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Domenico De Ferraro

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  1. Domenico De Ferraro

    LA POVERA PULCE

    LA POVERA PULCE Ogni storia prima o poi finisce e con la fine di una fiaba nasce una leggenda , leggera come il vento che fischia con il treno che passa , sfrecciante sulle rotaie dell’ovest. Resta un grappolo in gola , un bicchiere di vino da bere in compagnia di una pulce ,un amore banale che trascende ogni cosa, un lungo viaggio nell’aldilà . Una fiaba figlia di un vecchio libro chiuso sopra gli scaffali impolverati, tra vecchie questione illogiche ,aspetti di un vivere ermetico Il mito della pulce affiorò alla mia coscienza , durante una banale lite , l’ odio vestito da gendarme mi spinse verso oltre ogni ragione, speranze , tra questi righi , sotto questo cielo, camminai per giorni ,lottando contro il male che assediava questa povera pulce, figlia della polvere dei morti, figlia di ogni sognare e vivere che trascende il racconto nel divenire della vita. Ho fatto un voto , mi sono impegnato ad essere diverso , ho composto un nuovo racconto , una nuova filastrocca, una scena banale in cui si racconta di una pulce diversa fatta ad immagine della divinità . Cosi durante uno dei miei pellegrinaggi per i sentieri aspri della brughiera ho trovata la pulce suddetta , lo tenuta nascosta sotto il letto , lo saziata con le tante male azioni della gente cattiva, gli ho dato da mangiare ogni diceria ed ogni ipocrisia . Una pulce cosi non l’avevo vista prima, grigia a volte chiara come un foglio di carta , una pulce poetica con tanti occhi appuntiti come capocchie di spillo . Uno spillo può essere il principio di una storia e la pulce non aveva un nome qualunque, era grassoccia , mistica , smargiassa , mangia peli , mangia polvere , succhiava avida dalla carne del cane il sangue innocente , il sangue della storia altrui. Amavo una pulce , quanto era bella , una pulce sincera , assai simpatica ci passavo i miei migliori momenti , ci giocavo a carta , ci salivo in groppa e correndo , saltando in mezzo alle campagne , in mezzo alla città per sobborghi luridi ed oscuri in mezzo ai tanti guai , quanti paesi ho conosciuto quante storie ho sentito raccontare. La vita scorre , ti porta lontano a volte dentro un mistero profondo ,fatto di baci ,carezze ,in mille e mille , notti spese a pregare , anche se non avrei mai creduto che avrei girato il capo dall'altra parte, lontano da quel crocifisso appeso alla parete ed avrei affrontato quei mostri che mi perseguitavano. Non sapevo se sarei entrato con forza nella sociale coscienza , insieme alle mie paure , affrontando l'orrore che avevo provato , affrontando la morte, la vita che avevo cercato di raccontare anch’io . La pulce crebbe sempre di più, si fece assai bella , molti dicevano fosse un mostro generato dalla mia fantasia, forse dalla mia ignoranza . Io non conosco la storia altrui , io non conosco altre pulci simili alla mia . Non ho preso una laurea in letteratura moderna , non ho votato , chi dovevo votare , io sono cresciuto , convinto che questa creatura fosse l’ultima speranza per questo mondo, capace di salvarci dal male , nata dalla terra che distruggiamo ogni giorno , capace di sconfiggere tutte quelle creature malvagie di notte , vengono ai piedi del mio letto a guardarmi dormire nudo nel mio navigare nel mare della meraviglia. Ho cambiato vita, sono passato a nuove gioie, nuovi intendimenti , momenti di un vivere che cambiando colore mi hanno riportano indietro nel tempo i quali mi hanno fatto conoscere cosa significa essere o non essere. Tutto scorre all'incontrario , tutto diviene per mano di una ingrata divinità , una storia raccontata più volte , inseguendo un breve lasso di tempo , questo vivere , oltre ogni ragione, oltre me stesso , oltre ogni altro dolore. Mi lascio andare e vivo una vita surreale in cui poter vivere , credere, volare. Povera pulce eri cosi carina , ti trovai , attaccata sopra alla mia camicia , mentre andavo passeggiando lungo un sentiero in mezzo ad una oscura brughiera. Pulce sincera, saltellavi, canterina mi cantasti una bella canzoncina , sgambettasti allegramente, sembravi un diva del varietà. Chierica pulce conoscevi il cuore degli uomini , avevi a lungo viaggiato, percorso paesi nazioni, città , villaggi. Una volta in Africa , rischiasti d'essere uccisa , impaurita cantasti con occhi sgranati ed implorando , improvvisasti un simpatico spettacolo, ma lo stregone del villaggio ti voleva prima lessare poi imbalsamare , condurti come regalo di compleanno ad una regina di una tribù rivale. Una pulce imbalsamata , con un sorriso cucito sul viso. La scappasti per poco , causa la tua innata ilarità , dopo aver cantato: dormi piccina ,dormi sul mio cuore… facesti addormentare tutti quanti , così scappasti sopra la gobba di un dromedario per poi imbarcarti a Tunisi e far dunque ritorno nella tua natia Europa. Quante avventure , quante disgrazie , quanti guai hai passato . Una volta mentre stavi attaccato dietro il colletto di un parroco di campagna un improvviso schiaffo, un forte ceffone dato di traverso ti fece , uscire tutte quello che avevi mangiato per lo deretano. Ti salvasti per un pelo , ti salvasti pur ferita nell’orgoglio , a causa di un filo di ragno teso per caso dal cappello del parroco ad una finestra scassata e solagna , aperta su di una bella campagna , dove si coltivavano aglio, peperoncini, lattughe, carciofi . Che bello dicesti e ti menasti a cuppitiello , forse ti sentisti felice eri ancora carina , lesta ed assai intelligente . Mezzo a quella campagna trovasti una zecca campagnola ironia della sorte t'innamorasti al primo colpo, rimanesti estasiata , travolta da una tempesta di passioni fu un amore fulminante a volte allucinante. Rimanesti tre anni e mezzo in quell'orto, facesti amicizia con pulci di altre specie, con lumache, lombrichi , farfalle, insetti diversi che giocando ,scherzando, divennero i tuoi migliori amici in alcuni casi i tuoi incubi peggiori. Facesti trenta pulci in un colpo solo con la zecca che amavi , piccolini, tutti simili a te ti chiamavano papà pulce . Eri felice come non mai , ti facesti crescere due bei baffi, camminavi con un cappello di paglia in testa, i tuoi figli crebbero velocemente. Dopo aver seppellito la tua povera consorte zecca già vecchia di un lustro, pensasti di ritornare su i tuoi passi di ritornare a viaggiare e conoscere nuove terre. Intanto la carovana di un famoso circo passò un bel giorno dalle tue parti diretta da un famosissimo prestigiatore , il quale sentito alcune pulci della zona, volle conoscerti a tutti costi , per proporti un spettacolo eccezionale. Imparasti così il triplo salto mortale all'indietro , imparasti a saltare da una mano all'altra , da un capo all'altro, da un monte all'altro , da un domani all'altro divenisti una star. Con te portasti , tre dei tuoi trenta figlioli , oramai sparsi per il mondo dal nord al sud , una pulce femmine e due maschietti, ed anche loro divennero come te , degli eccezionali artisti circensi. Vecchia pulce ora riposi nel vecchio cimitero delle pulci famose , sotto una croce a forma di cuore , in cima ad una montagna di rifiuti. Ti hanno sepolta in compagnia del tuo amore. Piangenti i tuoi figli , ti stavano tutti attorno di ritorno dalle terre lontane con i lori figli , tuoi nipoti, tanti quante le stelle del cielo. Moristi durante uno dei tanti spettacoli , acrobatici , causa , essere stato schiacciato da un spettatore grasso oltre ogni limite sedutosi su di una sedia, dove tu saltando eri finita facendo il quadruplice salto all’indietro con giravolta mortale , dopo tante glorie , dopo tanti successi , riposi ora in una scatola di fiammiferi. Ricordato da tutta la gente del circo equestre come la pulce più carina mai apparsa in scena , gloria per mille e mille generazioni , uomini , donne, bambini di ogni età , pulci come te , piccole , indifese , ignari di cosa l'aspetta il domani. Dormi oggi beata , sognando ancora mondi diversi , giorni diversi e non ti domandi più chi sei ? perché sono innamorata ? quando ogni cosa finirà ? quando la cattiva o buona sorte continuerà a scrivere questa tua triste storia di povero pulce e del suo amore per la vita.
  2. Domenico De Ferraro

    LE VISIONI DELL’ORCO VEGETALE

    LE VISIONI DELL’ORCO VEGETALE Racconto Fantascientifico di : Dino Ferraro Riccardo era cresciuto nell’immaginare altri mondi ed altre dimensioni possibili , un tipo segaligno dalla poca barba sul viso segnato da tante piccole rughe allineate all’incontrario nel senso di una vita spesa a fare il commerciante di galline bioniche , il portapacchi di cervelli informatici , il fattorino underground . Aveva anche lavorato in una birreria di alieni ortodossi , facendo l’ operaio per mille euro al mese. Era un disgraziato o forse la disgrazia gli era sempre stato attaccata alle calcagna , qualcuno diceva che con una costola in meno avrebbe potuto essere un fenomeno da baraccone. Ma Riccardo era caparbio come un bolide solcava l’universo , correva , andava dove gli pareva e mai si curava di chi lo inseguiva. Quando dopo una giornata di lavoro rientrava a casa riassaporava il segreto delle cose casalinghe, la sua comoda poltrona, la sua magica televisione , dove poter viaggiare con la fantasia verso dimensioni surreali . Avventure virtuali dove si manifestavano tutta l’ indisciplinata chiaroveggenza di una realtà fenomenica . Se il mondo era stato distrutto, per poi rinascere dopo una guerra nucleare già per ben tre volte questo non conduceva Riccardo a trarre conclusioni affrettate di cosa fosse capace la logica umana abbinata ad una logica aliena. Il suo attuale lavoro all’istituto di commercio era ben pagato ed il viaggio di ritorno , verso casa era piacevole come il vento che passa e ti porta verso altre dimensioni surreale. Riccardo era un duro, un uomo tutto di un pezzo e forse qualche rotella gli mancava , ma questo faceva parte del gioco del dare e dell’avere. Riccardo , rammentava come era un tempo, quando giocava con le galline elettriche nella fattoria dello zio Piero , le inseguiva mentre queste correva a più non posso cosi le galline mettevano la marcia , pigolando, arrivavano dove tramonta il sole , nella luce di un odissea di forme che divenivano concentriche , psichedeliche, forme estreme della vita generanti altra vita ed altre storie. Una psiche instabile quella di Riccardo retta dal caso insolito dal giudizio interiore. La fredda luce del mattino lo colpì mentre entrava in casa e posò la sua borsa contenente tutti i documenti occorrenti per intentare causa ad una società di robot sabotati dalla critica televisiva avversaria . La prima cosa che fece fu dirigersi lesto fuori al balcone ad annaffiare i suoi amati fiori , innesti alieni provenienti dal pianeta Kronos dove regna perpetuo il caos e le persone non sono persone normali , come speri di trovarli al supermercato , sotto casa o andando all’edicola a comprare il giornale. La vita su Kronos è una illusione metafisica , una visione distorta della realtà e quei fiori erano il frutto di quella terra , lontana milioni di anni luce dalla terra . I fiori dai teneri petali si aprivano all’incanto del sole, sbocciavano, eliotropi , con i loro teneri germogli al tiepido sole della terra. L’intensa luce solare li eccitava ed i fiori divenivano dopo un po’ al sole festosi ,incominciavano a saltare dal vaso , facevano l’inchino a loro padrone ed altre strane cose iperboliche. Non esiste soddisfazione cosi grande come quella del creare del vivere dell’assaporare il giusto senso dello scorrere degli attimi psichici che uniscono la forma dell’esistenza alla primordiale ellittica conclusione di un ciclo caotico di forme e contenuti , generanti un simulacro pietistico di sentimenti umani. Una lunga serie di fatti irreali e decadenti nell’intendimento generico su generis creante una simbiotica forma esistenziale. L’atto creativo emerge nell’attimo in cui noi deduciamo il tempo trascorso nell’idea della vita in se legata allo scorrere di un tempo mnemonico ove non ci sono avvisi, soste ove tutto scorre nell’immaginare nel creare una volontà che ti conduce verso il divino. Sul lavoro Riccardo era un metodico , anche se per tutta la sua vita passata , ne aveva passate di cotte e di crude , brutte e belle , intrise di nefasti introiti di inghippi tragici e congiunti a quella sequenza ordinaria di cose su dette. Poiché Riccardo era un visionario un tipo fuori dal normale e le sue prime visione li ebbe in età pediatrica quando già bimbo in braccio alla madre vide trasformare un vaso di fiori in un serpente . E quell’allucinazione poi del padre che divenne un orso mentre lo prendeva in braccio lo fece cosi impaurire che pianse cosi tanto da sgolarsi. Povero piccino vieni dalla mamma Forse il piccolo ha fame Gli dò un po’ di latte Eccolo vizialo Ma dai caro e latte mio materno gli fa bene La società va avanti, progredisce e tu gli dai ancora il tuo latte. Credo tu adesso stia esagerando Non esagero ieri un professore diceva che il latte materno contiene tracce di un vissuto psichico materno che potrebbe influire sulla crescita del neonato Stupidaggini per millenni noi mamme abbiamo allattato i nostri piccoli Ma ti sto dicendo la verità Non voglio sentire queste baggianate Li vuoi chiamare fesserie , ma restano assiomi scientifici Faccio finta di non aver capito Si però non inchinare troppo la testa al piccolo potrebbe affogarsi. E’ un ingordo Uguale alla madre Ti sbagli è identico a te. Sarà, ma io non sono una fotocopiatrice Riccardo aveva sempre avuto paura di essere un replicante incallito forse in verità aveva paura d’immaginare un altra vita possibile. E quei fiori che annaffiava con tanta cura , crescevano a dismisura erano fiori magici , incantati. Capaci di divenire strane forme, oggetti, irreali, una lunga scia di fiori la quale creavano una strada fiorita che conduceva verso il cielo. Quell’ammasso di vegetali, aveva preso forma di un razzo , di un areo , di un mostro dalle tante bocche, pronto ad aprire le fauci ed ingoiare tutta la realtà circostante , un fiore , un vegetale vivente pensante , capace d’ intuire cosa stessi facendo , come lo stessi facendo . Quell’essere tutto verde era capace d’ avvertire il male circostante , crescere a dismisura . In quella piccola serra , dove veniva annaffiato ogni giorno, l’essere mostruoso prendeva aspetto di ogni cosa possibile ed era incredibile vederlo trasformarsi in cosa sarebbe potuto divenire . E quando disse le prime parole . Riccardo rimase meravigliato immobili con l’annaffiatoio in mano avrebbe voluto fuggire ma non ebbe la forza di farlo. Salve come ti chiami disse l’essere vegetale muovendosi come fosse un lungo serpente verde Riccardo dondolò la testa strinse l’annaffiatoi e disse : Mi chiamo Riccardo sono colui che ti annaffio Bene facciamo amicizia ? Come no l’amicizia è una cosa seria Lo dici a me , non sai da quando ti curo, ti annaffio ti ho portato pure a spasso quando eri un piantina. Che bello rammento quelle passeggiate ecologica quasi biblica Sei il risultato di tante guerre nucleari. La guerra che brutta cosa sul nostro pianeta non ci sono guerre , si fa l’amore tutti i giorni . Anche qui se per questo, un giorno si , un giorno no. Forse è stato il troppo amore a condurci alla rovina Sei bello Tu più bella di me Sei simpatico , sono un maschio Piacere Caterina Non sapevo ti chiamassi Caterina E il nome di mia nonna Io Riccardo come mio padre Hai un padre ? L’avevo ora non so che fine ha fatto La vita gioca brutti scherzi Lo puoi ben dire Che bello conoscerti come sei grassoccio Anche tu sei grassoccia e che denti aguzzi che hai Vedere una pianta prende forma di un essere umano mette un po’ di timore, una certa intolleranza di cosa si possa divenire nella sostanza delle cose , mostri, creature fantastiche che si muovono nell’oscurità dello spazio siderale . Esseri insoliti provenienti da lontanissime galassie dopo aver viaggiato nella dura scorza di asteroide ,aver solcato universi sconosciuti , attraversato notti interminabili , stagioni dopo stagioni tramutandosi in esseri pluricellulari contribuendo cosi a creare una nuova civiltà , una nuova storia sul pianeta terra. La forza primordiale che animava lo spirito della creatura sempre verde era impressionante , poiché ella era capace di tramutarsi in mille forme , prendere le sembianze di chiunque gli fosse accanto. Una creatura simile pensò Riccardo ti può far diventare tanto ricco che non avrò più bisogno di nessuno. Il mondo mi acclamerà come salvatore ed inventore , glorificandomi , mi osannerà come colui che stato capace di creare un legame terreno con le creature proveniente dallo spazio. E la logica della creazione , cambia ogni momento conduce verso una nuova ragione ed un nuovo concetto dello spazio e del tempo. Quella creatura fantastica era capace di cambiare il corso degli eventi di generare nuove dimensioni vegetali di rendere le cupe strade della citta in luoghi sempre verdi, dove poter andare a passeggiare. Un mare di verde , tante piante ,antropomorfe che s’arrampicano , crescono , verso l’alto, vanno verso il cielo , sopra i palazzi , attraverso i cunicoli stradali , entrano nelle case, nei pubblici uffici , creando cosi un mondo diverso una dimensione parallela dove i vegetali reagiscono alla realtà imperante, soggiogando la dimensione onirica . Riccardo era miope , tanto miope che non riusciva a vedere con limpidezza il mondo circostante , quella sua miopia lo costringeva a guardare l’universo dal suo punto di vista . Quel giorno dopo lavoro Riccardo non ritornò subito a lavoro con la sua navicella spaziale sorvolò l’intera metropoli , si posò su un grattacielo e si mise ad ammirare lo sconfinato scenario biblico della metropoli , infestata da strani alieni , esseri pluricellulari , strani animali pensanti che tramutavano ogni cosa che toccavano . Riccardo era un visionario, era capace di vedere e attraversare dimensioni surreali , capace di parlare con esseri e creature , frutto della sua fantasia. Riccardo era un veggente e poteva viaggiare nel tempo . Potrei essere in ogni luogo, potrei vivere mille avventura ma la realtà effettuale mi frena , mi costringe a scendere da questa navicella a solcare l’indefinito , l’attimo successivo di una morale senza domani . Io m’abbandono alla sorte e viaggio con la mia fantasia, mentre i tanti mostri della mia coscienza prendono vita si trasformano in mostri orrendi frutto della paura e rassegnazione. La citta mi si stringe intorno, mi rende partecipe di una dimensione fisica ove quello che io credevo possibile diviene un algoritmo informatico trascendente la mia azione . La mia vita è un nulla , un tutto che prende forma dall’immagine in simbiosi con questo mostro vegetale proveniente da chi sa quale lontanissima galassia. Io mi rigenero nell’auto creazione, nell’azione irreversibile dell’atto puro racchiudente in se ogni sapere. Ogni principio ed ogni fine , ogni bene ed ogni amore vive in una dimensione psichica che frutto di una creazione onirica subconscia di una scienza inesatta di una filosofia decadente , una storia intollerante ove un mare di parole si muovono nel dormiveglia , nella tremula ora nell’alba chiara illuminante la mia mente in preda a mille visioni surreali. E proseguo il mio viaggio nell’onirico in questo spazio ove nasce e cresce ogni cosa impensabile e la bellezza anima il mio vivere le mie parole taglienti appuntite come matite che si trasformano in semafori allucinanti in strade pericolosi percorse da comitive di alieni ubriachi travestiti da orchi vegetali.
  3. Domenico De Ferraro

    PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO

    PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO Guardare passare Vincenzo Pulcinella per le strade del mio paese con la sua angoscia legata al suo destino mi sconforta assai . Lui figlio di un mite calzolaio , perduto tra i vicoli della città in cerca di pace . Pulcinella che non la da a bere a nessuno , che si muove come un buffone in cerca di gente come lui da avvolgere nella carta stagnola come si fa con il pesce che puzza dopo essere stato svuotato delle sue interiore. Vincenzo non è un fesso è in verità un filosofo, conosce tante cose. Poiché ogni concetto si eleva alla sua rappresentazione verso quella ricerca interiore in un mondo fenomenico colmo di tanti perché ed illusioni . Pulcinella passeggia , viaggia con il pullman prende il treno , va in piazza mercato, pulcinella beve il caffe in piazza plebiscito . Egli che conosce l’animo umano sa cosa significa essere un fisico bestiale, una libellula un libero pensatore. Vincenzo aveva un amico e quel giorno doveva andare a trovare il dottor Felice sciosciamocca per sapere il risultato di alcuni esami clinici fatti. Le pulci possono essere pulci salterine un po’ cretine come le rime , pulcinella se la rideva di se stesso , si lisciava i baffi e si muoveva tra la folla come fosse uno qualunque. Pulcinella è sempre stato un eremita a volte una tigre verace dipinta di celeste che si nasconde nel prato tradito dall’aspetto di tifoso juventino . Mette tante paure pensare un pulcinella diverso che trama contro il mondo che dorme sulle panchine del parco pubblico , beve vino sotto la luna va a zonzo zufolando arie di protesta contro il governo dei sorci , pronto a fare festa in caso di vittoria della vita sulla morte, pronto ad uccidere i fantasmi delle tante paure che s’avvicinano alla sua ragione di uomo e di maschera. . Un dialettica che non sa di sale , neppure di caciocavallo che va a cavallo con il pennacchio in testa indossando una maschera segnata dalla sofferenza avvezza ad ogni cambiamento . La quale si trasforma in ciò che siamo e in ciò che rappresentiamo. Cosi la filastrocca sciocchina con tanta perline cucite sulla pancia gonfia mi angoscia mi mette davanti a tante domande diritte, trasverse , false domande senza alcune risposte , vado cercando nei grandi libri polverosi , una risposta alle tante domande dure e molli libere di andare dove gli pare libere di essere una bella giornata una gioia di parole legate alla vita che passa . Si cerca nel libro della vita in cui è scritto ogni verità . Ed io seguo pulcinella lungo il viale del tramonto , tenendo premuto il grilletto della mia calibro trentotto pronto ad esplode un colpo secco alla schiena del povero pulcinella epigono di una disavventura amorosa. Dopo tante tragedia con tanta voglia e buona volontà mi lavo la faccia mi metto il vestito a righi . Quante amore dovrò regalare ancora alla gente , l’amore mi pare di averlo conosciuto mentre scrivevo , mentre fumavo come fossi un turco in vacanza . Portava i sandali ai piedi , odorava di rose , a volte appariva freddo ed aspro come la mite conoscenza . Quanti sogni ho fatto quel pomeriggio di giugno, ragionando con Dio gli parlavo della mia voglia di essere , della Russia , egli riservato non mi rispondeva , valevano le parole fritte , le parole che portavano ai piedi , pantofole uguali portate oltre quello che s’intende e si crede. Ci ho messo tanto a capire l’antifona , forse era un errore grammaticale forse una nave colma di vocali , circondata da vaghe farfalle , figlie della luna dea dell’amore , impaurite sul mare dell’avventura . Il viaggio scivolò leggero sulle onde del contagio , con le sue tante colpe commesse come fosse una storia vera , quasi sincera si diramò per il mondo in presa diretta come se fosse una commedie mai recitate con soggetto , fu messa in scena a giudicare la sorte degli uomini e di pulcinella. Come facile parlare del vago dire ed ogni ago punge la pelle la rende sottile , capace di trasformarsi in pelle di omo, di orco, di corvo , di cheto personaggio minore. Vorrei seguire la tua ira come l’ olio segue il vino che in verità bevo prima che venga la notte Perché siamo fatti della stessa sostanza, frammenti misti in incerti retaggi, come vorrei parlare delle tante nuvole che volano per il cielo , bisognerebbe essere sinceri lo so. Certo bere vino , induce ad una certa conoscenza, la scienza è la figlia di quell' esperienza mista di virtù e vocali dall' ali leggere che attraversano il giorno del giudizio. Io penso, ma vorrei una conferma, l’animo può il salire la scala santa per giungere alla ragione dei fatti. Pulcinella si leva la faccia sorride allo specchio Poi dice;. Se fossi stato un vero pagliaccio come io sono ora sarai il padrone di questo circo Tanti cerchi simili a tante esistenze , sono cadute nella manica della mia camicia. Ecco io reagisco al male come se fossi un pagliaccio anche se l’ ago della bilancia gira all' incontrario, gira contro l’odio di tanta gente senza peli sulla lingua? Dottor sciosciamocca Caro il mio Vincenzo c’è del vero nelle tue parole , ed elle sono belle come erano un tempo , basse e sincere . Tanti personaggi come lei dovrebbero suonare la ciaramella nell' aria ligia al dovere . Dolce perdersi nel ricordo dopo covid19 Ma tu mi prendi per fesso mi hai visitato hai detto ero sano come un pesce ora scendo e ti do un sacco di legnate Pulcinella cerca di capire le rime sono un imbroglio ruotano intorno all' impossibile si beano dell' ignoranza altrui avanzano senza circostanze e senza misteri. Avanza tu che avanza io , sono di altro lignaggio io , io sono una leggenda che emerge dal fondo della storia Caro il mio pagliaccio hai la testa dura come il legno dei faggi . Leggi tanto , certo per te è dura la vita di marionette , coltivare la buona fortuna nell’orto della speranza spezza la schiena , figlia della pazienza e della intelligenza ogni azione reagisce ad una sua azione combinata e nuovi intendimenti Io faccio uno sproposito sono fatto di carne di tante facezie mi piace mangiare polpette sono una buona forchetta. Pulcinella sale sul dorso di un missile Dottor sciosciamocca Pulcinella dove vai non fare , l’asino scendi da quel missile ti potresti fare male Pulcinella : Per carità sono pronto a sfidare ignoto voglio abbandonare questo mondo ingrato , andare, fuggire in altri universi La testa . La testa che pasta molle Io parto tu non vieni ? Non voglio ho tante cose da fare qui sulla terra Sali che ci divertiamo M’inviti a nozze Io non mi sposo, io parto Sei avanti di un posto Il posto ho dannato vorrai dire il mostro Che mostro di Egitto io non gioco con il giullare Dico dove vai ? Dove mi pare se mi pare è lecito Io non ti capisco Neppure io e te Sei morto Si muore per amore o perché si e liberi , si bea chi si bea del poco Facciamo la rivoluzione Non posso sto per partire Dove vai Pulcinella il mondo ha bisogno di te Ho smesso di far sorridere gli altri , ora rido io alla faccia di chi mi vuol male Ah Pulcinella hai cercato l’ ago nel pagliaio , ora sei fuori dal gioco addio pargolo della risata Statte buono professore Mandami una cartolina non con la Bartolini Sei una barzelletta, balzi sempre sul letto all’improvviso Il letto è come una leva , dove puoi amare chi vuoi Sei un grande filosofo Tu pulcinella l’uomo più simpatico del mondo. Vai , vai Pulcinella e non guardarti indietro, poiché la vita è sudore , lavoro e tu non hai mai lavorato in vita tua . Tu pulcinella , una povera pulce compagno di tante avventure viaggiatore instancabile , chierico irregolare. Hai passeggiato , lungo la corona di spine di nostro signore, ti sei seduto a contemplare questa umanità ferita dalla malattia. Sei rimasto per giorni , mesi , anni sopra quel calvario con le tue arie di filosofo , di storico, eri certo tutto si sarebbe potuto risolvere che saremmo guariti dal male del secolo all’improvviso . Che per virtù dello spirito santo, avremmo scacciato la nera sorte, sorella della morte . Pulcinella il circo della vita, oggi perde una maschera importante, perde un suo figlio diletto , perde un idea di libertà. Ora ti sento come fossi una canzone ronzante per l’aria , una gracchiante melodia cantata da tanti corvi neri , accovacciati sopra il tetto della chiesa parrocchiale del sacro cuore. Ascolto la tua voce rincorrere i tanti concetti concentrici diramarsi nello spazio andare oltre quello che credevamo oltre questa vita . Rammento l’immagine di te che viaggia nella memoria collettiva , vaga animalesco nella sua esperienza teatrale . Figura mitica buffone di corte, chierico intransigente, bocciolo di rosa voce dei vicoli, amore ed altre belle parole che vado inseguendo lungo le strade da te frequentate un tempo. Tutto è bello , come l’unica verità possibile che esplora il nostro essere il nostro destino di esseri vivi , aldilà del bene e del male legati animosità dei fatti . Pulcinella , amico mio sei finito sulla luna ed ora come farai a ritornare indietro. Vincenzo sulla luna vi giunse un bel giorno di giugno , quando tutti i marziani vanno a fare la spesa al supermercato galattico. In quei luoghi si parla uno strano linguaggio quasi incomprensibile che trascende ogni logica formale fatta ad immagine di un universo popolato da strani personaggi . La luna è un luogo unico per abitarci , un posto meraviglioso per viverci , passeggiare, incontrare appunto strani personaggi. Ragionare del più e del meno questo era il detto ed il fatto , come se pulcinella non avesse mai compreso la sua posizione sociale. Ovvero quella di servitore malpagato preso a calci nel sedere dal padrone .Vincenzo Pulcinella non era un tipo qualunque era quello che molti possono pensare, un esistenza di mezzo, una voce che echeggia nell’oscurità di un essere primordiale fatto ad immagine dell’essere uno e trino . Amava correre verso l’impossibile questo in vero gli serviva a poco poiché Vincenzo era diventato cosciente del fatto , mentre viaggiava verso la luna aggrappato al missile. Là all’estremità di un missile che sfrecciava nello spazio oscuro , verso una dimensione onirica dove venivano a galla ogni mostro ed ogni cosa che alloggiava nella sua coscienza inquieta , si tramutava all’improvviso in ciò che era plausibile. Quando mise piede sulla luna Vincenzo Pulcinella non poteva credere ai suoi occhi. Tutto gli sembrò assai strano come il risvolto di una medaglia bucata che ha due facce , forse tre e non viene lucidata da tempo. E come nella favola di Aladino dalla lampada magica spunto fuori un genio balordo che sapeva parlare inglese e tedesco. La storia continuò nella faticosa ricerca di un sillogismo, atto a coprire le lacune interiore di un dialogo senza domani. In riva al lago come l’ago della bilancia, il mondo si divise in buoni e cattivi , in belli e brutti. La ricerca filologica assunse diversi significati, dai contorni sistemici incentrati sulla chiaroveggenza degli atti preposti . Ed il lungo viaggio tramutò Vincenzo Pulcinella in un essere senza tempo ,un drago, un mostro dalle tante teste. E quando provò a pensare di testa sua si ritrovò sulla luna alla ricerca di un luogo dove poter pensare d’essere il solito pulcinella. Si ritrovò cosi da solo con le sue tante teste che non sono testi biblici neppure elaborazioni grafiche della filologia dell’azione . Ma la prospettiva di quel salto nel buio che avrebbe cambiato la figura di pulcinella in qualcosa di meglio o di peggio. Che la vita sia crudele che spesso nascondi in se un mistero , tante storie collegate alla morte e vita di un concetto singolo. Fa presumere d’essere immortali ma la storia inevitabilmente si ripete nella sua circostanze e nei suoi termini. Cosi non c’è un fine ne un mezzo per poter giungere alla verità ad una certezza. Giunto sulla luna Vincenzo pulcinella avrebbe voluto cambiare numero telefonico , avere un numero speciale con il quale avrebbe potuto ricevere ogni messaggio ed ogni chiamata dalla terra . Ma l’amore è un materasso a due piazze, un po’ sporco, unto di sugo dove si affonda mentre dormi abbracciati al cuscino. E mondi surreali mi trascinano verso l’infinito e le parole sono figlie della mia memoria. Sono triste nella restante frase Non tirare il lenzuolo potrebbe sporcarsi Ma questa è una buffonata No , sono i puffi che giocano sotto la fontana Vincenzo pulcinella cerca di darsi un contegno sa che tutto inutile che quel marziano apparso all’improvviso davanti è frutto della sua immaginazione. Vincenzo. Tu vivi qui ? Il marziano. Io mi chiamo marziano sono di passaggio L’avevo immaginato Da cosa Dai tuoi abiti Io non porto , abiti questa è la mia pelle Che orrore No definiscilo un errore poiché la logica dei fatti ha unito la vita alla morte Sono felici di conoscerti Io sono un immagine Io mi chiamo Vincenzo Piacere il marziano Facciamo una mazurca Volentieri qui sulla luna Dove se no andiamo, balliamo fino allo sfinimento , dimentichiamo tutto l’orrore di questa vita Io vorrei aiutarti Io non posso Va bene , facciamo come se tutto fosse possibile Ecco bravo cammina io ti seguo la strada è lunga Non ho paura Ci aspetta un lungo viaggio Non possiamo ritornare indietro Sono contento di stare qui Io di poter ballare con te Cosi i due amici ovvero Vincenzo ed il marziano s’avventurarono per le valli deserte della luna pallida chiara come la luce che penetra la terra. Una luce viva l’illuminava quella vita li guidava oltre quel loro dubbi e timori , miti di un vivere che si trasformava nell’improvvisazione dell’ essere salvi da chi quali orrori. E nel bene e nel male sarebbero giunti dove volevano giungere. Non tutte le ciambelle riescono con il buco c’è sempre qualcosa che va storto e la storia ad avere la peggio o meglio emerge l’ennesimo tentativo di poter cambiare padrone, luogo di nascita . Tutto è irreale nello scorrere dei versi cosi Vincenzo insieme al marziano si ritrovò nella valle dei teschi ove le ossa di antichi animali preistorici splendono alla luce del giorno. Vincenzo: Forse abbiamo sbagliato strada Il marziano: Non conosce il gioco Sei mio amico bada a dire il vero Non voglio ferirti Io sono già morto Sei ad un passo dall’incoscienza Sono scienza Sei una educazione patriarcale No bevo camomilla Ero felice un tempo con il mio padrone Puoi sempre ritornare ad essere te stesso Vorrei ma non conosce il senso di queste parole a volte rosse , a volte bianche Certo non è facile poter volare liberi Lo hai detto è tutto un tentativo Una parte di questa leggenda Dicasi leggenda per me rimane un dramma. Cosi i due amici giunsero a quel punto dove si può conoscere se stessi cosi Vincenzo pulcinella divento una stella un punto fermo nell’universo poetico poiché chi siamo noi se non una leggenda che mangia un'altra leggenda che cresce risplende di luce propria a tarda sera . Oggi tutti possono ammirare questa stella di nome Pulcinella assai graziosa una stella, un punto fisso nello spazio della propria coscienza , frutto di una conoscenza trascendentale dei fatti commessi e perseguiti con coraggio lungo le strade della metafisica.
  4. Domenico De Ferraro

