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Roberta canu

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    lettura, scrittura, animali, musica ♥

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  1. Roberta canu

    Storie dannate

    12 storie che vi toglieranno il sonno
  2. Roberta canu

    La stella di Hollywood

    Roma non è stata costruita in un giorno, e tu caparbia non ti lasci andare, ma d'altronde non hai scelta. Non puoi far altro che brillare o lasciarti ammirare. Dall'alto delle colline americane serpeggi, ben distratta, ti togli il velo dell'innocenza ed ecco qua tutto il tuo splendore. Lasciarsi andare, perdere o illuminarsi in eterno?
  3. Roberta canu

    Le strade per l'inferno

    ‘Dedico questo libro alla donna che mi ha aiutata ad essere la persona forte che sono oggi, mia madre, che è anche la mia stella, e ad una persona speciale che ha creduto in me fin dall’inizio e mi ha insegnato che i sogni, quelli veri, non sono così distanti dalla realtà. Un grazie anche al mio batuffolo arancione che mi ha accompagnato in questa bellissima avventura, che ha dormito sui fogli che buttavo via tra un racconto e l’altro e mi ha dato l’ispirazione giusta. Il mio gatto Plutone, un fratello, un migliore amico. ‘ Il libro incompiuto La realtà sulla tela Il gatto infernale A cena dal vicino La vedova di Moonlight Street La casa sulla collina I demoni nel buio Lo specchio Di notte sotto il letto L’equivoco di Jeremy Hed Al posto loro L’hotel del delirio Incubi L’incontro Le trentun streghe Contagio ideale Il libro incompiuto Mio caro amico fidato, prego siediti pure, non mi disturbi affatto. Anzi, sono ben lieto di averti qui nella mia dimora, nel mio vecchio angolo di quiete e serenità. Ahimè, non posso offrirti altro che un pasto frugale, ma sarò ben disponibile nel donarti qualcosa che fin’ora ho riservato solo a pochi intelletti e cari fidati. Tu sei uno di questi, uno di quei rari esempi di vera amicizia e fedeltà. Ho deciso di invitarti per raccontarti un episodio che oserei definire bizzarro e grottesco al contempo, una vicenda che lascia nell’animo un solco profondo, come se due grosse zampe mostruose avessero calpestato con ferocia la mia sanità mentale. E proprio di abomini e mostri parleremo. Nel frattempo se vuoi accomodarti e iniziare ad assaggiare le pietanze preparate dal mio fedele domestico io ne sarei ben felice. Ma, ti chiedo solo di tendere bene l’orecchio, di non lasciar divagare la mente, poiché ho bisogno della tua attenzione. Voglio liberarmi l’anima una volta per tutte, dopodiché potrai alzarti, decidere di gettare a terra la sedia e gridare con quanto più fiato avrai in gola, oppure rimanere calmo. Iniziamo? Bene! Nel 1832 avevo poco più di vent’anni e vivevo con la mia unica nonna rimasta in vita, Georgia Aladha Philips, in un parsimoniosa villa al 234 di Devil Street. Mio nonno ci aveva lasciato in eredità solo la sua vasta biblioteca, che forse per altri poteva non avere alcun valore, ma di certo non per un animo curioso come il mio. Quei libri, tutti i tomi contenuti in quell’enorme stanza significavano tutto per me. Mi sedevo e, sfogliando ad una ad una le pagine ricche di illustrazioni, io viaggiavo. Non mi sono spostato molto in questi miei quarant’anni, lo devo ammettere, ma quando poggiavo un tomo sulla mia scrivania e chiudevo gli occhi perdendomi in tutte le letture fatte precedentemente, io mi allontanavo dalla mia Providence, non con i passi, ma con la mente. Forse, mio caro amico, penserai che io mi stia allontanando dal racconto che voglio farti, ma non è così, anzi stiamo centrando il discorso in pieno. Fu proprio il mio amore smisurato nei confronti della lettura ( specialmente classica, difatti amavo trascorrere ore intere a studiare gli autori greci e latini, e il mio preferito era senz’ombra di dubbio Plutarco) che mi indusse ad iscrivermi ad una scuola molto pregiata, ‘L’Università d’arte, musica e scrittura’ Era una nuova scuola e ne rimasi affascinato fin dal principio. Le grandi porte in stile settecentesco, le sculture marmoree, tra cui alcune che arrivavano direttamente dall’Italia! Altre che raffiguravano Ade e Persefone, poi vi si potevano trovare i grandi alabastri e le colonne imponenti con i loro capitelli dorici. Dio mio! Per non parlare degli immensi giardini che ospitavano le più svariate tipologie di uccelli variopinti, inclusi i pappagalli ‘Cenerini’ con le loro code rosse e i corpi massicci e grigi. In quel luogo, più precisamente nei pressi dell’aula in cui gli artisti (in questo caso solo scultori e pittori) imparavano il mestiere, conobbi lui, il protagonista della mia storia. Stava seduto su di una panchina in legno, molto deliziosa, e ci restavano ancora venti minuti liberi, dopodiché avrebbero ripreso le lezioni. Mi sorrise e io vidi chiaramente che stava sfogliando un manuale, o un libro piuttosto particolare e voluminoso. All’inizio vidi solo le prime lettere che sicuramente componevano il titolo, poiché il suo indice e l’anulare seguiti dal primo dito, ne limitavano la completa visuale. Riuscii solo a leggere le prime due lettere N. E. Poi nient’altro. Mi sporsi leggermente, lui per un caso fortuito estrasse un fazzoletto dalla tasca sinistra e quindi, il movimento lo costrinse a spostare leggermente la mano, mostrandomi così il titolo completo dell’opera, ‘Necronomicon’. Io ora tremo solo al sentir pronunciare quel nome, o solo nel rievocare quel macabro ricordo. Poco dopo, il ragazzo si presentò dicendo di chiamarsi Abdul Serheen e spiegandomi che grazie ai suoi brillanti studi e alle sue doti straordinarie, era riuscito ad allontanarsi dall’Arabia per raggiungere la cittadina di Crossway, sede della nostra facoltà. Quel giovane mentre parlava, aveva un non so che di tremendo, spaventoso e brillante allo stesso tempo. Guardarlo era come perdersi in un meraviglioso incubo in cui delle sirene malvagie cantano i loro inni ai naufraghi ipnotizzati. In lui risiedeva il genio e la follia, che sono fatti della medesima sostanza. Mi invitò a fermarmi da lui, dopo le lezioni, ed io, mio caro amico non potei proprio rifiutare. Ormai ero attratto da quella sua tenebrosa capacità di farti dire di si in ogni momento, ogni volta che lui volesse trascinarti con se, nel tunnel della sua indubbia malvagità e persuasione. Non potevo sottrarmi alla sua volontà, ero stato scelto e non riuscivo ad opporre resistenza in alcun modo. Scoprii che la sua fatiscente dimora, diroccata e quasi putrescente, non distava molto dall’abitazione da cui mi tenevo ben distante per paura che sbucasse fuori un uomo che da piccoli tutti chiamavamo ‘il Vecchio Terribile’. Provai l’immediato l’impulso di fuggire, credimi, ma sapevo che ormai ero in trappola. Ero una mosca nelle fauci di una pianta carnivora, e si, mi stava letteralmente divorando. Entrando dalla porta principale, percorremmo un lungo corridoio buio e tetro. Le pareti erano nere come l’ebano, non per l’eccessiva oscurità ma per via dell’umidità che grondava ovunque. Mi chiesi come facesse a vivere in quel modo senza essersi ammalato gravemente prima d’ora, ma rimase un mistero. Con un cenno della mano mi pregò di precederlo e mi fece scendere trenta scalini ( li ricordo con un rigore quasi ossessivo). Lui rimase dietro di me, illuminando la via con una candela quasi spenta. Ben presto i miei occhi si abituarono al buio e vidi con orrore che in un piccolo leggio posizionato al centro di una stanza completamente vuota, c’era quel libro! Il Necronomicon era proprio davanti a me! Mi voltai verso Abdul, tremante, e vidi che sogghignava, sempre tenendo ben salda la candela. I suoi occhi erano di un rosso infernale, sembravano due tizzoni ardenti, e in quel momento, forse a causa della paura e della quasi totale oscurità, mi sembrò di vedere delle ombre.. dei pipistrelli volare proprio acanto al giovane, come se, si come se gli fossero fuoriusciti dal corpo o dalla bocca. Non urlai solo perché non ne ebbi le forze necessarie, e mentre mi girai per guardare il libro che ora grondava di sangue, sentii una voce spettrale e gutturale nominare un qualcosa che doveva appartenere sicuramente alla lingua araba, perché io non seppi immaginare altro. “Cthulhu, Yog-Sothoth!.” Rabbrividii nel constatare che le mura si stavano aprendo e dinnanzi a me si parò una figura mostruosa piena di tentacoli, un polipo enorme che cercava di abbracciare l’aria fluttuando. Seguì una serie di nomi che stavolta riconobbi poiché li avevo già sentiti nominare e letti nei trattati dei stregoneria e nei volumi di occultismo. “ Incubi e succubi, ghoul, ti darò in pasto ad uno dei miei ghoul” Non riuscii a parlare e mi resi conto che ormai la casa ci stava letteralmente per crollare addosso e che saremo morti in ogni caso. Mi appellai a quel poco di coraggio che mi era rimasto e mi avvicinai al maledetto libro, con l’intento di strapparlo e farlo a pezzi. Abdul capì immediatamente il mio volere, ed urlò come un animale ferito e indiavolato. Non cedetti, presi in mano il volume e con ribrezzo mi resi conto che la copertina era stata creata con lembi di pelle umana ed un ghigno feroce, appartenuto forse ad un uomo innocente e sfortunato come me, faceva da contorno ad una fila di denti aguzzi e marci. Urlai e del sangue nero sgorgò copiosamente dalle pagine, ricoprendo il terreno sottostante e le mie scarpe, e costringendomi a lasciarlo cadere per terra, rinunciando così all’intento di struggerlo per sempre. Mi voltai e vidi tre figure orrende, materializzarsi proprio davanti ai miei occhi. Una sembrava una donna con un occhio solo che protendeva le braccia verso di me, cercando di raggiungermi e Dio sa solo cosa volesse farmi. Immaginai di finire la mia esistenza in quell’esatto momento, divorato da quelle fauci aperte e profonde, come un grosso leone che per un istante di follia o fame selvaggia, volesse sbranare il suo domatore. Le altre due figure sembravano degli amanti, poiché si tenevano per mano, ma i loro arti non avevano niente di umano, sembravano per lo più dei filamenti viscidi e gelatinosi, che rilasciavano delle pozze enormi nel terreno, da cui fuoriusciva del fumo grigiastro. Mentre si avvicinavano sempre di più a me, mi resi conto che strisciavano e imploravano di essere aiutate, nel nome del Necronomicon! Come se quel dannato libro fosse diventato Gesù Cristo o Dio Onnipotente! A quel punto, Abdul urlò qualcosa che non capii perfettamente poiché ormai i rumori delle mura che si sgretolavano, erano frastornanti. Sentii che mi diceva qualcosa, che mi chiedeva, anzi mi obbligava a rimanere perché mancavano solo tre pagine, e per completare il libro necessitava del mio stesso sangue. Poi, non seppi altro, fui trasportato via da una corrente che proveniva dal basso, come se la terra si fosse aperta e mi stesse risucchiando via. Vidi i tre corpi che si avvicinavano e gridavano protendendo quelle loro braccia deformi e da cui proveniva un miasma nauseabondo. Temetti di svenire, e invece la fortuna e il buon Dio non mi abbandonarono e anzi, mi aiutarono a non perdere completamente la ragione. Non potevo permettermi di sentirmi male o di arrendermi proprio in quell’istante. Dovevo rimanere vigile e attivo! I demoni alle mie spalle erano distrutti e infuriati per non essere riusciti a catturarmi! Mi voltai e vidi che Abdul aveva assunto un espressione grottesca, gli occhi quasi gli fuoriuscirono dalle orbite e sputò un liquido rosso e corrosivo, che lasciò un solco enorme nel suolo sopra di me. Gridai, poiché mi ritrovai a mezz’aria e dopo qualche istanti tastai il terreno, ritrovando in esso un tocco familiare. Esatto, amico mio, era la terra della mia casa, ero sano e salvo finalmente! Non saprò mai se ciò che mi è accaduto sia sogno o realtà, so solo che ora sono qui, vivo e vegeto e ho finalmente tolto questo peso che mi opprimeva da troppi anni! Tu però non scomodarti, finisci pure il tuo pranzo, vedo che non hai finito il secondo e il mio domestico ha preparato un buon dolce! Una di quelle ricette squisite a cui non si può rinunciare. Ti offrirei del buon Brandy, ma purtroppo le ultime bottiglie sono state conservate con cura giù in cantina, e odio i posti troppo bui, non vorrei esser costretto a scendere gli scalini con una candela quasi inesistente perché vedi, è da parecchio tempo che non ne utilizzo più una per scendere la sotto. Non ho più tanta voglia di stare da solo nell’oscurità, non dopo quella volta. Credo che mi stenderò un po’, si, dormirò qualche ora e poi quando avrai finito ti accompagnerò nella tua dimora. Adesso andrò a riposarmi sperando che, come mi accade fin troppe volte, Abdul non mi venga a trovare nei sogni chiedendomi il prezzo da pagare per avere un po’ del mio sangue. A volte mi capita di passare di fronte alla biblioteca del mio defunto nonno, e tremo al pensiero di poter trovare QUEL libro tra i tanti che compongono la variegata lista di volumi che mi appartengono, non vorrei mai doverlo sfogliare per la seconda volta, no. Non vorrei mai vedere quel sangue che mi ricopre le mani, ho sempre il timore che sfogliando un libro di occultismo, come la grande Enciclopedia risalente al 1.700, (L’Encyclopedia of Occultism) possa sgretolarsi il muro proprio alle mie spalle, e tre demoni con le loro mani lerce afferrarmi e portarmi chissà dove, perché vedi mio fedele amico, questa realtà non è altro che un illusione, e dietro l’illusione che è come il velo di Maya, si nascondono gli orrori più innominabili e le paure ataviche dell’uomo primitivo. E io non voglio dover trascorrere la mia esistenza in quel varco in cui magari una corrente d’aria improvvisa mi possa far precipitare in quell’abisso di follia, sfogliando un libro maledetto per il resto dei miei giorni. Buon riposo a me e ai segreti che compongono questo mondo insano. Racconto: ‘La figura innominabile’ -Quindi, lei non riesce proprio a vederla?- Erano sul primo gradino della grande scala che portava al secondo piano, dove avrebbero dovuto cambiare le imposte della camera da letto. Alfred era il proprietario e aveva chiesto aiuto al suo vicino, il vecchio Dawson. -Cosa dovrei vedere di strano? Io vedo una scala imponente e nient’altro.- Certo, gli mancavano quasi quattro gradi, aveva superato la soglia degli ottant’anni e l’anno precedente non era riuscito a vedere nemmeno un ladro che era entrato dalla finestra e gli era passato davanti al naso rubandogli cinquecento dollari. Poi si era scoperto essere un ragazzino di tredici anni che aveva un bisogno incredibile di quei pochi soldi, solo per rovinarsi la vita. Droga era la parola che gli frullava in quella tasta bacata da adolescente disastrato e incompreso dai genitori che se la spassavano allegramente invece di occuparsi di lui e del suo viziaccio che infatti, all’età di ventiquattro anni se lo portò via all’altro mondo, lasciando solo un mucchietto di cenere e debiti di gioco. Nient’altro. Facile andarsene via, lasciando allo stesso tempo un piede sulla terra, come a dire.. Io me ne vado ma lascio agli altri i miei problemi, così non vi scorderete più di me. I genitori, infatti non se n’erano mai dimenticati, ed erano morti d’infarto tre anni dopo la sua scomparsa, causa la forte delusione, i troppi debiti da pagare e i troppi pochi soldi a disposizione. Ma quella era roba che apparteneva al passato, e non pesava quasi più. Adesso, il presente era quella scala che li avrebbe portati su, nella camera in cui si sarebbero dovuti sorbire il duro lavoraccio. E tutto perché i vecchi proprietari, i coniugi Mac Dawel, se n’erano infischiati come quasi tutti i venditori o affittuari di questo mondo schifoso. Se n’erano andati, o peggio ancora, erano vissuti in un mare di immondizia per oltre trent’anni, senza curarsi minimamente di cambiare le porte che erano quasi inesistenti, di sostituire le finestre che quasi crollavano e da cui entrava il gelo di Gennaio e il sole cocente di Agosto. Alfred non poteva attribuirsi tutto il lavoro, e Dawson sapeva essere così gentile e utile, perciò erano l’accoppiata vincente. All’inizio aveva seriamente dubitato delle forze del vecchio, ma quando l’aveva visto, appena la settimana precedente, accaparrarsi un carico massiccio di legna sul suo pick-up allontanandosi nel bel mezzo del bosco senza aver paura di orsi e altre bestie selvatiche, aveva capito che faceva al caso suo. Si, quello era l’uomo che lo avrebbe aiutato. Aveva fegato da vendere, nonostante l’età. Non era certo un pivellino come quell’idiota morto per la droga, no, qua si parlava di un ultraottantenne che non aveva paura di togliere i morti da sotto la terra, come si suol dire. Era l’uomo perfetto per quell’occasione, come l’uomo giusto al momento giusto. Ancora fermi a fissare il pianerottolo del piano superiore, l’anziano si tolse gli occhiali, premette gli occhi come per cercare di mettere a fuoco, e strofinò le lenti sulla maglietta consumata e bucata. Faceva caldo certo, ma accidenti, quell’uomo era quasi nudo, se non fosse stato per un paio di pantaloni verde militare e delle scarpe bucate. Il massimo dell’esagerazione! Quell’uomo era un genio del menefreghismo, lui faceva quel che voleva e fanculo pregiudizi e regole del mondo. Inforcò nuovamente gli occhiali, e solo allora aprì la bocca e fece una smorfia come di sorpresa mista a disgusto, ma non disse assolutamente nulla. -Allora, adesso l’ha vista o no? Mi vuole far credere che non abbia notato niente di strano lassù?- Dawson teneva le braccia conserte con un leggero sorriso fievole sulle labbra, come a dire.. Io non sono più spaventato perché ne ho già viste delle belle in quel piano della casa, ora tocca a lei. Il vecchio continuò a guardare in quella stessa direzione, ora chiudendo gli occhi per poi riaprirli in un secondo momento, giusto dopo un battito leggero di ciglia. Sospirò come se dovesse ammettere l’amara verità e parlò senza quasi farsi sentire del tutto, come se stesse parlando con il suo Io più interiore. -Qualcosa c’è senza dubbio, ma non saprei dire COSA. Mi sembra piuttosto una macchia o una sorta di muffa, un fungo apparso sul muro? Ma, forse sarebbe consono salire di sopra per avere la certezza che sia qualcosa di naturale, no?- Sorrise tristemente voltandosi verso il giovane uomo, come se da solo si fosse dato in pasto ai leoni,come se si fosse buttato dentro la bocca di un coccodrillo ammettendo che la sua vita non aveva più senso. In poche parole, sapeva di essersela appena cercata, volendo o non volendo. Alfred spalancò le braccia come per dire ‘ Se vuole, io sono pronto, sono qui tutto per lei, per esaudire il suo desiderio’ e non fiatò. Entrambi puntarono lo sguardo verso il muro, che appariva stranamente grigio.. Non aveva certo un aspetto sano, non era la classica casa accogliente in cui appena entri ti trovi a tuo agio. No, già dall’esterno sembrava la casa di un antico stregone o di un assassino che non si curava della pulizia ma solo di uccidere e ancora uccidere. I muri sembravano puzzare di umido e di qualcos’altro.. Sangue, forse? L’anziano salì i primi tre gradini, e Dawson gli fu dietro. -è sicuro di volermi aiutare per quel lavoro?- Il vecchio sorrise e i suoi denti erano storti, non tutti, ma solo quelli che si vedevano meglio, gli incisivi. Sembrava un roditore, uno scoiattolo che avesse avuto un qualche incidente e si fosse appena rotto i denti che gli sarebbero serviti per aprire le nocciole. - Certo, sono venuto qua per questo- -Nonostante…- -Si, nonostante…- Alfred fece un cenno di consenso, come a dire.. contento lei, contenti tutti e salì altri tre gradini, questa volta precedendo l’anziano che camminava curvo e la sua andatura era lenta e pigra. In quell’istante l’immagine che vide Alfred fu quella di una lumaca enorme che cercava invano di salire al piano superiore, una lumaca grassa con le antenne enormi e gelatinose, come una sorta di.. Fungo? Era fungo la parola che gli era venuta in mente? Si, probabilmente si, ma la scacciò via. Salendo i gradini, ora quasi in cima, vide che la stessa lumaca stava sorridendo, che il suo ghigno ai allargava quasi fino a dilatarsi alla follia, raggiungendo le pareti della stanza, della camera da letto, del pianerottolo. Ad un certo punto, sputò due denti, belli grossi, erano i molari ovviamente, e finirono sul pavimento provocando un suono sinistro, come di due biglie che erano rotolate giù per le scale. Niente di tutto ciò che aveva visto era reale, è ovvio, e questo lo sapeva bene anche lui, ma ciò che gli mostrarono i suoi occhi, proprio accanto alla soglia della camera in cui dovevano completare la ristrutturazione, quello invece era vero, senz’ombra di dubbio. La figura nera era proprio di fronte a lui, accanto all’armadio a muro, come se fosse scivolata al di fuori in cerca di cibo o incuriosita dalle voci. Non ebbe paura, d’altra parte la stava aspettando, sapeva che sarebbe stata li e che sarebbe uscita al momento opportuno. Il rumore l’aveva svegliata da quel sonno primordiale in cui era caduta anni, se non addirittura secoli prima. Adesso era arrivata l’ora della cena diciamo così, e ovviamente non si può andare a letto senza aver prima mangiato qualcosa di sostanzioso. L’anziano nel frattempo lo aveva raggiunto e appariva piuttosto tranquillo, la calma lo aveva sempre caratterizzato, non c’era dubbio, ma stavolta nemmeno il silenzio più totale e assurdo lo avevano insospettito o reso nervoso. Non una sola emozione trapelava da quel volto fisso e rigido, che sembrava una sorta di luna piena, con tanto di maree che erano i profondi solchi tutt’ attorno alla pelle decadente. -Vogliamo proseguire, giovanotto?- L’uomo non poteva certo vedere la faccia del ragazzo e soprattutto non poteva capire che a meno di tre metri da lui, c’era qualcosa di anomalo e strano. Alfred si voltò lentamente, per paura di ruzzolare giù dalla scala, finendo addosso all’anziano. -Glielo chiedo per l’ultima volta, davvero vuole entrare in quella stanza?.- Il vecchio sorrise, come aveva fatto la prima volta, e Alfred questa volta ignorò la sua benevolenza e si distrasse con un cumulo di polvere insidiatasi sopra il terzo gradino, calciandolo via con la scarpa. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di non rivedere quella lumaca-roditore. Per un attimo, giusto una frazione di secondo, lo sguardo si spostò leggermente verso l’anziano, e colto dal disgusto, vide che gli colava della bava proprio agli angoli della bocca. Come.. No, niente. E invece si, proprio come una lumaca. Quell’uomo era forse il più atletico che si fosse mai visto, ma era anche così maledettamente disgustoso e viscido, come un verme solitario che striscia via, verso il piano anteriore. Poi, finalmente, quel sorriso si spense, ridivenne serio e composto, e parlò. -Ma certo, cosa vuole che possa succederci? Non c’è niente qua sopra, e adesso andiamo, o mi perderò la partita di baseball alla radio- Alfred capì che era arrivato all’ultimo inning proprio quando sentì quelle parole, la sicurezza del vecchio che era sconcertante e subdola. -Ha mai sentito parlare della vecchia figura?.- Il vecchio lo guardò, inforcando meglio gli occhiali, come se avessero un legame con le orecchie, come se avesse amplificato il suo udito e avesse eliminato ogni sorta di dubbio, come se avesse detto al mondo intero ‘ Adesso che ho addosso il mio scudo, niente può ferirmi, questi sono gli occhiali che mi proteggeranno dalla figura mostruosa, capite’? E invece non c’era niente di sicuro in quel posto, e soprattutto non stando vicino ad Alfred Grent. -La figura della bambina, intende?- E socchiuse gli occhi come per dire che era una storia già sentita, forse vecchia quanto lui, che nessuno ne parlava più ormai, perché nessuno credeva ai fantasmi in quella cittadina, nessuno in campeggio si sedeva attorno al fuoco e raccontava la storia della bambina che viveva nella vecchia casa abbandonata da tempo. Alfred rispose quasi ridendo -No, accidenti, quella era semplicemente una leggenda, la bambina di cui parla lei non è mai esistita. Sono stronzate che raccontava la nonna della bambina che abitava qua per far terrorizzare tutti i ragazzini delle vicinanze. Vede,qui prima la vecchia vedova Nathalie Ferner aveva degli animali, c’era una sorta di fattoria, e ogni tanto di notte quelli più maldestri si avvicinavano per da fastidio ai maiali della vedova, e beh, lei aveva raccontato in giro che ilo fantasma di sua nipote alloggiava li da anni, e che se si fossero avvicinati di nuovo, lei li avrebbe puniti, perché quelli erano gli animali della sua nipotina, erano affezionati soprattutto a lei. Ma non è una storia vera.- L’anziano rimase quasi stupito, come se avesse appena scoperto di esser rimasto da solo al mondo, l’unico deficiente che ancora non sapeva la verità. Forse il giorno prima aveva raccontato quella storia a qualcuno, credendo che fosse vera, e beh, oggi scopriva che era tutta una messinscena creata per degli stupidi ragazzini “ Allora, di che figura mi sta parlando?” Stavolta aveva quasi perso la ragione, aveva gridato, provocando un eco sonoro e profondo in quello spazio vuoto, in quelle camere senza mobilio e arredamento. Alfred si sedette sullo scalino e lo guardò dal basso, come fa un padre con il proprio figlio mentre deve dargli una brutta notizia. -Quella figura che lei non vede, appartiene a questa casa, c’è sempre stata. Non esce mai, non la vede nessuno a parte chi riesce a credere in lei. Io ci ho sempre creduto, e infatti l’ho sempre scorta tra quelle finestre logore dal tempo, svolazza dietro le tende e si siede anche sul vecchio materasso spesso. Ma, in ogni caso, il suo posto preferito è sempre stato il pianerottolo. Sta sempre accanto alle scale, forse in cerca di un rifugio, o forse perché è prossima alla fuga, prima o poi se ne andrà me lo sento. Adesso, mi crede?.- L’uomo deglutì e rimase paralizzato, con le mani sudate e le gambe che iniziavano a cedergli. -Ma, a chi appartiene?- Alfred lo guardò come se la sua domanda fosse scontata o inutile. -A nessuno, non appartiene proprio a nessuno, appartiene solo a se stessa. Io lo so perché una volta l’ho guardata negli occhi, e ci ho visto il buio. Ed il buio, non appartiene a nessuno, si sa. Non appartiene ne al cielo e ne alla terra, è li e ti guarda dentro, e se non stai attento c’è il rischio che ti renda cieco o folle. Adesso, mi crede? – Non riuscì a rispondergli e rimase impietrito, come un uomo privo di conoscenza. Poi quasi per magia, la lingua gli si sciolse e la voce gli fuoriuscì chiara ma lieve, come in un sussurro impercettibile, -Si, la credo, Ora vogliamo finire il nostro lavoro?- E Alfred fece cenno di si con la testa, fece entrare il vecchio nella camera, vide che la figura era li, pronta a fuggire non appena avesse trovato qualcuno che non temeva a quella storia, ma nel frattempo moriva dal desiderio di afferrare le paure dei più superstiziosi e deboli. L’anziano si voltò, in cerca di aiuto, proprio mentre si rese conto che un ombra nera si era gettata su di lui, divorandolo. Riuscì a malapena a parlare.. -Alfred… Il lavoro…- Ma Alfred stava già ridiscendendo le scale, decidendo di non tornare mai più in quella maledetta casa. Il lavoro, si il lavoro era stato fatto e quelle finestre in realtà non avevano mai avuto bisogno di essere state cambiate, almeno non adesso. Il fatto era un altro, che quella figura aveva bisogno di essere creduta, non poteva starsene li priva di vita per l’eternità. Alfred si chiuse la porta alle spalle senza girarsi indietro a dare un’ultima occhiata, sapendo che non avrebbe fatto salire più nessuno al secondo piano. -La figura innominabile ha mietuto un’altra vittima stanotte- E così dicendo, voltò l’angolo per addentrarsi in View Street, mente il buio lo inghiottiva completamente, un po’ come stava facendo la figura innominabile con il vecchio John Dawson. Bisogna stare attenti a ciò a cui si crede. La realtà sulla tela. Non sono più giovane, certo, però la memoria non è ancora completamente svanita del tutto, perciò credo che riuscirò a raccontarvi per filo e per segno ciò che mi accadde quel lontano 23 Maggio del 1834. Vedete, ci sono orrori che si mostrano alla luce del giorno, come ad esempio incidenti domestici, violenze di ogni genere, e altri che invece decidono di vivere nascosti nell’ombra, sotto terra, nell’abisso della paura e dell’inconsapevolezza. Ci sono cose che ci è permesso di sapere e conoscere, ed altre che invece non ci è dato modo di approfondire e studiare con minuziosità, e forse è un bene. Ve lo dico con certezza, perché credetemi, quel giorno vidi qualcosa che non mi fece più dormire sogni tranquilli per parecchi anni, e tutt’ora a distanza di vent’anni sono costretto a tenere la luce accesa, soprattutto se sento dei rumori sospetti. Non è un bene mischiare la luce con la notte, il sole con le tenebre, perché può succedere qualsiasi cosa, davvero qualunque. Ora statemi bene a sentire, perché ho qualcosa di insolito da raccontarvi, anche se spero di non suggestionarvi troppo. Vi dicevo che a quell’epoca ero molto giovane e trascorrevo gran parte delle giornate studiando volumi enormi di medicina e anatomia, chiuso nella mia camera, ed uscivo solo per passeggiare intorno al vecchio mulino dei miei zii e per dar da mangiare ai miei due gatti neri. Presto conseguii una laurea in Medicina e nonostante avessi superato brillantemente gli studi, decisi di continuare la specializzazione in Anatomia e studio approfondito del corpo umano. Mi chiusi nel laboratorio e studio di mio zio paterno e assieme alla sua profonda conoscenza nel campo, sezionavamo i cadaveri che ci venivano affidati le sere precedenti. Spesso i corpi erano già in stato di decomposizione, anche perché il nostro compito non era quello di fare un accurata autopsia, ma solo di scrutarne la muscolatura, le nervature, il cervello e soprattutto il cuore. Provo un senso di disgusto al solo pensiero che tenni in mano il cuore di un ragazzo che spesso trascorreva le serata nel salotto della casa di mia zia, poiché era il figlio di una sua più cara amica. Quel giovane era stato ucciso da un colpo di fucile, e aimè , se n’era andato via alla tenera età di tredici anni. Quelle vene, tutto quel sangue,mi recavano repulsione e un senso di nausea talmente forte che spesso chiudevo gli occhi mentre mio zio, abituato alla vista di tanti resti umani, rimaneva impassibile e anzi pensava che stessi male a causa di un giramento di testa dovuto all’eccessivo caldo. Pensai addirittura di terminare i miei studi, ma ormai ero dentro la situazione più di quanto io credessi, e quindi non potevo rinunciare, non dopo aver preso quella laurea che tutti avevano accolto con entusiasmo e letizia. Proseguii e ogni sera, dopo aver terminato la parte teorica che mi vedeva costretto a trascorrere intere mattinate chino sui libri, mi incontravo con mio zio, aprivamo le bare ed esaminavamo i cadaveri. Una sera, bussarono alla nostra porta e io ricordo di aver avuto le mani talmente inzuppate di una sostanza che ora non ricordo perfettamente ( la bile forse) da non poter proprio andare ad aprire e mi limitai ad alzare la voce per chiedere chi era. Mio zio si era allontanato per andare a prendere altri cadaveri e io mi ritrovai da solo assieme a tutti quei corpi privi di vita. Ero abituato perciò non mi scandalizzai più di tanto, ma questa volta fu ben altro ad attrarre le mia attenzione e a suscitare il mio ribrezzo, se non addirittura la mia più profonda angoscia. La porta si spalancò e ne entrò un giovine ben agghindato, con un panciotto nero ricamato di pizzo gallese, che sorrideva allegramente, come se stesse entrando da un merciaio o da un venditore di seta. Mi accingevo quasi a dirgli che forse aveva sbagliato indirizzo, che qui non si vendevano merletti e altre cianfrusaglie, quando poggiò una scatola nera sul tavolo. Ora, dovete sapere che il ripiano che utilizzavamo per perlustrare gli arti dei cadaveri, era lercio, completamente privo di igiene,non perché non tenessimo alla pulizia, ma perché non ve n’era alcun bisogno. Non c’era il rischio che quelle persone prendessero delle malattie o qualche rara infezione, poiché erano già spirati da tempo, e noi eravamo ben accorti nell’utilizzare dei guanti che poi gettavamo e cambiavamo ogni volta che toccavamo dei corpi diversi. L’uomo, che a mio parere doveva avere intorno ai trent’anni, disse di chiamarsi Charles Denver ( poi in seguito pensai che mi avesse preso in giro o che mi avesse illuso) e di essere arrivato a Crossway da pochi giorni, dopo aver trascorso tutta la notte in treno. Era stanco e chiedeva di poter essere ospitato da me o da mio zio,chiedendo che gli si rivolgesse con la massima cautela e lentezza nel linguaggio poiché non conosceva la lingua americana e aveva non poche difficoltà ad interloquire con i residenti della cittadina in cui ci trovavamo. Rimasi quasi senza parole poiché quest’uomo così bizzarro e strampalato era piombato nel nostro studio senza avvertire, come se già sapesse di trovarci li, in quel luogo così privo di sensazioni positive e agghiacciante. Guardai in direzione del tavolo, come per indurlo a spostare la sua valigetta poiché si stava inzuppando di sangue, ma lui mi sorrise e non fece altro che continuare a fissarmi assorto nei suoi pensieri. Non era una persona normale,di questo ero certo ed ero anche consapevole che stavo mettendo in pericolo la mia vita, rimanendo da solo con lui. Mio zio non tornava e così, decisi di pulirmi le mani come meglio potevo e avvicinarmi all’uomo misterioso che avevo di fronte e che non voleva saperne di abbandonare il nostro angolo di lavoro. Lui mi guardò come se mi avesse già visto precedentemente e iniziò molto lentamente, ad aprire la valigia, estraendone il contenuto. Mio Dio, quelle immagini si stamparono nella mia mente come se avessi visto un uomo che si suicidava proprio davanti ai miei occhi. Ciò che vidi andava al di là di ogni terrore e mostruosità, seppure in passato fossi stato testimone di eventi spiacevoli riguardanti varie morti in guerra e ne fossi rimasto scioccato. Ma questo, signori miei, superava persino il fuoco dell’inferno e tutti i suoi demoni che danzavano e saltellavano beffandosi dei cadaveri dei peccatori. L’uomo estrasse dei quadri, delle semplici tele che mostravano le più orrende ambientazioni e i più macabri paesaggi. Nel primo, intitolato ‘ Delirio e suicido a Crossway’ si vedeva un uomo, molto rassomigliante a mio zio Philip, che sezionava dei cadaveri. E, oh Dio! Gli occhi dei defunti, erano così vivi nonostante dovessero essere morti da troppo tempo, e il realismo con il quale il pennello era riuscito ad imprimere quei visi sulla tela, era assurdo e geniale al contempo. Rimasi di stucco e con la bocca spalancata non riuscii ad emettere alcun suono, nemmeno un semplice gemito. I colori utilizzati per dipingere lo sfondo erano di un macabro e di un grottesco estremi, era stato utilizzato un nero funereo per voler sottolineare l’aroma di morte e desolazione che incombeva sulla scena. Una finestrella era posta proprio dietro il medico, e io a quel punto, mosso dall’istinto, mi voltai e vidi esattamente la stessa imposta che si trovava alle mie spalle. Era una coincidenza, questo è evidente, però la rassomiglianza era imbarazzante ed assurda allo stesso tempo. Dalla finestra filtrava una luce chiara, che illuminava il volto di quel medico che sembrava quasi un boia, un uomo che godeva nel vedere degli occhi spenti e privi di vita. Mi chiesi perché questo giovane mi stesse mostrando le sue opere, senza avermi nemmeno parlato, e senza avere nemmeno il tempo per pormi ulteriori domande, vidi con sciagura che le tele non erano poche, anzi, da quel poco che potevo vedere, dall’interno spuntavano le angolature di vari quadri, che dovevano essere una dozzina in tutto. Povero me! Avrei dovuto subire tutto quel terrore senza aver fatto niente di male, solo per essermi trovato nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Il secondo ritratto, e questa volta il titolo era ben leggibile dato che l’uomo aveva prontamente voltato il dipinto dall’altro lato, per mostrarmi la data, il creatore e il nome dato allo scempio, aveva una targhetta con su scritto ‘ I demoni invadono Providence, finalmente’. Ho dato l’appellativo di scempio perché non poteva certo trattarsi di ‘creatività sana’ o di genialità superiore alla media. Certo, è vero che ogni artista ha qualcosa di macabro e insano dentro di se, ma davanti ai miei occhi io avevo delle opere che indubbiamente erano state create da un uomo in preda a delle possessioni demoniache o da parte di uno spirito immondo e innominabile! In quest’opera, si vedevano delle creature oscene che munite di arti lunghissimi e molto più grandi rispetto alla media comune, cercavano di abbracciare l’intera cittadina di Providence appunto, ritratta in miniatura, così da risultare microscopica e invisibile all’occhio del critico, che avrebbe riposto tutta la sua attenzione sui mostri che guardavano oltre la tela. Giuro di aver visto addirittura un leggero spostamento delle loro pupille, come se mi stessero cercando o mi volessero afferrare, tenere sotto controllo. Rabbrividii e gentilmente chiesi al ragazzo di lasciare la stanza. - Mi dispiace, lei forse crede di potersi sbarazzare di me all’istante, ma non è così. Vede, c’è un uomo che vorrebbe incontrarla, e mi ha mandato per farle tenere bene a mente che il passato non si può dimenticare.