutte qualità che siamo certi lei possieda. E poi ci pensi, meglio che stare tutto il giorno chiuso in un ufficio come adesso, no? - Quindi io dovrei andare in giro ad… ammazzare la gente? - Noi preferiamo il termine “recuperare”. Ma non fossilizziamoci su quello che, solo a prima vista eh, ci tengo a precisarlo, potrebbe sembrare l’aspetto peggiore. Pensi che potrà viaggiare per il mondo, visitare una tale quantità di luoghi che – e qui non riuscì a nascondere un leggero ghigno – non le basterebbe un’intera vita per vedere. Ernesto non poteva dirsi del tutto persuaso, ma quel tipo ci sapeva davvero fare con le parole. E poi, se l’alternativa era una morte fulminea sul posto, non è che avesse molto margine di scelta. - Comunque è tutto scritto nel contratto. Ecco, gliene lascio una copia. – Estrasse dalla ventiquattrore un volumetto compatto e glielo allungò sul tavolo. – Lo studi con calma e non si lasci intimorire dal numero di pagine, il testo è scritto in corpo 16. Sa, noi ci teniamo alla trasparenza e non vogliamo che si pensi che siamo come certa concorrenza, che dissemina i contratti di clausole microscopiche. Quindi, notando l’espressione incerta dell’altro, aggiunse: - Mi rendo conto che si tratta di una decisione importante e che è irragionevole pretendere una risposta così, su due piedi. Per cui i miei superiori, anche in ossequio al fatto che l’errore è stato commesso da noi, hanno deciso di darle due settimane di tempo per pensarci. Vada al mare dalla sua famiglia, si rilassi e si goda gli ultimi giorni di vacanza della sua vita. Al suo ritorno potrà fornirci una risposta. Nel frattempo… Aprì di nuovo la valigetta e iniziò a frugarci dentro. - Ecco, le ho portato anche il campionario dell’attrezzatura, così potrà studiarlo e prendervi confidenza. Posò sul tavolo un tomo ben più voluminoso del precedente, facendone udire tutta la massa sul piano in legno. - Questo innanzitutto è il manuale. Comprende le regole di comportamento, testimonianze degli operatori più esperti, consigli utili e le procedure da seguire per non farsi trovare impreparati di fronte a qualunque situazione. Come non cadere preda della compassione quando si tratta di stroncare una giovane vita? È scritto qui, a pagina 342, vede? E in caso di vittime multiple? A chi dare la precedenza? La risposta è a pagina 618, nero su bianco! E non avrà bisogno di perdere tempo sfogliandolo da cima a fondo alla ricerca del caso che le interessa, il pratico indice analitico le indicherà immediatamente dove trovare la risposta che cerca. Inoltre, se vuole, c’è anche la versione digitale, scaricabile comodamente sul suo smartphone o e-reader. Ernesto fece scorrere qualche pagina con poca convinzione, mentre l’altro continuava nel suo soliloquio. - Ah, e poi non dimentichiamo la parte più importante: l’uniforme lavorativa. Un vero gioiellino di sartoria che unisce tradizione, eleganza e comodità. Ma dov’è finita? Eppure l’avevo messa… ah, eccola! Guardi! Con un gesto rapido e ben studiato della mano tirò fuori dalla valigetta una veste scura, completa di cappuccio. Gliela allargò di fronte e con entusiasmo iniziò a elencargliene le caratteristiche: - A prima vista potrà sembrarle una semplice tunica, ma questo capo è un concentrato di innovazione e praticità. Tessuto anallergico e leggero, fresco d’estate e caldo d’inverno. Cuciture rinforzate antistrappo. Tasche interne ed esterne per riporre portafogli, cellulare, chiavi della macchina, sigarette… E soprattutto quella che è una nostra idea brevettata, il fiore all’occhiello di questo capo… Girò la tunica sul lato della schiena e mostrò una striscia di tessuto che correva in verticale per una decina di centimetri all’altezza delle scapole, cucita alle due estremità sulla tunica così da formare un anello di stoffa abbastanza largo. - Si chiederà a cosa serva questo aggancio, giusto? Ebbene, per portare questa senza sforzo e lasciare le mani libere! Accompagnò la frase estraendo dalla solita ventiquattrore una lunga falce, culminante con una scintillante lama ricurva di oltre mezzo metro. - Guardi qua! Impugnatura ergonomica, adatta anche per i mancini. Manico regolabile in base all’altezza dell’utente e interamente realizzato in fibre di carbonio, leggerissimo! Lama in acciaio temprato purissimo, taglia via un’anima come fosse burro! È la falce stessa a compiere il movimento, lei deve solo assecondarla! Ernesto osservò basito l’uomo che sistemava l’armamentario sul tavolo del soggiorno, perplesso più per la natura dei suoi futuri strumenti di lavoro che per come avesse fatto tutta quella roba a entrare in una semplice valigetta. - Ma non vi eravate ammodernati? – Riuscì infine a chiedere, vincendo la ritrosia. - Nell’immagine sì, ma i metodi restano i soliti. Del resto è da millenni che funzionano e nessuno si è mai lamentato. A quel punto Ernesto non trovò di che ribattere e l’altro fu lesto ad approfittare di quel vuoto di parole: - Molto bene, con questo direi che abbiamo finito. Ha qualche domanda? Ernesto scosse il capo debolmente, per paura che un movimento troppo brusco potesse scompigliare tutte quelle informazioni che andavano lentamente sedimentando nella sua testa. - Perfetto, allora io toglierei il disturbo. Ho ancora parecchi giri da fare e non posso permettermi ritardi, per noi la puntualità è importante. Ci rivediamo tra due settimane, nel frattempo rifletta sulla nostra offerta. Buone ferie! E dopo essersi esibito in un lieve inchino riguadagnò la strada verso l’ingresso, dove scomparve inghiottito da quella stessa luce dorata che lo aveva materializzato. Troppo tardi Ernesto si riscosse dalla sua apatia e tentò di inseguirlo, dell’altro non c’era più traccia. Mentre osservava inebetito il vialetto di casa deserto, il suo sguardo si posò sul Suv parcheggiato davanti al garage. Una domanda lo travolse, improvvisa e tremenda, a quella visione. E ora dove prendeva i soldi per finire di pagarne le rate?
  7. lucamenca

