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Davide Genova

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Tutti i contenuti di Davide Genova

  1. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    In un mio thread (semiserio) precedente si è arrivati a discutere approfonditamente delle agenzie letterarie e dei loro metodi di giudizio, arrivando a citare strumenti di valutazione con cui tecnicamente un testo può venire giudicato ("sospensione dell'indredulità"). Mi piacerebbe avere un confronto con chi legge, in questo senso, rispetto agli "espedienti narrativi". Un concetto su cui un mio testo, a giudizio quasi unanime delle agenzie che ho interpellato, si arena. Per farlo, permettetemi di ricordarvi l'espediente narrativo usato da Alexandre Dumas (figlio) nel suo noto "La dama delle camelie". Non un capolavoro indimenticabile, d'accordo, ma comunque un classicone di valore. Strutturato così: - L'io narrante scopre che c'è un'asta di oggetti personali appartenuti a una nota prostituta parigina che, morendo, ha lasciato diversi debiti. Dopo aver riportato quello che si sa in città di questa donna, racconta la sua partecipazione all'asta, dove si aggiudica un libro (Manon Lescaut). Nella prima pagina il libro contiene una dedica firmata da un uomo. - L'autore della dedica viene a sapere che l'io narrante si è aggiudicato quel libro. Lo va a trovare, gli dimostra di essere l'autore della dedica e gli dimostra di aver avuto con la prostituta una relazione di "vero amore". Per questo gli chiede di cedergli il libro. L'io narrante acconsente, e assiste a un crollo psicologico dell'uomo, dovuto al dolore sentimentale. Ottenuto il libro, l'uomo fugge disperato. - Incuriosito dalla cosa, l'io narrante cerca e ritrova l'uomo, a cui chiede di raccontargli la sua storia con la prostituta. Solo in questo momento (e siamo all'incirca al 15% del romanzo) inizia la vera narrazione, la storia vera e propria. Imperniata sulla relazione tra l'uomo e la prostituta, raccontata, fino a metà romanzo, dall'io narrante. Che lascia poi il posto alla narrazione diretta dell'uomo. L'io narrante riappare verso la fine del romanzo. Al di là dei cambi di punti di vista narrativi, molto affascinanti, è l'espediente narrativo, che ho sintetizzato nei punti sopra, a colpirmi. Che abbiate letto o meno "La signora delle camelie", cosa ne pensate? E' verosimile? Regge? Ha una funzione, e se sì, quale? Mi piacerebbe avere il vostro parere. Io ho un'idea mia, ma, se qualcuno risponde, proverò a spiegarla dopo...
  2. Davide Genova

    R. Vivian Literary Agency

    Forse qualcuno l'ha già detto prima, nel caso scusate la ripetizione. Rita Vivian desidera non essere più contattata su rita.vivian@alice.it, indirizzo che sta per essere disattivato. Per inviare materiale occorre usare l'indirizzo al link "contatti" del suo sito. Ciao!
  3. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Ciao a tutti. Sono entrato da poco nel forum, e volevo esordire con un post che, sia chiaro, vuole essere assolutamente ironico, o semiserio, o tragicomico, se si vuole. Si tratta di come, solitamente, le agenzie letterarie reagiscono o rispondono quando l'autore "osa" sottoporre a critica le loro schede di valutazione, magari dimostrandogli di aver "toppato" tragicamente. Che so, ponendo sotto critica ingiustificata i punti di snodo di un romanzo, o criticando la verosimiglianza degli eventi narrati (quando magari sono tratti da eventi realmente accaduti), e così via. Con un automatismo pari alle reazioni dei famosi cani di Pavlov, le risposte all'audace "contro-critica" dell'autore sono, in toni naturalmente seccati, una di queste: a) "lei non ha chiaro quale sia il compito di un'agenzia letteraria" (tentativo di smantellare a monte la capacità ragionativa dell'autore che ha osato...); b) "lei non conosce i meccanismi del mercato editoriale" (anteposizione di una specializzazione professionale, per chiudere subito la questione); c) boati di silenzio. :-) Questo nella mia esperienza. La vostra? Ciao! Davide
  4. Davide Genova