    Pentecoste Blues

    PENTECOSTE BLUES Il canto della Pentecoste nella discesa dello spirito santo riempie ogni cosa che giace dimenticata tra i neri fossi e le brulle campagne ed ogni cosa si trasforma nell’essere uno e molteplice , nel fluire delle rime, s’eleva in volo verso l’indefinito palpito della vita , si trasforma nel suo linguaggio, trasformando me stesso e la mia espressione. Oggi si canta la nuova Pentecoste che sboccia con il suo concetto di libertà , starnazza come fosse un oca nell’aia, come fosse una donna vecchia di cent’anni che s’alza la gonna nel vento della sua tristezza. In questo giorno, ogni cosa diviene possibile , una triste ballata nell’amore della madre terra , un divenire che raccoglie le voci di migliaia di popoli nell’indefinito essere divino ed alleluia , alleluia , signore del cielo , noi cantiamo nella tua lingua la tua sposa eterna , madre di ogni cosa viva . Madre dai grandi occhi chiari , figlia di tante storie di tante passioni , figlia della sorte e della verità del tempo che passa . Si canta signore la santità degli innocenti , mentre il sangue scorre dal corpo ferito degli ultimi il quale bagna le coste l’ ossa dimenticate tra i mucchi di rifiuti della città. Spirito silvano risorge indomito , verbo con cui molti uomini parlano ogni lingua , una strana lingua che tutti comprendono nella sua musicalità , nella sua melodia , nell’ora che dondola nel vento nel chiedere e nel rivedere cosa siamo stati. Tutto muta nel discorso che vario, si flette in diversi neologismi , lingue, metri, rinati in fondo ad una fossa grammaticale ove riposa dimenticata la nostra dignità. Banale parole forse redivive sul bianco foglio in cui si muovono e si divertono a far capire chi siamo. Mi sento triste e solo , sai proprio come si sente un pover'uomo ? Ho giocato ai dadi con la mia libertà , quelli al bar mi hanno preso tutto quello che avevo . Ho giocato ai dadi ed alle carte, mi hanno preso tutto. Ho dovuto impegnarmi la mia camicia e mi son venduto gli abiti migliori per poter ritornare a casa dalla mia famiglia. Ed ho percorso miglia e miglia a piedi con la mia chitarra. Ho dovuto fermarmi per capire sotto quale cielo fossi , ho dovuto riflettere su ogni attimo di questo divenire , per poter credere che ogni cosa potesse essere una espressione della creazione. Ho dovuto guardare nel buco dell' universo per potermi salvare per l'ennesima volta. E non volevo credere ai miei occhi , quando sono giunto , da dove ero partito ed ho visto la mia casa com'era nel verde tra tante case dipinte male , vecchia casa ove nacque questo mio canto . Ed ho proseguito con tutti i miei dubbi , le mie incertezze credendo di dover riuscire in questa mia stupida impresa poetica , dopo aver imparato ad ascoltare a credere in me stesso, verso una nuova terra, in una nuova legge , giuro non mi sono girato indietro , non ho fatto quella faccia da stupido che mi porto sempre appresso . Ho provato a vivere e cantare una nuova poesia , scrivere dei nuovi versi , immergermi in una nuova melodia , così ho sperimentato questo verseggiare ,negli accordi che compongono questa mia canzone, io ho pianto. Disperato, oggi continuo a viaggiare mentre il signore da lassù mi osserva , attraversare l’ossesso ed il sesso delle lingue eloquenti, nella metafora , nell'incessante ricerca di un senso per questa vita. Mi sono inginocchiato e ho pregato . Ma io confesso non piango per coloro che mi hanno fatto male, per coloro che mi hanno calunniato , denigrato , forse sbaglio lo so dovrei essere migliore. Signore , restituiscimi la mia famiglia ridarai i miei figli, ridammi il mio amore ed io non piangerò più̀ . Ridammi la mia vita , signore ed io non piangerò più . Non devi per forza, farmela ritrovare in casa vestita a festa . Signore , basta che la conduci vicino a me , mano nella mano , vicino al mio cuore, nel mio triste canto mentre scaccio una mosca che mi ronza dispettosa intorno. Attendo il tuo perdono signore , d'altronde per capire quanto amore ho provato per questo mondo . Ora sento la tua voce nell’eco del silenzio, signore ed in ogni lingua ,in ogni luogo nel divenire , verso dopo verso io canto questo strana canzone di Pentecoste per la mia redenzione e da ogni cattiva intenzione . Pace a te signore, pace chiedo per tutti gli uomini di buona volontà.
  5. Domenico De Ferraro

    LA LUPA NAPOLETANA

    LA LUPA NAPOLETANA Quando un uomo cerca di volare e non riesce a volare, si lancia incontro a mille incertezze , percorre varie storie di pianto nel canto che l’eleva verso una nuova vita , lotta disperato contro un male che genera in se un certo smarrimento. Cosi come la luce che entra nella mia anima e illumina il breve tragitto delle idee pellegrine lungo il corso degli eventi , come in ogni cosa appresa e non compresa nello slancio creativo che rappresenta una sequenza di esperienze descritte in mezzo a questo bianco foglio di carta. Io rinasco nell’errore commesso, nella storia che mi ha reso personaggio in questa storia che segue i suoi desideri , cammina nella speranza, mista di molte volontà , la quale diventa marzapane, un impasto di molliche di pane , di gioie che trasudano dalla pelle di una pantegana di passaggio per il centro . Non ha importanza essere, ma ciò che siamo, come dire , che la vita mi potrebbe cambiare tutto ad un tratto. Contro ogni infausta volontà , narro questa mia vita passata fuori al bar della sessantesima strada in attesa del taxi per tornare a casa. Lo scorrere della folla, nella sera mi porta verso il mio quartiere situato all’estrema periferia , di questa grande città ove la mia libertà , anima il mio vivere ed il mio canto. Non ho mai trovato un donna perfetta , neppure sono certo che ella esista . Immagino a volte d’essere il frutto di questa mia vita che sboccia tra mille concetti , nella genealogia dei giorni passati tra il cielo la terra . Ed a volte il diavolo mi prende per mano e mi conduce dove ci sono tante donne di malaffare , dove si fa l’amore, ignudi sotto il cavolfiore , sotto le piante di limone , sotto il bel sole di maggio. Solo nello scorrere di molti versi , di molti canti, solo nella leggenda raggiunta che ha reso il mio vivere , un mistico viaggio verso la terra della meraviglia . In una utopia ove provo a creare molti versi dionisiaci a sentirmi come Apollo e Anchise. Ed ad alcuni piace , adorare la luna , altri il sole , chi rubare sogni , chi sedurre una donna seduta ai lati della strada, che ti porta oltre quello che credi , nel bel boschetto dove riposa in pace l’orco Camillo . Dove il contadino semina le sue piante i suoi ortaggi con il coraggio di vivere, i versi scemano nelle frasi senza senso, nella forza di poter dire basta , poiché l’amore non ha prezzo. La lupa la prima volta la vidi sedeva sotto un ombrellino al sole ,abbigliata con panni colorati, strizzava l’occhio a chiunque passava di li, diceva : Vuoi venire con me , sotto quel pergolato adorno d’edera verde L’automobilista: Non voglio cadere nell’oblio dei sensi Non si tratta di cadere , ma godere per un attimo e basta Lascio il mio bagaglio culturale e sono da te Chi sei che passi per questa strada con tante domande Sono il passeggero incompreso Sei fornito di tanti annessi e connessi Non ho mai chiesto a nessuno chi fossi , neppure a mia madre che mi ha concepito con tanto dolore e credo un po' d’amore. Sei simpatico , basso , quasi ridicolo con quei baffi neri Sono quello che credo, ma non voglio conquistarti sotto il lampione Fai pure , io so volare e posso imparati a spiccare il volo Sei carina, ma gioco a carte scoperte , spesso con la morte Ecco, tu mi vorresti prendere in giro La lupa si gira di scatto una fila interminabile di auto l’aspettano L’automobilista continua a parlare La lupa: Sei piccolo , come una formica Sono uno di passaggio , vorrei un assaggio Prima paga , poi andiamo Non sono capace di credere che tutto possa essere cosi facile Basta , lasciarsi andare Sei deciso a rimanere qui a sorreggere il moccolo alla luna Io non rinnego la liberta delle parole Io faccio quello che mi pare, sono una dea , non una strega L’avevo pensato, sei cosi bella , tanto da essere invidiata da chiunque ti veda. La lupa , sorride poi quasi infastidita dice: Allora andiamo, non ho tempo da vendere inutilmente L’automobilista : Volentieri , va bene , andiamo La Lupa sale in macchina, l’automobilista si strofina le mani L’automobilista : Dove andiamo ? La Lupa : Vai, dove ti porta la strada Dove finisce questo sogno ? Se sogno si tratta lo puoi chiamare alla fine, una scopata Parola volgare, meglio sveltina Sveltina, per carità sono sempre venti Non preoccuparti i soldi ci sono Sei carino , come ti chiami Mi chiamo Ignazio Ignazio, chicazzo Sei napoletana ? No. Polonia Io di Qualiano Dove si trova ? Vicino Napoli Che bello vivere a Napoli Tutto una tarantella No , caro mio una scopata e basta, la doppia si paga Per carità pago , pago Ecco , cosi mi piaci La strada ci guida verso la fine del piacere Sei un romantico ? Sono fatto di carne ed ossa Sei carino hai un grosso naso E per annusare meglio Hai due grandi occhi Per guardare meglio Hai grandi mani Per afferrare meglio le cose Hai grande pene Le mie pene sono tante , come le stelle del cielo Sei il cliente giusto per me Sono fatto di vizi e virtù Non ci posso credere che tu abbia scelto me Sono qui per questo Non correre Stiamo per passare il sottopassaggio Oltre quello discarica, fermati li Va bene Siamo giunti Sono qui per te Facciamo presto Come vuoi Questa passione è fatta di polvere di terra Puoi sempre pensare di volare via Non voglio finire di nuovo all’inferno Sei volgare Sono del popolo Sei nel buco delle tue incertezze Sono in mezzo ad una via Con me o con un'altra il discorso non cambia Ora mi sento vivo Bene allora andiamo Si appartano, consumano la loro passione , la macchina si muove traballa , ancheggia, dopo un po' la lupa scende dall’auto l’automobilista la segue il sole è cocente , asciuga i loro corpi sudati. La lupa : Un arcobaleno d’emozioni L’automobilista : peccato che sia stato cosi breve Quando vuoi , puoi ritornare Ritorno con la mia morte Puoi ritornare anche senza Va bene , vedrò che posso fare Sei simpatico, che bocca grande che hai Per mangiarti meglio Cosi l’automobilista si lancia sulla lupa, cercando di mangiarla di baci , i due lottano fino allo spasimo, fino all’orgasmo la lupa disperata ulula, l’automobilista balla con i calzoni calati . L’erba alta si adagia nel vento che passa , ed il cielo è chiaro come gli occhi della bella lupa. Il mondo intanto continua ad andare avanti , gli uccelli cantano nel cielo la loro pigolante melanconica canzone d’amore . Una tarantella sicula, africana , imparata strada facendo, s’ode in lontananza , una musica ne bella , ne brutta , figlia di tante melodie , di tante sofferenze , figlia di questa lunga strada che percorro contro il mio volere , nel mio libero canto di uomo, di essere animale che fluisce nella semenza senile del verbo fattosi carne. E tutto quello che provo è una grande rassegnazione, nella grande bellezza che inebria il mio pensiero ed il mio essere. Forse questa storia è la mia strada , quella vecchia strada che mi riporterà dall’inferno prima poi verso il paradiso promesso. Almeno lo spero , poiché la morale mi segue ad ogni passo , in ogni angolo di questo mio vivere in ogni mio slancio creativo . Oggi ho imparato a volare forse ad amare, odiare non so , ora sono in volo , verso una altra città , verso un altro paese . Ed io sono quello che sono in questo scorrere di versi e verbi sibillini in questo mondo malato sempre più d’amore fatto di sesso e canzoni . Sono la forma ed il contenuto di questo racconto colto nel bel prato della vita in un mattino di sole , nato da un coito veloce in macchina ad un prezzo popolare , mentre navigo , nella mia storia con la mia stupida poesia. Ed il tempo passa ed io piango la mia anima , la mia bellezza sfiorita nel sogno che mi ha reso uomo poi un soggetto pensante nel turbine dei sensi, nella colpa commessa io canto l’amore dei sensi , la sveltina ribelle dell’automobilista nel chiarore del mattino sotto i bei platani sussurranti al vento che passa. Io canto la lupa, la donna di un amore venereo , figlia del suo tempo e delle sue passioni . Poiché ogni cosa scorre come la strada che ogni uomo, percorre nel suo essere o non essere nel suo divenire se stesso , un altro, automobilista, lupa , amico, dannato, canto, sogno, altre parole che sono sempre il frutto di questa volontà di volare in alto, liberi .
  6. Domenico De Ferraro

