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FedeSabo

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  • Compleanno 24/05/1978

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  1. FedeSabo

    Overdose di soap

    - trama, originalità e personaggi: la trama è semplice e, anche se richiama l’opera di Pirandello, ha una sua originalità. Il racconto regala qualcosa di nuovo e permette riflessioni sia sulla vita e sulla morte di alcuni personaggi che sull’opportunità di non trascinare avanti l’esistenza di quelli che non hanno più nulla da dare, ma che creano un guadagno per l’industria della fiction. Si intravvede il delicato rapporto tra Arte e Guadagno. - personaggi (caratterizzazione, psicologia, incisività, originalità) Avrei caratterizzato meglio il povero regista. In particolare avrei accentuato lo stupore che deve avere provato a trovarsi in una situazione così delicata - contenuti (adeguatezza, plausibilità, messaggio trasmesso, empatia). Si prova empatia per i personaggi che aspettano una morte dignitosa, meno per il protagonista. - stile (scorrevolezza, complessità, chiarezza, coerenza) Scorrevole e chiaro. - grammatica e sintassi (refusi, errori grammaticali, frasi complesse, poco scorrevoli o sintatticamente errate). Non mi è piaciuta la frase “per il personaggio che lei è” - giudizio finale. Molto buono. Sono curioso di leggere altri tuoi racconti
  2. FedeSabo