- Rimasi senza parole, quel ragazzo così minuto e all’apparenza innocuo, era riuscito a farmi rabbrividire già diverse volte in un lasso di tempo molto breve. Chi mai poteva essere quest’uomo dalla memoria talmente fervida da non avermi rimosso dalla sua mente? Sicuramente avevo a che fare con una persona conosciuta molti anni fa, per cui io l’ avevo già cancellata dai miei pensieri e dai miei ricordi, trattandosi di qualcuno con cui non volevo assolutamente parlare più. Gli risposi, temendo che potesse rievocare nella mia memoria un episodio spiacevole, data la situazione in cui ci trovavamo. -Di chi sta parlando? Io non credo di avere un nesso con queste opere…Ora, la prego di allontanarsi, mio zio starà per arrivare e abbiamo molto lavoro arretr… Mi bloccò, toccandomi il braccio, quasi stritolandolo, e allora provai l’impulso di scacciarlo via a mal modo nonostante la buona educazione impartitami dai miei genitori. -Lei non può fuggire, lo tenga bene a mente- Mi lasciò andare, ma fece qualcosa che mi provocò un altro sussulto e un secondo momento di vero terrore. Infilò una mano dentro la tasca del mio camice, che non profumava certo di pulito, e ci mise dentro un foglio bianco. Poi mi diede le spalle, richiuse velocemente la valigia, stando ben attento a non rovinare le sue preziose tele e attese che io precipitassi nell’abisso della più totale curiosità. Aprii la busta dove era contenuto il messaggio misterioso e lo lessi a voce alta, scandendo bene ogni parola. Il testo diceva: ‘ Al signor Gregory Brenghen, 239 Wellow street, Crossway. ‘ Sono ben lieto di accoglierla questa sera stessa, in una delle più prestigiose camere dell’Illusion Hotel, proprio dietro Winter Street, sulla ventottesima. Per certe questioni, la riservatezza è d’obbligo. Per dare un accenno su ciò che intendo dirle, le ho mandato mio figlio che le mostrerà solo l’inizio. La attendo con impazienza. Cordiali saluti, da sempre, suo fedele amico, Richard Silmap Il foglio mi cadde in terra poiché le mani mi iniziarono a tremare e non riuscii a fermarle. Il ragazzo sorrideva, senza pronunciare una sola parola, e mentre si rendeva conto che i miei occhi erano puntati verso i suoi, anzi, erano penetrati dentro le sue cornee, il suo ghigno sadico si allargò, dopodiché fece un cenno con la mano e sparì, chiudendo rumorosamente la porta. In un attimo mi tornarono alla mente gli anni precedenti, quelli ancora ben lontani dalla specializzazione in anatomia e medicina. Ripercorsi la mia infanzia. Vidi me stesso felice e sereno mentre rincorrevo una vecchia ruota appartenuta ad un carrozza di mio nonno,ridendo assieme ai miei compagni delle elementari, tutti buoni ragazzini. Poi ebbi come un colpo improvviso, non al cuore o alla testa, ma proprio al centro dei pensieri. Vidi completamente buio, tutto nero, non vi era un solo spiraglio di luce ed io sprofondai nell’oscurità, in cui mi apparve all’improvviso un’unica immagine agghiacciante, il volto di Silmap. Ricordai tutto e non mi seppi spiegare per quale strano motivo avessi riposto nell’oblio tutto ciò che aveva a che fare con quell’uo… No, preferirei definirlo essere, poiché di umano non gli era rimasto praticamente nulla. L’unica ipotesi plausibile fu che, spesso nella maggior parte dei casi la nostra mente cancella gli episodi spiacevoli, come una gomma che prontamente elimina ogni traccia d’errore. Quell’uomo era un grosso sbaglio, era l’apoteosi di ogni terrore vivente. Era un folle, un uomo capace di vendere l’anima al diavolo pur di ottenere ciò che gli stava a cuore, e così fece, quando ancora eravamo dei giovani uomini. Frequentavamo il ‘Circolo degli artisti’, un gruppo di persone abile nella pittura, scultura, musica e molto altro ancora. Io mi occupavo della scrittura, revisionavo testi e talvolta venivo rimproverato per l’eccessiva fantasia e per la mia scarsa bravura nel saper scrivere qualche riga senza finire nel comporre invece un romanzo intero. Nel ‘Circolo’ vi faceva parte anche un ragazzo orfano di entrambi i genitori, che non parlava mai con nessuno, inclusi noi membri del gruppo. Si comportava in modo molto strano e una volta, mentre non riuscivo a concentrarmi a causa di un forte mal di testa, lo vidi rivolto verso la finestra, dandomi le spalle, e mi resi conto che stava blaterando qualcosa di insolito. Mi avvicinai e lo colsi sul fatto, lo sentii mentre pronunciava delle parole mai sentite prima, riguardanti dei strani funghi… mi sembra di ricordare i ‘Funghi di Yuggoth’e mentre lo diceva, agitava le mani e le richiudeva formando un cerchio perfetto. Mi allontanai e da quel giorno assieme agli altri ‘colleghi’ arrivammo alla conclusione più consona, ovvero di cacciarlo via. E così accadde, gli parlammo spiegandogli che non c’era più posto per lui, che un altro artista altrettanto bravo aveva chiesto di poter essere ‘uno di noi’ e così lui avrebbe dovuto immediatamente salutarci. Ci rise in faccia, maledicendoci ad uno ad uno, dicendoci che sarebbe tornato ‘ a modo suo’ e che ogni nostra futura occupazione sarebbe stata tormentata dai suoi impulsi negativi. Non ci facemmo caso e non lo vidimo mai più… Ma ora… Tremavo, mentre cercavo una sedia su cui potermi reggere un secondo, mentre desideravo essere morto piuttosto che aver conosciuto quel dannato Silmap. Mio zio non tornava, evidentemente aveva delle commissioni urgenti da svolgere, così min tolsi il camice, misi un po’ in ordine il laboratorio e andai via, quasi fuggendo dalle mie stesse paure. L’albergo era molto lussuoso e la prima cosa che mi colpì fu che il colore predominante era il rosso. Questo, non so bene il perché, mi agitò rendendomi piuttosto nervoso, e l’uomo alla reception dovette aver percepito questo mio stato d’animo, perché sorrise e mi fece cenno di avvicinarmi. “La stavamo aspettando.. lei è…” “Il signor Gregory Brenghen” “Oh, si,prego la sua stanza è la numero 666” Non dissi niente, per non risultare frivolo o ridicolo, ma pensai di essere finito direttamente all’inferno. Scacciai quel pensiero e mi diressi verso le scale. Trovai subito la camera e notai che la porta era aperta e la luce accesa risultava soffusa, debole, quasi morta, come se provenisse da un obitorio e da una cella per schizofrenici. Sostai un secondo, dopodiché, senza bussare, varcai la soglia e vidi Silmap mentre sistemava dei quadri in tutta la stanza. Aveva spostato il letto e persino il comodino, in modo da dare molto più spazio alle sue ‘creature’. Mi voltai per fuggire ma una voce alta e imponente,mi bloccò. “ Non può andar via, non prima di avermi aiutato!” Deglutii e arretrai con passo lento. Quando mi voltai vidi le sue opere e ne rimasi distrutto mentalmente. Erano cinque in tutto e i titoli erano i seguenti in ordine cronologico e di collocazione. ‘ A braccetto con Abdul ( 1809)’ ‘ Il vizio di Marie Frei ( 1810)’ ‘ La chiesa nera dei dannati ( 1815)’ ‘Il gioco dei bambini’ ( 1817) e l’ultimo ‘ Il desiderio di Alonzo Typer’ ( 1831) Erano tutti mostruosi. Nel primo si vedeva un uomo che evidentemente era l’Abdul del titolo che obbligava una giovane donna a seguirlo e le stringeva il braccio, accompagnandola verso una strada buia e deserta. La sua pelle sembrava… Vera, viva! Non osai toccare la tela perché ero certo che avrei sentito il contatto con la sua epidermide , perciò lasciai stare. Il secondo quadro raffigurava una prostituta dai lunghi capelli rossi che seduceva quattro persone di sesso maschile, ed il loro corpo era metà uomo e metà cane! Ero sconvolto! Nel terzo si vedeva una chiesa gotica completamente immersa nell’oscurità, e all’interno, seduti su delle panche in legno intenti a pregare un qualche dio ignobile, vi erano tredici demoni simili a dei serpenti che con le loro lingue biforcute sfogliavano il libro blasfemo, il Necronomicon! Ne ‘Il gioco dei bambini’ quattro pargoletti venivano fatti salire sopra un carretto che sarebbe poi precipitato nel fuoco dell’inferno. Quei bambini devono essere stati i figli di Satana! L’ultimo raffigurava un uomo alato che pregava affinché il Dio Apollo lo aiutasse a raggiungere il sole, e dietro di lui, appariva un uomo nudo e calvo, con solo due corna gigantesche. Teneva in mano un foglio con su scritto ‘ Il desiderio di volare’. Le creature sembravano in carne ed ossa, il rosa utilizzato per la pelle, il rossore delle gote e delle labbra carnose della cortigiana, erano decisamente troppo realistiche. Pickman interruppe il corso dei miei pensieri lanciando un urlo, mi voltai spaventato e vidi che i suoi occhi erano completamente bianchi, privi di pupille. Con voce demoniaca mi parlò “Tu, devi aiutarmi! Ho bisogno dei tuoi organi per completare tutta la mia collezione! Non potrai sottrarti al mio volere, ormai sei nelle mie mani!” Gridò, o meglio, rise come un indemoniato e in quell’istante scappai, non trovai il coraggio di rispondergli, ma per fortuna riuscii a fuggire. Tutte le sue opere erano state create con della vera carne umana, non era solo un mio presentimento, avevo ragione! Forse Dio, o uno dei suoi angeli, mi vennero in soccorso perché ricordai di avere in tasca il foglietto con dentro il messaggio dello stesso Silmap e nell’altra invece avevo una confezione intera di fiammiferi! Era un miracolo, senza’ombra di dubbio. Non aspettai un minuto di più e appiccai il fuoco che prontamente invase tutta la camera, bruciando i quadri maledetti e raggiungendo Silmap che urlava per il dolore. Ora non se se i lamenti che sentii furono dovuti alla suggestione o alla paura, ma giuro su tutto ciò che ho di più caro al mondo che, mentre le fiamme ingoiavano quelle tele, era come se i personaggi stessero urlando, o forse erano gli uomini a cui erano state strappate le carni. Fuggi lontano, andai via, tornai a casa e lascia immediatamente il mio lavoro, senza dare alcuna spiegazione. Cambiai città e andai a vivere da solo a Boston dove spesso incontravo il grande maestro Edgar Allan Poe, che mi guardava come se fosse il solo a capirmi, come se anche lui fosse a conoscenza di grandi misteri e creature immonde. Vissi in modo pacifico e sereno fino ad ora. Adesso ho più di sessant’anni e mentre scrivo sento che le articolazioni non sono più quelle di un tempo, ma la memoria, quella è rimasta intatta, e spesso, nelle lunghe sere d’inverno mentre guardo il fuoco divampare nel camino, mi pare di vedere ancora quelle tele che ardono e sento, assieme all’ululato del vento, il richiamo di Silmap e dei suoi dannati figli. Il gatto infernale. Ciò che sto per raccontare è successo per davvero, ne sono certo, e non perché non creda ai sogni ad occhi aperti, ma perché spesso, ancora oggi, dopo circa trent’anni, quando mi trovo da solo nella mia vecchia dimora, e sento dei miagolii lontani provenire dalle vie adiacenti a questa, provo un forte disagio, sento i brividi che mi pervadono il corpo e difficilmente riesco a dormire. Era il 1889 e io avevo appena dieci anni, mi ricordo di essere sempre stato un bambino fin troppo sensibile, timido, chiuso e pacato. Preferivo trascorrere del tempo nel giardino di mia zia piuttosto che passare le serate assieme agli altri bambini con cui non condividevo certi giochi alquanto stupidi. Fin dalla tenera età avevo sempre vissuto assieme a mia madre, mio padre e mia nonna che soffriva di problemi cardiovascolari. Ero molto legato alla mia famiglia, adoravo la nostra piccola casa, seppur facesse un gran freddo d’inverno, ma ero abbastanza paziente e cercavo di sopportare lamentandomi il meno possibile. Ciò che mi importava davvero era l’amore dei miei familiari. I ricordi che ho della mia infanzia non sono pochi, godo di una buona memoria e tutto ciò che mi rendeva felice non l’ho mai dimenticato, così come non sono mai riuscito a scordare quell’estate dello stesso anno. Vi racconterò ciò che mi successe iniziando col dirvi che sin da piccolo avevo sempre amato gli animali, con una forte predilezione nei confronti dei gatti. Li amavo come non ho mai amato niente e nessuno in vita mia, ricordo che mia zia per il mio decimo compleanno mi regalò un gattino nero con gli occhi gialli, di un giallo forte e vivo. Mi affezionai all’istante e lo stesso fece lui nei miei riguardi. Ogni mattina gli davo da mangiare, lo accarezzavo, gli facevo le coccole e giocavo con lui finché non arrivava il momento di pranzare e di andare a dormire. Quell’estate trascorreva tranquillamente, in modo molto pacifico, mi stavo divertendo come non mi succedeva più da tanto. Avevo sempre sentito la mancanza di un animale che mi rendesse le giornate più ricche di avvenimenti gioiosi e fin dal primo momento sentii che il mio cuore si era riempito di gioia e tranquillità. Voglio precisare che forse il mio forte attaccamento agli animali nasceva dal fatto che non riuscivo a relazionarmi con altri bambini, nemmeno della mia stessa scuola,li trovavo abbastanza noiosi, frivoli e privi di qualsiasi iniziativa. Nei gatti trovavo invece molta allegria, pensavo che vivere assieme a loro fosse molto più piacevole che non nel trascorrere le giornate assieme a dei coetanei che pensavano di diventare grandi vivendo di pessimi scherzi e di monotonia. Spesso proprio questo mio ( devo ammetterlo) eccessivo amore nei loro riguardi, mi isolava ancora di più dagli altri ragazzini, poiché continuavano a prendermi in giro, dicendo in giro che non mi adattavo ai loro giochi, che ero strano, che ero da evitare. Così in poco tempo a scuola tutti mi deridevano, e solo perché amavo trascorrere il tempo in modo sicuramente più utile e intelligente. Per mia fortuna godevo di due genitori molto seri e maturi, perciò quando tornavo a casa dalla scuola e mia madre mi vedeva triste mi chiedeva cosa avessi e nel raccontargli tutto quello che sentivo nelle ore scolastiche, lei mi abbracciava e mi consolava dicendomi che quei bambini erano degli stupidi, che non avevano la stessa mia maturità e quindi prima o poi avrebbero smesso di darmi fastidio. Io le credevo ciecamente,le volevo un gran bene e le sorridevo, mentre iniziavo a mangiare la mia zuppa preferita. I giorni successivi tornai a scuola con il sorriso stampato sulle labbra, mentre i bambini continuavano imperterriti a ridere sotto i baffi e a chiamarmi.. ‘ lo strano’ ‘ la belva che vive con i gatti’ e altri soprannomi bizzarri. La mia vita era quella di un bambino forse un po’ troppo solo ma non per questo infelice, anzi tutt’altro. Nel tornare a casa, dopo pranzo, aiutavo mio padre nel tagliare la legna, leggevo qualche storia d’avventura a mia nonna per cercare di distrarla un po’, dato che durante il giorno trascorreva le ore a letto, dormendo o fissando la finestra da cui si vedeva il giardino sempre ben curato di mia zia Clara, ne ammirava le belle rose rosse, i pettirossi che cinguettando si avvicinavano al davanzale e le facevano compagnia. Come vi dicevo sin dal principio quell’estate fu molto particolare, l’unica che ho veramente impressa nella memoria, e credo che questa cosa non mi abbandonerà mai, nemmeno quando sarò soltanto polvere. Certe cose non ci lasciano mai, soprattutto se non appartengono a questo mondo. Nel luglio del 1889, e lo ricordo come se fossi oggi, mentre mi ritrovavo da solo a gestire la legna, mentre mio padre tardava ad arrivare dal lavoro a causa di un turno, sentii un miagolio provenire dal giardino di mia zia. All’inizio non ci feci tanto caso, ricordo che proprio in quel momento stavo canticchiando qualcosa, una canzoncina che mi aveva insegnato mia nonna in quel lungo periodo in cui ebbi la varicella e fui costretto a stare a letto per tre settimane con dieci libri sul comodino e la compagnia dei miei familiari. Ebbene mentre ero distratto dalla canzone mi bloccai un attimo perché il miagolio ora era impossibile da non udire, si stava facendo sempre più vicino e forte. Lasciai per un attimo la legna, la appoggiai a terra e mi avventurai verso la casa di zia Clara. Quando fui abbastanza vicino da essere sicuro di poter essere udito da lei, la chiamai a voce alta, una, due , tre volte ma non ottenni risposta. Voglio precisare che proprio mentre io la chiamavo il gatto sembrava essere sparito o caduto in un totale e improvviso mutismo. Aggrottai le sopraciglia poiché rimasi sconcertato… Mia zia era a casa poiché proprio qualche ora prima mia nonna mi aveva raccontato di averla vista sempre dalla sua amata finestra mentre si accingeva ad innaffiare i suoi cari fiori. Mi avvicinai ancora di più e arrivai proprio sotto l’immenso portone, che ricordo di aver temuto all’età di tre anni, anche se non so bene il motivo. Forse la mia fervida immaginazione mi induceva a credere che quel portone fosse un mostro enorme che mi voleva mangiare, o forse sentivo che in quella casa non c’era niente di sicuro. Fatto sta che passai la mia infanzia senza mai avvicinarmi più di tanto a quell’immenso mostro di legno scuro. Ora a dieci anni certe paure le avevo superate da qualche anno, la sicurezza e la temerarietà si erano impadroniti di me e quindi decisi di bussare varie volte per essere certo che mia zia stesse bene. Non ottenni risposta, nessuno venne ad aprirmi. Ma, appoggiando le orecchie sul portone ero certo, e lo sono tuttora, che in quel silenzio che si era impadronito della casa, ora riecheggiava un miagolio. E non sono pazzo se dico che era identico a quello che avevo sentito precedentemente. Ero sicuro che fosse lo stesso gatto di prima. Ne ero certo, come ero sicuro che dietro quel miagolio si nascondesse una sorta di risata maligna. Non so dirvi come mai mi diede questa impressione, so solo che mi provocò dei brividi lungo la schiena, nonostante il suono fosse dolce, rassicurante. A proposito di questo, cos’ potete capire meglio cosa intendo, voglio rendervi partecipe di una mia particolarità. A tutti è noto il famoso sesto senso, bene io non solo ne ero ben provvisto ma quasi sprofondavo nell’abisso di un settimo senso, che non mancava spesso si procurarmi ansie e agitazioni notturne. Ebbene, nonostante la mia giovane età ero già incline a varie problematiche riguardanti il mio io, il mio inconscio e la mia psiche. Che il tutto fosse collegato alla mia forte sensibilità è chiaro, ma non è normale che ad una tenera età si abbia a che fare con argomenti di tale importanza e sui quali gli psicologi trattavano nei loro trattati. Forse, e lo penso tuttora mentre scrivo queste pagine che spero nessuno legga per non restarne turbato, mi accadde questo fatto di cui vi parlerò a breve proprio perché ero incline ad una serie di turbamenti psichici. Con questo non ammetto di essere folle, dico forse di essere stato, e oggigiorno continuo ad esserlo, fuori dalla norma comune. Un artista forse, un essere non compreso dalla materia e dalla razionalità. Che sia nato forse per essere cullato dalla fantasia e dalla forza di un mondo parallelo al nostro nel quale solo i più audaci e inclini ad una sensibilità innata possono accedere? Qualunque sia il mio scopo su questa terra, domani potrò anche andarmene, ma oggi no. Non ancora. Non ho ancora detto niente di ciò che accadde quel lontano 1889. Quell’anno è stato il più tragico per me, per la mia povera madre, per mia zia Clara. Mio padre risentì meno di tutto quel turbinio di sensazioni e fatti strani poiché il lavoro lo distraeva molto, ma noi che passavamo quasi tutte le sere a casa, ci rendemmo sempre più conto che ciò che vedevamo e sentivamo non era un sogno. Era un incubo da cui non si poteva più fuggire. Credo di non essere mai più riuscito a risalire da quel confine in cui il terrore sposa alla perfezione l’uomo visionario che vorrebbe non vedere tutto ciò che invece gli è concesso. Avrei voluto strappare via il velo che divideva me da quel mostro che non avrei mai immaginato di incontrare, se avessi saputo dell’esistenza di una porta da aprire per rinchiuderlo dentro, un libro da cui trarre formule per ricacciarlo nei meandri dell’oblio e del non ritorno l’avrei fatto, avessi anche perso la vita in seguito. Giuro Iddio che l’avrei fatto. Ma ora che mi trovo qua, nella mia camera desolata, al buio, con solo una fioca luce emanata dall’unica candela che tengo accesa ormai da qualche giorno, so di essere vivo ma anche morto, perché come si può vivere con un ricordo talmente orrendo nella mente? Credo fermamente nel fatto che se mai avessi sospettato di una leggera infermità mentale in passato, oggi non ne ho il minimo dubbio. Dopo quel giorno la mia mente ha subito un danno irreparabile. Continuo a scrivere queste pagine mentre la testa mi duole, credo che quando accadono cose cosi strane, che l’uomo non può comprendere, forse anche solo scriverne uccide la mente. Cose come quella che vidi diventano virus che non solo si propagano nell’aria, nel cuore, nella mente, ma anche nelle pagine, nell’inchiostro. Forse dovrei uccidermi e far cessare tutto, ma ho un compito da svolgere. Lo so bene. Bene come vi dicevo, il solo sentire quel miagolio mi fece accapponare la pelle, ma nonostante tutto continui a cercare mia zia, la chiamai insistentemente e nonostante non smisi un attimo non ricevetti alcuna risposta da parte sua. A quel punto la paura iniziò ad impadronirsi di me e proprio in quel momento apparve un ombra sul muro di fronte , vicino alle scale che consentivano l’accesso al piano superiore dove si trovava la camera da letto di mia zia. Sbarrai gli occhi, perché capii che quell’ombra non poteva trattarsi di mia zia Clara, non era la sagoma di una donna, bensì quella di un uomo alto, possente, un signore che poteva benissimo pesare cento chili ed raggiungere un altezza minima di tre metri. Se prima si era impossessata di me la paura, ora era il terrore a far da sovrano. Il cuore iniziò a battere all’impazzata tanto che guardai il pavimento sicuro di averlo trovato in terra grondante di sangue, certo di averlo visto saltar fuori dal petto. Invece era ancora dentro di me che esplodeva senza che potessi far niente per calmarlo e attenuare i battiti esagerati. Fissavo quell’ombra senza capire a quale corpo potesse appartenere, sapevo che non poteva esserci alcun uomo in quella casa, mia zia viveva da sola, mio padre era andato in paese che si trovava a circa tre chilometri, quindi non potei far altre che rimanere paralizzato li, vicino alle scale, solo e in preda ad un mistero inconfessabile. Vedevo che l’ombra scendeva, quasi come se ci fosse qualcuno in piedi sui gradini, ma i miei occhi non vedevano alcun essere umano, quindi era impossibile che si trattasse di qualcuno che abitava questo mondo. Non riuscivo a muovere gli arti, le braccia e le gambe sembravano pervase da uno strano blocco, erano paralizzate, e mentre mi giravo per controllare la porta, sperando di vedere zia Clara che entrava dentro e quindi riuscire a calmarmi, sentii i miagolii, come se il gatto dal quale provenivano fosse accanto a me. Mi girai nella stessa direzione di prima, verso le scale, e mi accorsi che la strana ombra era sparita e al suo posto, sui gradini, vidi un gatto enorme, nella mia mente di bambino pensavo che non esistessero animali domestici così grandi, eppure quello che avevo di fronte era un gatto che sicuramente raggiungeva i sei chili. La cosa che mi colpì fu il ghigno malefico che aveva sul volto, quasi come se sapesse che a chi apparteneva l’ombra che vivi poco prima. La vista del felino non mi rassicurò affatto, avrei preferito continuare a scorgere quella strana figura che avere di fronte quel gatto enorme, con quegli occhi arancioni, anzi ora che la mia mente si concentra meglio posso dichiarare che brillassero di un rosso acceso, quelli erano due tizzoni ardenti, quasi avessero il fuoco dell’inferno dentro. Il pelo era nero corvino, come la notte, forse il colore degli incubi peggiori che erano diventati realtà di fronte alla mia presenza in quella calda mattinata di Luglio. La prima cosa che pensai e credo fosse più che normale fu che quell’animale non provenisse da alcun giardino normale, da alcuna strada comune, da alcuna via conosciuta, da alcun mondo giusto. Pensai di fuggire si, ma le gambe erano fisse sul pavimento, non si staccavano, la paura ormai mi aveva preso con se, mi stringeva tra le sue braccia affilate e se osavo muovermi mi avrebbe potuto addirittura divorare. Intanto il felino proseguì la sua discesa finché non me lo ritrovai davanti, sotto i miei piedi. Lo guardai e provai una paura indescrivibile, forse la mia immaginazione prese il sopravvento, lo ammetto, ma sono sicuro che in quegli occhi ci fosse qualcosa di diabolico. Avete sicuramente presente le iridi dei gatti, la loro peculiarità sta proprio nella forma ovale che li differenzia dalla maggior parte degli altri animali, domestici e non. Ebbene, al contrario, questi due tizzoni ardenti che mi fissavano con un odio talmente forte da ipnotizzarmi avevano tutt’altra forma, che ora vi descriverò. Tengo a precisare che non pretendo di essere creduto, poiché io stesso stento a credere a ciò che vidi quella mattina, ma voglio parlarvi di tutto ciò che accadde, anche se nessuno leggerà mai questo racconto. Ho paura che quel gatto viva ancora tra noi, temo che chiunque oserà tenere in mano queste pagine che in futuro spero andranno perse o arse, impazzirà o non riuscirà più a dormire la notte appena sentirà un rumore o un suono in lontananza. Non vorrei essere la causa di qualche disturbo psichico, di qualche schizofrenia o altro malessere addirittura incurabile, quindi spero che dopo le mie parole l’inchiostro che ho sparso si consumi completamente e questo racconto si distrugga o ritorni al mondo delle ombre. Ebbene come vi dicevo in quegli occhi malefici vi erano raffigurati due pentacoli alquanto sinistri e a guardarli con maggiore attenzione si scorgevano delle figure nere,quasi che in quegli occhi fluttuassero anime che non dovevano trovarsi li, ma in un altro luogo che visitiamo solo negli incubi più assurdi. Io sapevo che quel gatto aveva una mente malefica, che leggeva i miei pensieri, perché quando si rese conto della mia scoperta mi soffiò, si lanciò contro di me quasi a volermi cacciare via, desideroso di squarciarmi, di divorarmi. Solo nel momento in cui mi resi conto del vero pericolo che stavo correndo, magicamente, le mie gambe si mossero quasi alimentate dall’aiuto di un angelo che in quel momento era al mio fianco. Scappai, corsi più forte che potevo, non mi resi nemmeno conto se stavo gridando o se fosse la voce di quell’essere malefico, so solo che mentre raggiungevo il cancello della mia casa e cercavo di spingerlo per entrare dentro e cerare la salvezza, uno stormo di uccelli quasi impazzito mi passò accanto, quasi schiantandosi sul mio petto e riuscii a schivarlo solo per fortuna. Mentre scrivo tutto questo, ricordo perfettamente quei momenti in cui credetti di morire, di perdere la sanità mentale in quei frangenti, rammento perfettamente il momento in cui,mentre riuscivo ad entrare dentro casa e raggiungere mia madre, mi voltai leggermente, qual tanto che bastò per vedere un ombra enorme che aleggiava su di me. Ricordo le lunghe mani, le zampe sostituite da artigli mostruosi ed enormi, la testa di un gigante che voleva afferrarmi e divorarmi in un solo boccone. Mi girai per non dover guardare oltre, per non perdere completamente la ragione, per non rimanerne intaccato, per non far si che quel virus si propagasse oltre nella mia mente e intaccasse ogni cellula. Urlai, mi ricordo di aver gridato talmente tanto da essere successivamente rimasto tre giorni senza riuscire ad emettere alcun suono, con la gola che mi doleva quasi avessi del fuoco che divampava all’interno. Mi chiusi il cancello alle spalle, corsi per arrivare alla porta e quando finalmente la aprii e la richiusi lasciando il terrore indietro, ebbi paura di svenire, mi accasciai a terra respirando con fatica, rischiando di avere un infarto. Giacendo sul pavimento inizia a piangere, mentre alle mie spalle iniziarono a graffiare e colpire la porta, che nonostante fosse di un legno massiccio, sentivo stava per scrostarsi. Quegli artigli non potevano appartenere ad un semplice gatto, non dopo aver avuto la certezza che quel mostro dagli occhi deformi proveniva da un luogo impronunciabile durante le notti di luna piena. Sentendo tutto quel frastuono accorse mia madre che piangendo e gridando mi annunciava della prematura morte di mia zia. Al sentire quelle parole capii che era stato il gatto infernale, nel momento in cui l’avevo visto sotto forma di ombra nello scendere le scale. Ora era tutto chiaro e la mia mente non potè rimanerne illesa. Il felino che mi aveva regalato con amore la mia amata zia era lo stesso che nei giorni successivi si era rivelato per ciò che era realmente, ovvero un demone. Come abbia potuto attraversare l’inferno intero e raggiungere la nostra casa non lo so e non saprò mai, so però che quella mattina mentre mia madre continuava a gridare un urlo mostruoso si levò in alto mentre il gatto continuava a spingere la porta, desideroso di entrare nella nostra casa e appropriarsi dell’anima di uno di noi. Era venuto nella nostra casa per portarsi via tutta la mia famiglia e portare le anime al diavolo, che una volta ottenuto il suo volere lo avrebbe sostituito con altri animali infernali. Questa era la mia teoria e sono certo che non ci potevano essere dubbi al riguardo, purtroppo no. Rimasi esterrefatto nel verificare che i colpi aumentavano, il mostro non si decideva ad andare via, e mentre mia madre iniziava a pregare mi resi conto che nel pronunciare il nome di Dio la figura infernale iniziò ad emettere dei latrati quasi come se si stesse trasformando in un cane, poi di nuovo ritornò un gatto poiché iniziò a graffiare e soffiare e quando in quegli ultimi assurdi secondi in cui ebbi a che fare con quella creatura lo sentii gridare con voce demoniaca mi ricordo di essermi tappato le orecchie mentre gridavo per cercare di non udire quel vociare infernale. Quella è stata l’unica e ultima volta in cui ho avuto a che fare con terribili mostri provenienti dai recessi della mente, dei luoghi in cui nessun uomo è mai andato, quei posti in cui la realtà si fonde con l’incubo vivente e più macabro. Nel momento in cui il mostro andò via sentimmo gli uccelli alzarsi in volo spaventati, mentre gridavano come se avessero visto il diavolo in persona. Riguardo quella giornata non ricordo altro, tutto ciò che dovevo raccontare l’ho scritto qua, forse essendo solo un bambino gli anni che seguirono furono comunque tranquilli e pacifici, penso che se mi fosse successo adesso ne sarei rimasto inevitabilmente distrutto. Poso la penna perché credo che il mio tempo qui sia finito, ho un altro compito adesso, e credo sia davvero l’ultimo. Sento un vento provenire da ovest e non odo solo quello, percepisco un leggero suono, come se dopo tanti anni sia stata varcata la stessa soglia che mai andrebbe oltrepassata, ma credo che sia successo di nuovo e non posso sfuggire a ciò che proviene dall’altro confine. Mi pare di percepire un miagolio lontano, andrò a vedere cosa è successo nella casa dei vicini. A cena dal vicino Nel ripensarci ancora oggi mi vien difficile non provare un brivido mentre la mia mente vaga nel lontano 1860, più precisamente in quella fredda notte di Gennaio. Oggi è tutto diverso, ma nonostante siano passati più di sessant’anni, mi sembra di riuscire a fiutare nell’aria quel terrore, quel miasma che proveniva da quell’abitazione malsana, tutto quell’orrendo puzzo, oh non oso continuare nella descrizione di quell’insana giornata, per lo meno non così dettagliatamente. Mi limiterò a raccontarvi le generalità di quella stravagante serata cercando di non recarvi troppo terrore. Ora che mi ritrovo seduto sulla mia poltrona, con il mio vecchio gatto nero in braccio, il solo che mi faccia compagnia da quando la mia povera zia è deceduta, la paura non è più la medesima di un tempo, ma nonostante dorma sogni tranquilli non è rara l’incursione di qualche orrendo incubo in cui rivedo il viso, il corpo gracile e il macabro sorriso agghiacciante del mio vicino. Vi starete sicuramente chiedendo cosa possa mai aver di tremendo qualcuno che abita vicino a voi. Vi dico che qualcosa di orrendo può sempre esserci, magari proprio in quelle circostanze in cui vi sentite più al sicuro. Riguardo a questo mi accingo a raccontarvi di quella giornata in cui tutte le mie facoltà mentali rimasero indubbiamente danneggiate, non so bene per quale motivo io non abbia sospettato già in precedenza che in quella casa ci fosse qualcosa di strano, davvero non ne ho la minima idea, so solo che forse se avessi provato a fermare quel demonio prima, ora non sarei qui. Mentre vi dico tutto questo mi rammarico nel non potervi lasciar scritte le mie parole ma, come capirete in seguito, non mi è proprio possibile. Mi limito nel lasciarvi questa testimonianza che sarà possibile ascoltare sul registratore. Quella giornata di tanto tempo fa, faceva davvero un freddo glaciale e mi accingevo ad attizzare il fuoco in compagnia del mio fedele Topazio, un gatto grigio che era il solo, assieme al mio domestico, a rendere le mie giornate piacevoli e meno monotone. A quell’epoca ero giovane e pieno di aspettative, ma incline alla più totale solitudine e allo studio assiduo, che conducevo all’interno del mio studio nel più totale silenzio, e in cui era vietato l’accesso a chiunque. Quei periodi furono per me i più felici, sia per via della mia giovane età, sia per la mia prossima laurea in Medicina, mancavano infatti solo tre esami e poi avrei potuto considerarmi un vero medico, il dottor Fillinger, a soli ventisette anni. Il mio domestico, William, era il mio più caro amico, e mi aiutava spesso nell’accurata scelta dei volumi da riporre nella mia biblioteca personale. Era sempre stato un uomo brillante, dalle mille idee e iniziative, molto più vitale di me e altrettanto energico. Nonostante non vi fosse in lui alcun cenno di deperimento, dovetti ammettere che nell’ultimo periodo, e mi riferisco agli ultimi due mesi, lo trovavo diverso, sempre più cupo, pacato, quasi fosse preda di un mistero inconfessabile. Ricordo che, mentre era stato sempre solito intrattenermi con le sue storie riguardo i suoi viaggi effettuati in Italia e in altre località a me sconosciute, raccontando di quanto fosse maestosa Roma, di quanti architetti vi avessero poggiato gli occhi e quanti scultori i loro scalpelli, in quel lungo bimestre lo trovai piuttosto spento senza alcun cenno di vita. All’inizio non mi spaventai tropo poiché pensai si trattasse del cambio di stagione, dato che il mio domestico risentiva spesso del forte freddo che si insinuava nelle mura del nostro castello, o della desolazione causata dalla perdita del suo amato cagnolino Petalo, scomparso in circostanze misteriose. Trascorsero varie settimane e lo stato d’animo del mio amico non fece altro che peggiorare, inducendomi alla paura, all’inizio non totale, ma comunque piuttosto forte, tanto quanto lo era il mio legame con lui. Gli chiesi cosa lo turbasse ma lui difficilmente mi rispondeva, spesso mentre gli parlavo lo vedevo mentre fissava, ben attento, in direzione della porta, quasi avesse paura che qualcuno la buttasse giù. Vidi i suoi occhi vitrei, senza vita, e per la prima volta mi resi conto del suo colorito emaciato. Non oso raccontarvi che terrore mi pervase il cuore e le viscere a quella visione così tetra, pensai di avere di fronte a me non un uomo, bensì un cadavere. Mi avvicinai con passo cadenzato e lo afferrai per i polsi temendo che si sbriciolasse all’istante, invece si voltò dalla mia parte e guardandomi pronunciò una frase che non ho mai più scordato – Non andate in quella casa, signore, mai- Al sentire tutto ciò, divenni freddo, come se all’improvviso il sangue nelle vene si fosse coagulato. Non seppi proferir parola e lo vidi attraversare l’atrio in direzione della sua camera da letto. Tornai in salone e mi avvicinai al camino, mi sedetti tenendo in braccio Topazio che, come sempre, mi dimostrava tutto il suo affetto, ma non riuscii a pensare ad altro se non alle parole di William, il mio domestico che sembrava aver perso il lume della ragione. Mi alzai di scatto, facendo sussultare il mio fedele compagno e mi misi il cappotto, la sciarpa e il cappello, decidendo cosi di affrontare il freddo pungente anziché andare a dormire beatamente. Qualcosa mi diceva che dovevo tornare indietro, che stavo mettendo forse la mia vita in pericolo ma qualcos’altro ancora, forse quella parte della mente di cui non si conosce quasi niente, mi diceva che dovevo proseguire nel mio cammino, non potevo abbandonare quella sensazione, quella certezza che, uscendo di casa avrei scoperto cosa turbava il mio amico. Mentre i pensieri fluttuavano nella mia testa sicuramente dolente, una forte volata di vento attrasse la mia attenzione. Tutt’oggi posso garantirvi di non aver mai più provato una paura di quelle medesime dimensioni al solo sentire un colpo d’aria gelata sul collo, come se qualcosa o qualcuno avesse soffiato su di me, su tutta la mia casa. Tutto questo vi sembrerà strano, eppure, ve lo garantisco, è tutto assolutamente reale. Mi sbattei la porta alle spalle e dopo aver percorso qualche metro, una luce mi costrinse a socchiudere gli occhi poiché era decisamente accecante. Mi avvicinai e vidi una vecchia dimora, logora, diroccata, indubbiamente disabitata o in cui alloggiavano solo quelle famiglie da cui bisognerebbe stare alla larga poiché folli e poco raccomandabili. Il lume che vidi in precedenza continuava a brillare e a rendermi la visuale difficile, ma non mi scoraggiai e alimentato sia dal senso del dovere nei confronti della mia irrazionalità che continuava a condurmi verso quella casa, sia dalla curiosità, decisi di accostarmi all’unica finestra meno opaca e da dove potei vedere ciò che ora vi narrerò. Nonostante il forte vento non cessasse di ululare e impedirmi di scrutare con la dovuta attenzione all’interno della dimora, riuscii a vedere un tavolo imbandito, con ogni tipo di leccornia e pietanza che non credevo nemmeno io di vedere con i miei stessi occhi, quindi non pretendo di essere creduto da chi ascolterà queste parole. Vi si trovava frutta di ogni tipo, esotica, locale, di stagione e non, e per di più accanto ai canestri vidi ortaggi di qualsivoglia genere, zucche, e ancora patate attorniate da varie salse indubbiamente squisite. Nel vedere tutte quelle cibarie rimasi esterrefatto e non seppi resistere. Bussai e subito un uomo venne ad aprirmi accogliendomi calorosamente. -Lieto di vederla Mr Fillinger- -Scusate, signore ma come