    Psocoidea

    Allo scopo di migliorare ancora la mia valutazione, se possibile, vi informo che Psocoidea è disponibile all'interlocuzione. Con ciò intendo dire un confronto con l'autore per la chiarificazione di alcuni aspetti da parte di entrambi. Ovvero mi è consentito spiegare il motivo di certe scelte, e l'agenzia di contro spiega il motivo di determinate valutazioni, laddove mi sono apparse oscure o troppo lontane dal mio "sentire". Quando ho provato a impostare un'interlocuzione del genere con altri (a pagamento) mi si è parato davanti un muro: "le esigenze del mercato", "le leggi dell'editoria", eccetera. Fa bene all'animo rapportarsi di tanto in tanto con intellettuali veri, capaci anche di distogliere lo sguardo dal soldo.
  5. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    Prenderò in considerazione l'opzione. Grazie.
  6. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    Ciao @emilianoem, sì, in parte è come dici tu. In realtà l'espediente narrativo che ho utilizzato, simile a quello di Dumas, mi è stato approvato da alcuni, e da altri contestato. Le motivazioni della contestazione sono state sempre molto differenti, e nessuna di esse mi ha mai convinto (proprio perché diverse tra loro). Non vado oltre per diverse ragioni. Anzitutto perché per farlo dovrei entrare nel merito di ciò che ho scritto, e sarebbe inutile e superficiale (oltre che off topic). Poi perché resto testardamente convinto dell'efficacia della mia scelta, e in questo pesano la mia scarsa umiltà e la difficoltà ad accettare che il proprio scarrafone sia proprio uno scarrafone. Infine perché, specie dopo la valutazione ricevuta da Psocoidea (vedi mio post sul thread dedicato), ho capito che, bello o brutto che sia, in generale o seconto i metri di giudizio del "mercato", il mio testo resterà in ogni caso impubblicato. Pur con tutte le revisioni che gli ho fatto subire, seguendo i consigli dei molti che l'hanno valutato, rimane impubblicabile nel circuito mainstream, su cui ho rafforzato, frequentando questo bellissimo forum, un'idea che avevo già da molto tempo. Resterà nel cassetto e nel mio cuore, da dove è nato. Vivrò con la convinzione che si sia persa l'occasione per diffondere qualcosa di diverso e di valido. E con la speranza che qualcuno lo recupererà dopo che sarò morto... insomma tutto l'armamentario consolatorio con cui noi scrittori "non compresi" cerchiamo di affrontare la realtà delle cose. E mentre così mi faccio una ragione, valuto gradualmente l'ipotesi di un'autopubblicazione online. Così, giusto per farci qualcosa. Devo pensarci bene perché, da vecchio amante della carta, non riesco a non considerare istintivamente quell'ipotesi come uno svilimento. Se mi convincerò, o qualcuno mi convincerà, che così non è, lo farò. Altrimenti... pazienza, non era destino. Che io sia nato nell'epoca sbagliata è ormai ampiamente provato, me ne sono fatto una ragione... Ciao!
  7. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    Grazie a tutti per i vostri interventi, tutti competenti e interessantissimi. Confrontando tutto ciò che avete detto con ciò che ho letto nelle schede di molte agenzie letterarie, mi viene da dire che "Writers Dream" potrebbe costituirsi come agenzia letteraria collettiva...
  8. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    @Anglares, secondo te un romanzo imperniato su un meccanismo molto simile troverebbe comprensione, apprezzamento...?
  9. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    @Anglares, ma secondo te il lettore prova il desiderio dell'io narrante di sapere perché quel tizio ha rivoluto il libro e si è mostrato così incredibilmente disperato? Questo a prescindere dalla preparazione e dallo scenario. Parlo proprio del meccanismo in sé, spogliato di tutto: un tizio sta molto male, un altro tizio lo osserva e decide di saperne di più e magari di dargli una forma di assistenza. Messa così, l'espediente intercetta la comune "natura umana" di chi legge? Ti anticipo che secondo me sì. Tutti rallentiamo davanti a un incidente in autostrada (scusa se banalizzo). Tutti siamo attratti dal male (altrui). Qualcuno ha anche l'istinto di prestarsi ad aiutare. Ma la natura voyeuristica di assistere a un percorso di dolore lo ritengo tratto comune. Per questo, a prescindere dalla preparazione, secondo me il meccanismo di Dumas funziona. Quando mi sono trovato in quella parte di romanzo mi sono chiesto subito: "ma 'sto tizio che c'ha che piange a questo modo e rivuole quel libro?". E ti assicuro che fino a quel momento la storia sembrava imperniata sull'io narrante...
  10. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    Ciao @Anglares. Nel romanzo non si dice perché acquisti il libro, per lo meno non ci si sofferma più di tanto, appare quasi una casualità. Decide di cederlo all'autore della dedica perché, in qualche misura, gli fa pena, sente empatia per il suo dolore sentimentale. Ma pare anche un interesse morboso di conoscere una storia "particolare". Come ho detto in un commento sopra, mi pare poco verosimile... Non risulta un po' difficile immedesimarsi? Intendiamoci, non ritengo un male la difficoltà di immedesimazione: capisco che è un espediente per iniziare la narrazione vera e propria. Però chiedo a voi se non trovate il tutto poco verosimile.
  11. Davide Genova