    QUANDO LA MIA VITA SI AGITA

    QUANDO LA MIA VITA SI AGITA di dino de ferraro Quando la mia vita si agita , la barca miei dei sogni , balla in mezzo al mare dei miei ricordi , nell’ardore di un tempo trascorso , tra mille idiomi stranieri che nascono dalla mia anima , mi trascinano verso il fondo di me stesso. Verso un nuovo canto , ove nulla è dolce come il viaggio . Vedo, seduta in macchina la signorina mentre si sbottona la camicetta , lascia scivolare la gonna a scacchi , pronta a cadere nel vuoto delle parole , tra le braccia del suo ragazzo. La vita si confonde nella verità conquistata, ed io rinasco dall’ossesso del canto nella sorte , seguo il passo è tutto il mondo dorme in questo suono che sale dal corpo di Napoli , vecchie canzoni, s’alzano in volo e vanno verso la marina. Verso Mergellina nella ragione di molte donne e molti uomini dopo mesi e mesi , dalla quarantena , rinascono dal grembo di un amore disperato . Sento cantare il mare, muoversi le sue onde , condurmi verso l’indomani , verso una promessa che passa e mi lascia solo con le mie rime , con mille promesse fatte nel giardino della regina , tra mille stornelli e canzoni d’amore . Rime che vanno per il cielo , vanno verso Posillipo, verso Marechiaro, verso piazza plebiscito, si muovono tra la folla imbavagliata , come fossero dromedari alati , mentre tutti , fuggono dal virus , fuggono dal contagio , dal gioco delle tre carte , dalla voglia di dire e fermarsi per un attimo a pigliarsi un caffè al bar. Fresca e rossa, questa giovane rosa , dai teneri boccioli , mi sboccia in seno , sembra la pianta dei miracoli che s’arrampica, verso il cielo , verso paradisi artificiali ed ogni cosa ed ogni passione , arde nel suo acerbo corpo , nella sua giovane voglia, nella fresca estate che avanza. Ed il bel mattino evade in un canto che s’apre a mille intendimenti e mille sentimenti . Ed io mi preparo ad una nuova guerra, una dura battaglia che non avrà mai fine. Mi preparo ad una lenta rinascita con le mie rime , in altre illusioni , nella ricerca del senso delle mie canzoni . Nella mia triste poesia, fiore appassito, immagini d’altri tempi , appuntiti come una freccia scoccata da un cherubino dietro un cespuglio di rose selvatiche. Sono solo , sotto questo cielo con le mani in tasca, cammino di fretta verso la marina, fumando una sigaretta , fumando la mia vita , in compagnia di mille note che raccolgo strada facendo. E sono l’amore che incontro strada facendo , con il mio triste verso insito nel mio silenzio , sono me stesso che aspira ad essere poesia , cantante, musico, trapezista in bilico sul filo della memoria . Lassù vado con il mio Dio fatto di nuvole e vento , con il mio spirito che s’innalza, verso altri intendimenti e mille interrogativi . Nella ricerca di una breve felicita, nella suadente sera tra i vicoli e lupanari , affamato di sesso e di rose rosse da portare alla mia bella. Rosella di maggio , io ragiono intorno al tuo nome con coraggio , sono sul punto dal passare in altre dimensioni , nel bel verso di un amore speso , con tante domande pronte a essere gettate nel fosso delle mie domande. E si canta , mentre il vento passa e mi porta con esso, verso piazza dei martiri , tra i due leoni , mi sento l’unico uomo di questo mondo. Corro , lungo le strade della città deserta come fosse ieri , come fossi uscito oggi dall’ospedale verso un ora tardi , con il mio pigiama sporco sotto l’ascella. E sono contento di essere sfuggito al male , di aver rivisto la mia città ancora una volta, come tanti anni fa , come l’ultima volta che ho girato lo sguardo verso la mia felicità . Verso il mare della mia giovinezza . Ho rivisto in alto la luna, splendere sopra la montagna , mi son detto : come sei bella santa lucia , santa lucia lontana . Il tempo è passato mi ha donato, questo amore, questo passato fatto di versi, intriso di tante illusioni , che s’intrecciano nell’idioma asettico ,logorati dalla logica di una sottrazioni di frasi scurrili . Ed io sono qui che mi struggo nel canto del meriggio, ragiono sulla vergine sull’immagine di una città che s’avvolge di luce e di sofferenze, nell’incanto di un vivere che trascina questa vita fatta a regola d’arte, fatto di tanti voli nel cielo sparsi nell’aria come fossero uccelli migratori, come fosse una malattia che mina l’anima. Ed il contagio di una ragione illogica, figlia della mite illusione di dover continuare a cantare sotto le stelle a sera vicino al mare di Napoli con l’anima stracco, colmo di tante meraviglie con gli occhi pieni di lacrime , la gola arsa dalle fiamme di una passione , lacerato dall’ululato di un licantropo ululato che spaventa lungo la via di ritorno . Dolce il vento passa le barche fuggono verso l’orizzonte, le vorrei inseguirle con la mano, prenderle, afferrarle come fossi un dio dei mari che rema contro corrente nella fosca notte. Sotto Posillipo si sentono le voci e chitarre , s’alzano in coro ad una ,una , nell’impeto di miti canti antichi, mite sirene affiorate sopra il pelo dell’acqua . Maria non stare in pensiero per me . Dormi Maria , dormi sotto le stelle dell’estate che s’affaccia svestita e ci porta lontano , oltre questo dolore.
  7. Domenico De Ferraro

    IL PALAZZO DI VIA FORIA

    Il palazzo ove abitava Lorenzo di professione restauratore era molto bello si trovava al numero civico 54 di via Foria era una casa antica , cosi antica che ci venivano a svernare tutti gli uccelli migratori di passaggio. C’era chi diceva che la casa fosse infestata da fantasmi , qualcun altro diceva che non era vero , che la voce delle presenze spettrali la spargesse Lorenzo per tenere alto il prezzo dell’immobile in caso un giorno pensasse di venderlo . Essendo stata costruita per conto di un nobile spagnolo che aveva fatto la guerra a Santa Cruz per passare poi in Perù dove si diceva si facesse dell’ottimo purè a base di coca il quale una volta assaggiato metteva una carica sessuale cosi esuberante da farti sollevare una montagna intera . Lorenzino era un mattacchione gli piaceva giocare a tressette e si diceva pure che avesse un amante. Il palazzo in cui abitava era molto bello, ornato di fregi dipinto a mano . Un opera d’arte , simile solo al Colosseo ed a San Pietro. Costruito con pietre di marmo di pomice, pietre lapislazzuli che costavano un occhio della fronte, lo aveva ereditato dal suo bisnonno per i servizi resi come fedele maggiordomo del duca della Gheradesca che in vita gli piaceva assai la ventresca e diceva di avere l’alito profumato come la fantesca la quale lasciava l’esca sempre appesa ad un amo. Era proprio bello, vedere quel palazzo incastonato in mezzo ad altri illustri palazzi in quel lungo vicolo che sembrava non aver mai fine. Dove tutti si portavano la sedia di casa fuori l’uscio e stavano per ore seduti all’ aria fresca , a parlare di come va la vita , di come si sa , di come non si sa , chi aveva rubato in casa di mastro celestino la notte prima . La vita del vicolo era dolce , come un mela cotta, profonda come la morte che viene cantando quasi ubriaca , portandosi seco il suo ardore , la gioia di un tempo perduto , l’amore di un mondo dimenticato dentro un buco più cupo della nostra storia . Le grandi finestre del palazzo erano tutte dipinte di giallo ocra , larghe tre spalle che venivano spalancate di prima mattina sulla città ancora addormentata , perduta in mille sogni ed in mille fantasie in quella dolcezza lasciva ebbrezza che ti tiene per la capezza che si ingarbuglia con le parole dette con la sorte di un popolo oppresso , da tante vicende che possono essere belle o brutte ma sono il seguire la sorte di tanti uomini o donne che appese ad un amo diventano pesce. Quante strade un uomo può percorrere , quante ore passiamo a pensare che tutto possa andare bene , poi spinti dall’arte , parvenza dell’essere ci rende protagonisti , di questo trascendere la storia in nostra madre, nella nostra vittoria sul male .Ecco un canto trasale tra il rigo macchiato d’inchiostro, una voce corre lungo il vicolo storto, c’è chi corre incontro la morte , chi non conosce la vittoria dell’essere soli davanti a un Dio padrone del nostro destino. La vita di mille e mille uomini , di tanta gente rassegnata presa con la gola dalla fame. Non c’è certezza di cosa siamo stati, siamo morti in tempi andati , ora rinasciamo dalle ceneri di questo canto , dalle pagine di questo libro scritto tanti anni fa. In piedi stava sul davanzale , affacciata davanti al cielo di Napoli nel ricordo di sua madre , stava chiaretta con la sua storia ella era chiara come l’acqua che scorre , oscura come chi scrive, senza le scarpe ai piedi, uguale a chi scrive per vivere, chi per sognare ancora, chi per giungere in un altro amore e tutti avevano da dire sul suo conto, che chiaretta era chiatta , ma bona assai e tutti la criticavano per i suoi modi di fare ma nessuno voleva prendersi la briga di dire quella che pensava di lei , perché chi siamo noi per giudicare gli altri . Ed in tanti passavano incuriositi per quelle strade estasiati in cerca di quel piccolo vicolo pronti a visitare quell’ antico palazzo. Chiaretta , massiccia come una roccia, riccia come una scarola , sanguigna ,femmina bella , fremente di passioni . Da lungo tempo la poveretta, perseguiva una strana idea di suicidio, si mio Dio voleva togliersi la vita. Ella , cosi bella simile ad un raggio di sole in una giornata di pioggia, era depressa per ciò che l’aspettava all’indomani senza amore in una vita che non aveva più nulla da dirgli , cosi chiaretta continua a scendere le scale della depressione . Avrebbe voluto volare libera nell’aria andare lassù sopra Posillipo , comprarsi un bel gelato dal signor Vincenzo . Chiaretta aveva pressa a poco , quaranta anni ben portati con un animo che annegava nella disperazione del vivere quotidiano. Un idea malvagia si faceva spesso largo in lei , un idea terribile, morire per un amore mai assaporato . Ma dato in questa esistenza c’è sempre chi lo prende in quel posto , tutti le facevano la posta , chi diceva una banalità , chi non preoccuparti che c’è sempre da ridere sul latte versato. Ma ride bene , chi ride ultimo , chiaretta si voleva ad ogni costo gettarsi dalla finestra , farla finita con quella vita ingrata . A vederla gli avresti dato cinque anni in meno, era fresca , gaia come una giostra che molti ragazzi impazzivano solo a vederla . Chiaretta che non l’avrebbe data mai prima del matrimonio , pensate se si sarebbe mai concessa al figlio del macellaio che gli faceva una corte spietata il quale gli riempiva la casa di carne in scatola , di salsicce e involtini imbottiti di carne di struzzo. Vestiva sempre con abiti succinti che gli stringevano i fianchi, rendendola assai donna , forse un angelo , forse una sirena che a vederla rimanevi stupito da tanta grazia . Travolto da tanta bellezza ivi avresti scritto una canzone allegra , una canzone d’amore solo per lei . Portava occhiali spessi di nascosto, non vedeva da qui a li ed era assai cecata che quando veniva arrivare Lorenzo suo fratello da lavoro si metteva un altro paio di occhiali sopra per vederci meglio. Lorenzo il fratello ritornava a casa sempre verso le due , dopo aver finito di lavorare nella sua bottega di restauratore di mobili. Un bravo artigianato cosi bravo che tutti lo chiamavano mastro Lorenzo. Lorenzo : Che fai sull’uscio del davanzale , fai entrare i muratori che la morte non guarda in faccia nessuno. Vedete quante cose un uomo deve pensare , non c’è pace in questa casa . Vedete sono tutti morti , come i fantasmi che s’aggirano in questo antico palazzo. Signore architetto vi aspettavo Lunedi , ora il prezzo scende . Architetto chi non progetta non mangia. Architetto : Mi dovete scusare Lorenzo ho avuto tanto da fare. Mia moglie me la detto un sacco di volte mastro Lorenzo ti cerca disperatamente. Ma io ero cosi preso da mille lavori, che vi confesso m’ero dimenticato del nostro appuntamento. E avete fatto male , non ci sono scusanti Per carità , Lorenzo siamo di casa La casa mi dispiace non è in vendita , me la dovete aggiustare voi Sara fatto Sono contento Non vi rammaricate Chi dice niente Lorenzino: Architetto allora mi volete prendere per i fondelli qua la cosa è urgente, anzi urgentissima. Muratore : Non vi preoccupate mazze e cucchiaie in quattro e quattro otto ed il lavoro sarà fatto Secondo muratore: Buttiamo le mane , come bere un bicchiere di vino buono. Ma chi m’avete portato due ubriaconi Chi si è ubriacato ? Sentite non ci posso credere Vi puzza l’alito A me A voi Sia fatta la volontà di nostro signore Avete bevuto Sono tre giorni che non bevo vino Questo lo dite voi, l’occhio inganna Siamo fatti della stessa pasta A me mi piace il pistacchio A noi la carne cotta alla brace Quella io non la digerisco Per rifare questa casa ci vorranno cent’anni Per quel tempo sarò morto è sepolto Lorenzo : non ci posso credere mi state facendo cadere il palazzo addosso, siete degli ingrati Architetto : non vi adirate il lavoro sarà fatto ed il palazzo ritornerà ad essere nuovo La discussione prosegue in vari battibecchi, l’architetto non trovava gli occhiali ed il cane della signora Giuseppina, gironzolando intorno alle gambe del muratore in cerca