fate a sapere il mio cognome? Non mi pare di avervelo detto- -Oh, via, con quel viso potete essere solo un Fillinger- Questo che vi riporto è stato il piccolo dialogo ( senza alcun cambiamento) che mi indirizzò alla presunta fuga, che in seguito però non misi in atto. Come fece a sapere il mio nome non ve lo so dire e non lo seppi mai, posso raccontarvi però ciò che accade in seguito e , lascio a voi i commenti e le impressioni al riguardo. Dietro l’uomo che, appariva come un essere fuoriuscito da qualche cimitero vicino, vidi lo stesso tavolo che ero riuscito a scorgere poco prima, solo che mi apparve sotto altre spoglie, mentre in precedenza, come ho già riferito, vi era ogni sorta di pietanza, ora si presentava vuoto e addirittura senza tovaglia, come se fosse stato utilizzato solo durante il pranzo e la cena dovesse essere servita tardi. Rimasi interdetto e mi chiesi se la mia mente, già ottenebrata dalle parole insensate di William, non mi stesse giocando un brutto scherzo. L’uomo, seppure di umano avesse ben poco, si accorse della mia stranezza e mi parlò in codesto modo -Oh, immagino che abbiate appetito mio caro, non è vero? Penso che il freddo e il lungo peregrinare mettano sempre un po’ di fame a chiunque- Io gli volli rispondere che distavo poco dalla sua dimora e che in verità non volevo affatto alloggiare da lui, ma, chiudendo la porta per non far si che l’umidità si appropriasse di noi ulteriormente, aggiunse -Su, via, non ponetevi troppi problemi, non è il primo passante a cui offro un po’ di riparo e un piatto caldo, accomodatevi e vedrete che domattina potrete tornare a casa sazio e riposato- Mentre parlava ripensai alle parole del mio domestico, all’ammonizione nello stare il più lontano possibile da una dimora e, date le circostanze, iniziai ad aver timore che potessi essere capitato proprio in quel luogo da cui invece mi si diceva con terrore di starne alla larga. Ma, nell’incertezza , mi scrollai di dosso quei pensieri, mi accomodai e guardandomi intorno notai vari ritratti raffiguranti diversi uomini che all’apparenza sembravano decisamente spaventati. Mi avvicinai per esaminarne uno in particolare che aveva suscitato la mia curiosità in modo notevole data l’impressionante somiglianza con il mio domestico. Mentre facevo questo, una mano pallida si impadronì del disegno, costringendomi a rimetterlo a posto. Quella fu la prima volta in cui non solo mi resi conto di essere prigioniero di un uomo non del tutto umano, e inoltre del fatto che i piedi mi avevano condotto sicuramente nella tanto temuta dimora, tradendomi. Le parole successive furono le seguenti… - Mio caro gentiluomo, non badate ai signori che vedete raffigurati qui sopra, ma piuttosto rimuoveteli dalla vostra memoria e iniziamo a mangiare- Al sentire quelle parole credo che il mio orrore fosse talmente tale da non permettermi di dargli alcuna risposta. Ciò che mi impressionò fu il sentir nominare quel verbo. Mangiare. Quale uomo alla vista di un essere cosi spettrale e sinistro, che vi invita elegantemente a prender parte ad un banchetto inesistente, non rimane intrappolato nel suo orrore? Io ne rimasi sconvolto. A questo si aggiunse la certezza di aver scorto un, seppur lieve, mutamento nei connotati dell’anziano, i lineamenti sembrarono farsi sempre più fini, sebbene già fosse ossuto, i denti che a malapena si vedevano, ora apparivano sporgenti e aguzzi. Deglutii e indietreggiai, andando a finire contro il tavolo che appariva come un tronco nudo, privo di vita e pronto ad afferrarmi. Se mai avessi avuto qualche dubbio riguardo l’infermità mentale di quell’essere e di quel dannato luogo, ora la certezza era davanti ai miei occhi. Nel vedermi cosi spaventato, mi disse qualcosa che a malapena sentii poiché iniziò a girarmi la testa, ma , nonostante il mio malessere, ricordo e dunque registro le frasi di quell’uomo -Credo che abbiate proprio un gran appetito questa notte, ma lasciate che vi dica una cosa, non sapete quanto ne ho io, perciò vogliatemi dare la precedenza, d’accordo? – Continuando a rimanere nel mio assoluto silenzio, sentivo crescere in me non più la paura, ma la disperazione, la certezza di non riuscire a scappare da li. Io sapevo che quel dannato essere si divertiva nel vedermi soffrire e nel fiutare la mia paura, così aggiunse quanto segue -Eh si, proprio una bella cena è quella che ci vuole, anche se avrò la priorità- Quelle furono le ultime parole che gli sentii pronunciare, del seguito non ricordo niente, vidi questo gigantesco demone con una bocca infernale, denti acuminati, che si gettava su di me, ma non prima di aver proteso i suoi artigli verso i miei occhi. I miei poveri occhi. Riguardo quella sera non ho alcun minimo ricordo, a parte tutto quello che ho raccontato. Il mio domestico mi riferì di avermi trovato lungo la via di ritorno verso casa disteso sulla coltre di neve, svenuto, completamente assiderato. Mi disse inoltre che quando mi fece sedere per terra accanto al fuoco, il mio Topazio iniziò a miagolare e scappare il più lontano possibile da me, mentre lui percepiva nell’aria un vago sentore di zolfo. Questo è tutto ciò che posso narrarvi, di quella notte non so davvero nient’altro, e forse è meglio così. Sarò sempre grato nei confronti del mio caro William per non avermi abbandonato nonostante la sua paura nel sentire ciò che mi era accaduto. Non ho mai più saputo se il suo aspetto sia andato via via migliorando, posso solo immaginarlo e ascoltare le sue rare parole al riguardo, e inoltre non finirò mai di ringraziarlo perché, quando capita di sentire bussare alla porta, specialmente nelle notti gelide di Gennaio, ed è qualche viandante che ha bisogno di ospitalità, ci pensa lui, perché io non sono più quello di un tempo e si sa che quando non si è più giovani anche gli occhi non sono più quelli di una volta. La vedova di Moonlight Street 1. Le origini della follia In una sonnolenta cittadina, nei pressi di Silent River, si trovava una casa circondata da spogli arbusti secolari. Uno tra questi copriva gran parte della facciata e, per chi avesse avuto la curiosità di sostarvi anche solo per pochi secondi, sarebbe stato costretto o ad avvicinarsi più di quanto avrebbero desiderato, oppure scegliere di andar via. Solo i ragazzini più audaci, quelli che a causa di una qualsiasi scommessa o prova di coraggio, erano costretti a passare nelle vicinanze e parlare con l’unica abitante rimasta in vita di Moonlight Street, si recavano in quei pressi. Gli unici, poiché da diversi anni non vi era abitante di tutta Sendery Hill che non provasse un senso di terrore nel pensare soltanto di sostare accanto a quella fatiscente dimora, custode di segreti inenarrabili e orrori sepolti attorni alla sua terra. Nel lontano 1840 nessuno però guardava quella casa con occhi terrorizzati e non vi era alcun vociare tra i cittadini riguardo la maledizione della famiglia Carl. Quelli erano gli anni idilliaci in cui i bambini si divertivano tra di loro nel giardino della signora Annabel senza alcun timore e anzi, spesso, tra un gioco e l’altro entravano nella cucina della donna per bere un bel bicchier d’acqua e rinfrescarsi nelle giornate afose. Quella dei Carl fu una vita serena ma in parte. Come è da sempre risaputo i due coniugi, la signora Annabel e il signor Cristopher, non riuscirono mai a diventare genitori, forse a causa di una sciagura che colpì i loro antenati, si narrava infatti che nel lontano 1688 una giovane donna che non poteva avere figli a causa di una grave malformazione, ad un certo punto nel cuore della notte si svegliò trovando le lenzuola imbrattate di sostanze organiche e sangue che grondava da ogni lato del letto, soffrendo inoltre di terribili dolori all’addome. Il marito destatosi di soprassalto e vedendo la moglie in quelle condizioni iniziò ad urlare e preso dall’agitazione non seppe come comportarsi, non prese nemmeno in considerazione l’ipotesi di chiamare un medico nonostante la tarda ora e dare un sostegno alla compagna. La ragazza lanciò delle urla tremende e, mentre la luna piena emanava una luce spettrale che riempiva l’intera camera dei due sposi, diede alla luce, come per miracolo un pargolo. Solo che fin dall’inizio notarono che qualcosa non era andato per il verso giusto, infatti mentre il bambino si accingeva a lasciare il corpo della madre, si udirono dei strani versi provenire dal corpo della donna, come se colui che veniva al mondo fosse un essere spaventoso. Intanto la luna splendeva alta e maestosa nella sua bellezza e quando il piccolo riuscì a stare tra le braccia della madre fu invaso dalla sua forte luce. Non appena la madre, esausta a causa dello sforzo fisico, riuscì a posare gli occhi sul figlio, rimase interdetta, il panico si impadronì del suo cuore e la sua blocca non riuscì ad emettere alcun suono. L’essere fuoriuscito dal suo utero non aveva alcuna somiglianza con qualunque bambino normale, nemmeno con quelli meno fortunati che nascevano con alcune malformazioni genetiche. La creatura aveva un occhio solo che si univa ad un naso quasi inesistente e la bocca che sembrava quasi un miscuglio di acidi e denti marci, appariva come un qualcosa di indescrivibile e disumano. Era rossa, quasi sputasse fiotti di sangue anziché della semplice saliva. La testa, se così poteva essere definita, sembrava non avere pelle ed ossa ma solo materia grigia che colava sul pavimento, un cervello talmente grande da raggiungere le gambe, munite di zoccoli anziché di piedi umani. Quella notte una giovane donna aveva dato alla luce un mostro che morì subito dopo aver incontrato la luce della luna. Da quel momento la vita dei due coniugi non fu mai quella di un tempo, quella stessa sera dopo il decesso del diabolico essere, la giovane Elizabeth ( questo era il nome della ragazza) gettò le braccia attorno al marito cadendo in uno stato di isterismo e pianto irrefrenabile. L’angoscia, la rabbia, il sentirsi così inutile come madre, tutti questi stati d’animo si impadronirono di lei rendendola una persona irriconoscibile agli occhi dell’amato, che le era stato sempre accanto minuto per minuto. Capendo la reazione , seppur esagerata, della moglie, la strinse a sé cercando così di alleviare le sue sofferenze, mentre gli occhi si posarono sul corpo inerme del figlio. Ad un tratto capì che qualcosa di malefico si era impadronito della loro esistenza poiché non appena si scostò da Elizabeth vide nel suo sguardo qualcosa di malvagio e perverso, non aveva più quella dolcezza che tanto lo aveva fatto innamorare fin dall’inizio, ben quattro anni prima, quando si erano incontrati in un campo vicino ad una casa in costruzione. Lei era la figlia di uno scrittore, bella e desiderabile, e non appena lei gli rivolse uno dei suoi fantastici sorrisi, lui decise che sarebbe diventata sua moglie. Si era sempre presa cura di lei, quando aveva contratto una grave malattia e grazie alle sue preghiere era guarita, la volta successiva, quando era costretta a letto a causa di una febbre che non voleva saperne di scendere e non faceva altro che lamentarsi trascorrendo le notti di quasi due settimane tra un delirio e l’altro, mentre gli stringeva la mano cercando il suo amore. C’era sempre stato per lei, anche nei primi due anni di matrimonio, quando il lavoro l’aveva portato lontano da lei e le aveva comunque promesso amore eterno, l’aveva rassicurata dicendole che le avrebbe scritto ogni giorno, e così fu. Si videro costretti, per la prima volta, a vivere l’uno distante dall’altro, e certo non fu una situazione facile, ma il forte sentimento che li legava era riuscito a farli stare assieme nonostante le difficoltà della lontananza. Il non vedersi ogni mattina, il sapere che il proprio amato vive a Boston, mentre si è costretti, a causa di pietose condizione economiche, a non poterlo raggiungere e rimanere li in quella desolata cittadina. Quante lacrime aveva versato mentre si alzava al mattino e non riceveva il bacio dell’amato, come era solito fare, il preparare il pranzo e la cena vedendo che la sedia al proprio fianco è vuota, andare a dormire con la consapevolezza che il letto sarà freddo e il sonno tarderà ad arrivare. La vita di una giovane donna che vorrebbe avere al proprio fianco il marito ma è costretta ad attendere, pazientare, sperare che le ore notturne passino il più in fretta possibile per iniziare un nuovo giorno sapendo di ricevere una sua lettera. Dopo tutte questo sentimento, dopo che lui le aveva dato il cuore, ora vederla in quello stato lo faceva sentir male, ma non seppe come comportarsi e sgranò semplicemente gli occhi nel vedere che Elizabeth protendeva le sue graziose mani verso di lui, in cerca del suo collo. Capì all’istante che la morte lo stava chiamando e si guardò alle spalle in cerca di un utensile per potersi difendere, ma non trovò nulla a causa del buio che non permetteva un ottima visuale. Così mentre il buio, questa volta totale, si impadroniva di tutta la sua anima, Elizabeth rideva come una folle, proprio come una donna che ha appena perso la cosa più importante che aveva, incolpando il marito per quell’errore, per averle fatto partorire un essere tanto ripugnante. Quella notte la polizia non arrivò a soccorrere il povero uomo e la giovane che evidentemente, a causa del forte shock, aveva perso la ragione, prese un’ascia e fece a pezzi colui che aveva tanto amato, nascondendo le viscere e tutto ciò che rimaneva di quel ragazzo, sotto una botola, in pasto ai ratti e ai vermi che , per la prima volta avrebbero assaporato della carne umana. Il delitto, che rimase impunito, non fu mai scoperto e la giovane dopo quella notte lasciò immediatamente la sua dimora, portandosi dietro il figlio ormai deceduto, in cerca di un'altra città in cui poter cominciare un’altra vita. 2.Una nuova esistenza Elizabeth non era mai partita prima, non aveva mai lasciato il confine dell’Overend Edge e dunque la sua paura fu totale. Nonostante nel suo viso non fosse cambiata l’espressione folle e perversa, si denotava però un luccichio nel suo sguardo, un senso materno che la portava ad assumere un atteggiamento più dolce e meno incline alla rabbia. Aveva riposto il suo bambino dentro una grande sacca, da cui proveniva un odore acre e malsano e chiunque la incontrasse si sorprendeva nel vedere una giovane donna che trasportava un peso così esagerato, considerando la sua bassa statura e il corpo esile. Appena arrivata nella nuova città, Sendery Gates, fu accolta con un misto di paura e circospezione, ma non se ne curò affatto e si precipitò nella nuova dimora, che per volere divino, era stata trovata senza troppe difficoltà. Non poteva dormire in un cimitero con il freddo agghiacciante e l’umidità che avrebbe potuto farla ammalare, senza darle l’opportunità di mettere in pratica il suo piano, l’unico vero scopo della sua vita. La nuova casa si presentava come una grande villa gotica, con ampie scalinate esterne di un bianco candido e con due leoni che sembravano voler sbranare chiunque vi si avvicinasse, quasi fossero i custodi di quella dimora. Non mancava poi un immenso giardino in cui il verde e i fiori provenienti da ogni parte dell’Europa non potevano non stupire chiunque passasse da quelle parti anche solo per caso. Gli uccelli avevano già fatto i loro nidi sui tronchi degli alberi e i loro cinguettii riecheggiavano nell’aria dando un senso di tranquillità e benessere, che si infrangeva nel momento in cui ci si imbatteva nella giovane vedova. Gli abitanti si tenevano ben lontani da quella casa, che non attesero nel rinominare stravagante e poco consona ai gusti di coloro che vivevano in quella città da tanti anni. I bambini, dopo la scuola, stavano ben attenti nel prendere un’altra direzione poiché affermavano che uno dei ragazzini più grandi, capitato li per caso mentre giocava con un pezzo di legno, aveva fissato negli occhi uno di quei due leoni che padroneggiavano all’esterno, e ne rimase spaventato a tal punto da consigliare ai più piccoli di prendere la strada più lunga. Giurò di aver visto qualcosa di terribile in quelle statue, testimoniò, mentre rabbrividiva nel rammentarlo, che quei leoni lo stessero guardando minacciosamente, come se nessuno avesse dovuto passare per quella via, nessuno tranne i proprietari. Ben presto la grande dimora ottenne la fama di casa stregata e nei vicoli bui, quando si dice che i fantasmi vaghino senza meta, i più grandi si divertivano a spaventare i fratellini raccontando che i due grandi animali li avrebbero inseguiti il mattino successivo se non rientravano subito dentro casa. I genitori, quando i più disobbedienti li facevano infuriare, li minacciavano di averli portati dalla vedova se non la smettevano di fare i capricci subito. Le voci girarono velocemente e il mistero di quella casa e di quella donna, che trascurata e povera, si aggirava per le vie quasi in cerca di qualcuno da portare via con se, non fece altro che terrorizzare anche i più scettici ed alimentare la curiosità dei più coraggiosi, che spesso si recavano li quando ancora il sole era alto per scoprire qualcosa di nuovo da raccontare una volta tornato a casa, magari prima di andare a dormire. Intanto, mentre gli abitanti erano ignari di ciò che succedeva all’interno della dimora, Elizabeth preparava la camera per il figlio, certa che lo avrebbe tenuto con sé per sempre. Trascorreva le ore nel preparare la culla del piccolo, attenta che non vi potesse essere niente che nuocesse al bambino o qualche frammento di legno che potesse ferirlo. Si comportava come una mamma premurosa, che amava quel bambino, seppure avuto in circostanze anomale. Desiderava avere una vita normale, senza dover continuare la sua esistenza nascondendo quel bambino che chiunque avrebbe rifiutato solo di guardare e figuriamoci di far giocare con i loro figli. Per Elizabeth quelli furono dei giorni importanti, in cui continuava, con un sorriso maligno stampato sulle labbra, a pensare al loro futuro, a prendersi cura delle faccende domestiche, a dare alla casa una aspetto sempre più decoroso. Ormai il piccolo era l’unica persona che le rimaneva e non voleva che tutto il sacrificio fatto, a partire dall’uccisione del marito, fosse avvenuto invano, e voleva che crescesse in un ambiente sano, lontano dalle chiacchiere della gente che ormai non faceva altro che parlar male dei due nuovi arrivati. Trascorsero le settimane ed Elizabeth, ormai esausta sia fisicamente che moralmente, continuava a custodire il suo segreto in quella grande borsa che si era portata dalla vecchia abitazione, sospettando che ormai qualcuno avvertisse la polizia a causa della grande stranezza che aleggiava in quella casa e il forte puzzo che si avvertiva anche a varie miglia di distanza. Ormai abitava li da quasi due mesi e aveva quasi finito di posizionare le poesie lasciatele dal padre, appena sopra il camino, perché era molto legata ai quei ricordi, così come a quelli di sua madre che era stata una grande musicista e le aveva lasciato in eredità un maestoso pianoforte nero che collocò nel grande salone,non lontano dalla porta d’ingresso. Dopo quella sistemazione, ritenne che la casa poteva considerarsi perfetta affinché ci potesse vivere un bambino piccolo e non perse tempo ad estrarre il corpicino dell’essere, che nel tempo aveva assunto una forma grottesca, nonché disumana. La testa, che già dal primo momento appariva malformata, ora era una poltiglia, un insieme di sostanze organiche incolore e gelatinose, quasi stessero subendo una mutazione nonostante il decesso del corpo al quale appartenevano. Le braccia risultavano quasi invisibili, come se non le avesse mai avute, e le mani assomigliavano sempre più a degli artigli con delle piccole squame accanto alle nocche, come se il piccolo appartenesse ad una qualche famiglia di rettili. Lo baciò e lo posò sulla piccola culla, dalla quale, all’istante, provenne un suono gutturale ed un odore nauseabondo, come se su quelle coperte vi fosse appena stato poggiato un essere proveniente dagli inferi. Elizabeth sorrise, contenta come lo sono tutte le mamme quando guardano il loro piccolo mentre riposa. Attese, aspettò ore ed ore seduta sulla sedia a dondolo accanto alla culla, senza mai perdere di vista il piccolo, che, giustamente,non muoveva un arto. Poi, qualcosa accadde, e da quel momento niente fu come prima, non solo cambiò la vita della donna, ma soprattutto quella della cittadina. Se per la giovane quel cambiamento significava un sogno, per la comunità sembrava l’inizio di un incubo senza via d’uscita e in poco tempo nelle chiese si parlava del diavolo in persona che stava vivendo tra quelle povere persone. Riguardo quella notte e ciò che avvenne se ne parla tutt’ora adesso, dove vive quella vedova di cui tanto si parla e a cui non fanno mai avvicinare i bambini, perché certe storie, quando sono così tanto macabre, non cessano mai di esistere, non muoiono mai nelle menti di chi le ascolta e le vive in prima persona. Quello che tutt’ora la gente racconta, parlando sempre a voce bassa per non far si che il demonio senta e appaia durante le notti di luna piena, è che in quella maledetta notte mentre Elizabeth dormiva, il piccolo iniziò a prendere vita, a contorcersi come un indemoniato nel suo letto di morte, a mandare urla disumane, parlando in lingue sconosciute, soprattutto pensando al fatto che il piccolo non sapeva dire nemmeno la parola ‘mamma’. La donna si svegliò all’improvviso sbarrando gli occhi, esultante nel vedere che la sua preghiera era stata presa in considerazione ed esaudita. Si avvicinò alla finestra e, con voce quasi maschile e inumana, sembrò rivolgersi al cielo, inginocchiandosi come se vi fosse un qualche altare e stesse parlando ad un Dio da cui esigeva di essere ascoltata. Dopo quasi un ora, apparve la luna, e oggi, quelle poche persone che hanno il coraggio di parlarne, rivelano che i loro antenati hanno raccontato di aver visto una luce spettrale come non era mai accaduto in tutti quegli anni, come se ogni angolo del mondo si fosse aperto lasciando uscir fuori ogni creatura blasfema e maligna. Il piccolo si alzò in piedi e, lanciando urla che superavano la potenza del suono di qualsiasi umano esistente, iniziò a trasformarsi, assumendo caratteristiche che lo facevano sembrare un bambino quasi normale. Gli artigli sparirono lasciando il posto a due mani comuni, se non fosse per il fatto che la sinistra era più piccola della destra, ma per il resto ora poteva considerarsi come tutti gli altri. Non appena la trasformazione fu completa e quindi il piccolo tornò in vita, il buio totale si impossessò della città, e la luna sparì all’istante, complice di un macabro avvenimento. Riguardo quella sera non si seppe mai altro, solo che da quel momento la vedova cambiò atteggiamento nei confronti degli altri abitanti, apparve molto più serena, quasi avesse fatto un patto col diavolo, sembrava quasi ringiovanita e salutava con amore i bambini che frequentavano la scuola del suo piccolo. Naturalmente visse nell’inganno, affermando che quello fosse il figlio di sua sorella, mancata sfortunatamente un anno prima, a causa della peste che aveva raso al suolo tutta la cittadina, uccidendo anche il marito. Continuò comunque a vivere nella più completa solitudine, stando lontana dalle altre madri, attenta nel non avere atteggiamenti troppo materni nei confronti del bambino, a cui aveva dato un nome che non smetteva di lasciare una profonda curiosità nelle altre donne, infatti Elizabeth pensò bene di chiamarlo Archangel, quasi fosse un miracolo del cielo. Il ragazzino, ormai abbastanza grande, continuava a frequentare la scuola assieme agli altri suoi coetanei, ma possedeva un dono che non era stato regalato agli altri. Riusciva per esempio a risolvere le equazioni più difficili in soli tre secondi, scriveva con una velocità insolita e spesso sapeva quando l’insegnante gli avrebbe posto delle domande. Tutto questo alimentò i sospetti riguardo la vita del ragazzo e la sua presunta zia, che mai lasciava la sua dimora, se non per acquistare il pane e, cosa alquanto strana, cercava di evitare la via principale, quella in cui era stata edificata nel lontano 1456 la chiesa di Saint Erich. Anzi, una signora che abitava proprio di fronte la grande chiesa, aveva giurato di aver visto qualcosa di anomalo che non le aveva permesso sogni tranquilli per le seguenti due settimane. Affermò infatti di aver scorto Elizabeth, che accidentalmente aveva preso quella direzione, mentre fissava la croce posta in alto accanto alla statua della vergine Maria, e mentre i suoi occhi puntavano con maggiore insistenza quella grande costruzione in pietra, la donna vide che la croce assumeva una forma grottesca, si piegò e si capovolse diventando così non più un simbolo religioso ma la testimonianza che L’Anticristo era arrivato. Passarono i mesi, gli anni, e la cittadina non ritrovò mai più la pace di un tempo e sempre di più girarono le voci in cui si diceva chiaramente che la colpa non poteva non essere di quei due nuovi arrivati. Ma non solo le donne si resero conto di come le loro vite stessero diventando un inferno, testimoni di fatti strani avvenuti mentre recitavano preghiere in chiesa, di rumori sinistri tra le mura in cui sembrava stesse strisciando qualche essere spaventoso. Anche i contadini affermarono di non riuscire a mandare avanti la loro famiglia, di non riuscire a sfamare i figli piccoli, infatti i raccolti vennero sempre meno, le piogge si fecero sempre più scarse e la siccità iniziò a far morire non solo gli animali ma anche le piante, lasciando i poveri uomini in miseria. Non furono solo questi i problemi che afflissero quella povera gente, infatti la mortalità infantile era notevolmente aumentata, i bambini che lavoravano nei cantieri aiutando i padri si ferivano senza riuscire a trovarne la causa e la maggior parte delle donne dovettero rinunciare al sogno di diventare madri poiché insorsero grossi problemi di salute. Altre che invece erano già in dolce attesa, al momento di dare alla luce il proprio piccolo, si trovarono con dei corpicini privi di vita, o addirittura bambini malformati, con handicap mentali e fisici che non poterono vedere la luce del sole per oltre una settimana. Sembrò che il demonio stesso fosse sceso in quella cittadina, nei suoi campi, riducendo la popolazione in miseria, uomini privi di salario, donne sterili, depressione economica e mentale che provocò nei meno forti un numero elevato di suicidi per avvelenamento e impiccagione. 2. il demone lascia la città I cittadini, sempre più sconvolti e amareggiati riguardo alle tremende condizioni in cui vivevano, decisero di riunirsi nella piazza principale, senza far troppo rumore, per non destare i sospetti della vedova, soprannominata ormai ‘ La strega di Sendery Gates’. Erano sempre più convinti che la causa di tutto quel malessere generale fosse quella donna così strana da cui tutti tenevano le distanze ed ebbero sempre di più la certezza che avesse dei poteri capaci di sconvolgere la quiete della serena comunità. Alla riunione parteciparono quasi tutti, tranne i bambini che rimasero a casa con le balie più giovani, e la signora Laider, un’anziana di quasi sessant’anni, la stessa che aveva visto Elizabeth vicino alla chiesa, raccontò ciò che aveva visto quella mattina, facendo tremare il pubblico intero che indietreggiò portandosi le mani alla bocca per trattenere un urlo. Il prete pregò sottovoce per tutto il tempo e cercò di calmare le donne che non riuscivano a mascherare le loro preoccupazioni. La riunione si protese per qualche ora e finì nel momento in cui tutti all’unanime presero la decisione definitiva che consisteva nel recarsi, quella notte stessa, nella grande casa, nel momento in cui sia la donna che il bambino avrebbero dormito e non si sarebbero resi conto di quell’incursione. Attesero che arrivasse il momento tanto atteso e all’ora stabilita si trovarono tutti di fronte alla vecchia villa. Sin dall’inizio provarono un senso di terrore e di agitazione, alcune donne svennero, altre in seguito riportarono danni cerebrali irreversibili, come se qualcosa di malefico, un virus non conosciuto dalla medicina, avesse intaccato i loro cervelli, distruggendo le loro esistenze. Alcuni uomini si ritrovarono costretti a reggere tra le braccia le loro donne poiché alcune rischiarono di cadere in terra, come ipnotizzate. Il prete, che aveva partecipato solo dopo esser stato convinto dagli altri abitanti, portò con sé l’acqua benedetta e ne buttò un po’ sul terreno, rendendosi subito conto che qualcosa sembrava essersi mosso, come se sotto terra vivesse un qualche tipo di animale che non si vedeva mai alla luce del giorno. A quella vista, deglutì senza dire niente agli altri, per non seminare ancor di più il panico e spostando lo sguardo per distrarre la mente da quella orrenda visione, involontariamente finì col guardare attentamente i due leoni, che, all’insaputa dei bambini che li avevano visti fin dal principio, ora apparivano come due belve feroci. Se prima le loro bocche risultavano aperte in un ghigno rabbioso, ora erano spalancate, come se volessero divorare non solo coloro che sostavano di fronte a loro, ma tutta l’intera comunità. Sgranando gli occhi e tremando, non si rese conto che una ragazza che non era potuta rimanere a casa da sola, era svenuta al suo fianco, giacendo per terra priva di sensi. Non si accorse nemmeno della fine che fece quella povera giovane, risucchiata da quella terra insana che chissà quali terrori inconfessabili conteneva. La giovane donna non fu mai più ritrovata e la città non seppe mai la causa della sua scomparsa, pensando forse che la ragazza avesse deciso invece di fuggire via terrorizzata dagli ultimi eventi. Gli uomini intanto,silenziosamente, si erano posizionati ai lati della casa, raccomandando alle donne di stare il più lontano possibile, e mentre si accingevano ad appiccare il fuoco per liberarsi una volta per tutte della sciagura che aveva colpito tutti loro, due dei più giovani, furono accecati dalla luce folgorante emanata da una luna che appariva piena e malvagia. Poco prima il cielo appariva nero come le ali di un corvo, e solo alcuni secondi dopo si poteva scorgere una luna così spaventosa, un gigante che quasi li sorvegliava, custode di quella casa e di ciò che conteneva all’interno. Uno dei due ragazzi, fissando quella forte luce, rimase cieco per sempre e gridando fece allontanare tutti gli altri uomini dalla dimora, costringendoli a nascondersi dietro i pochi alberi rimasti in vita. Non accadde niente, la vedova e suo nipote rimasero in casa, ma quando un lieve rumore, come di qualcosa che strisciava sotto terra, richiamò l’attenzione dei più coraggiosi, il giovane che aveva perso la vista iniziò a gridare in maniera esagerata, invocando aiuto, mentre a poco a poco scomparivano tutti gli arti, prima le gambe, quasi fossero state inghiottite da un mostro che viveva nel sottosuolo, e poi le braccia. In pochi secondi quella terra aveva mietuto un’altra vittima, questa volta sotto gli occhi di tutte le persone, che paralizzate dall’orrore, non riuscirono a prestare soccorso al ragazzo. Il solo pensiero di fare la stessa fine li fece rabbrividire e rimanere al loro posto, seppure non con la coscienza a posto perché si trattava del figlio di due persone che conoscevano bene ed era un bravo ragazzo. Questo fatto, che dapprima aveva scosso i presenti terrorizzandoli, aveva lasciato ora un senso di collera e vendetta, sapendo che il ragazzo appena deceduto era una povera vittima della furia omicida di un qualche demone che abitava nelle gole perdute di quella casa. Senza più esitare nemmeno un istante, uno degli uomini più anziani si gettò verso le mura della villa mentre con un grido di rabbia appiccò il fuoco che velocemente si sparse per tutta la casa, avvolgendola dalle fiamme. Qualcuno tra la folla applaudì, contento che il diavolo fosse stato finalmente sconfitto e che la città potesse tornare a vivere immersa nella tranquillità, qualcun altro svenne, esausto dalla giornata faticosa e stressante. Altri più impassibili, girarono i tacchi e andarono via, forse traumatizzati da tutto quello che era accaduto quella sera, ma i più temerari, gli stessi che avevano pensato sin dall’inizio di farsi aiutare dal fuoco per scacciar via il male, lanciarono delle bestemmie contro quelle mura che ormai andavano sempre più in rovina. Il prete, che era rimasto lontano dal rogo e non vedeva così da vicino le fiamme, poteva invece avere una visuale ben dettagliata della villa mentre dava il suo ultimo saluto a questo mondo. Si portò le mani al petto e pregando abbassò lo sguardo, ormai esausto nel vedere tutto quell’orrore e tutta quella gente distrutta per sempre nell’animo. Quando sollevò il viso, guardò in direzione della porta e si rese conto che qualcosa era cambiato, infatti i due leoni che quasi tutti avevano visto in posizione eretta, ora sembravano essersi spostati di qualche centimetro. Mentre prima le loro facce apparivano rivolte verso la strada, adesso sembravano guardare verso destra, nella parte che dava verso il retro della casa, quasi avessero preso vita e volessero fuggire all’incendio. L’uomo non volle quasi credere a quella visione e implorò Dio che se tutto quello non era altro che un incredibile incubo, avrebbe chiesto di morire all’istante, perché non era possibile continuare a vivere con quel peso nel cuore. Molti giurarono di aver sentito levarsi delle urla disumane, come se la casa stessa avesse un anima e si fosse resa conto che la fine era arrivata, e il prete che in seguito pubblicò un trattato riassumendo questi ultimi due anni, affermò di aver visto nel cielo delle figure nere, due per la precisione, come se stessero volando via verso una nuova direzione. Della casa ormai non rimanevano altro che fumo e cenere e le ultime fiamme portavano via con se sia gli abitanti che i ricordi sepolti in quella terra. 