    Gli espedienti narrativi

    Ne sono consapevole. Ma non è un po' inverosimile che un tizio si interessi alla storia personale di un totale estraneo che gli è piombato in casa per riavere un libro e gli si è messo a piangere disperatamente davanti? Cioè, perché mai dovrebbe interessarsene fino ad andarlo a cercare per farlo raccontare? A me pare poco verosimile.
  12. Davide Genova

    Psocoidea

    Su questo sono assolutamente d'accordo. Tutto dipende dal concetto che ognuno ha di agente letterario e della sua funzione. Diciamo allora che Psocoidea si è mostrata pienamente conforme alla al mio concetto personale di agenzia letteraria e alle mie aspettative.
  13. Davide Genova

    Psocoidea

    Dissento radicalmente. Per lo meno, con me non è andata così. È stato anzi uno dei rari casi in cui un rigetto ha avuto ragioni sensate e argomentate. È stato quasi un piacere sentirsi dire che occorre lavorarci ancora.
  14. Davide Genova

    Psocoidea

    Scusa tu @Ngannafoddi... lo stupore mi ha fatto omettere i dati essenziali. Allora: 1) ho scritto chiedendo informazioni: risposta rapida, cortesissima, con la precisazione che i tempi di lettura sono piuttosto lunghi (in realtà non ci hanno messo poi così tanto, circa 4 mesi); 2) valutazione gratuita; 3) inviato manoscritto e sinossi/biografia in allegato all'email di riferimento. La scheda di valutazione era firmata, nome e cognome. Non li riporto qua perché non sono sicuro che sia corretto e che l'estensore possa gradire. La mia impressione è che si tratti di un pool di luminari della letteratura che valutano manoscritti per puro diletto, e non per fare business. Non ho idea se sono in grado di rappresentare qualcuno presso qualche casa editrice, ma sono pressoché certo che abbiano una preparazione e una sensibilità assolutamente fuori dal comune. Forse proprio perché non ne fanno una questione di soldi, pochi, sporchi e subito, e dunque si possono permettere di non usare criteri-fuffa da scuoletta di scrittura nel valutare un testo creativo. Ci entrano dentro profondamente e lo analizzano con un mix straordinario di competenza tecnica e sensibilità. Si sono mostrati capaci di fare l'autopsia del romanzo ma nel contempo di viverlo (lo capisco per il fatto che citano singoli minimi dettagli-chiave che ho disseminato qua e là e percependo la loro immedesimazione nel giudizio che danno di alcuni personaggi). L'esito è una scheda di valutazione da 10 e lode. Questo accade quando il business non è il primo pensiero e quando non ci si conforma ai "dettami". Giuro, quando, dopo essersi vissuti appieno tutto il percorso narrativo precedente, hanno liquidato il finale con questa frase: "Il finale appare scollegato dal resto del testo. Come forzato", sono caduto dalla sedia. "Tana per Davide", ho pensato. In effetti è così. L'ho scritto forzatamente per compiacere un eventuale lettore. Nel mio sentimento sarebbe finito in modo del tutto diverso. Sgamato alla grande. Ai luminari di Psocoidea non gliela si fa. Dieci più dieci più dieci più una sfilza di lodi.
  15. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Telefonate con gli autori??? Diomio, il tuo deve essere un lavoro davvero usurante! Non ti invidio!
  16. Davide Genova

