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Sleep

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  1. Sleep

    Pasta ceci e feretro

    @Alberto Tosciri Grazie per l'intervento articolato e per l'apprezzamento. Hai colto un po' tutte le motivazioni che ho voluto inserire in questo testo. L'ispirazione mi è venuta proprio leggendo della situazione attuale dei funerali, da lì in automatico mi è venuta in mente la sceneggiata grottesca che ho voluto rappresentare. Per il resto, il testo è anche un sfogo da questa terribile situazione, con i connotati della commedia nera, che gli si attagliano a meraviglia, secondo me. Sulla ennesima morte di Dio: in verità, nel mio piccolo, credo che tante persone si avvicineranno a qualche forma di fede. Soprattutto in questo, oltre che complesso, strano periodo in cui anche gli scienziati litigano.
  2. Sleep

    Pasta ceci e feretro

    @Adelaide J. Pellitteri Ciao, grazie per il commento. No, non sono siciliano, solo che ultimamente sto facendo una carrellata di romanzi di Montalbano che non avevo letto e ormai penso in siciliano Non volevo scrivere un testo in dialetto, seguendo il Camilleri-linguaggio, ma non ho resistito a inserire qualche termine tra i tanti che mi frullano per la testa, così ho dato anche un'ambientazione al testo. hiatus sta per "tempo in cui non accade nulla" Per quanto riguarda la faccenda del dente: inserisco anche il riferimento specifico che mi ha ispirato, ovvero il finale della serie Dr. House. Più avanti dico che il cadavere che mettono in casa, prima di bruciarla, ha le impronte dentali sostituite. A quello serve il dente: anche eseguendo un'autopsia, su un cadavere carbonizzato il medico legale risale all'identità attraverso le impronte dentali. In questo modo si poteva certificare la morte. La vicenda viene narrata tre giorni dopo, difatti le spaziature (tra il breve dialogo e la parte narrata) servono a far risaltare questa differenza temporale. No, è un'altra bizzarria che ho voluto inserire: se ci fai caso, poche righe dopo viene ribadito il valore della melanzana (250 euro, mezza melanzana). Sarebbe la banconota da 500 euro (che tra l'altro è in disuso, mi sembra) che è grande e viola come una melanzana. Qui è un modo di dire adoperato come metro numerico. sversare è un sinonimo di riversare. Di solito si usa per indicare lo "sversamento di liquami", infatti mi andava di dare un tono disgustoso alla frase, nonostante l'esaltazione della pasta e ceci, per introdurre in parallelo il significato profondamente losco di quel piacere. machiochia mi è capitato di sentirlo in Campania. Sta per "intrigo, inciucio, magheggio" Grazie per l'apprezzamento. È stata forte la tentazione di usare qualche termine dialettale; spero che qualcuno s'incuriosisca di fronte a essi.
  3. Sleep

    L'ultimo buco

    @Spidocchiatore chiedo venia per la "questione addotto" e ti ringrazio per il chiarimento e l'informazione
  4. Sleep

    Pasta ceci e feretro

    Ho dimenticato di inserire il commento a un altro testo. Lo allego qui
  5. Sleep

