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Domenico De Ferraro

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  1. RAP POPOLARE

    Antologia Poetica Personale. Anno 2010-2012. Raccolta di poesie pubblicate progressivamente su vai siti letterari. Scritte in varie forme musicali , molto vicino alla mia espressione poetica. Con l’intenzione di creare una prosodia più vicino alla lingua parlata.
  2. CANTO IN FEBBRAIO

    CANTO IN FEBBRAIO DI DINO FERRARO Canto Febbraio , ebbro nei miei versi che fuggono lontano, nel freddo si destano, si cambiano d’abito ed oltre vanno, camminando, indenne sul filo della memoria tra mesta gente rimasta da sola lungo strade bagnate , ascoltando i loro passi nella fitta nebbia. Ascoltando voci cantare, il cielo cambiare aspetto. Ascoltando questa morte che ti prende per mano e ti porta via, verso un nuovo amore , verso di te che siedi nel mio cuore ferito, incapace di comprendere cosa c’è ancora da dire. In viaggio verso questa realtà Ridere ,morire Provare a capire Sono li che aspetto da tanti anni Non fare tardi Cercherò di uscirne vivo Sogno o son desto ? Bevo un bicchiere di vino Ammirare volare i bianchi gabbiani sulle onde d’un mare in tempesta. Con un libro in mano ,senza paura di voltar pagina di chiudere questo capitolo infame .Abbandonarsi a mille melodie, navigando tra mille incertezze, naufragare in un’altra storia per giungere alfine sull’isola che non c’è , in una nuova dimensione più congeniale. Incredulo, nudo Seduto fuori al balcone Con tanti ricordi intorno Vai dove credi ,la tua fede ti ha salvato Oh dio sono cosi felice Senza paura di rimanere prigioniero dei propri incubi. Eppure mi ritorna in mente i giorni trascorsi insieme le lunghe chiacchierate al bar sull’arte ,sul desiderio di partire di andare lontano da dove eravamo nati di non fermarsi a quel vago concetto di cosa essere oggi. Senza paura di affrontare i grandi signori della guerra. Continuando a ridere di se stessi. Facendo finta che non è successo nulla. Aprire , questa porta ? Quando vieni di nuovo a trovarci ? Te si miso o sottanino buono? Me pareva nà cosa fine Vincenzino Ha chiamato ò cane Sentite ,sono tre ore che aspetto ò tram Giovinotto fatevi sotto che questi, vi buttano sotto. Che scostumati , screanzati ,tale quale a mamma Uhe carta e cesso Mo te mette a pistola in bocca Chiamate le guardie Fate largo Che macello Sono , stati quei tre sfaccendati Qui, bisogna chiamare subito il commissario Pronto, il commissario non è in casa E’ una cosa importante Chi siete ? Vicebrigadiere sgozzapecora Questa è la casa di un commissario non il macello comunale Ma è una cosa importante Avete fatto il biglietto ? Ma chest’amme coppe ò pullman Da qui non scende nessuno Oh madonna questi sono dei veri banditi La signora è svenuta. Fate largo sono un infermiere so io come intervenire Simme troppo assai Non si respira Tenete le mani a posto Signora m’avite pigliate per un maniaco Che brutta bestia Sarà quello che sarà La storia si ripete Facciamo finta di volerci bene Sentite voi non m’imbrogliate Cosa avete detto non la capisco Scusate voi parlate giapponese ? No , sono di piazza Dante Fuori di testa Quante spiegazioni Allora lo volete questo perdono ? Sacrilegio Chiamate il parroco Stà arrivando il commissario Guardie e Ladri Chi se rubato ò fazzoletto mio? Vi dovete sempre farvi conoscere Scusate capo, avete una sigaretta ? Guagliò mò stai esagerando Che scarafone Chi ha scorreggiato ? Che nebbia Non se capisce chiù niente Ma stà pizza è pronta ? Fuggire , sfidando l’ignoto ,oltrepassando dimensioni ,momenti utopici che recludono la propria indole , prigionieri in uno scambio di dare e avere, in un progetto comune , navigare in mare aperto per vincere mille paure , sconfiggere quei mostri chiusi dentro se stesso. Un lenta agonia , un morire lento fatto di versi e canzoni , di pallide emozioni . Senza paura di gridare la propria ragione d’uomo qualunque. Avete fatto bene E già cosa vi credevate Filippo No , sò Pasquale Chiedo scusa Sono tre ore ed ancora non si fa viva Vedete prima o poi qualcosa accadrà Già la vita è una rota Siamo tutti figli di san Gennaro Io sono devoto di san Ciro Guardate il delatore Ci sono sempre stati e sempre ci saranno Aprite, dobbiamo entrare ,fuori fa freddo All’Anema e chi vè vivo Tenete le mani a posto Signora un bicchiere d’acqua ? Mamma vado a giocare a pallone Gli lo hai detto a tuo padre ? Stà in cantina con gli amici La musica in testa Perplessi nel credere che una poesia sarebbe stata capace di cambiare noi stessi. Continuando a dialogare con un funambolo con un ladro ,con un viaggiatore notturno con un pazzo , con la morte e sua sorella sorte con la fortuna d’un venditore di collant . Senza paura di continuare a credere in ciò che si crede giusto o sbagliato che sia. Non chiedendo nulla in cambio , solo davanti ad un foglio bianco su cui far danzare i propri pensieri. Una pacca sulla spalla Un ciao come va ? Tutto bene grazie Mi sembrava una bella serata Avete cambiato l’acqua ai pesciolini ? Cheste sò cose è pazze Puozzo campà cient’anni Incredulo amore hai spezzato le catene della cieca fede per diventare un cane randagio a spasso per strade deserte. Hai cambiato gli uomini e le donne ,hai reso folli intere generazioni , hai fatto nascere una speranza in molti , visto una lacrima scendere, hai assistito a cosa incredibili. Hai cantato di gloria ed onori ,hai seguito il triste destino d’ognuno, hai donato la pace a chi disperato giace in un letto di ospedale ,hai reso alfine la vita santa attraverso il redento corpo suo morente.
  3. L'ASSASSINO

    L’ASSASSINO CANTO ITALIANO DI DINO FERRARO Lo scrivere ha rinchiuso la morte in questo confine utopico nell’amore ha condotto il vecchio ha sedersi sul monte, ha rincorso per un breve momento questa vita, senza alcun viso , senza un domani , senza domandarsi che credere sembra vano se non ci fosse la fatica di dover sopportate il peso della croce ed anche i tanti interrogativi che bussano alla porta e ti fanno sentire piccolo a volte un chierico senza capello. Ed il rincorrersi , il cercare svisceratamente un senso, un motivo per poter concludere dire mettere a tacere le tante storie inutili che si congiungono nel loro senso, nella loro sviscerante scena deleteria insomma non basta capire per potersi radere in santa pace , incapace di saltare fuori tutto ad un tratto e dire ciò che si pensa mi sembra inutile cosi vado incontro ad un mio vecchio amico. Come stai? Non lo so Passavo di qua Hai fatto bene siediti Ho poco da raccontare Fumiamo una sigaretta insieme ? E se moriremo ? Andremo in cielo Sai che bello Tu vai avanti Ti seguo Non spingere Non spingo Mi chiedo chi sei veramente ? Guarda è un interrogativo mio rincorrente Facciamo quattro passi ? In fondo alla strada Verso questo cuore Tutto solo Con un fiore in mano Con tante lacrime Provo a cambiare Forse a vivere Siedi parlami di te Forse e meglio che ritorni a casa Siamo stanchi Anche noi Avremmo potuto essere amici Basta l’intenzione La morte è una colla, s'attacca addosso e non ti lascia più Sono solo io e la mosca Perché non voli via ? Sarebbe bello Ronza No canta una sua canzone Che spasso Sempre a piedi sono arrivato a Mergellina Hai mangiato qualcosa ? Un panino Strada facendo ho incontrato un assassino Accidenti sei scappato ? No ho continuato a parlargli di me Che terribile esperienza Un assassino può essere ciò che vuoi Anche un amico Per tutti una brutta persona per pochi un interrogativo Credi che avrebbe potuto ucciderti Forse aveva un coltello Forse in un altra storia Forse domani l’incontri sotto casa Che paura L’assassino vive in noi è una costruzione illogica una bomba che sta li per li per esplodere che ti potrebbe distruggere e non darti una via di scampo un altra possibilità di poter capire perché sei ancora allo stesso posto cosa ti ha condotto a sommare i tanti dolori la speranza una certa consistenza, un giro di parole che mescola la mesta melodia alla loro caducità di vivere . E l’ingegno a distruggere la giostra del peccato la demente , inconsapevole, volontà di poter contribuire ad una insana situazione che rinasce, cresce, lascia spargere la sua semenza l’imparziale pusillanime estremismo , esoterico. Lo scrivere continua a non avere ne testa, ne coda , ne principio , ne fine. Un miraggio M’arrangio Faccio finta di non sentire Lascia che l’acqua scorri Apro la porta Torno indietro Sono solo io e dio Forse incapace di volare Forse ignaro di quando mi resta da vivere Rigo diritto Non canto Non fumo Sei in riposo Sono sopra al mondo Sono qui che ti saluto Mi vedi Sono cieco L’assassino è la storia che corre dentro di noi , corre con tutti i nostri morti , nell’infausta gloria , nella falsa speranza, nel senso che ha maturato questo mondo in un idioma , scaltro, svestito, ignudo , incantevole tale da poter comprendere ancora la posta in gioco il senso acerbo che ha generato le tante sconfitte e l’esaltazione dell'io nel filo spezzato della memoria che segue il passo verso un altra conclusione un altro gioco in un ordine ingarbugliato fatto di tante vessazioni di sbagli che sono difficili da elencare da mettere in bella mostra sopra questa tavola. Corre il bianco coniglio, passa la pazzia che conduce ad un ragionamento vano . Prova a guarire Sono qui per questo Quando sei entrato, ti hanno visto Non possiamo sfuggire al fato Hai giurato Ho spergiurato Hai confessato ? Dentro una fossa Forse sono all’inferno Fermo alla fermata dell’autobus Dentro un negozio Gaio viaggiare Bello chiedersi ancora perché Quanti uomini sono rimasti con poche donne tradite ? Quanta vita hai da spendere ancora? Sono entrato per caso dentro questo ossesso Solo sesso Solo io e lei Senza peccare Ignudi Davanti a tutti Dentro casa Vicino alla legnaia Dentro un ricordo In mano Dentro la bocca Con il cuore Con la volontà Nel vento Passeremo Andremo Tutti In mille In due Con lo zio Dietro la bara Io piango Forse faccio tardi Non ringhiare Non abbaio Colpito nel cuore Colto nel sonno Volto pagina Cerca di essere conciso Senza mezzi termini Senza lei è tutto un altra storia. Lei che si stringe alla luna alla sua vita , all’assassino che non ha pietà , non ha un volto lo puoi trovare in ogni dove dentro questa storia che ha dato i natali ed i contorni a tanti personaggi finti o veri. Nati da una sincera amicizia trasgressiva , segnata da commi e atti giudiziari che sono il sostantivo e forse l’ignominia di una classe sociale. L’insana intolleranza il dover in qualsiasi modo cercare una soluzione filologica ed ermeneutica a cosa potrebbe essere la verità storica . L’ insorgere delle classi difronte all’intolleranza , all’ incapacità di non potersi ribellare . La rivolta ha condotto l’assassino a divenire uno di noi . Siamo noi questo assassino , siano noi la pecora al macello la spada ed il coltello che trafigge questo cuore con le labbra bagnate , con gli occhi colmi di pianto in un giorno qualsiasi nel dire e nel fare un passare ad altre conclusioni in certi dilemmi in molte litanie nell’ingrato compito di dire messa ad un morto che non voleva ad ogni costo morire. Ad un passo dalla salvezza e forse siamo giunti dove milioni di persone avrebbero voluto cambiare questa storia fatta di assassini e vittime innocenti . Vengo Parlami Mi sento offeso Sei falso ? Ho mangiato tanto Due ciambelle ? Qualche uovo fritto Ho bevuto Hai scorreggiato ? Ho guidato per tutta la notte Ti ricordi ? Eravamo ragazzi Cosi giovani , da poter cambiare il mondo Ora sono solo , davanti al mio assassino Avresti potuto cambiare strada Ci ho provato Non c’è lo fatta Non piangere Mangerei un gelato a limone Io Pane e cioccolato Uno spaghetto veloce L’amavi La desideravo I miei carnefici li conoscevo da tempo, erano tutti fuori di testa , tutti fuori la stazione ad attendere l’arrivo del treno che avrebbe condotto l’assassino verso la sua vittima . Una storia , uno sparo , una sorte crudele, giorni andati ,tutti che cercano la loro dignità , la loro giustizia senza mettere le mani in tasca , senza spendere un quattrino , l’acqua scorre con ella il sangue innocente le molte vite che hanno deriso questa vita ingrata , questa vacca portata al macello che lecca, lecca lo scettro al toro che sogna ed ignuda, lungi per derise sperdute rime si traveste in attesa di colpirti tra la folla. Non ci resta che fuggire per non farsi prendere, correre dove il sole lega il suo carro alla notte che lega l’assassino alla sua vittima. II Tutto quello che ho compreso, sentito con il mio cuore di padre solo contro il tempo che mi ha spinto verso altre dimensioni , verso tanti interrogativi , vite perdute incapace di ribellarsi a quel mostro che è il potere di pochi. Un passo e sono fuori da questa follia dal dover comprendere chi è morto invano chi ha lavorato ed ha pagato con la sua vita un amore troppo piccolo per essere preso , catturato reso santo , vivo, sincero . Un cero acceso dietro una finestra , dietro lo sguardo di una madre tutto è incominciato per caso con una canzone cantata di bocca in bocca che ci ha condotti verso un esistenza diversa. I cantanti aspettano il loro turno , pronti a salire sul palco una folla immensa li guarda chi mangia cioccolatini chi si bacia, chi spegne la luce, chi scende dalle nuvole per poter poi andare nell’aldilà in compagnia del suo amore. I cantanti aspettano di essere giudicati . Chi desidera un altra vita, non ha voglia di giudicare gli altri chi ascolta con il cuore le note, si bea di sapere più degli altri ed dolce passare una serata tutti insieme ad ascoltare canzoni veraci , cilestri , sincere , pazzerelle , scintillanti figlie di stelle cadute dalla finestra. Il cantante ha un segreto chiuso nel suo cuore, un dolore tanto grande da cantare al mondo da dire ad una folla cosi grande come il cuore di un gigante . C’è chi ascolta con pazienza chi non ha voglia di vedere cosa succederà domani . Ogni atto genera un sublime canto nell’atto , nella sorte avversa al fine ci sarà un solo vincitore. Canta. Che ti passa Che emozioni Non farti rosso Possiamo farcela ancora Hai del fegato amico Hai una bella voce Sono un Baritono Tutti ti ascoltano Anche la mamma ? Si La verità ci rende liberi La morte ci ama La vita è un canto Cane che abbaia non morde Un ballo Passa la palla Non ci mettere molto tempo Faccio quello che posso Non mi tirare la veste Accidente ho perso l’orecchino Che sfortuna Hai portato i soldi Eccoli tutti Siamo fuori dalla città Potevamo essere felice Tutto una pigliata per i fondelli Hai visto ? Era lui Maledizione l’assassino E ancora in circolazione Una vera rottura di coglioni Facciamo finta di nulla Ma lo hai riconosciuto Ha confessato ? È grave ,dovrebbe pagare tutti i delitti commessi Forse è meglio voltare pagina Mettiamoci un bel punto Che baci Che tenerezza Tutto tua madre Era un bel po’ che non lo vedevo Quando lo hai compreso ? Beh mi fai arrossire Era già in programma Spiccicato Una fotocopia Che fortuna Hai chiamato il medico Era occupato sarà un altra volta Se sarà maschio Fai finta di aver vissuto Faccio quello che posso Non e la prima volta Si ricomincia sempre da capo In macchina Dietro al sedile Senza giustificazioni In fretta Dopo una birra Dopo una corsa Verso dove ? Verso questa notte nel canto italiano. IIII Cantanti ed assassini tutti insieme sul palco tra le grida tra molti anni e molte vite spese a combattere per una libertà senza casa , senza mezzi termini ascoltando una canzone che ti faccia sorridere che ti racconti di un amore vero di come tutto fu cosi sincero , di come ella ti guardava da piccolo con le gambe incrociate con il muco che colava dal naso in quel canto che passava come un treno lungo le rosse rotaie che conducevano lontano nel continente , dentro questa vita lontano , dall’assassino . Ho sognato un sogno Hai voltato pagina ? Certo Che piangere Che gioia Averti potuto conoscere Eravamo due sconosciuti Ci siamo incontrati per caso Siamo io e te nel tempo Senza busta paga Con il cappello appeso al chiodo Un altra storia un altro assassinio Fai presto Ti scrivo dalla Cina , qui stiamo tutti bene Ed il drago ? Lo parcheggiato sotto casa Tua madre starà in pena ? Non farmi ricordare Potrebbe essere domani Non ho deciso io Certo il signore era consapevole Accipicchia come piove, come piove La pioggia Bagna le anime in pena Lacrime dopo lacrime Dopo questa canzone Mio dio l’assassino E un cantante ? Un vagabondo ? Un cantastorie ? Sopra il monte si cantano belle canzoni. Un coro Con tutti i bambini Con tua madre Senza mio padre Davanti al televisore Con il mio cane Senti che voce Sento il vento Quante note Quanto ho pianto Si avrebbe potuto essere felice Già , non angosciarmi Hai fatto uscire tua figlia con un assassino? Non è un assassino è un bravo ragazzo Chi te lo dice ? Ho a lungo parlato con lui Hai travisato la verità Non ci sono prove E le note l’ascolto nel silenzio che mi trascina verso milioni di cuori trafitti , all’unisono tutti uniti in un solo battito in un attimo e sarò morto nel canto che echeggia dalle alpi all’appennino che s’eleva dalla terra , lieve con i miei pensieri.
  4. CANZONI D'AMORE

