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Max Friedmon

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Tutti i contenuti di Max Friedmon

  1. Max Friedmon

    De Agostini

    chi distribuisce i libri DeAPlaneta? grazie
  2. Max Friedmon

    Lorem Ipsum

    Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa
  3. Max Friedmon

    Tutto procede secondo i piani

    - commento - Cosa dice sempre un ascensore? Tutto procede secondo i piani... La freddura gli torna in mente ogni volta che prende un ascensore. Gli piacciono gli ascensori: filano verso la meta senza perdere tempo, sono asettici e impersonali, non gli interessa chi sei, da dove vieni, cosa pensi del mondo... a loro basta che schiacci il pulsante e aspetti. Lui lavora così: non gl'interessa se la persona che lo paga sia bianca o nera, alta o bassa, uomo o donna. Basta che paghi e lui procede con il piano. Va dove deve andare, ammazza chi deve ammazzare e se ne torna a casa. Asettico e impersonale, come un ascensore. Dicono che fare le scale faccia bene alla salute e probabilmente è vero, ma nel suo lavoro è il contrario: se incontri una persona sulle scale del palazzo dove vivi la guardi con più attenzione che in ascensore. Di solito solo chi abita nel condominio fa le scale; conosce il territorio, lo attraversa senza remore. Chi non è indigeno prende l'ascensore: magari ti saluta con educazione ma senza sbottonarsi, difficilmente ti resta impresso. Ed essere anonimi è una delle regole basilari del suo lavoro. Quel palazzo poi è l'ideale: non ha portineria, non ha telecamere di sicurezza, ha sia uffici sia abitazioni quindi può essere percorso da chiunque, condomino, lavoratore, cliente, fattorino... Otto piani di varia umanità. Il tizio al settimo ha appena lasciato questa valle di lacrime senza troppe resistenze (non è un sadico, gli spiace sbrigare il lavoro in maniera rapida e pulita) e ora l'ascensore lo sta portando al piano terra. È un modello antico, solido, senza orride musichette di sottofondo. Uno specchio a muro, tracce di cicche sul pavimento, una porta a soffietto che si chiude quando parte e si apre quando arriva. Si accorge subito che qualcosa non va. L'ascensore si è fermato, ma la porta non si apre. Il cerchietto metallico del bottone del terzo piano è illuminato di rosso, ma lui è sicuro di aver schiacciato T. Prova a forzare la porta di cabina, ma non succede niente. Si è guastato. L'ascensore si è guastato. Forse è al terzo piano o forse quella luce non significa niente ed è fermo chissà dove. Inutile riprovarci: anche se riuscisse ad aprire la porta si troverebbe davanti un muro di cemento. Un altro schiaccerebbe il pulsante giallo di allarme o chiamerebbe il numero dell'assistenza con il cellulare, ma lui non può. A parte che quando lavora non porta con sé il cellulare (il telefonino lascia tracce come una lumaca con la sua bava), non può nemmeno schiacciare quel lurido tasto. E se mentre aspetta il tecnico qualcuno scopre il cadavere al settimo piano? Mettiamo anche che lo liberino prima della “macabra scoperta”, come dicono i cattivi giornalisti. Sarebbe costretto a uccidere il tecnico e anche altri eventuali testimoni... complicazioni, quelle che lui odia. A quanto pare c'è poco da fare: è prigioniero di quel cubicolo scalcinato. Si appoggia a una parete, sospira e gli viene in mente il titolo di un vecchio film francese, Ascensore per il patibolo.
  4. Max Friedmon

    Tutto procede secondo i piani

    ciao @Thea e @Cerusico scusate il ritardo, ma per motivi vari vengo di rado di queste parti. Grazie per gli apprezzamenti e i suggerimenti. Il racconto nasce come storia a sé stante, quindi non avrà ulteriori sviluppi. Alla prossima
  5. Max Friedmon

    Acquisto dei libri di piccoli editori

    la miglior scuola di scrittura è la lettura di Dickens. Ėjzenštejn, quando insegnava regia, diceva ai suoi studenti di imparare da Dickens l'arte della narrazione. Lo storytelling è marketing
  6. Max Friedmon

    Acquisto dei libri di piccoli editori

    grazie per la spiegazione Harry Potter, The Hunger Games e D&D... letteratura di consumo al cubo
  7. Max Friedmon