    Bible Jon

    Ciao @Ton, non ci siamo mai incrociati prima qui sul forum per cui piacere di leggerti! Devo dire che come primo incontro è stato davvero piacevole, hai scritto un racconto praticamente perfetto, che fila una meraviglia, ma veniamo al dunque. Si inizia in sordina: il protagonista (per sua stessa ammissione) è un uomo noioso che fa un lavoro noioso, e nel leggere le prime righe qualcuno sarà portato a pensare "perché dovrei leggere una storia noiosa?". Un momento, aspettate un altro paio di paragrafi, ed ecco l'elemento curioso, l'amo che si infila nella testa del lettore e lo trascina nel tuo fiume di parole: c'è un tipo che vuole assicurare la propria immaginazione. D'accordo - si chiederà di nuovo il nostro ipotetico lettore - quindi stiamo virando verso il fantastico? Domanda subito seguita dalle successive: chi sarà mai quest'uomo? E perché vuole stipulare un'assicurazione così singolare? Ma non lo saprà mai: prima ancora che lo sprovveduto se ne renda conto è catapultato in un flusso di ricordi che rompe gli argini della narrazione presente e lo travolge trascinandolo via. Pensavo durasse solo un paio di paragrafi, giusto per inquadrare il personaggio in arrivo, invece è proseguito impetuoso finché non sono stato adagiato, stordito e boccheggiante, sulle rive del finale, a quello scambio di battute apparentemente banali ma che in realtà nascondono la chiave di volta di tutta la vicenda. Già perché a una prima lettura mi sembrava tutto chiaro: Pedro ha ucciso quelle donne, del resto è lui "l'animale notturno", predatore insaziabile e ossessionato dalla figura femminile, come ci avvisa il narratore stesso quando ci parla del suo vizio di rubare gli accessori alla madre e di spiare le donne sull'autobus. Poi però... però nascono i dubbi: quei crimini non mostrano forse la mano di un frustrato? Un uomo deluso dalla vita, costretto a un'esistenza monotona. Un represso abituato a fare il gregario di una personalità più forte, costretto a stare sempre nell'ombra senza mai affacciarsi sulla scena. Qualcuno che forse in questo modo vuole dimostrare qualcosa, che anche lui esiste e può guadagnarsi i sui ambiti quindici minuti di fama. Mettendo insieme tutti questi pezzi ecco delinearsi la figura del narratore: un dissociato che dubita della realtà vissuta, forse un meccanismo di rimozione psicologica per cancellare il ricordo dei delitti compiuti. Potrebbe essere, ma l'incertezza permane. Dunque chi è l'assassino? Non lo sapremo mai e questo è il bello, le battute finali servono solo a confondere le acque visto che non sappiamo chi le pronuncia. Proprio qui mi sento di farti un appunto: io modificherei o cancellerei quel "Vorrei assicurarmi" poiché sappiamo che è Pedro a essersi recato dall'amico con quell'intenzione e dunque il lettore (come anche io inizialmente) è portato ad attribuire a lui quella frase. I personaggi sono sfaccettati, ambigui, mossi da una volontà propria, si muovono realisticamente in un ambiente realistico e realisticamente interagiscono tra loro. Insomma sono, in una parola, veri. Oserei dire che li hai modellati sulla materia grezza di qualcuno che conosci o hai incontrato. Infine passiamo al testo. Non ho trovato refusi da segnalarti e per quanto riguarda lo stile nulla da eccepire. Puntuale, coinvolgente, dai una miriade di informazioni nel modo giusto, senza farle pesare, buttandole lì con la naturalezza di un narratore consumato. E proprio il narratore, in un racconto del genere, è il punto forte. Il bello dell'utilizzare questa tecnica è che non ci si può mai fidare fino in fondo: il narratore ci dirà la verità? O forse, come avviene anche nella realtà per ognuno di noi, filtrerà gli eventi attraverso la sua soggettività, modificandoli in maniera più o meno marcata, più o meno volontariamente? Del resto egli stesso ci dice che non è sicuro dei propri ricordi, di ciò che ha visto e vissuto... Per concludere ti ringrazio per questa lettura, che mi ha lasciato decisamente soddisfatto, e non mi resta che augurarti di rileggerci presto.
  8. lucamenca