    Pasta ceci e feretro

    Mi ero posto un obiettivo, tempo fa: la "via del combattimento" non avrebbe dovuto prescindere in alcun modo dai miei sogni più profondi. Ma questo è un mondo di convenienza, null'altro. La pandemia è ancora in corso. Corre l'anno domini 2023 e la gente ormai ha smesso di porsi domande. L'adattamento diventa comodo dopo pochissimo tempo, a discapito di quanto molti potessero immaginare solo fino a un paio d'anni or sono. Alla stessa stregua, ben prima io ho dimenticato quella ferocia, quell'ardimentoso sentimento d'amore, quella struggente lotta per accedere ai pensieri di qualcun altro. Oggi, invece, mascherina in faccia, guanti alle mani, mi godo il mare, senza troppe pretese spirituali. Neanche il tempo di abituarmi alla tenera brezza rinfrescante che un paio di guardie, uno molto alto e dall'aria minacciosa, si avvicinano a piedi verso di me. L'altro dei due, quello più gracilino, getta un mozzicone sulla spiaggia, appena prima incontaminata. "Che sta facendo qui?" Fa quello alto. "La mia ora d'aria." "Documento e autocertificazione, prego." Ma sì. Domani questa eterna camurria finirà. "Questo luogo non rientra nel tragitto consentito dal suo lavoro. Dobbiamo fare il verbale." Per sempre a morte i dannati sbirri! "Gegè. Tutto pronto per domani?" "Sì sì. Il dente mi è arrivato. Sarà un'opera d'arte. Come in Dr.House." Che sarà mai... Tutti mentono! Nel nostro quartiere ogni notte, tra le tre e le quattro, c'è uno hiatus. Alle tre vi è il cambio di turno tra le guardie, ma con una pattuglia che viene da un comune limitrofo. Dacché la strada principale è chiusa, per via di una frana, ci vuole un'oretta scarsa alla pattuglia che da il cambio per giungere nella nostra cittadina, considerando anche che il nostro quartiere è il primo che attraversano, altrimenti avremmo avuto ancora più tempo a disposizione. Tre notti fa con i miei compari abbiamo dato fuoco a casa mia previo posizionamento di un cadavere di clandestino rinvenuto a mare (Gerardo sta con quegli stronzi della Guarda Costiera) e lo scambio delle impronte dentali mie con quelle del poverazzo. Io, Giovanni, Giorgio, Gerardo, Giacomo, Gerlando e il prete, con cui eravamo d'accordo. Per un funerale sarebbe legale un assembramento di quindici persone, ma le guardie tollerano volentieri anche una comitiva più folta. Magari loro ricordavano ancora come farsi il segno della croce. "Meno male" che già da qualche mese vigeva questo status quo. Abbiamo venduto una ventina di posti limpidi limpidi (nessuno di noi ha più i genitori, spazzati via dal virus) per il mio funerale, duecentocinquanta euro a biglietto. Le panche della chiesa, già dai primi mesi della pandemia erano numerate e Cristo accettava solo prenotazioni. Questo business dei funerali andava a gonfie vele da un annetto circa. Noi con il discreto ricavato (cinquemila euro, ben dieci melanzane) abbiamo potuto: fittare la bara, i drappi e i fiori da Tonino dell'agenzia funebre; richiedere un passaggio sul furgone di Mario che andava a scaricare al porto; chiudere l'acconto col parroco; prenotare trenta metri quadri nella stiva di una mercantile. JoJo, il tizio che ci teneva in contatto con quelli del giro grosso, c' ha trattato benissimo. Stiamo in mezzo ai fustoni del tonno. Tonno buono di mare pulito... pulito dall'assenza dell'uomo. Fa un certo effetto assistere al proprio funerale barricato in un confessionale, mentre perdi la dignità in un piatto di pasta e ceci di zia Adelina. Avrei pagato centinaia di migliaia di euro, in tempi di pace, per assistere alla falsa predica di quello stronzo di Giovanni davanti a una platea di gente disperata, disposta a cacciare mezza melanzana in cambio di un'oretta di libertà assoluta. Povirazzi! Se non mandassi a puttane tutto il piano, vorrei offrire a tutti e venti e dispari un assaggio di pasta e ceci, mentre si godono la funzione. Meriterebbero anche d'appicciarsi una sigaretta, magari. Faustino, vecchio amico mio... Avrei dato miliardi per vederti piangere al mio funerale, sapendo che stai piangendo realmente perché sei chiuso in quattro mura con quella schizofrenica di tua moglie! Ma sì... mo' me l'appiccio na sigaretta. Basta non mandare a fuoco la stoffa qua... pure se la camera è quasi comunicante con l'altare, mi basterà spirare il fumo all'indietro, per direzionarlo verso la finestrella che sormonta il confessionale. Non tira magari vento. Finita la funzione e dileguatasi la platea ci siamo ritrovati nella camera adiacente l'altare, dietro al confessionale. Già prima dell'inizio dell'esequie io e il prete avevamo imbandito la tavola e posizionato le segge. 'Na bella pasta e ceci e un bicchiere di vino rosso sono stati proprio beatificanti prima di partire. Il prete e Gerlando si calarono i duecento grammi abbondanti che avrei potuto sversare nei loro piatti in 'manco un minuto. Chissà da quanto non mangiavano così! E chi minchia l'avrebbe cucinata più una pasta e ceci così sublime tra qualche anno? Non c'era 'manco più un vecchietto in giro e tra i giovani e quelli che arrivavano tra i trenta e i quaranta i migliori eravamo noi sei o sette, che almeno aguzzavamo l'ingegno per ritrovare un po' di libertà. Ma che libertà avremmo trovato, in un mondo dove nessuno saprà più cucinare come si deve? La mercantile ci sta portando in Albania. Tra tre giorni sarebbe diventata zona franca. Non devono rispondere a nessun organo sovranazionale, hanno zero contagi da più di un anno. Fatta qualche machiochia commerciale con la Russia e raggiunta l'indipendenza in produzioni alimentari di base, s'apprestavano a chiudere i confini e alimentare un bel po' di clandestinità. Ci siamo mossi per tempo, tra un paio di giorni c'arrischiavamo di trovarci una marea di sbirri nel porto di Durazzo. Eccoci qua, noi, gli amici di sempre, compagni di merende da tempi non sospetti... a trangugiare e fotterci pane e l'ultimo tonno italiano che gli albanesi avrebbero assaggiato per chissà quanto tempo. Ma forse la borsa nera si sarebbe attivata presto. A me non va tanto, per la verità, per quanto sia tonno buonissimo, mai assaggiato così saporito prima, ma quella pasta e ceci... difficile desiderare di lavarsi i denti un'altra volta in questa strana vita. Già. Proprio strana. Ho trentuno anni. Stavo per diventare ingegnere, finalmente, dopo la mia carriera universitaria da incorreggibile lavativo... eppure dai miei occhi traboccano lacrime di felicità, perché io e i miei amici diventeremo braccianti sfruttati in qualche campo dell'Albania, ma almeno il sabato sera potremo di nuovo uscire e annegare in mari di birra, oltre che di lacrime e di sangue.
  6. Sleep

