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Sleep

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  1. Sleep

    Il Mediatore

    Ciao @AndC e grazie per tutti i preziosi consigli, soprattutto riguardo i tempi verbali nella parte finale. Pensavo di averla gestita discretamente con degli stacchi spaziali, ma in effetti ho commesso alcuni errori. Riconosco che il testo non è fluido, infatti non mi piace molto. In effetti tutto è molto compresso, perché mi piacerebbe davvero articolare questa storia in un romanzo intero ma, ahimé, la vedo molto dura. Pertanto sono contento almeno che l'idea di fondo piaccia e che i contenuti siano interessanti. Comunque vada lo riscriverò, approfittando dei tuoi consigli. Grazie mille.
  2. Sleep

    Il Mediatore

    @Lauram grazie per il commento. Ti invito caldamente a vedere il film, se lo proiettano nelle tue vicinanze. È un'esperienza.
  3. Sleep

    Il Mediatore

    Ho dimenticato di aggiungere che il racconto trae liberamente ispirazione dal film "The Irishman" di Martin Scorsese.
  4. Sleep

    Il Mediatore

    "La neve è così..." Già. Fu quel giorno che iniziai a vivere. Era la vigilia di Natale e vidi, per la prima volta, la neve sottile cadere sul mare. Avevo sedici anni e da tre soffrivo di attacchi di panico; ogni notte terribili incubi mi tormentavano... La neve mi assolse da quelle paure così profonde. Non presi più i farmaci stabilizzanti. Guarii come per miracolo. Così, in un paio d' anni, recuperai tutte quelle turbe che caratterizzavano i miei amici, durante l'adolescenza. Arrivai a pensare che l'amore mi avrebbe portato alla salvezza. Mi avrebbe salvato da quel caos, da quella vita che era che ogni cosa che non avevo programmato. Con la mia famiglia vivevo in un paesino arroccato sulla Costiera Amalfitana. Un posto baciato da Dio con la bellezza. Però il lavoro scarseggiava e, a diciotto anni compiuti, fummo costretti a emigrare al Nord, per sopravvivere. Frequentando la gente in Università, capii subito che ero il negro della situazione. Io e la mia famiglia eravamo i terroni che cercavano l'elemosina; i negri da campo che aspiravano a diventare i negri da cortile. Cambiano le prospettive, ma i disegni degli umani sono sempre gli stessi. Non si può fare a meno di creare delle polarità per far scorrere energia. Vita. Ci deve essere sempre qualche schiavo e qualche padrone. Grazie a queste consapevolezze e grazie al fatto che dopo circa due mesi mollai spontaneamente una bellissima ragazza, che credevo mi amasse, perché semplicemente mi annoiava essere amato, capii che nell'amore non risiedeva la verità. Divenni un meridionalista. Studiare, raccogliere dati, firmare petizioni, fondare pagine Facebook, fare il capopopolo, ritornare a Napoli e a Reggio Calabria per assistere a comizi che andavano crescendo sempre di più... Già. Forse fu pura casualità, ma proprio quando iniziai ad avvicinarmi a queste forme di nazionalismo duosiciliano, il movimento culturale stava iniziando a crescere. Mi sentivo potente. Non eravamo razzisti al contrario, cercavamo solo equità. Mi riempiva di soddisfazione il fatto che la nostra comunità fosse piena di gente colta, laureata; che, a differenza dei nordisti, avevamo numeri per le mani, invece loro avevano pregiudizi. Però sapevamo anche che, per vincere la guerra ideologica e creare un partito politico rilevante, anche le pecore bianche sarebbero dovute affluire nella nostra comunità. Un vecchio che portava sempre un berretto una volta mi disse: "La pecora più s'informa e più diventa nera." Ci fu un violento terremoto al Sud e, iniziammo ad assistere al solito magna magna politico e alle solite campagne elettorali opportuniste. Fu l'occasione d'oro per toglierci molti sassolini dalle scarpe: avanzare le nostre richieste di federalismo fiscale; denunciare l'inadempienza e il razzismo dello stato centrale; dulcis in fundo, avevamo dalla nostra una marea di pecore bianche incazzate. Tutto andava a gonfie vele. Nel partito nascente mi ero guadagnato il soprannome di "mediatore". Più acquisivo fiducia in me stesso, più diventavo abile nell'uso delle parole. Interloquivo, in molti circoli, con i settentrionali, in veste di nemico; nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fare ammettere ai nordisti che era a causa delle sperequazioni a loro pro se noi negri stavamo in quelle situazioni degradanti. Alcuni, addirittura, tra quelli buonisti, si arruolarono tra le nostre fila, per lanciare un messaggio a qualche compagno razzista che gli aveva fatto qualche torto elettorale o giù di lì... Stento a credere che la loro fosse vera convinzione, tutt'oggi. Era il giorno delle elezioni regionali in Calabria. Avevamo vinto. Persino le 'ndrine videro del proficuo nel nostro nuovo, grande partito meridionalista. La mafia era nostro nemico dichiarato, ma non per questo aveva smesso di esistere, per cui fu inevitabile dover colloquiare con quei bastardi strozzini. Era un'occasione d'oro per invertire la rotta. Il loro aiuto serviva per decretare la spintarella finale nella vittoria delle elezioni. Conquistando un pezzo alla volta, il Sud in qualche modo sarebbe stato finalmente invaso di fondi. Una marea di opere pubbliche da appaltare, nuove direttive da parte dell'UE sulla gestione dei migranti, sburocratizzazione, ZES per attrarre investitori stranieri, le tanto propagandate infrastrutture... i loro referenti avrebbero potuto disporre di numerose pozzanghere in cui sguazzare. In cambio ottenevamo lavoro per la povera gente qualificata che ancora stava a zonzo e niente più Ilva e Terra dei Fuochi nella nostra patria. Spingevamo per far spostare le discariche più pericolose verso Nord o verso Centro, dove dormivano allegramente. Però... proprio in occasione della nostra prima grande vittoria, cambiò tutto. I miei genitori e mia sorella persero la vita in un incidente stradale, su una stradina stretta, arroccata su un'altura, nei pressi di Salerno. Al funerale qualcuno trovò persino la forza di urlare per fare propaganda riguardo le infrastrutture carenti. Io ero diventato sordo. Li avevo odiati per molti anni. I miei genitori, talvolta, rispecchiavano quelle stesse ingiustizie che subivo dalla mia presunta patria. Avevano sempre ragione loro, io non valevo nulla, se non un qualche titolo che loro avrebbero potuto sfoggiare... questo credevo e molte volte avevo fantasticato sulla loro dipartita. Mi sentivo in un punto di non ritorno. Ero libero. Ma libero da qualcosa di cui non potevo fare a meno, per affermare la mia esistenza e la mia individualità. Tagliato il cordone ombelicale, divenni un organismo alla deriva, nonostante ci fosse anche la grande famiglia dei meridionalisti a circondarmi. Mollai anche loro. Mi trasferii a Eboli, dove si era fermato Cristo, dicevano. Lì dove si era fermato Cristo, iniziai a inseguire la morte. Una conoscenza molto influente in provincia riuscì a farmi ottenere un prestigioso posto da becchino in una nota agenzia funebre del territorio. Mi piaceva chiamarli "Angeli della Morte", un nome maestoso che si confaceva a quei tizi che gestivano la ditta. Le loro ali coprivano un'ampia fetta di territorio, tanto da sfiorarsi con le ali di altri Angeli, ancora più potenti, che risiedevano a Nocera Inferiore. La mia dissolutezza andava a nozze con quell'incontro dolce e proibito tra il sacro e il profano. Ogni volta che prestavamo servizio, entravamo a gamba tesa in atmosfere lugubri e disperate; la gente ci guardava con rispetto e timida ammirazione verso il nostro fare solenne e ossequioso, persino al momento della firma del contratto. Al palesarsi dello stesso atteggiamento in occasione del funerale di un ragazzino di tredici anni, morto per un incidente sul motorino, realizzai