    Psocoidea

    Ho appena ricevuto la scheda di valutazione di Psocoidea. Scritta direttamente nel testo della email. Una scheda lunga, complessa (tanto che alcune parti non le ho capite appieno) che mostra senza alcun dubbio che il manoscritto è stato non solo letto, ma letto con una profondità assoluta, con una capacità di percezione e interpretazione mai riscontrata (è la sesta scheda che ricevo). Tanto da capire che il finale è posticcio, un pegno pagato controvoglia alla vendibilità. Sgamato subito... La faccio breve e gli amministratori mi perdonino l'espressione vivace: questi hanno le Palle cubiche. Ma grosse grosse. Si capiva già dal loro profilo Facebook. Ora la prova è definitiva. Ho provato subito a cercare un'interlocuzione, per capire alcune parti della scheda. Vedremo se saranno disponibili, ma già così credo di essere un privilegiato. Ho capito che 99 su 100 il mio scarrafone resterà nel cassetto per sempre. Le modifiche da fare sono chiare, ma sono troppo pigro, testone, scarsamente umile e troppo affezionato a ciò che ho fatto per metterci mano. Per lo meno nella misura suggerita da Psocoidea, che non ha lesinato comunque apprezzamenti. In sostanza: questa è un'agenzia letteraria. Almeno nel mio metro di giudizio. Tanto di cappello e ancora grazie.
  17. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Ma sai che figata invece? Mi pare un'ideona! Sul serio! Continuo a non essere del tutto d'accordo. O per lo meno ho visto agenti appellarsi a un tecnicismo del genere laddove non era applicabile, giusto per trovare un appiglio per bocciare un testo. Ma lì è il mio pregiudizio, secondo cui il criterio di valutazione è uno, uno e mezzo se vogliamo, sempre lo stesso, e la cosa imbarazza molto gli agenti, che dunque hanno bisogno di qualcosa dietro cui nascondersi. Ma ripeto, probabilmente è il mio pregiudizio...
  18. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Ciao @Valentina Capaldi. Condivido praticamente tutto quello che dici. Diciamo che mi distinguo per una posizione un po' più radicale o idealista se vuoi suoi produttori editoriali. La proporzione di 5 a 1 tra popolari e di qualità mi pare un po' tanto squilibrata. Sarei più per un 3:2. Nella mia percezione, il mestiere di agente/editore dovrebbe avere la consapevolezza che fa un business diciamo così "borderline". Dovrebbe essere più una vocazione che una professione. Come tale l'utile c'è, ci deve essere, non lo nego, ma occorre aver cura a promuovere la qualità, anche quando non conforme. L'esempio migliore, in questo senso, sono i teatri lirici che hanno anche un programma sinfonico. Anche loro hanno un rapporto molto controverso col business, com'è noto. Eppure non cedono sulla loro missione, ed è ormai sistematico vedere in cartellone serate-concerto dove alla Quinta Sinfonia di Beethoven (Ta-Ta-Ta-Taaaaaaaa), popolarissima, affiancano un complicato Shostakovich o un arduo Mahler. Chi va a sentire Beethoven deve "sorbirsi" anche Mahler, a meno di non assistere a metà concerto avendo pagato biglietto intero (a Genova non capita mai!!!). E magari quella è l'occasione per sforzarsi di capire e apprezzare l'autore difficile. Magari, tornato a casa, qualcuno del pubblico risente in testa le sonorità astruse della seconda parte, e decide di riascoltarle e approfondirle. Si chiama disseminazione. E chi partecipa alla filiera produttiva della Cultura (maiuscola non casuale) è chiamato a farla. Se non è contento per i pochi utili che fa... cambi mestiere. O meglio: cambi settore e si dia ai fidget spinner. Sennò fa danni e basta. Ma capisco, e ho ampiamente verificato, che la mia è utopia. Accidenti al mio idealismo... Quanto alla sospensione dell'incredulità, mi frulla in testa una domanda insistente, da quando hanno iniziato a menarmelo (scusa il francesismo) con quell'espressione. Che sa tanto di "scuola di editor" tipo la Holden di Baricco, di criterio standard per misurare qualcosa che è... soggettivo? Inafferrabile? Vago? Ovvero: cosa sospende la mia incredulità? Cosa sospende la tua e quella di Tizio, Caio e Sempronio? L'effetto di sospensione dell'incredulità, al di là di quello che dettano gli aberranti "manuali di scrittura", dipende dal vissuto umano e culturale di chi legge, dai desideri che ha in cuore, dalle sue aspettative. E vivaddio siamo tutti diversi in queste cose. In altre parole, questo utilizzo di criteri "quadrati" su una cosa vaga come la creatività, la capacità evocativa, mi pare limitante. Utile per individuare cosa vende e cosa no. Inutile per cogliere la significatività artistica. Come cercare di chiudere in una scatola da imballo un metro cubo di gas: ti scappa comunque da tutte le parti. Ho in mente un esempio pratico, a cui però penso che più avanti dedicherò un thread dedicato, perché la cosa mi stuzzica... Ciao!
  19. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Chiedo scusa: intendevo "sarebbe positivi ripristinare". Il non è un refuso...