    L'ultimo buco

    @Spidocchiatore Ciao, provo a lasciare qualche mia impressione. Il testo è asciutto, semplice, lineare, ben scritto complessivamente. Mi ricorda, per struttura, un episodio di Black Mirror, nelle ultime righe sembra districarsi un possibile significato del tuo brano, che riguarda la psicologia del protagonista, sulla quale tornerò in seguito. In maniera particolare, non mi è chiaro l'uso di tutte queste spaziature. A mio avviso ne sarebbe stata sufficiente una soltanto, nel momento in cui il protagonista va nella sua stanza. Per quanto concerne i pensieri del protagonista, è sufficiente l'uso del corsivo per distinguerli. Pertanto il "penso" centrale mi pare superfluo, s'intende già da prima la distinzione tra pensieri e discorso pronunciato. Qui avrei usato un punto prima di "sì forse è il caso" qui non va bene la d eufonica Sarà una mia banale e vaga speculazione, ma mi sembra che qui il protagonista parli due linguaggi diversi. Forse è voluto. "Consto" e "bisbetica" in particolare me lo fanno immaginare come un apersona adulta, con un certo vocabolario, poi gioca alla Play Station e dice "sigaretta speciale" e spazio tra un adolescente e poi un'espressione quasi puerile. Magari è un effetto voluto. meglio "a cosa ho scoperto approfondendo..." parola mia andrebbe racchiuso in due virgole "addotto" è un termine medico, riferito al verbo addurre, avvicinare verso la linea mediana del corpo. Mi apre un po' improprio qui, meglio un semplice "avvicinato", a meno che non vi sia un significato ulteriore. Bel pezzo. Sintetizza anche in maniera precisa il rapporto tra fratello e sorella, oltre che i rispettivi caratteri. Non mi aspettavo andasse oltre la canna, in un primo momento. metterei il punto prima di probabilmente e chiuderei poveretto tra due virgole. Mi piace molto questo periodo. Rende bene l'idea del trip. Più che il punto e virgola, avrei adoperato un punto esclamativo. Questa chiusura dice molto, secondo me. Rende l'idea di una persona buona, lavativa, troppo egoista da non considerare i sentimenti altrui. Vuole bene alla sorella, ma è prontissimo a odiarla allo stesso tempo, nei suoi pensieri. Così anche con il padre, del quale si sa poco, m in entrambi i casi si avverte la tendenza a colpevolizzare da parte del protagonista. In sostanza è un racconto piacevole, scorrevole, uno slice of life con due personaggi caratterizzati quanto basta per dare sfogo a sensazioni e farsi un'idea della famiglia, del contesto entro il quale ci vuoi proiettare. Una buona prova, secondo me. A rileggerci!
  7. Sleep

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Eikichi Onizuka. 22 anni. Celibe. Molto piacere!
  8. Sleep