    Macchine del tempo e discariche cosmiche a Roma Est

    Ciao @Mirko Bacci, grazie per il passaggio e l'articolato commento. Concordo con te: non è facile affrontare l'argomento dei viaggi del tempo con originalità e verosimiglianza, né io avevo la pretesa di farlo. Difatti il titolo potrebbe trarre in inganno: qui non si parla di viaggi del tempo. I protagonisti (ed è portato a crederlo anche il lettore) sono convinti di aver costruito una macchina del tempo, ma non è affatto così. Cosa è allora l'aggeggio che hanno inventato? Non ho volutamente dato una risposta esplicita a questa domanda per lasciare al lettore il compito di ricostruirla a modo suo, mettendo insieme gli elementi disseminati nel racconto. Potrebbe essere un dislocatore spaziale, un trasferitore dimensionale... insomma, un qualcosa che sposta gli oggetti su un altro piano dimensionale, per un certo periodo di tempo, finché l'oggetto in questione non si destabilizza e ritorna alla dimensione originale, quella a cui appartiene. Bada bene che anche questa è solo un'interpretazione che non ha pretese di verità. Riguardo a questo punto trovo che tu abbia ragione. Magari potrei scrivere un seguito, con altri protagonisti, che abbia come fulcro centrale il bislacco funzionamento della Vanixer. Grazie di nuovo per la riflessione e a rileggerci!
  9. lucamenca

    Macchine del tempo e discariche cosmiche a Roma Est

    Ciao @AndC, ben ritrovato anche a te e grazie per la lettura e il commento, sono contento che il racconto sia riuscito a prenderti. Giusto questo "fo", è molto toscano e poco si addice al romanaccio di Castracci Mi hai sgamato! Anche se il romanesco mi piace (come altri dialetti italiani), non ne sono un parlante e questo scivolone lo dimostra. Grazie dunque per l'annotazione e il suggerimento. Ciao e a rileggerci!
  10. lucamenca

