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Domenico De Ferraro

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  1. Domenico De Ferraro

    CANTO DI CAPODANNO 2020

    CANTO DI CAPODANNO 2020 Innanzi, innanzi per le fosche radure , dove si sta all’erta, prima che scenda la sera a mietere il mio dolore , palpitante, solitario in fondo al tuo animo, nel tuo amore di madre. Mi perdo , dove il giorno cade nel sogno d’inverno, verso un nuovo anno , con tutte le mie sconfitte i mie desideri racchiusi in un sistema algebrico in una forma senza tempo. In questo mio verseggiare in diversi idiomi , vorrei festeggiare la fine di questo anno con queste parole alate per cieli foschi e piovosi , Perdermi tra le luci degli alberi di Natale che brillano tra le contrade innevate. Nel senso dei sentimenti d’ogni uomo. Mano e mano su questa terra contaminata, in questo delirio che scivola nella mia ridicola lirica , il mio canto diventa un inno alla vita di molti anni passati. Vorrei saltare questo fosso oscuro , trovarmi tra le braccia di una donna allegra , gozzovigliare, attendere il nuovo anno, una nuova speranza che mi faccia sorridere nella conoscenza e nella bellezza. Io mi perdo ramingo per racconti e versi sinistri , solitario , sotto una stella in una sera d’inverno , vicino questo fuoco , vicino alla fiamma della vita che brucia i mie dubbi , le mie incertezze . Ed è tutto cosi illogico, come la morte , come il salto nel vuoto che porta a compimento il senso delle parole nell’alcova dei sogni. Cade la neve in ugual modo sulla terra si stende e cede , stride sotto il piede: avanti fugge il sospirare mio per l'aereo ferito. Ogni altro cosa tace. Corro tra le stanche nubi la luna sul gran bianco e orrende le ombre disegnano quel pino che tende cruccioso al suolo. Informe i rami infranti, mi faccio piccolo ed avanzo nella sera fredda con tutte le mie incertezze , incontro una donna che balla nuda nei miei pensieri , nella mia esistenza. E non fingo ne riesco e fresco rinasco dalla guerra , dalla fame , dalla miseria dagli anni addietro che sono trascorsi indifferentemente in questo giro di frasi e ed espressioni primitive . E vedrò il mondo danzare in una vecchio ritornello , sentirò il somaro ragliare , la pecora belare , vedrò la vecchia spiare dietro uno specchio, narrare questa storia che non sa ne di sale ne di pie passioni . E sono in tanti la in piazza ad attendere , qualcosa accada. E verrà un nuovo anno e verrà la mucca e la donna senza zucca dentro una carrozza trainata da tre cavalli bianchi , andare cantando quasi ignuda in giro per la città . Lei donzella della campagna mesta , dalla bella chioma bionda come l’onda che schiuma a riva e sorride alla speranza dei pesci venuti a galla . Canta questa storia che passa e non si fermerà al perché al nome dell’idiota che è in me . Dialogo della mia rovina nella epica fasulla , fatta ad immagine del caso. E non ci sono più indiani metropolitani , ne presbiteri , ne alice nel paese delle meraviglie che rincorrono il bianco coniglio . Poiché l’amore ha superato , quella soglia dell’essere e dell’avere, di devenire desti nella saggezza che trascina con rabbia la bella nella baia del sole levante. E le barche andranno e ritorneranno dai mari dell’oriente , porteranno milioni di fiale di vaccini , tutti efficaci , tutti capaci di guarire da un male che mina il corpo e la forma , tua tonda molto simile al mondo , abbigliata di quanto amore e rimasto. Nel pensiero di morte mi cingo . Cingimi o bruma e gela l'interno senso i frangenti che tempestano forti; Ed emerge il pensiero su quei marosi, naufrago, ed al ciel grido : O notte o inverno. Che fanno laggiù́ nelle loro tombe i morti? Oh vorrei andare e scendere nell’oblio delle frasi fatte , nella forma perfetta, attendere senza sparare tric-trac e bottamuro , senza alzare bandiera , senza nessuno che mi costringa a baciare il volto della morte nascosta dietro queste parole . Che sono belle ed amiche della sorte . Seguo colei che io chiamo amore . Ma ella è partita , mi ha lasciato qui da solo con te luna ad ammirare il mare della mia terra. E l’onda dell’incoscienza mi trascina verso quell’essere negletto che non si pente , ne rimane perplesso all’ossesso. Oh quanto sesso avrei voluto fare . Quanto amore avrei voluto donare . Ma la luna si inabissa nel buio della notte e tutto scompare al mio sguardo in questa vita e in questo amore. Che non ha nome , neppure due gambe con cui passeggiare , sopra un cornicione in bilico nella fantasia che trasforma ogni cosa. Ed avrei voluto cambiare vita , ma prometto quando arriverà la mia ora, io mi tufferò nel caos , con tutti i miei versi e le mie stupide canzoni romantiche. Ammiro le stelle che splendono sul mare . Le quali dicono - O bella luna, non dormire. O bella luna, svegliati ché noi vogliamo per l’universo andare. Vogliamo fermarci sulle povere camerelle , ove nel sonno sta nostra sorella. Nostra sorella splendente e bruna che un mago ci ha rapita, o madre luna. Quale delitto e mai questo? Cosa rispondi , non hai nome, non hai senso . Ti trastulli in questa serenata, fatta a lume spento, sotto la luna madre in questo vecchio anno che è passato , portandosi tante giovani vite, tanti vecchi amici, tanti compagni d’arme e d’avventure Emergere dalla fonte di aretusa , da dentro la caverna di Procolo, sopra il monte dell’Olimpo. Sulla cima del colle , rispondono i pini e dalla riva del fiume gli ontani: O stelle da begli occhi piccolini, perché́ fate quei discorsi vani? Ella ci apparve in seno alla morte . E dove ella sbocciò , ninfa dal suolo Crebbe come una rosa ora canta come un usignolo. - Prima che le stelle tramontano nel mare, Al monte e al piano tace ogni rumore: La terra buia una camera ardente pare Ove s'addormenta al fin l'umana prole. Come breve è la notte, o bella mia! Desto nel bosco l'uccellino già̀ pia. L'alba dell’inverno t'imbianca le strade , E il saluto del mondo in cuor mi pone. Cosi ascolto il canto del pio uccello smarrito nel bosco, nella sera d’inverno. Vaga il mio pensiero, fino ai limiti di un universo che non deduce il primato dell’incoscienza e piango, mi dispero , cerco un senso adatto all’occasione. Ed ho trascorso , una intera notte con la morte e con la sua sorella sorte , che si è fatto beffa del mio sentire. E verranno i malandrini con i mandolini e gli aquiloni voleranno verso il mare nell’orizzonte , ove tutto è grazia con il canto del pio uccello in un sogno ella si fa bella nel suo destino . Ho giocato con la vita , ora che sono giunto , alla fine di questo anno anelo all’innocenza che germoglia tra le radure sempre verdi , ove non c’è nessuno in attesa in fondo alla strada, percorsa e la morte gira distratta per strade silenziose e fredde , con tutto quello che avevo da dire e non ha mai detto. Con il fiato in gola , con la mia agonia , che balla in questa sera di fine anno , con tutte le mie speranze che mite si avvicinano a te e ti baciano nel sonno. Sono accanto al tuo letto nell’ora cupa con il timore di uomo perplesso nell’ossesso delle parole che minute si fanno rosse. Avrei voluto capire Quando ho bussato , nessuno mi ha aperto Ero fuori al freddo Non ero preparato a finire l’anno, prima di aver inviato questa lettera alla befana Tutto cosi sempliciotto Cerca , trova, hai sotterrato un amore Ero gioioso Ero alla fermata dell’autobus Che sera piovosa Sale la nebbia sui prati bianchi , alta come un cipresso , nel camposanto un campanile, sembra vero , segna il confine fra la terra e il cielo. Prendimi amore adesso tra le tue braccia , stringimi non mi lasciarmi da sola. Poiché tu che vai, tu rimani Se vedrò la neve, me ne andrò domani Rifioriranno le gioie passate nel vento di un altro anno che verrà. Non voglio cadere nel ridicolo sono matto e canto la mia vita come ella viene . Anche la luce sembra morire con l'ombra incerta di un divenire dove anche l'alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera. Ora sarò nel vuoto nell’incoscienza, scherzo e sputazzo faccio lo stronzo. L’ ammetto non ho capito nulla Tu che vai, tu rimani , ricorda anche la neve morirà̀ domani L'amore ci lascerà, nella stagione del biancospino La terra stanca sotto la neve , dormire nel silenzio di un sonno greve d'inverno , raccogliendo la mia fatica , di mille secoli passati , in un'alba antica. Ma tu che stai, perché́ rimani? Un altro inverno tornerà̀ domani , cadrà̀ altra neve a consolare i campi , cadrà̀ altra neve sul camposanto. Solo adesso, prova gioia e sono fuori dal gioco , nella pia speranza , che spezza questo delirio , questo amore rimosso. Rimango desto in attesa che giunga la fine di questo soffrire, nervoso , come le parole dette, durante questa anno . Ogni cosa finisce in bocca ad un pesce. Cresce , scema poi si rammenta di tanto inverno , di tanto amore , mai fatto, tutto muta con te e senza di te , siamo rimasti in pochi alla festa di fine anno. Sia lieta la gioia del verseggiare , sia lieve la vita. Sia lieto questo canto di fine anno.
  2. Domenico De Ferraro