    RINGO

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34255-questo-esatto-momento/ Aveva alcune regole granitiche a cui era stato fedele in tutti quegli anni trascorsi sul campo, la prima era mai farsi coinvolgere personalmente da un’indagine. Rimanere distaccato, anche di fronte a crimini efferati. Mantenere lucidità e concentrazione era necessario per arrivare alla conclusione dell’indagine in fretta e, nei casi più fortunati, scoperchiare la verità nuda e cruda. La seconda era non rinunciare ai pedinamenti. I giovani sbirri non amavano le noiose nottate in macchina, al gelo, trangugiando cibo spazzatura per seguire sospettati. I colleghi preferivano affidarsi ai moderni mezzi tecnologici decantandone le comodità e l’efficacia. Ma i risultati, alla lunga, avevano sempre dato ragione al Commissario Gariboldi. La stretta osservazione quotidiana dei sospettati aiutava ad entrare nel mondo dei criminali, a capirne i principi ad immedesimarsi. Prevedere le loro mosse in anticipo era un vantaggio incalcolabile per un detective. Inoltre tutte quelle ore di attesa davano il tempo di far sedimentare nella mente gli elementi raccolti e di riflettere a lungo ripescando anche i dettagli all'apparenza insignificanti. I tre sabato precedenti l’ispettore capo aveva osservato il comportamento della sospettata Linda Colombo pedinandola nei pressi dell’abitazione e seguendola in auto durante gli allenamenti. La ragazza era sempre uscita di casa attorno alle ore 08:00 con la bici di corsa, una Olmo celeste ventuno rapporti. L’attività ciclistica durava poco meno di due ore. Quando l’atleta tornava a casa, parcheggiava con rapidità l’attrezzo in box, si toglieva il casco ed usciva per una corsa di circa un’ora lungo per le strade sterrate del parco Vettabbia nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle. Tra pochi minuti dovrei vederla in fondo al rettilineo. Dovrebbe sbucare da quella curva laggiù. Doveva ammettere che la sospettava possedeva sia un’attitudine al sacrificio che una costanza negli allenamenti che non si potevano non ammirare. Da quando aveva iniziato a tenerla d’occhio aveva imparato a memoria la settimana tipo, si riposava solo il lunedì. Il mercoledì ed il sabato si allenava sia il mattino che la sera in discipline distinte. Le uscite podistiche non erano saltate neanche con condizioni meteorologiche sfavorevoli: quella ragazza doveva avere qualche antenato svizzero, o comunque nordico, di sicuro possedeva una tempra di acciaio inossidabile da vichinga. E’ in ritardo. Forse ha scelto un percorso più lungo del solito. Oppure ha deviato su qualche percorso alternativo. Non era ancora riuscito ad intuire per quale competizione si stesse allenando con tutta quella dedizione. Aveva sfogliato in internet il calendario delle gare di triathlon, ma la sua ricerca non aveva individuato eventi importanti in zona nei due mesi seguenti. Il commissario non si era arreso e aveva spulciato tutte le competizioni a cui aveva partecipato in passato la sospettata. L’anno precedente non aveva gareggiato nella triplice disciplina, concentrandosi su gare di nuoto e corsa. In particolare aveva preso il via a varie attraversate a nuoto organizzate dalla associazione dilettantistica “Anatre Selvagge”. In questa disciplina le gare più impegnative erano state la “traversata del lago di Iseo” ed il “Giro di Monte Isola”. Quest’ultima manifestazione consisteva nel nuotare il perimetro dell’isola del lago di Iseo che misura quasi nove chilometri. Sul fronte podistico Linda aveva corso poche gare su strada, “Stramilano agonistica” e “mezza maratona di Monza”, concentrandosi su una miriade di gare semi-sconosciute su percorsi non asfaltati: “Introbio Biandino”, una gara di 7 Km con dislivello positivo di mille metri con arrivo al rifugio Tavecchia, “Eco maratona di Bibbona” dove diversi atleti si erano persi negli ultimi chilometri del tracciato, “Montevecchia night trail,” 37 chilometri da correre nelle campagne brianzole in totale autonomia, di notte, illuminati dalle lampade led frontali. Proprio a Montevecchia aveva colto il suo migliore piazzamento posizionandosi terza di categoria e portandosi a casa un barile di birra artigianale da 10 litri. L’anno scorso non ha partecipato ad alcuna competizione di ciclismo. La bici deve essere una novità del ultimo periodo. La Olmo mi è sembrata priva di graffi, deve trattarsi di un acquisto recente. Devo ricordarmi di chiedere ai rivenditori della zona se ricordano la ragazza. Scommetto che una donna con quel fisico eccezionale la ricordano eccome! Doveva ammetterlo, per la prima volta nella sua trentennale carriera stava contravvenendo alla regola numero uno. Se era onesto con sé stesso doveva ammettere che quella ragazza stava diventando la sua piccola ossessione. Una signora di mezza età si stava avvicinando seguita da un orrendo Chihuahua grigio non al guinzaglio. La signora fumava una sigaretta sottile fingendo nonchalance, in realtà lo stava studiando con curiosità vorace. Accidenti, questa vecchia chiattona deve rompere i coglioni proprio in questo istante? La signora sorrise e si avvicinò con andatura incerta portandosi appresso palla di pulci. La povera bestia ansimava accaldata implorando con gli occhi pietà. La padrona avanzava incurante delle suppliche silenziose del quadrupede espirando con boccate goduriose fumo bianco. Non c’era dubbio alcuno: la padrona voleva attaccare bottone. “Buongiorno Commissario Gariboldi” Conosce il mio nome. Ma non mi ricordo di lei, forse si tratta di una vicina di casa? “Buongiorno sig.ra, a passeggio con il cucciolo?” “Sono la Signora Manfredi…” A sentire quel cognome il commissario ebbe un piccolo sussulto, diversi campanelli di allarme risuonarono nella testa, ma non riuscì a mettere a fuoco il motivo per cui quel cognome gli risultava noto. Cribbio, il cognome “Manfredi” mi dice qualcosa. Questa cicciona ha l’occhio furbo, si è accorta che non l’ho riconosciuta. La devo liquidare in fretta altrimenti perderò il passaggio di Linda. “...volevo ringraziarla per quello che ha fatto per mio figlio, quel disgraziato buon a nulla. Se non l’avesse arrestato sarebbe morto di droga o peggio”. La luce si accese nell'oscurità ed i ricordi affiorarono nitidi. Il figlio della signora era Fabrizio Manfredi, un delinquente della Barona, l’anello di congiunzione tra gli spacciatori al dettaglio ed i narcotrafficanti colombiani che importavano droga in Lombardia ed in tutto il sud Europa. Il suo arresto era stato uno dei grandi successi del commissario, dopo mesi di indagini era avvenuto per un colpo di fortuna con modalità esilaranti. La deposizione rilasciata durante l’interrogatorio aveva permesso di chiudere in galera per decenni alcuni pesci grossi. All'epoca dell’investigazione lo tenevano sotto osservazione ventiquattro ore su ventiquattro, sapevano del suo coinvolgimento nella malavita, ma non avevano uno straccio di prova per inchiodarlo e farlo cantare. Una domenica di tre anni prima il questore aveva chiesto a tutte le forze dell’ordine di concentrare i turni di servizio per consentire lo svolgimento senza incidenti della finale di calcio di coppa Italia tra Inter e Napoli che si sarebbe tenuta allo stadio Meazza. Erano da poco passate le 17.00 e si stava recando assieme ai colleghi dell’antidroga sul luogo di lavoro quando si decise di effettuare una sosta all'autogrill di Assago. A quell'ora nella caffetteria c’era poca gente, mangiarono un Camogli ed ordinarono tre caffè, poi andarono in bagno ad espletare i bisogni, li aspettava