    CANZONI D’AMORE Di: Dino Ferraro Canzoni d’amore portate dal vento di guerra che entra nelle ossa nel silenzio dei giorni difficili memorabili volano nell'aria , nell’etere , nello scorrere del tempo giungono al cuore d’ognuno . Voci potenti , ugole d’oro ,gridi che spaccano i timpani , note celestiali , eclettiche nel senso nascosto che stravolge l'esistenza , echi di verbi nella mente in bilico nella vocale alata , magra tal punto da volgere ingenita nell’incapacità di amori acerbi consumati in fretta . Corpo che brucia nella sua voce , cenere sparsa sopra le acque , sulla terra eletta , cavernicole parole, primitivi grugniti ,pentagrammi elettrici, note allegre, venerate, cretine, eremite , dirette verso mondi lontani. Amore rubato a chi giace in una fossa , a chi apre le braccia, vive, esulta, ignaro di cosa sia esistere , ridere , forse fingere , non si può tornare indietro a quello che si è , a quello che si fa, ogni cosa giunge alla sua conclusione , fiorisce , gaia nella sua esistenza, ebbrezza, musica , uccellin appeso fora al balcone. Tutti si meravigliano di cosa sia l’amore qualcuno si cala ò canzone, cantano , aspettando che la morte giunge a salvarli. Passioni, canto , oltre l'universo conosciuto , oltre ciò che noi siamo , oltre la bellezza oltre i tanti commenti che si legano allo stolto individuo lo traggono dalla follia dall'essere solo, nocivi canti privi di sentimento , segnati da un destino, che illumina la mente, la propria volontà di vincere il male che attanaglia l'animo. Vivi ,sogna ,senza piangere ancora dietro questa maschera , dietro questa coscienza che nasce, cresce , immemore in maleficium status , sii ciò che sei , nel male, nel bene , nella parola rincorsa che s'unisce al ritmo, alle soave canzone d'Italia fattura. Canzon d'un tempo ,amore rincorso in mezzo al mare ove galleggia sulle sue acque il corpo d’un popolo , la sua coscienza frutto dell'esperienza ,brezza, venticello, che porta con sé verso terre lontane dai profumi soavi. L' estasi del vivere ,dell'essere uno e mille, d'essere nessuno e tantissimi nel sogno che scorre tra le pieghe di questa realtà crudele , fuggendo ramingo , bombaroli e buddisti , impresari senza quattrini a cena con belle donnine , cani ubriachi , pelle su pelle , vedi come la realtà risuona nella tua volgare voce ,chiuvato ad una croce, chiuvato sopra ad un palco , una folla enorme , milioni di telespettatori , tu è questa moltitudine , tu è questa vita in un ghirigori di note sincere ,tenere, drogate , note ammaliatrici. Così le canzoni vanno ,lontano, parlano con i morti che giacciono nel silenzio dei secoli , nel dolore che ci ha fatto conoscere la verità di un uomo in lotta contro il male , contro il vento che prova a passare , trascinato seco melodie , chete , storpiate , avvilite , voti e santi ,suonando sotto a galleria, miezzo alla via, tra la folla che si fa intorno , diavoli ed angeli , fuoco che zampilla dagli occhi dello guaglione, giunge questa altra notte , con tutta la compagnia cantante. Immenso, jamme a magna la pizza con pazzi, bambini, figliole da maritare, il vecchio senza denti ,senza chiù pensieri , trase ed esce da questa vita , ride , canta, mentre la signorina si cala a mutandine. Madonna che spettacolo, acchiappa il vecchio, acchiappa questo follia che ci trascina lontano tutti insieme ad assistere al gaio spettacolo a sentire l'ultima puntata di Sanremo. Chi ha rubato la bellezza alla giovinezza molto fumo , molto vino, per le vie appresso a te che c’emozioni con le tue canzoni con la tua dolce melodia verso un dio senza tempo che sà parlare ai cuori di tutti gli uomini . Io seduto sopra il mio passato ,una stella che brilla, senza sapere cosa sarà domani. Bella la città , vista dall'alto , bella l'ode al signore che s'eleva lentamente ,voce , canto , chi parla contro i muti ,contri sordi, chi parla della morte che giunta come sempre in silenzio addobbata a festa , con un smagliante vestito , una smorfia che scende dalle rosse labbra , sera , silenzio . Cosa c'importa , saliamo in macchina ed ascoltiamo le cattive canzoni , belle , brutte, eretiche canzoni, che parlano della morte di un dio innocente . Andiamo , tutti in macchina stretti gli uni agli altri , parliamo, cantiamo, ci muoviamo al ritmo di un motivo , ed il nostro cuore palpita di gioia , fiorisce in noi un mondo nuovo , un immagine cara, mia madre, mia zia, terre lontane, il bufalo che rincorre il contadino ubriaco, là nella terra di mezzo , tra le tue braccia, sul tuo seno , sprofondato in mille cuscini colorati , dove è la libertà ? dove sorgerà la luna stanotte? dove andremo a morire ? dove c'incontreremo ancora? dove siamo adesso ? chi sei tu eretto su questo alto monte con i tuoi muscoli d’acciaio , con la tua forza , con il tuo sguardo ,bel bambino dei miei giorni felici , la via c'indichi verso la notte stellata . San Valentino festa degli innamorati , un giro di danza e cadi nel fosso, nella fessura del tempo che ingoia ogni cosa, ogni perdono, tutto il male , tutto l'amore. Io non conosco canzoni che mi facciano capire cosa sia questa sorte ,che mi spinge verso un ricordo che mi faccia comprendere perché , son vivo , verso casa ,con la testa piene di strambe strofe , io non conosco la paura del mondo , io non conosco la semenza, l'intelligenza atta a desumere la virtù il bene , l'utile, il soffio frivolo della vita che unisce , forma, ritmi , rime, versi, ingarbugliati , taccagni versi, piedi, parole elette a grandi imprese pendule sulla bocca della cantante dai grandi seni , solo, canto , suono, questo blues, questo canto maledetto , io seguo sera dopo sera i sogni di milioni di persone , dopo aver per metà vissuto , la mia vita finge di non credere a cosa potrà succedere ancora se non t'ascoltassi più cantare. Noi come ieri, come oggi , cani che danzano il gran can, ballerini dalle gambe snelle , si muovono svelte le signorine , un buco nero , tutto entra tutto esce. Scema nella scena , che ci conduce ad essere sinceri, vivi , nella regola dettata, nell'aforisma, nel senso ignobile d'un vivere di nascosto senza conoscere la certezza , il battito, l'amore proibito in un tempo che ci ha preso per mano e ci ha condotto lontani nel bel cielo stellato, tante bandiere laggiù , tanti cuori uniti che palpitano , corpi uniti in un amplesso , giovine vite nei miei ricordi , nei miei giorni passati, miezzo a via , sulo pensando a cosa m'avrebbe potuto salvare, uocchio , maluocchio nun scaccio chiu chi sono, quanti anni mi restano , vado alla deriva lungo un fiume in piena , tra queste note pietose, tra queste disgraziate canzoni, pazzo , alluccando contro ad un muro , contro un altra morale , passo, vado , all’ossa toia . Mi sento a guerra il resto non lo sò , non lo sò , non lo sò. Incominciamo tutto da capo, incominciamo di nuovo ad incitare , lo ciuccio, un grido nello stadio, tante facce diverse. Febbraio tanto freddo, con mille dubbi, con tante speranze , perduto in questo melodia , questo dire per rime, là dove ignudi si consumano le passioni, dove i corpi diventano uno, dove la vita ha generato la morte . Ha generato un figlio bello ,roseo, carino, tanto carino con due dentini , con due scocchette rosse sulle guance, gaio , il tuo viso, bello il tuo corpo, avvinghiato a questo vecchio corpo che perde sangue , che cade sempre più giù , fino in fondo all'inferno dove si balla ancora il gran can con il cane del padrone . Cane che abbaia , così brutto che tutti dicono madonna come è brutto quel cane. Così la macchina continua a correre ,noi tutti ancora insieme ,stretti gli uni agli altri ,cantiamo la nostra vita , il nostro soffrire, il nostro peccato che ci ha resi uomini, figli di questo tempo . Ancora noi figli insignificanti , che si trascinano per strade deserte , senza svincoli, senza un cane per amico. Vai canzone beata , bastarda canzone vai per il mondo con il tuo fardello colmo di rabbia, camminando saremo domani a Sanremo per San Valentino , domani noi a cantare questo amore latino, bianco, nero, con le cuffiette nell’orecchie, seduti nella metro. In un vagone solitario, vicino al finestrino, scorrono le immagini , scorre questa vita, nel bene , nel male , in povertà , in ricchezza, solo contro la maldicenza tra i tuoi lunghi capelli biondi . Sarà , quello che sarà, anche oggi finirà ,finirà in una bolla di sapone in un grido, in un insulto , un entusiasmo di un bene metafisico , che non conosce il dolore , il suo colore la forma in cui ha preso vita come per incanto questo canto , come per magia ogni cosa si tramuta e tu vorresti narrare come l'orco si è innamorato della bella principessa , di come Peppino divenne un pinguino , di come Giacomino si fece rubare l'orologio da Martino. Tutti insieme, mentre le luci della città splendono nel buio dei secoli nel decantare del vecchio poeta ,seduto dietro la sua scrivania alla ricerca d'un verso dal profumo di fritto, di una morale da spalmare su pane ben cotto. Io sono morto nel canto, nella tua volontà di comprendere perché io sono io e tu sei tu. Poiché noi siamo questo misero canto, che ci porterà verso nuovi giorni ,noi siamo questa canzone stonata , ubriachi di tanto male, di tanto dire che vien voglia di dire basta , poi noi insieme nella musica , provi dolore , senti la storia, macchine , che corrono , non si fermano nell'illusione dell’effimera realtà, una bella finzione , una bella canzone , luce degli occhi miei ,amore , pace, bene. Topo, cane , lupo, bestia antica che graffia con i suoi artigli questo vecchio cuore ammalato , che aspetta di morire per poi ritornare di nuovo a vivere ,di nuovo a cantar d’amore.
  5. Il Dramma Della Rivolta