    FANTASTICA NOTTE PRIMA DI NATALE

    FANTASTICA NOTTE PRIMA DI NATALE UNA VISITA DI SAN NICHOLAS Era la notte prima di Natale e tutta la casa era immersa nel silenzio, nulla si muoveva, nulla si udiva ,neppure uno squittio di un topino. Le povere calze, erano appese in bell'ordine al camino, aspettavano che San Nicholas arrivasse presto a far visita. PERSONAGGI: Peppino : Padre Mariella : Madre Gennarino : Figlio Dott. Mouse : Dottore San Nicholas : Babbo Natale Scena. Il tempo scorre, le lancette si muovono , il suono dell’orologio sulla facciata della cattedrale emette un cupo suono. Nel bel mezzo del suo laboratorio il dottor Mouse sta per ultimare una sua invenzione , soluzione con cui potrà conquistare l’intera città. Si tratta di una sua originale invenzione in grado di far dimenticare la memoria del natale a chiunque per poter così manovrare a suo piacimento le persone. Mouse è un solitario per natura , forse gli manca qualche rotella , ma tutto sommato è un buono uno scienziato che aspira ad essere ricordato nella storia dell’umanità. Come poter reprimere , quella sua aspirazione di sperare di poter volare e cambiare il mondo . Mouse è uno di noi un tipo insolito , un topo che vive di sogni e di altri assopiti desideri. Mouse : Diventerò potente e ricco nessuno oserà più dirmi nulla di male . Milioni d’esseri umani saranno soggiogati dalla mia volontà . Mi reputavano un pazzo. Vedranno di cosa sarò capace di fare . Governerò su tutto il mondo. Diverrò il signore dei loro sogni ,veglierò sui loro intimi desideri . Farò dimenticare loro la gioia di questo odioso Natale. Cancellerò per sempre dalla loro mente la memoria del natale le luci ed il voler divenire per forza buoni ad ogni costo. Il composto è pronto , non mi resta altro che distribuirlo gratis per le strade della città . Cancellerò l’idea di questo natale odioso , questo natale dove non si fa altro che mangiare a sbafo . Sembrano tanti cani affamati che latrano in mezzo alla grande piazza dove splende ,l’albero della cuccagna . Cosa è il natale , come si può essere felici a natale . Un folletto è questo babbo natale , un signore senza ombrello . Un omino grasso che viaggia nella notte e sogna di essere reale. Cosa è questo mio aspirare ad un miglior ruolo in questa società . Mi hanno condannato ad essere una persona inutile , un cattivo , un metodista , un misantropo . I miei sogni, cadono sulla terra, come cadono le stelle nel vasto universo. Sono io Mouse l’antipatico personaggio il dottore Mouse colui che ha scoperto la formula che farà dimenticare ogni natale presente , passato e futuro. Esce dal suo laboratorio. Con in mano due grande scatole piene di bottigline, contenente il suo diabolico intruglio. Stesso giorno, sera tardi. Peppino : Qua bisogna chiamare subito un medico Mariella Il bambino ha la febbre . Anch’io a dire il vero non mi sento tanto bene. Sarà forse che ho mangiato troppo in questi giorni. Quanti pensieri mi rincorrono nell’animo, mi ballano dentro con le mie paure i miei timori di padre. Mio figlio è febbricitante , forse ha il covid forse è solo una malattia asintomatica. Forse non sono un buon padre. Non credo in babbo natale e continuo a ballare sulle macerie della mia vita.Sono incapace di volare ,sopra un altro pianeta. Questa vita mi ha condannato ad un ruolo che non mi piace. Mariella : Stai tranquillo amore, io conosco un bravo dottore, me la consigliato una mia cara amica. Si chiama Dottor Mouse la passata settimana e riuscito a guarire l’intera sua famiglia da una terribile brutta indigestione. E specializzato in ogni malattia, conosce ogni patologia vedrai troverà una soluzione. Lui è un professore. Uno scienziato, forse un po' scemo . Ma chi se ne importa davanti a tante disgrazie , se capace di far guarire il nostro piccolo Gennarino lo dovremo solo ringraziare. Peppino: Chiamalo subito cosa aspetti. Mariella : Ho il numero del suo cellulare segnato sulla mia agenda. Fai presto Non preoccuparti lo rintraccio subito E un bravo dottore mi fido di te Stati sicuro il migliore Dicono tutti di essere bravi , poi non conoscono neppure l’anatomia Questo è uno scienziato te lo ripeto Sa cantare Sa anche ballare e fa strani esperimenti nel suo laboratorio Allora è nu genio E chi lo sa, cosa dice la mia amica Sia fatta la volontà dello cielo Speriamo in quella bella madonna ci aiuta Mariella compone il numero . Mariella : Pronto Dottor Mouse? Mouse: Squit , si sono io mi dica . Perché ha detto squit Difetto professionale mi dica Dottore la prego deve venire immediatamente qui a casa mia .Mio figlio ha una febbre altissima. Stà molto male m’ aiuti per favore. Mouse : Signora adesso sono occupato. Non potrei proprio provi a chiamare qualche altro mio collega, in questo momento le ripeto sono molto occupato. Le pagherò tutto il tempo dell’intera visita medica non si preoccupi . Mouse: Non si tratta di denaro . La prego. Sono una madre disperata nun tengo chiù lacrime Signora non pianga . che mi commuove. Io piango dottore Io le sono vicina , stia calma E come faccio a stare calma , quando mi sale il sangue alla testa nel vedere mio figlio in quelle condizioni Gli ha dato un aspirina ? Due dottore ogni tre ore , ma niente la febbre non si abbassa. Vedrò di venire quanto prima Si, ma non faccia tardi Signora io faccio quello che posso Lo credo lei è un professore Scusate che centra Centra , centra , caro dottore Va bene se lo dice lei è tutto a posto Se venite subito le faccio trovare un bel pezzo di formaggio Mouse : Và bene ma non sia questo un ricatto . Lei sottrae del tempo prezioso alle mie ricerche. Mariella : L’aspetto. Mouse : Va bene . Tenga pronto il formaggio. Dottore per lei anche due pezzi. Mariella : Peppino il dottore ha accettato di venire a visitare il bambino trà poco sarà qui. Peppino : Bene . Aiutami a cambiargli il pigiamino è tutto sudato. Mariella : Si ora t’aiuto. E sudatissimo La febbre sale Non aver paura andrà tutto bene Vorrei piangere Non ti lasciare andare Sono sull’orlo della follia Siamo fortunati ad amarci tanto Questo era quello che volevo sentire da te in questi momenti difficili. Sono consapevole di averti fatto male in passato Mi hai ferita Sono una bestia Va bene ti perdono siamo a natale pensiamo a Gennarino Intanto il Dottor Mouse uscito di casa di fretta con tutti i suoi dubbi , le sue incertezze prova a distribuire il suo intruglio in omaggio per le strade della città . Mouse : Finalmente c’è lo fatta ho versato la mia soluzione nell’acquedotto comunale a quest’ ora la mia soluzione disciolta nelle bottigline di vino spumante distribuite in omaggio con dentro il mio composto chimico saranno su tutte le tavole della città . Fra non molto i primi effetti si manifesteranno. Berranno , si ubriacheranno e si trasformeranno. La trasformazione è insita nella soluzione. Io sono un genio Io sono pazzo Io sono Mouse il dottor Mouse Che felicità provo nel soggiogare una popolazione intera ai mie voleri. Li trasformerò tutti in topi In conigli In cani Sarò il loro padrone Sarò il signore dei loro sogni Questa è follia si , sono matto Forse non hanno torto a dire che mi manca qualche rotella Il mio animo anela alla gloria. Voglio il potere , voglio essere il signore del creato. Sono indisciplinato. Sono quello che sono , ora bevete e trasformatevi. Si mette a cantare : Voglio diventare ricco e potente . Voglio diventare un gran signore. Il signore dei sogni di questo mondo Ballare ,cantare , essere adorato , servito e riverito. Voglio diventare sapiente in ogni scienza Cantare una canzona allegra che dia tanta felicità . Oh Si Oh Si Oh Si Nessuno mi fermerà sono un genio malvagio io. Nato diabolico. Sono il dottor Mouse tremate gente. Tremate bambini nei vostri lettini le mie mani si tendono su di voi. Ah ah ah ah ah ……. La mia canzone, vi farà volare, il mio intruglio vi trasformerà. Sarete felici con me e solo con me Sarete quello che avete voluto sempre essere Io sono mouse e ti rompo ò musso Sono russo chiù russo di tutto quanti Come mi voglio bene, come son bello Sono mouse e ti rompo ò musso , sono russo chiù russo dello sangue che ti scorre dentro le vene. Sono contento , ballo coppo ò munno Sono mouse e ti rompo ò musso perché son russo chiù russo e busso alla tua porta di casa tu apri la porta che io traso . Peppino : Sono passate tre ore e questo tuo medico ancora non viene. Intanto la febbre sale. Hai preparato la tisana Mariella ? Mariella : Scusami non so cosa mi stà capitando, sono così stressata che non riesco a concentrarmi su quello che faccio. Peppino : A dire il vero anch’io mi sento un tantino strano. Un brivido sento lungo la schiena come sé stessi per cadermi il mondo addosso. Che tempo . Piove a dirotto. Intanto Gennarino ha bisogno d’un dottore ,non so cosa fare. Debbo uscire al più presto e andare a trovare un medico per mio figlio. Se voglio salvarlo. Apre L’armadio ( un bianco coniglio con gli occhiali inseguito da una bambina scompaiono in un angolo oscuro) Prende l’impermeabile ed una giacca di lana. L’indossa. Peppino : Fa molto freddo fuori , uscire e andare a trovare questo medico che non conosco neppure mi sembra un impresa impossibile . Ma sé m’arrendo è la fine. Genny può peggiorare da un momento all’altro ed io non so che medicine dargli. Gennarino : Papà dove vai ? Mi sento tanto male . Non lasciarmi solo. Peppino : Dormi piccino mio adesso viene la mamma. Io esco un attimo a fare un importatane commissione. Gennarino : Mi brucia la gola .Papà. Peppino : Cerca di non pensarci ,prova a dormire farò presto ritorno. Esce dalla camera del figlio. Rivolgendosi alla moglie: Mariella esco non resisto , vado a vedere che fine ha fatto questo dottore. Mariella : Dove vai con questa pioggia. Non andare , vedrai tra non molto sarà qui . Lo chiamato poco fa mi ha detto che era bloccato nel traffico. Peppino : Tu bada al bambino io esco. Sei un testardo Sarò testardo , la vita di mio figlio non voglio buttare via. Non fare cosi , vedrai tutto si risolverà E se il tuo dottor mouse fosse un millantatore Non è un villano Non ho detto che maleducato, ma fa aspettare tanto tempo per una visita. Vedrai sarà presto qui Lo stai ripetendo da ore Ma tu tieni a capa tosta Io tengo a capa tosta e vero per questo esco lo vado a pigliare per lo cravattino . San Nicholas intanto con la sua slitta trainate dalle sue renne solca il cielo nuvoloso. In direzioni di città e metropoli . Ha da consegnare tanti regali tanti giocattoli. Sorrisi , gioie . Forse una soluzione a questo coronavirus. Tutto scorre le renne volano compatte . San Nicholas sulla slitta sorride come a solito . Il cielo è stellato e una notte meravigliosa un po’ turbata dalla fitta pioggia. San Nicholas : Che pioggia non riesco a vedere da un palmo di naso. Strano non vedo come tutti gli altri anni le tante luci natalizie che brillano in città . Debbo scendere più in basso verso la terra il forte vento mi spinge fuori rotta . Che brutto mestiere e il mio. Fare il babbo natale . Mio nonno era babbo natale , ed anche il mio bis, bis nonno. Tutti nella mia famiglia a natale si trasformano per incanto in babbo natale. Tutto l’anno, onesti lavoratori di giocattoli a natale, babbo natali grassi e rossi , sorridenti , giocondi intorno al mondo , sopra una slitta a portare regali. Questa la nostra gioia , questo il mio augurio , siate felice Vorrei esserlo anch’io Essere un babbo felice. Ma sono triste il mio cuore è triste per le tante disgrazie ed i tanti mali che minano la salute degli uomini. Il male è duro a vincere. Duro andare avanti senza credo. Bisogna avere fede in un ideale. In un sogno. Bisogna ritornare bambini a natale per essere felici questo e il segreto del natale. Si cala nella nebbia e atterra ignaro sull’ autostrada Peppino è in macchina che percorre la strada a moderata velocità Cosa è quella , non è possibile ma chi è quel matto che mi viene incontro sopra a quel carro. ( Suona forte il clacson) Ehi attento scansati. Ma sei matto. Accidenti non riesco a sterzare. San Nicholas : Dove sono finito ? Quante luci, attenzione qualcosa mi viene contro a tutta velocità. Non riesco a fermare la slitta. Attenti per tutte le renne. Per la barba del profeta. Cosa è successo ?ahi ahi mi fa male tanto la testa. (Rendendosi conto dell’accaduto) Benedetto figliolo mi hai quasi ammaccato la slitta e intontito le renne. Ma dove hai presa la patente di volo? Peppino : la patente di volo cosa dice ? io stavo andando a una velocità moderata , causa la forte nebbia . Lei è un irresponsabile , mi stava quasi ammazzando Mi ha ferito una renna Io la cito in tribunale Mi aiuti per favore . Non c’è la faccio ad alzarmi. San Nicholas : Subito. Per tutti i folletti sarò sceso troppo in basso, fino a percorrere raso l’autostrada. Ecco tenga, beve un sorso di questo la farà sentire subito bene. Che faccia strana che ha Sara bella la sua No volevo offenderti e che mi ricorda una strana figura assai familiare ecco babbo natale . Rammento ero piccolo Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio, nulla si muoveva, neppure un topino. Le calze, appese in bell'ordine al camino, aspettavano che Babbo Natale arrivasse. I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini sognavano dolcetti e zuccherini; La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto stavamo per andare a dormire quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore . Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo, spalancai le imposte e alzai il saliscendi. La luna sul manto di neve appena caduta illuminava a giorno ogni cosa ed io vidi , con mia grande sorpresa, una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace; capii subito che doveva essere Babbo Natale. Le renne erano più veloci delle aquile e lui le incitava chiamandole per nome. "Dai, Saetta! Dai, Ballerino! Dai, Rampante e Bizzoso! Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta! Su in cima al portico e su per la parete! Dai presto, Muovetevi. Leggere come foglie portate da un mulinello di vento, le renne volarono sul tetto della casa, trainando la slitta piena di giocattoli. Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto, non feci in tempo a voltarmi che Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo. Era tutto vestito di pelliccia, da capo a piedi, tutto sporco di cenere e fuliggine con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli: sembrava un venditore ambulante sul punto di mostrate la sua mercanzia! I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria! Le guance rubiconde, il naso a ciliegia! La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso, la barba bianca come la neve, aveva in bocca una pipa è il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda. Il viso era largo e la pancia rotonda sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva. Era paffuto e grassottello, metteva allegria, e senza volerlo io scoppiai in una risata. Mi fece un cenno col capo ammiccando e la mia paura spari, non disse una parola e tornò al suo lavoro. Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò, accennò un saluto col capo e sparì su per il camino. Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne e volò via veloce come il piumino di un cardo. Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare: Buon Natale a tutti e a tutti buona Notte Ecco , io ho questo ricordo nascosto nel mio cuore. Sono io, figliolo non ti agitare e tutto sotto controllo Non ci posso credere Non credere è un peccato Io sono diventato ateo Ora stiamo esagerando Non ho scritto la letterina quest’anno Lo so ,adesso stai cercando un medico per tuo figlio ammalato Ma allora tu sei veramente Santa Claus San Nicholas : Si sono Babbo Natale mi ha riconosciuto . Peppino : Piacere ed io sono il Mago Merlino . Certo amico è tutto a posto. Sei Babbo Natale. (Lo scontro gli avrà provocato qualche trauma cranico) sussurra tra sé . Credo che andavi un po’ troppo forte Peppino: Andavo incontro al dottore per mio figlio gravemente ammalato . San Nicholas : Stà tanto male ? Peppino : Si mi creda .Sono disperato. San Nicholas : Sali sulla mia slitta . Ma siamo sicuro. Non ti fidi,. Non posso credere ai miei occhi Dormo o son destro. E tutto a posto siamo a natale ed io sono veramente santa Claus Dai sali in un lampo troveremo il medico che cerca. Peppino : Ma questa è propria la magica slitta di babbo natale? San Nicholas : non ti fidi Per carità in questo momento se vedo la befana la invito al ballo di capodanno. La slitta s’innalza in volo e sorvola la città triste e silenziosa. Peppino : Ma stiamo volando non ci posso credere . Credi che io sono Santa Claus Lo spero La speranza è una invenzione Dopo mi spieghi come fai a volare ,cosa è questa una slitta volante di tua invenzione . Va bene nessuna spiegazione.l’importate e trovare il medico . Ma come faremo a trovare il dottor Mouse e come cercare un ago in un pagliaio . San Nicholas : Non si preoccupi ci penso io , metti questi occhiali t’aiuteranno a trovarlo. Accidenti , riesco a vedere e sentire i pensieri della gente. Vai piano mi sembra di vederlo , vai un po’ più giù ancora eccolo è lì in quella macchina . Il dottor Mouse . San Nicholas : Tieniti, atterriamo . La slitta si ferma davanti la macchina del dottor Mouse Peppino : Dottore non abbia paura , scenda dalla macchina Sono il padre del bambino ammalato. San Nicholas : Non ci posso credere . Ma lui è ?…… Peppino : Si è lui, non è lui ,non lo so . Ora salga sulla slitta . Presto. Mouse Và bene. Nicholas : Signori tenetevi su Bianchina vai. Dopo un po’ a casa di Peppino Mariella : Dottore Finalmente l’aspettavo venga il bambino stà veramente molto male . Mouse Calma mi dia il tempo di visitarlo e vedrà tra non molto starà subito bene. Mariella : Dottore è molto grave Non lo so, speriamo non sia covid bisogna fargli un tampone rapido Dottore io svengo Stia su mi prepari una tisana calda Le faccio una bottiglia di the caldo Va bene mi porti il the Stia serena , andrà tutto bene. Lo visita e dopo aver fatto il tampone rapido con il risultato negativo gli prescrive dei farmaci . Mouse : Il bambino ha bisogno di questi farmaci . Signora dica a suo marito d’ andare subito a comprarli . Subito dottore. Rivolgendosi al marito Peppino devi correre subito in farmacia Gennarino ha bisogno di queste medicine per guarire. Fai ampresse non perdere tempo. Aspetta fammi riprendere, ora vado. Nicholas : Vedrà signora andrà tutto bene . Siete una bella e gentile famigliola. Il bambino è forte c’è la farà senz’altro a superare questo stato febbrile. Mariella : Le sue parole signore mi riempiono di speranza. Sa lei mi ricorda tanto. Con questa sua lunga barba bianca . Si lo dica babbo natale. Non l’aveva ancora capito, sono io Credevo fosse uno scherzo Non è uno scherzo e questa non è una commedia semmai una farsa da quattro soldi. Nicholas : Si lo dicono tutti. Mariella : Mi deve scusare sé non le offro nulla ma mi sento così confusa. Nicholas: Dottore Mouse : Mi dica. Nicholas : Lei è cosciente del male che ha fatto a questa città? Mouse: Io cosa ho fatto? Nicholas : Non faccia il finto tono con me . Io ho impiegato l’ intera mia vita per vedere gli uomini felici in questi gelidi giorni , portare la gioia il calore di ritrovarsi tutti insieme . Non permetterò di certo che lei distrugga il natale con le sue malvagie intenzioni che faccia del male a degli innocenti. Sappiamo benissimo tutti e due cosa ha fatto. Voleva annientare la memoria del natale. Ora la prego mi dia l’antidoto lo distribuirò io di persona a chi né ha bisogno .Nessuno saprà nulla delle sue malvagie intenzioni ha la mia parola di Santa Claus. Inginocchio Mouse : Mi perdoni, distruggerò la formula e il composto creato te lo prometto Non volevo fare del male a nessuno ,non so neppure io perché lo fatto. Ecco l’antidoto. Nicholas : Ora aiuta questo bambino a guarire . Io con la mia slitta trainata dalle renne andrò casa per casa a portare l’antidoto necessario . Mouse : Fai presto, potrebbe essere già troppo tardi. Le luci del natale , guarda incominciano a spegnersi. La gioia dell’essere a natale . La felicità vola via dalle mani degli innocenti. Sui i presepi si aggirano di già brutta gente malfattori e ed assassini. Nicholas : Volo su tetti attraverso le nuvole con la mia slitta In ogni casa io giungerò . Mariella : Quanto ritorna Peppino . Sente bussare forte alla porta. Corre ad aprire. Peppino finalmente. Peppino : Dottore ho corso per tutta la città . Ecco le medicine richieste. Mouse : Bene dopo queste iniezioni starà subito bene. Passa un po’ di tempo. Mariella : Venite correte la città si è illuminata improvvisamente a festa . Guardate quante luci .Stelle scintillanti .Luci intermittenti. Alberi decorati è magnifico. Stupefacente, quanti fuochi d’artificio . Mouse : C’è la fatta evviva. C’è la fatta. Sia ringraziato il cielo. Peppino : Chi? dottore chi c’è la fatta? Mouse : Nulla un nostro comune amico mi aveva promesso un piccolo miracolo per questo natale. Sai avevo perso la speranza d’essere felice di sentirmi di nuovo buono come un tempo. Adesso so che è tutto passato , mi sento guarito rinato grazie a voi . Ma correte ad abbracciare vostro figlio non sentite vi stà chiamando. Peppino : Genny piccolo mio. Gennarino : Papà , Mamma. Mariella : Tutto è passato piccolo mio ,non aver paura . ci siamo noi qui vicino a te. Peppino : Dottore non so come ringraziarla . Mouse : Di nulla, anzi questa notte con il vostro coraggio di genitori mi avete voi insegnato tante cose che io avevo dimenticato d’essere. Buon Natale . Peppino e Mariella : Buon Natale Dottore : non dimenticate d’essere buoni ( Alzano gli occhi al cielo la slitta trainata delle renne solca il cielo stellato San Nicholas sorride . Da basso lo salutano tenendo stretto tra loro il piccolo Gennarino guarito dall’inaspettato male stagionale. Grazie di tutto Babbo Nicholas : Forza Lampo su Fiocco oh oh oh oh Buon Natale e Buon Notte !!!!
  3. Domenico De Ferraro