una lunga notte di lavoro noioso, con tutta probabilità avrebbe piovuto in tarda serata. Il sotto tenente Lucio portò il suo pastore tedesco, perfettamente addestrato a rilevare anche minime quantità di sostanze stupefacenti, lungo il corridoio ed entrò nella toilette. I tre si stavano lavando le mani scherzavano e discutendo circa la politica italiana. Quentin – così si chiamava il cane a pelo corto- stava seduto ad un metro dal suo padrone con le orecchie basse, aspettando con pazienza che lo riportassero in macchina dove avrebbe dormito ancora un poco giocherellando con il suo osso in plastica dura. Quando il sotto tenente fece un passo verso l’asciugatore automatico Quentin si alzò dritto come un fuso per annusare l’aria ed iniziò a ringhiare in modo trattenuto verso l’ingresso del cesso. I tre sbirri smisero di ridere e chiacchierare e, girandosi verso la porta, portarono istintivamente le mani verso i manganelli. Fabrizio Manfredi camminava rilassato lungo il corridoio. Trenta secondi prima si era fregato una confezione di Ringo che aveva imboscato con rapidità nei pantaloni. Rubare negli autogrill era facile, con tutta quella confusione non aveva mai avuto imprevisti e poi quel giorno aveva una terribile fame: fame chimica per l’esattezza. Ogni volta che doveva consegnare la merce si rollava una canna con la marjuana della sua serra, un “personal distensivo” come amava definirlo, per distendere i nervi. La sua teoria era che era preferibile rischiare di farsi sgamare dalla madama per una pupilla dilatata piuttosto che per un comportamento iperteso. Aveva una teoria anche riguardo ai Ringo. Quelli con la crema bianca, alla vaniglia erano i migliori. Il paragone con gli altri, farciti con crema alla nocciola, non reggeva proprio. Di cosa stiamo parlando, ragazzi? La Pavesi aveva incentrato la pubblicità sul discorso integrazione razziale e negli anni non aveva mai cambiato canovaccio annoiando miliardi di telespettatori con retorica anni ottanta. Si vedeva sempre il bimbo bianco che dava il cinque al bimbo nero, guarda caso color cioccolatino, dopo qualche impresa sportiva. La verità, per la miseria, era che i consumatori compravano Ringo a prescindere dalla pubblicità. Se dobbiamo essere precisi, il signor Consumatore acquista i Ringo solo per un motivo: leccare la crema alla vaniglia, bianca. Se avesse notato la macchina degli sbirri parcheggiata dietro l’edificio avrebbe rivisto tutte le sue teorie, forse anche quella sui biscotti. Si stava perdendo via, forse era un po’ troppo rilassato, doveva darsi una mossa e concentrarsi sull’obiettivo. Un salto veloce in bagno per sistemare i panetti di hashish che aveva legato sotto le ascelle e sarebbe ripartito per il suo viaggio. La radio in filo diffusione fece partire una vecchia hit americana “You never can tell” del mai dimenticato Chuck Berry. Buone vibrazioni, tutto andava bene. Percorse il corridoio, superò il distributore di profilattici fischiettando il refrain ed aprì la porta del bagno. Forse non avrebbe mangiato i Ringo quel pomeriggio. Il sottotenente Lucio era teso e fremeva. Sapeva che Quentin era infallibile e che il suo comportamento indicava che qualcuno con della droga si stava avvicinando. Lo sbirro si stava esaltando. Forse si trattava di qualche nord africano spacciatore senza scrupoli, non ne sarebbe rimasto sorpreso. Senza pensarci un instante saltò le gerarchie e diede ordini perentori ai colleghi: “Ragazzi, state pronti a tutto, mano ai manganelli. Io immobilizzerò il sospettato. Commissario, estragga l’arma solo se necessario”. La porta si aprì lasciando intravvedere una sagoma indistinta. Il commissario Gariboldi non poteva credere ai suoi occhi. L’uomo che aveva fatto scattare Quentin, l’uomo per cui avevano messo mano ai manganelli e tolto polvere alla fondina altri non era che Fabrizio Manfredi, il delinquente della Barona su cui stava lavorando da settimane in cerca di una prova per inchiodarlo. Sul volto dell’ispettore si dipinse un sorriso trentadue denti, poi la situazione precipitò in pochi istanti. “Lucio fermo, che cazzo fai?” Troppo tardi, quel grandissimo testa di minchia del suo collega aveva estratto il manganello ed iniziato a randellare il disgraziato indifeso. Il sottotenente, fuori controllo, sguardo lucido da folle, cercava di colpire alla testa il Manfredi che si copriva come poteva tenendo le braccia alzate ed urlando come un bimbo a cui hanno rubato la palla. Il terzo sbirro, quello rosso di capelli di cui non ricordava più il nome, fece la cosa più insensata che avesse visto in tutta la carriera. Si mise ad urlare: “Quentin attacca!” La bestia partì come una tigre famelica e cercava di azzannare ed addentare il malcapitato. Il commissario si mise ad urlare. “Fermi tutti, è un ordine” Il Rosso si bloccò impietrito, ma il cane vedendo il suo padrone impegnato nella zuffa morse il Manfredi ai genitali con tutta la forza disponibile mandando in frantumi una decina di Ringo che si sparpagliarono per terra. Ma come li addestrano questi cani all'accademia? Devono trovare droga, non sbranare gli spacciatori, Cribbio! Riprese ad urlare: “Sotto tenente Lucio se non si allontana subito dal sospettato la arresto”. Solo a quel punto la follia degradò in caos. “Tenga fermo quel cane e si allontani da qui.” Il commissario cercò di mettere ordine in quel manicomio e di ripristinare le gerarchie con i suoi colleghi. Si diede un contegno severo e deciso, ma dentro di sé era felice come una Pasqua. “Signora Manfredi, certo che ricordo suo figlio, ero presente all’arresto e ho affrontato in prima persona l’interrogatorio” E come potrei dimenticarmene? Si intuiva che la signora era sul punto di dire qualcosa di importante. La donna abbassò la voce fino a bisbigliare anche se li intorno non si vedeva nessuno, solo una figura, forse una ragazza, che correva in lontananza. “Commissario Gariboldi, l’ho cercata più volte per dirle due cose. Intanto intendo ringraziarla anche se le sembrerà assurdo, ma l’arresto di mio figlio gli ha salvato la vita. Sarebbe morto o finito molto male se non fosse stato per il suo intervento”. L’ispettore intendeva chiudere il prima possibile la conversazione, la ragazza stava arrivando, la vedeva in lontananza in rapido avvicinamento, due minuti e sarebbe transitata proprio davanti a loro. Apostrofò la sua interlocutrice: “Vivere smerciando droga, ti espone a dei rischi”. La cicciona non lo mollava. Aveva meno di mezzo minuto per chiudere quella chiacchierata imprevista, ma quella riprese: “I problemi non sono stati generati solo dai suoi affari di droga. Girano voce che sta indagando su quella società con sede in centro, la White Cell. Mio figlio non le ha detto tutto, ho qualcosa da raccontarle. Forse troverà la mia storia interessante e potremmo trovare un nuovo accordo?” Come era venuta a conoscenza della sua ultima indagine? Gariboldi si concentrò una frazione di secondo. Era necessario lasciar perdere il passaggio della triatleta e rimandare quell'incontro. Le priorità erano mutate in un istante, qualcuno voleva parlargli dell’oggetto delle sue investigazioni. Avrebbe approfondito il discorso con la famiglia Manfredi. L’unico problema era che Linda lo avrebbe visto in faccia, ormai era inevitabile. Doveva correre il rischio. “Gentile signora, avevate la mia curiosità, ma ora avete la mia attenzione. Possiamo accomodarci qualche minuto su quella panchina?” Mentre i due si stavano dirigendo verso la seduta la runner passò davanti a loro e li squadrò con una veloce occhiata perplessa.
  3. FedeSabo