    Il Dramma Della Rivolta Di Dino Ferraro ATTO I Tutto incominciò con l’ascoltare un canto di rivolta , le strade erano oscure e la voce di colui che accendeva i lumi dei lampioni echeggiava nell’aria malsana, si propagava nel vento, entrando per vicoli stretti ed angusti, dove la luce della luna s’infilava sensuale ad illuminare la notte fonda dei suoi abitanti. Vicoli stretti di un piccolo paese di montagna dove il cielo si rifletteva nella proiezione della macchina da presa, nel giorno che vedeva morire la notte, con le sue aspettative di vita ed era incomprensibile , forse utopico poter elencare il male che si arrendeva al bene, prendere forma come fosse argilla nelle mani di un vasaio. La piccola indolenza ed anche l’incapacità di potersi ribellare di dover ad ogni costo soccombere nei limiti della decenza, sfuggire alla cattiva sorte a quella lassezza di costumi popolari, ma chi avrebbe potuto salvare capre e cavoli ? l’ignoranza senile , la lirica , la metrica che persegue per rime altisonanti il malvagio genio di un uomo solo, che combatte i suoi fantasmi , le sue fisime , forse incapace di proseguire la sua opera ne diviene la rappresentazione più assurda. Io non voglio offendere nessuno. Fai bene amico , hai tutti ai tuoi piedi. Mi credi folle ? No , un medico non ammazza mai i suoi pazienti. Provo a circuire la mia pazzia, con un bicchiere di vino. Alla salute e che la sorte ti renda sobrio . Mi sento incapace di provare un vero sentimento. La tua caparbietà nel voler cambiare , loda la tua opera. La rivoluzione di forme e contenuti dipende da noi. Noi siamo la parte oscura e l’intimo segreto di questo discorso. Siamo questa falce, vecchie facce ingiallite. Siamo il pane che mangiamo. La voce che spinge alla rivolta. Vano il danno ed il dubbio. Sè i morti , un giorno risorgeranno dalla dura terra. Ahimè , questa terra sporca di sangue è la nostra patria. Noi ,tutti contro il male , mano nella mano. Nell’ora cruciale il nostro coraggio ci riporta indietro. Crescere , ci ha resi eroi d’un tempo mite. La battaglia non è giunta al termine. Orde di giovani gridano sotto gli spalti. La vittoria ci sorride , premia i nostri sforzi. Avanti uomini , avanti donne, avanti . Sulle barricate ,contro l’oppressore. Contro la tirannia ed il vessillo avverso. Venite , correte , siamo pronti a morire. Sono già in tanti che giacciano per terra sanguinanti. Miseri. Poveri resti. La nostra volontà di ribellarci all’infame destino , non avere un corda a cui appendere il cappio, nel nesso logico di una rivolta che persegue la volontà di un popolo , specchio di un ideale pauperistico , ammesso ad entrare dentro la camera di chi vive in agiatezza , di chi può mangiare due o tre volte al giorno . Infischiandosi di cosa succeda ad altri , fuori la sua porta. Dentro quel dedalo di vicoli, dentro la testa del matto, di topolino affacciato al balcone, del musico , della donna dai grandi seni , grande spalle bella tanto bella , da far girare il mondo all’inverso . Tutto la capacita di poter interloquire con le classi sottostanti, incapace di intendere idiomi frasi scurrili sensi e doppi sensi di una classe incapace di amare senza alcun interesse, le classi sottostanti. Una tragedia dover vendere la propria donna al nemico , venderla al vile straniero poi mangiare con lui alla propria tavola, lasciandogli poggiare la spada sul marmo delle nostre tombe. E l’odore della carne , l’odore del mare , l’odore della propria donna si mischia con l’odore dell’odio, verso chi ti sbeffeggia, se la ride dell’ altrui precarie condizioni sociali. Non tollero amici con due facce. Prego . Chiedo scusa forse sono adirato. Padrone , li maccaroni son cotti. Prego, signori accomodatevi. Che buono odore. Son buone i maccaroni ? Che bella casa. Guardate che panorama. Un bicchiere di vino ? Giovanni , portiamo un altra bottiglia di quello buono. Subito padrone. Madonna , questi stasera s’ubriacano. Facciamoci una partita a poker. Io non gioco. Guarda quella scia, attraversa il mare e giunge fino al cielo. Meraviglioso la mostruosità della natura. Sono vili questi italiani. Li ho sentito padrone. Statti zitto a tempo debito. Nel tempo che verrà, saremo divenuti tutti sordi. I ricchi sono le lacrime di chi non ha nulla da sperare ,sono la storia di milioni di persone, sono quello che hai sempre sognato e cercato di capire. E nella propria ignoranza apriamo il cuore ad un amore che giunge da lontano. Apriamo le porte a chi non conosce la lingua del cuore, la vita ed i miracoli di chi fatica nell’ignaro andare e venire senza mai giungere ,dove ha sempre sognato d’essere. E la vita ha un duplice viso e la borghesia si fa garante di quella specie esausta che la contraddistingue nella puerile specie o necessità di dover crescere per non soccombere all’invasione in atto. Un altro bicchiere di vino ? Sarebbe meglio un buon sigaro. Giovanni porta la scatola dei sigari. Padrone sono finite le cartucce. Porta un altra bottiglia. Porto questo cuore trafitto. Porta quello che vuoi. Facciamo ammenda . Non parlate vi ho compreso. Sono indignato. Sono fatti cosi brava gente in fondo. Portami il tuo cuore. Sono ignoranti e lazzaroni. Vi prego un sigaro ? Ieri hanno rubato la borsa alla madre di un mio ufficiale. Sono mortificato . Emanerò un editto. Ci voleva pure cheste. Saremo onorati d’ assistere all’esecuzione del condannato. Vi terrò informato. Lo spero per voi. Non vi rammaricate Aprite le porte, saccheggiate ogni basso. All’armi , all’armi . L’eco della rivolta corre di bocca in bocca , nell’ira di uomini diversi , nella stessa solitudine di miriadi di classi sociali. Nel cuore e nella mente , nell’eco della morte che ha reso vittime chi non voleva deporre l’armi e mai stanco di lottare, lungi per menti eccelse s’ inerpica per strade strette che salgono lunghi i crinali erbosi e silenziosi. La volontà non sazia la follia, anima l’animo della rivolta , la sua voglia di farsi largo nella giustizia che la reso schiavo del suo credo, nella propria terra. Incapace di poter costruire quello che altri genti hanno costruito ed il riscatto etico la morale eleva la folla , fa correre le voci verso il centro , verso il corso dei mille, nel passo incerto che risuona , suono dopo suono nell’accordo nel dolore del tempo che matura se stessi e la sconfitta quell’amore rubato per pochi denari. Ogni logica predispone di un esercito di orchi , ogni soldato ricorda la sua donna , un cuore , una buca profonda , un destino che disegna sulla pelle il proprio sacrificio. Venite a vedere. Sono in tanti. Siamo in mille pronti a combattere. Non fate pazzie. Iatevenne stanne arrivando i soldati. Siamo pronti a morire. Siete folli , siete la mia carne ed i miei sogni. Non biasimare la nostra scelta. Siamo pronti. Basta soffrire. Vogliamo vivere. Dateci ò pane. Dateci la terra. Chi siete ? Correte non abbiate paura. Pigliate le mazze. Pigliate stì suonno , queste parole senza senno. Pazzi vi ammazzeranno . ATTO II Non c’è nulla da fare ,forse non aveva senso lo scopo di ribbellarsi contro un oppressore crudele , contro quello che non si crede e che prende forma, di tante cose assurde ed incomprensibili svisceranti in minuti, attimi , giorni che muoiono con noi nella vana ricerca di un concetto illuminante , nella speranza di poter cambiare la propria condizione umana. Tutti uguali , tutti liberi ,nudi per strada ,in marcia con in mano forconi e bastoni, con in petto la voglia di combattere ,facce scure, sporche , che non conoscono l’italiano che non conoscono chi è perchè sono diventati quelli che sono . Tutto ha un limite è la rivolta diviene un vento di pace una canzone che s’eleva sopra le case ed entra nel cuore di grandi e piccini si propaga nella lecita confessione e fiducia verso un Dio amico . Arrivano. Giovanni hai preso la bottiglia di vino? Padrone a cosa serve. Quando sarà il momento svegliami. Va bene, non vi preoccupate. Cosa Fanno? Stanno là, non si muovono. Forse pensano ? Forse non è normale. Chi sa quando hanno pagato? E ci credo si sono scolati una botte e mezza di vino. Giovà ma tu critichi sempre ? Per carità , era un appunto. E per l’appunto vediamo di essere seri. Ci mancherebbe. Fammi il letto. E già pronto e riscaldato. O’ rinale. In questa casa non si può più vivere. Lo dite sempre. Ma quando si cambia. L’italia ci sta provando. Fanno bene. Sono Giovani. Sono migliori di noi. Volete che vi prepari qualcosa ? No ,Giovanni basta, nun parla chiù. Va bene ,facciamo come volete voi. Ecco, come vuole il popolo . Il popolo è sovrano. Ha diritto alla sua terra . Ogni diritto è un dovere. Ognuno ha la sua ragione , nella capacita di comprendere gli altri nel perseguire intenti propri, questa la sostanza del racconto intrinseco. La classe non è acqua, possiamo aspettare altri invasori ed altre storie surreali , possiamo aprire la propria finestra , spalancarla su un tempo che arride i vincitori i forti ma i pusillanimi saranno sempre la parte peggiore di quel meccanismo che muove il popolo ad una seria comprensione del proprio operato. E non c’è una certezza in merito, uno spiraglio , una norma capace di risolvere tutto il malaffare che imperversa nella fitta boscaglia della burocrazia. Non è lecito comprendere per chi comanda, ne tanto meno sforzarsi a capire perché siamo ancora li a difendere un diritto pubblico , una certa monotonia che annoia e rende incapaci di spazzare via le cose oscure che mostrano un viso orribile , quasi folle ,un omicidio orrendo ai danni di chi è debole. Una babilonia di scanni , poltrone per gente che viene da tanto lontano e non conosce chi siamo. Ne tanto meno cerca di capire e s’appropria dell’effimera bellezza della gaia superficialità delle cose che ci circondano. Una certa schietta amicizia forse una leggenda perversa, ma parte integrante di quello che scritto di quello che stato detto e reso tale ,tanto da togliere il pane dalla bocca a chi già affamato sperava di saziare la sua speranza in giorni migliori. Forse è arrivato il momento. Lo penso anch’io . Padrone qui c’è mia moglie. Falla entrare. Buon giorno signore. Non chiamarmi cosi , chiamami Antonio Don Antonio vi ho portato un po’ di caffè. Grazie , sei molto cara. Lo vedi il mare ? Si che lo vedo. Dimmi come è ? E’ bello. E’ calmo? Pieno di gente. Si fanno i bagni. In molti si gettano dentro. Nuotano ? Beh galleggiano. Ma che sò Paperelle. No ,sono morti. Chi li ha uccisi? Le navi nemiche con i loro cannoni. Madonna , non voglio vedere. Svegliatevi, venite. Non posso. Non lo turbare. Perché ? deve capire quello che passiamo. Non capirà mai. La storia non gli da ragione. Neppure la ricchezza lo ha cambiato. Ma è quello che è. Per diritto di nascita. Noi quali diritto abbiamo? marito mio. Non piangere . Lo vedi il mare ? Vedo il sangue versato i tanti corpi inermi. Chi sono ?quali erano i loro nomi ? Chiudete le finestre ,non voglio vedere ne sentire. Padrone ,dormite vi farà bene. Porta via tua moglie. Non vi adirate. Voi non mangiate per non cacare. Siete cattivo. Ah finalmente me lo hai detto. Volevo dire matto. Mi prendi in giro ? Ci mancherebbe. Fai il bravo sè no non ti pago . Adesso state delirando. Hai chiuso il portone di casa? Ho chiuso tutto ma ho lasciato una finestra aperta. Mi vuoi morto ? Non è vero , voglio che sentiate. Cosa ? il pianto dei tuoi simili ? Si , il pianto le urla il silenzio della morte di milioni di persone. Funesta sorte, soffro, informerò chi di dovere. Fate come volte, l’ora è giunta non si può tornare indie tro. Ci avete gettato in una fossa comune per poi dimenticar ci nell’ignoranza ,nella gaia sapienza di chi è forte, tutto è permesso. Taci , non ti pago questo mese. Non mi pagate ed io chiamo le guardie. Esci fuori , vai dove stanno i tuoi simili. Vado ma state sbagliando. Non mi pento, sono un signore io. Io un povero uomo che fatica dalla mattina alla sera. Vai a lavorare dove vuoi ? Vado, ma lei non rida piu di me. Non rida di ciò che sono di ciò che ho sognato e cantato per vane idee e per vane rime meretrice , celesti leggi , il mio dolore tra queste pagine gialle, verdi, nere ,rosse simili al sangue versato , nell’urlo inumano , ora noi siamo vivi nella morte che ci ha resi liberi dall’oppressione, dal martirio che animava la nostra mano, nel combattere, nel soffrire . La sorte non dà ragione a nessuno, tutto è un punto, un momento utopico, forse un filo sottile che divide il signore dal servo , l’ignorante dal colto sognatore è l’amore quello strano sentimento che sconvolge ogni cosa che rende indegni e denuda bea i beati ed i santi nel loro sognare una terra dove i santi son santi ed i servi sono il volto di quei santi che hanno fatto la storia degli uomini . Noi siamo morti per nulla , per un tozzo di pane , per sfamare una voglia insana , un amore che non ha limite, ne diritto di nascita che cresce, scema , tra le pagine scritte in merito a questo comune dramma.
  6. La Memoria Della Luna