    Acquisto dei libri di piccoli editori

    ciao. Chi sono la Collins e Salvatore?
  8. Max Friedmon

    Acquisto dei libri di piccoli editori

    Immagino che tu abbia elementi che suffraghino le tue affermazioni. Per esempio; quanto vendi? sei in grado di quantificare i tuoi "tanti lettori"? Leggi tutti i libri di autori italiani che escono ogni anno?
  9. Max Friedmon

    Premio DeA Planeta [28/02/19]

    DeA Planeta Libri, la casa editrice italiana nata a inizio 2017 dai gruppi De Agostini e Planeta, lancia la prima edizione di un nuovo premio letterario: il Premio DeA Planeta. Due le fasi di valutazione delle opere candidate: una prima selezione sarà operata da un comitato di lettura coordinato dalla casa editrice e condurrà a una cinquina di finalisti, mentre una giuria composta da cinque personalità della cultura curerà la selezione finale. Per questa prima edizione saranno membri della giuria: Massimo Carlotto (scrittore), Marco Drago (presidente Gruppo De Agostini), Claudio Giunta (docente e scrittore), Rosaria Renna (conduttrice radiofonica e televisiva), e Manuela Stefanelli (direttrice Libreria Hoepli). «Il bando del concorso, con l’indicazione di tempistiche e modalità, è sul sito www.premiodeaplaneta.it e così per gli autori (esordienti e non) interessati a partecipare sarà possibile iscrivere le proprie opere inedite, anche sotto pseudonimo, fino al 28 febbraio 2019» dice Stefano Izzo, segretario del Premio.
  10. Max Friedmon

    Ossessione!

    Come dicevano gli antichi, non si finisce mai di imparare A tal proposito, ti racconto un aneddoto, @JackDawson Una volta chiesi a uno scrittore, che aveva scritto un romanzo su un pittore descrivendo nei dettagli tecniche e strumenti etc, se anche lui dipingesse. Mi rispose: Mai preso un pennello in mano in vita mia, ma mi sono documentato
  11. Max Friedmon

    La Casa

    ciao @TempoPerso leggo solo ora il tuo racconto. Salto le annotazioni di forma e contenuto e vado al focus. C'è di sicuro molto su cui lavorare, ma il racconto mi è piaciuto: l'atmosfera onirica, da incubo rende la paranoia e lo stato d'animo del personaggio. Konrad fugge da anni dall'orrore, ma alla fine ci si trova di fronte in quella Casa vivente, metafora del lager. Borges ha scritto: "Finché dura il rimorso, dura la colpa". E Konrad, ci fai capire, da qualche parte nel suo animo ha sempre coltivato il rimorso per le sue azioni e ora è giunto il momento di confessare la sua colpa e punirsi.
  12. Max Friedmon

    Ossessione!

    ci sarebbero diverse osservazioni di forma e contenuto da fare al tuo testo, @JackDawson, ma andiamo al nocciolo: il lettore a un certo punto si aspetta una certa soluzione narrativa, ma poi ne arriva un'altra... interessante PS più che ristrutturarli, i quadri si restaurano
  13. Max Friedmon