    CANTO DI HALLOWEEN

    Scorre questa vita mentre m’ interrogo del male che m’affligge. Nell’apocalisse delle stagioni , trascinandomi nei versi scialbi, baffuti , pomposi che si muovono nel dolce desio ,circoscritto nel creato. La morte vaga , esule per lidi austeri . Traffica sotto il banco del fruttivendolo , oltre questa indicibile, mole di lavoro , oltre questo colloquio , oltre questi cimiteri fioriti , ove i morti si uniscono in coro nei giorni dei defunti. Bambino ebbro di innocenza , rincorri la bellezza delle stagioni passate , rincorri la bianca farfalla nel prato sempre verde, dove si sedeva un tempo tua madre nel rimorso di un ricordo doloroso. Sono passato e non ho compreso cosa ha significato amarti . Sono passato dal vinaio e non ho bevuto vino, ne ho partecipato alla rivolta contro il vinaio, che crede di essere più furbo degli ubriaconi. Il padre ritornerà da lavoro, vi ritornerà portando in dono questo sorriso alla sua sposa , nello scibile si trascende l’organico essere di una ragione fatta ad immagine della verità. La falsità si liscia i baffi , fa finta di nulla , di credere che si poterebbe stare meglio senza pagare le tasse. E la città è un labirinto di vicoli stretti, di lupanari frequentati da belle donne che hanno imparato a volare insieme agli angeli. Anche se non riesco a spiegarmelo , spingo, avanti questo cuore, provando a capire il nesso logico, che riassume la sorte di noi uomini . Scopro l’insignificante , rimango con la scopa in mano a scopare, fuori il basso mentre, passa il boss delle cerimonie. Sono , stato in africa , tanto tempo fa , sono stato oltre, quello che tu credi , nelle vesti di un fachiro, ho preso un areo a Nairobi , per stare alle cinque , ben vestito dal signore dei pigmei. Un canto , mi portò lontano, oltre questa religione letteraria del più del meno , dell’essere poeti o morti al qual tempo . Sotto le carrube il moribondo , suonava il mandolino, cantava la sua triste canzone , tanta triste che tutte le signore della buona società , si riunirono intorno alla sua tomba . E bomba non bomba la bandiera , sventolò nel vento del mattino , nell’eco dei canti dei morti del sessantotto . Là, dove sono perse le fievole tracce degli anni e ancora confusi , si spera in un tempo migliore, in un fiorire di rime in un essere che salverà noi tutti da questo male che ci affligge. Cresce il contagio in un gioco di rime , di dare e avere , d’incontri occasionali e tutti sono d’accordo che finiremo per ritrovarci al camposanto a parlare con i morti del passato. Con quell’aria , che non significa nulla , ci siamo rivisti, strada, facendo e bastato un attimo ed io sono perito poi risorto, poi sono passato in altre forme disdicevoli , trascinato dal verbo delle rime e dei versi fasulli . Ho preso il mio volo , ed il vero volto di ciò che sono. L’eterna fugacità delle passioni, riassume una immagine apocalittica , fa emergere una logica dei fatti che si possono desumere dalle imposte. Molti lo hanno scoperto , usando i propri piedi , cosa si può divenire , di che pasta siamo fatti . Ed io non ho chiaro, il significato di ciò che sarei potuto essere , senza essere quello che sono stato. Ed ho visto le dolci meretrice , sotto il ponte della Maddalena, le ho viste vendere un sorriso , ed il loro corpo a poco prezzo , ad un pazzo marinaio, ad un passante distratto , ad un venditore di collant , ad un ladro, ad un ragazzo in cerca di emozioni. Ho visto, poi non sono riuscito a tacere , poiché quello che andava detto , lo dissi sul muso del signore con i baffi , seduto fuori al bar senza ombrello. Che aspettava l’autobus per ritornare a casa con la speranza tutto passasse in fretta insieme a questa guerra, intrisa di tanta violenza. Giunta con i turisti ed i tedeschi , con i loro teschi argenti sul berretto .Mentre la madre ed il padre del morto , rimasero seduti in chiesa a pregare le anime di tutti i defunti. Ogni essere , richiama a se i vani amori della sua infanzia , non c’è una influenza , ne un discorrere di fatto ,di come si è di come eravamo , siamo risorti nel canto perseguito come se fossimo signori dei nostri sogni . Come fossero presi da uno strano moto che rinasce, scema fa finta di capovolgere il vero e le rime astruse , nello scorrere dei versi sibillini. Non c’è differenza, ne perdura la vita, nella morte, poiché l’amore è stato sepolto per sempre nei fossi bassi del pio camposanto. Un raggio di sole scioglie la corolla dei fiori di campo dondolanti nel pomeriggio , fiori danzanti nella scena surreale ove tutto scorre , attraverso questo fiume di morti che discutono animosamente , mentre escono ed entrano dal camposanto. Ed è inutile ridere, come tacere ed il diverso, emerge cosi distrattamente nella mente , nella perdurante armonia di una poesia che non sa di sale, che sale , scende , non dice nulla di buono, tenera come la morte , come la ragione dialogica di Socrate. Esiste un tempo per raccontare, un tempo per vivere e per ridere della nostra corporale morte , sarà un giorno felice ,ascoltare il canto di tante anime pellegrine, sarà come se tutto , fosse sempre stato nella sorte avversa . Sotto la pioggia che bagna gli occhi , le mani . Nel sole che riscalda il conoscere ed il cuore di questo tenero amore fanciullo. Anima di un vagabondo , moribondo, assopito sotto il ponte della pia Maddalena. Ove io passo , dove in tanti sono passati , prima e dopo di me.
  4. Domenico De Ferraro

    LA TOPICA

    LA TOPICA Una cosa è certa che chi conosce la topica , campa cent’anni e si potrebbe dire che credere nella sopravvivenza, sia il succo del discorso , poiché la speranza è un pezzo di strada , fatto insieme . E la speranza , rimarrà sempre tale, in quanto chi ha sempre mangiato formaggio , non ha nulla da temere. Tutto è dato per scontato , certo nella logica dei fatti , precostituiti ad immagine di una divinità organica che concentra in se il dato di fatto come espressione del vero t’induce a farti crescere la barba per essere simile ad un moderno profeta metropolitano . Una distopia , una questione che persegue una proposta ignobile , certo la sposa era assai pelosa , mentre la giostra continuava a girare nel paese della meraviglia al suono di mille campanelli. Ed il signor Topo continuò a sognare giorni migliori, sognava una casa tutta sua , di fare un viaggio nelle indie in cerca del per se , un lago dove poter fare il bagno. Le varie ricerche ontologiche che il signor Topo aveva condiviso con il signor Gatto non avevano cambiato il contenuto programmato della sua ricerca etimologica , incentrata sul discorrere di idiomi , ed idiozie varie che trascendono la volontà di azione. In questo concetto linguistico , riassumente il senso della storia , vengono rimandate varie, domande insite nel discorso filologico. Un programma serio, fatto ad immagine della stessa ragione pura che noi desumiamo sia il senso della partecipazione omologata all’ inchiesta , intrapresa nel comprendere il concetto come oggetto e soggetto. Una qualsiasi topica, un argomento che riassume ogni argomentazione insita nel discorso, intrapreso come forma tipica come soggetto ed oggetto , sintesi di una realtà individuale che rappresenta il nesso logico del divenire come azione. Ma spesso volte la vita ti passa accanto , senza neppure guardati in faccia , passa con tutte le sue passione , che appassiscono come fiori , in vecchie memorie che viaggiano sopra un mare che si agita all’interno della coscienza , che ti conduce verso nuove avventure metafisiche, oltre ogni intendimenti ed ogni personale comprensione , per finire in fondo all’illusione dell’essere . Cosi fermo sotto la pensilina il signor Topo , aspetta passi l’autobus che lo porterà lontano, da quello che teme , da quello che sogna o spera di afferrare, nell’attimo illogico di una realtà mutevole , nella sua forma grammaticale , migrante , sgranocchiante, crocchiante , nell’eco di una libertà trascendentale . Uno spazio virtuale ove hai la possibilità di incontrare i mostri dell’apocalisse , trasformati in idee sibilline . E con lo sguardo svanito di che non ha più nulla da dire, vedrai l’amore e la morte, venirti incontro nella logica dei fatti presunti, compromessi nel nesso licenzioso , senza pubblicità, senza ancore , simili a nave alla deriva , con lo stesso viso della stessa medaglia di un vivere trascorso nel peccato venereo. Come poter giustificare , tutto il male che aspira ad essere se stesso in questo barlume di coscienza , orgiastica, tale d’afferrare la sua comprensione organica , nell’idea insita nell’ immagine di una realtà in movimento. Finirai per farti male, ed essere bollato come beato , da molti perseguitati come ieri . Anche oggi non hai steso i panni ad asciugare, fuori al balcone, difronte la casa del professore . Alcuni ragazzini , giocano sotto la sua finestra , si sbaciucchiano, negli occhi luccica la loro giovinezza, scorre la bellezza dell’adolescenza che illumina i molti pensieri stesi al sole. Sarebbe stato bello, seguire il traffico, ma sono le nove e senza mutande si avvia un signore per strada, urlando ai quattro venti la propria follia. Nell’incoscienza dei fatti in molti , sono rimasti a guardare , sperare , tutto passasse inosservato. Che tutto fosse preso alla leggera come un pennello sopra una tela , tratteggiante una riga , nel risvolto della medaglia , lasciata appesa al petto del vecchio soldato in posa nella foto . Prendere per i fondelli questo paradigma filosofico e come osservare se stessi , mentre tutto passa e spassa , qualcuno sposta i mobili di casa , sposta la statua del santo , spera tutto passi in fretta, che arrivi presto l’ autobus delle sette per andare a lavoro. Qualcun altro è pronto a gridare di lasciare perdere il giudizio storico. Poi sei arrivato tu , con tutti i tuoi timori, le speranze, le mistiche delusioni , che si confondono nell’ipocrisia dei sensi , nello scorrere degli atti mistici, di un mondo in declino, tali da sembrare fuochi d’artifici , espressioni dialettali che hanno una loro ragione dialettica. E non c’è nulla di normale, nulla di serio, ogni cosa, ha lo stesso peso utopico, che funge da esempio, per chi non crede in se stesso , molte volte espresso troppo in fretta camuffato da rima caduta nella trappola del ragno poetico. In fondo il Topo era un ladro di auto che aveva compiuto molte avventure , molti errori. Tutti lo chiamavano l’uomo ragno , chi Nembo kid il quale sapeva rubare con la gomma tra i denti , la valigia da viaggio al viaggiatore , distratto sotto la metro, mentre saluta la sua ragazza , mentre il mondo viaggia verso altre epidemie ed altre esperienze , poche chiare che si scolorano nella speranza dell’essere uomini o topi in preda alla paura di morire. Il Topo non era un pope, neppure un ortodosso , convinto che essere musulmano poteva essere una salvezza , una certezza che rimanda alla musica liturgica ove emerge il fatto che siamo tutti uguali alla fine nel giudizio estetico. L’immagine del tempo , scorre dietro le spalle, parla della sua inquietudine, dei suoi turbamenti di ladro poiché essere ladro, significa essere soli in mezzo agli altri. Significa essere Topi e come topo sei vittima di un sistema giuridico che spesso volte non conduce a nulla di buono , se non a quella esperienza interiore che apre , questa porta , verso un altro mondo. Saper parlare un'altra lingua , ti da il diritto di comprendere l’altro, ti da il mezzo che aziona il cervello, che ti fa volare, verso altre dimensioni , ed altre storie surreale ed il topo era cosciente che si può essere topi e persone perbene, ma la svolta morale è una certezza insignificante nel processo conoscitivo che rimanda ad una certezza, poco conveniente che non adduce a nessun risultato metafisico . Poiché un argomento è una topica ed un topos è il processo conoscitivo che riassume il nostro percorso poetico, come principio e fine , come un volo pindarico verso altre isole , ed altri pianeti , ove vivono altri esseri assai simili a noi . E tutti hanno paura del topo che in noi , poiché rappresenta la coscienza storica , la coscienza del male che ti rende incompreso e perfino capace di finire in galera per aver provato a rubare il santo Graal al diavolo in volo , verso Stoccolma. Certo la pigrizia, inizia con una giornata di pioggia , con la sua bocca a forma di fragole di giardino, con quella aria stralunata, che rimette ogni peccato in gioco. Frutto di tutta la bellezza, di una città in delirio , fatta ad immagine di una notte stellare che si rispecchia nel sogno di milioni di anime defunte . Cosi il topo resta accanto al morto per ore seduto al suo fianco in attesa tutto passi. Il male , ha una lingua gialla a volte diventa verde come una pianticella, piccola come un bambino , cresce con la vita , cresce con il sapere che vive nell’ accento linguistico della gente condotta all’obitorio. Contagiati , portati per strada selvagge e solitarie , dove si vende l’amore e la speranza dove sono in tanti a cantare vittoria insieme alla signora trombetta che con sua figlia cerca la pace dei sensi. Spesso è molto difficile capire il prossimo, poiché c’è sempre qualcuno dietro le spalle pronto a dirti addio , qualcosa di dissimile che aspetta che tu faccia l’errore di muoverti troppo in fretta. Un essere troppo , diverso dall’essere gatto o topo , volpe con zampe lunghe come le gambe del gigante delle favole. Ed il topo è morto ed risorto in un giorno qualsiasi nella speranza messianica annunciata al mondo intero, mentre in molti, continuano a pensare d’ essere salvi nella topica in un argomento utopico che conduce sempre vuoi o non vuoi ad una certa felicità .
  5. Domenico De Ferraro

    FANTASCIENTIFICO FRANCESCO

    FANTASCIENTIFICO FRANCESCO Quando la terra diventa un inferno gli uomini , camminano sopra una sola gamba , quando la terra gira all’incontrario, gli uomini combattono contro il male, nelle ore difficili affiora il loro coraggio , contro l’inciviltà dei secoli passati . Quando la terra gira, balla nel vuoto della memoria , la morte giunge e non si sa dove scappare . La vita diventa avara , cattiva , cosi chi ha fede , nell’aldilà chiudi gli occhi , provi a sognare nuove dimensioni , un piccolo pianeta situato in una remota galassia chiamato Francesco dall’aspetto assai grazioso ove vivono tanti simpatici esseri minuscoli e laboriosi . Piccoli esseri, dai buffi nomi dalle stature ridotte che rompono ogni schema ed ogni preconcetto, ogni dire , ed ogni fare metrico In quell’ottica utopica si giunge facilmente alla fine nel trascendere la logica dei fatti , verso una nuova forma grammaticale . Ed in fondo all’universo , questo mondo colorato , appare, luminoso vi vagano tanti fantasmi , fioriscono tante illusioni , molte nascono fuori i piccoli balconi delle loro abitazioni. Questi piccoli esseri , sanno pensare, cose grandi e importanti, sanno sognare , un amore diverso che emerge nell’essenza delle cose, che scivola nell’ardire ed in altri dire. Per strade ardue , per trasverso, costoro sanno fare calcoli fisici ed astronomici e tante altre cose di cui noi poveri umani, non riusciremmo mai a fare. Rimani sbalorditi dalla loro abnegazione , dal negoziare, dall’essere ultimi e felici nello scorrere dei fatti che precludono nuovi mondi e nuovi modi di fare , finiti nel fondo della coscienza che biasima, avanza, salta , in questo destino errante come fosse una gazzella inseguita da un leone affamato. Un mondo piccolo , un microcosmo ove nascono altre desideri ed altri interrogativi , megalitici , malaticci nel circoscrivere il risultato di un essere unico, fatto ad immagine di chi avanza nello spazio abitato da tanti spettri, piccoli esseri, cappuccini, monaci ,bonzi rabbini ,sacerdoti, barbieri che portano con se sempre la bibbia. Ubriachi di parole, legati al carro dell’incomprensione, le città, sono tante, luminose e solitarie nello spazio che si piega nello scorrere del tempo nella sorte avversa. In questo lontano pianeta , distante da noi anni luce puoi ripeto raggiungerlo, chiudendo gli occhi e sognando con candore , una sorte migliore , un amore legato al dito che non fa male se tagliato in tempo prima che giunga la cancrena. Su questo pianeta, vivono tutti coloro che hanno offerto con coraggio la loro vita agli ultimi di questo universo , essi hanno rappresentano in vita i nostri ideali , la carità , la passione , la misericordia , l’idillio di un vivere che traluce all’alba , che brilla nell’oscurità dello spazio profondo . Ideali che hanno alimentato gli animi di ogni singolo essere vivente in questa creazione cosmica , in questa comica realtà che trascende il dire ed il fare , di chi vaga ramingo per angiporto solitari, attaccati alle ali di un angelo che conosce il senso della divinità. E l’amore regala un nuovo essere ed un divenire diverso un per se nell’in se che funge da colorante per i capelli grigi che penduli , giacciono, sulla cute del cranio rasato . E la morte la fa da padrone , gonfia il petto , gonfia la pancia, dice d’essere invece non è nessuno come l’essere dialettico che scorrere nei vari idiomi . Qui sulla vecchia terra malata, uccisa dai rifiuti , da tanti che non hanno a cuore la sorte di questa terra , di questo pianeta , qui dove venivano chiamati santi, martiri, giusti, teologhi, filosofi. Su quel lontano pianeta, son solo uomini e donne di buona volontà , che lavorano tutti i giorni correndo di qua e di là. Ognuno uguale all’altro, senza alcuna distinzione , s’aiutano a vicenda per poi ritornare sereni a casa a sera in allegria intorno al desco all’ombra della grande luna Francescana . Essi discutono di ciò che bene ,di ciò che male. Passano a volte ore a meditare su grandi temi dell’esistenza , insita di tante domande filosofiche , politiche , esistenziali che si squagliano nel discorrere dell’essere e delle frasi fatta che saltano dalla logica del peccato uccidendo l’ipocrisia , accendendo l’animo di tanta poesia. Bello , leggere i grandi libri di quegli uomini , di chi vive eremita , pensando in un punto sconosciuto di questo universo una nuova vita , una nuova genealogia, una logica che trascende l’essere nel suo divenire , creatura di Dio. Una vita che contiene tanti segreti e tante delusioni . Poi verso notte, quando il cielo francescano viene illuminato da milioni di stelle , li puoi udire cantare, una dolce ninna nanna , li puoi udire fin giù sulla terra , un dolce canto di pace e di speranza per tutti coloro che ancora credono che quel piccolo strano pianeta chiamato Francesco sia il ancora il paradiso , la mitica terra promessa.
  6. Domenico De Ferraro