del tutto quanto fossero distanti quelle povere pecore dal constatare che non esistesse affare più losco e proficuo e al contempo sicuro della morte. Guadagnavo fino a tremila euro al mese e il nostro mercato non si sarebbe mai esaurito. Quasi ogni sera mi ubriacavo e facevo sesso con un numero impressionante di vedove. Era affare raro un becchino così giovane e professionale. Non ero più nel giro della politica, non volevo impegnarmi, ma iniziai a sentire sotto il culo la medicina per il Sud. Gli anni passarono e mi stavo avvicinando alla trentina; ogni volta che prendevo gli autobus, sempre più numerosi, il culo mi tremava sempre di meno. Dieci anni fa quando prendevo l'autobus nei pressi del salernitano, le strade erano strapiene di buche e alcuni tratti scoscesi... poi il culo smise di tremare. La nuova concorrenza economica rifilò una grave pugnalata al motore Nord e, timidamente, cominciarono le nuove migrazioni, da Nord verso Sud. Il PIL era in continua crescita, ai livelli della Corea del Sud, forte partner commerciale, e l'UE ci benediva di fondi, in cambio della ritenzione di schiavi provenienti dalla sempre più devastata Africa. Il ricavato del petrolio del Sud ora restava nelle tasche del Sud; cooperative meridionali gestivano i siti turistici; le aziende olearie sorsero come funghi nel nostro territorio. Residuo fiscale che restava finalmente da noi. Il tessuto sociale iniziò lentamente a cambiare. La nuova media borghesia meridionale la faceva da padrone... e infatti fu per colpa sua che tutto ciò in cui credevo, ingenuamente anni prima, andò in frantumi. A Roma, su una bacheca per gli affitti, in una mensa universitaria, comparivano annunci con precisazioni del tipo "non si affitta ai buzzurri piemontesi", come accadeva più di cento anni fa. Alcuni miei amici mi invitarono a Napoli ad assistere a una partita, valevole per i play off d'accesso ai Mondiali di Calcio, della Nazionale. L'inno di Mameli fu fischiato e lo speaker fece partire clandestinamente, in accordo con qualche importante esponente delle curve, l'inno di Paisiello. Per le viuzze di San Gregorio Armeno, di Forcella e dei Quartieri Spagnoli non si sprecavano striscioni che recitavano: "Sporchi barbari, via da Napoli" o "Polentone rinnegato, tua mamma l'ha ingravidata l'immigrato" o "Alluvione pensaci tu". Esattamente speculare a ciò che accadeva negli stadi e nelle città del Nord, negli anni '80. La polarità, seppur avviandosi verso una disposizione contraria, era rimasta immutata. Nuovi negri e nuovi padroni. Quei vecchi ideali, una volta traditi, tornarono a galla e iniziò a insidiarsi nella mia mente l'idea di andare all'estero una volta per tutte. E fui fortunato a trovarmi nella corrente giusta anche quella volta. Il nuovo tessuto sociale del Mezzogiorno era molto più consapevole di sé stesso e questo dava fastidio alla mafia. La droga stava diventando un affare da élite, molto più limitato; i barconi dei migranti erano strettamente sorvegliati da pezzi grossi; l'ecomafia stava svanendo... La gallina dalle uova d'oro stava in Giappone. Per quanto ne sapessi, scienziati, hacker ed economisti vicini alla Yakuza avevano creato questo White Web, una sorta di gigante cibernetico, speculare al Dark Web, alimentato a criptovalùta per gestire qualsiasi tipo di mercato. Il nuovo governo a trazione meridionalista stava facendo affido all'erogazione di minibot al tempo, per alleggerire la pressione fiscale che ancora aleggiava sulle piccole e medie imprese, rispettando la regolamentazione UE nella produzione di questa moneta parallela. La mafia, indispettita dalle nuove leggi regolamentanti su droga, prostituzione ed evasione fiscale, iniziò a servirsi del White Web e a fare affari, in criptovalùta, con gli Yakuza, che possedevano il monopolio mondiale delle nuove tecnologie informatiche al servizio delle organizzazioni criminali e terroristiche. Queste tecnologie Made in Japan, servirono alla mafia per esercitare una produzione clandestina incontrollata di minibot, creando un vero e proprio mercato nero a livello europeo, una volta che poterono disporre di tecnici e metodi sofisticati per stampare minibot delle diverse nazioni. La Camorra gestiva una buona fetta di questo traffico transcontinentale e di manutenzione dei laboratori e delle zecche clandestine. Furono proprio loro, su consiglio di un amico di un amico assessore alla cultura, che mi mandarono in Giappone a fare ciò che sapevo fare meglio: il mediatore. Si era innescato un circolo vizioso in Italia: i minibot facevano schizzare il debito pubblico in alto, l'UE minacciava lo Stato, che era costretto al ricatto mafioso, in cambio di una tregua sull'erogazione clandestina incontrollabile e così molti mafiosi poterono infiltrarsi in posizioni di potere. Le leggi che "davano fastidio" sarebbero state presto ritoccate. Ho sempre adorato il Giappone. La gente qui è così educata ed elegante. La mia timida dissolutezza raggiungeva apici mai visti prima, camminando per Tokyo dalle vette ai bassifondi; dagli uffici della finanza, alle tavole calde notturne, ai mattatoi dove arrivavano prostitute e operai dall'Est Europa, dal Sud Est asiatico, dall'Africa... nuovi schiavi per combattere una gravissima crisi demografica. Come mestiere di copertura facevo il pizzaiolo, così da non destare il minimo sospetto. Vestivo comunque elegante, quando non lavoravo, per destare ancora meno sospetti. In quel periodo di depressione economica e demografica, la droga invase il Giappone. Un carico di droga e di "carne fresca" sarebbe arrivato al porto di Yokohama la sera del 29 novembre. La telefonata mi è arrivata mentre stavo fumando una sigaretta nel retro della pizzeria, che dà su un vicolo pullulante di botteghe e bar che stavano chiudendo e io mi godevo quel poco che restava ancora della vita giornaliera delle insegne al neon. A mezzanotte, al porto, stavo svolgendo il mio lavoro di mediatore e interprete tra yakuza e camorristi quando, in mezzo alla carne fresca si è materializzata l'immagine di lei. Lei. La ragazza che mi aveva amato quando mi trasferii al Nord. Aveva una siringa in un braccio e un'espressione da vegetale. Troppo gracilina, sarebbe stata destinata ai porno clandestini. In quell'istante il nastro della mia vita si è riavvolto, dalla nevicata sulla Costiera fino a quell'esatto momento. Da buon mediatore riuscii a trovare uno spigoloso accordo con le due parti, al fine di farmi affidare la ragazza. Si sarebbero però aspettati la stessa professionalità da me... Lei. Non credo di averla mai amata davvero, non credo neanche nell'amore... solo che è stato come quella nevicata, averla vista con un ago nel braccio e con le occhiaie. Presomi carico del suo corpo devastato, ora in via di guarigione, ci stiamo dirigendo in Hokkaido. Sono passate due settimane da quella sera al porto e ho informato le parti che mi concedo una piccola vacanza. In realtà ho in mente di non tornare mai più a Tokyo. Il Giappone non l'ho vissuto come sognavo. D'altronde, cosa c'era da aspettarsi? Non ho sentito sulla mia pelle le sensazioni che provavo quando leggevo i manga di Jiro Taniguchi, per evadere dalla realtà. Quel sogno non esiste. Non so cosa farò esattamente. Voglio solo rivedere la neve, per il momento, abbracciato a lei, senza avere alcuna parola per chiederle scusa. Può darsi che me ne resterò in Hokkaido senza farmi sentire più da nessuno e lasciandomi indietro qualsiasi dovere. D'altronde, anche se continuo a tirare avanti, mi sono già messo l'anima in pace. Questa vita sfuggente che ammazza i sognatori, non è molto lunga neanche per i mediatori. Già. Lei, Milena, quando l'ho portata a casa mi ha detto: "Guardami, io non ho fatto la mediatrice. Quindi perché sono qui adesso?"
  5. Sleep