    Macchine del tempo e discariche cosmiche a Roma Est

    Caio @Floriana, ben ritrovata! Grazie per la lettura e il commento, sono contento che il racconto ti sia piaciuto. In effetti ero piuttosto incerto sul titolo, inizialmente pensavo di usarne uno meno esplicito e più sfumato, poi ho deciso di essere "onesto" e indicare l'oggetto fulcro della narrazione, anche se un po' lunghetto. Se però è riuscito ad attrarti significa che ha fatto bene il suo dovere! Per quanto riguarda i punti che non ti sono chiari: Non ho compreso questa frase. Qui intendevo dire che il ronzio dimostra che la macchina è accesa e (potenzialmente) funzionante, e quindi Giorgio e Carlo hanno coronato il loro sogno di costruire una macchina del tempo (o almeno così credono). Ma se non avevano ancora provato nulla. Qui entriamo nello spinoso territorio dei paradossi temporali. Nella fattispecie del nostro caso: Giorgio e Carlo non hanno ancora provato la macchina del tempo, ma se essa funzionasse avrebbero dovuto veder apparire loro stessi cinque minuti prima. Ciò non è accaduto perché, come scopriamo poi, la macchina del tempo non funziona, ma in caso contrario avrebbero incontrato i loro doppi provenienti dal futuro, pur non avendo ancora utilizzato la macchina? Ecco il paradosso, la cui soluzione è diversa in base all'interpretazione che ognuno dà alla fantafisica dei viaggi temporali. È un discorso un po' arzigogolato, ma spero di essere stato chiaro. Per quanto mi riguarda ciò sarebbe stato possibile, purché avessero poi effettuato il test eseguendo il salto temporale loro stessi. Ciao e buon finesettimana anche a te!
  11. commento - Allora, ci sei? - Sì, sì, eccomi. – Giorgio entrò nello stanzone trascinando l’ennesimo scatolone. Per fortuna quella era l’ultima notte di faticaccia. - Non capisco perché toccano sempre a me queste sfacchinate. – Si raddrizzò massaggiandosi la schiena. - Perché sei quello più atletico. Andavi in palestra, no? - Sì, due anni fa e per un totale di tre mesi. - Beh, sempre più di me. Ora forza, passami la chiave del dodici. Giorgio obbedì di malavoglia. Con la scusa che tra i due l’ingegnere era lui gli toccavano sempre i compiti più pesanti, ma se non fosse stato per le sue conoscenze pratiche il progetto di Carlo sarebbe rimasto perennemente sulla carta. Afferrò l’attrezzo e si incamminò verso l’altro, affaccendato attorno a uno strano macchinario situato al centro della stanza. Superò i fasci di cavi che formavano intrecci multicolori sul pavimento cementato, stando attento a non inciamparvi, e si accovacciò accanto al collega, ora disteso sotto il bulbo metallico che formava il corpo principale dell’apparecchio. - Sicuro di farcela? – Gli chiese allungandogli il cacciavite. - Sarò un fisico teorico ma so avvitare due bulloni. Tu piuttosto, ti sei occupato dei gruppi elettrogeni? - Sì, è tutto a posto. - Bene, questo gioiellino succhierà un sacco di energia quando lo accenderemo e preferirei non lasciare al buio tutta la città da qui a San Basilio. Giorgio fece vagare un’occhiata per il capannone ingombro di strumenti, pezzi di macchinari recuperati chissà dove, grovigli di cavi e tubi, trasformatori e molto altro ciarpame di difficile classificazione. Pareva più un’officina che un magazzino. - Se il signor Castracci ci becca siamo nei casini. - Oh andiamo, finora è andato tutto liscio, perché dovrebbe succedere qualcosa proprio stanotte? - Beh, sai, la legge di Murphy… - Sei un uomo di scienza, non dirmi che credi a simili superstizioni! - No, ma credo nella rabbia del nostro capo. Se dovesse scoprire che abbiamo sottratto tutta questa roba dal magazzino… - L’abbiamo solo presa in prestito. - Senza dirgli niente però! - Gli restituiremo tutto una volta finito. E quando la macchina del tempo sarà terminata e funzionante, e fidati funzionerà, diventeremo talmente ricchi da poterci comprare questo capannone, la ditta del signor Castracci e tutta l’attrezzatura che consegna ai centri di ricerca. - Lo spero davvero. Intuendo la sfiducia che venava le parole dell’amico, Carlo scivolò fuori da sotto il macchinario e gli andò incontro, appoggiandogli le mani