    LA MEMORIA DELLA LUNA di DINO FERRARO La storia siamo noi ,siamo noi questo tozzo di pane, questa strada che ci porta lontano oltre ogni muro, oltre ogni sogno. Siamo noi che viviamo ed amiamo che cerchiamo d’essere migliori , siamo noi che ridiamo e speriamo che un domani possa essere diverso da oggi. Un giorno qualunque quando la notte s’era dissolta con le prime luci dell’alba ,sorgendo glorioso ad illuminare la vita puella che brama l’amore ed ingorda , assale se stessa , mite sulle mille triste vicende della quotidiana esistenza , un uomo dall’aspetto assai gentile dal passato quasi sconosciuto ,andava per la sua strada, attraverso i pensieri di mille e mille genti di ogni razza , di ogni religione al suo risveglio, improvvisamente s’accorse di aver perso la memoria ,non si ricordava più chi fosse, da dove veniva ,quale era il suo nome . Incredulo in quello stato confusionale si mise a cercare la sua memoria ,la sua triste storia d’uomo qualunque ,uguale a Vincenzo ed Andrea ma ovunque andasse, vagando romito , incapace d’intendere chiedeva esausto a chiunque incontrasse, persone o cose chi egli fosse . Il quel suo stato di confusione , appicciato, appiccicato con dio ed altri idoli l’uomo provò perfino, stanco di vagabondare , per molti continenti senza trovar risposta alcuna di chiedere alla luna che luminosa , stava là nel cielo fosco ignuda s’affacciava in quel misterioso universo, beata nel cielo a sera trapunto di stelle, pallida e pura splendida nel buio sopra la terra ,la luna l’ammirava muta e suadente . Sai dirmi vegliarda luna , tu regina della notte chi sono io? La luna sbattendo delicatamente i cigli degli occhi con voce soave e dolce, colta di sorpresa in quel momento non sapendo effettivamente , cosa rispondere a quella domanda gli disse: Vorrei aiutarti ma vedi son tanto vecchia, così tanto da non ricordare neppure io chi sono , ne tanto meno rammento , confesso del mio passato. Il tempo ahimè ha ingannato anche me , mi ha lasciata sola per lungo tempo è passato cosi velocemente che nell’oscurità in cui sono immersa non ho potuto vedere cosa ti è accaduto per poterti oggi aiutarti . Troppe cose oscure non mi hanno permesso di vedere cosa veramente , accadesse sulla terra impedendo che la mia fioca luce illuminasse quelle disgrazie che colpiscono ogni essere vivente nell’ore funeste. Poveretto che sono. Non disperare. Ed io piango per nulla? Per nulla ? Sei Vivo tanto basta. Vorrei essere un astro anch’io. Sai che barba. Sei propria bella. Grazie. Mi rifiuto di credere. Non ridere allora. Non sono cosi cretino. Non seguire l’ira. Mi bevo un caffè. Forse è Meglio. Ti ringrazio comunque proverò con qualcun altro disse l’uomo amareggiato e prosegui per la sua strada recandosi lesto da una stella assai luminosa . E tu Stellina che brilli lassù nel cielo sapresti dirmi quale è il mio nome, chi sono io ? Bella domanda rispose la stellina , vorrei tanto aiutarti ma credo di non essere in grado di farlo . Perché mai? Perché, perché, quanti perché. Scusa. Ecco non volevo. Va bene non grattarti il capo. Non sono io che mi gratto. Allora chi dici d’essere. Non lo so . Ti prego aiutami. Beh con i baffi staresti meglio. Io con i baffi mi prendi in giro. No , sarebbe una prova di coraggio. Ma io non ho paura, ma fuggo davanti al fuoco. Prendi l’acqua dal pozzo. Non ho sete. Di conoscenza vive la nostra esistenza. Ma sono figlio di nessuno. Credi di essere l’unico a non capire. Credo non vedo, non provo dolore. Sei proprio un bel tipo. Forse sono quello che sono. Ecco hai trovato un indizio. Veramente grato bella stellina. Vedi di non smarrire la strada intrapresa. Va bene stella ti saluto , non voglio farti perdere altro tempo prezioso. Così il povero uomo assai goffo di presenza s’incamminò di nuovo per la sua strada , facendo ritornò su i suoi passi , andò a bussare ogni porta che incontrasse , ogni pubblico ufficio , palazzo civile , ogni luogo di culto che gli fosse utile per ritrovare quella sua memoria perduta. Ma purtroppo la sua ricerca fu assai vana e in quella frenetica ricerca passarono giorni , mesi , anni . Con il passare del tempo , guardarsi allo specchio divenne sempre più faticoso , continuare a non sapere chi sei , per il misero uomo diventò un gran problema. Quasi un castigo ,una colpa non sapere chi fosse stato in quella sua antecedente esistenza, trascorsa , chi sà in che modo. Essendo solo , senza parenti , decise dopo tante peregrinazioni di far ritorno a casa sua l’unico luogo che egli conosceva e di starsene finalmente in pace , con se stesso nella sua casa comodamente seduto nella bella poltrona appartenuta un tempo a suo nonno ed aspettare che qualcosa tutto ad un tratto avvenisse. Aspettò un giorno, due , un mese ed un anno e forse più , attese tanto che l’uomo divenne tanto vecchio ,decrepito e debole. Il mondo s’era dimenticato di lui e lui del mondo che gli aveva dato una vita difficile e ignara ,anonima a tal punto da perdere il ricordo di chi fosse , una vita fatta di piaceri e piccole sciagure ,dignitosa intrisa di soddisfazioni che lui con coraggio aveva affrontato ,una vita che gli aveva dato un nome che non ricordava un amore ameno , immagini vaghe d’un tempo trascorso nel bene e nel male . La memoria è un bene prezioso storia di un individuo che è parte d’un popolo e noi siamo prodotto di quel passato , di quella storia a volte meravigliosa, malvagia , ingannevole che ci guida attraverso una multietnica realtà , verso un singolare destino. Nel passato soltanto ,nelle opere compiute con senso ,l’umanità acquista nozione e consapevolezza di se stessa ,di quel che è dei suoi valori dei suoi errori ,la fiducia nei suoi ideali e l’avversione, verso l’orrore delle cose negative e demoniache che la insidiano che spesso continuamente si persegue ignari lungo il corso naturale delle sue cose . Non bisogna mai dimenticare il proprio passato ciò che fummo , saremo , soli ma attraverso l’amore potremmo ritornare così a credere in noi stessi e nel rispetto verso il prossimo , nel confronto con qualsiasi colore della pelle che veste il nostro essere saremo liberi del nostro peccato. Il vecchio così s’addormentò , con quelle riflessioni provò a sognare ciò che un giorno era stato ed in quel dormiveglia rivide per un istante la sua misera vita, lo scorrere di ella , attimo dopo attimo , nel ridere , soffrire , amare , sognare, credere ,rivide quelle intime emozioni che lo resero felice nel viaggio intrapreso. Incominciò così a correre ad abbracciare quelle persone care, scomparse per sempre ,ma intanto che correva prese ad avvicinarsi sempre più alla tetra signora della morte . Ed un vecchio come lui gli andò incontro affondando i piedi nella neve insieme ad altri suoi compagni di sventura, spinto da una mano crudele verso neri forni infernali ove danzavano le fiamme del purgatorio, dalle terribili fauci dai denti aguzzi e gli occhi umidi di pianto che continuavano a bruciare ossa e carne ed emanare un forte lezzo, senza tempo che diveniva nera cenere , fumo intenso , nube oscura sul capo di chi attendeva il suo turno. Si sentì chiamare nel dormiveglia : Compagno vienimi ad aiutare, questa pietra è troppo pesante . Non c’è la faccio ad alzarla. Vengo aspetta. Presto ,corri son quasi allo stremo. Vengo con ali di angelo. Vieni con lacrime chiare. Non lasciarmi solo compagno. Vengo non arrenderti . Lasso son perduto. Muoio nei miei sogni. Funesto destino. Finestra che s’apre. Angelo vieni. Chiamatemi santo. Son solo con la mia pietra. Avanti compagno. Non cadere di nuovo. Ma là , su una oscura scala come una maledizione un soldato si avvicinò e lo colpì con un bastone , ripetutamente con violenza imprecando contro il cielo. Il povero vecchio crollò a terra distrutto e l’aguzzino gli disse : Vedrai signor nessuno di massi ne porterai non uno , ma due. Ed il vecchio sofferente , rispose con un filo di voce : Ne porterò due ed anche tre , signore non ho paura , son forte e dopo sé non sei codardo t’ imbatterai con me fino alla morte. Ma quando giunse il suo turno trascinandosi in lacrime verso il varco il vecchio chiese alla morte . Signora la prego mi dica chi sono io? La signora in quel momento , angusto , sorrise ed in poco tempo si tramutò in un angelo di luce e così gli rispose : Povero caro , non piangere più , figlio mio e l’abbracciò baciandolo sulla sua rugosa fronte. Il vecchio ritornò così ad essere di nuovo un bambino , un pargolo roseo nell’innocenza riconquistata gli ritornò alla mente il suo passato, la sua esistenza trascorsa, riemerse in lui come l’onda dal mare e con quei ricordi egli chiusi gli occhi dolcemente addormentandosi per sempre tra le braccia d’un angelo immenso che lo condusse in cielo cantando il cantico dei cantici.
  7. LA MARCIA DELL'ANIMA