    Il silenzio dei pini marittimi

    Ciao @Floriana provo a lasciare le mie impressioni: L'incipit è carino, ma non avrei separato queste due battute che, suppongo, siano del Mondo. Non trovo molto utile dare un nome a un personaggio che non è né protagonista, né verrà ulteriormente citato, poiché il racconto cambierà punto di vista. cappello, refuso d eufonica errata là, refuso Qui avrei dato uno spazio, visto che cambia il punto di vista e i tempi verbali. qui non va la virgola sappiamo, refuso jogging, refuso Questo concetto è ridondante nel racconto, per quanto ne sostenga bene la poetica. Eviterei di ripeterlo più volte. Gioco molto interessante. Sembra quasi che i pini stiano tradendo la loro anima profondamente umana. Qui ci ritrovo tutta l'anima del racconto. Molto bello. sapore, refuso. Qui mi sarei espresso diversamente. Non so se intendi un incontro con il proprio lato oscuro... micce, refuso. non mi piace questo modo troppo schematico di esprimere un concetto che dovrebbe essere medium d'empatia tra l'uomo e la natura. Troppo frivolo. Finale molto bello ed evocativo. Al netto di vari refusi segnalati e di alcune scelte stilistiche che non ho apprezzato tantissimo, questo racconto mi è piaciuto molto. Mi trasmette una certe leggiadria sia nel modo di scrivere, leggero e scorrevole, nonostante il cambio di prospettiva e tempo verbale all'inizio, sia nel voler comunicare un messaggio pacifista, ambientalista, d'amore. Questa ricerca nel voler creare immagini evocative, il modo di scrivere poetico, oltre che il concetto che si vuol comunicare mi ricordano molto i film del buon Hayao Miyazaki. In "Princess Mononoke" del sopracitato Miyazaki si vede una natura che si ribella all'insensibilità (rappresentata sotto forme più acute di violenza, rispetto alle tue, che comunque fanno passare il messaggio) degli umani con vigore. Invece i pini che hai raccontato sembrano quasi farsi arma della loro sofferenza, della loro quiescenza, esprimendo una volontà di essere compresi non da tutti gli umani ma solo dalle "piccole menti" aperte e innocenti. Molto bello, molto evocativo. Complimenti.
  6. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Alberto T. E grazie davvero per il commento, che ho trovato tutt'altro che noioso e incompleto. Mi ha dato molti spunti di riflessione. Soprattutto, mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa. Attingere dallo stile degli scritti religiosi stessi è un'idea interessante, sarebbe stato più che logico farlo qui, con molta più accuratezza, dato che mi presento con due citazioni del genere. Io credo che il Vecchio Testamento sia la punta massima da osservare, se si cerca di costruire un buon Fantasy; in particolare se si vuole mettere in risalto la fede che può avere una persona...ma credo il discorso valga per qualsiasi tipo di Fantasy, con qualsivoglia tipo di ambientazione. Grazie ancora
  7. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Floriana e grazie per l'intervento. Sì, anche io. Anche sulle caporali...oppure usare il corsivo per indicare i dialoghi. Cosa potrei aggiungere per migliorarlo? Serviva un corsivo su "abbiamo", perché richiama l'abbiamo pronunciato da Delia. Sì, un punto e virgola non avrebbe guastato. Citazione, ribadisco, come suggerito dall'altra utente, che avrei dovuto usare il corsivo. Volevo rendere l'idea di un passo pesante, l'idea di lotta, come spiegato poco dopo. Per questo ho usato, forse impropriamente, solcare. Il soggetto di "ne fece incetta" è Allen, citato poco prima. Grazie per la segnalazione. Molto meglio così. Sarebbe stato utile andare a capo? Cos'altro per renderlo più graduale? Già. Una di queste porta addirittura a un portale tra due mondi. No. Sono differenti. Questi demoni con la d minuscola sono quelli ripudiati dagli altri, con la D maiuscola indicata, che agiscono nel sogno. Questo è il cammino di Allen: combattere contro i Demoni. Solo così può camminare sulle SUE gambe. Cosa avrei potuto aggiungere per migliorarlo? Idem qui. Si ritorna a un po' all'inizio del racconto. Si vuole descrivere una natura ciclica, il monito di Dio che viene a mancare, poiché lo stesso Dio perde ogni credibilità. Con quali altre parole sarebbe più interessante? Ti ringrazio per il feedback. Il racconto ha bisogno di più aria ,certamente, e di alcuni degli aggiustamenti già proposti. Grazie di nuovo, a rileggerci.
  8. Sleep