sulle spalle. - Ascolta, abbiamo lavorato duramente a questo progetto, è il nostro sogno. Siamo scienziati noi! - Al momento siamo fattorini, alle dipendenze del signor Castracci. - Lo so, ma è questo vuoi? Vuoi restare un oscuro portapacchi per il resto dei tuoi giorni? Giorgio tacque. La risposta era scontata. - Bene. E ora torniamo al lavoro. Le prime luci dell’alba iniziavano già a imporporare il cielo a oriente quando il programma di diagnostica terminò l’analisi finale dei sistemi. - Perfetto! Ora non ci resta che testarla. – Esclamò Carlo, che non aveva staccato gli occhi dal monitor per un istante. – Svegliati, è il grande momento! Giorgio si tirò su dal giaciglio improvvisato su cui aveva trascorso l’ultima mezz’ora in un tormentato dormiveglia. - Ci siamo? – Domandò con la voce impastata più dalla stanchezza che dal sonno. - Sì, ho già settato tutto. Come primo test proveremo un salto nel passato di cinque minuti. Un ronzio sommesso si levava dalle viscere della camera metallica assisa di fronte a lui, la materializzazione dei loro sogni più grandi e proibiti. - Vai tu o vado io? – Chiese Giorgio raggiungendo l’amico di fronte al macchinario. - Che domande, andiamo insieme! Carlo gli tese una mano, che rifiutò sdegnosamente. Un po’ perché sentiva una viscida sudarella cominciare a stillare da ogni poro e ungergli la pelle, un po’ perché non era un bambino al primo giorno di scuola che doveva essere accompagnato dalla madre fin sulla porta. Procedettero affiancati fin sulla soglia della macchina, consapevoli che quei pochi, insignificanti passi avrebbero fatto la storia, se tutto fosse andato bene. - Aspetta un momento! – Carlo si arrestò con un piede già all’interno. - Cosa? - Se la macchina funzionasse, cinque minuti fa avremmo dovuto vedere apparire noi stessi, invece non è successo niente. - Quindi abbiamo fallito? - Beh, dovremmo tentare per esserne certi… - Scordatelo, ora che hai detto così io lì dentro non ci metto piede! - Ok, proviamo con qualcosa di inorganico allora, vediamo un po’… Carlo fece ruotare un’occhiata nello stanzone, alla ricerca di un oggetto adatto. - Trovato! Agganciò un mazzo di chiavi che giaceva sul tavolo e staccò una piastrina di metallo rozzamente incisa. - Ehi, quello è il mio portachiavi! – Protestò Giorgio. - Consideralo come un sacrificio per la scienza. - Ma è un souvenir che mi ha portato zia Genoveffa da New York! - Con l’immagine del Colosseo? - Beh, l’ha preso a Little Italy… - È pure scritto male! Vabbè, lasciamo perdere. Se tutto va bene lo riavrai… cinque minuti fa. E ignorando le proteste dell’amico appoggiò il ninnolo sul pavimento della macchina del tempo. Quindi chiuse il portellone e iniziò a ticchettare freneticamente le dita sullo schermo del suo tablet. Il ronzio si tramutò in un ribollire di elettricità che crebbe di intensità fino a sovrastare ogni altro suono. - Non è che scoppia tutto, vero? – Urlò Giorgio per farsi udire. L’altro non sentì, o finse di non farlo, perché continuò ad armeggiare con i comandi senza degnarlo di uno sguardo. Poi il rumore cessò di colpo e la macchina si spense. Nessun vortice spaziotemporale, nessun lampo di radiazioni azzurrine. Sembrava un frigorifero cui si fosse bruciato il motore. - Ha funzionato? - C’è solo un modo per scoprirlo. Riaprirono cautamente il portellone e scrutarono all’interno. Un vuoto desolante accolse le loro facce stupite. - Ci… ci siamo riusciti! – Esultò Carlo incredulo. - Sembra di sì, ma dov’è finito il portachiavi? - Non lo so, dovrebbe essere riapparso qui nei paraggi. Ispezionarono il locale da cima a fondo, spostarono scatoloni e scaffali, misero in fuga creature che in quegli angoli ombrosi avevano prosperato indisturbate per decenni, ma dell’oggetto nessuna traccia. - Eppure i calcoli sono corretti. – Mormorò Carlo allargando le braccia sconsolato. - Forse si tratta della app che abbiamo sviluppato per immettere le coordinate spazio-temporali, dovremmo rivederla. - Te l’avevo detto di affidarci a un esperto informatico per quella. - Sì, e con che soldi lo pagavamo? Al contrario di quelli come noi, loro sono i più richiesti sul