    E tutto il resto se n'era andato

    - commento - Io e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato (Jim Thompson) Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner. Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima. Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro. Senza scendere troppo nei particolari, gli aveva detto che aveva dovuto lasciare San Francisco in fretta e furia... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero... Quello che cercava, Fritz, era un tranquillo posto di lavoro. Lo stipendio era l'ultimo dei problemi, ma aveva bisogno di picchiare suii tasti della macchina da scrivere, un bisogno fisico. Il direttore lo aveva fissato per un lungo istante, gli occhi che scavalcano la montatura delle lenti. Probabilmente aveva capito che Fritz gli stava raccontando una bugia, o più di una, ma sapeva giudicare di primo acchito un giornalista e l'aveva assunto. Per un bel po' tutto era filato liscio. Non aveva legato granché con i colleghi, a parte qualche birra dopo la chiusura, ma a lui andava bene così. Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi... “Fritz, mi ascolti? Dove sei?”. Si scosse, interrompendo il flusso dei ricordi. Jane era in piedi di fronte alla sua scrivania al giornale e lo fissava con un misto di rimprovero e preoccupazione. Jane Hopley-Woolrich. Alta, bionda, lineamenti regolari e un delizioso nasino alla francese. Una ragazza cresciuta a sani pasti e sani principi nel cui destino c'era di sicuro un rispettabile poliziotto o un ancor più rispettabile avvocato. Invece quel giorno Cupido si era divertito a farli incontrare in una gelateria. Lei era con un'amica, lui aveva appena finito di dettare un pezzo ai dimafoni del Daily e uscendo dalla cabina aveva urtato la borsetta di miss Hopley-Woolrich, appoggiata sul bordo del tavolo. Scuse, battutine argute, presentazioni... dopo un po' l'amica, capita l'antifona, aveva lasciato il campo con una scusa e Fritz e miss Hopley-Woolrich avevano approfondito la conoscenza. Lui aveva giocato a fare il cinico cronista, lei la ragazza che gli teneva testa... “Clark Gable e Carole Lombard o Jean Harlow” pensava ora Fritz, squadrando Jane. Cupido era uno strumento nelle loro mani? Perché da quando aveva cominciato a vedersi con Jane le cose erano cambiate. Camminava per le strade e si sentiva osservato. Era al lavoro e si sentiva osservato. Faceva una passeggiata con Jane e si sentiva osservato. Ovunque, si sentiva osservato. Da loro. L'avevano trovato. O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata. “Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa. Cosa? Le parole gli arrivavano attutite. Si scosse. “Come dici scusa?”. Jane lo guardò indispettita “Ti sto dicendo che sono stanca”. In maniera meccanica, Friz si alzò “Scusa baby, ti prendo subito una sedia”, ma Jane sbuffò “Non prendermi in giro, Fritz Reuter, non me lo merito... Sono stanca di te, dei tuoi segreti, dei tuoi silenzi... Tu non ci sei, Fritz”. Fece uno sforzo per concentrarsi su quella conversazione, mentre con la coda dell'occhio si accorgeva che la redazione era vuota: il giornale era in stampa e tutti se n'erano andati a casa. Non era la prima volta che succedeva, ormai la proprietà si fidava di lui e gli lasciava le chiavi dell'ufficio. Ma quella sera c'era un'atmosfera strana. “Ecco vedi... sei ovunque, chissà dove, ma non qui, con me”. Jane Hopley-Woolrich aveva ragione. Fritz non era lì. Non con lei. C'era con il corpo, ma la sua mente era tornata a Frisco, in quel cinema vicino a Lafayette Park... Lì era cominciata la faccenda e ora loro erano tornate per presentargli il conto. “Hai ragione, baby, perdonami... è stato un periodo massacrante... tonnellate di articoli e...”. Parole che suonavano false nella sua stessa bocca e infatti Jane non fece neanche finta di abboccare. “È finita Fritz.. sono venuta a dirtelo di persona.. Che poi non sono nemmeno cos'è finita, visto che non è mai cominciata... sul serio...”. Jane fece un respiro. Era una donna forte, non avrebbe pianto. Non per lui. E Fritz non poteva che darle ragione. “Hai ragione, baby... perdonami, se puoi” disse chinando la testa. “Non so cosa tu abbia fatto laggiù a San Francisco, Fritz, e non voglio saperlo ormai.. ma certo non sono io quella che deve perdonarti... Addio Fritz”. Jane si voltò di scatto. Stava per scoppiare a piangere, ma non l'avrebbe mai fatto davanti a lui. Fritz si accosciò sulla sedia, la testa reclinata sul petto. Sentì il ticchettio dei tacchi di Jane che percorrevano la redazione vuota e il rumore secco della porta a vetri, quella con impresso in caratteri dorati “Daily Examiner. Il VOSTRO giornale”, che si chiudeva. Gli ci volle un minuto buono per ripendersi da quel k.o. Si alzò, andò in bagno, si lavò il viso con l'acqua fredda. Guardandosi allo specchio riacquistò sangue freddo. “Senti bello, qui è tempo di sgommare... Lascerò una lettera al vecchio dicendogli che sono sulle piste di una grossa inchiesta... che tenga in caldo scrivania e liquidazione... Un salto a casa, il tempo di mettere in valigia le mie quattro carabattole e via di corsa.. Con un po' di fortuna troverò un altro posto dove nascondermi... Fino alla prossima zampata...” disse alla sua immagine riflessa. Ringalluzzito, tornò alla scrivania, si mise la giacca e alzò lo sguardo. Fu allora che lo notò. Il buio. La sede del Daily era a livello strada, con le vetrate sulle vie cittadine, tipo quei western in cui Thomas Mitchell faceva il coraggioso direttore di giornale in una sperduta cittadina di frontiera... Erano circa le dieci di sera eppure c'era un buio fitto, profondo. E un silenzio altrettanto profondo. Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa. “Un fulmine a ciel sereno” era una frase che Fritz odiava, cercava sempre di evitare di usarla, ma in quel caso, dovette ammetterlo, calzava a pennello. La consapevolezza lo colpì... come un fulmine a ciel sereno: non c'era più di niente da fare, il gatto l'aveva afferrato e non l'avrebbe più lasciato andare. Loro avevano sempre saputo dov'era. Capricciose e crudeli, gli avevano fatto credere di esserselo fatto sfuggire, ma non era vero. Non era mai sgusciato dalle loro grinfie. “Perché ora e non prima?” avrebbe voluto chiedere, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Loro non rispondono. Decise che sarebbe uscito di scena con una certa dignità. Non avrebbe tentato la fuga o chiesto pietà. Tanto era inutile. Alla James Cagney, doveva affrontare il destino a testa alta. Si accese una sigaretta. Appoggiato alla colonna della porta a vetri, lanciò il mozzicone nella strada. Una breve parabola luminosa, prima di essere inghiottito dall'oscurità. Spense le luci della redazione, chiuse la porta a chiave e s'infilò il mazzo in tasca. Un sospiro e mosse qualche basso nel buio. Lui e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato.
  14. Max Friedmon