    Arcobaleno

    Ciao @Kikki grazie per il tuo intervento. Le due citazioni derivano dal Vecchio Testamento, non le uso nei dialoghi, ma a capo di ciascuna fase del racconto, appositamente evidenziabili e separate. Più che indicare le fonti, mi piace l'idea che il lettore entri in contatto gradualmente con il tema religioso del testo. Ti ringrazio molto per questa segnalazione. Mi rendo conto che la tua proposta è molto più elegante e funzionale della mia. Sì, mi rifaccio alla visione dell'arcobaleno nella Parashah, una parte della Torah, riguardante proprio il Diluvio Universale, dove l'arcobaleno è visto come segno negativo, comparendo esso nel cielo quando il mondo meriterebbe di essere distrutto da Dio. Ho voluto dedicare anche il titolo all'arcobaleno in quanto simbolo di tutto il mio racconto. Il suo dissolversi, il suo spezzarsi, come si vede alla fine, coincide con la fine delle speranze, con il completamento della "punizione divina", alla quale Allen si contrappone. Il compromesso è un accenno del dialogo che si svolge verso la fine tra Allen e Noè, riguardo al rapporto tra Dio e i Demoni. Sono d'accordo. Sarebbe stata meglio un'altra soluzione, più implicita e magari più accattivante...così da non presentare un personaggio troppo piatto. Sempre Allen, viene richiamato giusto mezzo riga prima. Non volevo ripetermi. Viene spiegato che la caverna diventa GRADUALMENTE più stretta e contorta ed è umida in alcuni punti. Dopo un certo tratto già coperto, forse è più ragionevole che proceda, sperando di trovare un vero riparo, anziché tornare indietro e uscire di nuovo nel luogo dal quale aveva deciso di ripararsi. Grazie ancora per l'intervento. In verità il racconto è una bozza di qualcosa di più grande. Un esercizio anche per aiutarmi a delineare alcuni concetti e alcuni personaggi. Mi interesserebbe avere un feedback, per capire se può essere interessante per qualcuno.
  9. Sleep

    Arcobaleno

    "Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo" La roccaforte di arenaria, dove risiedevano gli esorcisti, dominava sul mare contenuto da scogli neri e grandi come draghi. Allen sedeva su di un merlo guelfo pericolante, brecciato. L'Arcobaleno precipitava nel mare, tagliando l'orizzonte rischiarato dalle piogge. Allen sapeva che si trattava di un monito grave. Da qualche parte c'erano state lotte o persino massacri e gli esorcisti non erano ancora abbastanza, in quel mondo corrotto dal compromesso. "Allen! Sei qui. Jonas è morto. Non ce l'ha fatta a tenergli testa. Erano in troppi." Disse Delia, giunta con passo felpato alle spalle di Allen. Gli massaggiò la folta chioma di platino. Accarezzò la profonda cicatrice, che penetrava nel volto del Capitano Allen...colui che una volta giocò a scacchi con il nemico. Lui rispose, continuando a guardare l'insondabile panorama, tagliato dal monito variopinto: "Vado anche io a est. Non riesco più a stare qui." "Morirai, Allen! Ti prego non lasciarmi. Abbiamo tutti bisogno di una guida qui. Abbiamo bisogno di fede!" "Hai bisogno di fede...non abbiamo. Siamo troppo pochi e nessuno può permettersi il lusso di affidarsi al prossimo, per poter ritrovare sé stesso." Allen si parò, in piedi, sul merlo e si tuffò nel vuoto, costeggiato da rocce e arbusti a contornare le fragili pareti della fortezza. L'Arcobaleno iniziò a sparire. Il cielo divenne grigio e minaccioso. "Apparirà un bimbo, nato da una vergine, e salverà il mondo." Allen il viandante solcò in molti tipi di terreno. Inseguì un sogno di riscatto personale, ma anche un'opportunità ben più grande. Nelle impervie regioni orientali gli uomini erano quasi del tutto spariti. Le strade montuose, dove una volta carretti trainati da buoi e squadroni di cacciatori o artigiani di villaggi, in cerca di materia prima, circolavano canticchiando,al passaggio di Allen pullulavano di cadaveri. Le carcasse venivano profanate da demoni con la testa di condor, rossi e con una barba nera rasata. Ne fece incetta, per giorni e giorni, ammassando altro sangue, riciclato da intestini ciclici e insaziabili, a quello già versato dagli uomini sfruttati. Uomini vessati per le proprie fragilità. Il viandante dai capelli di platino adoperava con freddezza la sua pesante arma a forma di croce, a doppio uso. Poteva sparare proiettili di argento a due alla volta; sulla parte superiore della doppia canna era congegnata una balestra che sparava frecce prodotte con frassino benedetto. Provava ribrezzo per quelle creature infami, divoratrici di materia, ripudiate anche dai Demoni stessi. I Demoni che devastavano l'umanità, e rendevano giogo di piacere le sofferenze dell'Uomo, aggredivano Allen nel sonno. Erano ben più ardui da scacciare, anche se l'arma, nei sogni, non pesava nulla...Più si addentrava nel mondo devastato e più la sua fede scricchiolava e il peso della lotta contro i Demoni ne schiacciava l'anima. Una sera, dopo aver vagato, facendo pulizia, sterminio di demoni condor e demoni avvoltoi, senza mangiare e senza bere, Allen si riparò in una grotta. Ne definiva i contorni una peculiare roccia turchese, brillante. Non l'aveva mai vista prima. All'ingresso, il terreno brullo mutava in erba soffice e bagnata. La leccò per inumidirsi finalmente le labbra. Si addentrò e il condotto divenne gradualmente più stretto e contorto. Si trovò costretto a gattonare e strisciare, in alcuni punti melmosi, come se stesse attraversando un intestino. Passarono ore. Alla fine del lungo tubo scavato nella roccia effusiva, stremato, cadde nell'imbocco di un' ampia camera illuminata. La camera aveva la solennità di un pantheon. Il tetto conico, scavato nella terra e nella roccia, era perforato da un oculo che lasciava passare l'illuminazione offerta dalla luna, amplificandola e proiettandola nel laghetto scuro che occupava gran parte della stanza. Una decina di porte imponenti interrompevano il bordo circolare, dominando sulla piattaforma grigia e levigata, sulla quale era precipitato Allen. Una bambina bionda, con delle lunghe treccine, era dedita a mangiare del pane, seduta sulla piattaforma. Agitava i piedini nell'acqua gelida del laghetto e squadrava il nuovo arrivato, precipitato dal tubo. "Ciao viandante." esordì lei, dopo aver inghiottito il boccone. Non vi fu alcuna risposta, per qualche minuto. Dopo aver atteso, la ragazzina si avvicinò ad Allen con del pane e una brocca piena d'acqua. Lo rigirò a pancia in su, gli sollevò la testa e lo rifocillò, accudendolo come se fosse un suo figlio. Gettò l'arma a forma di croce nel lago ed essa affondò, senza nemmeno lo strascico di una bollicina. Ripresosi, Allen chiese: "Chi sei?" "Mi conosci. Abbiamo giocato a scacchi, una volta." Rispose la fanciulla, sorridendo e baciando una trecciolina. "Noè...così ci ritroviamo!" "Già. Mi trovi più graziosa ora? Tua moglie, da bambina, aveva questo aspetto, sai?" Noè si tuffò nel lago...quando riemerse aveva assunto le fattezze adulte della moglie di Allen. Quest'ultimo sussultò, terrorizzato, dopo aver notato la somiglianza. "Allen, mio caro ribelle. Tu e i tuoi subalterni non avete capito una cosa. Dio e i Demoni non si fanno la guerra, ma stipulano tregue e trattati. Sanno bene che uno non può esistere senza l'altro. Sanno bene che anche tra gli umani può vincere solo il compromesso. I pensieri e il tempo...sono indipendenti e dispettosi. Non ne vogliono sapere. Non può esistere un ordine, se dall'altra parte non c'è un disordine." "E dove sarebbe l'ordine? Nella tua Arca, dove hai lasciato salire solo il miglior offerente? Come può Dio permettere una cosa del genere? Tu sei solo un impostore!" "Non sono un impostore. Sono un vicario. Il compito che mi è stato affidato è quelle di salvare le anime pure, tutti coloro che sono stati in grado di resistere al Maleficio. Perché tu e tutti i tuoi subalterni non volete salire sull'Arca? Avete superato la prova imposta da Dio. Cos'altro volete?" "Se questo è il volere di Dio, io voglio sfidarlo." "Oh, lo sapevo. Ti aspettavo proprio per questo. Non mi deludi mai, amore della mia vita. Giochiamo un'altra volta. Spero che l'opportunità che ti ho dato la scorsa volta non sia andata perduta. Spero tu abbia imparato a...giocare. Dietro una di queste porte che ci circondano c'è il Portale che connette questo mondo a quello dei Demoni. Se vincerai la partita ti dirò di quale porta si tratta. La aprirò per te. Una volta dentro, troverai le istruzioni per apporre il sigillo." "E se perdo?" "Se perdi...continuerai a camminare sulle tue gambe, senza meta." . . . "Mi dispiace, amore." Allen venne nuovamente sconfitto da Noè. Questa partita durò anche di meno. Noè aprì la porta che custodiva il Portale. Una schiera di Demoni, alti, qualcuno alato, qualcuno con il corpo a forma di serpente, qualcuno in veste di chimera, affollò la grande stanza circolare. Noè, ora di nuovo con le sembianze da bambina si levò in volo, diretto verso l'oculo e l'uscita della caverna. I Demoni che circondarono Allen divennero centinaia, poi migliaia...assunsero tutti le fattezze della moglie deceduta di Allen. Egli restò lì, impotente, di fronte alla scacchiera che decretava solerte la sua sconfitta. Disse: "Morite tutti. Un giorno io spezzerò questo cerchio." I Demoni lo divorarono, tra urla e risse per accaparrarsi qualche brandello di anima. Non restò nulla di Allen. I Demoni continuarono a uscire dalla caverna. Da qualche parte, in una città ancora abitata, un umano vide un Arcobaleno spezzarsi...
  10. Sleep