mercato, scordati di trovarne uno che ti lavori gratis! - Beh, potevi convincerlo come hai fatto con me, parlandogli dei guadagni stratosferici che avremmo avuto con questo progetto. Peccato che non funziona e nessuno mi ridarà indietro tutte le ore di sonno che ho perso facendo le nottate qui dentro! E nemmeno il mio portachiavi! - Affrontando le cose con questo spirito non migliori la situazione. Piuttosto dammi una mano a capire che cosa è andato storto. - Col cavolo! Ne ho abbastanza della macchina del tempo, di questo posto e anche di te! Non voglio saperne più nulla, me ne vado a casa a dormire! Afferrò le chiavi, rimaste orfane del Colosseo in miniatura, e si diresse verso la porta, insensibile alle parole di Carlo che cercava di trattenerlo in tutti i modi. Ma non aveva compiuto che pochi passi quando l’uscio si aprì di colpo e, preceduto da una pancia strabordante, il signor Castracci fece il suo ingresso nel capannone. Lanciò un rapido sguardo intorno e poi esordì, con la voce roca di fumo e cimurro: - Aò, che state a fa’? Giorgio era pietrificato e Carlo, dopo il primo attimo di smarrimento, decise di puntare tutto sulle sue doti dialettiche per arginare la situazione. - Buongiorno signor Castracci! Vede noi… - Che è sta’ roba? – Proseguì l’uomo incamminandosi minaccioso verso la macchina del tempo. - Quella? Oh, nulla di importante, solo un piccolo progettino che… - Io ve denuncio! Io ve fo sbatte in galera! - Signor Castracci la prego non faccia così! Si tratta di… Ma l’altro non voleva sentire ragioni. Spinse violentemente di lato Carlo, che cercava di fermarlo, e giunto di fronte al singolare marchingegno iniziò a ispezionarlo. - ‘O sapevo che stavate a fa’ quarcosa de losco qui, ve tenevo d’occhio! Nun ce se po’ proprio fida’ de li capoccioni, ve credete sempre li più furbi, de poté fa’ che ve pare. Ma sapete che c’è? Mo smonto st’affare e poi ve smonto pure a voi! I bicipiti bronzei e tatuati che guizzavano sotto le maniche arrotolate della t-shirt bianca facevano suonare tremendamente seria quella minaccia. Poi, sotto gli sguardi attoniti dei due, afferrò un grosso pappagallo e cominciò a percuotere con violenza la parete esterna del macchinario. Nel vedere la sua creatura, in cui aveva profuso tanto impegno ed energie, maltrattata a quel modo, Carlo non ci vide più e si scagliò contro il signor Castracci. Il contraccolpo fu tale da sbalzarlo a terra, mentre l’altro, colto di sorpresa alle spalle, finì gambe all’aria all’interno della macchina. A dispetto del fisico tutt’altro che atletico, Carlo fu lesto a rialzarsi e richiuse il portellone. Quindi si avventò sul tablet che fungeva da pannello di comando, iniziando ticchettare sul display. - Che fai? – Domandò Giorgio allibito. - Testo la macchina del tempo, no? La voce del signor Castracci, adirata più che mai, risuonò dall’interno, accompagnata dai tonfi dei suoi pugni che tempestavano il portellone: - Se ve pijo ve… - Ma non riuscì a terminare la frase. Un ronzio crescente inghiottì le sue ultime parole. Carlo e Giorgio attesero col fiato sospeso che il rumore cessasse, lasciando il posto a un silenzio denso di prospettive tremende. - Allora? – Giorgio fu il primo a spezzarlo. - Penso che sia andato… - Dove? - Boh, da qualche parte nel passato suppongo. - Poveretto… - Se l’è cercata! Se non avesse reagito in quel modo non saremmo arrivati a questo punto! - E ora che facciamo? - Beh, la macchina del tempo non funziona come previsto, però mi è venuta un’idea… Gli affari andavano bene. Anzi, alla grande. Quella che era nata come una macchina del tempo si era rivelata invece una discarica perfetta. Una porta sul nulla in cui poter gettare qualsiasi cosa, senza preoccuparsi delle conseguenze. La produzione di quelle che erano state ribattezzate “Vanixer” procedeva a pieno ritmo, con migliaia di nuovi ordini giornalieri provenienti da ogni parte del mondo. Carlo si avvicinò alla vetrata e si riempì lo sguardo con il paesaggio grigio dell’area industriale. La bellezza è negli occhi di chi guarda e lui, di fronte a sé, vedeva un futuro ricco di successi. Abbassò gli occhi e scorse Giorgio parcheggiare la