    LA MARCIA DELL’ANIMA DI DINO FERRARO Assettate , sotto a una croce con lo core chine di passione i versi mi volano attorno e nù saccio chiù, quale via mi porterà a casa, dentro l’addore dè maccarune, assetate sotto ò cielo, simile a tutti , come ieri che mi faceva a vino e pescavo, ridevo, pensavo che tutto fosse stato lecito con una donna vicina, moscia che s’alliscia vicino a nù lampione che s’arrampica verso ò cielo . La paura di chi siamo e la puzza sotto ò naso e nù creature sotto ò muro, attaccate a chesta canzone , che vola ,s’arrigrea e dice voglio campà , voglio dire chelle che me passe per la cape . Sulagne , siente le voci dei condannati ò male passato , mortificato , zitto, zitto senza nome , senza nà storia , che ti dice chi sei , chi ti ha fatto nascere dentro nù quartiere malfamato ,sotto n’albero mimose , sotto nù cielo chine e stelle, chine di nuvole e dulure , chine di passione per la musica, inseguendo una bella figliola vestita di rosa , vestita di stracci , vestita come ò cielo , come era mamma soia quando incontrò a papa suo , sotto a una croce , sotto la grigia pioggia . Ora cosa siamo, siamo miezzo stù burdello , dentro le budella di una città chiù nera dello gravone , vola stà canzone pò ritorna, si mette in riga, saluta gli sposi saluta con bona creanza, saluta Antonio che rimasto incapace di parlare dentro a chesta faccenda con una faccia chiù verde di un pianta che s’arrampica sopra nù muro , che sale , sale , lenta , sangue che scorre , scorre dentro le vene della vergine, dentro il corpo che muore lentamente con tutti i suoi malanni .Ogni uomo è padrone del proprio credo , ognuno può dire d’essere padre , figlio , spirito dopo aver bevuto da questo calice le lacrime versate dalla vergine che hanno generato un nuovo mondo. Siamo partiti un bel mattino in groppa ad un somaro, lo ciuccio è storia , lo ciuccio della sciorta ,padre , madre , figlio sono santi nel delirio di un era , in cerca di un luogo che li porterà dentro e fuori dalla storia , che hanno scelti di vivere , dentro di me che veggo e spero. Ogni uomo, afflitto da timore vari è un limite alla propria libertà , un frutto ammunate, chiano , chiano coppe a nù muro , assieme a chesta morte. Assieme alla speranza dalla bocca zuccherosa , spizzicane, rassegnate , saglie , coppe, saglie fino addò stà Gesù. Parla , dimmi che senti , dimmi quello che vedi, io non sono , quello che sono, io sono dentro questo gioco, nella forma di un dialogo interiore , migrante, morto nel lontano sessantotto, in fila in un corteo con una scarpa rotta ai piedi , con una tasca pieni di sassi , ascoltando timide voci che mi sussurrano Ulisse ritorna in questa alcova, sdraiati , dammi la tua verga , dammi il tuo coraggio il penare di un uomo solo, contro gli dei , contro il fato. Ed io rimango perplesso, forse tutto è inutile, rime, metriche, schemi che si susseguono, quando apri la porta e ti ritrovi in strada con i tuoi amici di sempre a giocare a pallone a giocare contro i mostri della ragione che vendono l’anima ad un angolo di strada , dentro una fiaba troppo brutta per essere venduta. Vieni entra. Lasciami decidere. Beh ti dico entra. Va bene mi spoglio. Ho qualcosa per te. Poco mi resta da vivere. Manco per scherzo. Tu mi cornifichi ? Io divido ed unisco. Ma il cuore non ha segreti. E uno scrigno pieno di tesori Forse ritorno a Milano. Salutami tua sorella. Non ho sorelle ne fratelli. Mi porti un bacione a Firenze Una cartolina potrei scriverla. Va bene rimango in attesa Fai bene non ti muovere. Mi sollazzo con poco. Rubiamo la luna? Non sono un ladro io. Neppure io. Allora andiamo su Marte? Troppo lontano. Non ho la mutande di ricambio. Io ho calzoni troppo corti. Ma su Marte non c'è la guerra? Io penso che siano rimasti indietro nel tempo. Rammento un uomo solo in partenza per Messina. Poveretto e rimasto assai scosso dal tuo comportamento. Io , un orsacchiotto di peluche. Io , una marmotta. La marmitta dell’auto si è rotta. Oh dio come faremo ad arrivare a Palermo. Nun vè muvite. E chi se move. Avasciate e mane. Aizeteve ò cazone. Te fatte a barba ? Ti sei messo ò profumo? Mi faccio mezz’ora e suonno. Si acchiappo a petrusino c’è faccio ò mazzo…. Puveriello chillo tene lo scorbuto. Chi ha chiamato a Giovanni? Hai risposto a telefono? Manca per la cape. Signora, avascete ò panare Uhe screanzato alzatevi ò cazone. Scusate mi sono distratto. Vi siete pigliate ò caffè ? Mò mi faccio un solitario. Mò mi faccio tre ,quattro sorsi di vino. Passa ò tiempo , passa e gonfia queste parole volgari , incurante di cosa si possa essere di come s’arriverà a conoscere la ragione che ha generato il male di un era . Ed in tanti si sono radunati fuori il palazzo comunale, una folla sempre più minacciosa, una folla ratta, fatta di madre e figli , di calciatori , di campagnoli , di spazzini, di figli e trocchie che rubano il grano ai più poveri, che ingrassano alla faccia di chi fatica ed è bello non sapere cosa è il vero peccato. Chi mangia tanto vola in paradiso tra tanti santi con tanti voti , presi all’ultima elezione , viene condotto perfino davanti al signore dell’universo, che conosce questo amore e questo soffrire delle derelitte folle. Tutto è un gioco di nuovi verbi , che s’arrotolano nella mente di un santo, nel loro dubbio amletico ci chiedono di morire in pace. Fa appriesse. Nun c’è stò chiù a fa finta. Mi hai tagliato la basetta? Tengo tre uova sode. Chiame a Giggino. Nun voglio parti. E statte cà assieme a noi. Facime appresse. N’ata vota , allora lo tiene per vizio. Mò , non voglio parlà. Fai buono nun te mettere scuorno di niente. Io , sono una signora. Ovvero , chi dice il contrario. Teresaa. Annuccia Angelina Genta , genta . Scinne fà apprese Te mise le mutandine? No , madonna e mò , chi c’è lo dice al padrone. Il mondo ruota intorno ad una speranza , bizzarra, spaurita , scurrile che tiene in se tutta le maledizioni della gente e tutto il mistero di una generazione che si è evoluta nella piega socratica o chimerica di una verseggiare rado , poderoso, privo d’interesse, freddo, ossessivo, volgare, povera pulce che salta e vuole far vedere che sà saltare , come il nesso logico che avvolge in sé ogni generazione passata come questa storia che si sussegue nel bene e nel male , priva d’interesse, priva di identità , morta prima di uscire da casa . Come ieri , anche oggi la logica ha dato i suoi frutti in forme semantiche, prive di forme simboliche , prive di quel non sò , che anima il mondo intero. Pigliateve ò pullman. Me la faccio a piede è meglio. Hai visto a Giovanni ? E chi è ? Come Susanna. Chi Assuntina la portiera. Beh prima faceva a sarta, mò si fà chiamare Enrico. Santa Marta io mò piglia la scopa. Ascite fore. Francesco. Chi è stò nel bagno. Pensare fa male. La morte è fisica . Un attimo è siamo in paradiso. Una corsa contro il tempo. Stò male non voglio ridere. Questi c’infornano. E che simme pizze ,pezzi di pane. No, siamo giudei. Oh Madonna mi ero dimenticato. Scetate a stù suonno. Hai chiamate a Pietro. Gli ho mandato una lettera di reclamo. Hai fatto bene , stiamo messi proprio male. Tanto , saranno due o tre metri. La vedi la fornace? Emana un calore tremendo. Chi si butta per primo ? Io stò buono accussì. C’è piense diventeremo carbonella. Polvere eravamo e polvere ritorniamo. Nel vento voleremo. Che bello, poter sputare in faccia il destino. Che magia Che disgrazia Pazzia Bellezza Pezzi di merda Forse domani potremo dirci liberi Forse domani saremo con il signore Con i nostri padri Con tutto il nostro popolo Assieme a Giggino Ad Assuntina a scagliosa A Paoluccio il rigattiere. A Ciccillo che girava la manovella. E un film ? Un delirio. Un lungo corteo di popoli e gente di ogni ceto, razza e pensiero , tutti insieme , verso quel punto che è la fine ed il principio d’ogni domanda senza risposta , che si ripete dentro di noi ,accompagnati da note allegre, note che muoiono all’alba. S’ odono i nostri vagiti i lamenti immemori d’un vivere , echi d’un sordo suono che contiene in sè ogni speranza , ogni logica , ogni memoria. Davanti a noi una piazza tanto grande, che non riesce a contenere la gioia d’essere liberi , di poter dire tutto quello non si mai detto di ogni filosofia, forma geometrica, linea che congiunge un punto all’altro bagnato dal mare dalle sue onde , folli , ebbre di ricordi che sono rinati all’improvviso senza senso nel nostro esprimere tutto l’amore che si è provato nel stare da soli difronte a Dio. Voglio pregare. Voglio una pizza. Mi dà un panino ? Non vuole un insalata? Voglio la zuppa. Ho fame Mamma mia che buona. Si segga , assaggi. Veramente aspettavo il tram. E quello che porta alla felicità. Non sò forse. Forse sei morto con noi aspettando. Forse non lo ho mai capito per davvero. Venga alla mostra. Mi vesto. Prego, non dimentichi. Io non volevo ,avevo solo fame. Giovanotto lei mi ferisce. Io non pensavo a tanto, per una scodella mezza piena. Per un sacco di cose ed altro. Facciamo ammenda. Me lo scrivo dietro questo quaderno. Lo scrivere persegue una sua originale idea, eclettica troppo bizzarra, forse una delusione che sfocia nell’assemblaggio illogico di rime e versi cresciuti in fretta senza gradi , senza quella autorità morale, legata alla prosodia . L'ultima cena è un punto d’incontro, un luogo comune che fa desumere che tutto quello che si è detto ha una seria ripercussione etica sulla vita quotidiana e l’elemento cosi elencato, sottoscritto, versato alle casse dello stato come tributo ,un imbuto dove scorre ogni cosa dove il signore, scivola incurante del patire dell’essere vittima di quel dissacrante moto dell’anima che rimanda a pan duce degli astri. Ed è propria una bella gatta da pelare, d’acchiappare , da soffriggere a fuoco lento renderla tenera al palato di chi ha molto goduto d’amori d’altri tempi. Ed è giusto che ognuno possa sentirsi partecipe di questo gioco, con il suo nome , con la sua volontà che riassume tante tradizioni antecedenti. Puozzo campà cent’anni. Puozzo addiventà santo. Puozzo piglià nù terno. Nà quaterna. Nà cosa di soldi. Sei caduto dentro a stù pertuso. Chiamate li guardie. Io mi metto a malattia. A me nun m’interessa. Io sono di passaggio. Ma se pò sapè chi lo ha ucciso? Io tenevo a mia figlia per mano. Io mi faceva la barba. Ma come faremo a scoprire l’autore di questo delitto. Ci manca il sale. Io , lo trovo divertente. Forse l'autore aveva una sua vita segreta , un qualcosa mai detto , forse era quello che voleva far appariva ma non si lavava mai il viso e per questo il signore del letto difronte gli tirò una scarpa dietro la testa , lo ciaccò , gli uscì tanto sangue , due giorni dopo morì. Nero questo cielo , c’è chi balla sopra la nostra terra, il poeta è salito al cielo, sanguinante e salito una bella sera con tutte sue speranze, con una gran voglia di dire la sua di parlare ora con un santo ora con una santa , con molti , con se stesso, oggi forse vive nel ricordo di tutti noi, forse è morto per sempre , forse e lassù , perché lo abbiamo voluto tutti noi , forse era una brava persona , un uomo , un essere diverso, un musico capace di fare una musica strana che ti metteva allegro , che ti faceva capire che la vita e poca cosa senza l’amore di una donna, senza avere eccessive ricchezze , un auto lussuosa con tanto trucco con uno ,due , tre rose tra i capelli. Ella l’invito a sedersi , il poveretto , giunse appena in tempo, tutto contento d’essere morto a quell’ora che sussurrò all’orecchio del cocchiere del carro , avanti non fermarti . Poi la gioia prese il sopravvento , s’unirono alla danza gli angeli con le ali ed i demoni senza corna , tutti gridarono come bello essere qui con te, festeggiare questo momento, senza peli sulla lingua , come bello mangiare la tua carne , bere il tuo sangue vermiglio, assaporare il tuo sogno che diventa roseo al solo vederlo. Poi tutti compresero il senso , il fine funereo, fulgente, gemente, elegante, senza guanti , un guardare di traverso la storia che c’arriso , sotto l’unico vessillo, nella sorte avversa d’essere, non essere poi fine a se stessi , una forma antica , essenza d’una tragedia immane, una voce che si spegne nella sera , insieme alle tante paure, insieme al nostro dire che ci conduce metaforicamente lontano dalla follia di essere balordi poeti in questa tragica epoca.
  8. NUN Mè SCUCCIA'

    NUN Mè SCUCCIA’ REFRAIN PRIMO Nun mè scuccià , lungi da me , mi perdo nel senso comune , mi beo di mondi possibili nel vago soffrire, fugge da me la colpa di un tempo tracchiuso, ciancioso che addiventa nà strappola , capricciosa che me fa chiagnere che me tocca lo core mi dice : sposami fà appresse. Me voglio scusà, mè voglio assettà d’into stù core è se me prode stù naso, me mette a sparà, tu mi piglià per matto, nù tengo denare ,nu tengo la cape, mò mi piglio ò pullman. Si nascesse n’ata vota , vurria essere nù vammariello che s’arrevote nell’onne dello mare, nù chiagnere chiù , non soffrì chiù , nun alluccà d’into a stà recchia , nu me piglià per lo cravettino , puorteme addò sponta lo sole di primma mattina. Scinne nun mè scuccià , scuordete ò male , nù parla a schiovere miezzo fatte , rassegnate scuparene suonno dentro sti palazzi , miezzo stù presepio , coppe stù fuosso, io zompo. A morte nun aspetta a nisciuno , suspiere , carezze non tenne la faccia per risponnere , liscia, spiritata , paonazza, s’incazza e cacace ò cazzo che tiene a dicerie ? stracche parole , azzecose , debiti , broglio e lenzuolo. Me faccio de conoscenza , de versi , di vino , de penziere scustumate, scannate . Sona la tammorra miezzo alla piazza, ballano li scugnizze . Scinnite currite cà ci stà nà farenella, se me passa stà freve , vaco a pede fino a pompei . Addò nasce stà ammore , addò si crede che tutto è lecito , levateva annazze famme vedè , intanto passa ò curteo , quanta gente con a capo lo muorto che chiuso nella bara, nun ride , nun chiagne , forse ricorda ancora a mammà.
  9. SCRITTI PER STRADA

    Scritti Per Strada: Raccoglie quarantacinque racconti , scritti nei luoghi più impensabili per strada , fuori vari bistrò nell’anno 2012 all'occasione in vari luoghi della città in cui risiedo e lungo la penisola italica, animati dalla voglia di vivere, di scrivere l’incredibile storia animato dalla libertà del viaggio intrapreso. Esercizi di scrittura creativa alla ricerca del fantastico ,brevi racconti di vari argomenti Fantasy e Fantascienza , situazioni personali visti attraverso quel buco della serratura da cui s’osserva la vita in genere scorrere e divenire.
  10. L'AMORE ,QUELLO VERO