    Venne dallo spazio

    @Jotaro88 Ciao e piacere di conoscerti. Che bell' username! Ti riferisci al Jotaro di Jojo, vero? Vengo al testo...ti lascio le mie impressioni: Correggerei con un semplice "o forse sulla trentina" "anzi, sulla trentina". Così sembra quasi che supponi sia del Trentino Alto-Adige. È vero che la cosa è intuitiva, ma personalmente non mi affascina e poi siamo ancora alla seconda riga e non ti conosco... La descrizione di questo personaggio mi pare un po' approssimativa. Non capisco perché i capelli corti, il taglio giovanile, stonino con il complesso della persona. Non è nemmeno descritto come un vecchio o di mezz'età, se non per la pancia. Poi, alla luce di ciò che accade dopo, avrei costruito un personaggio più bizzarro, peculiare. In questo periodo qui le ripetizioni funzionano bene. Si ricollega alla descrizione. Perché dare del tu a una persona che fai intendere più grande di te, sconosciuta? Periodo contorto e sconclusionato. Pensavo si concludesse con un "in realtà è"... Anche questa risoluzione qui non mi piace. La renderei più fluida, semplice. Te lo spieghi da solo. "Consono" non mi pare il termine adatto da utilizzare. Al massimo: "romantico", "evocativo". Questa è la parte migliore. Riuscita e divertente. Riesci a trasmettere l'idea della città popolata da leggende e personaggi improbabili. refuso, ce ne sono un paio simili, mi pare. Perché "ovviamente"? refuso refuso. Dataci senza virgola in mezzo qui. Pensiero molto bello, andrebbe maggiormente approfondito. spazio sembra quasi un ossimoro, non lo trovo molto funzionante. Le arterie sono i vasi più ampi, di solito vi si indicano, metaforicamente, strade molto larghe. non mi piace molto "aguzzi palazzi". Mi sovviene un'immagine di cattedrali gotiche, pinnacoli... Poi, se per le rette tendenti a infinito intendi gli asintoti...non si toccano con la curva, vi si avvicina indefinitivamente, senza toccarsi. Me lo vedo di nuovo neanche è molto elegante, secondo me. La chiusura è veramente ottima. È affascinante per ciò che trasmette: il protagonista, trascinato dalla rabbia e da una certa ostilità verso un qualcosa di completamente diverso, avulso dalla sua visione, ora si rende conto che il pensiero con il quale si è confrontato non è molto banale. È spaventoso. La discussione proposta è interessante, ma solo accennata. Non ci sono molte immagini potenti, il discorso poteva essere un pochino più ampio. Il tema è attualissimo e molto affascinante: conoscenza e tecnologia. Un rapporto complesso, che può sfociare in mille aspetti. Qui ci si sofferma sul fascino della carta, della letteratura nella versione più antica, quella prediletta dal protagonista, che mostra scetticismo e paura verso l'evoluzione della conoscenza stessa. D'altronde tu stesso ti prodighi nel descrivere la biblioteca vuota e buia. Mi piace il gioco di provocazione del ragazzo/signore grasso. Mi ricorda molto il Ragazzo Tecnologico di American Gods, romanzo di Neil Gaiman (tra l'altro, noto che hai Sogno come immagine del profilo, complimenti) che ti consiglio vivamente, se non l'hai letto, anche per trovare un punto di vista peculiare e molto interessante sulla tecnologia, sulla religione, sullo scontro tra il vecchio e il nuovo. In definitiva, il racconto è stato piacevole da leggere, ha un ottimo finale; la discussione centrale è intrigante, ma troppo approssimativa e accennata, limitata per gli spunti che offre. È scritto abbastanza bene, tranne per qualche uso un po' troppo marcato della lingua in alcuni punti e dei periodi non costruiti in modo ottimale, che mi sono permesso di segnalarti prima. Ovviamente riflette molto del mio gusto, ma spero ti sia stato utile ciò che ti ho detto e segnalato. Buona scrittura, a rileggerci!
  11. Sleep