sua vecchia utilitaria nell’ampio spiazzo su cui un tempo sorgeva il capannone dove tutto era iniziato. Sparito misteriosamente il signor Castracci e con i primi soldi arrivati grazie al brevetto della Vanixer, non era stato un problema comprare il terreno e buttare giù quella struttura fatiscente per far posto, poco più in là, alla moderna palazzina in cui aveva stabilito la sede principale della loro ditta. - Dovresti cambiare macchina, quel macinino starebbe bene in un museo ormai. Non hai nemmeno più la scusa dello stipendio da fame. – Fu l’accoglienza che ricevette Giorgio dall’amico, non appena fece il suo ingresso nell’ufficio che condividevano. - Ci sono affezionato. - Vedi, questo è il tuo problema, anteponi sempre i sentimentalismi al progresso. Se ti avessi dato retta non avrei messo quel tuo portachiavi orrendo nel prototipo della Vanixer, e forse adesso non saremmo qui. - Non ti ho ancora perdonato per avermelo perso… - Su, basta essere negativi! Tutto sta andando a gonfie vele! - A parte quel caso di occultamento cadaveri in Bolivia… - Quello che i nostri acquirenti fanno con le Vanixer non dipende da noi, e poi le indagini sono ancora in corso. E detto tra noi, se li hanno davvero buttati nelle Vanixer non credo che verranno mai ritrovati. - Il tuo cinismo mi spaventa. - Oh, andiamo! Siamo diventati ricchi e stiamo salvando il mondo dal problema dei rifiuti, qualche piccolo inconveniente ci sta. Cosa possiamo desiderare di più? - Beh, ad esempio aver inventato una macchina del tempo funzionante. - Uffa, non ti va mai bene niente. Preferivi restare un fattorino a vita? – Sbuffò Carlo. - No, ma mi pare che il nostro obiettivo iniziale fosse diverso… - E magari un giorno ci arriveremo, ma perché adesso non goderci un po’ i frutti del nostro duro lavoro? - Sarà, ma io non sono tranquillo. - Ancora con quella storia? Rilassati, le Vanixer funzionano alla perfezione. - Ma non abbiamo la minima idea di dove finisca la roba che ci buttiamo dentro! - E allora? Non è più qui, è questa l’unica cosa che conta. Avevano affrontato quell’argomento innumerevoli volte, e ognuna di esse Carlo era riuscito ad averla vinta. Inutile insistere ancora. Giorgio tirò un lungo sospiro e sprofondò sulla sua poltrona, affondando lo sguardo nello schermo del pc ancora spento. Vedendolo in quelle condizioni, l’altro si appoggiò alla scrivania e iniziò, in tono gentile: - Ascolta, so che gli ultimi mesi sono stati parecchio pesanti. – Tutta quella premura non lo convinceva, non era da Carlo, eppure l’espressione dipinta sul volto sembrava sincera. - La ricerca degli investitori, l’acquisto dei materiali, l’assunzione degli impiegati, e poi tutte le questioni burocratiche e la pubblicità… Adesso che abbiamo ingranato però perché non ti prendi una vacanza? Qui me ne posso occupare anche da solo. - In effetti mi piacerebbe andare a New York. Zia Genoveffa me ne ha parlato così bene… Ma sei sicuro? - Ma certo! A patto però che quando torni mi dai il cambio. - Sì, sì, naturale… Un sorriso ebete si disegnò sulla sua faccia, mentre con lo sguardo già vagava per le vie della Grande Mela. - Beh, cosa aspetti? Corri! - Eh? Sì! – Disse alzandosi di scatto, come risvegliato da un lungo torpore. - Grazie, ti porterò un souvenir! – Terminò mentre si involava verso la porta. - Spero non un portachiavi… I pensieri si accavallavano impetuosi nella mente di Giorgio. La valigia da preparare, la ricerca del volo e dell’albergo, la lista dei luoghi da visitare… e perché non chiedere a qualcuno di accompagnarlo? Aveva raggiunto l’auto quando uno scintillio metallico attrasse la sua attenzione. Qualcosa stava piombando giù da un’altezza indefinibile e ne seguì la traiettoria finché non si schiantò con un tintinnio proprio al centro del parcheggio, a poca distanza da lui. Incuriosito si avvicinò per controllare di cosa si trattasse. Riconobbe immediatamente la forma sbilenca dell’oggetto, e la scritta incisa sul bordo inferiore spazzò via ogni suo dubbio. “Colossieo” Una tremarella incontrollabile si impossessò di lui, mentre sollevava gli occhi sgranati al cielo e attendeva il resto.
  12. lucamenca