    CANZONE NASCOSTA

    C’è qualcosa che si nasconde nel nostro essere in un punto impreciso di questo tempo oscuro .Qualcosa che conduce l’animo dentro una realtà in cui i versi scivolano come fossero acqua sgorgante dalla pura fonte della grammatica. C’è un uomo nascosto nei nostri sogni che ragiona intorno al nostro cuore , che dialoga con l’animo degli altri . Sorride nella sera, che scende . C’è qualcosa , dietro questo specchio che riflette la mia immagine, c’è qualcosa che conduce ogni uomo alla sua vita di sempre . Ogni maschera ed ogni mistero, nasconde in noi una parte del nostro vivere che si muove tra le parole dette , coperte di cenere , bagnate dalla pioggia , attraversate dall’estro della fantasia. In ogni parola c’è una parte di noi che s’eleva dentro il nostro animo , muore per logiche raminghe, come fossero estremi tentativi di vivere, una nuova vita surreale. Versi sinceri , dall’aspetto buffo , in piedi sopra uno scanno , seduti sopra una sedia , tante parole elette a grandi imprese , si muovono nella mia storia, danzano per estremi tentativi di vivere una gioia infingarda un storia che nasconde in se un nuovo traguardo per poter giungere a quella casa in mezzo al prato dove sono nato . Versi , germogliano in grammatiche grottesche tra i teschi allineati nel silenzio intorno ad una tomba, abbandonata tra l’erba alta del mio passato. C’è un donna nascosta nei miei sogni , che danza con il mio animo, vive nella mia storia , si muove con me, tra i giorni faticosi , si perde tra il cielo ed il mare . Si matura sopra l’albero della vita. Fa frutti, grappoli sapienti di esperienze , vissute , sapienza ove germoglia il fine di ogni ragione . Cosi giungerà il tempo del racconto , un mito, un gigante con il suo cappotto marrone , arriverà con le scarpe rotte , lungo la strada , percorsa in silenzio . Fine a dividere il bene dal male , la trama dal suo dramma . Mille bandiere al vento e nel vento sventola l’ immagine della realtà il suo divenire . Dolce il vivere , lo scorrere per rime che t’abbandona tra mille pensieri confusi, nell’attimo ove ogni cosa sparisce. In un crescendo di pensieri che non fanno più ridere , neppure scrivere all’incontrario la loro misera storia di parole comuni. Poiché c’è chi si nasconde dagli altri , chi dalla morte, chi dalla vita che continua a tirare l’acqua al suo mulino nella frenetica corsa verso la felicita. C’è sempre un motivo per vivere e morire. C’è chi si nasconde dentro un bicchiere di vino, Chi dentro un amore senza prezzo Chi sopra un comò , chi dentro questa storia che si scrive a quattro mani con chi è morto. Cosi quando , sarai libero , saprò cosa dirti Vedrò sbocciarti , come un fiore selvatico Sono perplessa nella mia forma Hai un buon motivo per vendere il tuo corpo Sono appagata su questa spiaggia Sei in questo tramonto Ti aspetterò all’orizzonte per vivere con te Saprai, quando udirai le mie rime, Ascolterò le onde del mare distesa nel letto Sono certa che saprai ridere della mia sorte Bisogna andare fino in fondo ai propri ideali Bisogna prendere il bene ed il male di petto Seguire la sorte che ognuno si merita Seguire la giacca dell’operaio , come le scarpe del bimbo seduto , sopra questo muretto , seguire la signora che sogna d’essere una donna per davvero che sa donare una parte di se e non conosce il fine ne la speranza di cosa si è andando avanti nel vento delle parole . Le quali non sono polvere di stelle , non sono nulla , sono insipide , feriscono come la spada che trafigge di nascosto la verità . Dietro questo amore , c’è sempre qualcuno, che muore , che prende una strada diversa , che canta o fa finta di capire ed aspetta tutto finisca presto. Bisogna andare sempre avanti , fino in fondo a questa strada. Bisogna saper ridere , come del dire che si muove tra i denti del vecchio, che fuma la sua pipa , fuori al bar con tutti i suoi anni. Ed anche se siamo in tanti, potremo dire un giorno di aver vissuto questa vita. Di aver amato questa terra con la falce ed il martello tra le mani , con il sorriso dell’afflitto , seduto sopra le nuvole. Con il signore dei venti , con la bella ed il suo amante, diretti verso l’isola dei nostri sogni in compagnia del cane che canta la sua canzone in macchina , mentre tutti noi corriamo verso un nuovo canto ed una nuova vita.
  7. Domenico De Ferraro

    CANZONE ALL’INIZIO DI SETTEMBRE

    CANZONE ALL’INIZIO DI SETTEMBRE All’inizio di settembre dopo tanto patire Marisa , ti trovasti in un bel posto per sognare ed io fui felice della tua nuova vita . Del lungo viaggio fatto , dentro questa esistenza , che rifiorisce come un fiore selvatico. Ti vidi volare come un airone nel vento , verso il mare dei ricordi, perduta dove saltellano i versi nel canto . Nel mattino di questa vita , ebbi la certezza che questo amore non aveva più lacrime da versare . Molte erano scese, fitte , goccia dopo goccia come fossero lacrime di vetro pronte a rompersi in mille pezzi. Cosi capii perché́ t'erano stati chiesti gli occhi in prestito per il loro particolare colore simile all'iride delle finestre. Compresi tutto ad un tratto , cosa eravamo stati insieme nell’ intrigato germogliare intorno all’albero della vita . Quasi mi sembrò quel sentimento , un serpente piumato , un mostro dai mille occhi , dalle mille mani , teso verso la città con i suoi dolori partoriti dal ventre delle muse che danzano sopra il manto stradale. Muse le quale non vogliono essere viste nude con la loro farfalla in volo , libere sul prato dell’immaginazione. Molte di loro dirette verso la casa dei satiri , verso l’indefinito sistema che raccoglie il senso delle cose. Alla fine mi fu chiaro , perché́ quel gran parlare della tua bella conchiglia auricolare. Ora fai presto a venire che dobbiamo partire. Mi dicesti. Ed io risposi : Aspetta debbo allacciarmi le scarpe e cantare Fai presto se parte questo treno, perdo tutto il mio tempo Non dire scemenze c’è Crescenzo che ci attende Non posso essere circonciso ed incidere un disco Il senso del discorso non chiude Sei fermo all’anno duemila Non voglio vendere questa anima al migliore offerente Fai come me vivi e lascia vivere Io voto chi voglio , poi annego nel mio interloquire Sei fuori di testa da tempo Credo lo sono da quando, decisi di prendere la nave per le indie A bordo il comandante suonava il suo piano a poppa Che giorni Quante vite spese , verso l’avventura Quanta parole vendute troppo in fretta Vorrei bere di nuovo , acqua dalla fonte della giovinezza Ti credi sincero Non prendermi di petto Non rompo il silenzio Sei fuori di senno Sono dentro un giorno migliore Quanti contrasti , abbiamo attraversato insieme, perché́ in quello che credevamo c'era tutta la nostra educazione la nostra pazzia , i tuoi comportamenti e le reazioni contrarie le tue belle presenze , gli abbandoni le carezze in cambio delle tue carezze le scontrosità̀ , le irritazioni. Non ho rimorsi , sono stata vera dentro e bella fuori Non voglio essere frainteso e come non capire un accidente ed incollare un francobollo Non per nulla mi chiamano Brigitte Bardot C'era anche qualcuno che ti diceva " Signorina è tardi dobbiamo andare" tu dicevi "no io voglio ancora restare Sei certo di quello che dici Era uno scherzo Era l’amore non marmellata Era dolce spalmarla su una fetta di pane secco Era come te e me nei giorni difficili Quanti ricordi e quanti dolori abbiamo condiviso Il mio viso è l’espressione di un desiderio sbocciato in fretta Ed io sono la tua ispirazione , la tua locomotiva Dai andremo per il mondo ancora Per me è un viaggio verso l’infinito Non sai cosa avrei fatto per sentirmi un pò meno solo per dolcemente navigar sul dorso e sul tuo petto e fare una capriola che ribaltasse il cielo. Tante passioni , tanta confusione , intanto tutto passa Se non passa chiamo il capostazione Ero certo che c’è l’avremmo fatta Ero una figura geometrica Un triangolo amoroso Non voglio essere incompreso ma il tuo vecchio amante mi era antipatico Non importa lo era anche a me Non guardo in fondo all’anima dell’invidia Io mi vesto Io sono una capretta Bruchiamo l’erbetta in cima al monte Non portare le pecore al pascolo , quando bazzica il lupo La pazzia spesso anima le canzoni di protesta Guarda, quanti passeggeri in questo vagone , grappoli affannati d'uve segrete dalle pelli boriose e fini. Soli per i prati di questo martirio, in questa giostra di forme voraci , che cercano di afferrare la vita segreta delle maschere. Il mondo si è capovolto nell’indifferenza , abbiamo dimenticato il vero volto di Dio . Ed il mondo cadrà come al solito in bilico su un filo, mentre i presidenti canteranno la loro canzone d’amore. L’Europa , un luogo dove vivere e portare le pecore al pascolo. Mentre l’uomo nero guarda il signore dal buco della serratura , guarda il sedere della donna seduta sopra il suo cappello di paglia. Perché́ tu che ti senti , alle volte parte di una mandria che pascola , che va per terre lontane per i prati celesti . In gruppo , andremo tutti, dove spunta il sole , dove danzano queste idee, dove la donna si lasciò andare , mesta nel suo eterno femminio in disordine nell’essere misto alla lava del vulcano ,all’ immagine che si scioglie nello scorrere del tempo , nato dal ventre del volgo. Ora dimmi Marisa : Possa partecipare ai rosei tuoi selvaggi festini sotto curvi cieli estivi che scendono come coperchi sul tetto bollente Posso venire a casa tua con i miei freschi pensieri mattutini che soffiano sotto i cuscini. E tu m’assali con gli abbracci e le guance già̀ calde come all'equatore perché́ di te già̀ mi sono cibata bellezza del mio tempo , nel calore che ebbi bisogno , nell’orgoglio del mio vivere distratto. Mi sono sfamato di Panem et circenses , di viaggi , di tanti canti per comprendere alfine questa civiltà inferma , la quale segue inerme questa estate che muore lentamente sul tuo piccolo seno.
  8. Domenico De Ferraro

    OPERA RAP POPOLARE

    Opera rap popolare è una raccolta di poesie improvvisate nate dal ritmo rap e jazz blues . Una melodia dialettale in cui si cerca di trascinare il lettore nel ritmo convulsivo delle parole che giocano nell'aria melodica dei dialetti , saltellanti per strada che escono dalla bocca della gente comune . I discorsi del tabaccaio , le grida del fruttivendolo le tante voci del popolo che sono in fondo rap. In questa dionisiaca ricerca febbrile del verso musicale, nasce opera rap polare scritto all'incirca dieci o quindici anni fa ai tempi in cui correvo in macchina alla ricerca della mia felicità.
  9. Le ballate della mesta estate nascono dal fondo della mia coscienza inquieta, fatta di sale e di sole che si specchia nel mare dell’amore. Una serie di prose poetiche che vorrei definire ballate Dylaniane, dedicate segretamente a Claudio Lolli , mitico cantautore che ha accompagnato la mia adolescenza ed i miei passi nella mondo della poesia musicale . I suoi versi , quelli di vecchia piccola borghesia risuonano ancora in me nel fumo aspirato di uno spinello fumato di nascosto . Ballate dylaniane , nate nella profonda periferia , canto d’amore che imita la morte, un andare , un venire, una serie di versi chiusi in un cassetto . Tanti versi esultanti che tutto ad un tratto ho udito gridare all’improvviso , da quel mio cassetto di voler essere rappresentate , pubblicati nel bel mondo delle lettere. Ed io assolvo il mio compito di poeta , le pubblico con l’animo mesto con passione di chi beve ogni giorno l’amaro calice della realtà di periferia , nel bene e nel male, le lego al carro delle lettere e le lascio andare , danzanti per dimensioni sconosciute per paesi e città , metropoli e nazioni ove splende l’eterna estate dell’estetica, intrisa di gaie immagini raminghe nel sognare amori e mondi infiniti.
  10. Domenico De Ferraro