4.Di nuovo a casa Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi, e la cittadina pian piano cercò di dimenticare quella sciagura, i contadini tornarono ai loro campi, le donne dettero alla luce bambini sani e forti, i più anziani non furono costretti a letto da malattie improvvise e incomprensibili. Insomma, con il passare del tempo la vita era tornata quella di una volta e nonostante fossero passati sei mesi da quella notte innominabile, nessuno volle mai passare nei pressi di quella villa, dove, seppure non fosse rimasto altro che frammenti di muri e di pietre, il solo pensare di avere di nuovo a che fare con quella storia, metteva i brividi a chiunque. Finalmente tutto era tornato alla normalità e ai nuovi nascituri non raccontarono mai di ciò che videro quella sera e della strana vedova che aveva preso alloggio a poche miglia dalle vie più frequentate. Solo una sera di un freddo Febbraio accadde l’ultimo avvenimento strano che mise addosso una paura tale nei cittadini, da costringere alcuni a trasferirsi definitivamente. Il figlio del proprietario di un piccolo negozio d’antiquariato nel dirigersi a casa di un suo amico, passò di fronte alla casa della vedova, fischiettando e scalciando dei sassi che trovava per la via. Guardò il cielo e affrettò il passo rendendosi conto che se non si sbrigava, la pioggia lo avrebbe colpito in pieno rischiando di farlo arrivare dall’amico fradicio e raffreddato. Ad un tratto, come riferì ai genitori quella sera stessa, gli parve di sentire un leggero sibilo, quasi una nenia provenire dal suolo. Spaventato ma anche incuriosito si inchinò appoggiando l’orecchio al terreno e ascoltando attentamente. Non sentì un vero e proprio rumore ma avvertì la presenza di qualcosa di strano, di sovrannaturale, un qualcosa che non sarebbe dovuto essere li, sotto quelle erbacce. Alzandosi, quasi inciampò su se stesso e nell’atto di pulirsi i pantaloni dalla polvere, sentì indistintamente un fruscio, come se vi fosse un animale che vivesse li sotto. Ma non gli sembrò si trattasse di un essere piccolo, bensì di un grosso serpente, oppure un topo enorme, comunque un animale che lo avrebbe divorato in un attimo. Decise di allontanarsi il più preso possibile da li, se non voleva finire mangiato da qualcosa che stava letteralmente per lasciare quel terreno per uscire alla luce del giorno. Nel voltarsi sentì uno scatto, come di un pugno che cerca di scoperchiare una bara, o una testa che cerca di sbucare da un lotto in cui è piovuto per troppi giorni, rendendo il tutto indurito e freddo. Quella cosa che stava per venir fuori doveva essere sporca, umida, usurata dal tempo e cosparsa di vermi e di tutti gli insetti che abitano gli abissi della terra, dove nessuno avrebbe mai il coraggio di avventurarsi, se non per pura follia. Vide il terreno che si apriva, proprio sotto i suoi occhi e una grossa testa, come di un essere malformato, sbucò dal nulla, come se sotto i suoi piedi ci fosse una casa sotterranea e quella deformità stesse dormendo sogni tranquilli. Indubbiamente il ragazzo si sentì responsabile dell’accaduto, come se fosse stato lui a risvegliare, con il suo fischiettare, quella creatura che invece avrebbe dovuto dormire per l’eternità. Gli parve di vedere un’altra figura, più grande della prima, proprio accanto a lui, mentre lo invitava ad allontanarsi il più in fretta possibile. Non vide una sagoma vera e propria, come invece era accaduto per l’essere deforme, ma piuttosto si presentò come un ombra nera, con delle grandi corna appuntite e una coda lunghissima, in un attimo il ragazzo pensò che fosse proprio quest’ultima la causa di quei fruscii sotto terra. In pochi secondi la strana forma nera assunse le sembianze di una giovane donna che teneva tra le braccia l’essere diabolico. Era lì per proteggerlo, per far capire al giovane che quel terreno apparteneva a loro e che lui doveva andare immediatamente via. Terrorizzato, scappò via, perdendo la borsa che teneva stretta con sé, contenente i risparmi di tre lunghi mesi, che sarebbero serviti da prestito al suo amico. Mentre si allontanava, senza rendersi conto di aver perso quella somma di denaro, sentì una risata agghiacciante e malefica, quasi provenisse da una gola marcia e intrisa di sostanze velenose. Il suono si fece sempre più debole con l’allontanarsi del giovane e alla fine, prima di scomparire per sempre, diventò un vero e proprio lamento, un grido che poteva appartenere solo ad una bestia feroce, forse ad un leone, o comunque ad un grosso felino. Questo è tutto ciò che accadde a quel giovane, del resto non si sa più altro. Le testimonianze delle persone che in quel lontano 1691 vissero quegli anni tragici, non furono molte, poiché in molti pensavano che era meglio tacere, per non rischiare di risvegliare qualcosa che presumibilmente non aveva mai effettivamente lasciato quella città. Altri raccontavano ciò che avevano visto ma a voce bassa, sempre guardandosi dietro le spalle e con un terrore nello sguardo che sarebbe meglio non scorgere mai in nessun altro. Il prete, che scrisse ‘L’orrore della cittadina divorata dal male’, fu l’unico abitante che ne parlò con chiunque gli facesse delle domande e, forse per la vita religiosa che conduceva, sembrava il solo a non avere paura nel rievocare quelle vicende. Se non fosse stato per quell’uomo, che per un tragico incidente decedette solo tre giorni dopo aver completato il trattato, nessuno avrebbe potuto mai leggere cosa successe in quegli anni passati. La morte avvenne in modo misterioso, infatti, mentre si recava in chiesa dopo aver trascorso la mattinata al parco, fu colpito da un fulmine nonostante il cielo fosse sereno, che lo uccise all’istante. Il corpo che fu misteriosamente spostato da qualcuno di cui non si seppe mai il nome, fu trovato nei pressi della vecchia casa, con la faccia riversa verso il suolo, ormai divorata dai vermi, o da qualcos’altro forse. La popolazione, privata dell’unico prete che veramente avessero mai stimato, si chiuse sempre più in se stessa e la maggioranza decise di andar via per sempre da quel luogo diventato ormai invivibile. I fatti che colpirono quella comunità rimangono ancora oggi un mistero, e dopo la scomparsa dell’anziano prete, nessuno seppe che fine fecero i pochi che decisero di restare nella loro terra. Forse morirono per cause naturali, forse no, oppure si abbandonarono a se stessi, privandosi del cibo e dell’acqua per lunghi giorni, aspettando così che la loro vita, ormai distrutta, finisse il prima possibile. Molti di coloro che passano tutt’ora nelle vicinanze affermano di sentire delle strane voci nel cuore della notte e coloro che vedono la luna piena mentre si trovano accidentalmente in quei pressi, accelerano il passo per recarsi il più in fretta possibile lontano da quel luogo maledetto. La maledizione di Elizabeth non è mai morta, continua a vivere ancora oggi nel 1993, e chiunque conosca quella storia si tiene alla larga dalle ceneri di quella casa. Adesso che i tempi son cambiati e le leggende diventano sempre meno popolari, si parla sempre meno della lontana tragedia di Sendery Hill e ancor meno di quegli anni che ruotarono intorno al 1840 in cui, in quella via conosciuta come Moonlight street, come si diceva all’inizio, viveva quella vedova che però non è stato detto fosse abbastanza strana e avesse uno sguardo spento. Così come non è stato detto che i bambini che un tempo passavano sempre li, all’improvviso decisero di non sostarvi più da quel giorno in cui, per caso, videro una forte luce provenire dalla luna piena e guardando all’interno della finestra che dava sulla camera da letto della donna, videro una culla sporca, vecchia quasi fosse li da oltre duecento anni, e il cui contenuto era alquanto grottesco. Si vide un bambino deformato, orrendo, privo di mani ma munito di grossi artigli che piangeva dimenandosi, tenuto in braccio da una donna che i bambini non ricordavano aver mai visto. In quella grande villa dove fuori padroneggiavano quei due leoni apparsi solo ora, tutti i cittadini sapevano vivessero la signora Annabel e il coniuge Christopher, ma ora sembrava come se la casa, che prima appariva splendida e accogliente, apparisse macabra e anacronistica. I piccoli che quella notte videro quella scena assurda affermarono di aver visto una donna che rideva in maniera folle, quasi fosse preda di un assurdo isterismo, mentre rivolta verso la luna teneva in braccio il suo unico figlio. L’ultima cosa di cui si accorsero fu una vecchia botola posta appena dietro Annabel , semi aperta, da cui sembrava venissero fuori pezzi di carne decomposta, come se fossero li da millenni, decenni, secoli in cui il Diavolo aveva deciso di generare i suoi mostri li, su quella terra sconsacrata. La maledizione di Elizabeth non cesserà mai di spaventare tutti quelli che sostano nelle vicinanze e se vi dovesse capitare di ricevere un invito da parte di una qualsiasi vedova che appare strana e non tanto giovane, vi consiglio di non accettare mai, perché potreste scoprire di non essere soli in quella casa, soprattutto se fuori appare una grossa luna piena. La casa sulla collina Mi chiamo Vincent, vivo in una modesta casa situata nei pressi di Cemetery Falls e ho qualcosa da dirvi riguardo la mia gioventù, più precisamente a quell’anno del 1898 in cui mi accadde qualcosa che, tuttora, quando sono solo al buio, mi fa tremare e mi costringe a tenere la luce accesa. A quel tempo avevo solo ventuno anni, avevo deciso di non proseguire gli studi per poter aiutare la mia famiglia che a stento riusciva a mandare a scuola i mie due fratelli minori. Decisi di trovarmi un lavoro e nei primi due anni, grazie ad un colpo di fortuna, riuscii ad entrare nella fabbrica di mio zio, imparando ben presto il duro lavoro e permettendo cosi ai miei genitori di dividere i nostri salari riuscendo finalmente a far imparare a leggere e scrivere e piccoli. Il terzo anno, proprio mentre tutto sembrava andare per il verso giusto e ormai mi ero abituato sia ai turni che ai lavori più faticosi, dovetti abbandonare quel luogo poiché mio zio mi disse che avrei dovuto cedere il posto ad uno dei suoi figli maggiori. Questo fatto mi sconvolse e rimasi senza parole poiché ero sicurissimo di aver trovato un impiego fisso e non un mestiere che tra tre anni mi avrebbe lasciato senza nemmeno un soldo in tasca. Dopo il colloquio avvenuto quella mattina, tornai immediatamente a casa desolato e depresso, con un senso di ansia e di vuoto che incombeva sul mio spirito, rendendomi apatico e privo di iniziative. Appena rientrato mi venne incontro mia madre, che sicuramente capì che qualcosa era andato storto in quella giornata così sfortunata. La abbracciai e le accarezzai il viso sorridendole dolcemente. Cercai di mostrarmi sereno per il benessere di quella povera donna che aveva sempre fatto un sacco di sacrifici per farmi diventare un ragazzo sano e con veri principi. Ma, alle mamme, soprattutto a quelle più buone, non si riesce mai a nascondere la verità e così, dopo essermi seduto e aver divorato quasi due piatti interi di minestra, le raccontai che il giorno seguente non mi sarei dovuto alzare presto poiché ero appena stato licenziato e che se voleva l’avrei potuta accompagnare al mercato. Si alzò con le lacrime agli occhi, commossa del mio buon buonsenso, dalla mia bontà, e soprattutto dal fatto che non avrei avuto un impiego chissà per quanto tempo. Accettò il mio aiuto e mi disse che il giorno successivo sarebbe dovuta uscire di casa verso le cinque del mattino, perciò decisi di andare a dormire presto, non riuscendo a parlare con mio padre che ancora non era rientrato dal lavoro nei campi. Dormii un sonno tranquillo e come promesso, mi destai all’alba, mi preparai in fretta e bussai in camera di mia madre per esser certo che fosse pronta. Mi disse di aspettare ancora qualche minuto e scesi al piano inferiore per bere un bicchier d’acqua e salutare mio padre che sicuramente stava per uscire di casa, ma sfortunatamente arrivai troppo tardi e lo vidi mentre si richiudeva la porta alle spalle. Dopo qualche istante, sbucò fuori mia madre, la presi sotto braccio perché le sue gambe non erano più quelle di un tempo e l’età iniziava a farsi sentire procurandole vari problemi alle ossa. Circa mezz’ora dopo arrivammo al mercato che, nonostante fossero appena le sei e mezzo del mattino, si presentava già affollato, forse perché tutte quelle persone sceglievano gli orari più mattutini perché poi non avrebbero avuto il tempo necessario da dedicare alle spese. Salutammo varie persone che conoscevano mia madre da molto tempo, quando ancora io non ero nemmeno nato, e ci fermammo a scambiar due chiacchiere con l’ortolano che tra l’altro abitava di fronte alla nostra dimora. Mi girai verso il bancone che preferivo in assoluto e che deliziava sia la mia gola che i miei occhi alla vista di tutti quelle svariate sfumature, quei colori accesi che riuscirono a farmi sorridere e a mettermi il buonumore, facendomi quasi dimenticare la perdita del lavoro. In quell’angolo che tanto amavo si vendevano dei dolci, delle caramelle di vario tipo e dei biscotti fatti in casa con piccole scorze di limone e gocce di cioccolato, del più pregiato che si trovasse in circolazione. Mi allontanai e quasi sentendomi un bambino alle prese con la sua prima carie dovuta all’eccessiva golosità, guardai che vicino a me non ci fosse nessuno e chiesi al negoziante di riempirmi un sacchetto di quelle leccornie. Mentre attendevo vidi arrivare verso la mia direzione una vecchia donna, che avrà auto circa settant’anni, mentre dolorante, si lamentava che il prezzo del pane era salito alle stelle e che non si poteva più comprare nemmeno un dolce per i propri nipoti. Al sentire quelle parole, nonostante la mia ingordigia, pensai di aiutare una povera signora che sicuramente non aveva nemmeno un dollaro, e, pur sapendo che le mie condizioni economiche non erano superiori alle sue, decisi che forse il buon Dio mi avrebbe riservato qualcosa di positivo per questa buona azione. Chiamai la donna, che nel frattempo era riuscita, stranamente dovetti ammettere, a raggiungermi in brevissimo tempo, se consideriamo la schiena che le faceva male e la gobba evidente che spuntava come la punta di una montagna. Immediatamente la salutò il signor Dervel aggiungendo un evidente sorriso forzato, - Buon giorno signora Hellbone, come va oggi? – la donna, al sentire quelle parole non sembrò rimanerne deliziata e fissò l’uomo mentre si sistemava meglio il fazzoletto che le incorniciava il viso. -Io non direi che sia un buon giorno signor Dervel, assolutamente no, come si permette di avere quel viso da furfante mentre si rivolge ad una vecchia dolorante eh? Tutti uguali questi negozianti, pensano solo a vendere e a commerciare. Del resto se ne fregano, ha visto , ma dico ha visto che prezzi hanno la in fondo? E li, pensa che il pesce possa costare così tanto? Mio marito è morto più di vent’anni fa e non ho quasi più un soldo per colpa delle vostre idiozie ! – Io rimasi in silenzio per tutto il tempo e approfittai del monologo della signora per girarmi in direzione di mia madre constatando che stava ancora chiacchierando con l’ortofrutticolo. Mentre continuavo a guardare verso quella direzione quasi mi venne un colpo nel vedere l’anziana che mi gridava all’orecchio, essendo evidentemente sorda, dicendomi se aveva o non aveva ragione. - Beh non posso darle torto certo, ma non è colpa dei negozianti, loro vengono qui tutti i giorni e pensano solo a fare il proprio lavoro, quindi non saprei cos’altro dirle- - Ah voi giovani siete tutti uguali, proprio come ho detto prima ai negozianti, siete tutti dei fannulloni e basta, ma dimmi dimmi cosa fai tutto il giorno? Mica stai sempre qua come un bambino a prendere i dolci ehehe? - -Ma veramente le dico che oggi non è proprio la giornata adatta per tutte queste domande, glielo assicuro. Ho appena perso il lavoro e sono qui per accompagnare mia madre, mentre la aspettavo ho pensato di venire qui perché mi ricorda i tempi in cui ero solo un bambino e le dirò di più, nel vederla sola e senza un soldo volevo addirittura offrirle i miei dolci, ma non mi sembra che lei sia altrettanto gentile – - Oh, ma allora di bravi ragazzi è ancora pieno il mondo, oh pensavo che fossimo spacciati oramai, ma io li accetto volentieri grazie, grazie davvero bel giovane, li darò ai miei tre nipotini non appena sarò rincasata, arrivederci – La salutai e mentre ero sicuro di non doverla mai più parlare, vidi che anziché allontanarsi , tornava indietro nella mia direzione. Pensai che forse doveva chiedermi qualche informazione o qualche consiglio e le sorrisi fingendomi estasiato nel rincontrarla. -Signora ha dimenticato qualcosa? – -No, giovanotto, è tutto a posto, mi chiedevo se per caso, dato che non hai un occupazione in questo momento, volevi venire da me, ad aiutarmi tutti i giorni. Come avrai visto sono vecchia ormai e non ho nessuno che mi tiene compagnia, che mi legga qualche poesia o qualche bel libro e soprattutto che mi accompagni a fare la spesa ogni giorno – - Ecco, io la ringrazio molto ma come vede qua non sono solo, sono venuto proprio per portare mia madre, che nonostante sia più giovane di lei, ha alcuni problemi di salute e non se la sente di muoversi da sola. – - Insisto ragazzo, sono sicura che tua madre non avrà niente in contrario e poi potrai andare a casa con qualche moneta e potrai aiutare in casa – Mentre stavo per controbattere vidi che mia madre si stava avvicinando con sguardo perplesso, come domandandosi da dove fosse sbucata quella donna così socievole e insistente. -Buon giorno, sono la madre del ragazzo, sta succedendo qualcosa per caso? – - Stavo giusto dicendo a suo figlio che, per non continuare a vivere senza un lavoro, potrebbe venire da me, lo ospiterei per qualche mese e mi aiuterebbe molto in casa, ma non so se lei sarebbe d’accordo, ovviamente cercherò di convincerla in ogni modo mia cara – E a quel punto, non lo scorderò mai, notai un sorriso maligno sulle labbra della vecchia, quasi avesse in mente qualche maleficio. Non mi piacque per niente sin dall’inizio e non riuscii a spiegare queste sensazioni a mia madre che invece sembrò ben lieta di chiacchierare con l’anziana che a me sembrò piuttosto strana. A quel sorriso agghiacciante, seguì una risata che mi fece accapponare la pelle, sembrava un suono proveniente non da una semplice donna ma da una megera. Decisi che dovevo fare qualcosa per interrompere quel sono così terribile e le parlai sopra . -Ma io credo che mia madre invece non sia così semplice da convincere non è vero?- e dicendo questo mi rivolsi proprio verso di lei con un sorriso, che morì cinque secondi dopo, vedendo lo sguardo fisso, come se fosse stata ipnotizzata da qualcosa o da qualcuno piuttosto abile nell’arte della persuasione. Le passai una mano vicino al viso per distoglierla da quel sogno ad occhi aperti, da quel momento in cui la sua coscienza sembrava essere morta, sepolta da un qualche sortilegio avvenuto tramite lo sguardo. Mi voltai verso l’anziana che stavo già odiando più di quanto non avessi fato fin dall’inizio, e vidi che i suoi occhi non apparivano normali, avevano subito una specie di mutazione, non so bene come descrivervi quello che vidi in quell’istante ma posso dirvi che il loro colore in principio era castano, ed ora notavo dei riflessi gialli, che pian piano perdevano intensità nel momento in cui mia madre tornava alla realtà. Mi spaventai a morte e rivolgendomi verso il bancone più vicino cercai aiuto nello sguardo del negoziante che però sembrava non essersi accorto di niente, occupato nell’assistere i clienti. Ero sul punto di sentirmi male, quasi svenni nel vedermi perso, come se in quel mercato tutte le persone che ci circondavano fossero sorde e cieche e noi fossimo dei fantasmi. Ero certo che la colpa fosse tutta di quella vecchia e che nelle sue iridi si nascondesse qualche demone pronto a saltar fuori e far perdere il senno ai più deboli, come era appena accaduto a mia madre che si mise a parlare in modo quasi automatico, come fosse guidata da una forza invisibile che le faceva sputare delle parole in modo tale che la bocca non seguisse la mente ma solo ciò che veniva costretta a dire. Conoscevo mia madre da più di vent’anni e sapevo che non era solita dare confidenza a chiunque incontrasse e non era solita fissare così una donna, addirittura di quell’età, in modo così imbarazzante e spaventoso. Le era successo qualcosa e la mia ipotesi ottenne maggiormente conferma nel momento in cui iniziò a parlare. -Si, mio figlio si recherà oggi stesso da lei, se questo farà in modo che si tenga occupato per parecchio tempo, mi fido ciecamente di lei e so di non sbagliare. E poi non vedo perché dovrei farmi aiutare ancora da lui, mi posso benissimo arrangiare da sola. – Stentai a credere a tutto quello che avevo appena sentito e cercai di replicare, non capendo come poteva aver detto una cosa del genere, ma fui zittito da lei stessa mentre mi diceva che doveva correre a casa perché non si sentiva affatto bene. Rimasi sbalordito, non so cosa successe veramente, non riuscii mai a capire cosa le avesse procurato quel disagio e perché mi avesse trattato come un estraneo, ma so che la mia vita da quel momento cambiò radicalmente. Prima di tutto fui pervaso da un senso di spossatezza e nausea, mi girava la testa e vidi a malapena la vecchia mentre mi guardava con gli occhi sbarrati, premendo le sue pupille che, sono sicurissimo, divennero ora argentate. Poi, più niente. Perdetti sicuramente conoscenza perché ricordo che mi ritrovai direttamente in una casa che già dall’interno appariva abbandonata poiché, giacendo su un letto scomodo, potevo vedere le ragnatele e i suoi inquilini che scendevano pian piano posandosi sulla mia spalla. Con un colpo li scrollai e cercai di alzarmi, sentendomi tutto dolorante. La testa mi pulsava e sentivo un sapore amaro in bocca. Mi guardai intorno, cercando una via d’uscita non capendo dove potevo trovarmi e ad un certo punto prestai attenzione e mi accostai alla porta porgendo l’orecchio e avvicinando lo sguardo verso il buco della serratura. Vidi una donna anziana con un pentolone mentre consultava, con l’altra mano, un libro altrettanto grande, che dal viso della donna, poteva trattarsi di un ricettario poiché lo sfogliava segnando con la matita qualcosa che doveva sicuramente tenere bene a mente, come un ingrediente o una miscela importante che non poteva essere sbagliata. Si girò verso la mia direzione e subito, preoccupato di poter essere visto, mi scostai, recandomi vicino al letto per cercare di nascondermi. Sentivo i suoi passi farsi sempre più vicini e capii che stava per entrare in quella medesima camera, poi di colpo i rumori si bloccarono e sentii solo il respiro pesante, come di un qualcosa che era rimasto a digiuno per troppo tempo e ora aveva una gran bramosia di divorare qualsiasi cosa incontrasse per la strada. Mentre il silenzio faceva da padrone in quell’assurda situazione, ad un certo punto sentii delle frasi che all’inizio mi sembravano prive di significato, ma poi ascoltando meglio capii che la donna stava evidentemente dialogando con qualcuno poiché sembrava si stesse rivolgendo a delle persone che vivevano in quella stessa dimora. - Allora miei cari, adesso vi preparerò una gustosa cena, aspettate giusto un attimo, chiamerò un vostro nuovo amico che sicuramente vorrete subito bene e poi saremo pronti – Ascoltando quelle parole capii che la donna aveva sicuramente a che fare con qualcuno che non si sentiva tanto bene poiché non ricevette alcuna risposta e cercai di rimanere calmo, non potevo permettere che il panico si impadronisse di me proprio in quel momento. Mi sedetti sul letto e con le mani appoggiate sul viso inizia a piangere silenziosamente, ma fui interrotto dal forte bussare alla porta, in modo alquanto insistente, seguito dalla voce malefica della vecchia. -Ragazzo mio, domattina come saprai sarà una dura giornata, dunque è meglio se ti tieni in forma, ti ho preparato qualcosa di buono da mettere sotto i denti e come ti avevo promesso ti farò conoscere i mie tre nipotini – Rimasi sbalordito, non riuscivo a ricordare quel viso anche se mi venne in mente qualcosa circa una donna anziana che avevo visto poco tempo prima e pensai automaticamente a mia madre anche se non riuscivo a collegare entrambe le cose. Sicuramente quella donna mi aveva dato qualcosa da bere che mi aveva stordito e fatto perdere momentaneamente la memoria, oppure avevo sbattuto la testa, sicuramente però ero in pericolo perché quel suo modo di fare non prometteva niente di bene. La guardai mentre indietreggiavo per tentare si sfuggirle e andai a sbattere contro la parete, facendo cadere per terra un quadro che si trovava proprio sopra di me, eppure nonostante avessi perlustrato tutta la stanza poco prima, non mi ricordai di aver visto quel dipinto prima. Cadendo, si infranse il vetro che lo ricopriva e nel vedere quella scena la donna iniziò ad urlare e a strapparsi i capelli, che nel momento in cui giacevano al suolo sembravano strisciar via come fossero animati. Guardai in direzione della finestra ma era impossibile tentare una via di fuga poiché aveva appena iniziato a nevicare e i fiocchi cadevano fittissimi rendendo impossibile la corsa non appena mi sarei trovato fuori e poi l’altezza doveva essere indubbiamente elevata. La vecchia sembrò calmarsi ma respirò affannosamente, stanca dopo essersi quasi uccisa da sola buttandosi a terra e invocando il nome di Euselon che non sapevo minimamente chi fosse. Mi guardò con quegli occhi argentati che sembravano dei puntini di galassie lontane e malvagie e protese le braccia verso di me come per volermi prendere. Cercai di scostarmi da lei, ma vidi con orrore, che gli arti le si stavano allungando, le gambe che poco prima erano state avvizzite ed esili di una piccola donna che a malapena riesce a muoversi, ora erano chilometriche, e credo che si siano bloccate solo grazie al muro che ci circondava, altrimenti penso che avrebbero continuato a crescere e crescere. Chiusi gli occhi concentrandomi, dicendo a me stesso che dovevo assolutamente calmarmi e rimuovere quelle immagini dalla mia mente se non volevo morire li in quell’istante. Dopo poco li riaprii e vidi che la stessa figura orrenda che mi si parava davanti qualche istante prima, ora era cambiata. Mi si presentò di fronte una graziosa vecchietta, con le sue rughe dovute alla stanchezza, al duro lavoro che si portava dietro e all’età avanzata. Mi sorrideva e ridacchiava silenziosamente. -Avanti giovanotto andiamo in cucina, o vuoi che ti mostri qualcos’altro? - Rimasi a bocca aperta senza capire esattamente di cosa parlasse. Ormai ero certo di avere a che fare con una persona che adorava Satana e che aveva fatto un qualche patto con lui affinché le desse dei poteri e la trasformasse in qualcosa di anormale. Ma allo stesso tempo, guardando quegli occhi che ora apparivano di un azzurro chiaro e dolce, non ero certo se lei fosse davvero malvagia o se io avessi completamente perso la testa a causa di un qualcosa che avevo bevuto. La sua presa energica, nonostante il corpo esile, mi scosse dai miei pensieri, e in un attimo mi trovai in un’altra stanza, molto più ampia di quella in cui mi trovavo poco prima. C’era un tavolo imbandito, vedevo dell’uva che pendeva da un cesto posto accanto ai bicchieri, che non erano due, ma bensì cinque, come se non fossimo soli. Allora ricordai del momento in cui la sentii interloquire mentre cercavo di nascondermi nella mia camera. A quella scoperta, il cuore iniziò a battermi velocemente,e l’ansia iniziò ad impadronirsi di tutto il mio animo, che era sempre stato quieto e pacato. La donna, annusando la mia paura come un animale selvatico, rise di gusto e ciò che mi si parò dinanzi agli occhi in quel momento fu una scena decisamente grottesca e disumana. Vidi perfettamente che la donna girò la testa di quasi trecento sessanta gradi mostrando delle zanne enormi e appuntite, da cui sgorgava del sangue. Quasi perdetti i sensi se non fosse stato per la constatazione che ora la figura appariva nuovamente normale e priva di una qualsiasi stranezza o deformità. Mi invitò a prendere posto a fianco a lei e mi disse di attendere solo un attimo. Passarono credo circa cinque minuti, che sembrarono però interminabili, e in quel lasso di tempo mi guardai attorno cercando una porta aperta o per lo meno semi chiusa che potesse condurmi fuori da quella prigione diabolica, ma non la trovai. Sentendo i passi della donna mentre tornava da me, mi sedetti in modo composto guardando verso il canestro di frutta dove mi sembrò di scorgere un viso folle, quasi completamente nero, privo di occhi ma munito di una bocca che apriva e chiudeva a scatti, ogni tre secondi circa. Pensai di essere completamente pazzo e strofinai le mani sugli occhi per scacciare via quella visione che una volta riaperti sparì lasciandomi con un senso di orrore ma anche di serenità nel vedere che ero riuscito a sconfiggerla in poco tempo. La donna tornò da me con un quadro in mano, all’inizio non lo riconobbi poiché lo avevo appena visto nel momento in cui era caduto a terra, ma poco dopo quando me lo mostrò meglio e vidi il vetro infranto capii che era quello di poco prima. Vidi che lo fissava scuotendo la testa come per voler dire di no, e agitando tutto il corpo sembrò avere una convulsione. Mi aggrappai alla sedia come per voler cercare una qualche sicurezza, come se quel semplice assemblaggio di legno potesse darmi coraggio. Poco dopo la vecchia mi urlò in faccia, privandomi quasi dell’udito e causandomi indubbiamente gravi disturbi ai timpani a causa dell’intensità disumana di quella voce. Quasi sembrò ringhiare in quella cucina desolata e puntandomi il dito contro mi disse che le avevo rovinato la vita, che avevo ucciso una delle creature che più aveva amato al mondo. Io non capii e continuai a guardare il dipinto che , al momento appariva privo di qualsiasi tonalità a causa della posizione che aveva assunto in mano a quella donna. Infatti io che stavo seduto di fronte a lei potevo vedere solo il retro e non riuscii quindi a capire di cosa stesse parlando. Solo quando lo girò verso di me, continuando a gridarmi contro, vidi di cosa stava parlando,e sinceramente in quell’istante pregai Iddio che mi privasse della vista, immediatamente. Nessuno uomo può guardare qualcosa di tanto assurdo per più di tre minuti senza rimanerne sconvolto per sempre. L’immagine che mi si parò di fronte era quella di una bambino, minuscolo, che camminava per una strada deserta, polverosa e fuori mano. Spostando lo sguardo più avanti si vedeva una casa vecchia e apparentemente disabitata posta su una collina tetra e spoglia. Evidentemente il bambino si stava dirigendo in quella dimora, magari andando a far visita alla nonna ammalata. Fin qui niente di strano, se non fosse per le condizioni in cui si trovava il piccolo. Era ricoperto di sangue, dalla testa ai piedi, le scarpe erano distrutte e logore e il ragazzino aveva un viso triste e spaventato, mentre dagli occhi sgorgavano lacrime che formavano pozze enormi nel terreno sottostante. All’inizio vidi solo questo spettacolo, che già mi bastò per ridestare in me quello spavento iniziale, poi , subito dopo, mi resi conto che il quadro stava prendendo vita. Non era un qualcosa che si notava all’istante, ma con pazienza, guardando il tutto con minuziosità e con attenzione. Infatti si vedeva che dalla casa in lontananza usciva una signora anziana che portava un fazzoletto nero che le copriva il viso. Ridiscendeva la collina sopra un cavallo nero, che sembrava un demone alato piuttosto che un semplice equino. Arrivata al punto in cui giaceva inerme il bambino, si fermò e prendendolo in braccio lo posizionò sotto gli zoccolo infuocati di quell’animale diabolico, che mandò un grido orrendo e scalciò varie volte affondando le zampe sul corpicino del piccolo che in un attimo morì sotto i miei occhi. Vidi con chiarezza che la donna rideva mentre da sotto il ghigno malefico spuntavano quelle stesse zanne che avevo visto poco tempo prima. Sembra una follia, un incubo macabro e insano, ma davanti ai miei occhi vidi che la donna mi stava guardando mentre incitava il cavallo a proseguire la corsa, forse in cerca di altri bambini da uccidere. Cercai di gettare il quadro a terra ma lei continuava a stringerlo con una forza disumana. -Maledetto !! che tu sia maledetto!! Guarda cos’hai combinato! Ti rendi conto del guaio che hai creato?? Hai fatto cadere il quadro e ora hai rotto l’incantesimo! Non potrò più avventurarmi per le vie e cibarmi dei miei piccoli! – Sentendo quelle parole capii che era tutto vero, non avevo a che fare con un sogno ad occhi aperti ma con un vero terrore, una demone che si nascondeva sotto le spoglie di una donna malvagia. Rimasi fermo, cercando di non far trapelare la mia paura e aspettai che la sua furia cieca si placasse qual tanto che bastava per tenermi in vita. Dopo qualche minuto trascorso a testa china mentre a malapena vedevo il suo viso ma potevo immaginare che mi stesse fissando e avesse intenzione di divorarmi, parlò in tono cortese, come se fosse un’altra persona. - Bene bene è arrivato il momento giusto, ti farò conoscere i miei tre nipotini e spero ti piacciano, ah comunque sapessi come gli son piaciuti quei dolci, si son molto, molto golosi, proprio come te - Mi lasciò un attimo da solo e, spaventandomi a morte, prese una candela, la accese e spostò un vecchio tappeto che copriva una botola. Mentre si accingeva a scendere e ormai era fuori dalla mia vista, il primo pensiero fu quello di chiuderla li dentro e scappare via immediatamente ma non finii nemmeno di pensare a quel piano che sentii la sua voce -Non pensare neppure di chiudermi qua dentro, non lo farai perché sei un bravo ragazzo e vuoi bene tua nonna non è vero? - Aveva letto nella mia mente, quindi sapeva ogni mio minimo pensiero. Non potevo sfuggirle, ero nella sua rete e mi avrebbe rinchiuso li per sempre, magari un uno dei suoi quadri, e poi mi ero reso conto di quanta follia esistesse in quella mente. Ero solo, in una casa isolata in cima ad una collina che sembrava non poter essere raggiunta facilmente, con una donna pazza, forse un assassina pericolosa che la polizia cercava da giorni e magari da me si interi. Ancor peggio ero certo di avere a che fare con una persona pericolosa anche dal punto di vista psicologico, che aveva subito qualche trauma o addirittura aver perso la ragione a causa di qualche rito, dando vita ad un demone innominabile. Sentii la sua voce mentre si faceva sempre più debole con il ridiscendere le scale che la dovevano sicuramente portare nel cuore di quella casa dannata, dove custodiva qualcosa che non volevo assolutamente vedere. Ascoltai attentamente, avvicinandomi alla botola da cui non si riusciva a vedere la benché minima porzione di luce e socchiudendo gli occhi cercai di abituarli a quel buio impenetrabile cercando di scorgere almeno qualcosa che mi potesse far capire cosa si nascondeva in quei meandri. Ma non vidi niente, sembrava che al posto del buio ci fosse dell’inchiostro che aveva inghiottito quelle mura rendendole prive di ossigeno e avesse contribuito a rendere la cantina ancor più lugubre. Indietreggiai, quasi inciampando e rischiando di far troppo rumore, nel momento in cui mi resi conto che la voce della vecchia si stava facendo seppur lentamente, sempre più vicina e mi resi conto che aveva iniziato a cantare e ridere sommessamente. A quel punto decisi che l’unica cosa da fare era tornare indietro e farmi trovare esattamente nello stesso punto in cui mi aveva lasciato lei poco prima, per far in modo che niente la portasse ad una seconda crisi isterica. Mi sedetti e mi guardai attorno vedendo delle tende enormi viola, con dei ricami che formavano una sorta di scritta che però, dal punto in cui mi trovavo io, non riuscivo a leggere bene. Mi alzai facendo piano per non farmi scoprire, poiché mi resi conto che stava uscendo dalla cantina molto velocemente, e mi diressi verso la finestra per saperne di più riguardo quelle scritte strane. Presi in mano un lembo di tessuto fine e lessi le stravaganti incisioni riportate sopra. Si leggevano delle lettere puntate in ordine alfabetico. Questa era la successione.. A. C. G. Non capivo cosa potessero mai significare e il perché avesse scelto di far mettere delle tende con delle scritte così inusuali. L’impossibile casualità riguardo alla scelta del numero tre mi piombò addosso come un sasso in caduta libera. I tre nipotini che mi voleva far conoscere.. Forse c’entrava con loro.. erano magari le iniziali dei loro nomi. Le idee si bloccarono all’istante nel momento in cui mi resi conto che la donna era uscita fuori e teneva la botola aperta dietro di se. Sbuffò per la stanchezza e per l’affaticamento e, mentre si asciugava la fronte imperlata di sudore, vidi che in mano teneva dei fogli di giornale piuttosto sgualciti. Sicuramente si trattava di pagine invecchiate dal tempo e quindi dovevano trattare notizie piuttosto antiche e meno importanti di altre. La donna, che stava immobile girata in direzione della cantina, come se stesse aspettando qualcuno, teneva i giornali con noncuranza ed alcune pagine si staccarono andando a finire sul suolo e dandomi la possibilità di vederne quasi tutto il contenuto. Vidi le facce di tre bambini nella rubrica riguardante le scomparse di minori e subito ricollegai la storia delle tre iniziali e dei tre nipotini di cui tanto mi aveva parlato quella vecchia proprio lo stesso giorno. Lei non si accorse della mia scoperta e io feci finta di non aver visto nulla, per non mettermi nei guai, sebbene fossi già nel bel mezzo di un tremendo caos demoniaco. Si voltò dalla mia parte e mi mostrò la lingua, come fanno i bambini più piccoli per fare i dispetti o per puro gioco, solo che in lei non vi trovai niente di divertente. Stetti a bocca aperta sconvolto e dopo quella visione rimasi circa mezz’ora a fissare un punto indefinito della stanza, quasi in stato di shock. Quel muscolo, che in tutte le persone si presenta come un qualcosa di roseo e vivo, era invece nero e morto, quasi fosse un pezzo di carbone o un angolo di cielo rabbioso e carico di pioggia infernale. Iniziò a muovere quella lingua in tutte le direzioni, mentre gli occhi diventarono bianchi e molto più larghi del consueto. Ma oltre alle più disparate angolazioni che riusciva a prendere quella mostruosa schifezza che aveva nella bocca, notai che si allungava smisuratamente tanto da arrivare a toccarmi la punta del naso per poi ritrarsi come un animale che è stato sorpreso sul punto di rompere qualcosa. Voltai la testa per non continuare a vedere quello che mi si parava dinanzi agli occhi e dopo pochi secondo mi rigirai verso quel demone sottoforma di donna che mi guardava con fare allegro e sereno. - Sto aspettando che i miei piccoli escano dalla loro camera dei giochi, aspettiamo insieme - La stanza dei giochi, questo è ciò che lei vedeva in quella cantina sudicia ed evitata sicuramente anche dai ratti più sporchi e malmessi. Mi sedetti meglio perché notai che le gambe mi si erano quasi del tutto intorpidite, e pensai che dovevo esser chiuso li dentro da parecchie ore perché oltre al formicolio iniziavo ad avere parecchia fame. Lei si voltò verso la cantina, iniziò a ridiscendere gli scalini, ma si bloccò al terzo quando, inchinandosi per raccogliere qualcosa che non riuscivo ancora a scorgere bene, rise come una folle. Quando sbucò nuovamente fuori e questa volta richiuse immediatamente la porticina dietro di se, constatai che non era sola, che finalmente aveva deciso di portare con se i suoi tre nipoti. Quasi credetti di cadere per terra e rimanere ucciso sul colpo, desiderai che un fulmine in quel preciso istante colpisse la casa fulminandomi, per non dover assistere a quello spettacolo così macabro. Ciò che vidi fu talmente perverso da lasciarmi tuttora a digiuno addirittura per tre lunghe notti di fila talvolta. Posizionò proprio di fronte a me i tre corpicini malmessi e privi di vita, completamenti emaciati e tumefatti. Mi venne voglia di urlare e di piangere, ma mi trattenni cercando di tirar fuori più coraggio possibile. La vecchia prese tre cucchiai e li immerse velocemente in una zuppa da cui fuoriuscirono vermi e cavallette gigantesche, che poco prima erano rimasti ben nascosti dalla mia vista, e imboccò i tre bambini nonostante non potessero ne deglutire e ne digerire da parecchio tempo. Si infuriò quando vide che non masticavano e li ingozzò quasi fino a farli scoppiare e in quel momento fui felice del fatto che fossero già privi di vita così da non poter morire soffocati davanti ai miei occhi. Cercai di guardare meglio il terzo piccolo, che era l’ultimo in base alle collocazioni della vecchia megera, e riconobbi immediatamente quel viso e soprattutto tutto quel sangue che ne ricopriva ogni piega della pelle. Era il protagonista di quel quadro che avevo accidentalmente fatto cadere, quello che prendeva vita misteriosamente. All’improvviso capii che quella donna doveva esser stata veramente la nonna di quei tre bambini, ma avendo fatto un patto con il diavolo o forse con il demone che aveva nominato molto tempo prima davanti a me, aveva perso la ragione togliendo la vita a quei poveri innocenti. Ora voleva che io facessi la stessa fine, le serviva un altro ragazzo, questa volta più grande degli altri poiché evidentemente il demone aveva bisogno di altro cibo, si nutriva indubbiamente dell’anima dei più giovani e ora non gli bastavano più i piccoli. Mi ricordo di averla vista nell’atto di avvicinarsi a me, con la bocca spalancata da cui fuoriuscivano una miriade di mosche e locuste che invasero la stanza, con l’intento di imboccarmi con quella pietanza disgustosa che mai avrei voluto assaggiare. Mi alzai di scatto, spinto dal voler uscire al più presto da quella camera che iniziava ad emanare degli odori