  20. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Cara @swetty, non sono tipo da polemiche internettiane, sebbene in passato in un forum mi avessero soprannominato "Sgarbi quotidiani". Dunque mi limito a dirti che quello che hai scritto, citando parti del mio ragionamento, denota un'incomprensibile antipatia istintiva nei miei confronti, e una, lasciamelo dire, fastidiosa tendenza manipolatoria. Basta andare bene attraverso ciò che ho scritto per capire che le tue critiche aspre sono un tantino forzate. Ad ogni buon conto, nessuno ci ordina di amarci ed essere d'accordo. Mi spiace che tu dia una lettura del genere e senta l'istinto di brandire la matita rossa. Peraltro segnando cose che errori non sono (lavorerai mica per un'agenzia letteraria pure tu? ). Io prendo sempre in considerazione i giudizi negativi, se ragionevoli e ben argomentati. Per il resto sarebbe positivo non ripristinare il piacevole e pacato confronto di idee che si stava svolgendo su questo mio thread, iniziato come puro "cazzeggio". Spero tu voglia essere della squadra. Ciao. P.S.: che c'è di denigratorio, eventualmente, nell'essere paragonato a un cane?
  21. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    @camparino, il ruolo che hai scritto sotto il tuo nome (e che sarà anche il mio quando il sistema mi consentirà di metterlo) è davvero tra i più azzeccati...
  22. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Ciao @emilianoem. Avevo l'impressione di essere stato, come il mio solito, troppo severo e tranciante nelle mie valutazioni, ma devo dire che mi batti! Scherzi a parte, mi pare che il tuo punto di vista sia perfettamente integrabile al mio, sebbene centrato solo sulla sfera economica. Differiamo forse nell'individuazione della radice del problema, che per me resta l'istinto umano a "economizzare", dunque a servirsi di supporti semplici e tranquillizzanti. In altre parole il mio problema sta nell'utenza. La vedo da una prospettiva storica: l'Occidente è andato incontro a un grave impoverimento culturale a partire dal secondo dopoguerra. Quando, giusto per fare un esempio simbolico (e so così di banalizzare) "In the mood" di Glenn Miller è diventato più popolare delle arie cantate da Enrico Caruso. Alle spalle di questo processo di semplificazione e banalizzazione culturale c'è ciò che accadde ancora prima, con l'ingresso delle "masse" (e la stessa concettualizzazione di "massa") nella vita culturale. Con il peso del numero queste hanno imposto i loro gusti, i loro trend, imponendo un livellamento delle differenze tra ciò che era di valore (una sorta di aristocrazia culturale) e ciò che era orgogliosamente popolare e consapevolmente di valore del tutto transitorio. Dopo i due conflitti mondiali, sotto la guida business-based degli Stati Uniti la cosa è stata spinta alle estreme conseguenze. Il turbo è poi scattato in epoca "new economy". non a caso, come rilevi tu, è da metà anni '90 che da un lato l'appiattimento è diventato evidente, dall'altro non rimane più la minima traccia di "aristocrazia" culturale. Chiunque, anche il dee-jay o il rapper, può dirsi "musicista" o "artista". Tutti sono poeti, romanzieri, saggisti, pittori, scultori, attori, registi... Tutto è accessibile per tutti. Dunque non c'è più niente per nessun, se non un generale impoverimento. In un contesto del genere, chi vuole fare business, tanto e subito, deve adeguarsi al livellamento, con i risultati che ho descritto nel mio post precedente. Con il doppio risultato negativo di abdicare alla loro storica funzione di crescita sociale (opinione mia) e di ignorare l'esistenza delle pur profittevoli "nicchie" di mercato (opinione tua). Che è poi un'ottica diversa con cui vedere la faccenda. Mentre scrivevo, a fagiolo, come si dice, ho ricevuto il feedback di un'agenzia letteraria che, in premessa al suo rigetto, fa riferimento aperto alla necessità di rispettare i "dettami dell'editoria contemporanea". Non ho risposto e non risponderò alla loro email, e non mi prenderò nemmeno la briga di lasciare un commento su di loro qui su WD. Perché? Perché un incipit del genere già qualifica l'approccio dell'agenzia. Ci sono i dettami, o si sta in quelli, o sei out. Sarà che mi chiamo Davide e per nome sono portato a prendere a sassate i giganti, ma a mio avviso un'agenzia letteraria o una casa editrice assolvono al proprio ruolo anche per sovvertire i dettami. Specie quando questi assecondano o promuovono un impoverimento generalizzato, e anche se c'è il rischio di non fare grana, in cambio. Se non lo fai, non fai il tuo mestiere per bene, non soddisfi le nicchie, non aiuti questa massa di consumatori ad evolversi in qualcosa di migliore. Sei solo un agente immobiliare che cerca di piazzare l'appartamento al prezzo più basso possibile, per soddisfare il compratore, raccattare la tua percentuale (poca roba, ma meglio di niente), in barba agli interessi del venditore. Per di più facendo scadere oltre ogni limite il valore di una cosa che dovrebbe essere in sé preziosa, come una casa. Così è. Adattiamoci a morire con il nostro idealismo. Scrivendo e venendo compresi come lo fu come Morselli, magari. Ma, per favore Emiliano, senza finire come lui. Ciao.
  23. Davide Genova