di un osso li trova e se li mette sopra al naso nell’ ossesso di un verso di un amore mai vissuto si gratta la schiena come se fosse un saggio cane randagio. Ed il cagnolino aveva una coda a forma d’interrogativo ed il male non si può quantificare poiché non si può comprare neppure vendere, poiché la morte arriva prima o poi di certo per tutti , fossi anche un papa, un dottore la sola salvezza sarebbe quella di rinascere dal grembo di un Dio di altri tempi che ama i suoi simili ed il suo prossimo. Lorenzino : speriamo bene che sarà fatto tutto in tempo Architetto Il materiale è arrivato , se no non possiamo fare nulla . Lorenzino. Ho comprato tutto quello che occorre, bidè e lavandini le mattonelle le ho fatto venire da Positano. Mi raccomando al colore della pittura , una bella pittata c’è la dovete fare all’affacciata . Architetto: Non vi preoccupate lavoriamo con coscienza , siamo precisi e sistemati. Questo me state ripetendo da giorni anzi da mesi, io vi credo perché sono credente . Ma vedete non so se mia sorella la prende per il verso giusto . Quando saprà che la casa non sarà fatta a dovere. Voi mi tirate per la giacca Chi io ? me ne guardo dal farlo , sono una persona seria. Lei ? ed io chi sono Voi siete l’architetto Ecco cosa si può dedurre da questo incontro. Lorenzo , non era un fesso è l’architetto non badava a spesa poiché sapeva che un giorno all’altro avrebbe vinto all’enalotto . Dato che questa vita spesso volte ti mette davanti al fatto compiuto. Non ci sono scusanti per giustificare l’operato altrui, la vita è quella che viviamo al bar o al chiostro dell’acquaiolo con tante gente attorno ove tutti possono sentirsi felice dopo aver bevuto un buon bicchiere di acqua fresca. Ed il palazzo di Lorenzo era un palazzo spettrale, tutelato dalla soprintendenza per i beni architettonici ed il vecchio Gigino che faceva il custode nel palazzo difronte una volta vide affacciata all’ultimo piano una signora vestita di bianco e giurava che fosse un fantasma. E tutti si spaventarono, quando seppero di quelle apparizioni che enzuccio il garzone dell’enoteca arrivo a mettere un cartello davanti al portone del palazzo con su scritto : In questo palazzo non abitano i fantasmi può darsi qualche anima buona del purgatoria per nulla nociva , qui ci sono solo anime in pena . La vicenda ed il chiacchierare della gente del popolo , prosegui a lungo e per giunta il fatto arrivò all’orecchio del parroco della parrocchia della stella che voleva far luce sulla vicenda , curioso come era , voleva giungere alla verità dei fatti. Ed era pronto a stilare, una serie di considerazioni che parlavano delle apparizioni per poi mandare il tutto per iscritto alla santa sede. Non si potuto mai dimostrare che i fatti narrati da Gigino fossero veri , di come mai si era giunti a quella plausibile ipotesi che i fantasmi esistono per davvero. Ed il parroco della stella don Ciccio era corto e chiatto per giunta pure un poco maccarone e gli piacevano mangiare i panzerotti e pezzelle. Li comprava sempre sopra porta alba dove aveva una piccola congrega , dove si riunivano tutti gli amici della stella, poiché la buona stella ti conduce verso quello che desideri , verso quello che credi e non ci sono falsi termini o illusioni se si crede ad una stella , poiché quella ti condurrà prima o poi sempre verso una buona stella. Architetto : Vedrete la vostra fidanzata rimarrà assai contenta Lorenzo : Ma quale fidanzata, voi dite quella tedesca che ieri era nel mio negozio. Architetto : Gran bella ragazza Lorenzo : Quella non è la mia ragazza era una cliente che voleva essere restaurato un vaso di notte Architetto: A me sembrava assai interessato a lei e al palazzo vi mangiava con gli occhi Lorenzo: Avete gli occhi buoni , ma non è la mia ragazza , mi stava dando dei consigli per arredare al meglio il mio appartamento. Mi ha suggerito di dipingerlo di rosa e azzurro questo palazzo . Ma io ho inorridito al pensiero . E ripartita oggi per la Germania . Ma ha promesso che sarebbe ritornata al più presto qui a Napoli. Innamorata come è della città. Architetto . Mastro Lorenzo io sto perdendo la testa appresso a questo progetto mi sono messo pure in aspettativa e mi dovete credere sul mio onore io questo palazzo ve lo faccio nuovo. Lorenzo: Non ho dubbio però facciamo presto che vorrei vederlo finito per quanto ritorna la tedesca . Sapete la voglio invitare a pranzo a casa mia. Architetto: Confessate siete innamorato Lorenzo: Architetto state al vostro posto. Architetto: Sentite a me mettiamoci pure un paio di condizionatori d’aria e questa casa sarà un'altra . Lorenzo : Ma mi avete fatto già un preventivo che supera la cifra che avevo intenzione di spendere. Architetto: Escludendo altre spese c’è la possibilità di trasformare a studio le tre camere da letto accanto a quella di vostra sorella. Madonna ma voi state bestemmiando questa è una bestialità No, perché Perché non c’è perché nel perché Questo è un tranello , una frottola No è un panzarotto impanato e fritto Mi prendete in giro Ma lei non si chiama Gigino Io mi chiamo Lorenzo Ecco svelato l’arcano Datemi una ragione per credervi normale Bisogna rifare tutto da capo stanza dopo stanza Oh madonna e chi la senta a mia sorella per lei quelle stanze sono sacre. Come vedete esiste sempre una possibilità che la morte possa trasformarci tutti in cadaveri . Ed i sogni rincorrono sempre una certa personalità . Ci possono essere momenti positivi nella nostra vita altri incredibilmente ingarbugliati da non farti capire un accidenti. E la casa di Lorenzo avrebbe potuto ospitare tante persone una squadra di calcio compreso l’allenatore . Ma Lorenzo era tirchio non voleva cedere la sua parte di bene al prossimo . Poiché noi siamo uomini e non caporali è tutto quello che desideriamo è vivere la nostra esistenza , animati da una fremente conclusione che l’essere possa essere diverso attraverso quel momento filologico del divenire nei diversi gradi dell’esperienza. Per quanto Lorenzo è la sorella si volessero bene il palazzo rimaneva isolato lontano dal mondo . Vi continuavano a vivere fantasmi e strani personaggi. Strani esseri animavano le stanze della bella dimora. Lorenzo forse aveva una vaga idea di ciò che fosse la bellezza , figlia della indifferenza e non badava a spesa ad abbellire quel suo palazzo perché in fondo a lui le straniere gli piacevano assai. Lorenzo: Quando ho detto a chiaretta che volevate trasformare le stanze accanto alla sua per poco non gli veniva una sincope. Da quelle stanze si vede tutta Napoli. Si vede il Vesuvio e pure la signora di fronte quando fa il bagno. In queste stanze sono vissute le buone anime di mio padre e mia madre, che il signore li abbi in gloria. Grazie a loro, oggi noi abbiamo questo palazzo che c’invidia tutta Napoli. In queste stanze hanno vissute ed hanno chiuso gli occhi , davanti all’immensità del cielo di Napoli. Architetto: Capisco non piangete Lorenzo: E chi piange . Non abbiamo toccato nulla, tutto quello che era dei nostri genitori, tutti i loro vestiti gli oggetti personali , i pettini , le calze ed i berretti di papà stanno tutti ancora là . Stanno là a perpetua memoria di chi furono di cosa sono stati , di come vissero. Non servono epitaffi per capire il senso della loro vita fatta all’insegna della santità. Architetto: Allora avete deciso quelle tre stanze non si toccano Lorenzo. Per carità non ci provate neppure Ma si potrebbero trasformarle Non voglio rinnegare il loro ricordo Vedrete sarà fatto solo qualche modifica Non mi fido il ricordo rimane ricordo , quanto è dettato dall’affetto Non fate il finto tonto Lorenzo ci potete guadagnare un mucchio di denari affittando queste stanze un domani. Per carità state bestemmiando Per Giove mi guardo dal farlo Siete un demonio No, sono un architetto Siete un ipocrita mi avevate giurato che non avreste stravolto l’ambiente Siamo qui a vostro servizio Allora fate quello che dovete fare il resto ci penso io Come desiderate , ma la tenete una sigaretta ? Io non fumo Allora vi fate fumare Non siate scostumato Avete ragione mo’ mi rimetto subito a lavoro Ecco fate bene che io mi vado a fare una bella camminata Architetto : Allora è deciso quelle tre camere rimarranno come sono Lorenzo: finche siamo vivi io mia sorella non si tocca nulla Come volete siete voi il proprietario Lo potete dire forte Una vostra parole è un ordine Certamente . Non ci sono vie d’uscita le stanze sono la memoria vivente della passata esistenza dei nostri genitori Volete che vi accompagni al camposanto Architetto lei un tempo mi era simpatico Oggi le sono antipatico ma il tempo passa ed io devo mettere mano all’opera Lavorate pure sulla facciata su tutto l’immobile ma non toccate quelle stanze I muratori richiamati dall’architetto raccolgono gli arnesi. Chiaretta: Badate a voi , se toccate solo una pietra di questo palazzo ed io mi butto abbascio . Lorenzo : Chiarì Ma tu sei pazza ? Pazzi siete voi che non conoscete l’amore Io ti ho sempre voluto bene Non voglio una tomba al camposanto sormontato da una statua ricordalo fratello ma solo opere di bene per tutti gli orfanelli Ma tu sei fuori di senno Io mo’ mi meno Ferma , faccio come vuoi Ricordati di me nelle tue preghiere Faccio di meglio , ti faccio il corredo nuovo Non voglio essere la sposa di un fantasma E chi dice che ti devi sposare un fantasma qui ci sono tanti bei giovani E vero l’incontrario io con te dietro, per via Toledo con il mio innamorato non ci vengo Hai perduto ogni capacità di capire , fino a quale punto, l’imbecillità possa arrivare. Non capisce più niente da quando hai conosciuto quella straniera , ti sei rimbambito. E ammesso che io sia pure rimbambito , tu ti vorresti menare abbascio? E tu non stai facendo lo stesso con la tua vita sregolata senza passioni certe, senza amori , pensi sempre ai denari e alle donne dai facili costumi. Sei caduto in un baratro di errori morali , dove non c’è più speranza dove la vita rinnega la bellezza . Bada bene se non vanno subito via architetto e muratori io ti faccio vedere il volo dell’angelo. Ma perché mi fai questo. Non eravamo d’accordo che dovevamo rifare l’appartamento renderlo più moderno D’accordo con chi con me , ti sei sbagliato E con chi ho parlato per tutti questi giorni con un fantasma Un'altra volta che dici fantasma mi butto giù dal secondo piano Sia fatta la volontà di nostro signore , si butta giù dal secondo piano Mi butto , mi butto non preoccuparti E buttati, significa che era segnato nel tuo destino . Mi hai fatto arrivare al giorno dei lavori mi hai fatto scomodare architetto e muratori ed ora minacci di buttarti dalla finestra. Chiarina : io ci sento buono , tanto che ci sento che sento le voci di tutta Napoli , sento le voce dello vicolo, dei guaglioni che corrono sopra il motorino. Sente questa fame e questa disperazione e non riesco a chiudere gli occhi Lorenzo. La notte mi sonno tante gente tanti fantasmi mi sonno a mammà e papà e non trovo pace. Quando tu parlavi di trasformare la nostra casa credevo in una trasformazione parziale che non intaccasse i ricordi della nostra infanzia. Vuoi rimanere legati ai tuoi ricordi d’infanzia , ti capisco anch’io provo lo stesso affetto per i nostri genitori , ma chiarina mia bisogna cambiare dare una svolta a questa vita , poiché il mondo è andato molto avanti . Il signorino mo’ si ricorda che viviamo nel ventesimo secolo Non ho dimenticato in che anno viviamo la cosa strana è che tu ti vuoi buttare dalla finestra per una scemenza Non è una scemenza le stanze dei nostri genitori non si toccano Vuoi vivere ad eterna loro memoria , va bene accomodati Si io entro e chiudo la porta , insieme ai mie ricordi Non è una buona idea , ma come erano padre e madre a me cosi lo sono stati anche per te. Statti calma comunque se no chiamo i pompieri. E chiamali io non ho niente in contrario , anzi mo’ mi metto pure in disabbigliè Disgraziata , svergognata copriti subito E tu fai andare via l’architetto ed i muratori Sei una disgrazia , sei la mia rovina ma ti rendi conto di quanti soldi potremmo fare affittando quelle stanze una volta messe a nuovo Disamorato Non offendere che chiamo i carabinieri La colpa è tua . Tu mi costringi a buttarmi dalla finestra. Chiarina ritorna in te, non fare questa scemenza non fare la creatura che dal cielo i nostri genitori ci guardano . Li fai piangere dal dolore. Una figlia morta . non hai riconoscenza per questo fratello tuo che ti ha voluto sempre bene. Le stanze non si toccano se no chiamo a san Pietro Va bene ed io vado dal padreterno in persona e gli spiego tutto Saresti capace di vederti l’anima al diavolo pure di arrivare ai tuoi intenti Sacrilegio Non parlare più Lorenzo che il dato è tratto Chiari tu mi fai paura Lorenzo non ci pensare lassa sta meglio una sora viva che un palazzo pieno di fantasmi Va bene come vuoi hai vinto tu , architetto arrivederci lasciamo le cose come stanno Benissimo , muratori alzatevi , andiamo via oggi non è cosa Buona giornata architetto Buona giornata mastro Lorenzo vi faccio capitare la fattura per la consulenza Come siete pignolo Questo palazzo era tutto per me, era la mia fortuna , oggi è diventata la mia disgrazia.
  8. Domenico De Ferraro