nauseabondi, come di un qualcosa che andava in putrefazione, e feci cadere la sedia che mandò un rumore sordo in quel silenzio assoluto che riempiva la stanza. -Dove credi di andare? Non vuoi rimanere con noi? Domattina mi accompagnerai al mercato come promesso! - Non le risposi nemmeno e cercai di stringerle le mani intorno al collo per porre fine a quell’assurdità, ma ottenni solo il peggio. Nel vedere tutto il mio coraggio, si infuriò maggiormente e vidi che i suoi occhi diventavano dorati mentre iniziava a spalancarmi inducendomi alla fuga e quindi alla rinuncia nel provare ad ucciderla una volta per tutte. Staccai le mani dal suo collo e corsi verso la porta che, miracolosamente, era aperta. Non ho dei ricordi precisi riguardo a quello che mi successe da quel momento in poi. Ricordo di aver camminato per tanto tempo, di essermi girato indietro e di aver visto una figura alata, come un lupo munito di ali che, con una lingua nera e occhi gialli teneva stretto a se tre copri privi di vita, mentre atterrava su di una collina che mi gelava il sangue. La casa accanto a quella terra si stava sgretolando sotto i miei occhi, come se fosse stato tutto un miraggio, un colpo di sole o la mia mente stesse agendo sotto qualche influsso malefico. Corsi per molto tempo finché non arrivai al ponte di Bridge Town che segnava la strada che mi portava nella direzione in cui ero sicuro di dover andare. D’improvviso tutto divenne buio e mi trovai in una camera, questa volta però ben pulita e con un atmosfera calda e accogliente. Ero sdraiato su di un letto e la testa mi faceva piuttosto male quasi avessi ricevuto un colpo o fossi stato drogato. Mi spaventai ma mi rassicurai subito nel momento in cui vidi mia madre, che con un panno mi bagnava la fronte e le labbra dicendo di avermi trovato per terra privo di sensi e disidratato. Inoltre mi disse di avermi aspettato per diverse ore ma di non avermi trovato da nessuna parte e nonostante le chiesi se ricordava l’incontro avvenuto con una donna anziana mi rispose di no, che forse avevo la febbre e non dovevo sforzarmi troppo. Mi disse inoltre di aver parlato con mio padre che le chiese come mai quella mattina non mi ero alzato presto, facendola attendere nonostante fossi stato preciso riguardo alla mia disponibilità nel volerle fare compagnia. Io le risposi di aver bussato e di aver capito che ancora non era pronta e di non aver fatto in tempo a salutare mio padre, di esserci recati assieme al mercato e più importante di tutti, le rammentai le sue stranezze riguardo l’ incontro di quei due occhi malefici. Rise di gusto e mi disse che forse avevo bisogno di tranquillizzarmi, che il licenziamento mi avevo creato uno stress momentaneo da cui dovevo uscirne al più presto, oppure avevo fatto un brutto sogno dovuto alle preoccupazioni di quella mattina. Rimasi zitto cercando di dar ragione a mia madre che mi disse di doversi recare in cucina per preparare la cena poiché mio padre sarebbe arrivato a breve. Le sorrisi e la bacia sulla fronte e mentre mi appoggiavo al letto vidi che tornava indietro come per dirmi qualcosa di importante che sbadatamente si era scordata di dirmi. - Vincent, quasi dimenticavo di dirti che stasera avremo ospiti per cena, sai stamattina mentre dormivi sono andata dal panettiere e poi prima di venire qua mi son fermata a comprare qualche dolce, i tuoi preferiti, e ho incontrato una donna molto anziana che mi diceva di aver bisogno di un giovane che la assista poiché è molto malata. E mi ha detto di avere anche dei nipotini da farci conoscere, non è una meraviglia? Chissà che carini.. Tre nipoti mi ha detto - Ora, mi ritrovo qua, seduto sul letto nella mia camera, dopo trentatre anni da quella maledetta giornata in cui non seppi mai se vissi una tremenda follia o se perdetti la ragione a causa di un sogno che maledisse per sempre i miei giorni. Ciò che so per certo è che non potrò mai più guardare in faccia, senza privare un dolore lancinante agli occhi, tre bambini per più di tre secondi di seguito, tre donne anziane, tre case e tre colline desolate. Credo sia una maledizione a cui non sarà mai possibile porre rimedio, ma ora che ho scritto tutte queste pagine credo di potermene liberare da solo, nonostante questa tragedia continuerà a inseguirmi anche nell’oltretomba. Preferisco morire piuttosto che continuare, ogni tre di ogni mese, a sentire quelle risate provenire dalla nuova casa sorta sulla collina più vicina, e a svenire ogni volta che vedo quel numero in qualsiasi calendario, foto, macchina, qualsiasi luogo. La mia vita finisce qui, chiedo scusa a tutti quelli che leggeranno questo racconto e potranno forse rimanerne infettati. Questa notte, alle tre in punto, prenderò delle gocce di veleno che mi porteranno alla morte in circa tre minuti.. ma starò bene attento a non prenderne tre.. e voi state bene attenti a non aprire a chiunque venga a bussare alla porta alle tre del mattino o a leggere queste mie parole alla medesima ora. La mia tomba sarà indubbiamente la terza della fila. Addio. I demoni nel buio Vi sarà sicuramente capitato, a notte fonda, mentre la luce è spenta e fuori la pioggia scroscia contro i vetri senza sosta, di tenere gli occhi ben chiusi, stretti a tal punto da non riuscire a scorgere neppure il più piccolo fascio di luce proveniente dai lampioni sulla strada o dalla luna. Io ora non so se qualcuno oltre a me possieda la mia stessa immaginazione, l’identica follia che mi porta, proprio in quei momenti, a vagare con la mente in posti che non riuscirei mai a visitare se tenessi gli occhi aperti sulla realtà e sulla luce del giorno. Ricordo che già da piccolo avevo dimostrato di essere un visionario anche alla luce del sole, riuscivo a scorgere delle figure strane e non del tutto chiare, mentre guardavo un albero e magari le linee sulla corteccia mi sembravano delle rughe che potevano appartenere ad un uomo anziano. Poi, sempre più incuriosito e, all’inizio della mia infanzia, piuttosto impaurito, mi avvicinavo a quell’arbusto cercando di capire se da vicino potevo vedere altri visi, magari ancora più orrendi e spaventosi, oppure sempre più rassicuranti. Spesso scappavo via quando addirittura mi sembrava di aver visto degli occhi, magari in due semplici bottoni che appartenevano alla camicia di mio fratello, che mi fissavano con fare minaccioso. Se non ricordo male, alla tenera età di sei anni quando ancora non sapevo che cosa mi stesse succedendo, mi resi conto che al buio, stringendo forte le palpebre, potevo vedere delle figure mostruose, animali che sbranavano degli uomini che tentavano la fuga e altre scene terribili che mi hanno accompagnato sempre nella mia vita. Di tutto questo non ne parlai mai con nessuno e quando mi resi conto che ero capace di vedere cose che forse nessun altro al mondo riesce a scorgere, sia grazie ad una fervida immaginazione che ad una sensibilità decisamente eccessiva, all’inizio rimasi scioccato, non seppi come comportarmi. Mi ricordo di aver passato un infanzia solitaria e piuttosto triste, proprio a causa di queste mie stranezze che mi rendevano da subito diverso da tutti gli altri bambini, che invece si comportavano in modo alquanto normale. Quando andavo a scuola, mentre tutti gli altri seguivano la lezione e giocavano assieme durante l’intervallo, io ero sempre quello che veniva evitato, perché spesso, quando qualcuno mi si avvicinava, compresi i maestri, per chiedermi qualcosa, mi trovavano assorto nei miei pensieri, mentre fissavo un punto indefinito magari sopra una sedia o la lavagna. Loro non vedevano altro che del materiale comune, legno, ferro, carta e molto altro, ma io, io vedevo con i miei occhi che mi portavano da tutt’altra parte. Mi facevano vedere cose di cui ero consapevole che, se solo lo avessi raccontato ai miei genitori o a qualche conoscente, mi avrebbero sicuramente fatto rinchiudere in qualche manicomio specializzato in problemi infantili. Non vi dico il terrore che provavo quando mia madre mi dava il bacio della buonanotte e mi ritrovavo tutto solo nella mia stanza, con il cuore che mi martellava nel petto e con lo sguardo che si fissava sulla parete in cui spuntavano delle piccole increspature che creavano demoni che esistevano solo nel buio della mia irrazionalità. A volte non riuscivo a prender sonno per più di un ora e con la semplice scusa di andare a chiedere un bicchier d’acqua o di andare al bagno per un urgenza, mi tranquillizzavo un po’ facendomi coccolare da mia madre, cercando di dimenticarmi quei volti orrendi. Ma quando arrivava il momento di tornare in camera da letto e dormire, la paura prendeva di nuovo il sopravvento e mi bloccava le gambe, cercando di prender tempo per non dover ritrovarmi da solo con quelle creature bizzarre che evidentemente avevano deciso di farmi compagnia dal primo momento in cui avevo messo piede in questo mondo. A volte riuscivo a farmi coraggio e ad infilarmi sotto le coperte, spegnere la luce, cercare di rilassare gli occhi e in breve Morfeo mi stringeva tra le sue braccia regalandomi sogni tranquilli in cui non c’erano mostri che mi fissavano da ogni angolatura, ma campi di fragole e farfalle colorate da inseguire. Ero il classico bambino incompreso dai gruppi di ragazzini che invece sembravano essere sempre capiti da tutti,compresi gli insegnanti. Mi deridevano e mi dicevano in faccia che ero uno stupido, che non avevo un senso in questa vita. Tornando a casa, prendevo sempre la strada più breve, quella in cui si trovava un ruscello in cui mi divertivo a vedere le trote che risalivano la corrente, per non dover incontrare i ragazzi più cattivi che mi davano sempre al caccia solo perché andavo in giro con una pila di libri sotto il braccio invece di prendere a calci tutto quello che mi circondava, come facevano loro. Amavo la natura, e forse proprio questo mio attaccamento morboso nei confronti degli animali, delle stelle, delle creature più belle e perfette, si collegava con il fatto che vedevo cose assolutamente prive di alcuna razionalità. Forse amavo tutto ciò che non aveva a che fare con le persone proprio perché questo mio stato d’animo e questa mia peculiarità, mi rendevano incredibilmente maturo nonostante la mia giovinezza, e quindi incline all’amore e alla dolcezza nei confronti dei più graziosi essere viventi, comprese le piante. Avevo elaborato una mia teoria appunto, secondo la quale, Dio mi aveva fatto nascere per un compito preciso. Tutta la mia forte sensibilità, il mio forte rispetto nei confronti delle persone e degli esseri viventi che mi circondavano, dovevano essere come punite. Non poteva esistere un bambino con dei modi di fare così puri in un mondo tanto cattivo come quello in cui mi trovavo, dove ogni giorno i ragazzi più grandi picchiavano quelli più piccoli, mentre io invece piangevo al solo pensiero che esistesse tutta quella crudeltà. Mi sentivo una sorta di miracolo vivente perché, nessun bambino può avere dei poteri ( avevo anche iniziato a denominarli cosi) e riuscire a rimanere sereno e felice come se niente fosse. È come se Dio mi avesse scelto tra miliardi di persone, perché sapeva che potevo sopportare un dolore tanto forte senza perdere completamente la ragione. Ancora oggi non so come spiegare tutto questo, ma so bene che non mi sbaglio quando penso di essere stato scelto per qualche ragione assolutamente sconosciuta. Ebbene, il tempo passò e alle visioni si aggiunsero delle strane voci che sentivo nei momenti più tranquilli della giornata. Capitava ad esempio di trovarmi nella mia camera intento a giocare o a ritagliare dei pezzi di carta per crearne degli aeroplani, e ad un tratto mi bloccavo, ascoltando meglio, perché mi pareva di aver sentito dei suoni lontani che però allo stesso tempo apparivano molto vicini a me. A quel punto mi affacciavo alla finestra per cercare di capire se quei rumori provenivano dall’esterno e rendendomi conto che il mondo circostante non c’entrava niente con quei suoni assurdi, rientravo dentro e sedendomi sul letto, cercavo di distrarmi pensando a qualcosa che mi rendeva felice, come ad esempio gli animali. A volte capitava che i miei genitori scorgessero in me un velo di tristezza o spesso entrando nella mia camera senza bussare, mi vedevano disteso a pancia in giù magari addormentato, con delle lacrime che mi rigavano il volto. Non li ho mai sentiti parlare della mia situazione di fronte a me e credo che facessero finta di avere a che fare con un figlio assolutamente privo di qualche forma di schizofrenia, per non dover guardare in faccia la cruda realtà. Gli anni passarono e quando divenni adolescente tutte queste mie stranezze non accennarono a diminuire, ma grazie all’età e alla maturità sia fisica che mentale, riuscivo almeno a conviverci senza perdere il senno. Era come se un mondo a parte, che non riuscivo a capire da dove iniziasse e dove finisse, fosse entrato in contatto con il mio, senza chiedermi il permesso e senza darmi l’opportunità di scegliere se sbarazzarmene o accettarlo. All’età di diciotto anni attraversai un periodo in cui, quando scendevo dalla macchina assieme ai miei genitori e poco prima avevo sentito della musica, questa mi rimaneva nella testa come se avessi avuto un pianoforte piantato nel cervello che continuava a suonare e suonare senza lasciarmi in pace. Continuavo a camminare, ad andare a casa di mia nonna a farle visita o da qualche amico che abitava vicino, e quel suono non voleva proprio abbandonarmi. A volte sentivo che la testa mi sarebbe scoppiata da un momento all’altro, ma non potevo dirlo a nessuno, ne avevo il coraggio, come potevo parlare di una cosa tanto strana e assurda senza non provare il minimo pudore? Mi tenni tutto dentro e credo che le persone che mi vedevano e capivano che in me c’era qualcosa di sbagliato, pensavano sicuramente ad una semplice tristezza dovuta ad una forte delusione, alla mancanza di una infanzia serena o ad una depressione adolescenziale. Ma io sapevo ciò che avevo dentro e non si trattava di un malessere curabile in poco tempo, ma bensì di un male che forse mi avrebbe portato alla desolazione più totale. Poi un giorno, decisi di prendere in mano la situazione e pian piano, nonostante queste melodie nella mente non smettessero di assordarmi, lasciandomi insonne per parecchio tempo, riuscii a trascorrere una vita più serena, aiutandomi cercando di trascorrere dei momenti pacifici fuori casa, magari in un parco. All’inizio non si risolse tutto in poco tempo e mi rendevo conto che quando mi accingevo ad aprire un libro ed iniziare la lettura, come dei demoni in agguato, spuntavano fuori le vecchie melodie, i remoti suoni, le facce tremende raffigurate nelle panchine e allora mi bloccavo ed ero costretto a ripetere anche più volte la stessa frase. Insomma, senza sapere mai il reale motivo e senza averne mai parlato nemmeno con un medico, convissi con queste malformazioni del pensiero umano, per molti anni, senza mostrarmi mai troppo afflitto o scontroso nei confronti delle altre persone che ritenevo decisamente fortunate. Ora che sto per varcare la soglia dei quarant’anni e quindi non sono ne più un bambino e né un adolescente, non provo più quel terrore iniziale e anzi mi ritengo fortunato, penso che qualcuno lassù mi consideri forte e quindi mi abbia scelto per tenere custodito nel cuore un segreto che mi ha tormentato fino a qualche anno fa. Premetto che non sono felice di questa mia attuale condizione, ma almeno non posso dire di essere peggiorato. Ormai la musica che sento nella testa e i discorsi che da sola la mia mente riesce ad elaborare senza lasciarmi mai in pace, sono all’ordine del giorno, del secondo, e non ci faccio nemmeno più tanto caso. Spero che un giorno qualcuno che avrà la sfortuna o la fortuna magari, di leggere questa pagina di diario, si ritrovi in tutto ciò che ho scritto e si faccia avanti, rendendomi più sereno nel sapere che esiste un altro esemplare al mondo come me, che non si è tolto la vita e non è impazzito nonostante l’impossibilità di trascorrere anni sereni. Adesso che sono sotto le coperte e il buio si è totalmente impadronito della stanza e dei miei occhi, posso vedere quelle forme, quelle demoniache presenze che , con code appuntite e forconi, spingono altre anime verso l’inferno in cui io stesso convivo da sempre. Di una cosa son certo, che finché avrò vita non mi sentirò mai solo, e forse è proprio per questo motivo che non ho mai sentito il bisogno di condividere la mia grande dimora con qualche altra persona, perché come potrei parlare con lei e allo stesso tempo ascoltare la mia mente che ha sempre così tanto da volermi dire? È una vita che convivo con i miei stessi incubi, ma ora per la prima volta forse qualcosa sta cambiando, peggiorando la mia condizione già di per se assurda. Forse quei suoni che si sono così tanto affezionati a me da non volermi mai più lasciar andare, e quei demoni che prendono vita insidiandosi sulle porte, sui muri malmessi e su qualsiasi errore commesso dal genere umano nel costruire delle abitazioni, ora chiedono qualcosa di più. Credo che vogliano portarmi via da questo mondo, per darmi finalmente le giuste risposte che merito e che attendo da troppo tempo. Spero almeno che qualcuno si renda conto della mia sparizione perché credo di non poter mai più mettere piede in questa nostra realtà, conosciuta dagli essere umani, poiché mi sto per trasferite in quel mondo che ho conosciuto da sempre solo io. Sento un suono che si fa sempre più forte e questa volta posso essere certo di non udirlo nella mia mente, adesso è diventato reale, ora lo potrebbe sentire anche una persona evidentemente sana. Ora mi rendo conto che non era un semplice suono, è un rumore netto e chiaro che proviene dal mio armadio, che si trova proprio dietro il mio letto. Mentre le figure sul muro, che sembrano sorridermi in modo maligno, si fanno sempre più numerose, vengo trascinato via con una forza disumana, e queste sono le mie ultime parole poiché chiunque voglia vedermi o sentire di nuovo, dovrà cercare la porta che conduce ad un’altra realtà che non credo faccia piacere a chiunque vedere. I demoni mi avevano scelto sin dall’inizio e ora mi portano via con loro per sempre. Vi consiglio di stare attenti quando la notte non riuscite a dormire e chiudete gli occhi perdendovi in quei puntini neri creati dal buio che spesso formano mostri osceni che solo l’inferno può partorire. Distogliete lo sguardo, uscite di casa, fate una passeggiata, ma non lasciatevi mai ipnotizzare da quelle facce disumane, perché un giorno, sicuramente diventeranno realtà, e allora sarà troppo tardi. Il buio incombe non solo sulla stanza, ma anche sull’anima che finisce di vivere e si ritrova nell’abisso più nero che abbia mai conosciuto. Lo specchio La prima volta che lo vidi pensai che non avevo mai ricevuto un regalo simile per il mio compleanno. Mai. Quell’oggetto che per la maggior parte delle persone sarebbe stato indubbiamente ritenuto stupido e inutile e non avrebbe esitato nel riporlo tra le cose dimenticate e polverose, per me era un qualcosa di autentico e stupefacente. Me lo regalò mia mamma per il mio decimo compleanno e quando me lo porse, avvolto da una carta graziosa con dei piccoli aerei celesti che sembravano sorvolare cieli infiniti fatti di cose belle e regali preziosi, lo presi in mano e solo successivamente la abbraccia come si deve, perché a quell’età si è troppo curiosi e poco troppo educati a volte. Mi ricordo di averlo scartato con impazienza e una velocità incredibile, e quando me lo trovai davanti rimasi a bocca aperta. Mi fissava come se anche lui fosse contento di avermi trovato, di non essere finito in una qualsiasi altra casa e sul mobile di un altro tra i miliardi di bambini esistenti. Lo guardavo e allo stesso tempo guardavo me stesso perché il bello degli specchi è proprio questo, che puoi fissarli per tutto il giorno e contemporaneamente puoi vedere cosa c’è fuori e dentro di te, come una fonte in cui puoi sia specchiarti vedendo il meglio di te ma anche il peggio. Solo che in un ragazzino così piccolo non può esserci niente di brutto, così come non può essercene in un semplice oggetto di uso comune, utilizzato ogni giorno da tutti. Decisi di metterlo in camera mia, vicino al mio orsacchiotto preferito, quello con cui dormivo ogni notte perché pensavo mi avrebbe protetto dall’uomo nero e dalle cose che vivono sotto il letto. Mia madre, che ogni giorno entrava per dare una sistemata, sorrideva nel vederlo accanto a Hile 3, questo il nome dell’orsetto, chiamato cosi perché mi era caduto da un’altezza di trenta metri per tre volte, senza essersi rovinato in alcun modo. Era incredibile, per me era quasi una sorta di eroe, e poi a quell’età si ha la tendenza ad ingigantire ogni minima cosa e a vedere il mondo con occhi differenti da quelli dei grandi. Vi starete chiedendo come mai a dieci anni ci si ritrovi ad essere felici per un semplice specchio, beh per me era normale. Mi sono sempre accontentato delle piccole cose, e per me, alzarmi al mattino e vedere quell’oggetto ogni giorno, li di fronte, a me, mentre mi preparavo per andare a scuola, era qualcosa che mi recava gioia. Mi alzavo per fare colazione e prima di uscire di casa, con la bicicletta regalatami l’anno precedente per il mio nono compleanno, mi specchiavo sistemandomi meglio il berretto della nazionale di baseball in cui c’era il mio giocatore preferito. Ammiravo quello specchio che aveva una cornice nera con dei corvi appollaiati in cima, ce n’erano due sulla sommità e altri due in basso, mentre reggevano dei piccoli ramoscelli d’ulivo che si intrecciavano ad altri rami più grossi. I due uccelli sembrava fossero saltati fuori da una storia dell’orrore perché i loro occhi erano abbastanza malefici e i becchi assieme a quelle piume lunghe e nere come la pece, erano lugubri e accattivanti, ma per un bambino come me, che spesso trascorreva le serate in biblioteca in cerca degli ultimi racconti horror o romanzi degli scrittori del sovrannaturale appena pubblicati, era qualcosa di assolutamente normale e anzi piacevole. Nonostante mia nonna e quasi tutta la mia famiglia fosse a conoscenza delle mie attitudini e dei miei gusti alquanto macabri, non esitava a criticare quell’oggetto che riteneva stupido e abbastanza pericoloso per la mia età. Io e mia madre non capivamo il perché di questa sua contrarietà che aumentava con l’andare dei giorni. Non potrò mai dimenticare l’espressione che apparve sul suo viso quando, chiedendomi quale fosse il regalo che amavo di più, gli porsi lo specchio che dovetti andare a prendere camminando velocemente perché fremevo per renderla partecipe della mia felicità. Appena lo vide non volle più continuare a guardarlo e ci disse senza troppe chiacchiere che quello specchio andava buttato immediatamente. Non capivamo il perché di questa sua reazione e all’inizio non ci facemmo troppo caso, ridendo su quelle strane parole di mia nonna che evidentemente a causa dell’età non stava bene e iniziava a dire stupidaggini una dopo l’altra, come quando la volta successiva ci aveva detto di aver visto due enormi corvi sul filo della luce proprio sopra la sua casa. Erano sciocchezze, cose che raccontavano gli anziani per spaventare o perché non gli rimaneva più tanto da vivere e quindi qualcosa di assurdo lo dovevano pur raccontare prima di lasciarci per sempre. Una mattina, mentre io ero a scuola, mia mamma puliva casa e riordinava la mia stanza che, devo ammettere, tenevo sempre in condizioni pietose e più di una volta rischiavo di non giocare a pallone con gli altri amici a causa del mio ozio. Nel mettere a posto i calzini aprì il cassetto, lo stesso dove sopra al mattino riponevo il mio orsacchiotto e dove si trovava sempre il nuovo specchio. Si sistemò i capelli specchiandosi e guardandosi mentre canticchiava qualcosa, come mi raccontò poi quella sera stessa, e mentre con uno straccio candido toglieva gli aloni e qualche piccolo insetto che si ero posato sul vetro, fissò sempre più lo sguardo all’interno, quasi finendo dentro lo specchio, catapultandocisi dentro. Gli parve di vedere qualcosa di strano, ma all’inizio pensò di essere stata suggestionata dal film horror visto la sera prima in tv appollaiati sul divano a mangiare dei buoni pop corn. Dovete sapere che proprio sotto casa abbiamo un negozio che vende ogni sorta di cibo spazzatura, patatine, pop corn ricoperti persino di cioccolato, e spesso al ritorno dalla scuola quando ottengo dei buoni voti mia mamma decide di farmi dei piccoli regali e noleggia dei film che spesso non mi fanno dormire per parecchie ore. Sicuramente il film visto la sera prima, dove due fidanzati che condividevano la stessa casa si svegliavano nel cuore della notte spaventati dal rumore come di qualcosa che si era rovesciato per terra, o di qualcuno che entrato dalla finestra aveva infranto i vetri, le aveva lasciato un senso di ansia e preoccupazione nell’inconscio e quindi si era dimenticata completamente della realtà. Il film si chiudeva con la morte della ragazza causata da un vetro che le si era conficcato nell’occhio sinistro mentre dietro di lei il fidanzato si trasformava pian piano in morto vivente e la aiutava a morire più velocemente spingendo pezzi di frammenti sempre più in profondità. Erano scene forti e il sangue era quasi sempre presente, per cui non era strano se ora mia mamma si era spaventata per una stupidaggine per cui, una volta saputo dell’accaduto, avevo riso per tutta la sera dandole un bacio tranquillizzandola e dicendole che se proprio aveva paura come la nonna l’avrei portato giù in garage assieme alle cose vecchie. Quella mattina mentre si spazzolava i capelli le era sembrato di aver visto qualcosa dietro di lei, come un ombra che camminava velocemente e per qual poco che era riuscita a vedere le era sembrato che quella figura tenesse qualcosa in mano anche se non sapeva dire cosa. In più, come se già non fosse abbastanza stupido il racconto, aveva visto se stessa sotto un’altra forma, come se fossero passati già tanti anni e avesse avuto non quaranta ma sessanta anni, con la pelle accartocciata e le rughe belle in vista. Non faceva paura perché era semplicemente il viso di una donna non più giovane, ma la cosa strana era che quella donna non sarebbe dovuta apparire cosi, perché quello non era uno specchio magico, doveva essere solo un normale pezzo di vetro. Mi disse che la sua pelle sembrava assumere un colorito verde come di un qualcosa di marcio e putrescente e chiuse immediatamente gli occhi. Nel riaprirli aveva visto il volto di una donna spaventata come se avesse appena visto un fantasma e che riponeva sul mobile quell’oggetto che stava iniziando a recarle qualche preoccupazione di troppo. Io mi resi conto della sua agitazione non appena, tornato a casa, la vidi immersa nei suoi pensieri come non faceva quasi mai, a parte nei momenti passati in cui aveva subito un grosso esaurimento nervoso a causa del tradimento da parte di suo marito, nonché mio padre, che ci aveva mandati tutti a quel paese per una ragazzina che sarebbe potuta essere sua figlia. Ma quei tempi erano stati superati e ora da ben sei anni si era ripresa e non aveva dimostrato nessun tipo di malessere psichico o un qualsiasi stress momentaneo. Nel mettere la cena sul piatto la vidi triste e seria come se stesse parlando con se stessa, cercando magari di scacciare dalla mente quello che le era successo. Quando mi raccontò della mattinata appena trascorsa risi talmente tanto che quasi stavo per sputare il latte rischiando di sporcare sia la sua faccia che la bottiglia di succo di frutta. Le dissi che si era sicuramente sbagliata e le ricordai di quel film di cui vi ho parlato prima,dimenticandovi di dirvi che nel bel mezzo del copione avevano giustamente scelto di inserire uno specchio che se veniva osservato con troppa insistenza poteva mostrare una realtà di cui non sappiamo niente, come se ci facesse vedere che dietro di noi non c’è solo l’altra faccia della stanza ma un mondo a parte. Nonostante avesse visto tutta la mia ilarità e si fosse resa conto che non ero affatto spaventato, continuavo a vederla strana e agitata e spesso durante il pranzo tossiva come se continuasse ad inghiottire male, ma il piatto era piuttosto vuoto e non aveva mangiato quasi niente. Era vero che quella mattina mia mamma si era trovata in una situazione sicuramente strana che l’aveva cambiata in qualche modo ma pensavo che il tutto fosse attribuito anche a qualcos’altro che magari le stava recando preoccupazione, magari qualcosa che la turbava e non voleva parlarmene perché ero troppo piccolo. Dopo aver sistemato i piatti iniziai a fare i compiti con la tv accesa perché ero solito fare cosi e poi alle cinque del pomeriggio avrebbero trasmesso il programma per ragazzi che mi piaceva da morire, quello dove Bear l’orso della grande casa blu, raccontava ogni sera delle storie diverse e stavolta non di paura ma divertenti. Quanto ridevo seduto a guardarlo da solo o con la mia mamma quando non doveva andare dalla nonna e trascorreva le serate con me a mangiare schifezze e a farci il solletico per tutto il tempo. Quella sera la mamma non ci sarebbe stata e con un viso un po’ più sereno chiuse la porta dicendomi che come spesso accadeva avrebbe preso la macchina e sarebbe andata a Gertiner dalla nonna per accompagnarla da una sua amica anziana e poi sarebbero andate a portare i fiori alla tomba di mio nonno, morto di cancro molto tempo prima. Avevo la casa libera ma non optavo certo per una festa fatta di nascosto con i miei amici sporcando la cucina e facendo arrivare al polizia per la musica troppo alta, no niente del genere, solo qualcosa di normale, un pomeriggio tranquillo e sereno, come sempre. Presi il succo di frutta dal frigo e canticchiando lo portai al tavolo dove mi resi conto di aver scordato di prendere i quaderni per fare i compiti di matematica, materia che odiavo a morte ma che dovevo pur studiare. Entrato in camera guardai sul mobile dove accanto al peluche avrei dovuto trovare lo specchio, e infatti era proprio li. Sorrisi e mi avvicinai . Lo presi in mano lo guardai attentamente e per un attimo, ma proprio una frazione di secondo nonostante tutto fosse sotto controllo, pensai alle parole della mia mamma e mi venne un leggero brivido alla schiena. Lo poggia sul letto a faccia in giù e nel frattempo aprii lo zaino per cercare il quaderno e il resto del materiale che mi sarebbe servito per gli esercizi. Persi tempo nel cercare la calcolatrice che si era persa tra la carta incastrata in fondo e tra le matite che erano sfuggite al controllo dell’astuccio non chiuso bene. Finalmente riuscii ad estrarre tutto e arrossato, faceva un gran caldo e tra poche settimane sarebbero finite le lezioni, e affaticato, mi voltai verso l’uscita ricordandomi giusto in tempo di togliere lo specchio dal letto per non rischiare di romperlo quando di notte mi sarei messo a dormire e a causa della stanchezza non l’avrei visto. Lo girai e appoggiai le dita sul vetro per cercare di togliere due macchioline che sicuramente erano dovute al vapore o al forte caldo, oppure a qualcosa che si era appiccicato. Controllai il copriletto e non trovai niente che potesse lasciare delle macchie, allora tornai con le mani sullo specchio e rimasi un po’ spaventato, stavolta si devo ammetterlo, nel rendermi conto che non erano più delle semplici macchie minuscole, ma dei veri e propri segni rossi, come lacrime. A quel punto quasi mi cadde di mano per la preoccupazione e solo l’istinto, che prevalse sulla paura, mi impedì di vederlo in mille pezzi su quel linoleum di una casa desolata in una pessima, pesante, giornata afosa. Nel momento in cui guardai quelle macchie, mi resi conto che non erano delle impronte o sporcizia dovuta a qualcosa che si era impressa su quel vetro per averlo lasciato su una superficie macchiata, no quello che vedevo era un fiotto di colorante rosso che stava letteralmente sgorgando dai lati , come se fosse un viso da cui scendevano copiose lacrime di dolore e rabbia. Mi guardai a destra e a sinistra pensando che magari mamma quella mattina mi aveva raccontato quella storia solo per spaventarmi e che ora lo scherzo stava continuando e magari si era nascosta, ma non c’era nessuno. Eravamo io e lui. Quella cosa schifosa che mi era piaciuta così tanto, adesso era un grumo di sangue, esattamente pronunciai a voce alta la parola sangue come se stessi leggendo una frase sacrilega da dire solo alla luce del sole. La cornice ora appariva quasi nera e i corvi sembravano quasi perdere il controllo, come se stessero per precipitare e quando guardai per terra mi sembrò di vedere qualcosa che atterrava, ma non ne fui completamente sicuro. Controllai sotto il letto e trovai due rami, dei piccoli ramoscelli d’ulivo che mi parevano abbastanza familiari. Erano gli stessi che poco tempo prima erano stati trattenuti da quei due uccellacci cattivi. Al tocco con la mia mano presero vita e iniziarono a strisciare come se io, sotto il letto, stessi cercando di dare la caccia a due serpenti velenosi che prima erano innocui. Lanciai un urlo quando mi resi conto che i rami mi stavano seguendo e mi alzai si scatto precipitandomi al piano inferiore. Guardai dalla finestra della cucina per vedere se la mamma stava tornando ma era impossibile, non si può andar e tornare in meno di cinque minuti, nemmeno se si tratta di un caffè al volo, figuriamoci se si parla di andare a trovare la nonna. Sei spacciato, morirai qua dentro, a casa tua in questa cucina rovente e non ti troverà nessuno, magari tua mamma è andata dalla nonna per prepararti il funerale. Basta!! Doveva reagire e non sprecare il tempo ad ascoltare la voce della paura che si insidiava nella sua mente facendolo precipitare nell’abisso della follia pura. Sempre con lo sguardo rivolto verso l’esterno sentì delle grida che apparentemente gli erano sembrate umane, ma solo poco dopo, con l’aggiunta della visione di due corvi appollaiati sul filo della luce proprio sopra di lui, non ebbe più dubbi e capì che stava succedendo qualcosa di strano. Risalì al piano si sopra e ormai la camera era inondata da quella sostanza appiccicosa rossa e nera, grumi di sangue coagulati come se quella casa fosse stava teatro di orrori e massacri da decenni. L’urlo gli morì in gola e dalla bocca non uscì una sola parola, lasciandolo in un mare di terrore e disperazione. Avanzando carponi cercando di non sporcarsi troppo, cercò di raggiungere il letto così avrebbe potuto afferrare quel maledetto specchio e buttarlo dalla finestra facendogli fare un volo che lo avrebbe senza alcun dubbio distrutto. Pianse per tutto il tempo e quando finalmente tenne l’oggetto in mano vide il suo viso trasformarsi, in un attimo si dimenticò di essere un bambino e vide un uomo vecchio che lentamente si toglieva dei lembi di pelle mentre da essa fuoriusciva del sangue che andava a finire sul pavimento. Dietro l’uomo si vedeva uno specchio che era identico a quello che era stato regalato al bambino ma i corvi erano stati sostituiti da due diavoli che tentavano di strappare due piccoli alberi da cui pendevano organi umani, orecchie, dita da cui si staccavano le unghie andando a finire sul terreno melmoso, e poi capelli sudici e pieni di scarafaggi e altri insetti sia piccoli che grandi. Ritornò il viso e la corporatura esile del bambino, che era diventato una O gigante mista a paura e terrore puro, nel vedere quelle scene che erano mille volte peggio di qualunque racconto horror avesse letto fino ad ora. Gettò lo specchio per terra mentre ormai sui muri si riflettevano le sagome di quegli uomini anziani e putrefatti che però non erano più solo uno ma si erano moltiplicati fino ad arrivare a d essere cento, trecento o forse molti di più. Il pavimento ormai non si vedeva più, coperto dai litri di sangue che provenivano indubbiamente da un altro mondo, quello che veniva riflesso dallo specchio sul nostro, che ne era rimasto indubbiamente danneggiato. Con le mani sporche e la maglietta fradicia sia di sudore che di sangue, cercò di fare il numero della mamma per dirle di arrivare presto o forse di scappare il più lontano possibile assieme alla nonna perché qui stava andando tutto in putrefazione, la casa stava per diventare un miscuglio di sostanze nocive e insetti puzzolenti. Riuscì a comporre il numero e sentì uno, due tre, quattro squilli ma nessuna voce della mamma che lo potesse rassicurare e dirgli che si , sarebbe arrivata subito, non doveva preoccuparsi, non c’era nessun uomo nero ( c’era soltanto un mare di sangue in tutta la casa e soprattutto addio al copriletto tanto amato) e non c’era niente di cui aver paura. Assolutamente niente, a parte uno specchio che non sarebbe mai dovuto entrare in casa. Mai. Avrebbe deciso di non festeggiare mai più un compleanno in vita sua, si sarebbe accontentato della buccia di una caramella pur di trascorrere i prossimi anni in modo tranquillo e normale, senza più paure, ombre sulla casa che lo facessero diventar pazzo appena sarebbe rimasto da solo. Non rispose nessuno, ricompose il numero e stavolta sentì la voce lontana della mamma, come se fosse precipitata anche lei al di là dello specchio e avesse visto cose orripilanti. Cercava di ascoltare meglio la sua voce per decifrare le sue parole e intanto si guardava dietro vedendo che il sangue aumentava e ormai era arrivato sul tavolo e scorreva lento sui fornelli, si infiltrava nel forno ( che bel condimento) e precipitava giù nei piccoli fori vicino al battiscopa dove magari avrebbe sfamato una colonia di topi che sarebbero saliti su e avrebbero mangiato anche lui stesso. Così la mamma avrebbe potuto chiamare la polizia e cosa avrebbe potuto dire? Mio figlio era da solo a casa e sicuramente aveva un problema con il pane, ha preso un coltello si è tagliato e dal dito gli è uscito fuori talmente tanto sangue da aver imbrattato non solo i cuscini, i tappeti, ma anche la strada fuori e persino le altre