    Grandi & Associati

    Ho provato a editare il mio messaggio precedente, ma o non trovo l'opzione o ancora non mi è concesso in quanto newbie del forum, quindi ne aggiungo uno qui. Sto rileggendo e revisionando il romanzo, dopo aver riletto attentamente le schede di valutazione più degne di merito. In quella di G&A si dice che nel testo non si individua il luogo in cui è ambientata la storia. In effetti non era mia volontà individuarlo in modo preciso. Peccato che nella rilettura ho appena notato che una volta mi era "scappato", per distrazione, il nome della città dove, idealmente, avevo collocato la storia. La domanda sorge dunque spontanea, come diceva quello là: hanno letto davvero il manoscritto? La risposta sorge ugualmente spontanea...
  24. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Ciao @swetty. I cani di Pavlov li ho citati nel post iniziale, per definire in modo semiserio le reazioni delle agenzie quando uno si permette di interloquire con loro mettendo in discussione in tutto o in parte le loro schede di valutazione, con lo scopo di cercare un'ìnterlocuzione positiva, ovviamente. Ho notato, nella mia esperienza che si tratta di reazioni standard, e così le ho descritte, con un sorriso, cercando di capire se ero l'unico ad aver avuto esperienze del genere. Dopo di che il thread è deragliato su una trattazione più seria e più profonda, ma non mi pare un male... Non credo di aver detto da nessuna parte che le agenzie letterarie sono incompetenti e inutili. Non lo penso, quindi se questo è il messaggio che è passato, vuol dire che mi sono spiegato male. Vi sono agenzie competenti e utili, ed altre che lo sono meno o non lo sono per nulla, come in tutto il mondo professionale. Quando questo thread è diventato improvvisamente serio ho posto una questione più generale, ovvero: in cosa consistono oggi la competenza e l'utilità delle agenzie letterarie? Ovvero: a cosa servono? La competenza è un fatto solo in parte oggettivo, a mio avviso. Chi è competente tra un avvocato che ti snocciola a memoria gli articoli del Codice Penale, del Codice di Procedura Penale, le sentenze degli ultimi dieci anni nonché la Costituzione, ma che in aula balbetta, e un avvocato che conosce le norme essenziali ma è dotato di una parlantina e un carisma capaci di cavarti dai guai? Dipende... dipende dal contesto, da un lato, e dal'altro dal ruolo che si vuole attribuire al professionista (e che il professionista vuole attribuire a se stesso). E allora, il meccanismo oggi è che il mercato chiede qualcosa che oscilla tra la spazzatura e il mero intrattenimento. Niente di male, è sempre stato così a partire da metà del '900. L'agente competente è colui che si adegua a questa tendenza e sa riconoscere e piazza con successo libri spazzatura o di intrattenimento? Volendo essere logici e rigorosi, la risposta potrebbe essere sì. Ma per me è no. Perché esse non sono uno studio legale, né un'industria dolciaria, né promotori finanziari. Esse si occupano di cultura. Hanno scelto, per motivi loro, un campo economico estremamente delicato dove, opinione personale, non si può e non si deve ridurre tutto a semplici logiche di bilancio aziendale. Occuparsi di editoria, a mio avviso, significa cercare di perseguire quotidianamente il miracolo della coincidenza tra business e ruolo socio-pedagogico. Se il vero problema