    Il Mediatore

    Ciao @AndC e grazie per tutti i preziosi consigli, soprattutto riguardo i tempi verbali nella parte finale. Pensavo di averla gestita discretamente con degli stacchi spaziali, ma in effetti ho commesso alcuni errori. Riconosco che il testo non è fluido, infatti non mi piace molto. In effetti tutto è molto compresso, perché mi piacerebbe davvero articolare questa storia in un romanzo intero ma, ahimé, la vedo molto dura. Pertanto sono contento almeno che l'idea di fondo piaccia e che i contenuti siano interessanti. Comunque vada lo riscriverò, approfittando dei tuoi consigli. Grazie mille.
  9. Sleep

    Il Mediatore

    @Lauram grazie per il commento. Ti invito caldamente a vedere il film, se lo proiettano nelle tue vicinanze. È un'esperienza.
  10. Sleep

    Il Mediatore

    Ho dimenticato di aggiungere che il racconto trae liberamente ispirazione dal film "The Irishman" di Martin Scorsese.
  11. Sleep

    Il Mediatore

    "La neve è così..." Già. Fu quel giorno che iniziai a vivere. Era la vigilia di Natale e vidi, per la prima volta, la neve sottile cadere sul mare. Avevo sedici anni e da tre soffrivo di attacchi di panico; ogni notte terribili incubi mi tormentavano... La neve mi assolse da quelle paure così profonde. Non presi più i farmaci stabilizzanti. Guarii come per miracolo. Così, in un paio d' anni, recuperai tutte quelle turbe che caratterizzavano i miei amici, durante l'adolescenza. Arrivai a pensare che l'amore mi avrebbe portato alla salvezza. Mi avrebbe salvato da quel caos, da quella vita che era che ogni cosa che non avevo programmato. Con la mia famiglia vivevo in un paesino arroccato sulla Costiera Amalfitana. Un posto baciato da Dio con la bellezza. Però il lavoro scarseggiava e, a diciotto anni compiuti, fummo costretti a emigrare al Nord, per sopravvivere. Frequentando la gente in Università, capii subito che ero il negro della situazione. Io e la mia famiglia eravamo i terroni che cercavano l'elemosina; i negri da campo che aspiravano a diventare i negri da cortile. Cambiano le prospettive, ma i disegni degli umani sono sempre gli stessi. Non si può fare a meno di creare delle polarità per far scorrere energia. Vita. Ci deve essere sempre qualche schiavo e qualche padrone. Grazie a queste consapevolezze e grazie al fatto che dopo circa due mesi mollai spontaneamente una bellissima ragazza, che credevo mi amasse, perché semplicemente mi annoiava essere amato, capii che nell'amore non risiedeva la verità. Divenni un meridionalista. Studiare, raccogliere dati, firmare petizioni, fondare pagine Facebook, fare il capopopolo, ritornare a Napoli e a Reggio Calabria per assistere a comizi che andavano crescendo sempre di più... Già. Forse fu pura casualità, ma proprio quando iniziai ad avvicinarmi a queste forme di nazionalismo duosiciliano, il movimento culturale stava iniziando a crescere. Mi sentivo potente. Non eravamo razzisti al contrario, cercavamo solo equità. Mi riempiva di soddisfazione il fatto che la nostra comunità fosse piena di gente colta, laureata; che, a differenza dei nordisti, avevamo numeri per le mani, invece loro avevano pregiudizi. Però sapevamo anche che, per vincere la guerra ideologica e creare un partito politico rilevante, anche le pecore bianche sarebbero dovute affluire nella nostra comunità. Un vecchio che portava sempre un berretto una volta mi disse: "La pecora più s'informa e più diventa nera." Ci fu un violento terremoto al Sud e, iniziammo ad assistere al solito magna magna politico e alle solite campagne elettorali opportuniste. Fu l'occasione d'oro per toglierci molti sassolini dalle scarpe: avanzare le nostre richieste di federalismo fiscale; denunciare l'inadempienza e il razzismo dello stato centrale; dulcis in fundo, avevamo dalla nostra una marea di pecore bianche incazzate. Tutto andava