case, ma sa sono ragazzi. Si e poi non lo avrebbe più trovato e chissà che non sarebbe andata a cercarlo nelle fogne senza sapere che era andato a finire nella pancia di un ratto grande quanto un gatto Finalmente la voce si era fatta più chiara e gli parve di sentire qualcosa, ma non ne fu certo, comunque quello che riuscì a percepire fu -Che co.. è succ? Mi hai chiama.. già prima? Qui è tutt un macell.. tua nonn.. oh dovresti vedere . quand torn a casa ti racconto ma non è n.. di bel.. – Chiamata interrotta. Quella chiamata non era valsa poi a tanto, non era certo servita a sollevarlo. Non era riuscito a parlarle, non aveva capito dove si trovava e né se mancava tanto ad arrivare a casa o se doveva trascorrere ancora un bel po’ di tempo da solo. Panico, con la p maiuscola. E se quando fosse tornata a casa si sarebbe arrabbiata con lui nel vedere tutto quel macello o si fosse sentita male o ancora lo avrebbe tenuto segregato in casa fino all’anno prossimo? Ma forse avrebbe collegato quelle stranezze con le assurdità accadute quella mattina stessa, che l’avevano così sconvolta e le aveva tolto persino l’appetito. Non sapeva più cosa pensare, la testa gli stava cominciando a pulsare e ebbe paura di vedersela veramente in mille pezzi come un coccio di vetro. Decise che l’unica cosa da fare era aspettare che tornasse a casa, sperando che tornasse prima lei della morte che se lo avrebbe portato via lontano e per sempre, magari facendolo passare dallo specchio anziché dalla porta principale. Prima doveva fare una cosa, decise di salire nuovamente al piano di sopra che ormai era praticamente irraggiungibile a causa del sangue che rendeva le scale vomitevoli e scivolose, e si rischiava di ruzzolare giù e rimanere stecchiti. Arrivato con fatica in cima, si sedette sull’unico gradino che era rimasto più pulito degli altri, e avvolgendo le braccia intorno alle gambe pianse e pregò per quasi venti minuti. Quanto riemerse da quello stato comatoso e buio in cui le era parso di trovare un briciolo di pace, si rese conto di essere completamente circondato da uccelli demoniaci, provenienti da giardini infernali e alberi animati pronti a staccarti via le gambe e divorarsele in un boccone. Riuscì a chiudersi in camera e immediatamente i corvi si buttarono contro la porta gridando e bussando con il becco, con una forza incredibile. Portandosi le mani alle orecchie continuò a pregare promettendo a se stesso e a Dio che il giorno dopo se non la sera stessa, si sarebbe confessato e non avrebbe più detto nemmeno una bugia, non avrebbe mai più marinato la scuola, non avrebbe trascorso i pomeriggi appena dopo la scuola al parco invece di correre subito dritto a casa. Quando tolse le mani dalle orecchie si rese conto che i rumori si erano affievoliti e quindi riuscì a pensare in modo più lucido. Prese lo specchio e lo gettò a terra, calpestandolo, sputandoci sopra e prendendolo in mano per verificare che non ne fosse rimasto nemmeno un pezzo. Lo mise nel cassetto e chiuse facendo un rumore forte e deciso, ma poi pensò che forse quello non era il posto sicuro, bisognava dare una degna sepoltura ad un corpo così privo di vita e così ricco di malvagità, chiudendolo in un luogo da dove sarebbe stato impossibile saltar fuori. Lo prese, scese a fatica facendosi scudo con le mani cercando di non farsi beccare dai corvi che sembravano degli avvoltoi. Il suo intento era quello di seppellire quel dannato specchio nel garage, sotto un pezzo di terra, in mezzo ai vermi e alle blatte sperando che il tempo lo logorasse e lo portasse alla distruzione. Arrivato alla porta del garage lo spinse con tutte le forze mentre dietro di se uno dei corvi cercava di beccarlo punzecchiandolo dietro nelle spalle e sotto nelle caviglie. Per fortuna la chiave era proprio sotto lo zerbino, riuscì a stento ad aprire poiché le mani gli tremavano in una maniera incredibile e iniziavano a pizzicargli come se in mano stesse tenendo non un oggetto ma una pianta urticante o qualche acido pericoloso. Si grattò frettolosamente senza guardare le mani, che solo in seguito avrebbe ammirato con un senso di orrore e stupore nel non riconoscerle quasi più. Avventuratosi nel buio del garage cercò una piccola luce che era posizionata proprio di fronte a lui ma a causa del panico tutto gli sembrava così maledettamente lontano e irraggiungibile, persino le sue stesse mani che iniziavano a gonfiarsi creandogli fastidio e preoccupazione. Si liberò dello specchio gettandolo tra altri oggetti vecchi ma che non avevano mai fatto del male a nessuno, così da riposare per sempre assieme a cartoline ricevute anni prima quando frequentava solo la seconda elementare. Vide peluche che non ricordava nemmeno di avere avuto, che risalivano a sei, sette anni prima e che ora erano pieni di polvere e di muffa, c’era un orca assassina nera e bianca che nonostante avesse perso un occhio continuava a sorridere come se la vita la sotto fosse assolutamente perfetta. Non continuò la visita panoramica della sua infanzia ( non che ora sia troppo vecchio) perché non era di certo quello il momento giusto e mise lo specchio sotto una pila di vecchi libri incastrandolo tra vari volumi enciclopedici, tra i più grossi, che erano serviti a suo padre per continuare i suoi studi universitari e laurearsi in Psicologia. Quella storia dello specchio non solo lo stava distruggendo fisicamente perché ne riportava tutti i segni, ma anche moralmente dato che stava completamente perdendo la testa e invece di fare i compiti e fare un piccolo spuntino come sicuramente stavano facendo i suoi amici nelle loro case, si trovava solo a contemplare il suo passato, quello che non avrebbe mai voluto rivedere. Non che avesse dei ricordi vivi riguardante suo padre, ma spesso sognava il suo volto, quei pochi momenti che avevano trascorso insieme, i giochi che gli aveva insegnato, quelle lunghe serate trascorse nella vecchia casa al mare in Scozia quando erano ancora una bella famiglia. Li sotto c’era tutto il suo passato, e per un bambino che aveva subito quella grossa perdita e quei momenti difficili, si poteva benissimo parlare di tempo andato perso nonostante sia così giovane e così pieno di vita. Il sangue che poco prima era sgorgato a fiotti allo specchio, ora aveva ricoperto l’orca che ovviamente non sembrava curarsene visto che il sorriso non gli era sparito dalla faccia, e aveva imbrattato le vecchie coperte fatte con le foto di quando lui era solo un piccolo neonato, addirittura vi era una foto in cui lui era ancora dentro il pancione della mamma. Una ragazza sorridente che faceva la linguaccia all’obiettivo e mordeva un pezzo di torta ai mirtilli sporcandosi quasi tutta, ma felice di avere dentro di se quel bambino tanto desiderato. Non sapeva che di li a poco tempo sarebbe stata sola,molto meno sorridente e con un mucchio di debiti da pagare. Un’altra diapositiva, che ora a malapena si scorgeva, mostrava un bambino piccolo mentre soffiava la sua prima candelina mentre dietro di lui i nonni applaudivano e la mamma gli stampava un bel bacio sulla guancia sinistra. Adesso non era solo il rossetto della mamma che colorava quella sua guancia paffuta, ma anche sangue, quel sangue che proveniva da posti che andavano assolutamente chiusi a chiave, bloccati all’istante. All’improvviso si rese conto di avere il viso completamente coperto di lacrime, quei ricordi, quegli oggetti, tutto quell’orrore di quella giornata, lo avevano scosso emotivamente e psicologicamente, rendendolo suscettibile e debole. Prima di andare via si accertò di aver sepolto per bene quel dannato specchio che mai più avrebbe voluto rivedere in vita sua, mai nemmeno per scherzo. Ed eccolo proprio li mentre risultava schiacciato, sommerso da enciclopedie, ricettari che ormai sicuramente servivano a ben poco, giocattoli privi di pezzi fondamentali, un leone privato della sua criniera, un cavallino a dondolo fatto a pezzi e un puzzle raffigurante due bambini che lo fissavano indicandolo, a cui mancavano due tasselli, proprio quelli in cui ci sarebbero dovuti essere gli occhi. Quell’immagine lo scosse e lo convinse ad uscire al più presto da li. Prima di chiudersi completamente la porta alle spalle prese una vanga che era sempre stata li, appoggiata al muro, e che era zeppa di terra e di lerciume. La tenne salda, stando ben attento a non farsela scivolare di mano per non dover ridiscendere in quell’inferno e stette appollaiato in attesa dei due corvi, per porre fine alla vita di quei due esseri malefici. Li vide dopo quasi dieci minuti mentre svolazzavano in agguato proprio in direzione della finestra che dava nella sua camera, senza sapere che in realtà lui si trovava sotto di loro. Fischiò per richiamarli, e nel vederlo iniziarono a volare velocemente puntando proprio contro di lui per cercare di ucciderlo e sicuramente cibarsene senza lasciare nemmeno il più piccolo osso. Non appena furono abbastanza vicini da poter essere colpiti, sollevò la zappa colpendone solo uno, ma in pieno. La testa scoppiò sporcando il viso del ragazzo di sangue e di una sostanza appiccicosa marrone e grigia che sembrava terra, materia grigia ed escrementi provenienti da animali assolutamente anormali. Cadde accanto a lui privo di vita e nonostante la testa fosse stata staccata di netto per qualche minuto continuò a blaterare e schiamazzare producendo dei suoni fastidiosi e striduli, come una bambina capricciosa che salta dappertutto e grida per ogni sciocchezza. Esplose quando gli dette il colpo finale, mentre con un calcio si riparò dall’assalto dell’altro corvo che voleva proteggere il suo fedele amico tremendo in quella folle lotta. Evidentemente sentì un dolore molto forte poiché cadde pesantemente a terra e il ragazzo a quel punto non perse neanche un secondo, con tutta la poca forza che gli restava impalò il corvo lasciandolo privo di vita stramazzato al suolo. Quasi non riuscì a credere ai suoi occhi, era riuscito a sconfiggerli e ora l’unico problema era come spiegare alla mamma che la casa era allagata ma non poteva chiamare un idraulico no, perché non si era rotto un rubinetto, si era rotto qualche tubo fuoriuscito da quello specchio che collegava due mondi diversi. E chissà come stava lei e la nonna che fin dal principio li aveva voluti mettere in guarda riguardo a quei corvi che stavano sempre allerta sopra la sua casa e come aveva spalancato gli occhi alla vista di quell’oggetto che aveva odiato subito. Non c’era sicuramente niente da ridere ora che aveva visto tutto quell’orrore e aveva invece riso di gusto a pranzo quando la mamma invece si era mostrata terrorizzata e provata da quelle visioni oscene e anormali. Si sarebbe scusato con lei e con la nonna subito, non appena le avrebbe viste. Si chiese quanto tempo era passato da quella breve e inutile telefonata avuta poco tempo prima e intanto si avvicinò al lavandino per cercare di lavar via quel sangue che poteva anche essere infetto. Aprì l’acqua che non scorse subito pulita, ma nera e a tratti scendeva marrone , come se stesse fuoriuscendo dalla gola sporca di un morto rimasto nella tomba per secoli. Poco dopo, mentre ormai le mani erano diventate due palloni da basket, potè risciacquarle senza troppi problemi, anche se ancora non si poteva certo dire che quella pulizia fosse soddisfacente. Mentre stava per chiudere il rubinetto dell’acqua calda un fiotto di sangue lo investì in pieno volto costringendolo ad annaspare e tenere gli occhi ben chiusi per non rischiare di rimanere cieco. Con estrema difficoltà riuscì a bloccare lo sgorgare del sangue che ormai era fuoriuscito a litri aggiungendosi a tutto quello che era fuoriuscito nelle ore precedenti, rendendo la casa un vero e proprio incubo rosso. Si sedette per terra e cercò, con lo sguardo, l’orologio che poteva essere visto anche da quella distanza, ma con un orrore indescrivibile, si rese conto che al posto delle lancette c’erano i due corvi, che si presentavano come due figure innocue, mente con le zampe segnavano le ore e con i rami i minuti. La lancetta dei secondi era stata trasformata in un dito nero e marcio, da cui fuoriuscivano mosche e larve maleodoranti. Ma il terrore non finì in quegli istanti, bensì continuò imperterrito nel momento in cui il bambino vide chiaramente che lo specchio era li, di fianco all’orologio, mentre lo fissava fiero e orgoglioso nella sua bellezza. Avvicinandosi e specchiandosi quasi fino ad entrare dentro il vetro, vide lo stesso uomo vecchio che aveva scorto fin dall’inizio, ma ora il suo volto era completamente privo di pelle e gli occhi erano due buchi neri da cui non filtrava nemmeno la più piccola speranza di una possibile vita rimasta li dentro. L’immagine che gli si parava davanti non aveva niente a che fare con la sua e non riusciva a capire perché quello specchio mostrasse cose che non erano in questa realtà. Agitato e tremante, spostando lo sguardo sulla parete dove c’era un quadro raffigurante una mucca sorridente che guardava in direzione di un bambino che la accarezzava, trovò un po’ di quiete, e ne approfittò per prendere lo specchio tra le mani e metterlo al sicuro sotto un cuscino. Lasciò l’oggetto incustodito e, correndo, si diresse in cucina per cercare un martello e un accendino. Non li trovò subito perché il panico lo fece rallentare e gli fece perdere la concentrazione, non riusciva a ricordarsi dove la mamma teneva gli accendigas o cose del genere che comunque producessero del fuoco e nel cercare il piccolo cassetto dove tenevano anche martelli e chiodini, andò a scontrarsi con i bicchieri preferiti della mamma che andarono in pezzi. Dovrò giustificarmi anche di questo non appena la vedrò, ma questo in seguito perché ora devo pensare a distruggere quel maledetto oggetto e non c’è tempo da perdere. Aprì vari cassetti e solo dopo vari tentativi, mentre ormai la cucina sembrava un campo di battaglia con mestoli sulle sedie, cucchiai disposti disordinatamente sul tavolo, altri che erano caduti producendo suoni metallici che mettevano i brividi, trovò l’occorrente e se lo mise in tasca, eccetto per il martello che era prudente tenere in mano anche perché sarebbe stato troppo pensante. Davanti alla porta della sua camera esitò un istante, in cui parlò con se stesso per pochi attimi. E se ora entri la dentro, sollevi il cuscino e non c'è più? Magari ha deciso di farti impazzire, trascorrerai tutta al tua adolescenza con il pensieri di quello specchio malvagio in giro per la tua casa. Uscirai con un martello in mano per tutto il tempo e non potrai più dormire sogni tranquilli con uno specchio in casa. E se… Doveva assolutamente smetterla, aprire quella maledetta porta e farla finita una volta per tutte. Cosi fece e tutte le sue paure svanirono nel momento in cui lo specchio gli si parlò dinanzi, proprio dove l’aveva lasciato poco tempo prima. Non si era mosso, non aveva partorito altri mostri e non aveva perso dell’altro, infinito, sangue. Bene, addio, la tua fine è arrivata, di le tue ultime infernali preghiere perché qua il tuo tempo è finito., tornatene negli inferi da dove sei arrivato. Avrebbe dovuto fare un bel discorsetto con la mamma a proposito del negozio in cui aveva comprato quella roba, le avrebbe chiesto a chi si fosse rivolta e dove si trovasse quel labirinto di cose tetre e invendibili. All’improvviso sentì il rumore della ghiaia sul vialetto mentre veniva smossa dalle ruote di una macchina, che poteva essere solo quella di sua madre, che tanto aveva atteso quella sera. Quel pomeriggio era stato ben diverso da tutti gli altri, e non solo non aveva fatto i compiti e quindi il giorno dopo era meglio se rimaneva a casa, ma bisognava uscire da quell’incubo e non sapeva se avrebbe dovuto ricorrere ad un bravo psicologo, avrebbero trascorso la notte svegli a pulire tutto quel disordine e quel sangue ormai coagulato e le avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno tutte le vicissitudini, ripercorrendo tutto quell’orrore. Sentì il rumore dello sportello che si apriva e si richiudeva dopo qualche secondo e i tacchi della mamma mentre quasi rischiava di scivolare pur di arrivare presto alla porta. -Dave Dave!! La mamma è qui, sono tornata è tutto a post…- Le parole le morirono in gola nel momento in cui, girata la chiave nella toppa e varcata la soglia di casa, si addentrò letteralmente in quell’inferno. In quarant’ anni di vita, non aveva mai visto tutto quel macello e tutto quel sangue che colava dalle pareti e aveva inondato ogni quadro e vaso, piante, cactus e orchidee che avevano perso i loro colori originali per accendersi ora di un rosso vermiglio che la portò a rigettare li sul pavimento, sporcando maggiormente uno dei tappeti persiani a cui teneva maggiormente. Svenne per qualche minuto e quando riprese conoscenza si ritrovò stesa sul divano con un panno umido sulla fronte e la mano di suo figlio che stringeva la sua, quasi facendole male. - Cosa è successo?- - Mamma non ti devi sforzare, sei bianchissima, avevo paura di dover chiamare il dottor Barringher ma per fortuna ti sei ripresa con un po’ d’acqua, qui…- e mentre cercava di raccontarle tutto i singhiozzi gli impedivano di parlare normalmente - Qui è successa una cosa tremenda.. sai quello specchio? Avevi perfettamente ragione e aveva ragione anche la nonna sin dall’inizio, dove hai comprato quell’oggetto? – - L’ho preso in un mercatino dell’usato, al bancone c’era una signora abbastanza grossa che mi guardava con insistenza, ma li per li non ho pensato che ci fosse qualcosa di strano in quel posto, ma adesso che ci penso bene, fuori, quando stavo per pagare, si sentivano delle grida come di qualche uccello che stesse chiamandone altri per mettersi d’accordo e combinare qualcosa di malefico. Non mi sarei mai dovuta fermare in quel posto accidenti. Ora dov’è? – - è li, sotto quel cuscino. – - Come mai tieni un martello in mano? Ti sei dovuto difendere da qualcuno? Ti sei fatto male? – - No no mamma tranquilla, sto bene, devo solo cercare di distruggere quel dannato specchio prima che distrugga noi completamente. Qui è successo un pandemonio, è iniziato a sgorgare fuori tutto quel sangue, e quei corvi, oh li avresti dovuti vedere sai? Li ho uccisi ma non so nemmeno io come ho fatto a farli fuori entrambi, e quelle grida che emanavano, le sente ancora nel cervello, erano cosi insopportabili – In quel momento la donna si alzò e lo coccolò, cercando di abbracciarlo teneramente per trasmettergli tutta la sua comprensione e cercare di distoglierlo dalla grande paura che provava. -Shh, non dire altro, adesso dobbiamo solo distruggerlo e poi potremo parlarne e dimenticarci una volta per tutte di questa maledetta storia- - Bene, io lo faccio a pezzi con il martello, tu intanto cerca qualcosa per poter appiccare il fuoco così non appena sarà completamente distrutto lo bruceremo e lo rimanderemo al diavolo - Si alzarono, Dave posizionò lo specchio per terra, al centro della stanza proprio quasi sotto di lui, lo tenne fermo con le gambe portandosi le braccia all’indietro quasi fino a farsi male e soltanto quando sentì un forte dolore agli avambracci, calò il martello sullo specchio che in un attimo non esistette più. I frammenti di sparsero ovunque, sotto il tavolo, andarono a finire anche vicino alle altre stanze e sicuramente qualche pezzo invisibile sarebbe rimasto in quella casa per mesi, chissà forse anni. Ormai del vetro non rimaneva niente, si vedeva solo la patina posteriore e la colla che era servita per attaccare lo specchio chissà da quanto tempo e da quali mani. Chiamò ad alta voce sua madre che non esitò ad arrivare con del liquore, un panno vecchio completamente bianco e un accendino con stampata sopra la scritta ‘ Accendi una sigaretta o morirai’ come se già il fumo in se non bastasse per sterminare la razza umana. Dave versò quasi tutto il contenuto della bottiglia sul panno che aveva accuratamente posato per terra, mentre la mamma si avvicinava con una fiamma molto alta e ben viva. Avvicinò l’accendino al panno dove riposava lo specchio ormai irriconoscibile che non tardò a prendere fuoco emanando un odore di cose putride e cattive, come se stesse soffrendo al contatto con quel forte calore e volesse liberarsene. La mamma prese per mano il piccolo, lo portò via di li, mentre lui non capiva bene che cosa avesse in mente, ma non appena si ritrovò fuori dalla casa, gli venne in mente che forse lo voleva portare definitivamente via di li, per sempre, cambiare casa e tornare ad una vita nuova senza brutti ricordi. D’altronde come si poteva convivere con un mistero così orrendo facendo finta di niente? Era impossibile, perciò sarebbero saliti in macchina e avrebbero lasciato per sempre quel posto, senza nemmeno fare le valigie perché forse se fossero tornati indietro ci sarebbe stato lo specchio ad aspettargli e a dirgli che dovevano aspettare, che non gli aveva ancora mostrato il peggio di se, che nel mondo esistono diversi tipi di spettri e non tutti si fanno vedere nello stesso giorno. Ma loro non volevano continuare a vedere cose del genere, avevano bisogno di fuggire, scappare lontano, magari in un altro stato. Al volante della sua Cadillac, con le mani che le tremavano, rimase un attimo a guardare dietro di se, mentre il fuoco iniziava a propagarsi e a inghiottire la stanza, e entro quella stessa notte o forse prima, della vecchia casa lasciatale in eredità non sarebbe rimasto niente, a parte cenere e qualche poliziotto che sarebbe andato a curiosare assieme ad uno o due pompieri di turno. Si voltò dalla parte del figlio e lo guardò insistentemente cercando il suo sguardo che le sembrava così assente e privo di vita, come se fosse rimasto scioccato. Gli prese la mano e nonostante ancora non riuscisse ad incrociare i suoi occhi gli parlò, mentre iniziava a girare la macchina per andare via di li subito. -Dave, so che non è il momento più adatto, ma devo dirti una cosa, che so ti porterà un grosso dolore,- Solo in quel momento riuscì a ricevere le attenzioni che desiderava dal suo bambino , che la guardò con gli occhi spalancati. - Cosa è successo ancora? – Non sapeva come dirglielo, sarebbe stato un duro colpo ma meglio la verità subito che faceva male, piuttosto che mettere in scena una recita da chiudere quando? Magari nel momento in cui si sarebbe svegliato dopo un lungo sonnellino in macchina e le avrebbe detto ‘Andiamo dalla nonna?’ Doveva parlargli adesso, altrimenti non sarebbe riuscita a proseguire il viaggio senza versare altre lacrime. - è successa una cosa brutta, molto brutta, ma credo sia meglio parlartene ora, vedi la nonna quando eravamo al cimitero è stata molto male, si è accasciata al suolo e non si è più rialzata. Ho cercato di rianimarla, a quando è arrivata l’ambulanza l’ha trovata deceduta e si pensa sia morta a causa di un infarto dovuto al troppo caldo. Mi dispiace Dave, dovrai superare anche questa, ma ce la farai perché ci sono io con te- Il bambino la guardò senza aprire bocca e allo stesso modo si girò a guardare davanti a se, verso la strada che ormai si faceva sempre più lunga e deserta. Non disse niente e lei nel vedere tutto quel mutismo non cercò di parlargli per non rischiare di innervosirlo con ulteriori domande o chiarimenti. Non parlarono per molto tempo, per quasi due o tre ore, poi soltanto quando si trovarono in aperta campagna e lei spense la macchina, Dave si girò a guardarla. - Mamma dove siamo? - e lei gli rispose senza riuscire quasi a parlare - è strano, sai? Molto strano.. Qui ci sarebbe dovuto essere un piccolo mercatino, proprio qua dove ho fermato la macchina, dove le ruote stanno toccando il terreno fangoso, ma non c’è niente, niente di niente. Non capisco come possa succedere una cosa simile.. – - mamma magari ti sei sbagliata e hai compratolo specchio in un altro negozio più vicino, guarda quel cartello, dice che tra un miglio c’è un paesino di nome Screaming Raven, magari si trova li – Al sentire quelle parole lei si sporse dal finestrino per vedere meglio l’indicazione ed effettivamente vide il cartello che le aveva segnalato il figlio poco prima, ma quando si era trovata da sola, al ritorno dal lavoro quella sera, non c’era niente. Era assolutamente sicura di non aver visto nessun cartello e quella cittadina Screaming Raven che tra l’altro non prometteva niente di buono, non esisteva. Era certa di questo proprio come era sicura che in quel momento loro fossero li in macchina soli e spaventati. - Andiamo via, subito, qui non c’è niente.. non esiste nessun mercatino, nessun negozio, e non intendo andare verso quella parte. Sai cosa faremo? Andremo a casa della nonna, a vivere li da lei, se riusciamo ad arrivarci entro stanotte è meglio, perché non intendo guidare al buio. Se non ci basta la benzina allora prenderemo una camera nell’albergo più vicino ok? – - Ok mamma- Lei gli allacciò meglio la cintura, girà la macchina dall’altra parte diretta verso Garden City, a casa della nonna, finalmente in un posto sicuro, lontano da quell’incubo. Se in quell’istante ci fosse stato qualcuno li con loro, magari un altro bambino seduto proprio dietro, nei sedili posteriori, di quelli curiosi che non stanno mai fermi, magari si sarebbe girato e avrebbe visto quei due grossi corvi che stavano dritti su entrambi i lati del cartello che ora diceva.. ‘ Mercatino dell’usato, qui trovate solo oggetti strani e mai visti prima, ne vedrete delle belle! ‘ E quegli stessi corvi che sembravano i custodi di quel luogo misterioso, erano fissi in direzione di quell’unica macchina che fosse mai passata per quella maledetta via, mentre seguivano con lo sguardo quelle due persone che ormai erano solo due puntini lontani. Di notte, sotto al letto I primi ricordi dell’uomo, dopo il risveglio, furono i lontani giorni in cui sua madre era solita leggerli delle favole prima di mandarlo a letto, non saltava mai nemmeno una notte. Lei lavorava assieme ai bambini in un asilo in città e non le mancava di certo la pazienza e la fantasia, per cui a volte gliene leggeva talmente tante che i libri terminavano in fretta e quindi spesso le inventava anche sul momento, riusciva ad improvvisare delle storie sensazionali che gli facevano fare dei sogni sereni. Lo sistemava bene nel lettino, lo copriva, gli dava il suo pupazzo preferito che era un piccolo dinosauro, e apriva uno dei libri che teneva appoggiato sul mobile nella mia stanza. Lo apriva e mentre iniziava a parlargli di coniglietti, cavallini volanti che sorvolavano cieli di marzapane e arcobaleni di zucchero filato, lui teneva gli occhi ben chiusi per riuscire ad immaginare ancora meglio tutto quello splendore. Vedeva davanti a sé tutti quegli animali, il cielo con sopra tutte le nuvole bianche che sembravano cotone, o neve che si andava sciogliendo al sole. Riusciva ad entrare dentro la storia, anzi il più delle volte ne era il protagonista assoluto e si mischiava assieme a tutti gli altri personaggi che, una notte erano tristi principesse in attesa del vero amore, la notte successiva erano invece ranocchi che si trasformavano in bei ragazzi e la volta successiva potevano essere dei ragazzini che cercavano di scappare da un destino avverso in cerca di una condizione migliore. Il brutto arrivava nel momento in cui la favola finiva e lui, ancora ad occhi chiusi, doveva ritornare nel mondo reale con ancora i ricordi di quei bei luoghi incantati che solo l’immaginazione e il racconto ci permettono di vivere. La mamma chiudeva il libro, gli dava il bacio della buonanotte e, spegnendo la luce andava nella sua camera che spesso condivideva da sola perché il padre del ragazzino faceva i turni di notte all’ospedale e quindi tornava al mattino presto. Una sera, ( non ricordò bene il perché, dato il suo carattere abbastanza pacifico e quieto) combinò qualcosa che ( a parer suo ) non era niente di grave, ma a sentir l’opinione di sua madre invece era un bel guaio. Troppo. Quel troppo che bastava per meritarsi una punizione, e quale poteva essere se non la peggiore di tutte? Quella che lo avrebbe reso triste e quindi gli avrebbe fatto capire che certe cose non vanno fatte? Ma ovviamente quella di andare a dormire senza la storia del giorno. Tutto per quella maledettissima tv lasciata accesa su un telegiornale locale, ( diede sempre la colpa a quel telegiornale perché fu la causa della sua noia e quindi di tutto quello che seguì dopo). Si era messo a giocare con il cibo anziché portarselo alla bocca, e diciamo quasi volontariamente, lo aveva fatto cadere sul tappeto. All’inizio lei non si era accorta di niente e anzi era ben presa dallo sollevare il volume della tv per ascoltare meglio il fattaccio accaduto quella sera ad un loro vicino, un signore di novant’anni che aveva deciso di cercare la morte scendendo le scale come se fosse ancora un giovanotto. Ebbene, il tentativo era fallito dato che poche ore dopo i figli lo avevano trovato disteso per terra privo di vita e con tutte le ossa rotte. Ed ecco che lui aveva involontariamente approfittato della morte di quel signore per darsi da fare nell’inaugurare il nuovo tappeto verde che voleva a tutti i costi tingere di rosso con tutto quel sugo. Guardando in quella direzione aveva completamente distolto lo sguardo dalla forchetta che teneva in mano e che, con un sorriso maligno, indirizzò verso il pavimento che si tinse di un porpora ben acceso. Il notiziario era sul punto di finire e sua madre continuava a mangiare beata senza alcun tipo di problema, quando ad un certo punto, nel momento in cui lui si era distratto guardando un secondo la tv, lei iniziò a gridare dicendo che non doveva fare certe cose, che non era un bravo bambino eccetera. Lo fece alzare dal tavolo dicendo che per quella sera la sua cena era finita e che doveva imparare le buone maniere, prendendosela addirittura con il padre che non poteva difendersi in quel momento, dicendo che era per colpa sua se aveva imbrattato tutto, che pensava solo a lavorare e cose simili che continuarono per una mezz’ora. Poi si alzò, lo fece andare in bagno a lavarsi le mani e lo indirizzò nella sua cameretta. Lo guardò un attimo, proprio quando pensava che si stesse calmando, anche perché non era mai nervosa e non capiva perché se l’avesse presa così tanto per una cosa cosi stupida e gli disse: - Senti, non mi va che ti comporti cosi va bene? Io cucino e tu butti il cibo per terra? Sei sempre così bravo, calmo, tranquillo e oggi cosa ti è successo? Ci si comporta così con la mamma? - -No- -E allora cosa si dice?- E lui lo sapeva bene, perché era un bambino bravo e la mamma gli aveva insegnato come si rispondeva in quei momenti - Si dice scusa mammina, non lo farò mai più, promesso- - Bravo, ora vai a letto, ne riparliamo domani - E gli diede un bacio sulla fronte. Si tranquillizzò e le sorrise consapevole del fatto che aveva sbagliato ma che tutto sommato aveva esagerato nel rimproverarlo a quel modo, e questo lo sapeva anche lei, di questo lui ne era certo. Lo guardò sorridendo e allora lui capì che le era passato tutto, d’altra parte un bambino della sua età avrebbe potuto combinare guai del genere in ogni momento e invece a lui era capitato solo quella sera. Cosa poteva mai esserci di tanto esagerato in questo? - Su vai a letto, fila, anche se non sono più arrabbiata per stanotte non ti racconterò niente, giuro, - La guardai sbigottito e rimasi a bocca spalancata per qualche secondo, davanti al volto duro di mia madre. -è cosi, ho deciso che stanotte non meriti la tua favola del giorno, quindi è inutile che mi guardi cosi o che piangi o che addirittura mi racconti la storia del mostro sotto al letto che non ti fa dormire, perché io adesso vado via e ci vediamo domattina per la scuola ok? – - Va.. va bene mamma – Ma non andava bene per niente, cavolo. Era la prima volta in tre anni che non avrebbe avuto la sua storia e non sapeva proprio come avrebbe potuto prender sonno con tanta facilità. - Buonanotte, e sogni d’oro – - Notte-. E si chiuse la porta alle spalle. Non gli aveva nemmeno rimboccato le coperte o dato un bacio della buonanotte, niente. Si mise dentro il letto, chiuse la finestra perché entrava una forte corrente e fuori il vento ululava. L’indomani mattina sarebbe stata sicuramente una giornataccia e lo si poteva vedere già da quella nottata così noiosa, che però si era cercato lui con le sue stupidaggini. Si sdraiò e tardò parecchio nel prendere sonno, passarono i minuti e dopo un po’ chiuse gli occhi cercando con tutto se stesso di chiamare il sonno, farlo arrivare magari con uno di quei cavalli alati che c’erano nelle favole. Anche se avesse preso il libro e avesse cercato di leggere qualcosa non sarebbe mai stato lo stesso. La vera magia della storia e dell’effetto che esercitava su di lui, stava nella voce di sua mamma che era bellissima e dolce, come quella delle fate. Capiva perché i bambini la adoravano e volevano sempre passare le mattinate solo con lei, perché ci sapeva fare, era davvero una mamma perfetta e lui l’avevo delusa e fatta adirare. E adesso? Ora passava lo sguardo da un soldatino che mirava a qualcosa di inesistente con il suo fucile puntato in alto, al poster di una band di cui non riusciva neanche pronunciare il nome ma che sua mamma, che andava matta per la musica rock, gli cercava di insegnare spesso senza successo. Un giorno, era certo che avrebbe seguito la sua stessa strada perché quei cantanti vestiti cosi gli piacevano davvero e poi spesso quando sentiva i CD che teneva in macchina quella musica lo faceva impazzire nonostante fosse solo un bambino, sì erano proprio fatti per lui. Sarebbe diventato una Rockstar magari, ma ancora era troppo presto. Guardò verso la finestra e vide che i rami dell’albero che si affacciavano sul suo davanzale, come dandogli la buonanotte e il buongiorno, si muovevano assomigliando a delle braccia che volessero afferrarlo. Si voltò per non doverlo guardare e proprio mentre fissava il soffitto sperando con tutto il cuore che Morfeo lo prendesse tra le braccia, lo sentì per la prima volta. Era un rumore molto simile a quello emesso da qualcuno che sta bussando su una porta o su qualsiasi basamento in legno, e utilizza non solo le nocche per bussare ma proprio tutta la mano. Si agitò sì, ma non perse completamente la calma. Cercò però di coprirsi fino alle orecchie senza fare troppo rumore perché non voleva essere sentito. Da chi? O da cosa meglio? Fifone.. Magari è solo la mamma che non riesce a dormire come te e sta sistemando le sue cose per domani mattina. Oppure è l’albero. Quello che ti è sembrato una persona con le braccia lunghe. Si girò dal lato sinistro cercando di soppiantare quei discorsi che stava facendo con la sua mente, ma la paura stava iniziando a prendere il sopravvento. Un secondo tonfo lo fece sussultare portandolo a respirare affannosamente a sudare nonostante le temperature fredde. Non ebbe il coraggio ne di alzarsi e ne tantomeno di accendere la luce anche se mentalmente si trovava fuori dalla sua stanza, tra le braccia di sua madre e con tutte le luci della casa accese. Al rumore si aggiunse una voce strana, roca, come se provenisse da una cassa oppure da sotto terra perché non era ben chiara. Rimase in ascolto cercando di non muovermi, di non sporgermi con il volto o lasciar ciondolare un piede dal letto, non doveva quasi respirare. Si trasformò quasi in un corpo privo di vita, mentre intanto i rumori erano non solo continuati ma anche aumentati a dismisura. Era sicuro di aver sentito addirittura un colpo di tosse che però non gli aveva fatto pensare alla mamma, al babbo o a qualcuno a cui volevo bene, no, a qualcuno che non avrebbe mai voluto incontrare perché gli avrebbe fatto pensare al mostro sotto al letto di cui parlava sempre con mammina. Rimase immobile, senza voltarsi o fare un minimo scatto con il suo piccolo corpicino, e mentre attendeva che qualcosa dal buio si facesse avanti o che sparisse completamente, sentì proprio sotto di lui qualcosa che grattava, come se delle zampe abbastanza grandi stessero graffiando contro il legno. L’impulso fu quello di scappare, ma allo stesso tempo se avesse fatto un passo era sicuro che quella cosa sarebbe sbucata fuori e lo avrebbe afferrato portandolo in quel posto sconfinato che esisteva oltre il suo letto, dietro la camera, dove vivevano altri mostri con due teste, quattro braccia e denti aguzzi. Cercò telepaticamente di parlare con sua madre, quindi chiuse bene gli occhi e bisbigliò il suo nome cercando di dirle che era sicuramente in pericolo, che il mostro era arrivato e che anche se i grandi non credono a queste cose l’indomani mattina avrebbe creduto ai propri occhi quando il suo bambino sarebbe sparito per sempre. L’agitazione aumentò perché aveva la consapevolezza che anche se lei fosse stata sveglia o in cucina a bere una tazza di latte, non lo avrebbe mai sentito e sarebbe stata certa di averlo lasciato al sicuro nel mondo dei sogni. D’improvviso il silenzio fu rimpiazzato da un colpo fortissimo, prima sull’armadio, poi alla porta e infine sotto al letto. Rimase immobile come lo ero stato fin dall’inizio, con il cuore che gli si spaccava nel petto dalla paura e il respiro affannoso che aumentò quando sentì una voce proprio sotto di lui. -Ciao bel bambino, sai chi sono?- L’ansia e la paura si trasformarono in un solo istante in orrore puro e non riuscì a trattenere la pipì, che bagnò il letto provocandogli un senso di vergogna, apprensione e freddo che gli percorsero le ossa lasciandolo tremante e spaventato. Allora i problemi qua erano due. Primo punto, chi poteva chiamarlo nel cuore della notte se nella stanza c’era solo lui? e secondo punto, perché mai avrebbe dovuto rispondere a quella voce che non prometteva niente di buono? Sarebbe rimasto in silenzio, avrebbe cercato di addormentarsi e l’indomani avrebbe detto alla mamma di controllare sotto al letto. -Allora non vuoi rispondermi? Va bene, allora ti parlerò di me, ho tanti nomi, puoi chiamarmi come ti pare e sai mi piace molto la tua stanza, io vivo qua anche se non sapevi della mia esistenza, vedo sempre tua madre mentre pulisce la stanza e cerca di mandare via la polvere che c’è qua sotto. Mi sta simpatica, e anche tu. Ma stasera l’hai fatta proprio arrabbiare! Ci si comporta così? No no !