    SICILY SERENATA JAZZ

    SICILY SERENATA JAZZ Un lieto vento passa nel calore delle parole che mi hanno condotto per mano lungo il viaggio , in un'altra terra . Un dolce vento mi ha portato lontano con se nell’onda del caldo meriggio , avvolgente il senso delle mie parole espresse nella ricerca del senso di questa vita. Una nuova terra, dove è tutto possibile , dove un banale amore , dove cantano i ranocchi sotto la luna , dove sgambettano le ballerine dalle gambe lunghe, dove il treno della vita corre , portando via questa mia malinconia dal buio dei secoli passati. Una oscurità in fondo all’anima di Polifemo, nell’antro dei Titani ove ballano tutti insieme questa sciocca tarantella. Qui all’ombra dei grandi pini marini , nel ballo del solleone , ruggente lungo le coste africane balzante nell’ombra raminga ,perduto tra le nuvole del cielo azzurro di porto Empedocle. Una Dea si mostra senza veli , sorge dalle onde del mare , vaga per valli di lacrime, si bagna nell’ acqua cheta del mare chiaro ove galleggiano i corpi dei migranti. Tra le meste onde dei miei ricordi di viaggio in esuli pensieri dalle varie forme danzanti intorno al sepolcro del pio poeta figlio del caos , emerso dal fondo dei mari, dal fondo dei secoli passati da altre realtà sovrumane d’ infinita bellezza. Mattino d’ agosto , son giunto su un autobus con le mie lacrime piegate nel fazzoletto, ho visto case accartocciate all’ombra di un dramma pirandelliano perdute nell’ avventura in austeri misteri eleusini . E sulla scia di un canto acheo , son caduto come una lucciola nel fitto bosco. Mi sono rialzato dietro la grande casa bianca di luigi ove l’alba, colora l’orizzonte e la vasta piana precipita dal magno promontorio fin giù nel tramonto di un tempo che passa e solca questa morte e questo canto. . Sotto un pino marino, solitario assopito all’ ombra di un immagine , ho gioito nel mio animo, ho danzato con gli dei e le muse , ho danzato con la mia disperazione ho viaggiato contro corrente, verso spiagge bianche e immaginarie , rapito dalla storia , ho cavalcato schiere di zefiri marini. Una campagna di fiori selvaggi giunge fin giù sulla spiaggia. Lungo lo stretto sentiero sabbioso , m’inerpico alla ricerca di un amore che mi renda vivo . Cado , riverso per odi ed inni in mitiche egloghe ed esperimenti linguistici in altre elocuzioni , in brevi stornelli , seguo il mio metro nel sabbatico sapere, cerco l’amore e la verità dell’andare contro corrente. Poi qualcuno mi grido di salire. Io corro verso l’autobus facendomi arrivare le gambe dietro la schiena Aspettatemi , vengo anch’io. Non lasciatemi devo assolutamente pigliare l’autobus. Fate presto , tra poco si parte per un'altra avventura Quanto ho corso Tra poco partiamo , tenetevi Non avete cuore Chi parla di cuore , queste sono poesie Si ma io non sono un poeta da meno Forse si, forse no Siamo in una farsa Salga, faccia presto il primo atto tra poco ha inizio. Lascio quello che ho visto , alle mie spalle ,rimango una parte della mia anima nel principio e la fine del caos che ha generato questi stupidi miei versi. Così vado via con le mie impressioni , espresse nel solleone affilati come una falce che miete la spiga dorata nel campo incolto. Spiga , recisa , spezzata nel gambo qui sull’altopiano d’azzurre argille da cui osservo il mare aspro africano. Il battito della vita è simile al battito delle ali di una farfalla che vola verso il mare , vola verso i templi nudi , distesi al sole, nella luce che acceca la coscienza, ti trascina in epoche lontane , t’accompagna per mano lungo i ripidi pendi dei miti , verso il verbo e la sua storia. Forse solo, adesso mi sento meno solo , meno capace di chiedere perdono. Ed il palpitare della vita è il battito delle note , il salire, lo scendere, l’ andare a passo lento , lungo la via sacra , fino al fondo all’ essere Dio. Ed un Dio antico si mostra con il suo tempo, tra la gente con il suo accento gallico con la sue vesti lacere. Circondato da muse e vestali nella funzione dell’ essere un anfitrione dalle sembianze greche . Ercole, era l’amore di Hera e questo condusse Zeus alla pazzia. Il quale scagliò un fulmine nella notte tempestosa , piena di stelle . Impauriti in molti si nascosero nell’ ovile con la pecora, la capra , la moglie , il collega , con il collare del cane , senza coda tagliata, senza amore per il prossimo. Questo disse Iddio agli uomini : fate del bene ma poi si appartò con una valchiria era bionda, tutta bionda, bianca come il latte , dolce come il miele , splendida come la luna nuda sul monte. Sublime , esclamò qualcuno, ma era trascorso il suo tempo, il suo andare a ritroso , il suo sentire, sotto le stelle lucenti nella sera d’ agosto in questo magico luogo oltre ogni immaginario comprendere Iddio. Sarebbe stato bello avere un Dio per amico . Ma Giunone stanca si tolse la gonna , mostrando cosi al volgo la sua vulva nera cangiante colore dal nero di seppia al rosa . Si mostrò ignuda sotto un ulivo, lasciva nel corpo rendendo Ercole un demone intenzionato ad ammazzare Zeus. Ora quale dolce canzone ,quali canti di guerra e d’amore canti agli dei. Ercole. Il grido degli achei , echeggiò sopra le onde del mare , nel vento udimmo il grido del perdono, l’amore cercato per strade deserte , oltre ogni intendimento. La mia stupidità non aveva limiti. Sul mio capo, chi sà se sarà mai posto dell’alloro, sulle mie spalle il vello della pecora che m’avvolse con il suo soffice manto, sotto la luna calante nel canto di odisseo . Mi abbandono al suono del ritmo jazz, incalzante nella calda sera africana . Forte come una zappa, spacca la dura zolla di terra , da cui nacquero tante leggende . Da cui i titani caddero per volere di Zeus negli abissi della conoscenza e in quelle titaniche sembianze pagai il caro prezzo dell’ udire un ritmo siculo jazz. Zogna, zogna , taralli zogna e pepe. Talamone tu godi , sembri nu ciuccio , sembri nà scigna , senz’altro nà rilla , sotto le piante di ulivi , senti , senti come suona sotto a luna. Nù piezzo , guaglione e chisto Talamone . Stù sarchiapone , sona buono. Sotto un cielo chino di stelle senza mutanda, senza scarpe , chiamate li guardie , chiamate a Tonino , chiamate chi volete , io sono il caos , fatemi sentire un'altra bella canzone , che gira , rigira mi sembra , una lingua nella gola di Giulia. Non hai pagato il biglietto. Mi manca il resto di nulla , mi manca tanto, per capire che tutto vada bene . Poi , verrà il tempo dei frutti maturi che cadranno dall’ albero della vita, poi verrà il signore con il cappello storto a reclamare la sua esistenza , la sua indifferenza, la sua ignoranza, la sua clemenza . Signor giudice, si sono rubata la mia bellezza . Chi prenderà ora la luna per mano, chi farà l’ amore con giunone sopra il talamo . oh Talamone sei proprio tu , che inquieti i miei sogni sopra le rocce , sopra le nuvole, io spingo il carro di apollo . Sono Apollo , sono Pippo , sono Topolino , sono Paperino , sono il senso della storia viscerale che scende, scema , scende, sciarabbonda dalla bocca come la lava dal vulcano. Scende la sciara di fuoco un fiume di cenere , attraversa queste terre , entra in questa anima , in questa leggenda, lungo lo stretto , oltre l’arcipelago, verso salina , fino a vulcano cercando il senso di questo amore tra le isole , dentro il nome degli dei. Si suona tutta la notte, chitarre e tamburi , qui ai piedi del tempio dedicato a giunone ,qui in questo angolo di mondo , dimenticato sotto le stelle sicule . Ed una dolce voce, echeggia e porta via i tristi pensieri, miti intrecciati , misti di rabbia , di verve ed erre mosce sotto il palco , rutto con lo ventaglio in mano Chi è grosso, chi piccirillo , chi più grande d’un elefante , chi più grande di un gorilla che sorride con una banana in mano. Io sono il senso di questo ricercare per rime che trascende le generazione , trascende libero il senso della storia. Io sono sballato nel gioco del lotto, sotto il palco , vorrei afferrare il microfono in mano. Ascolto il suono , il musico ribelle , la bolla di sapone , sull’orlo dell’ universo aspetto di fluire nella ragione dell’ amore. Danzo , jazz con giunone. A spasso con Zeus qualcuno , ci grida fermate quei due mascalzoni. Chi le ha detto di entrare . Per fortuna c’è sempre qualcuno che dice buonanotte Sono al bar , bevo una aranciata questa volta non ci casco non giocherò più con gli Dei a mosca cieca. Più in là , c’è chi continua ad offendere il sacro nell’iperbolica congiunzione carnale. Ad un passo dal sasso nel sesso , non cesso di capire l’ignominia dei cognomi, io sono il figlio di nessuno , l’angelo ribelle che vola libero in questa serenata jazz , per Giunone e Zeus.
  11. Domenico De Ferraro

    IL PIANETA DEI FICHI D’INDIA

    IL PIANETA DEI FICHI D’INDIA Spesso , senza accorgersene il tempo scorre all’ incontrario quando non vuole farsi capire , quando getta l’ amo nel mare aperto e cerca di prendere un bel pesce da cucinare. L’ ansia mi assale sul treno , mentre attraverso la trinacria , terra ove pascolano le vacche magre , inseguite dai tori di apollo , ove i sauri alati vengono cavalcati dalle muse del parnaso. Nella mia corsa contro il tempo nella parte rassegnata nella mia maschera , il mio soggetto, l’ oggetto della mia esistenza , affonda le sue radici , nella ricerca etimologica . La quale , nulla vale , simile al volo delle farfalle sui prati in fiori , macchiati di sangue innocente , un volo che mi costringe ad essere me stesso , nello sfarfallio musicale che si contorce nei concetti elementari di un vivere enigmatico. Effettivamente provo , un certo smarrimento, ritrovarmi solo, con me stesso , nelle mie mutande, sul principio di un viaggio che è un interrogativo linguistico che tira il suo carretto di dialetti e prova a vendere le sue espressioni surreali Lungi dal pensare che un giorno , sarei ritornato sui passi della mia originaria fonologia linguale . Sulla scia di migranti e dei re magi nel silenzio di un sistema chiuso, nella sua scurrile esistenza mezzo fatto con l’aspetto d’acheo ottuso , perciò tanto folle da portare davanti ad una chiesa un satiro e farlo confessare del male commesso . Effettivamente la pedanteria era inusuale nella sua immagine lasciva di cagna in calore . Lasciando da parte , ogni altro interrogativo , questo mio viaggio era gustoso come una fetta di anguria o peggio un sistema metrico di rime senza senso. Così proseguo nel mio idioma volgare , lo segue nella lasciva sorte come se fossi una vongola innamorata di una cozza e nella raffigurazioni di una ragione senza senso che presume il buon senso. M’invento la storia dell’ intolleranza che rincorre la bellezza in un genere generante una certo sbigottimento. Così il senso della mia bellezza è quasi dimenticato nella sua aporia metrica che striscia , scivola, balla con Turiddu dai baffi neri corvino . Balla con tutti , divenendo a volte rosso, verde , giallo nello splendido sole del mattino. Ed in ogni cosa , ella scorre come il veleno nelle vene del serpente proveniente dal pianeta dei serpenti alieni , striscianti , molto ricchi che amano mutare pelle al sole caldo della Trinacria . Serpenti educati sibilanti, sibillini, impettiti , camminano a testa alta per le strade delle città , tentando i loro vicini , passandogli sotto le gambe arrovellandosi nelle storie più assurde , capaci di suonare batterie gran cassa , trombette e di fare un concerto scatenante , risuonante per tutte le contrade che attraversano strisciando , scampanellando si muovono nella polvere contro il tempo. E l’ordine delle parole rettile , segue il sistema grammaticale come una forma racchiusa nella sua speranza di essere. Diverse , volte ho provato a volare ad andare contro quello che credevo , ma sono giunto sempre al termine di un concetto che presumeva l’amore come soggetto . Dopo tanti tentativi , l’amore era sempre li ad aprirmi la porta per farmi entrare in un altra dimensione. La prima volta che giunsi sul pianeta Trinacria , era un pianeta arido con tanti fiori di cactus, fioriti al sole di giugno , immagine di un sogno di un Dio nudo sugli scogli , seduto in disparte a prendere il sole. Sciolte , erano le tante membra dei morti che si sollevavano nel vento , passavano alla velocità del suono , portandoti oltre quello che sentivi nel petto . Ed era un pianeta arido ai suoi tempi , solitario , incompreso, con un grande cuore che batteva nel ventre della madre terra . Non c’erano a quei tempi cammelli parlanti, ma cavalli alati e qualche puparo con la coppola che raccoglieva polvere di stelle sopra i tetti delle case affacciate sulle sponde delle coste . Una lunga fila di case , costruite dalla pubblica amministrazione comunale gestite dal consorzio del circolo equestre , governato da Michele Ferro. Non chiedetemi come riuscì a salvarmi dalle lupare o crisi mistiche che mi perseguitavano nella loro genealogia. Michele Ferro governava tutto il pianeta trinacria e non aveva timore di essere incarcerato poiché l’amore trionfa sempre prima o poi . E le coltivazioni dei fichi d’india erano un buon introito, fatto a spese dei contadini , educati al rispetto , pagati in natura con due o tre botte nel deretano o dietro la schiena , sulla testa , sul cappello con pannocchie e grappoli di uva matura , con baci , abbracci dati con quell’ ardore pagano , di continuare a vivere una vita aldilà del bene e del male. Cespugli , interminabili di fichi d’ India dai vari colori dalle strane forme, germogliati dalla terra , grigia ed aspra. Il vento , passa portandomi oltre quello che si crede, verso una giusta causa , nella speranza di milioni , di malcapitati trascinati dalle loro terre verso un isola che sarebbe dovuto galleggiare nel vuoto della storia. Purtroppo la storia di Michele Ferro era di pubblico dominio , era una storia sinusale, truce come le cimici , sporca come l’acqua del rubinetto che scorre giallognola, acidula un po’ ferrosa dall’ aspetto inquietante. Egli , tirava i fili dei pupi , sordi , ciechi , storpi, cattivi e buone marionette , lusinghiere maschere di un tempo arcaico che metteva timore nell’evocarlo . Stiamo per arrivare a Catania. Il capotreno è andato in bagno. La signora si gratta l’ ascella , mentre il signore nessuno avanza di un passo avanti e dietro Il treno ritorna , sempre alla sua stazione d’origine. Siamo a Messina E qui che nato il messia ? Cosi dicono. Mi sapete dire quando ci manca per Termine Imerese ? Io non lo so, sono di Padova Io di Brescia La biscia e sua amica C’è sempre qualcuno che piscia contro vento. Io sono di striscia la notizia Lei non scende ? Ma , sono chiuso in bagno Lei conosce la storia della Trinacria ? Certo sono un professore Lei uno scienziato? Non mi faccia ridere Lei è cosciente di quello che dice ? Certo che lo sono. Stiamo tornando indietro Mancano due ore per Messina Povero messia Si metta comodo Mi sembra un pallone gonfiato Non stiamo in una mongolfiera Potremmo evitare sotterfugi Ma , ora io chiamo il capotreno Ma questa non è stazione spaziale Mi creda simo tutti extraterrestri Cosa da non credere Madonna pure il capostazione è un alieno. Sopra tutto lui , poiché sa guidare la locomotiva. Mio Dio voi mi fate piangere E piangete tanto , ci manca poco per Messina Il messia , voi lo avete conosciuto ? Io , una volta sono stato a casa sua Come era simpatico , aveva i baffi all’insù. Che bello un messia con i baffi Una signora di Modena se ne innamorò , dopo due anni ebbe due figli . Uno usci bianco , l’altro nero . Ma siete certo che il messia fosse proprio di Messina. Non avevo alcun dubbio , era cresciuto a Taormina. Che dite , signore , vi volete togliere davanti al finestrino La mascherina Questo c’ è la con me Faccio finta di essere di Mantova Se va bene , tra due ore al massimo saremo a Termini Imerese. Hai mangiato ? Ho bevuto Hai fatto bene Che simpatico Ma questi fichi d’india a quanto li vendete ? Con le spine o senza Con tutta la buccia Con la buccia sono gratis Un buon prezzo. Questa è la terza volta che me lo fate pesare. Se non vi garba chiamo il capotreno. Per carità basta che arriviamo in orario , fate come volete. Il pianeta trinacria era popolato da strani esseri alcuni venivano dai Tropici , chi dal polo nord , chi dal polo sud. E poiché non cera molto da capire molto da creare , perché la giornalista piemontese era decisa ad incontrare il proprietario dell’isola , il signor Michele Ferro di provata fede antifascista . Figlio di Achille Ferro , pretore a trapani , discendente diretto del bandito Giuliano. Il quale sapeva andare in groppa allo ciuccio con la lupara sulle spalle per le montagne della Madonia , tenendo testa a plotoni di valorosi carabinieri provenienti da Torino. E le strade a quei tempi, erano disseminati di cadaveri , trucidati dall’ ignoranza , estensione linguistica tipicamente nordica chi voleva dire, siete tutti avvertiti. La giornalista , voleva incontrare Michele Ferro nelle vesti del bandito Giuliano in qualità di luogotenente , addetto alla pubblica sicurezza. Essere atipico nel diverso sentire l’ennesima predica antipartitica. La confusione, avrebbe potuto degenerare in molte fasi , arrivare a false questione estetiche, giungere a desumere che meglio scappare o trascinare in tribunale Michele Ferro e le sue cattive compagnie che in parte sono come le tante frottole fatte in parlamento che non si possono chiamare tali , poiché ogni comma contiene una legge, fatta a regola d’arte per chi governa . Il discorso , sostanzialmente, divenne, ipocondriaco, incentrato sulla facilità dei costumi per quanto la società dei manigoldi perdurò per molto tempo a spese di chi vendeva salsicce o facesse capriole per vivere perché come si dice : nu cicero nu tenne costume e non si fa ò bagno a mare , perché tiene paura dell’ acqua calda. E quando furono chiamati al processo contro cosa nostra, le tante vittime reali o irreali mostrarono un regolare contratto firmato e controfirmato da Michele Ferro alias il bandito giuliano . Voi lo conoscete a Michele Ferro Come no un padrone d’oro Non è cattivo Per carità una brava persona In mezzo alla piazza vedete ci sta Gigino Chillo sta sempre là Ma che fa dalla mattina alla sera Si conta li pili Come è strano Siamo tutti figli di una storia Tenete a mente a Pasquale Come no , l’innamorato di Margherita Proprio lui , quello si vendette mezzo palazzo paterno per averla Bontà sua Cosa ci vuoi fare , siamo nati per soffrire Io faccio la tratta Palermo , Torino ogni giorno Io Messina , Termine imerese una volta al mese. Questa storia va cambiata Se lo sa don Michele non ci da la più la sua benedizione Mo’ pure prete è diventato A volte si , a volte no Comunque il paese dei fichi d’india è un paese che si mantiene sull’ illusione comune della storia che sostanzialmente potrebbe essere polvere di stelle o un immagine di quella fanciullezza che anima in genere gli esseri umani. E si possono distinguere diversi delitti in base all’ insufficienza dei casi . Il nostro eroe non voleva proprio sapere di diventare carne in scatola o peggio una réclame di calzini. Il fico d’india era una parte di sé stessi , spinoso , dolce un frutto che a rigore di logica , detiene un primato oserei direi quasi deleterio, troppo spinoso , capace di pungere, di far male. Il fico d’ india della trinacria non è indiano , neppure giapponese qualcuno dice fosse originario della Mesopotamia chi dell’ Egitto. E non c’è ragione per chiamare un uomo, fico d’india ma l’invidia fa parte della nostra vita spirituale , si manifesta come un soggetto evolutivo dell’ esistenza di fatto che racchiude la sua storia. Un idea matura ,dolce , creativa che cinge il capo ad un fico d’ india , la sua corona di spine. Tutto il pianeta Trinacria era una proprietà di Michele Ferro che non era cattivo e non era neppure un fico d’india , forse veniva dalla Russia ed era stato da ragazzo dolce come una ciliegia con la buccia rosa che diceva la gente che era più buona delle ciliegie rosse . Ma lui Michele Ferro , era un dittatore , nato anche un po’ misantropo, un topo che abitava sotto un nido di fichi d india. La si nascondeva , faceva il padrone , qualche volta cucinava fichi d’india alla brace . Molta gente veniva da tutte le parti dell’ universo a gustare i suoi piatti . Perfino , un gatto una volta venne e divenne tanto furbo che si mise un turbante in testa e divenne così un famoso fachiro. Il sogno di Michele era di diventare padrone dell’universo conosciuto . Una tentazione molto simile ad una coda di serpente che si muove frenetica , indisponente nella sua potenza , simile ad un urlo disumano con il quale conquistare la scena ove Michele Ferro con tutta la banda interpreta la parte di vecchi farabutti. Che vulvite fare , statevi accorto al Talamone La gente sbigottita, incominciò a gridare a credere che Giunone fosse un gommone , dove tutti gli immigrati si buttavano dentro si tuffavano dal gommone per giungere tra le braccia di Giunone. Mio Dio chi è stato ad uccidere il Talamone Io niente viddù Come dite oh che tragica scena Mi riducete ad uno straccio Non voglio buttarmi a mare, ne saltare la corsa , sono prigioniero dei mie disturbi psichici, sono venuto in compagnia del satiro. Hai portato il cane a fare la spesa Il cane non è mio Io sono di passaggio. Giunone è una vecchia signora che si concede a Zeus in mezzo al prato. Voi che dite , avete chiamato le guardie qui c’è ercole può confermare i miei buoni propositi. Il mare di notte è illuminato dalle stelle come i pensieri profondi di Poseidone su una barca senza remi che ritorna a riva , nel senso di marcia nella direzione opposta. Qui sul pianeta dei fichi d’inda in molti sono rimasti senza Dio , solo Michele Ferro conosce la vera storia del Talamone che a tavola ama mangiare il fegato dei suoi nemici . Veramente io sono a secco con la benzina Siamo in mezzo al caos Io sono il caos Noi siamo l ‘essenza stessa della bellezza Cosa ha reso tale questa storia Sono stanco di viaggiare indietro nel tempo Non preoccuparti prima o poi ripartiamo Il pianeta dei fichi d’ india è un pianeta senza un Dio . Una terra senza solchi , capace di generare o salvare il mondo tramite la filosofia dei tragici greci. Pertanto la chiarezza degli atti , implica una illusione certa che il pianeta dei fichi d’ india sia per meta governato da rossi e per meta neri , qualche bianco vorrebbe avere la parte migliore ma ormai i neri non gli la danno per vinta. Cosi tutto scorre i fichi d ‘india riposano all’ombra , illuminati da mille raggi di sole che potrebbero bruciare la sorte di un popolo. La terra è fertile ed il pianeta dei fichi d’ india aspetta qualcuno ritorni a zapparla . Dopo la morte di Michele Ferro in molti si sono proposti a divenire podestà, padrone , barone, marchese , magistrato. Ma la morale rimane illibata , un limbo ove le donne si rifuggono dalla lussuria sfrenata e dalla caducità del vivere. La morte di un fico d’india è determinante per capire l’ amore ed il risvolto della conclusione espressive . Poiché chi potrebbe governare con giustizia un pianeta di fichi che non pungono ne piangono , ma si autogestisce a seconda delle tasse prescritte. L’ invasione dei migranti , fu gestita pochi mesi prima della fine del dittatore Michele Ferro . Tutti i suoi gregari furono messi in prigione . Chi in pigiama lesse le sue memorie , chi in mutande recitò le gesta di Michele Ferro che a molti piacque tanto perché gli ricordava la loro infausta infanzia. Il pianeta divenne dopo la sua morte, un luogo ameno, tutti erano liberi di fare quello che avrebbero sempre voluto fare, niente dalla mattina alla sera , senza dar conto a chi ti spia dal buco della serratura o ti segue con occhio languido dalla finestra. L’ esistenza è breve ed il pianeta dei fichi d india è una dimensione quasi fiabesca , simile alla scoperta di se stesso. E come essere votato per essere qualcosa altro che un semplice personaggio di una banale commedia umoristica. Le rane ed i ciclopi in quella occasione funebre piansero il mesto corpo del defunto . L’ultimo atto , dava inizio ad un nuovo amore Rosso , rosa , azzurro, grigio color topo che qualcuno scambiò per fumo di Londra. La figura del fico d’ india , impose una certezza che non esiste una volontà , capace di generare la storia di ogni singolo individuo quando questo crede in sé stesso. Ma voi siete certo Certissimo Non ridete Chi ride. Non mi volete pigliare per il sedere Per carità Come siete romantico E che mi sono lavato stamattina Con acqua di colonia Con acqua di rose Stasera facciamo festa Io ieri ho visto cadere una stella cadente Ma era sicuro che fosse una stella e non un fico d’ india Non saprei dirle A me sembrava una stella Ed io le dico che era un fico d’India. Dio segue il nostro cammino per dubbi e impressioni , pensieri nascosti che accendono stelle nel cielo, ci segue pari passo nei nostri sogni , nel nostro soffrire per rime e mondi sconosciuti Attraverso dimensioni plastiche ove immaginiamo di essere dei fichi d’india , degli indiani d’ America o di Calcutta a passeggio sulla nave che ci sta traghettando da un pianeta all’ altro, da un continente ad un altro continente . Dove in fine , troveremo un altro mondo ed altri fichi d’india , forse più spinosi , meno dolci . Fichi che crescono nella certezza di essere un giorno mangiati , poiché la vita vale quella che vale e cresce senza terra da arare, senza rime ne amori pagati a caro prezzo. Poiché la libertà è sempre il male minore difronte alla tirannia e all’ arroganza della razza padrone di cui appartengono i tanti Michele Ferro che vorrebbe dominare il pianeta trinacria senza creare qualcosa di buono , senza pagare le tasse dovute ai lavoratori e ai picciotti della buona società.
  12. Domenico De Ferraro