a gonfie vele. Nel partito nascente mi ero guadagnato il soprannome di "mediatore". Più acquisivo fiducia in me stesso, più diventavo abile nell'uso delle parole. Interloquivo, in molti circoli, con i settentrionali, in veste di nemico; nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fare ammettere ai nordisti che era a causa delle sperequazioni a loro pro se noi negri stavamo in quelle situazioni degradanti. Alcuni, addirittura, tra quelli buonisti, si arruolarono tra le nostre fila, per lanciare un messaggio a qualche compagno razzista che gli aveva fatto qualche torto elettorale o giù di lì... Stento a credere che la loro fosse vera convinzione, tutt'oggi. Era il giorno delle elezioni regionali in Calabria. Avevamo vinto. Persino le 'ndrine videro del proficuo nel nostro nuovo, grande partito meridionalista. La mafia era nostro nemico dichiarato, ma non per questo aveva smesso di esistere, per cui fu inevitabile dover colloquiare con quei bastardi strozzini. Era un'occasione d'oro per invertire la rotta. Il loro aiuto serviva per decretare la spintarella finale nella vittoria delle elezioni. Conquistando un pezzo alla volta, il Sud in qualche modo sarebbe stato finalmente invaso di fondi. Una marea di opere pubbliche da appaltare, nuove direttive da parte dell'UE sulla gestione dei migranti, sburocratizzazione, ZES per attrarre investitori stranieri, le tanto propagandate infrastrutture... i loro referenti avrebbero potuto disporre di numerose pozzanghere in cui sguazzare. In cambio ottenevamo lavoro per la povera gente qualificata che ancora stava a zonzo e niente più Ilva e Terra dei Fuochi nella nostra patria. Spingevamo per far spostare le discariche più pericolose verso Nord o verso Centro, dove dormivano allegramente. Però... proprio in occasione della nostra prima grande vittoria, cambiò tutto. I miei genitori e mia sorella persero la vita in un incidente stradale, su una stradina stretta, arroccata su un'altura, nei pressi di Salerno. Al funerale qualcuno trovò persino la forza di urlare per fare propaganda riguardo le infrastrutture carenti. Io ero diventato sordo. Li avevo odiati per molti anni. I miei genitori, talvolta, rispecchiavano quelle stesse ingiustizie che subivo dalla mia presunta patria. Avevano sempre ragione loro, io non valevo nulla, se non un qualche titolo che loro avrebbero potuto sfoggiare... questo credevo e molte volte avevo fantasticato sulla loro dipartita. Mi sentivo in un punto di non ritorno. Ero libero. Ma libero da qualcosa di cui non potevo fare a meno, per affermare la mia esistenza e la mia individualità. Tagliato il cordone ombelicale, divenni un organismo alla deriva, nonostante ci fosse anche la grande famiglia dei meridionalisti a circondarmi. Mollai anche loro. Mi trasferii a Eboli, dove si era fermato Cristo, dicevano. Lì dove si era fermato Cristo, iniziai a inseguire la morte. Una conoscenza molto influente in provincia riuscì a farmi ottenere un prestigioso posto da becchino in una nota agenzia funebre del territorio. Mi piaceva chiamarli "Angeli della Morte", un nome maestoso che si confaceva a quei tizi che gestivano la ditta. Le loro ali coprivano un'ampia fetta di territorio, tanto da sfiorarsi con le ali di altri Angeli, ancora più potenti, che risiedevano a Nocera Inferiore. La mia dissolutezza andava a nozze con quell'incontro dolce e proibito tra il sacro e il profano. Ogni volta che prestavamo servizio, entravamo a gamba tesa in atmosfere lugubri e disperate; la gente ci guardava con rispetto e timida ammirazione verso il nostro fare solenne e ossequioso, persino al momento della firma del contratto. Al palesarsi dello stesso atteggiamento in occasione del funerale di un ragazzino di tredici anni, morto per un incidente sul motorino, realizzai del tutto quanto fossero distanti quelle povere pecore dal