    E tutto il resto se n'era andato

    ciao @Nice to have you heregrazie per le belle parole. Il testo va sicuramente riscritto, anche grazie alle osservazioni (non tutte) di alcuni lettori di Officina. Così com'è, è volutamente innervato di citazioni e stereotipi, soprattutto del cinema noir americano "classico" (dagli anni Trenta agli Cinquanta del secolo scorso, per intenderci)
  15. Max Friedmon

    Editor's crisis

    meglio Avea sognato e si era realizzato, perché poi l'azione si sposta al tempo presente un abbigliamento fantozziano per un ex professore di liceo diventato docente universitario quindi il dialogo si svolge in un ristorante, forse all'aperto, visto che la ragazza fila via in skate lungo l'avenida. tuttavia dal contesto sembrava che i due fossero in un'aula universitaria paura di cosa? chi lo dice? quindi Carlos può parlare o no? perché a sua madre non riesce a replicare, se non con un sussurro rauco, invece con l'infermiera interloquisce in maniera fluida avrà anche pubblicato due romanzi e una silloge, ma questo prof, oltre a essere succube delle donne autoritarie, sembra anche un gran trombone pieno di pregiudizi il tuo testo, @Roberto Ballardini, non fa scattre empatia con il personaggio principale: non suscita simpatia, semmai antipatia e appare come un frustrato e un represso. Aneta e l'infemiera invece sono tratteggiate bene, con pochi tratti decisivi: lei è una specie di Lolita che neanche ci prova a fingere di flirtare con Humbert Humbert/Carlos, l'infermiera una donna pratica che sa mettere a posto i pazienti (e forse anche i medici) con poche parole il problema maggiore, a parer mio, è il quid del racconto, la sua reason why: è la tragedia di un uomo ridicolo? cosa ci comunica il testo, al di là di poche superficiali impressioni?
  16. Max Friedmon

    Io vagabondo che son io

    - commento - Io vagabondo che son io. Una canzone che mi rappresenta perfettamente. Non l'avesse scritta qualcun altro, avrei potuta scriverla io e semplicemente basandomi sulla mia vita, la vita reale quella che morde e ti fa sputare sangue, non quella che trovi sui libri. Che poi chi scrive libri quasi sempre, al novanta per cento diciamo, non sa di cosa parla. Per fortuna che or leggerete il mio, di libro, che parla della vita perché è tratto dalla vita, la mia vita. Io o affrontato la vita a pugni chiusi e l'ho messa al tappeto almeno tante volte quante lei a messo al tappeto me, ma ogni volta mi sono rialzato, come è vero che il sole sorge e tramonta.. e anche lei, la vita intendo, si è sempre rialzata, dopo che l'avevo messo al tappeto, lo ammetto, glielo riconosco: è una brava combattente, la vita intendo, ma io lo sono di più, lo ammetterete quando avrete finito di leggere questo libro. Un libro vero, come la vita, non un libro fatto di libri come ne scrivono tanti, a quello sono buon tutti. Comando+W. La stagista chiuse il file di testo, lo trascinò nella cartella “ASSOLUTAMENTE NO” e sospirando un “Che Dio me la mandi buona” si accinse ad aprire un nuovo inedito.
  17. Max Friedmon