    OK GRAZIE
  11. LE MAGICHE SCARPETTE

    LE MAGICHE SCARPETTE DI DINO FERRARO Ieri sera per strada provavo un freddo intenso, sentivo fischiare il vento portato dalla bufera che grasso e meditabondo s’ubriacava di gioia di dolci illusioni , entrava nelle case in ogni negozio, sulle bancarelle illuminate , tra sorrisi e strette di mano alzava la gonna all’anno andato. E mentre il vento passava grandi e piccini attendendone i più fortunati nei loro giacigli tra morbide coperte , i più sfortunati in scatole di cartone sotto i ponti al freddo al gelo arrivare la befana che la fa vedere a tutti e tutti sono allegri di quel calore che emana di gioia d’allegria di una placida carezza. Eccola giungere tutto d’un tratto buffa e vecchia con un gran capello in testa tutta spettinata , bella , brutta figlia di una stella cometa , madre di ogni uomo , madre bacucca , maldestra, sincera , scimunita nella sua malattia, buffa vecchina a cavallo della sua scopa , scende per il camino dopo aver attraversato paesi e terre desolate, sorvolato alti monti innevati , trasportare sulle sue spalle un sacco colmo di regali. Faticoso viaggio che compie ogni anno affrontando mille difficoltà per esaudire ogni desiderio di chiunque. Avanti venite ,ci son dolciumi ci son mille e mille …. oh fatto un sogno , che brutto era una vecchina che mi toccava. Ed io mi son calata dentro un camino , sono entrata sotto una porta, quanti bambini ho visto dormire beati nei loro lettini.. Avrei voluto essere ancora un bimbo, poco tempo mi resta per sognare ancora. I sogni non si comprano, le speranze si coltivano nell’orto , là nel campo dei miracoli spunta un fiore incantato ,prendilo. Seguendo i tuoi sogni , le luci in lontananza brillano nel buio ,ascoltando la melodia dei canti natalizi , ognuno viaggia attraverso un magico mondo tra paesi minuscoli ,per giungere in un luogo incantato ove ogni casa è così piccina che ci vuole una lente d’ingrandimento per vederla , là tra i monti in tanti lavorano ,cantano e costruiscono un mondo diverso. Nel paese dei folletti ove tutti son ciabattini alti non più di un dito birichini con tacchi a spillo , con una parrucca in testa , con una mano tanto lunga che t’afferra all’improvviso , ti fa godere , ridere ritornare giovincello , ragazzino , impertinente , un po’ ladruncolo con una corda sulle spalle che scavalca un cancello , sale sopra un grattacielo , la tra le rovine di un epoca, ammira l’orizzonte il ciel le nubi , i nuovi giorni che verranno , ammira di nascosto chi zampettando fa calzature alate , con tacchi a punta d’oro fino . Oh che bello ne voglio un paio per mio figlio. Non puoi averlo lo sai, se non hai fatto il buono per tutto l’anno? Qui lo giuro e non spergiuro, mai ho detto, brutta cosa. Vai che ridi , cosa nascondi dietro la schiena ? un coltello molto affilato , tu nascondi il male e l’illusione , di essere ancora innocente forse sei nel vero , forse hai ragione figlio mio il dono più bello e quello del perdono. Indossa anche tu le calzature miracolose che ti possono far camminare per anni e anni interi , senza mai farti stancare. Migrare in dimensioni e mondi fatati , attraversare monti e valli innevate con ai piedi tale miracolose scarpe puoi ovunque arrivare . Puoi costruire e giungere dove vuoi con tali scarpe, dove il tempo non ha confini ed altri visi , ed altre ingiurie , il perdono ed il dono più meraviglioso, quello che hai coltivato di nascosto nel campo dei miracoli . Amore si chiama, amor giocoso ,innocente , sincero che guarisce da ogni male che solo nel paese dei ciabattini nel il paese dei folletti e dei bambini abbandonati che hanno imparato un mestiere , guidati dal gran mago calzolaio, egli nasce . Folletti, matti, poeti, cantanti tutti insieme essi fabbricano , aggiustano, creano scarpe prodigiose che regalano ad ogni persona bisognosa, desiderosa di farsi strada nella vita ,che sogna d’ andare lontano per giungere un giorno ad una meta ambita , ad una nuova dignità , ad una nuovo vivere in pace nella propria terra. Scarpe che vengono fatte apparire di notte ai piedi del letto in umile casa ove vivono i più poverelli , coloro che son privi di ogni bene .Appaiono vicino al proprio letto qualche volta appese al camino . Così al mattino il poveretto dopo averle trovate li calza e camminando diventa un altro . Oh che bello questa si che è una magia. Ma su via tu racconti favole, che non hanno ali , che son come i sogni , svaniscono alle prime luci dell’alba. Abbi fede figlio mio , un sogno è il canto dell’usignolo. Un bacio è un francobollo incollato sopra una busta spedita in lontane terre dove vivono e lavorano i propri amici . Tu ti beffi , mi prendi in giro, giochi con la mia innocenza sei un folletto birichino, una creatura della mia fantasia. Non ridere. Sto fermo. Non barare. Chi ne ha voglia , giammai. Ti dono una carezza. Meglio una bellezza, un emozione in cui dentro ho visto un'altra esistenza. Ti piace dormire ? Apri gli occhi. Non voglio. Non gridare ti possono sentire. Chi mai ? Sono in tanti ,giganti feroci, ammazzaciccia, svuotabudella, magnatrippa. Che terrore rimango in silenzio chiudo gli occhi , ritorno a dormire mi sforzo di volare via di continuare a correre verso un sogno che d’ali azzurre mi porta in groppa, fin lassù sopra i monti innevati , dentro altre vite, dentro un cuore che batte forte e mi fa dimenticare l’odio e l’amore che mi trafisse l’esistenza che mi rese schiavo poi mi fece ritornare fanciullo. Ritorno a ricordare le poche calze appese, solitarie che si riempiono di ogni cosa tu desideri , caramelle cioccolatini ,giocattoli , macchinine , telefonini , titoli bancari , rubini ,diamanti , pacchi pieni di ogni bene . Cosi ho compreso che il bene non il denaro ma sono le scarpe magiche costruite nel paese dei folletti che sono le nostre speranze , son le storie raccontate di notte ai bambini che hanno paura del buio , sono il sorriso degli innocenti figli degli ultimi di questo mondo , sono una passeggiata giù in centro citta , in mezzo alla gente , sono un desiderio di pace, una dolce canzone trovata in fondo ad una calza un po’ bucata che continua a risuonare nella mente come una soave melodia per tutto l’anno che verrà.
  12. FATUI FUOCHI D'ARTIFICIO

    FATUI FUOCHI D’ARTIFICIO DI DINO FERRARO Sere natalizie, tante strade illuminate con tanti alberelli pieni di luci , alcuni dietro le piccole fatiscenti finestre , strette, sconosciute perse in un mare di finestre , di luoghi comuni che legano il nostro vivere ad un sogno , ad un morire lento che non conosce sosta . Ed ogni cosa è co-me l’abbiamo sempre immaginato, fatta di grandi viaggi , verso terre sconosciute coronato d’amori timidi che t’indicano dove giungere per essere felici. Questo proseguire in un sorriso dipinto sul viso, mentre fugaci ci affacciamo dietro le tende colorate, dietro gli anni passati insieme nello scorrere, un andare contro corrente verso qualcosa di indescrivibile , fatto di paradossi ed ossessioni , simili ad un frutto maturo . Le mani si incontrano nella piazza grande come il mondo , case piccole, minuscole, lontane , porte socchiuse dentro il nostro cuore che si aprono , si chiudono , c’invitano ad entrare per es-sere ciò che siamo , ciò che vorremo essere . Luci tante luci , occhi , baci, mani ed ancora corpi penduli , sotto, sopra , corpi che dormono nella nostra storia che si ama-no ed ancora vogliono morire per vivere per essere quello che avremmo tutti voluto essere. Ti pare bello, mi lasci qui da solo. Non credevo di poterti essere utile. Utile , lo siamo tutti ma nessuno è indispensabile. Noi , forse un tempo, simili. Mio caro è giunto il tempo non senti il canto dell’orco. Ed io mi credevo un angelo. Io un povero diavolo. Volo. Gioco. Crepo. Canta . Non vuoi capire . Chiamo l’infermiere? Chiama chi vuoi. Siamo rimasti in soli. Bello. Vivo. Vorrei essere ciò ch’ero un tempo un gaio angelo. Ti ricordi che bello era volare. Quanta gente abbiamo aiutato . A morire. A vivere . A credere. Per nulla serio. Non bere. Non ruttare. Non dire nient’altro. Facciamo comunella. Facciamo giro , giro tondo . No siamo angeli , no bulli di periferia. Che strano , stare qui ed aspettare che qualcuno muoia. Sara quello che sarà. Forse abbiamo esagerato. Non credo. Era bello quando si era ignari. Perché adesso siamo stupidi? No , fessi. Il cielo è un luogo dove poter volare, dove poter osservare la gente che s’affatica ad andare ad entrare, uscire dai negozi in cerca di un regalo , un dono, un mondo ca-povolto dentro una bottiglia , bello, piccolo , un incanto, un ossesso di forme che si intrecciano dentro un dato di fatto , dentro questo giorno, uguale ai tanti giorni e ai tanti secoli trascorsi. Un punto senza ritorno dove ogni cosa può succedere. Ed il via, vai di facce diverse , simili a ciò che si desiderata essere, oblique, storte, facce sfregiate, facce di monelli , di guappi , facce di donne sedotte ed abbandonate. Visi smilzi , simili ad ieri come pioggia che attraversano il cielo e colpisce il cuore , piazze eterne , creature mezzo la via, macchine ed ancora macchine con a bordo , orchi e lupi mannari. Fammi il piacere. No, non posso. Vorrei fumare ? Infilati dentro. Sono quello che hai voluto. Io non ti ho mai costretta. Ero tua madre. Lo sei ancora. Mi hai girato il viso , mi hai chiamata schifosa. Lo fatto, perché ti voglio bene. Non è giusto che io soffra tanto, tuo padre….. Ti prego , non farmi ricordare. Fa male anche a me. Ero tuo figlio, lo sono ancora nel bene nel male. Ci guardano ,gli angeli ci guardano figlio mio. Aspettano che gli andiamo incontro. Forse , perché siamo noi . E stato bello credere. E stato bello amarti. Anche per me ,sei e rimarrai in eterno mia madre. Il tempo non ci ha diviso. Abbiamo vissuto, gioito, creduto che dio non ci avesse mai dimenticato. Ed è stato cosi . Forse sono cambiato. Sei diverso nel sogno che trasforma i giorni. Rimango un bambino. Piccolo e pallido dalla pelle rosa tra le mie braccia. Sento ancora il tuo cuore battere. Sento la tua manina gelida . Il cielo e gli angeli ci porteranno via. Saremo di nuovo un solo corpo, un solo spirito. Saremo il tempo , saremo di nuovo questo natale. Pastori scendono dai monti, soldati ritornano dalla guerra chi fuma uno spinello in un angolo ,chi non ha voglia di parlare in mezzo a tanta confusione in molti hanno dimenticato di fare regali . Hanno dimenticato cosa è l’amore l’affetto, un affetto affumicato, una fetta di prosciutto , un bignè alla crema un caffè al bar. Là incontri amici che non vedi da anni ed in-contri una umanità ferita che và avanti , che ieri sembra-va morta ed oggi sorride alla vita ,che si masturba per amori oscuri , per momenti felici per quello che sono stati i loro padri, i loro avi , forse vermi che strisciano nel silenzio insieme ai tanti orrori quotidiani , nelle ore che la guerra non risparmia nessuno . Bancarelle colme di fuochi d’artificio , cipolle, tricche tracche , botte a muro , palloni esplosivi. Questa vita và, esplode , cambia in un istante in un attimo che fugge per vicoli bui ove le voci si mescola-no agli spari , alle grida degli adulti ,all’incontro dentro un sorriso di una fanciulla. Tutto è come l’abbiamo immaginato un lungo viaggio , un unico carrozzone dove vi soni stipate dentro tutte le disgrazie, le zite , le maritate, le donnine allegre e i tanti altri che non hanno più un dio a cui pregare. Un angelo rimane un angelo. Domani potremmo essere di nuovo in paradiso. Noi con tutti gli altri. Noi e voi. Con dio in persona. Senza alcuna arma da fuoco. Senza una gamba. Senza un dito. Senza denti. Con la febbre. Vedi . Che belli . Tanti fuochi d’artificio. Sul mare . Con l’onda che canta alleluia. Con te . Mano nella mano . Come due angeli . Come pargoli. Come oggi ,come ieri. Nello spirito santo. Sarò nero per tanti. Io ,bianco per alcuni. Due ali ,un solo corpo. Li salveremo tutti. Proprio tutti. Che bello . Non guardare, perché il male e in noi. Noi in lui , due angeli. Un tempo demoni. Un tempo, nemici. Ora amici. La stessa faccia, della stessa medaglia. Lo stesso uomo. La stessa donna. Da non credere come faremo a salvare tutti. Sara un impresa titanica. II Una piccolo stanza ,un grande cuore dove si discute di tempi andati , di quando è non c’era nulla ed in tanti non capivano cosa era il male ed il bene , quando s’andava per vie strette lastricata di ghiaccio ed un usignolo cantava la sua canzone al mondo che rideva dell’ultimo uomo di questa terra . La neve adesso copre i monti ,copre le strade di periferia dove pochi amici s’incontrano, giocano a capire come sono diventati in questo mondo troppo sordo, troppo buono per essere di nuovo cattivi o forse all’incontrario un altra volta nel gioco delle parti che ci porta ad assumere l’indefinibile armonia del creato a ricoscerci nel dialogo in un gioco vorace , quasi verace schiocco e deficiente , che magistralmente articola il sa-pere d’ognuno, ci porta con esso per mondi immaginari lungo scie di sospiri , di luci di natale , tra alberi illuminati fino alla vetta , fin dove la stella cometa giunge e si riposa dopo il lungo viaggio per terre remote lontane nel nostro intelletto , lontane dal desiderio di ritornarci solo per un attimo .Si consuma questo essere , si strugge per nulla nel nulla , nella anima dei morti, di chi non c’è più, di chi ha creduto che potesse essere vero, tanto vero da amare al primo sguardo, cosi tuffarsi tra la folla e correre a perdifiato , cercare, trovare amici , moglie, figli, trovare un regalo per tutti e non ci sono scusanti non c’è Nerone pronto a voler appiccare un fuoco per Roma e per la sua gloria, per versi e versi , noi siamo già all’inferno. Vedi di rigare diritto. Vedi di non farmi arrabbiare. Non vengo . Non credere. Non bevo. Ti credevo saggio. Non è vero . Siamo soli, angeli o demoni. Siamo , madre e figlio. Siamo qui a piazza Navone. Quanti regali. Carbone , pan di zucchero. Mortadella, farcita allo zenzero. Una cioccolata calda. Forza, muoversi tra poco si parte. Dove ci porta ? Non sono affari tuoi. Che bel modo di rispondere. Nevica . Sui nostri corpi. Sulle nostre illusioni . Sul tempo che abbiamo amato. Amico mio. C’incontreremo di nuovo non aver paura. Quando ? Quando il gallo canterà tre volte. Io t’aspetterò. Anch’io. Non dimentico. La neve intanto bagna e lascia sperare ,rende ogni cosa santa, ogni cosa bianca, come le nuvole, come il credere bianco e puro, senza nome , senza inseguire i nostri passi che diventano visibili sulla neve che lentamente si scioglie diventa acqua, che scorre, bagna e lascia sognare , un nuovo anno, un nuovo mondo.
  13. L'ALBERO DELLA VITA