    Brezza Svedese

    @AndC Grazie per l'articolato commento. Mi è stato molto utile per schiarirmi le idee, quindi sicuramente riscriverò questo racconto, dandogli anche più aria. Hai giustamente sottolineato come ci sia troppa carne al fuoco per 16000 caratteri. Però, credo, se avessi usato una narrazione in discorso diretto, a tratti cantata, non solo avrei snellito il racconto da tante ripetizioni (che faccio sempre fatica a notare, le noto parzialmente poiché ho un certo gusto nelle ripetizioni, forse sarò l'unico al mondo che ha questa mania) ma l'avrei arricchito anche di quel lirismo, di quel potenziale evocativo, d'immagini, che tu hai suggerito. Magari verrebbe sacrificato il tono epico, ma potrei spostarmi in un mondo meno impervio, una scrittura meno pesante, fatta più da periodi brevi. Per quanto concerne i personaggi: essenzialmente volevo che fosse così. Mi bastavano essenzialmente il Re, la prostituta, il menestrello e gli Dei; gli altri erano di contorno, appena accennati per cercare di costruire una storia del Mondo, articolata nel racconto (possibilmente cantato, correzione permettendo) di un menestrello che dedica la sua sapienza a un'altra persona che non conosce quasi nulla del Mondo. Di sicuro, avendo più spazio, ci sarà modo di approfondirli meglio. Non mi piace dare dei nomi ai personaggi e nemmeno alle città; mi piace mantenere una neutralità assoluta per non dare riferimenti, mantenere il tempo del racconto fantasy totalmente indefinito o meglio, lasciarlo intuire parzialmente solo dalle descrizioni. Usare dei nomi propri mi farebbe rischiare degli anacronismi, come in alcuni casi, in cui ho sbagliato utilizzando dei tempi troppo legati al periodo moderno, che avevi sottolineato. Grazie e a rileggerci
  12. Sleep

    Brezza Svedese

    Ciao @Bardo96 grazie per l'intervento. Sono contento che ti sia piaciuto. Premetto che ancora sto cercando un mio stile. Se vuoi, vai sul mio profilo e vedrai che ho provato a scrivere anche altri tipi di racconto, con impostazione diversa. Questa è un'idea molto interessante e funzionale. Ti ringrazio per avermelo suggerita. Forse il dialogo sarebbe un po' più di tono al racconto. Non sono molto d'accordo sul voler dimostrare il sentimento del menestrello, poiché è un narratore, un cantore di storie. Pur essendo un vagabondo, il suo posto nel mondo sarà sempre assicurato. In qualsiasi tipo di mondo. Si. Forse questo è stato un po' troppo lasciato all'intuizione. Anche perchè il riferimento alle vasche è molte righe lontano dalla descrizione della risalita . Semplicemente i morti si procurano il ghiaccio per preservare le fattezze della loro reincarnazione. Mi piaceva questa visione strana e orrorifica della città, soprattutto da parte del Re, in lontananza. Mi Rendo conto che avrei dovuto organizzarla meglio. Si. Li rende deboli di spirito, interferendo con i loro piani. Un po' come si comportano gli Dei nell'Iliade. No. È un'immagine puramente poetica.
  13. Sleep