    BLUES DI LUGLIO IN AUTOBUS

    BLUES DI LUGLIO IN AUTOBUS Sole di luglio , sole di lengua , sciogli in me tanti ricordi , come quando quella volta sono asciuto pazzo appresso ad una guagliona, dentro l’onda del mare burrascoso, schiumoso , insieme a tante vaiasse , ballai coppe allo munno , affondando le mani nella sabbia. Sballato , malato , non mi facevo capace che l’ammore mi aveva tradito per ire , verso altri lidi e mentre io andavo dietro a tante disgrazie mi abbandonai nella mia dolce favola dell’estate. Nella mia ragione poetica , divenni un toro ferito che muove la coda nel tramonto della sua vita , mossi i miei passi lungo spiagge immense , sentivo lo core che mi sbatteva m’pietto, sentivo a vita che mi lasciava dentro a tante ingiustizie. Ora tutto è passato mi rilasso e penso a te sopra ponte vecchio e ti chiamo ma tu non rispondi . E mentre piango la morte di un vecchio amico , stracco nun saccio che pesci pigliare . Ora mi elevo dentro un sospiro di pace , nel soffio del vento che vola e va , oltre mi conduce, sfastriato nello sciore della giovinezza appassita ,assomiglio a tanti gliommeri nello scrivere versi che mi gorgogliano nel pensiero nella frescura , sotto le fronne , degli alberi in fiore. Penso tanto al tempo trascorso , ascolto la bella canzone dello tempo andato , ripenso a te , mentre scendo nell’inferno delle mie passioni , rassignato dentro una nova canzone. Rimango, appocondruto dentro un altro motivo musicale poi scendo e vado alla processione. Le parole sono di rame , sono di ferro, l’ammore è una carogna che abbaglia e fa figli sotto la luna di luglio , partorisce mezzo all' erba bagnata dalla rugiada del mattino. Ed io sento il fischio dello treno passare , correre , sopra alle rotaie arrugginite , migranti , scintillanti , quanta gente e asciuto pazze stamattina appresso a chesto corteo funebre . Poi tutto è vano come fosse un tarlo che mi rode dentro il cervello . Per quanti giorni ti ho aspettato , ritornassi vestita, tutta di rosa , con il tuo sorriso appeso alle tue rosse labbra. Quante pene , tenevi astipato dentro questo petto , in questo amore fatto di plastica e di cartone. Non mi hai mai dato il tempo di capire Non era rimasto tempo , neppure me stessa . Sono nuda nella tua ragione Ed io che credevo di essere tuo Ti sei sbagliato, non ti sei fatto la barba di nuovo stamane Ho preso l’autobus delle sette Sei un indisciplinato Non credo che gusterò questo gelato Facciamo come fossero n’ammurato come tanto tempo fa Volesse truva pace Io una spiaggia libera , nu poco fresco, sotto l’ombrellone con una bella fetta di melone Pensi sempre alla panza Sono una cagna Sei un ondata di calore Spero un piacere Come fosse stato bello se tutto fosse stato vero Hai chiusa la porta di casa dei tuoi ricordi? sai posso entrare i ladri Cammina , chi vuole che se li rubi E se si rubano chesto core Io vado dalla polizia Mi prendi in giro ma io ricordo quando mi lasciasti mezzo a piazza Dante con due povere creature con i fiocchetti intrecciati nei capelli. Il tempo è passato ci ha resi assai simili nell’errore commesso Ora vorrei passeggiare e non pensare altro Questa volta me lo mangio quel gelato al pistacchio Credevi che ti fossi scordata Come posso dimenticare, quest’anima mia appassionata è una stella mezzo allo cielo Io ti confesso mi sento una barca alla deriva Ci vediamo stasera a piazza plebiscito Mi raccomando alle otto in punto. Questa vita mi ha segnato assai , mi ha corrotto, mi ha condotto dall’altra parte la su quel ponte, mi ha lassato a pensare che l’ammore rimane una carogna , un sogno proibito , forse una canzone che arape le scelle e vola verso altre confini , tra i vicoli sporchi che addorono di mare e miti sentimenti. Ed io ho vissuto in mille artifici , ma mi prenderò la mia rivincita , quando tutto sarà passato, venderò questa passione al mercato tra le fronne di limone ed i carciofi , le carote arancione , tra gli strepiti della gente che passa e va verso la marina a tuffarsi dallo scoglio con e senza mutande. Poiché non esiste una morale che mi possa condannare , poiché viviamo secondo la legge della giungla e in questa corsa verso l’ossesso le mie ossa scintillano al sole d’agosto. E non credevo fosse tutto possibile , quasi mi sembrava di stare due passi dalla morte di un era , ad un passo dall’essere contagiato . Non pensarci ho comprato una bottiglia di birra , una , due, forse tre per placare questa sete d’ ingiustizie ,questa voglia di libertà , questa voglia di caffè. Beviamo fino ad ubriacarci Possa il cielo liberarci dal male Ci pensi a Gigetto Che cretino che sei Non lo dire in giro che lo chiamo Gigetto Tu lo chiami Gigetto io la chiamo Luisella Che coppia che siamo Sotto questo sole Io allungo la mano Non ti permettere io sono una signora E se ti sposo Se mi sposi io mi spoglio Io mi squaglio Ed ora mi rilasso e penso di andare a vivere a Milano. La tra tanti grattacieli , di certo troverò una gatta da dare in sposa a questo mio sorcio , cosi darò cinque, sei schiaffi alla mia cattiva sciorta e mi riconoscerò nello scrivere improvvisato nello sbaglio, mi abbocco tra la folla , dato sono fatto di carne anch’io . Io sono di spirito e ossa , sono tanti anni orsono che ho rubato il fuoco agli dei i quali mi hanno incarcerato dentro un carcere insieme a Gennarino che faceva il battilamiero si vantava di avere un pisello assai lungo , una comara a porta capuana , un amante ad Avellino . Ed avrei voluto vomitare tutto lo schifo provato e visto in questa vita ma sono rimasto al mio posto a ripensare all’ imbroglio ordito nei mie confronti , legato ad un malessere mi ha preso per mano, mi ha portato per altre mete immaginarie , cantando la mia libertà perduta che dalle ali bianche vola in alto come fosse un gabbiano , quasi a sembrare una virgola nel cielo azzurro. Quanto avrei voluto fuggire da quel mio carcere condominiale andare a Madrid a cavallo di una nuova fantasia. Ma le parola sono amiche e nemiche della mia ragione poetica , sono fatte di varie leggende , miste di varie leghe , hanno l’aspetto di ametista . Ed elle sono tante , alcune belle , altre volgari , altre figlie del volgo, figlie di sere e di notte d’ammore , sono simili a chesta sciorta che scivola come l’acqua sporca, sotto i marciapiedi . Ed elle si mostrano sotto il sole , poco mistiche , assai cretine , scarabocchi su fogli di carta bianca , su cui allacciare le proprie idee filosofiche . Cosi passo e butto l’uocchio in giro e sono finito nello vascio della signora giuseppina che non ha voluto sapere di accattarsi i libri della fabbri editore , all’epoca dei fatti , cosi io sopra al cumulo di monnezza ho gettato via ogni cosa , ogni mia speranza ed ogni mia canzone. Lascio un errore grammaticale e piglio un'altra scorciatoia epistemologica , questa vita spesse volte non tiene rispetto per chi soffre , mi tiene spesso per mano e mi porta verso il mare come fosse di nuovo fanciullo io canto a Napoli come a Firenze , trionfalmente a Ravenna mi fanno tanti complimenti . Questo blues viaggia con me in un autobus , ove scrivo tanti versi sciagurati . Fermo al mio posto , vicino al finestrino , osservo il paesaggio scorrere , non piango , ne rido nel mio dire continuo ad inseguire fiabe e leggende ,provo a narrare storie, varie realtà , mi trasformo in diversi personaggi e rassomiglio assai, almeno cosi dicono i miei amici ad un povero cristo in croce nel giorno del giudizio.
  13. Domenico De Ferraro