constatare che non esistesse affare più losco e proficuo e al contempo sicuro della morte. Guadagnavo fino a tremila euro al mese e il nostro mercato non si sarebbe mai esaurito. Quasi ogni sera mi ubriacavo e facevo sesso con un numero impressionante di vedove. Era affare raro un becchino così giovane e professionale. Non ero più nel giro della politica, non volevo impegnarmi, ma iniziai a sentire sotto il culo la medicina per il Sud. Gli anni passarono e mi stavo avvicinando alla trentina; ogni volta che prendevo gli autobus, sempre più numerosi, il culo mi tremava sempre di meno. Dieci anni fa quando prendevo l'autobus nei pressi del salernitano, le strade erano strapiene di buche e alcuni tratti scoscesi... poi il culo smise di tremare. La nuova concorrenza economica rifilò una grave pugnalata al motore Nord e, timidamente, cominciarono le nuove migrazioni, da Nord verso Sud. Il PIL era in continua crescita, ai livelli della Corea del Sud, forte partner commerciale, e l'UE ci benediva di fondi, in cambio della ritenzione di schiavi provenienti dalla sempre più devastata Africa. Il ricavato del petrolio del Sud ora restava nelle tasche del Sud; cooperative meridionali gestivano i siti turistici; le aziende olearie sorsero come funghi nel nostro territorio. Residuo fiscale che restava finalmente da noi. Il tessuto sociale iniziò lentamente a cambiare. La nuova media borghesia meridionale la faceva da padrone... e infatti fu per colpa sua che tutto ciò in cui credevo, ingenuamente anni prima, andò in frantumi. A Roma, su una bacheca per gli affitti, in una mensa universitaria, comparivano annunci con precisazioni del tipo "non si affitta ai buzzurri piemontesi", come accadeva più di cento anni fa. Alcuni miei amici mi invitarono a Napoli ad assistere a una partita, valevole per i play off d'accesso ai Mondiali di Calcio, della Nazionale. L'inno di Mameli fu fischiato e lo speaker fece partire clandestinamente, in accordo con qualche importante esponente delle curve, l'inno di Paisiello. Per le viuzze di San Gregorio Armeno, di Forcella e dei Quartieri Spagnoli non si sprecavano striscioni che recitavano: "Sporchi barbari, via da Napoli" o "Polentone rinnegato, tua mamma l'ha ingravidata l'immigrato" o "Alluvione pensaci tu". Esattamente speculare a ciò che accadeva negli stadi e nelle città del Nord, negli anni '80. La polarità, seppur avviandosi verso una disposizione contraria, era rimasta immutata. Nuovi negri e nuovi padroni. Quei vecchi ideali, una volta traditi, tornarono a galla e iniziò a insidiarsi nella mia mente l'idea di andare all'estero una volta per tutte. E fui fortunato a trovarmi nella corrente giusta anche quella volta. Il nuovo tessuto sociale del Mezzogiorno era molto più consapevole di sé stesso e questo dava fastidio alla mafia. La droga stava diventando un affare da élite, molto più limitato; i barconi dei migranti erano strettamente sorvegliati da pezzi grossi; l'ecomafia stava svanendo... La gallina dalle uova d'oro stava in Giappone. Per quanto ne sapessi, scienziati, hacker ed economisti vicini alla Yakuza avevano creato questo White Web, una sorta di gigante cibernetico, speculare al Dark Web, alimentato a criptovalùta per gestire qualsiasi tipo di mercato. Il nuovo governo a trazione meridionalista stava facendo affido all'erogazione di minibot al tempo, per alleggerire la pressione fiscale che ancora aleggiava sulle piccole e medie imprese, rispettando la regolamentazione UE nella produzione di questa moneta parallela. La mafia, indispettita dalle nuove leggi regolamentanti su droga, prostituzione ed evasione fiscale, iniziò a servirsi del White Web e a fare affari, in criptovalùta, con gli Yakuza, che possedevano il monopolio mondiale delle nuove tecnologie informatiche al servizio delle organizzazioni criminali e terroristiche. Queste tecnologie