    DRAMMA MADRIGALESCO

    DRAMMA MADRIGALESCO Un altra sera è passata, rincorrendo me stesso nel gioco delle forme , dei miti di un amore che non s’appaga dei ricordi andati , mentre poso la testa sul cuscino a sera. Mentre vedo in sogno , scendere dal cielo con l’ali piegate , angeli e demoni litigare per un nulla , una lunga scia di racconti , scritti e riscritti , un tempo grigio che non incoraggia i buffi personaggi di questo mio dramma popolare a parlare di se stessi. Dialogano tra loro nel mio dormiveglia , poi vanno , giù e su ascoltando questo cuore che batte forte nella gabbia toracica , solo come un pappagallo in gabbia. M’inoltro in una selva oscura , come , se mi fossi perso nell’oscurità , nell’ossesso delle passioni in un sincronismo che getta sconforto , tra fisime psichiche , in bocca ad un cane alle prese con il suo osso. Ed eccomi qui , vicino ad una fossa comune con una gomma da masticare in bocca , sotto il ponte di Brooklyn. Combatto , contro il male , contro quell’abitudine insana che non mi rende santo , mi mette a volte di buon umore , mi fa capire che sono ancora vivo . Gioco con i miei ricordi mentre bevo vino, rido dopo tanti anni passati nel timore di stringere a me un sogno di gloria , seguendo una gonna che s’alza al vento , vado con zaino sulle spalle , in un nuovo canto , verso un'altra canzone, verso un altro amore. Verso Licola me ne andrò , per navigare sopra l’onda che ride nella gaia beatitudine e nella lasso di un tempo passato giungo a Pithecusa ove farò le mie condoglianze al bianco coniglio del paese di Alice . L’inseguirò tra i campi fioriti , ascoltando il suo orologio ticchettare tra mistiche scuse. Mi sembra di volare su un aeroplano immaginario , attraverso spazi e luoghi d’inenarrabile bellezza. Festa della mamma . E già di mamma c’è ne una sola . Ricordo la mia vecchia affacciata al balcone che m’aspetta , ritornare a casa , ubriaco , dopo aver fumato stoppie ed erbacce di marciapiedi, annegato in un lunga agonia, una gioia che affogo nell’attimo in cui provo ad afferrare la bellezza per la gola . Oggi rimembro solo nell’agonia di un tempo passato, troppo in fretta , l’essere cresciuto come l’edera sui muri , salita fino al cielo , salita in paradiso tra i santi . Ed eroi, sono madri e padri , dei di altre generazioni nell’ultimo saluto , fatto nel vento che passa , mentre prendo l’autobus per far ritorno a casa da solo , con la mia sbronza . Dopo aver vagato ignaro tra i vicoli fetidi , tra le ombre della miseria , tra inni e canti del mio tempo , nell’impeto folle di poesie composte solo per lei . Versi e versi composti in segreto , messe in vendita durante la fiera del paese poiché tutti dovevano sapere quando volevo bene alla mia mamma. Ed i benpensanti del partito se la ridevano di me , mi chiamavano poetucolo ed io cosi composi una nuova canzone per mia madre nel giorno dedicato a tutte le mamme , mentre cercavo di ricucire le vesti della vita , scendevo come l’acqua del fiume che va per solitari luoghi , scorrevo oltre questa infame vita , nella bellezza delle mie parole . Gioivo volando con il cigno ti vidi ignuda come se fossi una dea, nell’idea di una liberta chiamata madre. Ed io conobbi l’ingrata sorte della morte di mia madre e di quando mi disse : di non volere stare in camposanto da sola , sotto una croce senza nome . Cosi fu sepolta sotto un mucchio di terra benedetta , insieme a mio padre , tra il nostro inferno ed il paradiso dei santi e la luna ci guardava dall’alto mentre piangevamo le sue ossa sepolte sotto la terra. Qualcuno, miscredente, sgomitando la matassa disse che la mamma , era stata una regina generosa , un dare ed un avere , un'altra storia , figlia di tante altre storie , nate a Napoli , a Roma , nell’America di chi crede e non crede che l’amore vive nel verso di una poesia . E forse la mamma conobbe Gesù da piccola e lo chiamava con affetto quando s’inginocchiava accanto al suo letto. Gesù era il suo amante segreto ed io lo sapevo , come sapevo che prima, si muore , poi si rinasce nel ricordo di Gesù sepolto. Forse il ricordo è una corda che se viene tirata troppo, finisce per rompersi. Un delirio , un delitto , come questo lirismo , che mi fa entrare ed uscire da una stanza di ospedale di corsa . Ed il mio vicino di casa , continua a suonare la sua chitarra acustica a farmi ascoltare un motivo assai allegro a sperare in un altro giorno migliore. Ed erano tanti , i fiori colorarti che scendono dall’inferiata del suo balcone . Le nuvole nel cielo erano identiche come se fossimo stati a New York , a Londra a Tangeri. E tutti in paese, seppero della nostra disgrazia , della dipartita della nostra povera madre. Madre di cinque figli , madre coraggio, figli del suo sangue , madre , sorella, figlia del nostro viaggio . E tutti seppero cosa era successo, ma nessuno venne a piangere con noi sulla sua bara . Questo mi rattristò , assai , pensare che un tempo ero stato loro amico, l’unico che mi sorprese fu il mio vicino di casa suonatore di chitarra per l’occasione cantò un ave Maria sconvolgente. E in pochi , vennero ad ascoltare quel triste canto funebre, cosi la maledizione mi prese per il collo e mi condusse dove l’alba e la canzone , diventano chiare. La mamma era tutto il mondo che amavo , viveva , spesso nei miei versi , felice . E quando stava bene , non bisognava contraddirla , era un soldato, di guardia , un sergente maggiore in gonnella , una parola di troppo e ti trovavi chiuso nello sgabuzzino. Era una sequenza di amplessi e passioni , consumati in segreto , esperienze con l’ali che corrono nel cielo cinereo. Che sanno mutare aspetto nell’incontrare il marinaio che tira la barca verso il porto del dolore , sotto una bianca luna. La mamma, una mano che ti tiene per mano, pronta ad acciuffarti, mentre stai cadendo giù in un baratro d’errori , un immagine simile ad un signore ben vestito che piscia sotto il muro , fischia e fa finta di nulla dopo averselo scrollato per bene , si tira su le braghe per poi mettersi in tasca la sua pipa ed essere pronto a girare l’angolo , senza essere visto da nessuno, sparisce tra i vicoli della comune memoria . La mamma lo sapeva cosa significa , essere figli di nessuno , era stata figlia della lupa , figlia di molte guerre passate, cosi simile a quell’ amore di donna che pianse ai piedi di una croce, suo figlio . Cosi le parole masticate con rabbia s’incipriano , si fanno belle , fanno mossettine e passettini , saporite come patatine sfornate da vecchi forni , miste e uguale al carattere all’uomo , che aveva girato l’angolo, senza dire il suo nome , senza piangere su una tomba. Sempre in cerca di una cassa da morto , di un loculo , con un fiore tra le mani che richiama alla libertà dei fatti. Mamma , sono tanto felice di stare con te Siamo rimasti tu ed io Facciamo finta di volare come un tempo Abbiamo imparato ad amare , insieme tra mille difficoltà Ti ho messo , sempre in guardia contro i malvagi Mi sono sbagliato sull’amore , ma sono contento d’essere ciò che sono. La nostra vita è appesa ad un filo , si vive nel soffio di molto idee Mangia una mela, sbucciala poi lascia che ogni cosa sia E come nuotare dentro la vasca da bagno Si è come giungere a Gerusalemme scalzi. Figlio , la strada è molto lunga Ho visto un cammello ubriaco in un oasi Io tuo padre abbiamo volato con gli angeli Siamo proprio uguali Lo può dire forte Ridiamo sempre di ogni disgrazia Il ridere è come morire Rimaniamo all’in piedi , sotto la luna con il cuore in gola Attento al leone che mangia la gazzella Mi rammento quando mi dicevi il mondo è di chi sogna Madre quanti ricordi , quante sconfitte Una fetta di pane con olio di oliva ? Ti ricordi quando andammo a Nisida Il mare splendeva sotto le stelle e quel signore cadde in spiaggia e si bagnò i pantaloni. Siamo rimasti li per ore a guardare il mare mentre il nostro cagnolino si grattava sotto le ascelle , sotto un cielo terso di molte stelle , sotto una nuvola passeggera colma di lacrime. Viaggiavo per ritornare a casa dal mio interminabile viaggio. Sono contenta di averti avuto accanto pur se credo l’amore sia stato una illusione . Io sono nato dal tuo ventre , generato e non creato , vivo ancora di tante passioni . Fiumi di storia, sono passati dentro di me , attraverso te , ho visto la sorte del mondo . Ho visto la forma di un amore rinnegato , mangiato da un gatto dalle nove code che miagola ed aspetta l’inizio di un nuovo giorno per cancellare la memoria del male. La mamma era alta , quanto una scopa ed aveva due occhi di gatta , era grassa come un palazzo , immensa come il mare che bagna Napoli. Era una sirena solitaria , una scialuppa in mezzo al mare , era il gusto d’essere vivi , d’essere uguali , nell’incomprensibilità dei gesti che si ripetono nervosamente sempre uguali a ieri. Identici nel trascendere, nell’imbecillita , nell’essere uguali nell’atto filologico. Ed ecco mia madre, la sua storia , la sua tristezza, le sue lacrime , la sua vita di donna qualunque . Madre , nel male e nel bene , bella come le bugie dalle gambe lunghe simili ad un casco di banane acerbe , messe a maturare sopra un carretto di mele . E spingere quel carretto, poteva essere pericoloso , era come attraversare la strada ed andare verso altre dimensioni ed il suo grido era monocorde , era come una spilla di balia che viene conficcato nell’animo afflitto. Vederla , aggirarsi in quella minuscola cucina , assediate di mosche innervosite dall’odore dei cadaveri generava in me una grammatica sostanzialmente anarchica , un punto interrogativo . Stare con lei era guarire dal male in se e non era facile capire, molto difficile da digerire . Mi madre aveva una dignità , da vendere , era una dea dell’eterna estate , era bella come Sofia Loren , era quella che cercava sempre di essere, una stella , ammaliatrice, nutrice, madre di mille figli e tanti figli morti e dispersi su questa terra , figli di altre madre come lo era stato mia madre . Era questo il segreto, stare con lei era come vivere una giornata di sole . Era bello , vederla parlare sotto porta san Gennaro con la signora Carmela , padrona di un gatto che continuava a strofinarsi addosso ad un ladro che cercava sempre di rubarsi un pera , ora una banana dai cesti del fruttivendolo. E di soldi , erano sempre pochi , cosi pochi , che era inutile gridare contro vento , poiché faceva scendere giù in terra un Dio , barbuto , scalzo che sapeva parlare solo inglese . E mia madre rideva nel sentirlo parlare la sua strana lingua e faceva buoni affari con i turisti. Vedeva dipinti antichi , sotto forma di nature morte , vedeva l’aria di Napoli e pomodori del piennolo in bottiglia per pochi euro. Una santa , mia madre , una grande donna, più grande del Duce, di Stalin e Lenin . Morbida, direi delicatamente in carne , una forma organica , copula del predicato nel soggetto di un film romantico. Era ella , l’origine di ogni cosa , mia madre , cosi bella che face innamorare mio padre in un giorno qualsiasi , mentre una mosca ronzava sopra un monte di merda. E più la guardava , mio padre, più s’ innamorò di lei , fino a giungere alla conclusione che ella fosse stata il vero senso della sua storia familiare , quella che avrebbe potuto cambiare la nostra vita . Fu vero amore , puro amore, gioia infinita costellata di baci che si sprecavano strada facendo , il quale avevano il sapore di mela cotta, il sapore di banane fritte ed io a volte di nascosto ne assaporavo il gusto di essere figlio. Riassaporavo il sapore di essere stato nel suo ventre. Ed immaginavo già, quando sarei cresciuto grande come mio padre , quale lavoro avrei scelto per divenire famoso come lui . Avrei tirato anch’io il carretto di venditore ambulante con le ali ai piedi come Ermes, avrei gridato ai quattro venti. Mele annurche, mele rosse , mele avvelenate per folli innamorati dell’arte . Asparagi irragionevoli . Zucchine incavolate , cavolfiori profumati colti nel campo dei miracoli. Mia madre , origine della mia vita. Una e trina , una e fantastica , come un giorno di pioggia , come la trama di un film fantastico, una trasmissione comica condotta da un giocoliere che titubante cerca d’impappinare il pubblico con mille giochi onirici. Ed il mondo sarebbe stato migliore, se mia madre avrebbe continuato a lavare i panni sporchi in casa , invece che in lavanderia dove tutti seppero dei nostri loschi affari . Ad un certo punto fui tolto dalla strada e messo in un sacco, fui portato in un collegio . Fu quella l’amarezza del vivere isolato in balia della sorte , dell’umanità intera , segnata dalla sofferenza di come avrei fatto a continuare ad amare nostra madre. E se fosse stato tutto vero , come quell’amore regale, cosi religioso come Maria ai piedi della croce che guarda il suo unico figlio morire. Io sarei rinato e avrei cantato alleluia per l’eternità, avrei potuto ammirare il raggio di sole cadere nella tazza di un caffè bollente all’alba quando non c’è nessuno che ti guarda. Ed il cielo era la porta per entrare nell’aldilà ed il perdono era la porta che conduceva alla salvezza , alla vera bellezza. Falso , vero non so . Conobbi cosi la poesia , conobbi la storia, il bimbo che era in me . Conobbi finalmente il caos che regnava dentro la mia esistenza, il nascere, il crescere , nel ricordo degli occhi verdi di mia madre , verdi come fondi di bottiglia, verdi come un fiume di melma che attraversa città, paesi che spinge questa carcassa verso l’ossesso , verso un amore che non regala nulla di buono. Ed era logico che io divenissi tale. La mia follia , mi aveva condotto a vedere l’altro lato delle cose, l’altra faccia della medaglia . Ed io sapevo che sarei divenuto un giorno , quello che mai avrei creduto divenire. Non creder che io non abbia capito Avrei voluto regalarti una rosa Meglio tre euro ed una preghiera Cosa sono tre denti rotti Mi faranno un buon prezzo , vieni a mangiare domenica con me Ma certo, porto con me anche mia moglie Vi aspetto . Faremo una bella festa Le svolte esistenziali , sono sempre personali . Anche se ti confesso, avrei voluto cambiare vita Ma tu stai cosi bene , con tua moglie ella ti ama Si , ma io amo un altra donna Mio Dio cosa dici questo è follia Non voglio catturare il gatto e poi metterlo nel sacco Farai la fine di tuo padre . Volle provare ad amare un'altra donna . Finì per morire da solo in ospedale con nessuno accanto. Raccontami di quando eravamo piccoli Eravate cosi graziosi tu e tua sorella Già , siamo diventati cosi diversi oggi, divisi dagli anni da una distanza culturale ,dalla beatitudine degli atti , dal malaffare in genere. Tua , sorella avrebbe potuto essere qualcuna che conta. Dopo tanto studio. Onorare la nostra famiglia. Ma poi volle sposare quel poco di buono di suo marito. Lascia stare lei era decisa a cambiare, credimi all’amore non si guarda in bocca. Si ma negli occhi , avrebbe dovuto guardarlo . Un maniaco Un poco di buono . Sempre a fumare, sempre a criticare. Calmati , stiamo alla fine di una fiaba Lo spero Mia madre era qualcosa che andava oltre ogni racconto , una strada che mi portava dove il sole rendeva tutti felici . Era come guardare in faccia la miseria e ridere con i santi , era la svolta per riscattare le pene negli atti commessi . Era cuocere delle cotolette in fretta. Era mangiare una pizza , bere del vino, sperare che ella , ci fosse sempre stata e questo mi metteva di buon umore. Era come viaggiare aggrappato ad una nuvola . Ed io andavo fiero del suo nome. Ella aveva il nome di Maria, ella era il mio riscatto sociale, un lungo racconto che scioglieva il sangue nelle mie vene , plasmava la mia forma, la mia espressione , la rendeva immacolata nella castità degli atti fisiologici . Pure se non non ci capivo nulla, andavo avanti lo stesso. Mia madre , una mater matuta , una brocca di vino , una fragola che pende dalle labbra della bellezza . Un immagine che entra dentro la mia mente, mi trascina nel vento, nell’accidia, nell’uccidere vari sentimenti ,amori solinghi che si vestono in modo assai strano . Latte versato caduto nella confusione di un senso appeso dal suo seno materno. Mille anni ancora, è capirò ogni cosa , tra un ora appena , tra pochi minuti , tutto l’amore conquistato , tutta la bellezza rincorsa, l’inizio di questa storia , di quest’essere uno e solo , un solo corpo, un solo spirito. Il comprendere diviene una storia che abbraccia secoli e secoli , fatta da uomini e donne , figli e madri , sulla triste strada che percorro, negli occhi degli altri in seno , quel Dio che muove il mondo e ci rende simili . Figli della stessa sostanza , figli di questo enorme corpo vaginale , di questo essere millenario che ha nome madre.
  9. Domenico De Ferraro

    UN RAGGIO DI SOLE

    UN RAGGIO DI SOLE Un raggio di sole in maggio entra nei miei versi, trasano mentre viaggio nel perseguire il canto di un tempo . Una pietà lasciata fuori la porta del mio destino , lontano del mio capire . Cosa sarò nell’andare che frenetico anima il mio vivere. Pigliò sciato e scendo a fare festa anch’io in strada insieme a tanta gente grande e peccerelle , gente che balla fino a sera , fino a giungere sopra Antignano . Vivo nella logica di un mondo che può distruggere qualsiasi speranza ,vendere le disgrazia altrui che rinascono nella sofferenza , nella salvezza , figlia della bellezza cresciuta in una terra fatta ad immagine di un vecchio Dio . Solitario per strada , va in mezzo agli altri triste canzone hai reso questa vita mia un inferno , tra tanti inferni , la musica mi ha preso per mano , mi ha cullato in mille melodie , nella crudele notte di un credere che conduce verso il fondo cosi cado di nuovo nell’abisso delle mie parole, lussuriose nel sole splendido , nel bel mezzo di un viale , nel bel mezzo dei miei anni , insieme ai miei fantasmi . E la malattia si muove tra le ombre di un passato remoto . Tutto scivola nell’oblio in quella forma fisica che identifica ogni uomo nel suo peculiare vivere . Sopra Antignano io e te seduti nello stesso tavolo , abbaia il cane la gallina , corre pigolando mentre un ragno siede al sole in un angolo. Un raggio di luce finisce dentro il mio bicchiere di vino , m’avvolge in un dolce tepore , dentro un fragile ricordo . Ed il vivere ha molti visi , fatte a misura di quello che credo , giusto o ingiusto, seguendo la forma del contagio che mina il nostro organismo . Tanti infermi tutti in fila fuori la metro , nel significato dei termini . La guarigione giunge come un momento utopico che potrebbe essere la conclusione di molte storie perseguite. Ed il sole ritorna nella nostra vita , entra con i suoi raggi nella cupa ragione che avvolge il nostro spirito . Basta lasciarsi andare alla felicità nello slancio di un dire che prende il sopravento sul male che si mescia nel vento che smuove i tuoi capelli . Mentre allunghi la tua mano io rimango estasiato nel mio sentire , nel mio scialbo alibi di molte vite spese. Mare, liscio, turchino , un onda mi porta lontano , bagna questi versi insignificanti , versi saltellanti nella mia ragione poetica . Ed il male ha messo radici là nei vicoli tetri della mia città, il povero sotto il braccio della morte che potrebbe essere donna o giullare che ragiona con la mia vita in frantumi . Seguo giorni difficili che si scindono in varie espressione , canto in me con questo popolo incontrato all’angolo di una strada tra donne ignude nell’aria salubre. Tutti son pronti a vendere il senso di se stesso , il frutto del proprio sognare nel corpo della notte. Tutti seguono il mio canto , il mio stupido verso , lascivo con i miei sentimenti , verso il mare dell’apologia di una ideologia che trattiene in se ogni odio ed ogni amore , ogni falsa incomprensione , nata dalla mia confusione. Ed un ricordo amaro , mi rattrista nello scrivere fregnacce per poi cadere tra le tua braccia . Tra mille baci ed altre elocuzioni, io mi desto nel mio canto , oggi in maggio tra i raggi del sole primaverile vivo tra le mie rime , eremita nel mio vivere in te.
  10. Domenico De Ferraro

    LA TARANTELLA DI CAROLINA

    LA TARANTELLA DI CAROLINA Siente , maronna mia il ritmo delle tammorre che si scetano ogni mattina, volano e vànno , ti portano a sunà ò sisco , mò incalzano , pigliano sciato , si elevano nelle voce delle gente . Corrono , fuieno , sopra all’onne dello mare fino a Procida e Resina . Madonna delle galline , quante grazie, voglio avere , mi perdo nella scia di una canzone, disgraziato nella bona novella, che pesa come le zizze di carolina. Quante erano belle le zizze di carulina , tutte la gente le vuole tuccare , chi diceva , vieni con me carulina , ed ella smaniosa , si cianciava , ti faceva sentire lo core in gola , come fosse la prima volta. Io mi son rassignato , dentro al ricordo di una pelle , dopo che ella ascette prea . La rammento andare nei vicoli , stretti , annura ove si muta nella forma di un motivo antico . Canzone, addiventai, con gli occhi a zinnarello , accompagnato dallo suono dello sisco , mi son perso nelle sue note in tante notti. Dentro ò viento , come quando mi perdette , miezzo ai vicoli . Come quando ero piccirillo , mi sono portato appriesso questa passione , sono passato sotto l’arco Benevento , sotto alle nuvole de Posillipo , miezzo all’onne di Marechiaro , mi sono assettate vicino alla riva in Mergellina miezzo appucruduto . Preso da tanti dilemmi , nel ritmo che mi veniva appresso. Ora dopo tanto tempo , sono cresciuto , nella creanza e mi sono perso in questa tarantella antica come tanti , trafacate che si fanno l’africane che se scordano dello scuorno , quando vedono una gonnella ma io sono contento e non riesco neppure a raccontare i tanti guai passate assieme a carolina. Appresso allo suono dello sisco , move le scelle , scinne dallo scanno , madonna mia , comme si nera . Chi , ci sta all’adderete chi la vende cruda , chi cotta, chi allessa , chesta febbre, non vò scendere . Siamo figli , simme guappo , simme uommene senza cavallo , jammo a piedi , per la marina ad uno ad uno . Siento ò canto de pascale , siento a voce de pescatori , rassignati nello tiempo che passa , senza pace , se chiuso un portone , se araputo una finestra . lo pesce fa lo scemo , Masto peppe con la scoppetta e trasuto miezzo lietto , adderete lo specchio , spicchi e spacchio che ciancia oh madonna della pace , Masto peppe lo hanno accise. Madonna nera , chesta è una tragedia , mò si lo sape carolina , poverella senza compare è rimasta , chiagne , chiagne , nenna bella. Ora zitella sei ritornata , pelusella , cianciusella , sanza vasi , e carizze , annoscosa sotto lo capriscioro , sei rimasta , sotto la luna di santa Lucia , fai ancora la scuntrosa , vai dicendo ancora d’essere a chiù bella , ma Masto peppe , pippo pappo , lo hanno messo dentro una fossa , solagno , sotto una croce , chiuvato in cielo , là è rimasto come fosse, nù sciore triste, spuntato all’intrasatte da nù vaso , fore ò balcone.
  11. Domenico De Ferraro