è a monte ovvero nella domanda miserabile che giunge dai consumatori, compito degli agenti (e di tutta la filiera in questo mercato) dovrebbe essere quello di sfruttare commercialmente l'immiserimento culturale dilagante, dando però anche contributi perché la platea di consumatori esca da quell'immiserimento, e torni ad essere una platea di lettori. In altre parole, le agenzie dovrebbero essere migliori di coloro che esprimono una domanda di spazzatura e intrattenimento. Difficile, serve coraggio, ma così è, a mio avviso. Un tempo c'era consapevolezza e orgoglio in questo ruolo. Ed era per questo che, ad esempio, nel 1971, mentre usciva "Fantozzi", uscivano anche "L'amico ritrovato", "Il contesto", "Foto di gruppo con signora", un paio di Simenon, e il già citato Guido Morselli produceva le sue meraviglie (pubblicate postume). In ogni caso, mi guardo bene dall'accusare di incompetenza le agenzie. Le accuso, questo sì, di declinare le loro competenze, per loro stessa ammissione, solo sul piano più semplice del business, così dimenticando chi sono e quanto sia importante la loro missione di igiene mentale e culturale. Sull'utilità ho espresso l'opinione che esse ancora servano a qualcosa, ma anche che si tratta di un ruolo in declino, destinato sul lungo periodo a scomparire, come già capitato ad altre professioni di intermediazione. Non lo auspico, anzi. Perché, come ho detto, non si sta parlando di intermediazione finanziaria o immobiliare, ma culturale, un aspetto del vivere umano che ritengo sacro. Affinché il declino non prosegua, credo che le agenzie dovrebbero mettere in campo approcci e competenze nuove, dovrebbero offrire un valore aggiunto tangibile, proiettato in parte nel futuro ma senza rinunciare alle proprie radici e al ruolo sociale e pedagogico a cui dovrebbero ottemperare. Al momento, la loro tendenza ad adeguarsi a mere logiche di business, le più facili e conformiste, stanno assecondando e anzi accelerando il loro declino, rendendole cieche rispetto alla ricerca di quel quid capace di confermarle, ora e nell'avvenire, un passaggio irrinunciabile per chi appartiene alla filiera della produzione culturale. Al momento, selezionando i testi esclusivamente sulla base della loro vendibilità, per piazzarli nel mare magnum librorum del mercato attuale e raccattare così subito un po' di utili, stanno facendo un pessimo servizio a se stesse, prima ancora che a tutti quelli che sono ad esse collegate. Perché, nonostante tutti questi dubbi amletici, mi sono rivolto a loro? Per due motivi. Il primo, spiegato sopra, è che ancora oggi le agenzie servono, una qualche utilità la mantengono, sebbene con le anomalie che, opinione personale, mi pare ne stiano minando il ruolo. Il secondo è: l'ho fatto per lo stesso motivo per cui i viandanti medievali dovevano pagare i famosi due fiorini ai gabellieri sparsi lungo le vie che portavano alle città più importanti... Ciao!
  25. Davide Genova

    Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

    Si Elisah, il ruolo di WD è FON-DA-MEN-TA-LE. La condivisione delle esperienze è il valore aggiunto della Rete, uno dei pochi, per fare selezione. Io non dispero. Con la tracotanza che distingue tutti noi aspiranti scrittori, tendo a dire che se non mi pubblicano... ci perdono loro, mica io. ;-)
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