    Questo esatto momento

    Caro m.q.s., ho letto “in questo esatto momento” il tuo scritto, non senza fatica. Tuttavia in quest’esperimento la fatica del lettore è un premio sadico per l'autore. Mi auguro che le nevrosi della protagonista non rispecchino in alcun modo le tue. Comprendo che in questo esperimento le ripetizioni sono necessarie, ma alcune mi sono sembrate eccessive. Ho trovato un refuso: braacia al posto di braccia. In un testo del genere il finale è intuibile già dalla prime righe, l’interessante risiede in come ci arrivi, attraverso un crescendo. Avrei compiuto due scelte diverse. 1 avrei scelto la forma verbale al passato e sarei passato solo nel finale al presente 2 avrei giustificato la formattazione
  4. FedeSabo

    sono Federico, mi presento.

    Grazie per il benvenuto. Ho letto il forum qua e là con curiosità crescente. Sto scrivendo la mia prima "opera" per diletto e, come è successo a molti di voi, stanno sorgendo un'infinità di domande sul da farsi per arrivare alla pubblicazione. La "curiosità" si sta trasformando in "attenzione"
  5. FedeSabo

    sono Federico, mi presento.

    Ciao, sono Federico. Ho trovato il forum grazie a google. Sto scrivendo un racconto lungo; essendo esordiente mi sto ponendo molte delle domande a cui date risposta su questo sito. inizio a seguirvi con curiosità.
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