    Brezza Svedese

    Il cielo era terso, il sole alto e il vento sussurrava sonetti di un vecchio poeta condannato all'immortalità. Un Re deposto e i suoi cortigiani uscirono, ordinatamente, da una locanda per dirigersi verso la banchina. Il loro vecchio porto, la loro vecchia fonte di ricchezza, che fino a poco tempo prima avevano esclusivamente ammirato dall'alto o figurato nei conti di un Maestro o nelle strategie di un Comandante. Uno dei cortigiani portò con sé una prostituta orba, che lavorava alla locanda per sole cinque corone d'argento al mese; con le quali si poteva solo permettere il vitto e l'alloggio nelle camere del palazzo retrostante la locanda, amministrato dallo stesso baronetto che possedeva molte proprietà nella zona del porto. La bellissima neocortigiana pensò che un Re fosse pur sempre un Re, e che anche nell'esilio costui potesse portare beneficio a chiunque gli virasse intorno. Non era mai salita su una nave e l'uomo che l'aveva comprata pochi minuti prima l'aveva abbandonata per inseguire un ordine di qualche importante Signore. Fu aiutata da un menestrello, il quale decise d'intrattenere la povera fanciulla cieca e spaesata con delle storie. Il Re si mise a piangere, osservando la città che aveva governato diventare sempre più piccola, mentre svanivano anche le urla dei Morti e la visione delle grosse vasche piene di blocchi di ghiaccio. L'esilio ebbe il suo inizio. L'ignoto si avvicinava ineluttabile, proprio come la Morte, la quale era stata profanata. La nuova ospite della Corte raccontò al menestrello che proveniva da una grande città dell'Est e che aveva perso la vista da piccola, per colpa di una punizione divina. Sapeva solo questo, che le fu raccontato da una vecchia meretrice, la quale le insegnò il mestiere, per procurarsi da vivere. Non sapeva nulla. Perché gli Dei l'avevano punita? Perché i suoi genitori l'abbandonarono? Qual era il suo volto? Che volto avevano i profanatori del suo mistero, ovvero il suo corpo? Il menestrello, di tutta risposta, iniziò a narrarle, per grandi linee, la storia del mondo. Un mondo dove viveva, ma che neanche lei conosceva. Sotto una coltre di polvere, in una chiesa, giaceva un libro, che molti menestrelli avevano letto, per anni e anni. Tante nuove versioni ne vennero scritte, per cui le copie originali giacevano quasi tutte, impolverate, in qualche chiesa. Nelle sue prime pagine c'era scritto che, circa un milione di anni prima che il menestrello lo scoprisse, una sera un uomo vide un fulmine scagliarsi nelle sue vicinanze e udì il suono imponente del tuono. Quello fu il giorno in cui iniziarono le divergenze. Quella sera nacque Dio. Il pensiero iniziò a evolversi tra i Primi Uomini e, dopo decenni, vennero a formarsi due clan: coloro che credevano in un solo Dio e coloro che credevano in molti Dei. Mentre il menestrello narrava, il mondo era ancora diviso tra Politeisti e Monoteisti. Gli Antichi Monoteisti dominarono a lungo il mondo: le loro città e il loro castelli si ergevano altissimi; i loro terreni erano rigogliosi; la loro forza era alimentata dalla loro fede. I popoli che credevano in un unico Dio, che aveva molti nomi, esaltato in molte lingue diverse, vivevano in pace sapendo di essere protetti. Il loro Dio vegliava sui loro raccolti e sulle loro famiglie, affinché prosperassero; il loro Re vegliava sull'ordine dei primi villaggi, delle prime città, affinché la labile fede degli esseri umani non venisse mai perduta, come invece accadde molte volte. I Politeisti, già a partire dall'Antichità, si accorsero di poter accarezzare i loro Dei, prenderli per mano. Al contrario, il Dio dei monoteisti era molto più alto, scontroso, riservato. Egli pretendeva rispetto e dedizione, per preservare la sua immortalità, ed esigeva che nessuno osasse avvicinarsi a lui. Nel clan dei Politeisti venne alla luce, una notte, un bambino verde e luminoso. I saggi del clan interpretarono quell'inaspettato dono come una benedizione degli Dei e così fu. Si trattava del Primo Mago. Grazie alla sua innata saggezza e ai suoi infiniti insegnamenti, i Politeisti furono i primi al mondo ad apprendere le Arti Magiche e a creare la Scrittura. Invece, ancora nei periodi più recenti, la Magia era bandita nei Regni Monoteisti. I Politeisti nutrivano il culto verso i loro Dei, interagendo con questi ultimi. Fuoco, Mare, Aria, Pioggia, Terra, Luce, Suono, Fulmine, Metallo...questi erano alcuni dei loro Dei, con i quali parlavano e grazie ai quali potevano modificare il mondo in base ai propri desideri. Ciascuna delle divinità venerate dai Politeisti richiedeva qualcosa in cambio da parte degli uomini. Gli stessi uomini erano obbligati a seguire una disciplina molto meticolosa per poter sostenere il peso delle conversazioni con gli Dei. Solo due Dei non richiedevano nulla in cambio agli uomini politeisti: il Pensiero, che nasceva insieme a loro e non sottostava a nessun ordine divino, tanto meno ad alcuna regola umana; la Morte, ripudiata e temuta da tutti gli altri Dei, con la quale parlavano solo i Negromanti, ovvero dei raccapriccianti individui dal corpo e dalla mente corrotta, puniti dagli Dei, proprio perché osavano tradire la loro generosità e adoravano la Morte. Le società politeiste si evolsero molto più rapidamente di quelle monoteiste, anche perché beneficiarono subito della Scrittura e della Lettura, che divennero nuovi Dei, grazie ai quali poterono conservare gli intricati percorsi delle loro evoluzioni. Fu una salvezza per loro, poiché la brama degli esseri umani non conobbe mai confini o regole e sovente l'umanità politeista cadde, schiacciata sotto i suoi complessi castelli. Le società monoteiste, d'altro canto, temevano profondamente quelle politeiste, ritenendole fondate su una terribile eresia. Dio li proteggeva contro quelle minacce eretiche, che spesso avevano tentato d'impossessarsi dei loro forzieri pieni e dei loro territori rigogliosi, delle loro cittadine ridenti...Li proteggeva aizzando catastrofi di ogni genere sui territori maltrattati dai Maghi. Catastrofi troppo grandi anche per la loro magia. Corruzione. Ma qualche volta, nel corso lunghissimo della Storia, non fu così. Dio si dimenticò dei suoi fedeli e le società monoteiste rischiarono di estinguersi, sotto il violento pugno di ferro della distruzione seminata dai Maghi. Però questo non accadde mai. Le società monoteiste risorsero sempre più forti e orgogliose di prima, perché più forte e più orgogliosa rinasceva sempre la fede in chi non aveva voglia di piegarsi. Allo stesso tempo aumentavano le sventure per chi si lasciava inebriare dal potere. Tuttavia, era da un bel pezzo che il Dio dei Monoteisti sembrava essersi addormentato. O almeno questo pensavano gli abitanti del Regno che, poco prima dell'esilio deciso dal Consiglio degli Anziani, apparteneva al Re che ora sedeva su uno scranno molto meno prestigioso e pesante, ospitato su una nave mercantile diretta verso il selvaggio Ovest. La terra dava scarsi frutti, a partire da dieci anni prima; nel mare nuotavano pochi pesci; gli animali erano magri, poiché non riuscivano a nutrirsi adeguatamente; gli alberi caddero numerosi per lasciare spazio agli insediamenti umani; l'acqua venne sporcata dall'industria, che cresceva, per produrre le armi e le navi del miglior materiale, destinate soprattutto al commercio con gli odiati popoli politeisti...molti aspetti dell'evoluzione e della modernizzazione stavano spegnendo la protezione di quel Regno monoteista. Negli ultimi anni, in quel Regno, il Re era esasperato e addolorato per via della carestia che ormai affliggeva il suo popolo; inorridito dal degrado che imperversava per le strade della bella capitale sulla quale regnava, la capitale che era così bella, armoniosa e accogliente, quando il Re era solo il figlio di suo padre. Per ovviare almeno alla fame e alla sete, non gli restò che avviare le attività di commercio con un Regno politeista limitrofo, governato da un saggio uomo, nonostante la giovane età, manipolatore della Terra. Le armi e le navi costruite con il legno e il ferro più pregiati, peculiari di quelle zone, presiedute dal Regno monoteista, in cambio del miglioramento delle condizioni, aride, del terreno, distrutto da un grande periodo di siccità. Il Re decise di affidarsi alla Magia, tradendo il credo secolare della sua nobile famiglia monoteista; circondato da miseria e distruzione, come la violenza che si attanagliava tra le menti dei cittadini affamati, decise di farsi aiutare dal Grande Mago, manipolatore della Terra. Stregoni e indovini iniziarono ad affollare la Corte, tra il malumore di molti dei più Alti Funzionari del Regno. I raccolti tornarono a essere rigogliosi. La Corte s'impegnò al massimo per tenere al segreto gli accordi esercitati tra il Regno e i Maghi Politeisti, eppure non riuscì a fermare il culto della Pioggia. I cittadini del Regno, ormai, veneravano uno degli Dei adorati dai Politeisti e non più quell'unico Dio che si era dimenticato di loro. Dato il degenerarsi della situazione e il netto cambiamento d'orizzonti dello stesso Re in materia filosofica, religiosa, oltre che la conversione totale dei maggiori possidenti di terreno; il Consiglio degli Anziani, gli Alti Funzionari e i più eminenti Sacerdoti del Regno organizzarono una tremenda congiura ai danni del Re e ai danni dello stesso popolo. Presero contatti con un pericoloso Negromante, ricercato dal Sovrano politeista, il quale decise di offrire loro i suoi oscuri servigi. Dai grandi fossati e persino dal mare i Morti si alzarono e invasero le case dei loro cari, che abitavano nella capitale. Molti, in preda al terrore, fuggirono via. Gli organizzatori della congiura nei confronti del Trono, presero le redini della situazione. Organizzarono una grande riunione nella piazza cittadina, mentre i Morti erano andati rapidamente verso le montagne a procurarsi il ghiaccio, e sfiduciarono pubblicamente il Re; trovarono riscontro popolare nell'affermare che l'invasione dei Morti era la naturale conseguenza dello smarrimento della fede verso l'unico Dio. Rivelarono, sventolando i documenti (falsificati in modo che i nomi dei congiuranti non apparissero mai) e gettandoli nella folla, la collaborazione tra il Re e il Sovrano del limitrofo Regno politeista. Così come i raccolti erano tornati a prosperare, essi sarebbero di nuovo svaniti, devastati dal fetore dei Morti e dalla disperazione in cui il popolo sarebbe caduto se si fosse ancora affidato alla Magia. Gli Anziani, i Sacerdoti, gli Alti Funzionari, tutti quei detentori del potere politico del Regno, identificarono, davanti al popolo, ancora una volta le ragioni di una decadenza nella perdita della fede. Era proprio in quel momento che il loro Dio necessitava di ammirazione, paradossalmente, proprio quando quella fede vacillava pericolosamente e la mente di ogni individuo si lasciava ammaliare dall'aberrazione della Magia. In quei giorni i raccolti ancora godevano dell'incantesimo del Sovrano straniero e la gente, di nuovo rincuorata e piena di speranza, di fronte ai Morti (che devastavano di nuovo i raccolti, seminavano distruzione, urlavano e aggredivano le persone, non riconoscendo nemmeno i loro cari) di nuovo pregava l'unico Dio. I congiuranti si assicurarono che il Negromante adempiesse alla sua promessa e che i Morti sarebbero spariti entro una settimana dalla dipartita del Re condannato all'esilio; intanto progettavano, insieme al Negromante stesso, la rapina del Sovrano straniero e la richiesta di riscatto al suo Regno politeista. La prostituta orba s'innamorò del menestrello, si offrì più volte di ripagarlo come sapeva fare, da mestiere, ma egli si rifiutò sempre, durante tutta la navigazione. La bellissima fanciulla capì che forse veniva da un Regno dove si praticava la Magia e che qualche maledizione si scagliò su di lei per colpa di qualcun altro, forse dei suoi genitori...questo non lo sapeva. Lei iniziò a "vedere", il mondo iniziava a prendere forma nella sua testa, viaggiava attraverso le storie e le parole, guidata dalla dolce voce del menestrello. Sognava e amava, non desiderava altro. Nonostante la sua condizione non provava alcuna avversione nei confronti delle pratiche magiche, anzi l'affascinavano intensamente. Magari un giorno, insieme al suo amato menestrello, che l'avrebbe guidata per gli abissi e per le risalite, sarebbe giunta alla sua vetta. Magari un giorno la prostituta orba avrebbe fatto visita alla dimora del Cavaliere Nero che osò sfidare a scacchi la Morte, per prendere il suo posto. Magari un giorno lei proverà a giocare a scacchi con qualche Dio, per riprendersi la sua vista e poter finalmente riuscire a "vedere" l'unica bellezza che non avrebbe saputo descriverle profondamente il menestrello. La sua bellezza.
  14. Sleep