    L’ALBERO DI NATALE DI DINO FERRARO In prossimità delle feste natalizie come ogni anno il signor Antonio Natale incominciò a girare negozi e mercatini , infaticabile si gettò tra vicoli e stradine addobbate a feste , colme di ninnoli in vendita ed altre meraviglie di natale da appendere sul proprio albero , la sua infaticabile ricerca per qualcosa di prezioso e bello , avrebbe fatto invidia a sol vederlo lo condusse a trovar i tanti oggetti caratteristici fin in Russia ed in Lapponia oggetti cosi rari per addobbare il suo albero natalizio che avrebbe dovuto far morire d’ invidia tutti il vicinato. Quell’anno si continuava a dire tra se avrebbe fatto un albero cosi grande come non sé ne era mai visto , un albero dai rami lunghissimi che sarebbero usciti fuori dalle finestre di casa sua , rami ricolmi di palline e stelline , ninnoli e campanelli con tanti piccoli gnomi ballerini che si muovevano per ogni dove su quell’albero fatato . Avrebbe fatto un grande albero ma non avrebbe fatto mai e poi mai il presepe. Il presepe non lo voglio fare non m’interessa, voglio fare solo l’albero poiché rappresenta meglio il mio spirito la mia concezione del natale credo ci sia del giusto nel fare solo l’albero senza rappresentare nascita ,passione e morte di un uomo che assai patito lungo la sua breve esistenza. Sproloqui e ragionamenti che andava ripetendo a chiunque incontrasse o si trovasse a parlare nell’approssimarsi dei giorni dell’avvento . Un albero enorme voglio addobbare tanto bello, con tante luci , un abete meraviglioso pieno di fili dorati e argenti , l’albero più bello di questo mondo, tutti dovranno vederlo rilucere da ogni luogo del globo dal polo nord al polo sud. Di presepi in vita mia ne ho fatti più di mille, per quest’anno basta, faccio solo l’albero , alto cosi alto che dovrà toccare il cielo così ognuno si potrà arrampicarsi, scendere ,salire portare doni a chi lo desidera . Il mio albero unirà il cielo alla terra simile ad un ponte paradisiaco congiungerà la morte alla vita così magari si potrà andare nell’ aldilà a vedere come sé la passano chi non può più festeggiare in questa vita il santo natale , aver la possibilità di salutare qualche pia anima , un amico defunto ,una persona cara. Lo farò pieno di luci intermittenti con tanti giochi di luci, dai svariati multipli colori . I giorni che passarono Antonio di notte nei suoi sogni incominciò ad avere strane visioni , ora un pastore con una pecora sulle spalle veniva a bussare alla porta del suo dormiveglia a dirgli in ginocchio: la prego signor Antonio faccia il presepe come faranno le mie pecorelle a vivere non potranno più brucare la deliziosa erbetta di marzapane sopra i monti di pan di Spagna , le carette non potranno più mangiare il dolce trifoglio di millefoglie , se non fa il presepe come potrò mungerle ,come farò a guarire la mia pecorella zoppa. Mi aiuti signor Antonio sii buono siamo a Natale. Antonio a quei sogni si svegliava di colpo correva a farsi una camomilla e continuava a ripetersi : no non farò mai e poi mai il presepe, quest’anno farò solo l’albero ho deciso e ritornava a dormire, sotto tre coperte imbottite. Durante una notte dopo che lui aveva passato tutto il giorno a decorare l’albero di miniluci nel bel mezzo della notte venne un fornaio orsù gli disse : fate il bravo Antonio fate anche questo presepe in molti han voglia di stare sul suo presepe come ha fatto per tanti anni addietro ora non si ricorda come era bello come in tanti erano felici d’andare e venire i pellegrini debbo mangiare, son stanchi del viaggio sé lei non fa la grotta del panettiere dove io cuocio il pane ,cosa mangeranno i pellegrini ed i viandanti, infreddoliti. Di li a poco sbucò anche la vecchina delle caldarroste. Guardate quante belle castagne ho raccolto, chiuse in questo sacco con le mie mani trovate sopra un monte aspro per la gioia dei passanti che amano scaldarsi le mani in saccoccia con le mie belle e buone castagne cotte , in poco tempo si fecero avanti anche vari venditori ambulanti che iniziarono a lamentarsi ad innalzare cartelli di protesta ad invocare sindacati e cherubini per intercedere nella costruzione di quell’ameno presepe tutti a gridare e discutere nel sogno d’Antonio che intontito ,sudaticcio si faceva sempre più piccolo sotto le coperte. Lei toglie il pane dalla bocca a nostri figli sé non fa il presepe come vivremo noi . Antonio a queste lamentele nel suo dormiveglia si svegliava di colpo , correva in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Vogliono costringermi a fare il presepe , no , mai e poi mai quest’anno, faccio solo l’albero sono irremovibile . Fermo nella sua decisione durante un pomeriggio freddo si trovava vicino al caminetto mentre leggeva un libro nel suo salotto sentì bussare alla porta . S’alzo ed andò ad aprire con sua somma meraviglia vide davanti a sé i tre magi senza cammelli . Buongiorno gli dissero i tre magi . Buongiorno rispose Antonio ,cosa posso far per loro disse Antonio. Vede caro disse il più vecchio dei tre . Ho mi scusi mi presento mi chiamo Baldassarre , lei permette ,possiamo entrare , vorremmo parlare con lei d’una annosa questione. Prego s’accomodino entrate desiderate una tazza di the . Si grazie rispose Melchiorre, con tanto zucchero ed una fettina di limone . A me piace molto dolce . Prego accomodatevi come posso esservi utili. Vede disse Baldassarre riprendendo la parole noi siamo ambasciatori di pace , veniamo da tanto lontano vorremmo dirle a nome dell’associazione amici del presepe di fare come ha sempre fatto ogni anno il presepe per il bene di tutti , lo sappiamo lei non ha più fiducia del prossimo ed odia un tantino il suo datore di lavoro il governo e qualche riccone pieno di soldi . Sappiamo che lei vorrebbe fare solo l’albero ma ci pensa alle conseguenze del suo rifiuto ,del suo atto scellerato quante persone ne soffriranno , per non parlare di quella pia madre e di quel santo padre non vedere nascere anche in questa sua casa il loro divino bambino concepito con tanta fatica ,tra tante peripezie e sacrifici . Dopo essere sfuggiti al male che condanna gli innocenti mi creda è dura. Un bambino luce, speranza per ogni uomo di buona volontà salvezza nel periglioso cammino dell’esistenza, vita che scaccia l’ombre della morte, poverino nasce povero in quella notte fredda per essere così figlio di tutti . Ritorni ad essere bambino , come lui ,innocente senza alcun peccato non crede signor Antonio . Non so che dirle mi prende di contropiede , non pensavo di far tanto male all’umanità intera non facendo il presepe. Guardi quanta strada ancora a noi ci tocca fare abbiamo dovuto deviare allungare la marcia di tre giorni e tre notti per venire a casa sua dopo aver saputo la notizia del suo rinnego. Abbiamo con noi i regali a chi mai li daremo questo nostri umili doni , oro, incenso e mirra ma ci faccia lei quest’anno forse il più bel regalo a noi mai fatto, dimentichi il disprezzo e l’invidia e si mette all’opera. Vedrà cosi felici tre poveri vecchietti ,prepari anche lei il presepe c’ ascolti vedrà ne rimarrà contento e quando giungerà l’epifania ci potremo rivedere, salutare ,scambiarci qualche regalino non trova? Non so vedremo , non sono molto convinto vedrò cosa posso fare adesso non prometto nulla dovrò pensarci su . Gaspare si fece avanti ed abbracciò Antonio e disse : Il presepe è lo specchio della vita, caro amico mio. Sia buono gli sussurrò nell’orecchio prima d’andarsene . Arrivederci caro e ci pensi su non faccia passare molto tempo che Natale e alle porte, disse Baldassarre. Non passò molto tempo che senti bussare di nuovo alla sua porta s’alzò ed andò ad aprire. Cosi vide sull’uscio di casa sua era un signore dalla lunga barba bianca con un grosso rosso cappello in testa. Buongiorno fece il venerabile vecchio . Cercate qualcuno in proposito disse Antonio confuso. Si disse il vecchio, cerco il signor Antonio . Sono io come possa essere utile? Ma prego s’accomodi non rimanga sull’uscio una tazza di the? No, grazie preferisco un buon caffè, un espresso napoletano. Dunque caro Antonio vengo subito al sodo sono qui per capire perchè quest’anno ti ostini a non voler fare il presepe ,qualcuno ti ha fatto un torto, ti ha mancato di rispetto ? dimmi provvederò a risolvere ogni cosa. Mi sento imbarazzato , da poco sono andati via I tre Magi ho provato a spiegare le mie personali ragioni. Guardi non che io non voglio fare il presepe perché ho subito un torto mi creda e per voler cambiare, sentire queste feste in modo diverso l’albero è bello ,germoglia dà alla fine i suoi frutti ,origine della vita vederlo ornato di palline colorate di regalini appesi m’intenerisce assai, io solo questo voglio fare, nient’altro. Comprendo ma questo tuo stato d’animo purtroppo ha causato un sacco di problemi ed io ho dovuto scendere fin qua giù dalle cime dei monti innevati , mettermi il cappotto pesante e venir a parlar con te di questa storia a quattrocchi dopo che sono venuti a lamentarsi tutti i pastori del presepe , il vinaio, i soldati perfino erode che è un superbo di natura quando ha saputo che tu non volevi fare il presepe sé messo a piangere. Per non parlare poi di Giuseppe che mi ha tanto commosso. Ha detto che era colpa sua che non ispirava più quell’amor paterno , rappresentava poco l’esempio del buon padre di famiglia. Antonio per favore non arrechiamo dispiacere a nessuno fai il presepe t’aiuto io se hai pochi soldi domani te li mando tramite Gabriele, d’accordo ? Va beh come posso rifiutare , ma ditemi voi chi siete ? Antonio mio non mi hai riconosciuto io sono Babbo Natale. Perdonatemi sé non vi ho riconosciuto , vi ricordavo più grasso. Ho dovuto fare un po’ di dieta, invecchio anch’io ,cosa vuoi fare me la consigliato il mio medico causa il soprappeso le preoccupazioni etiche e politiche, lo stress dei preparativi un po’ anche a dire il vero e che son vecchio e debbo riguardarmi la salute. Mi deve scusare sé per caso vi ho mancato di rispetto . No ci mancherebbe cosa dici ti perdono non aver paura in questi giorni dobbiamo essere tutti più buoni. Allora caro Antonio mi raccomando passiamo queste feste di fine d’anno in santa pace facciamo l’albero ed il presepe mettiamolo quest’ultimo sotto l’albero insieme ai nostri regali desideri e speranze per un domani migliore , per un bene che congiunge il cielo e la terra noi tutti attendiamo aldilà di ogni fede ,seguendo la natura del nostro essere diritti verso la fine di quest’anno in quella notte fredda piena di stelle il naturale evento che nasce in una misera grotta e continua a crescere nel nostro spirito il senso di ciò che noi tutti chiamiamo e definiamo amore.
  14. ALBERI SENZA RADICI