    I demoni meridiani

    [commento] Laura è morta. Non andrò al suo funerale. E credo non ci andranno nemmeno gli altri. Sono vent'anni, più o meno, che facciamo di tutto per evitarci e nessuno di noi, ne sono certo, ha intenzione di rompere il trattato silenzioso che abbiamo stretto quel giorno di luglio. Eravamo quattro. Laura, Giorgio, Cristina e io. Eravamo insperabili. Amici davvero, nessuna complicazione sentimentale. Trentenni, ci sentivamo sull'orlo di grandi conquiste. Non quello, ma l'anno prossimo avremmo spaccato il mondo. E così via. Era una domenica di luglio. Una festa in una casa di campagna. In un paese di cui ho dimenticato il nome ospiti di un tizio di cui non ricordo nulla. Non è vero. Ricordo bene il luogo e l'ospite. E il giorno e l'ora. Faceva caldo. Un caldo soffocante. Le cicale frinivano nei campi bagnati dal sole. Era più o meno mezzogiorno. L'idea era che ciascuno arrivasse alla spicciolata, quando voleva portando ciò che voleva. Noi quattro eravamo arrivati la mattina e dopo un paio d'ore Laura ebbe un'idea. L'Idea. Quattro sdraio disposte in circolo nel retro della casa, dove cominciava un prato. “Un posto isolato e tranquillo” come voleva lei. Oggi sarebbe facile dire che io o Giorgio oppure Cristina eravamo nervosi, contrari, che almeno uno di noi aveva cercato di opporsi, di far cambiare parere agli altri adeguandosi poi per mero spirito di gruppo... Sarebbe facile, ma falso. Laura o Giorgio o Cristina o io... chiunque di noi avesse lanciato l'Idea gli altri non avrebbero avuto obiezioni. Fu un caso che la pagliuzza più corta, per così dire, toccasse a Laura. Recuperammo le sdraio senza problemi e ci mettemmo in circolo. In senso orario. Io, Laura, Giorgio e Cristina. “Uomo-donna-uomo-donna... un vero galateo” scherzò Cristina, ma era nervosa. Lo eravamo tutti. Ci stavamo imbarcando con leggerezza verso un viaggio che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti. Ma eravamo decisi. Non l'anno prossimo o quello dopo ancora. Era quello il momento. L'Idea serviva a quello. Laura, la capitana della nave, diede ordine di mollare le ancore e la navigazione iniziò. Tutti dicemmo le parole e compimmo i gesti. Il gelo. Le cicale frinivano impazzite, il sole era nel cielo, a misurarla la temperatura sarebbe stata da piena estate. Ma tra noi c'era il gelo. Un freddo profondo, che ci era sceso nelle ossa. E poi quella sensazione. Se mi fossi voltato, le avrei viste. Creature nere come l'abisso, abominevoli, sorte dalla terra e assise dietro ciascuna sdraio. Io, Laura, Giorgio e Cristina: ciascuno aveva le sue. Nessuno poteva vedere quelle delle altre. Ciascuno poteva sentire le sue. Tutti resistemmo alla tentazione di voltarci. Le cicale tacquero. All'improvviso. Quasi un segnale. Ci scuotemmo da una specie di trance, ci alzammo in piedi storditi, come reduci da un incidente o da un trauma collettivo. Eravamo segnati. Dannati. Non riuscivamo a guardarci in faccia né a parlarci. E nemmeno lo volevamo. Ci mescolammo agli altri invitati man mano che arrivavano, poi, alla spicciolata, ciascuno di noi se andò. Eravamo venuti con la macchina di Giorgio, ma ognuno trovò il modo di farsi dare un passaggio fino in città. Dire che da quel giorno ci perdemmo di vista sarebbe dire poco. Ognuno cancellò l'esistenza dell'altro. E-mail, messaggi, numeri di cellulare... tutto finì nella spazzatura. Non fu una decisione che prendemmo di comune accordo. Niente patti firmati con il sangue, strette di mano, solenni giuramenti o roba simile. Un'intesa silenziosa, cementata dalla paura, dal gelo e dal ricordo di quello che avevamo vissuto. Alla notizia della morte di Laura ho provato dispiacere. Immagino Giorgio e Cristina abbiano provato lo stesso. Ma non andremo al suo funerale, lo sento. Come Laura non sarebbe venuta a nessuno dei nostri. Ce ne andremo così, prima o poi, uno alla volta. E nessuno di noi avrà spaccato il mondo, né l'anno prossimo né mai.
  18. Max Friedmon