- Stava tremando, ormai non era solo colpa del freddo e del materasso fradicio, era quella sensazione di sentirsi smarrito proprio nella camera in cui aveva sempre trovato sicurezza e pace. Si era chiuso là dentro quando aveva litigato con suo padre e aveva trascorso tutto il pomeriggio a giocare con le macchinine facendole schiantare contro l’armadio, e adesso si rendeva conto di quante volte quelle stesse auto erano finite sotto il letto e le aveva recuperate senza guardare là sotto, ma solo allungando il braccio e ritraendolo velocemente. Chissà da quanto tempo era li quel mostro.. sicuramente c’era stato anche quel lontano agosto in cui era venuto a trovarmi Alex, quel cugino maggiore di dieci anni che tanto adoravo. Era andato a fargli visita e portargli un po’ di gelato, dopo che era stato operato da qualche giorno alle tonsille. Quel mostro, di cui ancora non conoscevo nemmeno il volto, doveva essere stato li e per fortuna non aveva fatto del male a nessuno dei due, non aveva afferrato una delle caviglie di Alex, mentre stava in piedi a raccontare delle storie al più piccolo, per trascinarlo giù e ancora più giù in luoghi lontani e molto cattivi. Adesso era il presente e non doveva pensare a quei bei ricordi, perché non avrebbero fatto altro che farlo piangere e lui non voleva che il mostro lo sentisse, doveva rimanere zitto, doveva fargli capire che sopra quel letto non c’era nessuno e che si era sbagliato a pensare che ci fosse un bambino che aveva combinato dei guai. Un rumore gli fece sbarrare gli occhi e quasi gli uscì un suono dalla gola, che cercò di far morire proprio sul punto di nascere. Si rese conto di avere una mano completamente priva di circolazione, sentivo sentiva formicolare per tutto il braccio destro e si stava intorpidendo il piede sinistro. Era in un bel guaio, aveva la necessità di muoversi ma forse, se lo avesse fatto, sarebbe stato spacciato per sempre. Un altro rumore più forte seguito da un colpo di tosse e dal vento che fuori ululava sempre di più. Ormai quell’albero così minaccioso non gli faceva più paura e anzi, quasi gli faceva compagnia, quasi sperava che prendesse vita e lo salvasse da quella cosa infernale che lo voleva prendere. - Eccoci qua. Vuoi che ti racconti una favola? - Purtroppo non era la voce della mamma e quelle parole non risuonavano così dolci e familiari. Un demone, o qualsiasi cosa ci fosse li sotto, gli aveva appena chiesto gentilmente di ascoltarlo, che se voleva gli avrebbe fatto questo favore di allietarlo raccontandogli qualcosa. Ma lui non voleva ascoltarlo, cosa mai avrebbe potuto dire di bello quella bocca così immonda? Così rimase in silenzio e decise di non rispondergli mai! - Continui a non volermi parlare? Bene, io ho un sacco di cose da dirti invece. Penso proprio che questa sia la notte adatta. È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ho assaggiato qualcosa di prelibato, già- Cosa significavano quelle parole? Qualcosa di prelibato? Non stava mica pensando di.. di divorarlo veramente? Doveva assolutamente chiamare la mamma. Magari se riusciva ad accendere la piccola luce sul comò avrebbe spaventato il mostro, oppure, come aveva visto in tanti film, l’assenza del buio lo avrebbe eliminato, lo avrebbe riportato nel suo mondo. Silenzio totale. Un bambino che respira a fatica e, a tratti, un rumore che fa pensare a qualcuno che ha degli artigli enormi e sta cercando di scavare o rompere una parete. - Quando riuscirò a venire lì, ad averti vicino, nel momento in cui mi guarderai negli occhi, allora tua mamma potrà dirti addio per sempre. Ormai sei la mia preda. Conta i secondi, i minuti, che ti separano da me, perché io so che sei là sopra. So tutto di te, a che ora vai a dormire, ti vedo quando giochi da solo o quando fai i compiti. Sei un bel bambino, ma dopo stanotte non ti riconoscerà più nessuno. Finalmente stanotte è la notte giusta. Speravo tanto che prima o poi facessi arrabbiare la tua mamma e ora l’hai fatto. Ti racconterò una storia, di quelle che piacciono tanto a me. Questa favola ha come protagonisti un bambino cattivo e una mamma che lo odia, che gli racconta le favole solo per farlo star zitto ma non perché gli vuole bene. M segui? Ti piace come storia? - Non voleva sentire, non poteva ascoltare tutte quelle cattiverie. Quelle non erano verità. Non era giusto che un essere schifoso parlasse così male della sua adorata mamma. Non era vero che lei non gli voleva bene. Erano sempre stati indivisibili e la mamma faceva tanto per lui, lo coccolava e gli dimostrava tutto il suo amore. Pian piano le lacrime diventarono un pianto sommesso e non potè trattenersi, sapendo che ora l’avrebbe sicuramente sentito. - Perché piangi? Io ti racconto una favola e tu cosa fai? Ti metti a frignare? Sei proprio un bambino cattivo. La favola continua con lo stesso bambino che cade da un’altezza incredibile, si rompe tutte le ossa, la mamma la mattino lo trova per terra, vicino alla porta d’ingresso. Grazie all’aiuto di un mostro molto, molto malvagio, il bambino era salito sul tetto, passando per la finestra senza rendersi conto di ciò che faceva, perché chi è cattivo come me, sa come ipnotizzare i piccoli ragazzini. E poi bum, più niente. Il buio. Solo che la mamma non l’ha trovato intero, no, perché quel mostro ha pensato bene di non lasciarne intatto nemmeno un pezzo, l’ha divorato tutto e come era buono! E vissero felici e contenti. Ti piace? Questa è una delle tante storie che ti leggerò se continuerai a stare con me. Non trovi che sia un bel modo di giocare e divertirsi? Poi, quando sarai ben grasso, ti divorerò come ho fato sempre, e non sapranno mai di me. I genitori non sanno mai niente di me, sono così realisti. Voi invece vivete in un mondo di favole e credete a tutto. Io mi nutro proprio della vostra ingenuità e credulità. Mi fate tanta tenerezza. Ma quanto siete buoni con quel condimento…- -Basta!! Non voglio più sentirti, hai capito? Tu non esisti, sei soltanto frutto della mia paura, non voglio mai più avere a che fare con te, tutte quelle cose che hai raccontato non sono vere! Mia mamma mi vuole bene e tu non sei altro che immaginazione e fantasia! Sparisci e lasciaci in pace!- Non aveva più fiato. Aveva paura si, ma aveva anche tanta rabbia. Non poteva morire per colpa di un essere che non esisteva nemmeno. Era sicuro di averlo creato con quella sua paura folle del mostro sotto al letto, della fobia nel lasciar ciondolare le gambe o soltanto un dito del piede per paura di essere catturato. Si alzò, quindi rimase in piedi sul materasso e si abbassò facendo piano per non far troppo rumore, si avvicinò cautamente al bordo del letto e si inchinò, sollevando un piccolo lembo di coperta che gli permettesse di sbirciare la sotto. Con le mani tremanti si ritrovò in un attimo con lo sguardo rivolto verso quel piccolo spazio che si trovava proprio sotto di lui, e vide il buio totale. Non trovò niente, né artigli minacciosi, ne occhi gialli che gli penetravano l’animo. Sospirò sentendosi più tranquillo e finalmente sereno, convinto di aver cacciato via il mostro, di averlo spaventato, ma proprio mentre chiudeva gli occhi per lasciarsi appisolare sul cuscino, con il cuore che quasi gli esplodeva in mille pezzi, una mano lo afferrò per le spalle, facendolo trasalire. Tentò di urlare ma, aprendo gli occhi, si rese conto di essere al sicuro, aveva la mano di sua madre poggiata sulla sua spalla, e questo lo fece sentir immediatamente bene. Gli scesero le lacrime, ma questa volta almeno non erano di paura,a ma di sollievo e di gioia. -Mamma, ho tanta paura- -Cosa succede?- - è entrato qualcuno, qualcuno cattivo che mi voleva fare del male, mi ha raccontato delle cose molto brutte- La giovane donna aggrottò le sopracciglia cercando di capire cosa avrebbe potuto spaventare così tanto suo figlio, e lo tranquillizzò spostandogli delle piccole ciocche di capelli che gli ricadevano sugli occhi, così da accarezzarlo amorevolmente. -Shh, calmati, è tutto a posto adesso., C’è la mamma e non potrò succederti niente di brutto. Ok?- -No ma tu non capisci, è stato tremendo! Mi ha parlato e aveva una voce così brutta, era come sentire tante anime che parlavano assieme delle lingue strane e molto cattive.Mamma era orrendo capisci?- -Quante volte ti ho detto che non devi leggere racconti paurosi quando io non ci sono? È colpa di quei giornalini che nascondi nell’armadio ! Sono tutte fesserie e lo sai, non esistono i mostri! Ti ho già spiegato più volte che i mostri esistono solo nelle storie di paura capisci?- - Ma..­.- -Niente ma, sono venuta a vedere se dormivi perché mi sembrava di averti sentito parlare nel sonno, tutto qua, ma non mi venire a dire che in camera avevi un mostro che ti raccontava storie paurose e ti spaventava. Non voglio più sentire idiozie simili intesi? Altrimenti non solo mi arrabbio, ma non ti leggerò più niente per due mesi interi. E adesso pensa a dormire, sono già le due del mattino, hai perso troppo sonno. Buonanotte- Avrebbe voluto fermarla, trattenerla, dirle che non lo avrebbe dovuto lasciare da solo, che forse qual mostro sarebbe tornato, magari era riuscito solo a spaventarlo ma non ad annientarlo completamente. -Mamma, posso dormire con te per stanotte? - -Ancora? Allora non ci siamo capiti, dormi nella tua camera perché devi imparare a vincere le tue paure. Dimmi, se adesso hai paura del buio e di quello che ci può essere sotto al letto, domani di cosa avrai paura? Crescerai e non affronterai mai queste stupidaggini. A 16 anni mi chiederai ancora di dormire con me? Buonanotte, e non voglio più sentir questa storia ok? - -Ok, ti voglio bene- -Anche io, ma non far arrabbiare la mamma, sono molto stanca e davvero non ho voglia di doverti spiegare mille volte le stesse cose- - va bene, un bacio- -Un bacio, ciao- Spense la luce e chiuse la porta, lasciandolo completamente solo. O perlomeno così sperava di ritrovarsi. Solo e tranquillo. Per i primi minuti tutto sembrò assolutamente pacifico e normale. Il vento sembrava aver smesso di ululare, e quell’albero che ora non si muoveva quasi più, aveva assunto le sembianze di un uomo vecchio che protendeva le mani verso la finestra, come a voler richiamare a se gli abitanti. Dopo sei o sette minuti, mentre il bambino era rimasto assolutamente immobile e addirittura aveva deciso di avvolgersi completamente attorno alle coperte, lasciando libere solo le orecchie e gli occhi, sentì un forte fracasso provenire da sotto al letto, e il terrore iniziò nuovamente ad impossessarsi di lui, pervadendogli il corpo e la mente, lasciandolo privo di voce e costringendolo a tenere gli occhi sbarrati per molto tempo. Al rumore seguì una voce spettrale, che inondò la stanza di un odore dolce ma che a momenti risultava nauseabondo e vomitevole, tanto da indurre il bambino ad arricciare il naso e tenerlo coperto con le dita e con il lenzuolo. -Ciao, eccomi qui, di nuovo. Non me ne vado via tanto facilmente sai? No no… e poi non ho ancora finito di raccontarti delle belle cose. Ne sentirai delle belle! Senti qui eh.. Allora.. c’era una volta un padre molto scontento del suo piccolo bambino, che ogni sera, appena tornava dal lavoro, doveva avere al pazienza di sentire le sue lamentele riguardo al mostro che abitava nella sua camera. Gli diceva che non lo lasciava dormire, che emanava un cattivo odore che poi non spariva facilmente, e che lo faceva piangere. Un giorno, stanco di sentire ogni giorno le stesse cose, decise di prendere una motosega e fare a pezzi il figlio, così da liberarsi una volte per tutte di quelle stupidaggini, che davano fastidio anche alla mamma. Fecero un fuoco, dettero una festa dove invitarono tutti i parenti, lo fecero bollire in un grande pentolone e lo mangiarono, dopo averlo fatto a pezzettini minuscoli e averlo accompagnato con un buon vino bianco. Ma come gli volevano bene a quel bambino non trovi? - Era terrorizzato, voleva che quella notte finisse in quell’esatto momento, che l’orologio segnasse la lancetta delle sette, quando si sarebbe svegliata la mamma, e che il sole nascesse il più presto possibile. Ma era li, in compagnia di quella carogna schifosa che lo voleva vedere morto, e il buio non aiutava di certo. Forse se avesse avuto la compagnia di un cane, di quelli che dormono sul letto assieme ai bambini, non gli sarebbe successo nulla. Ma la mamma non gli aveva mai permesso di tenerne uno perché non avrebbe avuto il tempo di accudirlo e poi aveva sempre detto che avrebbe sporcato troppo. Una volta quando lui aveva tre anni, avevano tenuto un piccolo cane che era morto solo dieci giorni dopo, ma nonostante avesse tenuto loro poca compagnia si era fatto già ben conoscere, distruggendo il paralume preferito della nonna e la statua raffigurante una tigre siberiana con delle zanne minacciose. Da quel momento era stato assolutamente fuori discussione poter tenere un qualsiasi animale in casa. Magari in questo momento, se ci fosse stato un cane, avrebbe potuto azzannare il mostro oppure avrebbe potuto richiamare l’attenzione della mamma, abbaiando e facendola venire qua, costringendola a credere al fatto che c’era qualcosa di strano, che non andava proprio. Ma non c’era nessun cane, quindi doveva vedersela da solo con quel demone malvagio che lo stava assolutamente devastando. Con quelle ultime parole era riuscito a fargli venire ancor di più la pelle d’oca, e poi non capiva cosa volesse da lui. Perché non sbucava fuori, se lo prendeva,lo portava via e lo divorava in un sol boccone così non ne avrebbero parlato più? Invece di tenerlo li, terrorizzarlo e fargli perdere la ragione? - So a cosa stai pensando, ti starai chiedendo perché non ti porto via subito invece di trattenermi cosi a lungo vero? Beh, sarebbe troppo comodo, e poi non voglio che tu veda la mia faccia. Ogni volta che vado nelle camere di qualche bambino, e ti giuro, sono stai tanti, non mi faccio mai vedere subito in faccia, perché voglio che la vostra paura sia talmente tale da non farvi riprendere più - Decise di parlargli, non poteva star zitto, doveva dirgli qualcosa, magari lo avrebbe potuto spaventare o costringerlo a farlo andar via a gambe levate. - Perché non sparisci e basta? - -Ah, ma allora parli? Mi era sembrato di aver sentito qualcosa prima, ma non avevo avuto il piacere di avere un vero dialogo con te, dai chiacchieriamo un po’. Prima di portarvi via, vi racconto sempre qualcosa di me. Dimmi, da cosa vuoi che inizi?- -Voglio solo che tu te ne vada e basta- -Questo credo sia impossibile, almeno non subito. Mi dispiace, credo che dovrai chiedermi qualcosa di me- - E va bene, da dove vieni? Cosa vuoi da me? E soprattutto perché se qui- -calma, calma, troppe domande. Allora, beh dirti chi sono non è per niente facile. Non ho un viso ben definito. Posso essere chiunque io voglia. In genere assumo l’aspetto della persona che voi amate di più e che sentite più vicina a voi. Dimmi, per te chi è?- -Non te lo dirò mai- -ahahha saggio. Ma io lo so già, io so tante di quelle cose, che non immagini neanche. Comunque dicevo, il mio aspetto è abbastanza strano, in genere sono fatto d’ombra e di paura, oscuro, nero come la morte e non ho dei veri e propri occhi. Vedo grazie alla mia mente. Siete voi che mi permettete di vedere ciò che voglio. Con la vostra fantasia mi permettete di entrare nel vostro mondo, accucciarmi sotto ai vostri letti e cibarmi delle vostre paure più infantili. Mi chiedevi da dove vengo? Da nessuna parte e da qualsiasi posto. Puoi trovarmi qui in una notte di freddo o di forte vento, ma allo stesso tempo ci sono sempre stato. Da quando avete imparato a credere ai fantasmi e ai demoni. Voglio vedere fin dove arriva la tua paura o il tuo coraggio. Sono qui perché in questo momento non potrei essere in nessun altro luogo. Non poso andare via. Non ancora. Soddisfatto? - -No, non voglio dover sentire le tue parole, che fuoriescono da quella tua bocca disgustosa, voglio solo che tu torni da dove sei venuto- - Caro bambino, io non ho un posto fisso. Prima di venire da te ho passato trecento anni in un’altra casa, dove c’era un altro bambino che però viveva con delle zie. E come mi son divertito con quella famiglia. Adesso ho voglia di divertirmi con te, con voi. Quindi rimarrò quanto voglio.- Era assurdo credere a quella conversazione. Stava parlando con qualcuno che non esisteva, che non aveva un vero volto, che doveva esistere solo nei romanzi horror o nei film che guardava di nascosto dove c’erano zombie, vampiri, creature demoniache. Ma non nella realtà. Stava forse sognando? Delirando? Eppure non poteva essere. Lui sentiva quelle parole, quella voce che lo faceva così tanto temere, e poi la mamma che era entrata in camera senza poterle nemmeno dire che aveva bisogno di lei, che non si trattava di un mostro immaginario ma di un vero incubo. Il silenzio fu interrotto dalle parole del mostro che non rinunciava a chiudere la bocca almeno una volta. -Temo che il mio tempo qui sia finito, adesso me ne andrò per sempre. Contento? - Non sapeva se rispondere che sì, era contento, o se rimanere zitto per non dire qualcosa che magari lo avrebbe messo in pericolo. Come per esempio dirgli che doveva andare al diavolo. Se gli avesse detto quelle cose, forse lo avrebbe fatto arrabbiare e lo avrebbe fatto rimanere lì ancora per molto tempo! Decise di star zitto, assolutamente zitto senza emettere nemmeno un suono. Attese qualche momento, sentì soltanto un rumore come di qualcosa che strisciava e si allontanava, finalmente, dal suo letto, per dirigersi fuori, forse verso la finestra o comunque lontano dalla camera. Era convinto che l’incubo stesse finendo, grazie a Dio. Forse si sarebbe addormentato e l’indomani la mamma l’avrebbe svegliato con un bacio e con la sua colazione preferita. Latte con miele e biscotti al cioccolato. Sentì un rumore e nel girarsi per vedere cosa stesse succedendo, vide la porta aprirsi e immediatamente saltò in piedi diretto verso quella direzione, in cerca di aiuto. Chiamò ad alta voce -Mamma, mamma !- Ma , invece di sentire la sua voce rispondergli dolcemente, dicendogli che si era alzata perché non riusciva a dormire a causa di altri rumori, non sentì nulla. Vide soltanto una figura strana, ma enorme. Gli sembrava un essere deforme con due teste giganti che arrivavano fino a terra e da cui fuoriuscivano sangue e sostanze chimiche, che al contatto con il terreno scioglievano qualsiasi cosa incontrassero. Indietreggiò con la bocca spalancata, andando a sbattere contro il letto, ma senza avere la forza e il coraggio di sedersi o coprirsi con qualcosa. Rimase immobile, interdetto, Inerme e assolutamente privo di iniziativa. Intanto il mostro, che aveva lasciato evidentemente il suo rifugio sotto al letto mostrava ora il suo viso, e nel vederlo, il bambino rimase non solo spaventato ma soprattutto scioccato. Perché quella faccia era ben conosciuta, e l’aveva vista appena un ora prima quando aveva parlato con sua mamma chiedendole di poter dormire con lei. Adesso il mostro si vedeva benissimo, con le sue lunghe zampe pelose, con le due teste che si guardavano e ringhiavano e ridevano mentre sbavavano sporcando i tappeti, lasciando scie schifose sul parquet che ormai era distrutto. Ormai era ad un passo dal bambino che non si sarebbe mai più ripreso da quello shock, e forse non sarebbe nemmeno riuscito a sopravvivere a quella notte dannata. Aveva visto che non aveva degli occhi normali, o meglio, non li aveva proprio. Aveva solo dei buchi neri, come se stesse guardando delle fosse enormi scavate da mille demoni infuriati che non attendevano altro che saltar fuori e catturare più bambini possibili. Il demone rideva mentre si avvicinava sempre di più, tanto che ormai erano vicinissimi, a tal punto da potersi toccare, ma nel guardarlo bene, avendo le sue pupille sbarrate e attaccate a quei due fori neri, non vedeva un mostro sconosciuto, bensì sua madre. Questa scoperta lo fece quasi svenire, mentre il mostro, vedendo che la reazione del bambino era stata quella che aveva sospettato e voluto fin dall’inizio, rise di gusto e si lanciò contro di lui quasi soffocandolo. Il bambino ormai si ritrovava sul letto, con un peso enorme sul corpicino esile e delicato. Non riusciva quasi più a respirare e, mentre cercava di morsicarlo per liberarsi, lo guardò ancor meglio nel volto e vide chiaramente i lineamenti della mamma. Come aveva fatto ad impossessarsi di lei? L’aveva forse uccisa, ma quando? Lei era sempre stata nella sua camera al sicuro, mentre il mostro era rimasto sempre con lui, senza abbandonarlo mai un minuto. Non doveva perdere tempo nel cercare la verità, doveva invece fare in modo di vendicare la mamma, salvarsi la vita e sconfiggerlo una volta per tutte. In realtà non aveva la minima idea di chi fosse quel demone, se fosse fatto di carne vera o fosse solo fumo, vapore e qualsiasi altra sostanza che al solo tocco con il bambino sarebbe sparito. Forse era evanescente, magari con qualche formula magica lo avrebbe potuto annientare, poteva chiudere gli occhi come aveva fatto già tante volte quella stessa sera, e immaginare che fosse tutto un incubo, svegliarsi con la mamma accanto che lo cullava tra le sue braccia. Mentre rifletteva ad occhi chiusi, il mostro iniziò ad urlare mutando d’aspetto, diventando ancora maggiormente lugubre. -Hai visto il mio volto adesso? - E mentre pronunciava quelle parole la sua voce era rauca, come se avesse inghiottito qualcosa di molto grosso e non lo avesse mandato giù bene. La sua voce era terrificante e gli provocò dei brividi su tutto il corpo. - Mi hai guardato bene? Non sono poi così tanto terrificante non trovi? Sono solo la tua mamma, avanti dammi un bacio! Vieni dalla mamma che ti abbraccia come fa sempre! – Ma, nonostante quell’essere in effetti fosse la fotocopia esatta di sua madre, non doveva assolutamente avvicinarsi, quello era solo un tranello, non doveva cedere perché altrimenti per lui sarebbe stata la fine. Decise invece di toglier fuori tutto il coraggio che forse fino a quell’istante aveva tenuto nascosto, e urlando con tutto il fiato che aveva in gola, si dimenò cercando di sollevarsi in piedi, ci riuscì, si lanciò contro quell’essere diabolico che ora era molto più alto di prima. L’essere continuò ad urlare e in quel momento il bambino sperò, con tutto il cuore, che il vicino lo sentisse, così da poter chiamare la polizia e venire a soccorrerlo. Ma non sembrava averla sentito nessuno, forse perché quelle grida non essendo umane non potevano essere udite da tutti, e anche perché a quell’ora il vecchio Willie stava sicuramente dormendo. Quell’anziano signore, a ricordar bene, era anche sordo e aveva acquistato da poco un apparecchio acustico che gli permetteva di sentire un po’ meglio i suoni e le voci, ma non riusciva ancora a captare bene le grida in lontananza. Quindi non doveva aspettarsi niente da nessuno, doveva semplicemente farlo fuori da solo. Un bambino di sette anni che solo per aver commesso una bravata, ora si ritrovava da solo con un uomo ( un uomo davvero?) che doveva assolutamente annientare. Mentre il mostro continuava a crescere di statura, il bambino aveva già calcolato solo con gli occhi, la distanza che c’era tra il corpo dell’essere e la finestra, quella che dava sul giardino e sul vecchio albero semi-umano. Se fosse riuscito a farlo indietreggiare di qualche metro, forse solo due o tre, e guidarlo verso la parte sinistra della camera, sarebbe indubbiamente riuscito a farlo cadere giù facendolo precipitare nel terreno freddo. L’altezza sarebbe stata sufficiente a procurargli una morte fatale o perlomeno una caduta tale da indurlo a non potersi più rialzare. Inspirò profondamente, iniziò a correre verso sinistra e, grazie al cielo, vide che il mostro lo seguiva in quella direzione, rendendogli il tutto molto più facile. Quando si rese conto di averlo portato nell’esatto punto da lui calcolato, lo spinse indietro, cercando di strattonarlo e, usando le unghie, cercò di graffiarlo sul viso, a malincuore perché vedeva sempre quel volto dolce della mamma. Le grida si alzarono sempre di più, ma cercando di non guardarlo in faccia, il bambino spinse più forte che poteva, finché sentì il vetro infrangersi in mille pezzi e il mostro che gridando precipitava giù, sempre più giù, verso la terra fangosa. Non guardò subito, rimase qualche secondo fermo, a fissare il pavimento, come scioccato per tutto quello che gli era successo e per quello che era riuscito a fare poco prima. Poi si sporse e vide soltanto una donna di circa trent’anni, che giaceva al suolo priva di vita. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca macchiando le sue labbra di un rosso acceso, come il rossetto che tante volte aveva usato. A quella vista, iniziò a gridare senza sosta e perdette i sensi poco dopo, riversandosi sul pavimento e sbattendo forte la testa. Fu trovato e soccorso la mattina seguente dal padre, che lo prese in braccio e lo portò immediatamente al primo ospedale più vicino. Si riprese dopo qualche ora, dopo aver dormito e preso alcuni antidolorifici. Quando la polizia lo interrogò per chiedergli cosa fosse accaduto quella notte, rispose di non ricordarsi quasi nulla, a parte di aver fatto cadere un mostro vestito di nero giù dalla finestra. Forse l’ingenuità, forse la botta ricevuta quella notte e i postumi di una orrenda giornata, non gli permisero di capire in quale guaio si fosse ormai cacciato da solo. Epilogo: ( da una pagina di diario del signor Dave ) 12 Febbraio 1989 Sono qui in questa camera, completamente isolato da resto del mondo. Non esco da mesi, non ho più alcun contatto né con mio padre e né con i miei parenti. Non so bene perché mi trovo qui, l’ultima volta che ho messo piede fuori da questa prigione, è stato quando due uomini grossi con una divisa azzurra mi hanno preso con la forza quasi fossi un pericolo pubblico, mi hanno portato in una sala dove c’erano tanti giudici e mi hanno trattenuto per tante ore. Poi mi hanno riportato qua. Ma è da tanto tempo che conduco questa vita. Non so più che fine abbia fatto mia madre, non mi dicono niente. Da poco mi è capitato di aver sentito, origliando da una piccola crepa, che due agenti si lamentavano ed erano preoccupati, dicendo che forse sarei dovuto essere messo in un’altra stanza, trasferito in un’altra casa. Ma io non ho idea d dove mi trovi, so solo che non posso guardare la tv, mi vietano di portare con me un coltello o qualsiasi oggetto tagliente. Mi hanno persino tolto le mie scarpe da ginnastica con i lacci, sostituendole con un altro paio diverso. Dicono che sono pericoloso. Sto impazzendo, intorno a me vedo solo muri bianchi imbottiti, morbidi. Non sono le pareti di una stanza normale, questa non è la mia casa! Quando ero piccolo vivevo in una casa bellissima con una mamma altrettanto bella e dolce, ma non so perché quella bella vita sia finita in un attimo. Ero troppo piccolo per ricordare. Qua alcuni dicono di avermi sentito parlare nel sonno, di aver raccontato di un uomo nero, dicono che è meglio se io dorma per terra, non è consigliabile che io stia solo con un letto vicino a me. Ma dico, un letto ?? Cosa può mai significare?? Credo che qui siano tutti pazzi. Mi manca mia madre, anche se sono un uomo ormai, non potrò mai dimenticare il viso dolce della mia cara mamma. Credo che l’abbiano uccisa questi due uomini che vegliano sempre su di me, appena dietro la porta. Credono forse che io sia un criminale o un pazzo assassino? Adesso devo andare, stanno aprendo la porta, sento le loro chiavi mentre rompono il silenzio continuo che veglia su questa dannata camera schifosa. Mi sembra di vedere una nuova figura, forse è un dottore che non ho mai visto, perché mi sembra di aver scorto una divisa nera, e, aspettate un attimo, quegli occhi! Anzi quei due buchi privi di vita! Ma.. non può essere.. quella è mia madre! Mi è mancata così tanto, anche se non riesco a capire perché abbia questi tratti così terrificanti. Andrò ad abbracciarla e finalmente staremo assieme. Questa è la prima ed unica pagina di diario rimasta intatta dopo che l’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato Dave, rimanesse completamente deserto. È da più di dieci anni che ormai non vi lavora più nessuno, ormai è meta turistica di alcuni drogati o dei più curiosi che continuano a raccontare in giro che si trovino ancora le anime sperdute di tutti i pazienti malati di mente e di chi ci lavorava. In quel lontano Febbraio il paziente Dave diede di matto e non riuscirono a calmarlo nemmeno le medicine che prendeva di solito. Ammise di aver visto sua madre, che in realtà era morta proprio a causa sua molti anno prima, sotto le sembianze di un mostro terrificante. Scappò dall’ospedale non prima di aver massacrato con l’aiuto di qualcuno molto più robusto di lui, e di cui non si è mai saputa l’identità, tutti i medici, le guardie e il personale dell’edificio. Ancora oggi rimane aperto il fascicolo riguardante il massacro di tutte quelle povere vittime, e se qualcuno avesse per caso visto un uomo di mezza età avventurarsi senza meta nelle vie di Farender City, è pregato di rivolgersi alla polizia. Tre mesi dopo: Dal quotidiano locale di Faerender City: L’incubo che ritorna? Ancora vittime, ancora dolore e lacrime nella povera cittadina che sembra non trovare più pace Trovate prive di vita nella loro dimora trenta persone, venti bambini e dieci adulti. Il Killer, che per ora rimane senza volto, pare si nasconda sotto i letti delle vittime più piccole, aspetti che i genitori vadano a dormire, e costringa i minori a lanciarsi dalla finestra. È un fatto agghiacciante, che lascia la comunità priva di parole e con un senso di orrore e sgomento. La polizia collega questi delitti al tremendo massacro di tre mesi fa avvenuto nel grande ospedale della zona. L’assassino è ancora libero e finché non verrà catturato, la città non dormirà notti tranquille. Articolo di Mendery Welles Manoscritto ritrovato dopo venti mesi da un ragazzino di soli dieci anni mentre tornava a casa. ‘Sono vivo, sono riuscito a scappare e nessuno sa che l’assassino sono io. È fantastico, sono riuscito finalmente a ricostruirmi una vita e ritrovare la libertà che mi avevano tolto tempo fa. Non so bene quale sia il mio passato, sono tornato nella mia vecchia casa, ho trovato la finestra ancora rotta, quella che dava sulla mia camera, e ho portato via un po’ di cose. Credo che continuerò ad uccidere un sacco di persone,soprattutto bambini, Non so bene perché, ma sono spinto da una forza oscura che mi incita a fare del male per poter ottenere la salvezza. Più riesco a mietere vittime, e più riuscirò a nascondermi sempre di più dalla polizia. Chi troverà questo scritto potrà benissimo ritenersi spacciato. Io so sempre chi legge le mie parole, e una volta fatto questo ha due opzioni, O sceglie di morire o di unirsi a me e lui.’ Il bambino che ha ritrovato quel foglio è sparito dalla cittadina appena dieci minuti dopo, il pezzo di carta scomparso dalla faccia della terra e le morti sono aumentate sempre di più, giorno dopo giorno. E così sarà sempre, perché Dave continuerà a mandare messaggi, i bambini incuriositi li leggeranno e si uniranno a lui, se non vorranno morire. Ogni tanto, quando qualcuno si ritrova da solo per le vecchie vie di Faerender City, sente la presenza di qualcuno che continua insistentemente a seguirlo, ma quando si gira per accertarsi che non sia altro che stupida superstizione, gli sembra di scorgere un ombra nera che ne precede altre dieci, venti, mille nere che attendono solo di avere la loro razione giornaliera di morte. L’uomo ride davanti a milioni di stelle, mentre, ripensando a quel lontano giorno in cui aveva sporcato il tappeto di sugo, si lascia accompagnare a casa dall’unico amico che non l’ha mai abbandonato. -Pronto?- Mostrò i lunghi denti affilati. -Si, pronto- -Si torna a casa allora- Ride e lo avvolge nel suo mantello di morte, per sempre. Per sempre. Casa dolce casa, e sotto al letto non è vero che c’è solo polvere. L’equivoco di Jeremy Hed La sera del 13 dicembre, Jeremy Hill vide qualcosa che non avrebbe mai scordato. Dalla finestra della sua camera, al secondo piano di una dimora fatiscente lungo Silver River, vide una miriade di corpi che camminava senza sosta, che correva, si dibatteva da ogni lato come se stesse cercando qualcosa. Gli faceva male la testa, gli dolevano le gambe e le braccia, si sentiva indolenzito. Un po’ come quando si esce a tarda notte e non ci si copre bene, consapevole che la mattina seguente ci si sentirà a pezzi. Forse aveva la febbre, forse si sentiva male a causa del troppo stress di quegli ultimi periodi, fatto sta che quei corpi erano lì di fronte a lui. La vita fuori da quella casa era un inferno. Bambini che correvano, che giocavano con i propri cani, che inseguivano i gatti, tutto quel rumore, quel casino. Era troppo! E poi avevano quei visi così strani… Quei ghigni così malefici e sinistri... Lui era lì, chiuso nella sua camera, al riparo dal resto del mondo. Cosa stava succedendo là fuori? Si guardò le mani, cercò uno specchio per poter capire se avesse le occhiaie, ma non lo trovò subito. Scostò una delle tende rosse che pendevano con noncuranza da un vetro sporco, e cercò di sbirciare fuori, per la seconda volta. Ancora gli stessi visi accattivanti. Vide il volto di una signora di mezza età, mentre incuriosita si voltava verso quella finestra da cui poteva scorgere un uomo sui quarantacinque anni, evidentemente in stato di shock e malattia. Non appena incrociò il suo sguardo, la vecchia signora urlò come se avesse visto il demonio in persona, e rischiò di perdere l’equilibrio finendo distesa terra, poi abbandonò le buste che teneva in entrambe le mani e scappò a gambe levate. Dalle buste uscirono fuori due confezioni di uova, di quelle grandi, una lattuga chiusa dentro una bustina trasparente, e due confezioni di Valium. Non si curò minimamente della fine che fecero successivamente quei prodotti, né del fatto che le sarebbero serviti per la cena di quella sera e per i suoi dolori lancinanti. Scappò semplicemente, portandosi entrambi le mani nei capelli, quasi strappandoseli e cercando di arrivare il prima possibile nella sua abitazione, cercando riparo. Non era normale quel comportamento, no. Dal momento in cui si era accorto che il mondo aveva subito un tremendo cambiamento, quella era la prima volta che vedeva una scena del genere. Una vera e propria crisi isterica, un eccesso di nervosismo misto a confusione e stress. Perché una donna normale avrebbe dovuto assumere un atteggiamento simile? Spostò la tenda, in modo da non poter essere visto da nessun altro, e si sedette sul letto, guardandosi le mani. Le girò in modo da avere i palmi proprio davanti agli occhi, e dio, come gli tremavano. Non aveva mai tremato così tanto in vita sua. Nemmeno quando da piccolo era scappato in preda ad un misterioso delirio nel cuore della notte, quella volta che era capitato per caso nei pressi della vecchia villa della più anziana del paese. Quella vecchia strega. Ma ora era grande, era diventato un uomo, e quel tremore non era normale, no. C’era qualcosa di anomalo nell’aria, non solo in tutto il suo corpo. Qualcosa che sapeva di putredine e di paura. La paura di non riuscire a capire cosa sta succedendo, di non poter controllare la situazione, di rischiare di morirne addirittura. Non pensò nemmeno all’opportunità di uscire fuori, di dare un’occhiata da vicino… no, non l’avrebbe fatto, mai. Sarebbe stato troppo pericoloso, non poteva rischiare di essere visto o di essere preso di mira… Per cosa poi? Lui non era un uomo normale? Se veramente c’era qualcuno che avrebbe dovuto prendere di mira qualcun altro, quello era proprio lui. La fuori stava succedendo qualcosa che non si vedeva forse da oltre mille anni, dall’epoca dei dinosauri forse.. Non era forse una di quelle scene che sarebbero piaciute ai registi dei film horror? Un uomo si alza al mattino, scosta la tendina della sua camera, e vede un mondo parallelo al suo, da temere, da evitare. Si alzò dal letto, controllò l’orario e un forte rumore proveniente dalla porta lo fece sussultare, costringendolo a sbarrare gli occhi e a dimenticarsi completamente di quello che stava per fare. Il cuore iniziò a battergli forte, per paura e forse a causa di un innalzamento della temperatura corporea dovuta alla forte febbre che era certo di avere. Si avvicinò e sentì grattare alla porta, non in modo esageratamente forte, ma abbastanza da procurargli un leggero scossone e farlo indietreggiare velocemente. Pensò che forse era qualcuno che aveva bisogno d’aiuto, forse la vecchia signora vista poco prima, ma non avrebbe voluto rivedere quel volto minaccioso, mai. Eppure fece quel che poi forse avrebbe ritenuto essere uno sbaglio, un errore madornale. Abbassò la maniglia e senza aver nemmeno il tempo di capire bene chi ci fosse al di fuori della casa, si ritrovò con un corpo apparentemente privo di vita in braccio. Era una ragazza dai capelli corvini e lunghi, gli occhi di un celeste così chiaro da poter quasi scorgere una luce demoniaca all’interno, eppure il sorriso della giovane era rassicurante, quasi allietante. Tenere quel corpo in braccio non era né rassicurante, né piacevole. La ragazza, nonostante fosse magra, aveva un peso consistente, quindi decise di poggiarla per terra e mentre cercava di proteggerle il capo con la propria mano, la sentì tossire e agitarsi, quasi fosse preda di una convulsione. - Dove mi trovo? C… chi sei? Perché sono qui?