Made in Japan, servirono alla mafia per esercitare una produzione clandestina incontrollata di minibot, creando un vero e proprio mercato nero a livello europeo, una volta che poterono disporre di tecnici e metodi sofisticati per stampare minibot delle diverse nazioni. La Camorra gestiva una buona fetta di questo traffico transcontinentale e di manutenzione dei laboratori e delle zecche clandestine. Furono proprio loro, su consiglio di un amico di un amico assessore alla cultura, che mi mandarono in Giappone a fare ciò che sapevo fare meglio: il mediatore. Si era innescato un circolo vizioso in Italia: i minibot facevano schizzare il debito pubblico in alto, l'UE minacciava lo Stato, che era costretto al ricatto mafioso, in cambio di una tregua sull'erogazione clandestina incontrollabile e così molti mafiosi poterono infiltrarsi in posizioni di potere. Le leggi che "davano fastidio" sarebbero state presto ritoccate. Ho sempre adorato il Giappone. La gente qui è così educata ed elegante. La mia timida dissolutezza raggiungeva apici mai visti prima, camminando per Tokyo dalle vette ai bassifondi; dagli uffici della finanza, alle tavole calde notturne, ai mattatoi dove arrivavano prostitute e operai dall'Est Europa, dal Sud Est asiatico, dall'Africa... nuovi schiavi per combattere una gravissima crisi demografica. Come mestiere di copertura facevo il pizzaiolo, così da non destare il minimo sospetto. Vestivo comunque elegante, quando non lavoravo, per destare ancora meno sospetti. In quel periodo di depressione economica e demografica, la droga invase il Giappone. Un carico di droga e di "carne fresca" sarebbe arrivato al porto di Yokohama la sera del 29 novembre. La telefonata mi è arrivata mentre stavo fumando una sigaretta nel retro della pizzeria, che dà su un vicolo pullulante di botteghe e bar che stavano chiudendo e io mi godevo quel poco che restava ancora della vita giornaliera delle insegne al neon. A mezzanotte, al porto, stavo svolgendo il mio lavoro di mediatore e interprete tra yakuza e camorristi quando, in mezzo alla carne fresca si è materializzata l'immagine di lei. Lei. La ragazza che mi aveva amato quando mi trasferii al Nord. Aveva una siringa in un braccio e un'espressione da vegetale. Troppo gracilina, sarebbe stata destinata ai porno clandestini. In quell'istante il nastro della mia vita si è riavvolto, dalla nevicata sulla Costiera fino a quell'esatto momento. Da buon mediatore riuscii a trovare uno spigoloso accordo con le due parti, al fine di farmi affidare la ragazza. Si sarebbero però aspettati la stessa professionalità da me... Lei. Non credo di averla mai amata davvero, non credo neanche nell'amore... solo che è stato come quella nevicata, averla vista con un ago nel braccio e con le occhiaie. Presomi carico del suo corpo devastato, ora in via di guarigione, ci stiamo dirigendo in Hokkaido. Sono passate due settimane da quella sera al porto e ho informato le parti che mi concedo una piccola vacanza. In realtà ho in mente di non tornare mai più a Tokyo. Il Giappone non l'ho vissuto come sognavo. D'altronde, cosa c'era da aspettarsi? Non ho sentito sulla mia pelle le sensazioni che provavo quando leggevo i manga di Jiro Taniguchi, per evadere dalla realtà. Quel sogno non esiste. Non so cosa farò esattamente. Voglio solo rivedere la neve, per il momento, abbracciato a lei, senza avere alcuna parola per chiederle scusa. Può darsi che me ne resterò in Hokkaido senza farmi sentire più da nessuno e lasciandomi indietro qualsiasi dovere. D'altronde, anche se continuo a tirare avanti, mi sono già messo l'anima in pace. Questa vita sfuggente che ammazza i sognatori, non è molto lunga neanche per i mediatori. Già. Lei, Milena, quando l'ho portata a casa mi ha detto: "Guardami, io non ho fatto la mediatrice. Quindi perché sono qui adesso?"
  12. Sleep