    CANZONETTA NAMMURATELLA

    I CANZONETTA NAMMURATELLA Quante volte mi son detto, me ne voglio ire da qui , andare dove mi pare, sentirmi vivo , addò si può sentire ò viento n’faccia , dove crescono le canzone miezzo all’evere addirosa , lontano da stò casino , dove l’ammore me porta , mane e mano come quando ero piccirillo , sopra a una giostra con tanti cavaluccio. E ti vorrei vasà mattina e sera , sotto a un capriciore , coppo ò lietto , sentirti vicino ò core mio , come l’onne dello mare , vorrei perdermi in questi sogni di passioni . Quante volte, mi son detto, me ne voglio ire da qui , andare dove posso conoscere una femmina capace che se sceta all’intrasatte di notte , si trucca , si fa bella , chiù bella , come tanto tempo fa , mi da nu vaso azzuccuso sopra la guancia. Ma la morte , l’incomprensione, la resistenza alla forza dello destino , hanno messo un bastone mezzo allo senso delle parole mie , le quale scuntrose e scetavaiasse mi hanno voltato la faccia . Me voglio scurda ò cielo di chesta terra , mi voglio scurdà tutto ò male che ha rovinato a vita mia . Canto in mezzo alla vita cammino come si fosse muorto. Chesta ammore se pigliato l’ anima mia , se messo adderete a me , ma portato paradiso, ma fatto conoscere tanti santi , ma io ora come faccio a me scurdà degli occhi tuoi , dei baci tuoi , come me faccio a scurdà tutte quello che ho passato . Come quella volta che tornai dalla guerra ferito dallo fuoco nemico , dentro mille triste canzone , son tornato per starti vicino . Ed ora ammore mio , canta assieme a me questa canzone appuncundruta , scinne con me funno all’anima dello munno , vicino allo sciato delle parole , scetate . Nun voglio chiù sapere, notizie, d’amici e parente , nun voglio chiù sentire il freddo dall’ossa che mi ricetta , ne lo scuorno dello scrivere n’ata lettera e n’ata canzona . Piglia , sciato anima mia , figlia delle mie arie , lucenti tra le stelle , mezzo allo cielo a sera. Nun voglio sape chiù niente e chiù niente me rimane. Eri accussi bella mi ha pugnalato alle spalle, ti se messo con un altro secco e luongo , mi ha lassato solo, miezzo una strada n’fosa ad aspettare che passasse l’autobus. Ed io m’incammino con lo core mano , dentro una passione , rassignato. Io ero stato sincero con te , avevo venduta l’anima mia , allo diavolo che tiene lo banco a mezzo cannone , mi sono lasciato andare dentro chesta sciorta, dentro a chesta morte. Ma quante è bella , Napule mia , quando fa l’ammore che ti fa santo , poeta e signore . Sento l’addore de maccarune uscire dai bassi , tra le braccia delle femmene , che te la danno per pochi euro . Napule è tutto nu suonno, nu vicolo lungo che me pare nu finisce mai. Come è bella Napoli non l’aggio mai visto accussi come stasera , silenziosa, dentro una passione, solitaria come l’onne dello mare che bagnano la spiaggia di Mergellina , bagnano le coste illuminate, mentre le navi al porto ballano sopra l’onne dello mare , mi sembrano briache come me , vagabondo sotto stò cielo , sotto le stelle, a piedi verso il largo dello Castiello.
  12. Domenico De Ferraro

    COSMIOCOMICA PASQUALE

    COSMIOCOMICA PASQUALE Dopo una dura giornata a lavoro, passata in ospedale a rincorrere la morte per lunghi corridoi maleodoranti, nell’ardore dell’essere e nell’oscurità che trascende l’essere afflitto dal male , ritornai a casa stanco ed avvilito mi gettai sul letto come se fossi un sacco , chiusi gli occhi dolcemente e mi abbandonai in un dolce sonno ristoratore Ricordo a mala pena cosa accade quella notte illuminata da una grande luna, in cui improvvisamente mi sentii posseduto da una immensa forza , afferrato dallo scorrere del tempo viaggiai attraverso lo spazio verso altri dimensioni mi ritrovai al risveglio su un pianeta misterioso , ove ogni cosa si rigenerava da sola in un circolo naturale di forme e contenuti che generavano mostri ed idee solitarie con ali di pipistrelli , dall’espetto disumano . Giunto su quella misteriosa, terra mi senti perduto, mi guardai intorno , tutto mi era estraneo, solo, inerme, incapace di reagire ad una serie d’eventi soprannaturali , un vento sottile e nefando , solcava quella terra desolata. Mi vedevo morire , in un vortice di forze contrarie , tra le spire di un serpente enorme , non riuscivo ad uscire dalle profondità del mio essere a risalire verso una ipotetica superfici. Impiegai molto tempo per capire cosa mi stesse accedendo , dove fossi. E tutto quello che vedevo era meraviglioso , bello, profondo come l’universo come gli occhi di una fanciulla, il sorgere di una vita primordiale che prendeva forma dal nulla , lava che scorreva dalla bocca dei vulcani , scendeva verso valle , travolgendo ogni cosa ed ogni cosa distruggeva lungo il suo cammino . Faticai tanto per trovarmi un rifugio . Lo trovai tra le rocce vulcaniche , una piccola grotta, li m’accampai come un primitivo , come se fossi un uomo di Netherlands, infreddolito , con gli occhi lucidi , affamato . in quel mio nascondiglio incominciai a rammentare la mia terra d’origine , minuscola, lontana anni luce. Ripercorrevo con la mente , invasa da molti incubi , assediata da molte paure, la sua incredibile storia . Rammentavo generazioni e generazioni, d’esseri umani , civiltà distrutte dal desiderio di potere, di voler giungere ad nuovo punto ad un altra conquista in un'altra vita nata dalla morte altrui. Lontano mi sembrava irraggiungibile , quel mio piccolo luogo natio , divorato dall’odio incontrollato dei suoi abitanti. Di notte raggomitolato nella piccola grotta potevo vedere rilucere immensi corpi celesti, astri frantumarsi , scoppiare in cielo luci ed astri , mostri immaginari affacciarsi alla mia coscienza . Un grande freddo , gelava il mio corpo , provavo assai paura, mi sentivo infinitamente solo , avrei voluto ritornare indietro, ma non sapevo come fare. Mi sentivo immensamente solo ,nessun altro essere vivente sembra abitare quei luoghi . Oggi dopo lunghi mesi di permanenza ho imparato a spiccare grandi balzi in avanti, grazie alla mia esile forma corporale e alla diversa legge di gravità del pianeta da cui provengo. Continuamente provo a ricordare ciò che ero stato e come sia potuto accadere una cosa del genere forse continuo a dormire , viaggio nel mio sognare , è forse tutto un sogno e chi sa da un momento all’altro mi sarei svegliato , mi sarei alzato dal letto dove mi ero tuffato, dopo quella lunga giornata passata a lavoro e tutto sarebbe ritornato normale . Avrei continuato a vivere, la mia vita sarei ritornato ad essere quello che ero sempre stato . Sarei ritornato a passeggiare per le strade della mia piccola città , a rincorrere i miei sogni e le mie vanità di uomo là nel mio paesello, un uomo tra tanti uomini , con in mano un fiore da portare sopra una tomba , con un cero da portare verso il cielo . Desto nel mio sogno l’avrei scalato nella mia solitudine d’uomo. Provavo a ricostruire il mio passato ,la mia vita un tempo passato sulla terra. Tutto mi era incredibilmente , incomprensibile , come la vita, la morte non rammentavo neppure chi fossi e cosa ci facessi da solo su quel grande immenso pianeta. Con il tempo poi pian piano , ho preso coraggio, ho provato a capire cosa mi stesse accadendo , compiendo un lungo viaggio all’interno della mia coscienza per così meglio comprendere da dove vengo, chi ero , chi sono. Ho rammentato ,la mia città natale . I miei amici d’un tempo il mare che si confondeva con l’azzurro del cielo .Mi ripromisi: Se riuscirò a sopravvivere , ho in mente di creare una nuova civiltà ,nuove generazioni d’esseri viventi meno prepotenti e vendicativi . Voglio creare una civiltà d’amore ove tutti possono vivere in armonia con gli altri. Questo pianeta è così grande ,la fitta vegetazione si trova per la maggior parte sulle alte montagne vulcaniche. Per il resto è deserto , fatto di anfratti , ove puoi scendere giù in gole profondissime ed entrare nell’immenso e terribile sottosuolo alieno. La paura m’accompagna passo dopo passo , ma vado avanti e non passa giorno in cui non scopra qualcosa di nuovo . L’altro giorno ho trovato una cava ove le parete erano d’oro massiccio e di platino. Con la forza delle mie braccia ho strappato alla roccia diversi chili d’oro .Un bel pò lo conservato in una sacca, altro durante la salita causa il peso eccessivo ho dovuto buttarlo via . Oggi scambierei volentieri tutto l’oro trovato con qualcosa di buono da mangiare . Mangio dell’erba commestibile , piccoli animaletti che sono difficili da catturare, serpentelli neri dalle capocchie di spillo che strisciano nella polvere, si muovono tra le dune, rade , dove l’erba commestibile cresce. Per acchiapparli ci vogliono ore, in primo momento avevo paura che fossero extraterrestri , esseri capaci di divorarmi , poi preso coraggio ne afferrai uno e gli diedi un morso sul dorso, fu la fame la disperazione il serpentello era dolce ed il suo sangue mi dissetò. Mi senti forte , poi mangia l’erba commestibili filamenti sempre verdi smeraldo dal sapore di merda. Per bere un po’ d’acqua invece bisogna salire in alto sui monti per dissetarsi e fare scorte . Sono giorni che cammino in questo deserto di pietre minerarie. Sono stanco, mi sembra di vagare in un labirinto . Che cosa c’è, andando avanti ? Forse me stesso Non aver paura tutto ti sarà chiaro Oh come vorrei che una luce illuminasse il mio cammino Tu sei te stesso fin in fondo alla tua credo Oh mio signore luce del mio cammino perché mi hai abbandonato ero tuo figlio Ora sei il padrone sei un dio a pari di me Io vorrei ritornare ad essere un uomo Hai scelto di essere dio e sarei l’origine di una nuova specie No perché mi condanni a questo peso Perché il perché e per gli sciocchi Io vorrei essere cretino e continuare a vivere Non farti prendere in giro dal tuo destino Mi spingi verso un baratro Io cerco di salvarti di esserti vicino sono la tua luce sono quello che hai sempre creduto Non posso credere d’essere ciò che dici io un Dio Si non sei contento tutto ti e chiaro ora vai Dove vado io non so neppure dove mi trovo Questa terra ora e la tua terra Io non mangio un piatto di maccheroni da mesi non bevo un sorso di vino da anni vorrei una donna con cui giacere ,vorrei un figlio mio Avrai ogni cosa a tempo debito non aver paura tutto e scritto Gia vorrei essere certo di farcela Io ti sono vicino illumino la tua notte sorreggo il tuo animo dagli affanni Vero che l’incontrario di questa morte tu mi appari come l’eterna salvezza. Tu dio dei mie padri ora dio del mio illudermi della mia presunta salvezza Io sono la certezza Io sono indifferente io Io sono la via di mezzo Come vorrei crederti Tu sai io chi sono, la verità e la vita Misteriosi luoghi ho avuto modo di conoscere durante le tante escursioni luoghi in cui vivono varie forme intelligenti , microorganismi , piccoli esseri fatti di carne ed ossa, inoffensivi a vederli , poi terribili dall’affrontare capaci di trasformarsi in pericolosi esseri. Ho paura , mi nascondo mi camuffo , mi guardo sempre le spalle forse da un momento all’altro potrò divenire cibo per gatti cibo per quei esseri mostruosi . Paradisi o inferni alieni ,deserti sconfinati ,luoghi ignoti e pericolosi intorno a me . Un vento strano , freddo, soffia forte la polvere finisce per accecarmi e non vedo più dove metto i piedi . Cado perdo i sensi e rimango lì per l’intera notte stellare disteso per terra preda dei tanti mostri di questo pianeta sconosciuto . La luce degli astri mi coglie all’improvviso ancora riverso per terra. Quando apro gli occhi mi ritrovo vicino a una grande roccia dalla forma ovoidale. Provo ad alzarmi ma vado a sbattere il muso proprio su quell’ enorme masso dalla forma di uovo. Faccio un balzo indietro non credo ai miei occhi incomincio a domandarmi cosa è mai quel grosso uovo lì davanti a mè . Poi comprendo : non è possibile stento a crederci . Urlo di gioia : Un uovo, grido ho trovato un uovo in questo deserto pianeta . L’uovo l’origine stessa della vita primordiale cellula creatrice di ogni forma di vita primaria. Ovoidale è la terra ,l’uomo è l’uovo sono dei sinonimi sembrano avere pari origini. Meglio un uovo oggi ,che una gallina domani ripeto tra me . Questo uovo è una sorpresa , una soluzione ad ogni mio problema. La sacca embrionale d’una nuova vita. Dentro un uovo puoi trovare ogni cosa. Ricordo da piccolo nel rompere l’uovo regalatomi da miei nonni nei giorni prossimi alla Santa Pasqua terrestre vi trovai dentro un piccolo gnomo barbuto e sorridente. Un mio amico, stessa marca d’uovo un rabbino arrabbiato . Nella mia classe , qualcuno trovò nel suo uovo dei buoni voti , qualcuno dei profilattici , chi dei vibratori , chi una bambola gonfiabili che poi non sono propri dei regali consigliati per dei ragazzi adolescenti quali eravamo ma tutto fa brodo . Chi cercava allegrie, gioie , saggi e maghi come nel mio caso pronti a insegnarti tante cose importanti della vita ebbe una amara sorpresa ricordo che qualcuno pianse lo andò a dire all’insegnante che non si tenne il misfatto e chiamo i nostri genitori per informarli dell’accaduto. Ed il gnomo baffuto fece la sua apparizione rubo tutto le uova di cioccolato e li diede ai poveretti qualcuno ebbe mal di pancia chi decise di farsi suora chi prete . Che venne il papa da Roma e disse questa cioccolata non va mangiata cosi il professore chiamo il preside per infirmarlo dell’accaduto la notizia apparve su tutti i giornali e fu informato anche il presidente della nostra nazione. Quell’uovo di cioccolato fece scoppiare una guerra che condusse ad una nuova guerra e poi ad una guerra nucleare e ci furono milioni di morti . La terra si stava quasi per autodistruggere . Crebbe pian piano in me ora la voglia di scoprire all’interno di quell’ uovo che avevo davanti cosa mai ci fosse dentro? Forse una vita migliore, un essere primordiale, piccolo , indifeso come mi sentivo io in quel luogo ameno. Immaginavo tante cose e tanti mostri mi apparivano alla mia immaginazione in una lotta impari contro mostri d’ogni genere ,esseri metafisici frutto della mia ragione poetica. Non avevo il coraggio di romperlo, mi tremava la mano , indietreggiavo, saltellavo, cercavo di romperlo , cercavo di trovare la forza di farlo ora o mai più. Così tirai giù un poderoso colpo con una mazza dopo vari tentativi lo colpì giusto al centro, aprendone una piccola falla . Uno strano liquido incominciò ad uscire e improvvisamente prese vita , strani enormi granchi dalle chele terribili si materializzano dal nulla . Provai a scappare via. Ma un granchio gigante m’ afferrò il piede , quasi mi saltò addosso, pronto a divorarmi , quando tutto ad un tratto un altro granchio corse sul dorso del più grande e afferrandogli la minuscola testa tra le chele lo divorò lentamente ,per poi svanire sotto terra . Terrorizzato non sapendo cosa fare provai a correre a fuggire ,inciampai , caddi , tentai d’alzarmi vedi cosi dall’uovo rotto uscire fuori strani animali preistorici , creature mitiche , Titani Ciclopi , ecatonchiri , fiumi melmosi il mio tentativo di fuggire via da lì falli improvvisamente. Esausto mi fermai a guardare sbalordito ,schiudere completamento quel grosso strano uovo trovato per caso. Dopo aver visto uscire fuori un migliaio d’animali una strana figura umana mi apparve controluce . Era una deliziosa piccola fanciulla , nuda dai lunghi capelli biondi , dai grandi occhi verdi, dalle forme umane , nuda , liscia , perfetta, curve sinuose , lascive , procace, simile ad una dea immobile e spaventata rannicchiata in se stessa . Farfugliò strane parole , balbettò uno strano linguaggio gutturale , assai primitivo quasi animalesco che mi fu difficile capire . Aiutandosi con i gesti delle mani riuscì a farmi capire di aver bisogno d’aiuto . Mi precipito ad aiutarla la sollevai ,cercai di riscaldarla con il mio corpo. Avvertivo in lei una profonda paura per qualsiasi cosa che la circonda. Nei suoi grandi occhi simili al colore dell’ambra ,leggevo in lei i suoi pensieri , le sue emozioni primitive , pensai tra me :ho finalmente una compagna , qualcuno con cui parlare , provare dell’emozioni comuni. Dio ha soddisfatto il mio desiderio d’essere padre . Posso continuare a vivere , sperare, amare. Ti ringrazio Iddio per la tua clemenza. Bada questa è mia figlia trattala bene Non preoccuparti sarò per lei un figlio e padre sarò il marito sarò il suo amore Bada no farle del male Mai e poi mai Giura Giuro su ciò che mi sta più caro Va bene te l’affido Amatevi gli uno con gli altri nel mio santo nome Sarà fatto non preoccuparti Non chiudere la porta in faccia alla giustizia Per carità sarà sempre aperta Non fare molti figli Userò ogni precauzione concezionale Non esagerare , devi creare una nuova civiltà Faro il mio dovere Ti adoro mio signore Ora vado non voglio perdere tempo prezioso Ma di tempo ne avete una infinita Quando sarai vecchio non spegnere la luce della saggezza I sentimenti sono miti Apri la porta agli ultimi Faro quello che andrà fatto Sono passati quindici anni anni da quando trovai Gea cosi ho chiamata la mia compagna , uscita da quell’ uovo , uscito fuori da chi sa dove . Abbiamo generato insieme in pochi anni dodici figli di cui alcuni dall’ enorme forza e di bell’ aspetto, eccezionali in ogni cosa facciano, dotati di misteriosi poteri sovrumani , provvisti di più braccia e gambe ,sulla terra verrebbero visti come dei mostri . Qui sono padroni di spazi infiniti e sconosciuti. Signori di modi infiniti e sconosciuti , signori della vita e della morte di ogni cosa viva in questi luoghi. Qui possono vivere in pace lontani da ogni malvagità e iniquità. Crescono a dismisura sono dei veri giganti molto più alti di me di quattro volte. Faccio fatica a tenerli a bada . La madre li protegge e li cura , asseconda ogni loro capriccio. Dopo tante vicissitudini , bisticci , incomprensioni di vario genere ho deciso di ritirarmi a vivere da solo su un’alta montagna . Tra i boschi , ricchi d’alberi bellissimi . Da qui osservo la vita scorrere vedo mondi in lontana stelle dall’intensa luce , universi che si muovono in altri universi e mi trascinano verso mondi infiniti e dolcezze senza limiti. Medito molto, m’esercito a sviluppare i miei poteri . Riesco ad alzare pesi enormi senza alcuno sforzo . A mutare il corso degli eventi climatici con la volontà del mio pensiero. Pur cosciente della mia forza e dei mie poteri continuo a provare dentro di me un profondo dolore un sordo rancore verso i miei figli che non hanno compreso il mio amore verso di loro. Questo mi rattrista molto. Piango mi dispero vorrei averli tutti con me come quando erano piccoli. Gea non la vedo più da molto tempo l’altro giorno mi sembrò d’aver visto Iperione aggirarsi nei paraggi della mia capanna di legno. Ho provato a inseguirlo lo chiamato numerose volte l’eco delle mie parole risuonava sordo tra i monti . La mia voce si perdeva nell’eco del nulla . Iperione era una sagoma che vagava lontano dal mio sguardo, si perdeva ai confini del mio essere padre , nella mia veneranda età. . Così ho compreso d’essere rimasto di nuovo , solo senza alcuno che mi voglia veramente bene. Solo di nuovo con me stesso senza dio o come un dio che attende un nuovo dio per rinascere dalle sue paure d’essere come me prigioniero in questo Eden in questo lontano pianeta disperso nella grande galassia d’alpha centauri.
  13. Domenico De Ferraro