    LA POVERA PULCE

    LA POVERA PULCE Ogni storia prima o poi finisce e con la fine di una fiaba nasce una leggenda , leggera come il vento che fischia con il treno che passa , sfrecciante sulle rotaie dell’ovest. Resta un grappolo in gola , un bicchiere di vino da bere in compagnia di una pulce ,un amore banale che trascende ogni cosa, un lungo viaggio nell’aldilà . Una fiaba figlia di un vecchio libro chiuso sopra gli scaffali impolverati, tra vecchie questione illogiche ,aspetti di un vivere ermetico Il mito della pulce affiorò alla mia coscienza , durante una banale lite , l’ odio vestito da gendarme mi spinse verso oltre ogni ragione, speranze , tra questi righi , sotto questo cielo, camminai per giorni ,lottando contro il male che assediava questa povera pulce, figlia della polvere dei morti, figlia di ogni sognare e vivere che trascende il racconto nel divenire della vita. Ho fatto un voto , mi sono impegnato ad essere diverso , ho composto un nuovo racconto , una nuova filastrocca, una scena banale in cui si racconta di una pulce diversa fatta ad immagine della divinità . Cosi durante uno dei miei pellegrinaggi per i sentieri aspri della brughiera ho trovata la pulce suddetta , lo tenuta nascosta sotto il letto , lo saziata con le tante male azioni della gente cattiva, gli ho dato da mangiare ogni diceria ed ogni ipocrisia . Una pulce cosi non l’avevo vista prima, grigia a volte chiara come un foglio di carta , una pulce poetica con tanti occhi appuntiti come capocchie di spillo . Uno spillo può essere il principio di una storia e la pulce non aveva un nome qualunque, era grassoccia , mistica , smargiassa , mangia peli , mangia polvere , succhiava avida dalla carne del cane il sangue innocente , il sangue della storia altrui. Amavo una pulce , quanto era bella , una pulce sincera , assai simpatica ci passavo i miei migliori momenti , ci giocavo a carta , ci salivo in groppa e correndo , saltando in mezzo alle campagne , in mezzo alla città per sobborghi luridi ed oscuri in mezzo ai tanti guai , quanti paesi ho conosciuto quante storie ho sentito raccontare. La vita scorre , ti porta lontano a volte dentro un mistero profondo ,fatto di baci ,carezze ,in mille e mille , notti spese a pregare , anche se non avrei mai creduto che avrei girato il capo dall'altra parte, lontano da quel crocifisso appeso alla parete ed avrei affrontato quei mostri che mi perseguitavano. Non sapevo se sarei entrato con forza nella sociale coscienza , insieme alle mie paure , affrontando l'orrore che avevo provato , affrontando la morte, la vita che avevo cercato di raccontare anch’io . La pulce crebbe sempre di più, si fece assai bella , molti dicevano fosse un mostro generato dalla mia fantasia, forse dalla mia ignoranza . Io non conosco la storia altrui , io non conosco altre pulci simili alla mia . Non ho preso una laurea in letteratura moderna , non ho votato , chi dovevo votare , io sono cresciuto , convinto che questa creatura fosse l’ultima speranza per questo mondo, capace di salvarci dal male , nata dalla terra che distruggiamo ogni giorno , capace di sconfiggere tutte quelle creature malvagie di notte , vengono ai piedi del mio letto a guardarmi dormire nudo nel mio navigare nel mare della meraviglia. Ho cambiato vita, sono passato a nuove gioie, nuovi intendimenti , momenti di un vivere che cambiando colore mi hanno riportano indietro nel tempo i quali mi hanno fatto conoscere cosa significa essere o non essere. Tutto scorre all'incontrario , tutto diviene per mano di una ingrata divinità , una storia raccontata più volte , inseguendo un breve lasso di tempo , questo vivere , oltre ogni ragione, oltre me stesso , oltre ogni altro dolore. Mi lascio andare e vivo una vita surreale in cui poter vivere , credere, volare. Povera pulce eri cosi carina , ti trovai , attaccata sopra alla mia camicia , mentre andavo passeggiando lungo un sentiero in mezzo ad una oscura brughiera. Pulce sincera, saltellavi, canterina mi cantasti una bella canzoncina , sgambettasti allegramente, sembravi un diva del varietà. Chierica pulce conoscevi il cuore degli uomini , avevi a lungo viaggiato, percorso paesi nazioni, città , villaggi. Una volta in Africa , rischiasti d'essere uccisa , impaurita cantasti con occhi sgranati ed implorando , improvvisasti un simpatico spettacolo, ma lo stregone del villaggio ti voleva prima lessare poi imbalsamare , condurti come regalo di compleanno ad una regina di una tribù rivale. Una pulce imbalsamata , con un sorriso cucito sul viso. La scappasti per poco , causa la tua innata ilarità , dopo aver cantato: dormi piccina ,dormi sul mio cuore… facesti addormentare tutti quanti , così scappasti sopra la gobba di un dromedario per poi imbarcarti a Tunisi e far dunque ritorno nella tua natia Europa. Quante avventure , quante disgrazie , quanti guai hai passato . Una volta mentre stavi attaccato dietro il colletto di un parroco di campagna un improvviso schiaffo, un forte ceffone dato di traverso ti fece , uscire tutte quello che avevi mangiato per lo deretano. Ti salvasti per un pelo , ti salvasti pur ferita nell’orgoglio , a causa di un filo di ragno teso per caso dal cappello del parroco ad una finestra scassata e solagna , aperta su di una bella campagna , dove si coltivavano aglio, peperoncini, lattughe, carciofi . Che bello dicesti e ti menasti a cuppitiello , forse ti sentisti felice eri ancora carina , lesta ed assai intelligente . Mezzo a quella campagna trovasti una zecca campagnola ironia della sorte t'innamorasti al primo colpo, rimanesti estasiata , travolta da una tempesta di passioni fu un amore fulminante a volte allucinante. Rimanesti tre anni e mezzo in quell'orto, facesti amicizia con pulci di altre specie, con lumache, lombrichi , farfalle, insetti diversi che giocando ,scherzando, divennero i tuoi migliori amici in alcuni casi i tuoi incubi peggiori. Facesti trenta pulci in un colpo solo con la zecca che amavi , piccolini, tutti simili a te ti chiamavano papà pulce . Eri felice come non mai , ti facesti crescere due bei baffi, camminavi con un cappello di paglia in testa, i tuoi figli crebbero velocemente. Dopo aver seppellito la tua povera consorte zecca già vecchia di un lustro, pensasti di ritornare su i tuoi passi di ritornare a viaggiare e conoscere nuove terre. Intanto la carovana di un famoso circo passò un bel giorno dalle tue parti diretta da un famosissimo prestigiatore , il quale sentito alcune pulci della zona, volle conoscerti a tutti costi , per proporti un spettacolo eccezionale. Imparasti così il triplo salto mortale all'indietro , imparasti a saltare da una mano all'altra , da un capo all'altro, da un monte all'altro , da un domani all'altro divenisti una star. Con te portasti , tre dei tuoi trenta figlioli , oramai sparsi per il mondo dal nord al sud , una pulce femmine e due maschietti, ed anche loro divennero come te , degli eccezionali artisti circensi. Vecchia pulce ora riposi nel vecchio cimitero delle pulci famose , sotto una croce a forma di cuore , in cima ad una montagna di rifiuti. Ti hanno sepolta in compagnia del tuo amore. Piangenti i tuoi figli , ti stavano tutti attorno di ritorno dalle terre lontane con i lori figli , tuoi nipoti, tanti quante le stelle del cielo. Moristi durante uno dei tanti spettacoli , acrobatici , causa , essere stato schiacciato da un spettatore grasso oltre ogni limite sedutosi su di una sedia, dove tu saltando eri finita facendo il quadruplice salto all’indietro con giravolta mortale , dopo tante glorie , dopo tanti successi , riposi ora in una scatola di fiammiferi. Ricordato da tutta la gente del circo equestre come la pulce più carina mai apparsa in scena , gloria per mille e mille generazioni , uomini , donne, bambini di ogni età , pulci come te , piccole , indifese , ignari di cosa l'aspetta il domani. Dormi oggi beata , sognando ancora mondi diversi , giorni diversi e non ti domandi più chi sei ? perché sono innamorata ? quando ogni cosa finirà ? quando la cattiva o buona sorte continuerà a scrivere questa tua triste storia di povero pulce e del suo amore per la vita.
  14. Domenico De Ferraro

    LE VISIONI DELL’ORCO VEGETALE

    LE VISIONI DELL’ORCO VEGETALE Racconto Fantascientifico di : Dino Ferraro Riccardo era cresciuto nell’immaginare altri mondi ed altre dimensioni possibili , un tipo segaligno dalla poca barba sul viso segnato da tante piccole rughe allineate all’incontrario nel senso di una vita spesa a fare il commerciante di galline bioniche , il portapacchi di cervelli informatici , il fattorino underground . Aveva anche lavorato in una birreria di alieni ortodossi , facendo l’ operaio per mille euro al mese. Era un disgraziato o forse la disgrazia gli era sempre stato attaccata alle calcagna , qualcuno diceva che con una costola in meno avrebbe potuto essere un fenomeno da baraccone. Ma Riccardo era caparbio come un bolide solcava l’universo , correva , andava dove gli pareva e mai si curava di chi lo inseguiva. Quando dopo una giornata di lavoro rientrava a casa riassaporava il segreto delle cose casalinghe, la sua comoda poltrona, la sua magica televisione , dove poter viaggiare con la fantasia verso dimensioni surreali . Avventure virtuali dove si manifestavano tutta l’ indisciplinata chiaroveggenza di una realtà fenomenica . Se il mondo era stato distrutto, per poi rinascere dopo una guerra nucleare già per ben tre volte questo non conduceva Riccardo a trarre conclusioni affrettate di cosa fosse capace la logica umana abbinata ad una logica aliena. Il suo attuale lavoro all’istituto di commercio era ben pagato ed il viaggio di ritorno , verso casa era piacevole come il vento che passa e ti porta verso altre dimensioni surreale. Riccardo era un duro, un uomo tutto di un pezzo e forse qualche rotella gli mancava , ma questo faceva parte del gioco del dare e dell’avere. Riccardo , rammentava come era un tempo, quando giocava con le galline elettriche nella fattoria dello zio Piero , le inseguiva mentre queste correva a più non posso cosi le galline mettevano la marcia , pigolando, arrivavano dove tramonta il sole , nella luce di un odissea di forme che divenivano concentriche , psichedeliche, forme estreme della vita generanti altra vita ed altre storie. Una psiche instabile quella di Riccardo retta dal caso insolito dal giudizio interiore. La fredda luce del mattino lo colpì mentre entrava in casa e posò la sua borsa contenente tutti i documenti occorrenti per intentare causa ad una società di robot sabotati dalla critica televisiva avversaria . La prima cosa che fece fu dirigersi lesto fuori al balcone ad annaffiare i suoi amati fiori , innesti alieni provenienti dal pianeta Kronos dove regna perpetuo il caos e le persone non sono persone normali , come speri di trovarli al supermercato , sotto casa o andando all’edicola a comprare il giornale. La vita su Kronos è una illusione metafisica , una visione distorta della realtà e quei fiori erano il frutto di quella terra , lontana milioni di anni luce dalla terra . I fiori dai teneri petali si aprivano all’incanto del sole, sbocciavano, eliotropi , con i loro teneri germogli al tiepido sole della terra. L’intensa luce solare li eccitava ed i fiori divenivano dopo un po’ al sole festosi ,incominciavano a saltare dal vaso , facevano l’inchino a loro padrone ed altre strane cose iperboliche. Non esiste soddisfazione cosi grande come quella del creare del vivere dell’assaporare il giusto senso dello scorrere degli attimi psichici che uniscono la forma dell’esistenza alla primordiale ellittica conclusione di un ciclo caotico di forme e contenuti , generanti un simulacro pietistico di sentimenti umani. Una lunga serie di fatti irreali e decadenti nell’intendimento generico su generis creante una simbiotica forma esistenziale. L’atto creativo emerge nell’attimo in cui noi deduciamo il tempo trascorso nell’idea della vita in se legata allo scorrere di un tempo mnemonico ove non ci sono avvisi, soste ove tutto scorre nell’immaginare nel creare una volontà che ti conduce verso il divino. Sul lavoro Riccardo era un metodico , anche se per tutta la sua vita passata , ne aveva passate di cotte e di crude , brutte e belle , intrise di nefasti introiti di inghippi tragici e congiunti a quella sequenza ordinaria di cose su dette. Poiché Riccardo era un visionario un tipo fuori dal normale e le sue prime visione li ebbe in età pediatrica quando già bimbo in braccio alla madre vide trasformare un vaso di fiori in un serpente . E quell’allucinazione poi del padre che divenne un orso mentre lo prendeva in braccio lo fece cosi impaurire che pianse cosi tanto da sgolarsi. Povero piccino vieni dalla mamma Forse il piccolo ha fame Gli dò un po’ di latte Eccolo vizialo Ma dai caro e latte mio materno gli fa bene La società va avanti, progredisce e tu gli dai ancora il tuo latte. Credo tu adesso stia esagerando Non esagero ieri un professore diceva che il latte materno contiene tracce di un vissuto psichico materno che potrebbe influire sulla crescita del neonato Stupidaggini per millenni noi mamme abbiamo allattato i nostri piccoli Ma ti sto dicendo la verità Non voglio sentire queste baggianate Li vuoi chiamare fesserie , ma restano assiomi scientifici Faccio finta di non aver capito Si però non inchinare troppo la testa al piccolo potrebbe affogarsi. E’ un ingordo Uguale alla madre Ti sbagli è identico a te. Sarà, ma io non sono una fotocopiatrice Riccardo aveva sempre avuto paura di essere un replicante incallito forse in verità aveva paura d’immaginare un altra vita possibile. E quei fiori che annaffiava con tanta cura , crescevano a dismisura erano fiori magici , incantati. Capaci di divenire strane forme, oggetti, irreali, una lunga scia di fiori la quale creavano una strada fiorita che conduceva verso il cielo. Quell’ammasso di vegetali, aveva preso forma di un razzo , di un areo , di un mostro dalle tante bocche, pronto ad aprire le fauci ed ingoiare tutta la realtà circostante , un fiore , un vegetale vivente pensante , capace d’ intuire cosa stessi facendo , come lo stessi facendo . Quell’essere tutto verde era capace d’ avvertire il male circostante , crescere a dismisura . In quella piccola serra , dove veniva annaffiato ogni giorno, l’essere mostruoso prendeva aspetto di ogni cosa possibile ed era incredibile vederlo trasformarsi in cosa sarebbe potuto divenire . E quando disse le prime parole . Riccardo rimase meravigliato immobili con l’annaffiatoio in mano avrebbe voluto fuggire ma non ebbe la forza di farlo. Salve come ti chiami disse l’essere vegetale muovendosi come fosse un lungo serpente verde Riccardo dondolò la testa strinse l’annaffiatoi e disse : Mi chiamo Riccardo sono colui che ti annaffio Bene facciamo amicizia ? Come no l’amicizia è una cosa seria Lo dici a me , non sai da quando ti curo, ti annaffio ti ho portato pure a spasso quando eri un piantina. Che bello rammento quelle passeggiate ecologica quasi biblica Sei il risultato di tante guerre nucleari. La guerra che brutta cosa sul nostro pianeta non ci sono guerre , si fa l’amore tutti i giorni . Anche qui se per questo, un giorno si , un giorno no. Forse è stato il troppo amore a condurci alla rovina Sei bello Tu più bella di me Sei simpatico , sono un maschio Piacere Caterina Non sapevo ti chiamassi Caterina E il nome di mia nonna Io Riccardo come mio padre Hai un padre ? L’avevo ora non so che fine ha fatto La vita gioca brutti scherzi Lo puoi ben dire Che bello conoscerti come sei grassoccio Anche tu sei grassoccia e che denti aguzzi che hai Vedere una pianta prende forma di un essere umano mette un po’ di timore, una certa intolleranza di cosa si possa divenire nella sostanza delle cose , mostri, creature fantastiche che si muovono nell’oscurità dello spazio siderale . Esseri insoliti provenienti da lontanissime galassie dopo aver viaggiato nella dura scorza di asteroide ,aver solcato universi sconosciuti , attraversato notti interminabili , stagioni dopo stagioni tramutandosi in esseri pluricellulari contribuendo cosi a creare una nuova civiltà , una nuova storia sul pianeta terra. La forza primordiale che animava lo spirito della creatura sempre verde era impressionante , poiché ella era capace di tramutarsi in mille forme , prendere le sembianze di chiunque gli fosse accanto. Una creatura simile pensò Riccardo ti può far diventare tanto ricco che non avrò più bisogno di nessuno. Il mondo mi acclamerà come salvatore ed inventore , glorificandomi , mi osannerà come colui che stato capace di creare un legame terreno con le creature proveniente dallo spazio. E la logica della creazione , cambia ogni momento conduce verso una nuova ragione ed un nuovo concetto dello spazio e del tempo. Quella creatura fantastica era capace di cambiare il corso degli eventi di generare nuove dimensioni vegetali di rendere le cupe strade della citta in luoghi sempre verdi, dove poter andare a passeggiare. Un mare di verde , tante piante ,antropomorfe che s’arrampicano , crescono , verso l’alto, vanno verso il cielo , sopra i palazzi , attraverso i cunicoli stradali , entrano nelle case, nei pubblici uffici , creando cosi un mondo diverso una dimensione parallela dove i vegetali reagiscono alla realtà imperante, soggiogando la dimensione onirica . Riccardo era miope , tanto miope che non riusciva a vedere con limpidezza il mondo circostante , quella sua miopia lo costringeva a guardare l’universo dal suo punto di vista . Quel giorno dopo lavoro Riccardo non ritornò subito a lavoro con la sua navicella spaziale sorvolò l’intera metropoli , si posò su un grattacielo e si mise ad ammirare lo sconfinato scenario biblico della metropoli , infestata da strani alieni , esseri pluricellulari , strani animali pensanti che tramutavano ogni cosa che toccavano . Riccardo era un visionario, era capace di vedere e attraversare dimensioni surreali , capace di parlare con esseri e creature , frutto della sua fantasia. Riccardo era un veggente e poteva viaggiare nel tempo . Potrei essere in ogni luogo, potrei vivere mille avventura ma la realtà effettuale mi frena , mi costringe a scendere da questa navicella a solcare l’indefinito , l’attimo successivo di una morale senza domani . Io m’abbandono alla sorte e viaggio con la mia fantasia, mentre i tanti mostri della mia coscienza prendono vita si trasformano in mostri orrendi frutto della paura e rassegnazione. La citta mi si stringe intorno, mi rende partecipe di una dimensione fisica ove quello che io credevo possibile diviene un algoritmo informatico trascendente la mia azione . La mia vita è un nulla , un tutto che prende forma dall’immagine in simbiosi con questo mostro vegetale proveniente da chi sa quale lontanissima galassia. Io mi rigenero nell’auto creazione, nell’azione irreversibile dell’atto puro racchiudente in se ogni sapere. Ogni principio ed ogni fine , ogni bene ed ogni amore vive in una dimensione psichica che frutto di una creazione onirica subconscia di una scienza inesatta di una filosofia decadente , una storia intollerante ove un mare di parole si muovono nel dormiveglia , nella tremula ora nell’alba chiara illuminante la mia mente in preda a mille visioni surreali. E proseguo il mio viaggio nell’onirico in questo spazio ove nasce e cresce ogni cosa impensabile e la bellezza anima il mio vivere le mie parole taglienti appuntite come matite che si trasformano in semafori allucinanti in strade pericolosi percorse da comitive di alieni ubriachi travestiti da orchi vegetali.
  15. Domenico De Ferraro

    PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO

    PERSONAGGI IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO Guardare passare Vincenzo Pulcinella per le strade del mio paese con la sua angoscia legata al suo destino mi sconforta assai . Lui figlio di un mite calzolaio , perduto tra i vicoli della città in cerca di pace . Pulcinella che non la da a bere a nessuno , che si muove come un buffone in cerca di gente come lui da avvolgere nella carta stagnola come si fa con il pesce che puzza dopo essere stato svuotato delle sue interiore. Vincenzo non è un fesso è in verità un filosofo, conosce tante cose. Poiché ogni concetto si eleva alla sua rappresentazione verso quella ricerca interiore in un mondo fenomenico colmo di tanti perché ed illusioni . Pulcinella passeggia , viaggia con il pullman prende il treno , va in piazza mercato, pulcinella beve il caffe in piazza plebiscito . Egli che conosce l’animo umano sa cosa significa essere un fisico bestiale, una libellula un libero pensatore. Vincenzo aveva un amico e quel giorno doveva andare a trovare il dottor Felice sciosciamocca per sapere il risultato di alcuni esami clinici fatti. Le pulci possono essere pulci salterine un po’ cretine come le rime , pulcinella se la rideva di se stesso , si lisciava i baffi e si muoveva tra la folla come fosse uno qualunque. Pulcinella è sempre stato un eremita a volte una tigre verace dipinta di celeste che si nasconde nel prato tradito dall’aspetto di tifoso juventino . Mette tante paure pensare un pulcinella diverso che trama contro il mondo che dorme sulle panchine del parco pubblico , beve vino sotto la luna va a zonzo zufolando arie di protesta contro il governo dei sorci , pronto a fare festa in caso di vittoria della vita sulla morte, pronto ad uccidere i fantasmi delle tante paure che s’avvicinano alla sua ragione di uomo e di maschera. . Un dialettica che non sa di sale , neppure di caciocavallo che va a cavallo con il pennacchio in testa indossando una maschera segnata dalla sofferenza avvezza ad ogni cambiamento . La quale si trasforma in ciò che siamo e in ciò che rappresentiamo. Cosi la filastrocca sciocchina con tanta perline cucite sulla pancia gonfia mi angoscia mi mette davanti a tante domande diritte, trasverse , false domande senza alcune risposte , vado cercando nei grandi libri polverosi , una risposta alle tante domande dure e molli libere di andare dove gli pare libere di essere una bella giornata una gioia di parole legate alla vita che passa . Si cerca nel libro della vita in cui è scritto ogni verità . Ed io seguo pulcinella lungo il viale del tramonto , tenendo premuto il grilletto della mia calibro trentotto pronto ad esplode un colpo secco alla schiena del povero pulcinella epigono di una disavventura amorosa. Dopo tante tragedia con tanta voglia e buona volontà mi lavo la faccia mi metto il vestito a righi . Quante amore dovrò regalare ancora alla gente , l’amore mi pare di averlo conosciuto mentre scrivevo , mentre fumavo come fossi un turco in vacanza . Portava i sandali ai piedi , odorava di rose , a volte appariva freddo ed aspro come la mite conoscenza . Quanti sogni ho fatto quel pomeriggio di giugno, ragionando con Dio gli parlavo della mia voglia di essere , della Russia , egli riservato non mi rispondeva , valevano le parole fritte , le parole che portavano ai piedi , pantofole uguali portate oltre quello che s’intende e si crede. Ci ho messo tanto a capire l’antifona , forse era un errore grammaticale forse una nave colma di vocali , circondata da vaghe farfalle , figlie della luna dea dell’amore , impaurite sul mare dell’avventura . Il viaggio scivolò leggero sulle onde del contagio , con le sue tante colpe commesse come fosse una storia vera , quasi sincera si diramò per il mondo in presa diretta come se fosse una commedie mai recitate con soggetto , fu messa in scena a giudicare la sorte degli uomini e di pulcinella. Come facile parlare del vago dire ed ogni ago punge la pelle la rende sottile , capace di trasformarsi in pelle di omo, di orco, di corvo , di cheto personaggio minore. Vorrei seguire la tua ira come l’ olio segue il vino che in verità bevo prima che venga la notte Perché siamo fatti della stessa sostanza, frammenti misti in incerti retaggi, come vorrei parlare delle tante nuvole che volano per il cielo , bisognerebbe essere sinceri lo so. Certo bere vino , induce ad una certa conoscenza, la scienza è la figlia di quell' esperienza mista di virtù e vocali dall' ali leggere che attraversano il giorno del giudizio. Io penso, ma vorrei una conferma, l’animo può il salire la scala santa per giungere alla ragione dei fatti. Pulcinella si leva la faccia sorride allo specchio Poi dice;. Se fossi stato un vero pagliaccio come io sono ora sarai il padrone di questo circo Tanti cerchi simili a tante esistenze , sono cadute nella manica della mia camicia. Ecco io reagisco al male come se fossi un pagliaccio anche se l’ ago della bilancia gira all' incontrario, gira contro l’odio di tanta gente senza peli sulla lingua? Dottor sciosciamocca Caro il mio Vincenzo c’è del vero nelle tue parole , ed elle sono belle come erano un tempo , basse e sincere . Tanti personaggi come lei dovrebbero suonare la ciaramella nell' aria ligia al dovere . Dolce perdersi nel ricordo dopo covid19 Ma tu mi prendi per fesso mi hai visitato hai detto ero sano come un pesce ora scendo e ti do un sacco di legnate Pulcinella cerca di capire le rime sono un imbroglio ruotano intorno all' impossibile si beano dell' ignoranza altrui avanzano senza circostanze e senza misteri. Avanza tu che avanza io , sono di altro lignaggio io , io sono una leggenda che emerge dal fondo della storia Caro il mio pagliaccio hai la testa dura come il legno dei faggi . Leggi tanto , certo per te è dura la vita di marionette , coltivare la buona fortuna nell’orto della speranza spezza la schiena , figlia della pazienza e della intelligenza ogni azione reagisce ad una sua azione combinata e nuovi intendimenti Io faccio uno sproposito sono fatto di carne di tante facezie mi piace mangiare polpette sono una buona forchetta. Pulcinella sale sul dorso di un missile Dottor sciosciamocca Pulcinella dove vai non fare , l’asino scendi da quel missile ti potresti fare male Pulcinella : Per carità sono pronto a sfidare ignoto voglio abbandonare questo mondo ingrato , andare, fuggire in altri universi La testa . La testa che pasta molle Io parto tu non vieni ? Non voglio ho tante cose da fare qui sulla terra Sali che ci divertiamo M’inviti a nozze Io non mi sposo, io parto Sei avanti di un posto Il posto ho dannato vorrai dire il mostro Che mostro di Egitto io non gioco con il giullare Dico dove vai ? Dove mi pare se mi pare è lecito Io non ti capisco Neppure io e te Sei morto Si muore per amore o perché si e liberi , si bea chi si bea del poco Facciamo la rivoluzione Non posso sto per partire Dove vai Pulcinella il mondo ha bisogno di te Ho smesso di far sorridere gli altri , ora rido io alla faccia di chi mi vuol male Ah Pulcinella hai cercato l’ ago nel pagliaio , ora sei fuori dal gioco addio pargolo della risata Statte buono professore Mandami una cartolina non con la Bartolini Sei una barzelletta, balzi sempre sul letto all’improvviso Il letto è come una leva , dove puoi amare chi vuoi Sei un grande filosofo Tu pulcinella l’uomo più simpatico del mondo. Vai , vai Pulcinella e non guardarti indietro, poiché la vita è sudore , lavoro e tu non hai mai lavorato in vita tua . Tu pulcinella , una povera pulce compagno di tante avventure viaggiatore instancabile , chierico irregolare. Hai passeggiato , lungo la corona di spine di nostro signore, ti sei seduto a contemplare questa umanità ferita dalla malattia. Sei rimasto per giorni , mesi , anni sopra quel calvario con le tue arie di filosofo , di storico, eri certo tutto si sarebbe potuto risolvere che saremmo guariti dal male del secolo all’improvviso . Che per virtù dello spirito santo, avremmo scacciato la nera sorte, sorella della morte . Pulcinella il circo della vita, oggi perde una maschera importante, perde un suo figlio diletto , perde un idea di libertà. Ora ti sento come fossi una canzone ronzante per l’aria , una gracchiante melodia cantata da tanti corvi neri , accovacciati sopra il tetto della chiesa parrocchiale del sacro cuore. Ascolto la tua voce rincorrere i tanti concetti concentrici diramarsi nello spazio andare oltre quello che credevamo oltre questa vita . Rammento l’immagine di te che viaggia nella memoria collettiva , vaga animalesco nella sua esperienza teatrale . Figura mitica buffone di corte, chierico intransigente, bocciolo di rosa voce dei vicoli, amore ed altre belle parole che vado inseguendo lungo le strade da te frequentate un tempo. Tutto è bello , come l’unica verità possibile che esplora il nostro essere il nostro destino di esseri vivi , aldilà del bene e del male legati animosità dei fatti . Pulcinella , amico mio sei finito sulla luna ed ora come farai a ritornare indietro. Vincenzo sulla luna vi giunse un bel giorno di giugno , quando tutti i marziani vanno a fare la spesa al supermercato galattico. In quei luoghi si parla uno strano linguaggio quasi incomprensibile che trascende ogni logica formale fatta ad immagine di un universo popolato da strani personaggi . La luna è un luogo unico per abitarci , un posto meraviglioso per viverci , passeggiare, incontrare appunto strani personaggi. Ragionare del più e del meno questo era il detto ed il fatto , come se pulcinella non avesse mai compreso la sua posizione sociale. Ovvero quella di servitore malpagato preso a calci nel sedere dal padrone .Vincenzo Pulcinella non era un tipo qualunque era quello che molti possono pensare, un esistenza di mezzo, una voce che echeggia nell’oscurità di un essere primordiale fatto ad immagine dell’essere uno e trino . Amava correre verso l’impossibile questo in vero gli serviva a poco poiché Vincenzo era diventato cosciente del fatto , mentre viaggiava verso la luna aggrappato al missile. Là all’estremità di un missile che sfrecciava nello spazio oscuro , verso una dimensione onirica dove venivano a galla ogni mostro ed ogni cosa che alloggiava nella sua coscienza inquieta , si tramutava all’improvviso in ciò che era plausibile. Quando mise piede sulla luna Vincenzo Pulcinella non poteva credere ai suoi occhi. Tutto gli sembrò assai strano come il risvolto di una medaglia bucata che ha due facce , forse tre e non viene lucidata da tempo. E come nella favola di Aladino dalla lampada magica spunto fuori un genio balordo che sapeva parlare inglese e tedesco. La storia continuò nella faticosa ricerca di un sillogismo, atto a coprire le lacune interiore di un dialogo senza domani. In riva al lago come l’ago della bilancia, il mondo si divise in buoni e cattivi , in belli e brutti. La ricerca filologica assunse diversi significati, dai contorni sistemici incentrati sulla chiaroveggenza degli atti preposti . Ed il lungo viaggio tramutò Vincenzo Pulcinella in un essere senza tempo ,un drago, un mostro dalle tante teste. E quando provò a pensare di testa sua si ritrovò sulla luna alla ricerca di un luogo dove poter pensare d’essere il solito pulcinella. Si ritrovò cosi da solo con le sue tante teste che non sono testi biblici neppure elaborazioni grafiche della filologia dell’azione . Ma la prospettiva di quel salto nel buio che avrebbe cambiato la figura di pulcinella in qualcosa di meglio o di peggio. Che la vita sia crudele che spesso nascondi in se un mistero , tante storie collegate alla morte e vita di un concetto singolo. Fa presumere d’essere immortali ma la storia inevitabilmente si ripete nella sua circostanze e nei suoi termini. Cosi non c’è un fine ne un mezzo per poter giungere alla verità ad una certezza. Giunto sulla luna Vincenzo pulcinella avrebbe voluto cambiare numero telefonico , avere un numero speciale con il quale avrebbe potuto ricevere ogni messaggio ed ogni chiamata dalla terra . Ma l’amore è un materasso a due piazze, un po’ sporco, unto di sugo dove si affonda mentre dormi abbracciati al cuscino. E mondi surreali mi trascinano verso l’infinito e le parole sono figlie della mia memoria. Sono triste nella restante frase Non tirare il lenzuolo potrebbe sporcarsi Ma questa è una buffonata No , sono i puffi che giocano sotto la fontana Vincenzo pulcinella cerca di darsi un contegno sa che tutto inutile che quel marziano apparso all’improvviso davanti è frutto della sua immaginazione. Vincenzo. Tu vivi qui ? Il marziano. Io mi chiamo marziano sono di passaggio L’avevo immaginato Da cosa Dai tuoi abiti Io non porto , abiti questa è la mia pelle Che orrore No definiscilo un errore poiché la logica dei fatti ha unito la vita alla morte Sono felici di conoscerti Io sono un immagine Io mi chiamo Vincenzo Piacere il marziano Facciamo una mazurca Volentieri qui sulla luna Dove se no andiamo, balliamo fino allo sfinimento , dimentichiamo tutto l’orrore di questa vita Io vorrei aiutarti Io non posso Va bene , facciamo come se tutto fosse possibile Ecco bravo cammina io ti seguo la strada è lunga Non ho paura Ci aspetta un lungo viaggio Non possiamo ritornare indietro Sono contento di stare qui Io di poter ballare con te Cosi i due amici ovvero Vincenzo ed il marziano s’avventurarono per le valli deserte della luna pallida chiara come la luce che penetra la terra. Una luce viva l’illuminava quella vita li guidava oltre quel loro dubbi e timori , miti di un vivere che si trasformava nell’improvvisazione dell’ essere salvi da chi quali orrori. E nel bene e nel male sarebbero giunti dove volevano giungere. Non tutte le ciambelle riescono con il buco c’è sempre qualcosa che va storto e la storia ad avere la peggio o meglio emerge l’ennesimo tentativo di poter cambiare padrone, luogo di nascita . Tutto è irreale nello scorrere dei versi cosi Vincenzo insieme al marziano si ritrovò nella valle dei teschi ove le ossa di antichi animali preistorici splendono alla luce del giorno. Vincenzo: Forse abbiamo sbagliato strada Il marziano: Non conosce il gioco Sei mio amico bada a dire il vero Non voglio ferirti Io sono già morto Sei ad un passo dall’incoscienza Sono scienza Sei una educazione patriarcale No bevo camomilla Ero felice un tempo con il mio padrone Puoi sempre ritornare ad essere te stesso Vorrei ma non conosce il senso di queste parole a volte rosse , a volte bianche Certo non è facile poter volare liberi Lo hai detto è tutto un tentativo Una parte di questa leggenda Dicasi leggenda per me rimane un dramma. Cosi i due amici giunsero a quel punto dove si può conoscere se stessi cosi Vincenzo pulcinella divento una stella un punto fermo nell’universo poetico poiché chi siamo noi se non una leggenda che mangia un'altra leggenda che cresce risplende di luce propria a tarda sera . Oggi tutti possono ammirare questa stella di nome Pulcinella assai graziosa una stella, un punto fisso nello spazio della propria coscienza , frutto di una conoscenza trascendentale dei fatti commessi e perseguiti con coraggio lungo le strade della metafisica.
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