    ALBERI SENZA RADICI Il mio andare per giorni fragili legati ad un senso simile ad un scarafaggio che gioca a pallavolo con uno stronzo di cane che abbaia in continuazione che grida a Nando vedi di muoverti. La sera è tenera l’amore un pezzo di pane sfornato da poco ,fragrante profumato che inebria il pensiero ed i sensi. La sera nasconde le colpe di ognuno li tiene segregarti dentro una palla di cristallo ove tanti spettri sgambettano, s’abbracciano fanno finta d’essere vivi. Vieni anche tu? No , non mi sento bene. Ti volevo dire che qui si stà bene. Forse hai ragione ,forse sono proprio fuori di senno fino a non capire più ciò che bello ciò che vero. Quanti piagnistei. Una goccia nel mare. Una mano che m’accarezza Un uomo senza cappello. Siamo morti nell’ottanta , sulle barricate. Noi da poco ,ci hanno portati al camposanto. Credevo al macello. Siamo giocatori incalliti. Noi fantasmi ,qualcuno dice anime morte. A noi non ci fa paura , però , vorremo entrare anche noi nel sis-tema, una cosa è essere orribili una cosa capire come e dove. Mi dispiace debbo andare ,questa palla di cristallo mi rende folle. Vada non torni indietro. Perchè dovrei tornare ,in questo inferno ? Lei crede d’essere un giusto? No mi ritengo un imbecille ,poco riflessivo con un grave prob-lema psichico Oh cielo dove siamo capitati, chiamati le guardie Chi gridi in tal modo da far sorridere gli sciocchi Ballano continuano a muoversi in quella palla di cristallo tanti piccoli esseri si muovono strisciano bisbigliano nell’orecchio di un dio il loro dolore, il loro mondo dimenticato quella loro storia senza senso che continua a ripetersi a creare nuove storie nuove intendimenti. Qualcuno cammina nudo dentro la palla di cristallo che illuminata da mille piccole luci che splendono su quell’albero di abete tagliato sradicato da una terra fertile ed infinita figlia di una quercia ed un pino selvatico con una nonna che era un abete gigantesco forse nata nel giardino dell’Eden dove Abele amava giocare con Caino intorno a quell’albero del bene e del male. Un albero una storia una piccola pallina di cristallo splendida dipinta a mano dove tanti esseri i si fanno la guerra copulano giocano a fare i grandi mentre alcuni muoiono lentamente poi risorgono all’improvviso. Venite salite fin su in cima. Salire ,salire quanta fatica. Andiamo non perdere tempo. Chi ha tempo non perdi tempo. Chi e là? Chi vien qua? Stiamo arrivando. Che piacere averla affianco. Io trovo tanto faticoso salire ramo dopo ramo. Ma via non perda tempo. Lei si ritiene una persona normale. Signore mi punzecchia ? No ,ma per favore non mi faccia le pizzette sul viso. Oh mi scusi il mio deretano e proprio maleducato. Che serata. Ragazzi qui sopra si sta benissimo. Sono già giunti fin là sopra ,che prodigi. Vedo i tre Magi in lontananza. Io vedo la stella cometa . Noi ,ci sediamo ed ascoltiamo il canto di questi angioletti. Le luci s’accedono si spengono ti portano lontano oltre l’immaginario che ti ha condotto fin lassù in cima a quell’albero, un abete quasi spoglio che dai lunghi rami copre le nudità degli angeli, permettendo che tutti possano salire fin lassù, in cima verso il cielo dove vivono i santi. ATTO II L’albero con le sue palle colorate, piccole ,grandi , pelose, dipinte a mano dalle strane forme che sfuggono ad ogni logica , ad ogni male che anima la vita di ognuno, che procrea ,crea un senso nuovo , forse nuovi discorsi surreali che hanno ali per volare lontani verso altri mondi verso altre terre misteriose oscure belle e gelide dove risiedono tanti capannoni miseri sgangherati ove sono stipati dentro tutti quelli che non credono nella buona novella .qualcuno passeggia sopra un terrazzo sembra un soldato con una frusta in mano picchia un povero prigioniero picchia una donna condonata a subire ad essere sottomessa ad essere schiava del suo credo. Cose da non credere la stanza grigia dove e stato messo quell’abete sradicato del bosco fatato ove vi regnavano gli gnomi dai nasi a peperoncino dove le renne volavano e trainavano la slitta di babbo natale. In quella piccola stanza buia con tante porte che s’aprono si chiudono rimangono mute difronte al dolore dei prigionieri. Vorrei essere a Parigi Ma no io a Napoli, meglio a Sant’Anastasia. Sei fuori , hai una sigaretta ? Non fumo e se c’è l’avrei me la fumerei io. Ma cosa hai da guardarmi , mica sono matto. Eppure ti ho visto chiuso dentro una palla. Ti sbagli quello era mio nonno io ero quello che guardava la palla colorata sull’albero addobbato. La verità chi può dirla ,chi siamo noi per condannare chi non co-nosce la verità. Il dialogo , quella potrebbe essere un valido aiuto. Forse siamo tutti condannati ad essere vittime poi a nostra volta carnefici. Che ignobile ignominia, l’ignoranza non ha limite, di certo la maleducazione non salverà il mondo. Chi siamo noi a dire che questa è la strada giusta da fare. La palla è l’insieme delle nostre follie terrene. Su quell’albero io ci sono nato. Io ci sono salito che avevo dieci anni. E duro vivere in pace. Forse siamo folli spiriti che danzano dentro la palla anche noi Fermi ci osservano. E un bambino ? Che bello!!!! Che occhi . Queste feste appartengono alle anime innocenti appartengono ai sognatori a chi vuole continuare a lottare contro le tante ingiusti-zie i tanti soprusi che legano l’illusione alla questione ebraica de-scritta da Marx . Noi siamo il frutto di una strana storia il fine di una bella favola siamo le radici di questo albero senza piu casa che brilla pieno di luci dentro una triste stanza. Avremmo potuto vivere felici Non c’è stato l’occasione, ci hanno fatto prigionieri, reclusi in un sistema spietato. Uccisi dentro un carcere. Dentro delle camere a gas. Dentro un incubo che sembra mai finire. Eppure eravamo forti ,salivamo ramo dopo ramo verso la cima verso il cielo con la volontà di riscatto. Noi fanciulli . Noi figli di questo mondo. Ora m’ubriaco e non so perchè continuo a piangere forse dovresti ripartire per andare dove? Dove credi sia giusto vivere. Sono stanco, rimango qui su questo albero ad aspettare che vecchi e giovani venghino ad ammirare luccicare l’albero colmo di luci . Io non capisco perché mi hanno imprigionato dentro questo in-cubo, rinchiuso dentro questa palla colorata , con la mia faccia dipinta, segnata dal tempo trascorso dall’amore provato. ATTO III Le luci s’accedono in molti luoghi dentro i cuori che dormono , che sognano che viaggiano vanno verso mondi incantati c’è tan-ta gente per strada, chi ride, chi si stringe a se il suo essere , chi ha molto amato scagli la prima pietra , verso il cielo, verso questo vecchio albero finto quasi spoglio, ammuffito che per lunghe stagioni ha atteso di ritornare a splendere . Le luci seguono il pensiero di ritornare a vivere a raccogliere sopra i propri rami le tante palle, le tante speranze, le tante virtù di un popolo che pollo comanda ed ingordo diviene nell’andare zoppicando contro il perbenismo contro la maldicenza di un era . E si rimani per-plessi quasi come se fossimo caduti da una nuvola a bocca aperta apriamo lo scatola dove è conservato l’albero della nostra infanzia. Vieni anche tu ? No lasciami solo lontano da un mondo migliore. Sei matto ? No sono un gatto. Un gatto ,non sei saggio amico di questi tempi e meglio essere topi. Caro mio chi la fa l’aspetta. Avevo uno zio che era un grande uomo , sapeva parlare tante lingue, sapeva parlare con i pesci con chi non ha pazienza. Che bello ,avere tanta intelligenza da vendere. Non era uno studioso ,era un saggio. Vorresti farmi credere che aveva il cervello di una gallina? No gallina , gallo. Sapeva cantare ? Si molto bene tanto bene ch’era chiamato il Dylan di…. oh perbacco uno zio simile a bob che bello. Io non c’è la faro mai a salire lassù fino alle stelle. Vieni con me. Lei mi comprende. Non aver paura prima o poi arriveremo. Che bello essere a natale e pensare di poter essere buoni anche per un solo attimo. Ehi da li sopra dalla cima , tu che ci sei stato cosa si vede ? Amico è uno spettacolo fantastico, si vede l’incredibile il meraviglioso. Oh che bello sarebbe arrivarci ,ma sono troppo vecchio. Vai avanti tu che a me mi viene da ridere. Questa te la potevi risparmiare. Domani usciamo da Rebibbia. Forse siamo liberi d’andare dove ci pare. Non lo dire in giro , che ci prendono in giro. Che cattivi che sono, li vedo soli sopra questo albero con tanta roba buona da mangiare. Vedo qualche migrante con turbante. Fallo salire avrà molta fame. Gia non sta per nulla bene. Gli manca il coraggio ? No e scosso dal formaggio che puzza un po.’ Accidenti , accedete questa stufa elettrica , facciamo di meglio accendiamo un bel fuoco nel caminetto. Povero babbo natale. Poveri noi rimarremo senza doni e il perdono che cerchiamo che vogliamo avere per essere chiamati uomini liberi , per volare lontani per ragionare con il giudice eccelso di tutte le ingiustizie su-bite dei torti e dei tanti soprusi . questa nostra storia e insipida senza sale senza amore e noi continuiamo ad essere prigionieri dei nostri ideali di ciò che si ritiene giusto o ingiusto dire ed è un proselitismo di forme univoche che si moltiplicano all’infinito si replicano si formano tonde belle rosse gialle grigie azzurre nei tanti colori simile all’ira all’ingiustizia al dolore che si prova a sta-re appesi a testa in giù sopra un albero senza più radici . La storia crea mostri , demoni ed angeli , uomini con il dolore e con poche parole vorrebbero risolvere ogni problema , parole dette tra i denti senza tempo che si susseguono si fanno belle che volano nel vento tra i vicoli stretti e cupi di questa vecchia città, illuminata in modo psichedelico dalle piccole luci di un albero buono con tanti rami che vengono chiamati amorini pargoli ed angioletti diavoletti l’oste sorride mentre la sera diviene sempre più fredda.
  15. ALDILA’ DEL VERO

    ALDILA’ DEL VERO Aldilà del vero traditi da un verbo che induce a pregare nel male , nel bene , nella sorte che avversa appare, sulla porta come ombre raminghe , chete guardinghe ,cretine nella scena che scivola angusta per mostre e riviste per giorni difficili che ti portano lontano , oltre ogni intendimenti , oltre questo giardino di rose sanguinanti , oltre il metro e la misura delle cose, un muro che si sgretola nel tempo che tiene l'immagine in tanti deliri, colori che viscerali , scivolano via tra l'acqua sporca ove saltano i ranocchi, dove pinocchio canta la sua canzoncina. In questo delirio vedo e provo tanto rancore , tra i sensi ,tra le dune del deserto ove il vento modella la sabbia ed i ricordi d’un tempo trascorso . Tradito dal progresso , da un amico , da una donna grassa , tradito dal dire che corre dentro un discorso che si anima lungo un rosario, sopra un fiore , dentro questa morte senza senso . Povero uomo da un anno che piange , che taglia e ritaglia, che cuce e finge di non credere, di ridere ,di bere, oltre ogni dire , errando in groppa a impavidi idiomi , frasi sottili , oscure parole dove si cela il destino d’ognuno. Tradito da noi se stessi , dalla volontà di capire d' andare avanti oltre questo giorno che si spegne e riaccende passioni in meretrice sostanza, bizzarra ragione , figlia dell'intelletto, della speranza che tutto assolve . In questo dilemma senza domani , giustificando le colpe altrui , giustificando la sorte ,si parla , si teme l’incapacità altrui . E se avanza d’un passo l’ardire ,ognuno può dire d'essere modello, figlio dei suoi tempi , figlio del vento . Cent'anni trascorsi , viaggio ai confini fisici , uomini che reclamano la propria dignità , la propria vita spesa nel fare del bene al prossimo , abbandonato in strada, lodando la donna cannone , rincorrendo il bimbo malandrino , ascoltando il vecchio suonatore d’armonica che nella sera ti delizia con una sua canzone , ti rende vivo tra i morti , ti rende santo tra i santi . Un tempo comune , un domani rubato ai tanti anni trascorsi in silenzio , un placido dormire ed oltre ogni dire nel fare che pena questo dolore che bussa alla mia porta . Io solo in questo mondo , che bramo la bellezza , che desidero d'essere compreso , uomo ,forse uno dei tanti , dei molti di chi non ha nulla da perdere. Signorina , dolce donzella che vegli il mio sonno , accarezzo il tuo corpo , bramo il tuo corpo , temo il tuo rifiuto , creo difronte alla realtà , difronte a mille difficoltà io non arreco . Tutto ciò che provo è forse , soltanto un ostacolo , papocchio , capocchie , pennacchi , peccati incompresi , astruse frasi congiunte con lingue galeotte che tramando , attendono il definitivo decesso. Non porgere orecchio , non dire ciò che non vorresti Non urlare dentro l’orecchio Non porgere l’altra guancia Perché mi tratti cosi? Cosa vuoi che ti dica ? Non so, vorrei essere salvo Prego accomodati, No rimango qui Su quella linea ? Si , su questo confine Sei folle No sono il vento Sei in divieto di sosta Accidenti perché non m’aiuti ? Non posso ,sono un rinnegato Io ho pagato un biglietto per entrare Potrai essere rimborsato Bello, vivo d’aria e speranza Io di morte e accidenti Cosa sono questi segni ? Io non disegno io vorrei essere te io la tua felicità io la tua morte Mi prendi in giro , ancora non ho finito di pagare il funerale Non posso venire all’esequie ,oggi sono impegnato. l’appuntamento e difronte all’ostello della gioventù ed il morto lo portano in macchina più tardi. Sai che allegria lo puoi dire forte ci sarà un gran ricevimento Grande Direi assai lugubre, poco originale. Elevati carmi migranti , per mondi gentili , verso mondi sovrumani , paradisi metafisici ove vivono uomini e bestie , dove la legge genera la meraviglia , l’attimo , un solo attimo, un solo amore che si muove per strade bagnate con il capello in testa , per mondi metafisici , escrementi di idee , di un volere che volge alla fine. Ippogrifi giorni di pace, logiche eremite , noi decidiamo la sorte di codesto uomo , di codesto cane. Noi chi siamo ? Noi , figli del verbo , inseguiti da balde battone , ammiccanti ai lati delle strada deserte , sotto una luna che parla di te, di me , confusi in questa vita che passa e soddisfa la speme , il genio d’un migrante rinchiuso dentro mille ingranaggi. Un parlare che nasconde in se , tanti dilemmi , lemmi ,enigmi. Gerusalemme celeste , estremismi che generano un malessere che gela il cuore ed il vivere . Sospesi sulla linea di un dialogo millenario , cupole dorate , minareti colorati ,scivola la sabbia dentro la clessidra , si tramuta in serpente , in oca , in volpe , sbalordito dello scorrere del tempo , impaurito a piedi fin sopra il colle , dove tramonta il sole , dove la morte errando si riposa , discutendo con il becchino del suo compenso. Non aver paura di sbagliare, vai avanti figliolo , fino al termine di questo viaggio , fino al domani che adduce a nuovi tradimenti ad ingrate conclusioni che tramutano il nostro canto in un sordo dialogo tra popoli e culture. Canto inutilmente e non mi do coraggio Non farti del male ,vivi Io cado dalle nuvole Prenditi un passaggio con un angelo Non vedo nessun angelo Siamo qui alla fermata del tram. Dove siete? Qui tra il rosso ed il nero. oh siete matti a portare appresso una pistola Non sparare cazzate Io non sparo la luna Neppure noi spariamo ai cretini Morte che ama l’amore che nel suo piccolo crea speranze , dolci canzoni cosi ben vestita sembra una donna prosperosa che balla il tuca ,tuca fuori il bar mostrando l’ardire della sua era , nell’eco delle vittorie , nell’eco dei canti , dei morti , dei rinnegati , degli incapaci dei giovani che salgono il monte , salgono nella ragione con l’ira con la forza del leone mentre indifferente la massa assiste al massacro , nessun si domanda perché siamo qui a protestare a lottare a chiedere i nostri diritti , tutti in fila, tutti ritti , tutti morti, tutti vivi , che cosa noi siamo , nella storia , afflitti , vecchi in questo povero d'amore che nasce e risorge , lascia e spergiura , si rende odioso, poi rinasce consuma questa sua passione in un campo di calcio, fuori i palazzi del potere , il pianto nell’aria , nell’eco d’un incontro , un lavoro , che muto sta, una mano che affonda il coltello , spara poi fugge , noi prede di tanta ferocia , ingannati dal fato , dal fasto , noi indietro nel tempo, vittime ignare d’un folle e dei suoi adepti , nel nome di un dio che non perdona nessuno , neppure se sei malato o innocente , se sei bimbo o vecchio, prigioniero tra le pagine di questo libro ingiallito , che narra di te e di me , del tempo che fummo, nel nome del padre e del suo popolo , disperso in questo universo , aldilà del mondo che noi credemmo, d’amare di credere , d’essere salvi nel canto che s’eleva a sera dopo aver fatto ritorno a casa.
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