    LA CANZONE DI CARULINA

    LA CANZONE DI CARULINA Carulina siente , siente stà canzone, sale chiano , chiano con la vita e la morte con tante paure cuorpo , si muove dentro l’anima , nelle mie parole , corre , scenne , saglie , credo si sia messo in testa di fare la sciantosa. Se tolto lo sottanino , ride mi piglia in giro. E sono dentro le pieghe di questa realtà , sono ad un passo dall’ afferrare chesta passione sulagna in una terra che splenne ancora sotto il sole . Le strade sono deserte la gente se chiusa dentro casa , con la sua storia. Ed io ricordo quello juorno che vidi a carolina fare la spesa mezzo ò mercato , era nu juorno di ottobre , freddo e piovoso , udivo in me il canto delle pacchiane , salire lento con tutte le sue paure. Mille note malinconiche , mi facevano chiagnere all’ombra della ragione , come fossi un ragno fellone che inforca gli occhiali e cerca la mosca caduta dentro al suo bicchiere . Io andavo , rassegnato tra mille versi in chesta vita mia , ad un certo punto non sapevo chiù niente, cosa era l’ammore , chi era carulina . Languida e sensuale , io me la sognavo di notte , solo , dentro al letto , nelle mie fantasie , solo in questo canto di morte, in compagnia dell’ammore e di mille malaparole . La gente ballava e la signora , lanciava l’acqua da sopra la finestra , mentre ò cane ballava assieme a noi. Ed io oggi , sono ancora vivo , lo sono tutti ed andiamo incontro ad una guarigione che sorge e piglia sciato, assetato di tante passioni. Ammore è malattia , fuoco doce che allumma e coce , coce sempre chiù come fosse nu lumino acceso davanti una madonna . In quell’ immagine, io mi perdo e canto sotto ò musso dei santi . E sono un angelo, nu solice che s’annasconne nell’oscurità. In questo concerto , un coro di voci, , una musica m’ accompagna triste , sempre chiù triste in questa strana disperazione . E non ci sta nisciuno che m’aspetta , mi dice : forza . Io vado su e giù , come se fossi un secchio , io vengo tirato da vascio allo pozzo , con tutte le mie canzoni , in vari ritornelli . Io sono questa vita , vicino alla pelle di carolina che ride e la dà solo a chi dice ella . Ed io aspetto , aspetto l’ora bona , possa divenire l’innamorato suo . Core , ingrato ti sei stregniuto , hai cangiato la nostra sciorta , ti sei lavata la faccia sporca di terra. Come tanto tempo fa mi riporti in cielo , ed io cerco una via d’uscita da tanto male. Carolina è l’ammore si fa ammirare da tutti quanti , la gente la segue , spera , poi compreso il male , rassegnata si fa il segno della croce . E nel giorno della santa pasqua io mi sono messo una nuova idea in testa e sono andato in paradiso , là mi so fatto un litro di vino , insieme a san Vincenzo e san Pietro. Tutte le canzoni , tengono nu core , sono come rose senza spine, fatte ad immagine dello scorrere del tempo e se mi passa chesta freva ,andrò con tutti quanti a cantare chesta canzone a carolina . Ma tu core , core mio , perché ti sei appucundruto , sotto una croce , miezzo alle mane dell’ammore ed ora mi sento morire come fosse un martire e mentre canto ,sento la voce di carolina , la quale , la vedo , correre e ridere , ancora nuda nei mie versi , verso un'altra storia ed un'altra canzone.
  14. Domenico De Ferraro

    CANTO DELLA TRISTE MORTE

    CANTO DELLA TRISTE MORTE Sono qui con i miei canti , sento la morte venire , andare per strade deserte , entrare nelle case, negli ospedali , dove ella giunge, la gente piange i propri cari . Come un fuoco soffoca il respiro , l’amore langue dentro le ossa impaurite . La morte balla sotto un freddo cielo , vestita come fosse una regina e ogni cosa si trascende , si perde nel ricordo di gioie perdute per sempre . Il male matura dentro il corpo degli ammalati, brucia le speranze , brucia l’esistenza . Poi tutto svanisce in un attimo nel tempo di nostra vita . Ella avrà le mie labbra, il mio essere per se , ed oltre nell’indefinito concepire e reprimere ella sarà la signora del mio tempo , la figlia , la madre di questo male che ho coltivato in seno. Ella cerca la sintesi del giusto, una bellezza che fiorisce dal male commesso , memore di demoni antichi e dire illustri. Tutto è nulla rimangono folle rime ed altre locuzioni per condurre me al patibolo . Ballo sotto un cupo cielo, ballo con la mia vita , con il mio credo il vivere negletto, ghettizzato nell’azione . Ed ella mi condurrà , verso qualcosa d’indefinibile , nell’incredibile verso in altre dimensioni plastiche che si sommano strada facendo. La morte è una cara signora , senza l’ombrello , balla con me sotto la pioggia , nuda . Libera , ride nel divenire se stessa , nel condurmi in una sequenze di forme che generano la vita cosi come io lo concepite. La morte viene sicura di se , con amabile sguardo, con tante amiche come se fosse una cosa da nulla, ti racconta la sua vita, dei suo passati amori . Civetta, fa le smorfie , cerca dentro me stesso la speranza che mi sorregge . La morte mi conquisterà e sarà la signore dei giorni legati al carro della sfortuna. Ed io sarò il suo figlio prediletto ai piedi di una croce , sarò il sasso sul sasso che adornerà la mia tomba . Ed in questo ballo mi dirà tutto quello che non mi mai detto : sarai con me nella santa terra dei padri a cercare funghi a cogliere fiori da regalare alle giovinette che vengono da laggiù . Sarai con me ed io sarò con te nella storia della salvezza , saremo madre e figlio , una stessa forma una stessa sostanza che avvizzisce nella scienza. Nelle varie scemenze , saremo morti entrambi nei giorni avvenire .In un tragico epilogo ogni cosa ci condurrà oltre questa indifferenza , tra le braccia di questa triste morte . In tanti saremo li a pregare sul golgota , ove la sorte agisce in varie forme e nella verità che anima il mondo , canteremo la nostra sorte alle generazioni avvenire . Una vita vissuta come se fosse una forma migrante in altre cognizioni ed in altri momenti utopici come una rosa bianca in rosso roseto, un fiore da mettere davanti ad una tomba , spoglia, priva di epigrafi . Una preghiera sale da basso in questi giorni , per chi soffre nell’attesa di guarire , la negli ospedali, nelle case semichiuse al vento della morte che passa e miete ancora tante vite innocenti . E tu abbi pieta di noi tutti signore dell’universo , padre eterno , signore del mio umile canto.
  15. Domenico De Ferraro

    TRE CANZONI PER TE

    DI: DOMENICO DE FERRARO LA CANZONE DI ROSA Una volta lassù nel prato della mia giovinezza vidi correre una ragazza nel vento del mattino. Ella si muoveva nell’erba alta ondulante nel vento .Il suo sorriso splendeva con i raggi del sole in mille mie visioni . E la grazia sorgeva dalla terra ed il mondo era piccolo come l’occhio di un dio morente nei miei ricordi. Era cosi giovane e bella , sembrava una rosa appena sbocciata dondolante nel vento degli eventi e dove andai in seguito portai con me il ricordo del suo bel viso, simile ad rosa rossa , matura, dagli occhi verdi come il mare in primavera. E la sua gioia era tanta , l’anima sua annegava nell’amore dei suoi anni , andava come una vela dispersa in mezzo al mare, si muoveva perduta in mille avventure e mille viaggi . Giunse cosi ad Ischia un bel giorno con i suoi anni ed i suoi occhi sempre verdi fece innamorare un vecchio marinaio , il contadino e l’ortolano , tutti s’innamorarono di lei in quel giorno benedetto. Rosa di marzo, sogno di una generazione fuggita via . L’immagino oggi , salire ancora tra l’erba alta del monte Epomeo , correre a perdifiato verso la bassa collina delle croce . Ed un ragazzo gli disse ti vorrei amare E lei fu turbato dal suo sguardo Rispose che non aveva tempo per l’amore carnale non gli interessava . Che era tardi è la sera stava per giungere , come una serranda che viene calata su negozio degli alimentari. Il ragazzo gli disse : Io voglio il tuo frutto Ed ella : Non per dire sono il senso di questa canzone Abbassati, lasciati baciare Ma lei si tirò di nuovo indietro e lasciò il ragazzo in mezzo all’erba con il suo cuore a pezzi. Rosa della mia giovinezza , rosa circondata di molti versi primaverili , rime elette a grandi imprese, ora tutto scorre e perduto sono nel bel canto dei morti che vanno lungo le coste deserte . E sono di nuovo li dove nacque questa storia , questo amore bandito , beato nella mia sorte di uomo di mezz’età , con il mio credo ed il mio essere in altre storie. Io, signore di molti canti e di molte rime con le prime e le seconde , sono sotto la panca a capire il canto e l’inganno . E il rude ragazzo da solo , colse fiori per il prato, da solo li colse in fretta , mano nella mano ad un ricordo , mano nella mano di un fantasma. Ed il suo amore , volò via nel vento della sua giovinezza. Ora oggi , egli ritorna ancora oltre ogni intendimento, nella morte e nella vita di un amore , nato per caso là sul bel colle delle croci. IL CANTO DEL TOPO Io sono il cantante ambulante che va per contrade deserte , per strade cantando il mondo di una volta . Sono il sogno perduto di un amore svanito nella volontà di rinascere che vola alto come un airone libero in arie e melodie. Sono sempre al fine dal capire , chi sono , dove mai il mio andare avrà fine e le molte rime fanno feste intorno alla mia voglia di viaggiare ancora . Sono il cantore che ha venduto il suo amore , caduto là nel suo inferno. Tra la morte gente, ho cantato una dolce nenia, ed il mondo non mi conosce ed io non conosco loro ed io sono l’amore e la morte, sono l’atto filologico che si tramuta in un verso , sono il principio di questa storia che esulta nel suo vivere e nel capire cosa sta accadendo. Sono l’amore di molta gente , il canto di un cantore viandante per strade solitarie. In questa città, fatico e non so chi sono , tutto ciò mi ferisce come i molluschi venduti al mercato del pesce , come il canto delle donne vendute , dolce corona di spine intorno al capo del redentore. Questo sono io il cantore dall’animo sereno, un acchiapparatti che va cantando la morte di molta gente e di molte donne , questo sono io il cantore morto e risorto tornato dopo le tante rime dette nella confusione di molti versi , simili ad altri , sono il bel canto , la colpa commessa , il senso di essere questa poesia innocente. Ma cosa ho guadagnato da tanto amore e tale cantare , la mia gola vorrebbe altra acquavite per placare la sete delle mie passioni e sono innocente del mio creare , come in ogni vita che ho vissuto , sono non sono , sempre ad un passo dal capire me stesso . IL CANTORE Oltre questo canto , oltre questa porta, viaggio nell’immaginario . Sento le tante voce dei sofferenti , sopra questo ponte, mille persone lo passano. Ascolto questa voce echeggiare nel grigio pomeriggio , ascolto questo grido , corro a più non posso attraverso il ponte delle mie passioni, oltre il ponte dei miei ricordi. Ed oltre andremo, ci perderemo in un'altra canzone e saremo come figlio e padre , signore del mio vivere. Fu il presidente a dire che il mondo andava guarito, sanato da tanto male e la donna si diede da fare a pulire la sua piccola casa, la pulì da cima a fondo per paura di contagiarsi dall’ amore che non aveva nome. Ed era inutile ritornare indietro , ritornare a cosa fummo , immaginai tanta gente , senza testa e coda. Ed in una notte solitaria noi ritornammo ad ascoltare il canto della locomotiva. Ora in questo amore, ho sepolto il mio cuore, lo sepolto sotto l’albero dei miei anni verdi , tra l’intendere ed il mio dire , nel ridere e passare ad altre elocuzioni, emozioni di marzo. Ed il cielo è ricco di astri di cui non conosciamo il nome ed lo canto, lo sento correre per vie deserte , dove un tempo di bocca in bocca s’udiva l’amore della propria terra ed il mare ed altri mondi possibili , sono il sorriso di me stesso in mezzo a questo pomeriggio. Il cantore strinse a se il suo amore ed il suo canto prese forma attraverso il senso ed il sesso , toccò le corde del suo destino , salto , si fece audace più audace della tigre tra lo sguardo delle belle donne invitate al ballo di marzo. La sedute accanto al prode presidente della nostra grande nazione. Al presidente piacque tanto quel canto che ordinò fosse ascoltato da tutto il popolo , da tutti gli uomini, fino ai confini della terra. Come l’uccello che dimora in mezzo ai rami degli alberi del bel bosco il cantore continuò cosi a cantare il suo amore ed il mare aveva un nome e la vita un'altra storia da raccontare . Ed io canto il mio amore , lo canto dal ramo più alto , con la mia gola arsa dalle fiamme dell’inferno. Allora alzo la coppa del vincitore e bevo , bevo alla vita che mi disseta nel tempo trascorso , bevo il vivere bevo il bene ed il male e sono ubriaco di molti versi e di molte storie. E ringrazio Iddio della sua misericordia con fervore per avermi donato questa voce , di aver placato per un momento la mia sete d’amore .
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