    E io ci sto

    @Lauram Ciao. Provo a lasciare le mie impressioni. Premetto che non ho letto gli altri commenti e ti chiedo scusa in anticipo se evidenzierò alcune cose che già altri ti hanno fatto notare. refuso "e" superflua il giacchetto è perlopiù femminile. Avrei usato "giubbotto" per indicare un indumento più maschile. "pensava" refuso niente virgola in mezzo Il racconto è scritto abbastanza bene e si lascia leggere molto volentieri. Buoni gli stacchi e la gestione dei tempi verbali e anche dei tempi narrativi. Il racconto inizia quasi dalla fine, torna indietro per inquadrare il contesto familiare e il protagonista stesso; poi ritorna al suo inizio e procede spedito verso la fine, tutto giostrato senza troppi intoppi. Le descrizioni dei sentimenti di Rino sono molto belle ed evocative e costruiscono sapientemente e gradualmente, con semplici parole, il rapporto con la madre. Un rapporto molto" rose e fiori", viene descritta una madre amorevole, paziente, che lascia ai suoi figli esprimere il proprio potenziale creativo, li tratta con molto equilibrio e giustizia...manca qualcosa sul padre, che dà l'idea di essere un po' assente, poiché non vengono offerti spunti sulla sua personalità che, nell'ambito di un contesto fatto di quattro persone, è molto importante per delineare anche il modo di comportarsi degli altri tre. Qui sembra totalmente ininfluente. Non è una vera e propria critica, è solo un mio gusto personale, ma sembra che vada "tutto bene" e che sembri impossibile che in questa famiglia possa mai esserci un problema. Noto solo un debole tentativo di descrivere un contesto familiare abbastanza povero, un tentativo del far risaltare il concetto "poveri ma felici" in più punti, soprattutto alla fine quando il bravo ragazzino si accontenta e supera la piccola delusione, rifugiandosi nel calore e nell'atmosfera festiva dell'ambiente familiare. Un grandissimo plauso a queste due righe. Veramente una bellissima descrizione. In generale, tutto quest'episodio, questo slice of life è molto piacevole, ben costruito. Ripeto, il contesto che si crea intorno a Rino mi pare un po' troppo ameno, idilliaco, ma è più un mio gusto che una critica, poiché il racconto funziona molto bene anche così. Il tentativo di entrare nella mente di un ragazzino di dieci anni, di descrivere le sue piccole emozioni e azioni quotidiane è ampiamente riuscito. Sono riuscito a immedesimarmi bene in molte situazioni e a...tornare ragazzino anch'io. Un'ottima prova. Complimenti e a rileggerci!
  15. Sleep

    La Quarta Parete

    @Befana Profana Ciao. Grazie dell'intervento e dei suggerimenti. L'incertezza e le varie ipotesi su sé stesso del personaggio sono specchio della sua follia. Il fatto che arrivi a immaginare definitivamente di essere vittima di un autore che non si cura di lui, in quanto personaggio marginale, comparsa, vuole approfondire e capire la sua anomalia, ovvero la sua coscienza; che però non crede che emerga nel "libro" del suo Autore/Dio, poiché conduce una vita noiosa, diretta non da lui, non da protagonista. L'omicidio è il climax della sua instabilità e del suo desiderio di affermare la sua coscienza, sfidando il suo stesso Autore e cercando di essere protagonista. L'ambiguità fa tutta parte del gioco che ho cercato di mettere su, per riflettere sul concetto della quarta parete, anche narrativamente. La parte finale, che sembra orientarsi su una critica alla società attuale, ho deciso di svilupparla per fare risaltare la nullità del personaggio, la nullità (in generale) dell'individuo e della sua coscienza, rapportata a un contesto sociale postmoderno, che ho estremizzato come disumano, oltre i paletti del buonsenso che ancora oggi reggono. L'ho estremizzato per esaltare la critica alla società, ma l'obiettivo (probabilmente non raggiunto) era il mostrare la perdita della coscienza dell'individuo in una società del genere e lo sforzo vano del tentare di essere un protagonista, tramite azioni come l'omicidio
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