    Il silenzio dei pini marittimi

    Ciao @Floriana provo a lasciare le mie impressioni: L'incipit è carino, ma non avrei separato queste due battute che, suppongo, siano del Mondo. Non trovo molto utile dare un nome a un personaggio che non è né protagonista, né verrà ulteriormente citato, poiché il racconto cambierà punto di vista. cappello, refuso d eufonica errata là, refuso Qui avrei dato uno spazio, visto che cambia il punto di vista e i tempi verbali. qui non va la virgola sappiamo, refuso jogging, refuso Questo concetto è ridondante nel racconto, per quanto ne sostenga bene la poetica. Eviterei di ripeterlo più volte. Gioco molto interessante. Sembra quasi che i pini stiano tradendo la loro anima profondamente umana. Qui ci ritrovo tutta l'anima del racconto. Molto bello. sapore, refuso. Qui mi sarei espresso diversamente. Non so se intendi un incontro con il proprio lato oscuro... micce, refuso. non mi piace questo modo troppo schematico di esprimere un concetto che dovrebbe essere medium d'empatia tra l'uomo e la natura. Troppo frivolo. Finale molto bello ed evocativo. Al netto di vari refusi segnalati e di alcune scelte stilistiche che non ho apprezzato tantissimo, questo racconto mi è piaciuto molto. Mi trasmette una certe leggiadria sia nel modo di scrivere, leggero e scorrevole, nonostante il cambio di prospettiva e tempo verbale all'inizio, sia nel voler comunicare un messaggio pacifista, ambientalista, d'amore. Questa ricerca nel voler creare immagini evocative, il modo di scrivere poetico, oltre che il concetto che si vuol comunicare mi ricordano molto i film del buon Hayao Miyazaki. In "Princess Mononoke" del sopracitato Miyazaki si vede una natura che si ribella all'insensibilità (rappresentata sotto forme più acute di violenza, rispetto alle tue, che comunque fanno passare il messaggio) degli umani con vigore. Invece i pini che hai raccontato sembrano quasi farsi arma della loro sofferenza, della loro quiescenza, esprimendo una volontà di essere compresi non da tutti gli umani ma solo dalle "piccole menti" aperte e innocenti. Molto bello, molto evocativo. Complimenti.
  13. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Alberto T. E grazie davvero per il commento, che ho trovato tutt'altro che noioso e incompleto. Mi ha dato molti spunti di riflessione. Soprattutto, mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa. Attingere dallo stile degli scritti religiosi stessi è un'idea interessante, sarebbe stato più che logico farlo qui, con molta più accuratezza, dato che mi presento con due citazioni del genere. Io credo che il Vecchio Testamento sia la punta massima da osservare, se si cerca di costruire un buon Fantasy; in particolare se si vuole mettere in risalto la fede che può avere una persona...ma credo il discorso valga per qualsiasi tipo di Fantasy, con qualsivoglia tipo di ambientazione. Grazie ancora
  14. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Floriana e grazie per l'intervento. Sì, anche io. Anche sulle caporali...oppure usare il corsivo per indicare i dialoghi. Cosa potrei aggiungere per migliorarlo? Serviva un corsivo su "abbiamo", perché richiama l'abbiamo pronunciato da Delia. Sì, un punto e virgola non avrebbe guastato. Citazione, ribadisco, come suggerito dall'altra utente, che avrei dovuto usare il corsivo. Volevo rendere l'idea di un passo pesante, l'idea di lotta, come spiegato poco dopo. Per questo ho usato, forse impropriamente, solcare. Il soggetto di "ne fece incetta" è Allen, citato poco prima. Grazie per la segnalazione. Molto meglio così. Sarebbe stato utile andare a capo? Cos'altro per renderlo più graduale? Già. Una di queste porta addirittura a un portale tra due mondi. No. Sono differenti. Questi demoni con la d minuscola sono quelli ripudiati dagli altri, con la D maiuscola indicata, che agiscono nel sogno. Questo è il cammino di Allen: combattere contro i Demoni. Solo così può camminare sulle SUE gambe. Cosa avrei potuto aggiungere per migliorarlo? Idem qui. Si ritorna a un po' all'inizio del racconto. Si vuole descrivere una natura ciclica, il monito di Dio che viene a mancare, poiché lo stesso Dio perde ogni credibilità. Con quali altre parole sarebbe più interessante? Ti ringrazio per il feedback. Il racconto ha bisogno di più aria ,certamente, e di alcuni degli aggiustamenti già proposti. Grazie di nuovo, a rileggerci.
  15. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Kikki grazie per il tuo intervento. Le due citazioni derivano dal Vecchio Testamento, non le uso nei dialoghi, ma a capo di ciascuna fase del racconto, appositamente evidenziabili e separate. Più che indicare le fonti, mi piace l'idea che il lettore entri in contatto gradualmente con il tema religioso del testo. Ti ringrazio molto per questa segnalazione. Mi rendo conto che la tua proposta è molto più elegante e funzionale della mia. Sì, mi rifaccio alla visione dell'arcobaleno nella Parashah, una parte della Torah, riguardante proprio il Diluvio Universale, dove l'arcobaleno è visto come segno negativo, comparendo esso nel cielo quando il mondo meriterebbe di essere distrutto da Dio. Ho voluto dedicare anche il titolo all'arcobaleno in quanto simbolo di tutto il mio racconto. Il suo dissolversi, il suo spezzarsi, come si vede alla fine, coincide con la fine delle speranze, con il completamento della "punizione divina", alla quale Allen si contrappone. Il compromesso è un accenno del dialogo che si svolge verso la fine tra Allen e Noè, riguardo al rapporto tra Dio e i Demoni. Sono d'accordo. Sarebbe stata meglio un'altra soluzione, più implicita e magari più accattivante...così da non presentare un personaggio troppo piatto. Sempre Allen, viene richiamato giusto mezzo riga prima. Non volevo ripetermi. Viene spiegato che la caverna diventa GRADUALMENTE più stretta e contorta ed è umida in alcuni punti. Dopo un certo tratto già coperto, forse è più ragionevole che proceda, sperando di trovare un vero riparo, anziché tornare indietro e uscire di nuovo nel luogo dal quale aveva deciso di ripararsi. Grazie ancora per l'intervento. In verità il racconto è una bozza di qualcosa di più grande. Un esercizio anche per aiutarmi a delineare alcuni concetti e alcuni personaggi. Mi interesserebbe avere un feedback, per capire se può essere interessante per qualcuno.
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