    I demoni meridiani

    ciao @Alberto Tosciri e grazie per le belle parole e le osservazioni. Il bello di Officina è sia di sottoporre il proprio lavoro liberamente, senza preoccuparsi di scadenze, concorsi etc sia di raccogliere le osservazioni facendone tesoro il titolo è preso di peso da un bel saggio di Roger Caillois, I demoni meridiani appunto. in cui si legge (tra l'altro) "Il mezzogiorno capta le energie soprannaturali sparse nella natura. E a mezzogiorno che meglio si percepiscono i fantasmi". Anche la Bibbia (salmo 91) parla del "flagello che infuria a mezzogiorno". Per questo l'azione è collocata nel pieno di un giorno d'estate anziché nel cuore della notte
  19. Max Friedmon

    Io vagabondo che son io

    ciao @JackDawson non è un articolo... è un racconto il titolo non è originale, è quello di una canzone (riga 1 del testo) buona fortuna per il tuo viaggio e salutaci Rose De Witt Bukater
  20. Max Friedmon

    I demoni meridiani

    grazie @Stevesteve
  21. Max Friedmon

    Io vagabondo che son io

    ciao @Stevesteve detto seriamente, non ho capito la tua obiezione
  22. Max Friedmon

    Io vagabondo che son io

    @Lauram
  23. Max Friedmon

    Il teletrasporto

    ciao @Antonio avallone Scrivi "Chiama a scuola se non mi credi. Stamattina c'ero e al pomeriggio non c'ero più, il mio zaino è ancora lì. Lo sguardo della madre mutò da divertito a preoccupato. Corse a comporre il numero della scuola con il telefono, quando ricette la risposta del preside scoppiò a piangere". Domanda: lo zaino era a scuola o a casa? Ma soprattutto, perché è proprio quel particolare, dello zaino, a far precipitare la situazione, spingendo i genitori a far internare il ragazzo?
  24. Max Friedmon

    Pandemia

    ciao @Alba360 Ingmar Bergman diceva che l'idea di un film gli veniva anche solo dopo aver visto un raggio di sole fendere un prato. L'idea del racconto ti è venuta da una scena cui hai assistito veramente e non ho problemi a crederti: lo Stato totalitario vuole il controllo totale dell'individuo, soprattutto della sua interiorità e il controllo migliore parte dalla scuola. Tuttavia continuo a pensare che l'usare il nome reale di un dittatore anziché uno fittizio sia un errore, per i motivi che ho detto nel precedente commento
  25. Max Friedmon

    Io vagabondo che son io

    ciao @no mercy grazie per il tuo apprezzamento. Il testo non nasce da esperienze personali, ma mi sono divertito a immagine come, nella sede di una casa editrice, possa essere accolto un testo scombiccherato.... scriverlo è stato molto facile: mi sono seduto al pc e ho lasciato fluire le parole, senza preoccuparmi di regole grammatcali, coerenza interna, architettura del testo e soprattutto senza pensare al destino del testo. un'esperienza che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe fare, è liberatoria. Quanto alle questioni che sollevi, sono, secondo me, irrisolvibili. Un testo con una brutta forma e un ottimo contenuto... mi viene in mente quel brano del Simposio di Platone in cui Socrate viene paragonato alla statuette lignee dei Sileni: brutti fuori, "aperti in due mostrano simulacri di divinità". Testi così esistono e alcuni sono stati salvati dal destino della cartella "Assolutamente no", ma solo alcuni. e a proposito del nostro amico che scrive libri veri come la vita... Un libro vero, come la vita. Come il mio, di libro. Un libro che parla di un vagabondo che ha attraversato città e nazioni senza mai fermarsi troppo. Perché chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto, come diceva non mi ricordo più chi. La memoria mi ha fatto spesso cilecca, chissà perché. Fin da giovane, capitava che andessi in un posto, conoscevo gente nuova e dopo un po'.. puf! Non mi ricordavo più niente di loro. Magari m'incontravano per strada, mi salutavano, mi dicevano questo e quello e io li guardavo come si guarda un perfetto estraneo che ti ferma per strada senza motivo. Una volta un tizio si è pure arrabbiato, per questa faccenda che non mi ricordavo di lui e si era talmente inferocito che a momenti mi saltva addosso. Fortuna che anche allora avevo buone gambe e me la filai velocemente. Chissà chi diavolo era e cosa voleva da me... Comunqe questa storia della memoria che fa cilecca sul più bello è un gran brutta fregatura, sapete... ora per esempio non mi ricordo più cosa volevo scrivere e cosa volevo raccontare in questo libro. Boh...
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