    1 Gennaio 2019

    Ciao @libero_s, bel racconto, mi è piaciuto molto! Visto il tag "fantascienza", non appena ho letto il 2019 nel titolo e il riferimento alle "lacrime nella pioggia" ho pensato che il racconto avesse qualcosa a che fare con Blade Runner, poi mi sono imbattuto nell'uomo che compare dal nulla, tra scintille azzurre, e il pensiero mi è volato a Terminator, invece mi hai smentito ancora. Non so se questi riferimenti fossero voluti o meno, ma in ogni caso li ho apprezzati, interpretandoli come strizzatine d'occhio agli amanti del genere in cui hai inscritto il racconto. La trama, una volta incanalata nel suo binario, scorre abbastanza prevedibile, ma del resto non tutte le storie devono finire "col botto" e questa secondo me è perfetta così. L'unico elemento che forse stona un po' è la scenetta di Keira da bambina, ma capisco che era un ricordo risvegliato in lei dalla vista delle scintille e ha anche il compito di raccontare un pezzettino del suo passato: non ha sempre vissuto come adesso, un tempo aveva una casa e una famiglia. Avevo già sentito l'idea del motore che supera la velocità della luce distorcendo lo spaziotempo davanti e dietro a sé, e trovando il nome del fisico che l'ha teorizzato sono andato a ricercarmi qualche notizia. Di sicuro è molto originale l'intuizione che uno sfortunato che si trovasse nei paraggi quando qualcosa va storto nel funzionamento finirebbe chissà dove... e quando! Ma sembra che per il nostro motorista ciò sia stato un colpo di fortuna in fin dei conti. Mi è piaciuta molto la figura di Keira, giovane tossica completamente disincantata dal mondo circostante, per cui cova un profondo disgusto, r pronta a compiere l'estremo passo. A dispetto del suo nichilismo, tuttavia, di fronte a un'inaspettata opportunità non rinuncia al desiderio di sentirsi viva un'ultima volta facendo sesso con uno sconosciuto e a quello di continuare a sperare in un futuro migliore, quando gli di portarla con sé, segno che in fin dei conti non si era arresa del tutto. La protagonista di una fiaba moderna insomma, ma sebbene il racconto sembri chiudersi con un lieto fine chissà come si troverà nel futuro remoto in cui è stata catapultata... Venendo a questioni più tecniche, la grammatica è corretta e lo stile scorrevole, con alcuni inserti quasi poetici che lo impreziosiscono. Tra quelli che ho apprezzato di più: L'ambientazione, appena tratteggiata, rende bene l'idea del degrado in cui vive Keira, un parallelismo tangibile della sua esistenza allo sbando, rovinata dalla tossicodipendenza. Per finire ho trovato qualche refuso qua e là, te li segnalo per un'eventuale correzione: Modificherei questa frase in "Le probabilità di entrare in connessione con un luogo abitabile sono bassissime, uno abitato poi ancor meno", perché così com'è mi sembra un po' zoppa. Grazie per aver condiviso questo racconto e a rileggerci!
  13. lucamenca

    Lunga vita al West!

    Ciao @Luigi Amendola, grazie a te per la lettura e il commento, il tuo apprezzamento mi fa molto piacere. A rileggerci!
  14. lucamenca

    Lunga vita al West!

    Ciao @Valentina Iusi, grazie per la lettura e per il commento ricco di suggerimenti. Molto difficile che il cavallo muoia subito per una ferita al fianco. Infatti non ho scritto che la morte del cavallo sia istantanea, ma in effetti potrei esplicitarlo inserendo un'immagine dell'animale che agonizza agitando le zampe a mezz'aria. In ogni caso è chiaro che la sua sorte sia ormai segnata. Qui non si capisce perché vuole mandare tutto all’inferno, sia il vecchio west che i vari Butch Cassidy… sarà pure uno sporco lavoro, ma perché vuole farlo? Infangandone la memoria? Da questo racconto emerge che il finto Butch Cassidy è un bandito a tutti gli effetti e non si notano delle differenze con l'originale. Il finale mi lascia un po’ perplessa. Un uomo solo che decide di affrontare tutti i suoi emulatori, in più, questi potrebbero non essere così solitari, anzi avrebbero potuto mettere su una banda, complicando notevolmente le cose. Non è ben chiaro anche perché il vero bandito si è finto morto, forse aveva le sue buone ragioni, ma queste vengono accantonate per rincorrere per tutto il west questi falsi banditi? Rispondo in un colpo solo a queste tue varie considerazioni: nella "storia che sta dietro il racconto" e che ho solo tratteggiato nel finale, Butch Cassidy ha capito che i tempi stavano cambiando, così ha deciso di fingersi morto e cambiare vita, ma quando è venuto a sapere che, sfruttando l'alone di mistero che avvolgeva la sua figura e la sua fine, altri banditi hanno iniziato a compiere crimini spacciandosi per lui, non ha resistito dal tornare in azione e ripulire il west dai suoi imitatori. Vedilo un po' come un distorto senso dell'onore del fuorilegge. Inoltre il vero Butch Cassidy sosteneva di non aver mai ucciso un uomo in vita sua, ed ecco spiegato il motivo per cui la sua memoria sarebbe infangata da assassini senza scrupoli che usano il suo nome, un affronto tale da spingerlo a riprendere in mano la pistola e lavare l'onta con il sangue. Un saluto e a rileggerci!
  15. lucamenca

    Lunga vita al West!

    Ciao @H.Chinaski, grazie per la lettura e il commento. Sono contento che questo breve racconto sia stato apprezzato anche da un appassionato del genere, trattandosi della mia prima prova con un'ambientazione western. A rileggerci!
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