- - Shhh. Stai calma… io… non so chi sei... ho sentito che grattavi alla porta, ti ho portato qua per farti stare al sicuro… fuori sta succedendo qualcosa di molto, molto strano - La ragazza cercò di mettere meglio a fuoco, per capire con chi avesse a che fare, ma proprio quel viso che gli si parava dinnanzi, quel corpo robusto ma allo stesso tempo così troppo decadente, non le ricordava nulla. La traumatizzò il fatto che quell’uomo fosse l’unico ad averla soccorsa, che si fosse reso conto che aveva sicuramente bisogno di aiuto. Le pulsava la testa, in una maniera talmente forte da non lasciarla in pace neanche un attimo, nemmeno quella frazione di secondo in cui forse avrebbe visto che quello stesso uomo di cui stava parlando era lo stesso che ora, a soli cinque metri da lei, nell’antibagno, imbrattava entrambi gli asciugamani del suo stesso sangue. Stava avendo un esagerata emorragia al naso, e ciò che lo preoccupava era prima di tutto il fatto che non aveva ricevuto colpi, e successivamente il fatto che non era normale sanguinare per cinque minuti di seguito, senza che il flusso non riuscisse da solo ad arrestarsi. Stava andando tutto storto. E non solo adesso che aveva deciso di aiutare quella ragazza, no, dal momento in cui aveva scorto quella donna che lo guardava con fare minaccioso e preoccupato allo stesso tempo. Si girò e vide la ragazza ferma dietro di lui, sulla porta -Che ci fai qui? Dovresti stenderti.. il letto è pronto.. se hai bisogno di qualcosa ti preparo una camomilla, una tisana , vuoi? - Non disse niente, lo guardò semplicemente come se di fronte a lei non ci fosse un uomo, ma un assassino. Cos’era quel sangue? Si era reso conto che sembrava avesse appena ucciso qualcuno? -Oh,- disse lui, e mentre pronunciava quella sola parola, continuò energicamente ad annaspare e provare a fermare il flusso copioso. La voce risuonò quasi ovattata, lontana. -Non aver paura, è solo un momento, passerà. Mi è già successo varie volte, anche se devo ammetter che questa è la peggiore, ma passerà presto, tu pensa solo a stenderti, ok?- Lei non riusciva proprio a staccargli gli occhi di dosso, e non certo per ammirazione o amore, ma per il semplice fatto che tutta quella situazione era assolutamente incredibile. Non si conoscevano, lei ricordava a mala pena il suo nome, non riusciva a capire perché avesse cercato aiuto proprio in quella casa, finendo chissà dove, mettendo magari in pericolo se stessa e l’uomo che aveva di fronte. Dopo quelli che sembrarono minuti interminabili, finalmente decise di aprir bocca e provare a dialogare con lui. - Io.. non so nemmeno di cosa ho bisogno, davvero.. ho visto solo che qua avrei potuto trovare un riparo per la notte. Io credo di aver sbattuto la testa e non penso di riuscire a tornare a casa, mi sento debole.. - E mentre lo diceva si portò una mano verso la fronte scuotendo la testa a sinistra e a destra, dolcemente, quasi cullandosi da sola. Jeremy pensò che era proprio il caso di metterla a letto, coprirla bene e farle trascorrere la notte intera da lui, magari anche la notte successiva se fosse servito a farla star meglio. Si, si sarebbe preso cura di lei, della sconosciuta che aveva graffiato alla sua porta. - Senti, io ora credo di stare un po’ meglio, il sangue si sta asciugando e il flusso si sta arrestando del tutto.. vado in cucina, tu intanto sistemati per bene.. se le coperte non bastano e senti troppo freddo ce n’è una pila intera nell’armadio grande, quello a sinistra della scrivania, va bene? - -si... grazie… non credo di capire qualcosa riguardo questa sera, ma ti ringrazio davvero...- -beh, io non riesco a capire niente riguardo stanotte.. credimi.. ma ho capito una cosa importante…- Lei lo guardò sbarrando gli occhi,quasi impaurita. -cosa?- - beh, che sei diversa da tutti- -da tutti chi?<< -Da tutti loro…- -Credo di non riuscire a capire di cosa stai parlando davvero.- Jeremy si liberò dell’asciugamano, mostrando ciò che rimaneva dell’emorragia, e davvero, non era una bella scena. Tutto quel sangue che si asciugava e incrostava, la stranezza delle circostanze in cui era accaduto quell’incidente. Non vi era una sola cosa che fosse al posto giusto. Era come un puzzle con le tessere posizionate al contrario, o andate perse addirittura. <<Quello che intendo è che non sei come loro.. ho visto quei visi strani.. ho visto come ti fissano quando cerchi di guardarli solo per studiarli un po’.. e ho visto anche come riescono a farti sentire piccolo piccolo rispetto a loro<< La ragazza, che ancora non si era nemmeno presentata, continuò a non capire, a percepire una stranezza incredibile, ma cercò di non soffermarsi troppo sue queste paure infantili. Era un po’ come avere il timore di attraversare il corridoio della propria casa solo perché era andata via la luce, ad aver paura dell’uomo nero che si nascondeva dentro l’armadio. Ma tutte quelle paure erano prive di consistenza.. erano futili.. Proprio come questa. Si poteva temere un uomo gentile solo perché aveva del sangue che gli fuoriusciva senza un apparente motivo? No. Era cresciuta, non era più quella ragazzina che correva quando andava al bagno per ritornare il più presto possibile nella cucina, che ovviamente, come in quasi tutte le menti adolescenziali, era il luogo più sicuro della casa. Non poteva tornare indietro nel tempo e rigettarsi nel turbine di quegli orrori privi di fondamento. Non doveva e non voleva. Cercò di sorridergli e deglutendo, cercando di non far capire all’uomo che aveva davanti tutta la sua agitazione, cercò di non perdere la ragione, di non farsi sopraffare dal timore di essere finita in una casa di pazzi. << Beh.. io non ho visto niente di strano.. <<Cosa? Si posizionò proprio di fronte a lei, guardandola negli occhi, e la ragazza, in quell’esatto momento capì che in quello sguardo non vi era niente di buono o piacevole. Erano le iridi di un folle, senza ombra di dubbio. Le poggiò le braccia intorno alle spalle, quasi confortandola, e lei impercettibilmente spostò lo sguardo su quelle mani che la stringevano qual tanto da farle provare un brivido di repulsione immediata. << Come fai a non capire che fuori c’è l’inferno eh?<< L’inferno. Non aveva detto che la fuori c’era un forte caos, un temporale, una depressione collettiva, no. Aveva proprio detto che al di fuori di quella cornice idilliaca, si stava consumando una tragedia. Ma perché non si era resa conto di niente? Forse il suo malessere l’aveva talmente resa cieca da non farle distinguere il bene dal male? Ma era davvero possibile? A questo punto c’era da domandarsi se non fosse lei quella da definire ‘pazza’. Si allontanò senza preoccuparsi della reazione dell’uomo che si trovava ad un passo da lei. <<Io non credo che la fuori ci sia l’inferno, credo soltanto che sia successo qualcosa di brutto, come un tornado, un malessere generale, ma non credo che dovresti esagerare così, non ti farà di certo bene pensare che fuori da queste quattro mura si stia consumando una tragedia. Così diventerai pazzo! Lo capisci?<< Lui sorrise e pian piano le si avvicinò, accarezzandole il volto. Lei lo guardò con gli occhi sbarrati, il cuore le batteva talmente forte da toglierle il respiro, e non riuscì più a staccare il suo sguardo vitreo da quello del suo nuovo amico. << Tu.. tu non hai colpe.. ma nemmeno io le ho.. << Il respiro era talmente agitato che era sicura di svenire li, cadendo tra le braccia di quell’essere indubbiamente indemoniato. Non riusciva a muoversi, a spostarsi di un solo millimetro. Non poteva far nulla, non poteva nemmeno pensare di agire subito! Era la sola vittima di quella macabra situazione Proseguì il monologo privo di senso, rivolgendosi a lei come ad una musa ispiratrice, tenendole il capo dolcemente con le mani sporche di sangue. Quell’uomo si stava sciogliendo, oppure stava avendo un emorragia interna. ( Ma le emorragie implicano dei tagli, lo sai vero? ) Lo sapeva, ma non voleva sapere la verità. Non voleva pensare che avesse di fronte un morto, un essere venuto da chissà dove. Lei era finita dritta dritta nella tana del mostro, senza che ne avesse colpa. <<….. Io non riesco a controllarmi, non vorrei farti questo, ma non ho altra scelta…..e poi là fuori non è rimasto niente… << La condusse con forza verso la finestra, facendole male, incurante del fatto che la ragazza stava per crollare li su quel tappeto ormai sudicio. Non gli interessava la sorte della giovane, a lui dispiaceva solo di non averla potuta incontrare prima, di non aver potuto assaporare la sua gioventù, di non averle potuto dedicare tutto il tempo che avrebbe meritato un così bel bocconcino. Davanti a loro, a lei soprattutto, si parò un immagine degna dell’Apocalisse. La fine del mondo era ai loro piedi, e loro non potevano far altro che fissare nelle mente quelle istantanee così vive e truculente. << Adesso, hai capito cosa sta succedendo?<< Lei non rispose, non lo fece più. Ormai la lingua, la bocca, ogni muscolo facciale aveva perso vitalità e aveva deciso di sprofondare in un mutismo incurabile. Continuò per alcuni minuti a fissare quelle immagini vive, quelle persone che di vivo invece non avevano proprio un bel niente. Ne vide una che la guardava con quegli occhi vuoti e neri, mentre si leccava le labbra e posava le mani sporche di terra e sangue, mista a lombrichi e mosche, sul vetro che era il solo a dividerla dalla morte che incombeva. Si volse leggermente verso il suo ‘ inquilino tanto adorato’ e non fece in tempo a cercar di riprendere l’uso della parola, perché lui le era già addosso, pronto a sbranarla come aveva tanto desiderato fare fin dal principio. Se solo avesse potuto scorgerlo ancor meglio, non l’avrebbe più riconosciuto, perché ormai non aveva niente del vecchio Jeremy. L’unica somiglianza possibile sarebbe stata con quella della donna che l’aveva fissata con quell’aria da chi non mangiava carne umana da molto tempo. Troppo. Il sole stava tramontando, e un altro giorno andava nascendo, li su quella casa, su quella valle. La valle dei non morti. La valle di chi non ha più niente da perdere e da sperare. Al posto loro Fa tanto freddo, ho il sangue che ormai si è congelato. Sento di esser stata rinchiusa dentro un frigorifero, o un freezer addirittura. Non riesco a muovermi bene, cero di alzarmi perché voglio scoprire dove realmente mi trovo. Non oso immaginare chi può essere stato il mostro che mi ha fatto questo, non ricordo di aver mai avuto qualche nemico, o qualcuno a cui ho fatto mai un semplice torto. Aspettate un attimo! Mi sembra di sentire delle voci, no anzi, è qualcuno che urla. Si sente indistintamente una donna che chiama il proprio uomo e sembra volersi proteggere da qualcuno. DA QUALCOSA. Non posso bloccarmi qui, devo per forza uscire e, se necessario, aiutarli. Aiutarli tutti, si tutti, perché adesso le grida si sono intensificate e moltiplicate e fuori ci saranno almeno trenta persone che chiedono aiuto. Cosa sta succedendo? Forse qualcuno mi ha drogata, messa qua dentro per non scoprire la verità? Ho fame maledizione! Ma non c’è niente da mettere sotto i denti! Io sono vegetariana e anche se avessi di fronte a me della carne, preferirei morire, piuttosto che cibarmi di animali morti. Spero che chi mi ha messo qui conosca bene le mie preferenze e i miei modi di vivere, che abbia avuto la pietà di lasciarmi qualcosa da mangiare, perché penso che potrò resistere ancora per poco. Lo stomaco inizia a brontolare sempre più forte, mi accascio a terra e, dunque, i miei tentativi di alzarmi e fuggire sono assolutamente vani. Almeno per ora, perché ovviamente non mi darò per vinta, no questo mai. Ho sempre combattuto e lo farò anche adesso, nonostante le mie gambe siano insensibili e non riesca a trascinarmi per tre metri di fila. Cosa mi avete fatto eh? Bastardi! Se dovessi raggiungervi e acchiapparvi.. io.. io.. Io cosa? Devo smetterla di parlare a qualcuno che potrebbe essere lontano, morto, o addirittura inesistente. Magari ho perso la ragione e mi son chiusa qua dentro, son svenuta, e ora me la prendo con gli altri. Gli altri che non mi stanno nemmeno pensando, e anzi, stanno raccogliendo pensieri e forze per andare via, per mettersi sicuramente in salvo. In salvo da cosa? Lo scoprirò presto. Dio, ho tanta fame! Il peso del mio corpo tende a farmi cadere ad ogni passo che faccio nonostante sia abbastanza magra, e sento come se i miei piedi siano tenuti ben stretti da una fune e poi qualcuno stia tirando, compiacendosi della sua vittoria, e quindi, della mia fine. Riesco, urlando dal dolore, ad issarmi in piedi ma non ho le forze per rimanere dritta ed essere vigile nel caso qualcuno mi attacchi. Senza dubbio presto morirò e forse il mio corpo verrà ritrovato tra mille anni, dagli archeologi e dagli speleologi! Mi sembra di vedere una forte luce provenire dalla lunga cavità davanti a me.. Sembra la gola di una vecchia caverna, ma dove diavolo mi hanno trasportato?? Sento le stesse voci di prima, ora farsi sempre più vicine e attente. Quasi mi aspettano, lo sento. Oh finalmente forse qualcuno mi darà qualcosa da mangiare! Un ragazzino corre verso di me, ma riesco a vedere solo l’ombra leggera proiettata sulla parete di fronte al mio sguardo vacuo. Non vedo bene, ho troppa fame e quindi le mie risorse ed energie sono al limite. Avrei bisogno di un pasto sostanzioso, che mi tenga ben vigile almeno per qualche ora. Ma, a pensarci bene, è davvero strano perché io in tutta la mia vita non ho mai avuto una fame così esasperante! Nemmeno gli orsi che si svegliano dal letargo credo che abbiano la voglia e l’interesse morboso di azzannare il primo passante che capita li per caso. Mi sento come un animale selvatico, anzi, molto peggio, molto più selvaggia di qualsiasi lupo o tigre. Ucciderei pur di avere un tozzo di pane o un po’ di riso. Al solo pensiero di addentare qualcosa, lo stomaco mi richiama con il suo brontolio. Cercando la mia attenzione e attendendo il cibo, che non posso procurargli. Sbarro gli occhi nel momento in cui di fronte a me si parano diverse persone con delle armi tenute ben salde sulle loro spalle. Cosa volete? No, no non riesco a parlare, provo a parlargli ma emetto solo dei suoni gutturali e spaventosi. Del sangue mi sgorga dalla bocca, e il suo sapore metallico,m stranamente mi piace. Avanzo verso di loro, lentamente, e ad ogni passo che faccio, loro caricano le loro pistole, i loro fucili. Hanno addirittura le mitragliatrici e un signore di mezza età tiene in mano una granata. Sicuramente vogliono portarmi in salvo, darmi da mangiare e far saltare in aria questo orrendo posto. Penso che sia un luogo malvagio, come quelle case che solo a vederle dall’esterno ti fanno accapponare la pelle, silenziosamente ti parlano e ti sussurrano cose orribili. T i dicono che è meglio che tu vada via, se non vuoi impazzire. Ti fanno capire che se suonerai, troverai un maggiordomo privo di vita ed un pranzo non tanto succulento. Sono quei posti in cui la vita non è mai stata vissuta davvero. Adesso sento un forte dolore, ma non muoio. Non cado a terra come dovrebbe succedere a tutti noi. Mi hanno appena sparato all’addome eppure continuo ad avanzare verso di loro, imperterrita voglio chiedergli aiuto, voglio spiegazioni, e se necessario, voglio rimproverarli per non avermi raggiunta prima. Dopodichè mangerò qualcosa. Si, mangerò qualcosa di buono. Un uomo grida contro di me e mi punta il fucile dritto verso la testa, proprio sulla mia fronte. Le lacrime mi scendono copiose, cerco di dirgli qualcosa ma lui si spaventa, sussurra un <<O mio Dio, è proprio una di loro << e, seppure a voce bassa, proprio mentre stò per andarmene via, per lasciare per sempre questo mondo, sento un’altra voce, quella più preoccupata, di una donna di quarant’anni che al limite delle forze dice << Sparale David! Non vedi che è come loro? È una Zombie! Avanti, sparale!<< Il buio mi invade, non sento più il dolore allo stomaco e mentre cado, l’unico impulso che provo è quello di lacerare la carne a queste malvagie persone che ho di fronte. Non sapevo di essere un non-morto, non ho colpe di niente. D’altra parte non posso nemmeno dire a questa gente che io in vita mia non ho mai desiderato della carne come ora, e che per colpa loro, dovrò morire a stomaco vuoto. Io se fossi al posto loro, non sparerei, ma purtroppo io posso stare solo al posto mio, e vi giuro che non è un posto per niente piacevole. L’hotel del delirio Stanza 456. Ho deciso che prenderò proprio questa, ma non perché abbia un amore particolare per i numeri o perché mi ricordi un appuntamento, una data o altro. No, semplicemente perché se avessi scelto una camera con meno numeri, sicuramente sarei stato rintracciato con minore difficoltà. E io voglio lavorare in pace e silenzio. DO NOT DISTURB. Già dall’esterno avevo capito che quello era il posto perfetto in cui trascorrere una lunga nottata, e d’altra parte avevo un sacco di lavoro arretrato! Dovevo finire di scrivere la tragedia che cercavo di proseguire da ormai parecchi mesi, ma non riuscivo a concentrarmi. Non con Jessica al mio fianco! Quella stronza era davvero una maledetta! L’ho capito troppo tardi, ma adesso che mi ritrovo qua da solo, con la radio che passa i migliori pezzi rock in circolazione, sulla mia vecchia scatoletta d’acciaio, sto divinamente bene. Lei, Jessica intendo, ovviamente parlerò solo di lei.. Non ho avuto altre donne al mio fianco.. Pardon, intendevo altre donne cosi maledettamente sexy e allo stesso tempo stronze e insopportabili quanto lei. L’ho odiata e amata allo stesso tempo. D’altra parte non si può fare a meno della pioggia anche se poi ci si porta dietro l’ombrello, non è vero? Lei era una di quelle che ti rompono le scatole ogni secondo.. Togli i piedi dal letto.. Non salire con quelle scarpe! Quante volte me l’aveva detto? Questa casa non è un albergo! Beh, adesso mi trovo al Degen Hotel, ad un passo dalla città proibita, City of the devil. La città in cui si dice che spesso i turisti facciano una brutta fine.. Io non sono uno di loro, e vi spiegherò brevemente perché Primo: Non sono un turista Secondo: Non farò MAI una brutta fine La brutta fine l’avrei fatta se avrei continuato a sopportare Jessica. Quante volte mi aveva minacciato, dicendomi che se avrei continuano a sporcarle casa con le mie schifezze ( come le chiamava lei, ma io in realtà le adorava quelle bestiole) che erano poi degli insetti, lei avrebbe bruciato tutti i miei dattiloscritti, come se su quel fuoco non ci fosse finita tutta la mia carriera, ma solo due stupidi fogli di carta,. Vi rendete conto che affronto??! Questa macchina è davvero confortevole, per questo motivo sono ancora qua , seduto sul mio vecchio tesorino mentre stringo il volante per paura che mi sfugga di mano e faccia i capricci. Lei vuole che io scenda e che metta a posto ogni cosa. Questa notte ho dei compiti davvero particolari e interessanti. Vi ho già accennato al mio interessamento per la scrittura, bene. Non vi ho detto però che provo un amore smisurato anche nei confronti del macabro, del sangue. Credo di esser stato un ematologo in una precedente vita, ma chi lo sa. E, ovviamente.. Ogni interesse, ogni minima o massima predilezione verso qualcosa, tende a diventare un ossessione quando viene stuzzicato dall’altra parte. In pratica è una sorta di ‘ Non giocare col fuoco perché altrimenti ti bruceresti’ Ecco.. Evidentemente le mie perversioni, o semplicemente le mie manie, trovano le giuste prede. Quelle persone che senza avere un briciolo di cervello o ancora meglio, il senso della misura, riescono a mandarmi il cervello in corto circuito. Jessica, ovviamente non c’entra niente in tutto questo. OVVIAMENTE. Vi dico che questo albergo è davvero bello! Finalmente mi decido a scendere, apro la portiera ed estraggo l’altro mio dolce tesorino. Una macchina da scrivere nera, antiquata, che era appartenuta probabilmente a mio nonno materno. Dico ‘probabilmente’ perché nessuno mi ha mai raccontato la vera storia di questo magnifico gioiellino, ma avendola trovata nella grande biblioteca di mio nonno, piena di polvere e con sopra un foglio spiegazzato in cui si riassumeva il nostro albero genealogico, beh non posso certo pensare che si arrivata da un altro pianeta. E si quel foglio c’era sicuramente qualcosa che avrebbe impressionato i lettori più attenti o quelle persne che non riescono ad andare al bagno senza tentare di guardarsi alla spalle per paura che una mano con degli enormi artigli le stia per afferrare. Non sono cose che dovrebbero leggere i più suscettibili. Si parlava della nostra famiglia, I Valendon Certher, nobili dal sangue più che blu.. con forse qualche legera sfumatura di azzurro, a voler essere poetici. Cosa c’è di tanto interessante e allo stesso tempo pauroso nel tenere in mano un foglio così apparentemente innocuo? Beh ve lo dirò adesso. O meglio lo capirete quasi da soli.. Ma io sono qui per guidarvi in questa lunga notte, in questa lunga avventura.. E vi ho scelto perché so che mi potrete capire perfettamente.. so che avete quell’animo sensibile che vi caratterizza e vi tiene uniti a me.. come la cruna, l’ago e il filo. Il trio perfetto.. IL TRIO. Esatto.. ho citato tre persone… tre cose... TRE. Che numero perfetto! Sul foglio, ( lasciato lì appositamente per esser trovato da qualcuno, e soprattutto da me!) si parlava di una forma di malattia mentale non ancora scoperta dai migliori psicologi in circolazione. Mio nonno Hansel ne era affetto da parecchi anni e nonostante tutto continuava a far finta di nulla, voleva tacere al riguardo, mentre in famiglia avevamo un uomo che diceva di voler uccidere la propria moglie solo perché vedeva in lei il demonio. Vi rendete conto? Nell’ultima parte del foglio erano elencate le varie teorie di mio nonno ( pace all’anima malata sua) secondo le quali la donna che aveva tanto amato e che considerava tanto affascinante quanto brillante, era diventata il suo nemico numero uno. Lui, classico uomo che prediligeva la sua biblioteca a qualsiasi locale o bettola, non avrebbe mai accettato i consigli di quella moglie che ormai era diventata solo un peso enorme, un macigno da non poter più sopportare. Non più. Nella pagina ( nelle ultime tre righe) si accennava al fatto che mia nonna lo avesse minacciato, colpendolo al cuore.. nel profondo della sua anima e del suo lavoro. Lui aveva sempre dedicato la maggior parte della sua vita e almeno tre ore al giorno, alla passione per la scrittura. Non vedete qualche rassomiglianza con il mio modo di fare? Vizio di famiglia! Mia nonna voleva che lui uscisse almeno qualche sera, oppure che guardasse le meraviglie del cielo attraverso l’enorme telescopio che gli era stato regalato da suo padre, Sir Gerard Certher, grande astronomo e illustre geofisico. Ma lui non ne voleva sapere, per lui sprecare le sue giornate nel fare altro che non fosse dedicarsi totalmente alla scrittura, era come morire di una morte lenta e dolorosa. Preferiva chiudersi in camera, non parlare con nessuno almeno per quasi tutta la giornata, e sfornare saggi, manoscritti in cui parlava della storia del suo popolo, e tra tutti questi suoi scritti, aveva pensato bene di lasciarci una traccia che facesse capire a tutti chi erano i Certher! Così un domani quel grand’uomo non avrebbe avuto nessun segreto, soprattutto con il suo primo nipote. Molto intelligente il vecchio..molto. Da quel foglio si capiva benissimo che la famiglia a cui appartengo non aveva niente di normale, no. Anzi, nemmeno Sigmund Freud avrebbe accettato di analizzarci uno per uno, perché avrebbe messo a repentaglio la sua vita e soprattutto al sua preziosa sanità mentale. Mia nonna fu ritrovata murata, con uno squarcio di almeno cinquanta centimetri sul dorso e nella schiena, dovuto probabilmente sia al furore dell’assassino ( ovviamente sapete chi è, suvvia) che al crollo improvviso di quasi tutte le mura che circondavano la cantina. Sembrava che i muri stessi, per non dire tutto il livello, stessero agendo sotto l’influsso negativo di mio nonno, che sicuramente era sotto il dominio di qualche diabolica maledizione o forza demoniaca innominabile. Adesso sapete molto sula mia famiglia e quindi anche di me.. Eppure ancora non abbiamo trascorso quel tempo che io ho in mente di passare con voi. Perché sapete, stamattina mi sono svegliato di buon umore, mi son messo il mio dopobarba preferito, ho fatto colazione con i dolcetti preparati da Jessica.. ( ovviamente li ha preparati un po’ di giorni fa, anche se io preferisco quelli di giornata) e tutto questo perché volevo essere pronto per voi. Voi e solo voi. Chiudo la portiera, mi incammino verso l’entrata e sento un dolore acuto alla schiena.,Beh ma è abbastanza normale.. D’altra parte in una mano tengo una valigia in cui non vi dirò mai cosa c’è dentro TOP SECRET. E nell’altra, la macchina da scrivere che amo da morire.. è un po’ come Jessica, solo che quest’ultima l’ho sempre trattata con i GUANTI. Come è giusto che una donna debba essere trattata. Soprattutto quando si tratta di una donna che ti ha sempre sostenuto, proprio come la mia. Senza dubbio. Entro nella hall, socchiudo gli occhi e riesco a vedere il receptionist che, quasi assonnato, sfoglia le ultime pagine del giornale. Sembra la gazzetta dello sport. Mi avvicino, gli sorrido e lui risponde cortesemente al mio saluto, dopodiché mi chiede che numero di camera desidero. -La 456, - Lui abbassa lo sguardo su una pila di nomi, di numeri e chissà cos’altro, e fa un cenno abbastanza chiaro. Quella camera purtroppo è già occupata. -Spiacente signore, ma la camera è già stata presa da una coppia, proprio pochi minuti fa.. Dovrebbero essere ancora su nel corridoio.- Lo guardo e sorrido. Ovviamente avrò lo stesso ciò che voglio. -Signore, sta bene?- Mai stato meglio! -Certo, mai stato meglio di così- -Ah , bene… allora vuole che le dia un’altra stanza o va via?- -No no, ormai ho deciso che questo è l’albergo che fa apposta per me.. sa soprattutto quando si deve celebrare qualcosa di importante- Lui socchiude gli occhi, aggrotta le sopracciglia e proprio non riesce a capire cosa io voglia dire. Decido di aiutarlo perché vedo che è curioso e forse anche spaventato. -Beh niente di necessariamente importante, solo che ho deciso di terminare la mia tragedia qui, in una delle vostre lussuosissime camere- Non mi risponde, allunga il collo e guarda con terrore la borsa che tengo in mano. Forse pensa che io sia un killer e che lo voglia fare fuori in un secondo, ma si sbaglia. Io voglio solo fare il mio lavoro e dopodiché me ne andrò a casa e tanti saluti! Vedo che sbarra gli occhi, quasi gli cadono per terra, e poi mi guarda -La.. la sua tragedia?- - Ma non starà mica pensando che io sia una persona cattiva? Ecco guardi…- Faccio per estrarre la macchina da scrivere, quando mi rendo conto che l’uomo sta per chiamare la sicurezza, fa per sollevare la cornetta, quando io finalmente estraggo il contenuto. In mano mi ritrovo una calibro 22, nuova di zecca. Non avrei voluto mai arrivare a questo punto, ma vedete tutti.. tutti siete spettatori e non potete dire che io non abbia ragione.. vedete che quest’uomo è identico al Jessica. Non crede a ciò che sto facendo.. Dubita, sospetta di me.. Volevo solo quella stanza, non me l’ha potuta offrire, credeva che stessi per commettere una tragedia e invece volevo solo parlargli del mio futuro best seller ( son sicuro che verrà tradotto in almeno venti lingue) Ecco, non ha creduto in me Lui fa cenno di no con la testa, ma ormai è troppo tardi. Spero che i due coniugi al piano di sopra non abbiano figli, perché non voglio che succeda la stessa cosa. Voglio la pace nel mondo, non al guerra! Eppure mi costringono a farli fuori, vi rendete conto? È pazzesco, eppure vogliono morire, sono loro che chiedono di farla finita. Non mi crederebbe nessuno, se non ci foste voi a testimoniare. Miei grandi amori! Sparo, grazie a Dio ho il silenziatore, perché non voglio dover affrontare avvocati, tribunali e altre disavventure. Basta un colpo, alla testa, e il receptionist non esiste più. O meglio, sembra quasi che abbia deciso lui di non esistere più. Gli metto la pistola tra le mani e prego per lui. Chiunque lo vedrà penserà che era depresso e che non poteva più vivere in quel modo. Forse la moglie l’aveva lasciato, forse l’unica via d’uscita era proprio la morte, ed ecco pronta, servita su un piatto d’argento. Adesso il receptionist non mi avrebbe più fermato. Non voglio un’altra camera, voglio quella dove ci sono i due piccioncini. Inizia a farsi pesante.. sia la situazione che la borsa che tengo al mio fianco. L’altra, dove c’è il misterioso contenuto, non pensa più di tanto.. o meglio prima quando era in un’altra circostanza SI CHE ERA PESANTE! Non al si poteva proprio reggere… Ma adesso, è tutto diverso. Sbuffo, stanco e voglioso di completare l’opera, e mi avvio verso l’ascensore. FUORI USO. Dannazione! Dovrò stancarmi maggiormente, usare le scale e poi concentrarmi per bene. Niente deve andare storto! Salgo la prima rampa, arrivo alla seconda, e tendo bene l’orecchio verso la mia sinistra. Si, sono le voci di una donna e di un uomo.. e non sembrano esserci poppanti. Bene, il mio piano sta andando sempre meglio! Proseguo, e finalmente vedo l’incisione sulla porta. 456 Bel numero.. lo potrei anche giocare. Dopo, dopo. Adesso devo giocare in un altro modo. Sicuramente i giovani sposini si son ben chiusi all’interno, perché la porta sembra addirittura blindata. Ci sarò il solito cartellino con la scritta DO NOT DISTURB, la musica che fuoriesce da un grammofono, lei che si prepara in bagno e si fa bella per lui. Bene, ora entra in scema il terzo incomodo. Busso e non mi viene ad aprire nessuno. Cerco di guardare dallo spioncino e ,mi sembra di vedere un letto matrimoniale completamente disfatto, con un copriletto bianco con rose blu. Un uomo si sta accendendo una sigaretta e si intravede la porta del bagno semichiusa. Proprio come avevo pensato, solo che manca la musica. Busso di nuovo ( questo è sordo!) e subito dopo, quasi in contemporanea, quasi mi catapulto all’interno della camera attraverso lo spioncino. L’uomo si sta avvicinando alla porta, con quel suo accappatoio blu., Orrendo. - Chi è?- Mh, non è uno di quei tipi che si fidano subito, non è uno di quelli che aprono non appena sentono qualcuno bussare alla porta. Diciamo che poteva anche essere meno diffidente, però si sa di questi tempi.. la prudenza non è mai troppa, soprattutto in albergo. Tossico cerco di raggiungere un tono di voce più austero, una voce più grossolana e autoritaria -Servizio in camera- L’uomo all’inizio non risponde, poi sorride e capisce che la moglie deve aver ordinato dello champagne per festeggiare la loro prima notte di nozze. Che moglie! Apre e si ritrova la calibro 22 puntata sulla tempia. -Non dire una parola- -.. v.. va bene.. ma chi cazzo sei? Si può sapere?- -Stai zitto.. Dimmi dov’è tua moglie..- -Non.. t..- Dal bagno, con voce quasi ovattata, quasi arrivasse da una tomba o dall’altra stanza accanto, la moglie tutta contenta cerca di intromettersi. -Tesoro, è il cameriere? Era una sorpr..- Rimane zitta, ferma, con i capelli fradici che sgocciolano sul tappeto ( blu anch’esso, sembra che questo albergo ami alla follia il blu, c’è da domandarsi se da un momento all’altro non sbuchi fuori Barbablù o il Grande puffo.) -Lei chi è? - -Io, non voglio niente.. voglio solo questa stanza- Lei fa per alzare la cornetta del telefono ( è peggio del tizio a cui ho sparato poco prima, tutti che si buttano a capofitto sul telefono come se tenendo in mano al cornetta abbiano appena impugnato un Winchester, e invece non hanno capito che così facendo riducono al massimo i loro ultimi minuti di vita) e io prontamente la blocco perché non voglio che qui dentro inizi ad esserci troppa gente. Sicurezza, camerieri ( veri!) poliziotti. Niente di niente. Cerca di divincolarsi, ma la reggo piuttosto bene,la tengo stretta a me e in un attimo un rumore sordo, un colpo secco e inaspettato invade la stanza. Un rumore come di un piccolo ramo che viene spezzato. Solo che in questo caso è il suo collo. Adesso non cercherà più di dibattersi e soprattutto non tenterà più di asciugare quei suoi meravigliosi e licenti capelli. Ora entrambi giacciono per terra, inermi, assolutamente innocui o invadenti. Adesso sono solo.. Anzi, non proprio.. Più che altro ora mi ritrovo solo con il mio compito.. Mi avvicino alla sacca, poggio la macchina da scrivere con tanto di fogli sul tavolo che trovo proprio accanto a me e poi… Apro la seconda borsa, quella tanto misteriosa.. e inizio a togliere il contenuto, più che altro non è che proprio metto le mani all’interno come ho fatto poco prima, no, adesso capovolgo il contenuto, lasciando che raggiunga il terreno da solo, senza l’aiuto delle mie mani. Credetemi, se anche voi foste al mio pasto, fareste assolutamente al mio stesso modo, non osereste toccare niente, nemmeno una sola porzione di…. Non posso rivelarvi nulla, per ora. Ma state tranquilli, perché mancano pochissimo ala verità, forse vi ho trattenuti troppo, miei cari amici, vi avrò fatto perdere tempo, avrò fatto bruciare la vostra cena..Non so, spero solo che mi vogliate ancora accompagnare in questo mio ultimo lavoretto. Devo ammettere che siete stati molto pazienti, si, devo proprio riconoscere che mi avete meravigliato! Vi ringrazio per essere stati sempre con me.. Vi ringrazio vivamente.. E adesso.. Mi siedo, poggio le mani sulla macchina da scrivere, posizioni il primo foglio e iniziare a comporre le ultime pagine del mio macabro capolavoro.. La donna della mia vita quella stronza che ho amato e odiato, non vive più tra noi.. Questo ormai era chiaro mi sembra, no? Beh comunque per coloro che avessero pèerso qualche piccola parte di questo mio ‘documentario’ posso dirvi che ormai Jessica appartiene alla terra, ai vermi e alle preghiere della madre, una stronza identica e spicciata a lei. È bastato colpirla e poi mettere il corpo in una sacca, in una grande busta nera prima di tutto! E poi, nel cuore della notte è bastato mettere il tutto nel cruscotto e andare via, lontano.. nel cuore della notte. Mentre scrivo ( e mentre vi parlo, quindi) sporgo un attimo, giusto per un secondo, la testa verso la finestra che da proprio sulla panoramica di Vester Street con tutte le sue luci magnifiche e luminescenti. L’alba si sta affacciando, assieme a me e alle mie ultime tracce. Mi ci è voluta una settimana intera per organizzare l’omicidio, non perché non fossi pratico, ma semplicemente perché per lei volevo IL MEGLIO! E ogni uomo che leggerò questo mio racconto, questa mia grande, enorme TRAGEDIA! Mi capirà benissimo.. Perché ogni uomo che abbia mai veramente amato da morire, vuole sempre il meglio per la propria donna! E così ho fatto io.. Quella dolcissima stronza era sempre stata la moglie perfetta, ma non sapeva con chi aveva a che fare ovviamente.. Non sapeva che il pazzo che aveva sposato era strettamente legato a suo nonno, quel sadico che aveva distrutto la sua famiglia e ucciso sua moglie perché aveva smesso di credere nelle sue capacità. Jessica mi aveva chiaramente detto che avrei dovuto abbandonare il mio lavoro, quello che lei considerava una perdita di tempo e addirittura ( Dio, mi sembra si rivederla ancora oggi) una volta, mi aveva sfidato dicendo che al massimo in tutta la mia vita avrei venduto stupide fiabe per bambini. Solo che adesso, chi si diverte sono io, e non più lei. Lei adesso è proprio a fianco a me, e io sorrido mentre la guardo fisso negli occhi. Mi vede, io lo so che riesce a spiarmi anche se non può farmi l’occhiolino o ribadirmi che devo lasciar perdere la mia carriera da scrittore decisamente fallito. Intanto, mia cara Jessica, quella che è stesa per terra, irriconoscibile, sei tu, e non io! La fallita chi è ora eh? Io mi diverto a finire la mia tragedia, quella che so che mi darà il pane per almeno vent’anni, mentre tu non mangerai più nulla perché non potrai! Anzi, sarai cibo per i topi e per gli insetti.. Dentro la tua sacca nera, con solo gli occhi che sporgono all’esterno, quasi come due bottoni che sono sfuggiti al filo che non vuole rincorrere l’ago, mi guardo come se stessi ancora facendo qualcosa di male. Ancora vorresti alzarti, venire ancora più vicino, strapparmi il foglio di mano e buttarlo dentro al fuoco.. e invece no, mia cara. Adesso, che finalmente la tragedia è stata scritta, tu te ne starai per sempre sotto terra a marcire. E poi guardati, sei a pezzi.. non ti reggi nemmeno in piedi, mi fai proprio pena. È stata la fine che ti sei meritata! Lurida Bastarda, almeno impari a non aver dato fiducia in quelle che dicevi essere ‘il tuo amore per sempre, nella buona e nella cattiva sorte’ Jessica non è altro che brandelli di carne, misti a polvere e scarafaggi che cercano di addentarle i piccoli ciuffi di capelli che fuoriescono dalla grande busta nera. Sei spazzatura ormai.. Non meritavo di non essere creduto o di non essere preso sul serio, mentre tu hai meritato tutto questo, stronza! I pezzi di quella che era stata mia moglie giacciono per terra, accanto ai corpi ancora freschi e coloriti dei due coniugi. Ringrazio Dio che non avessero dei figli! Dio mio, non sarei mai riuscito a lasciare questa stanza sapendo che avrei avuto le mani sporche di sangue innocente! Bene , adesso avete un nuovo libro da poter leggere in ogni momento della giornata, anche se vi consiglio vivamente di leggerlo di notte, proprio prima di andare a dormire. Vi consiglio anche di tenere la luce accesa subito dopo, perché altrimenti potrei non trovare la via di casa vostra, almeno non facilmente.. E d io non voglio che il nostro rapporto si interrompa cos’ bruscamente.. Non è forse vero che oggi giorno le amicizie sono incredibilmente difficile da coltivare? E allora, perché sprecare un così speciale incontro? Vi prego di leggere questa mia tragedia, sperando che le cazzate che mi ha sempre detto Jessica, non escano anche dalla vostre bocche, anche perché sapete già che fine fareste, in tal caso.. Non è vero? Siete stati testimoni di un documentario sul mestiere diciamo.. Della ‘giornata tipo’ di un uomo che ama scrivere.. a modo suo.. forse mettendoci tutta l’anima.. ebbene si.. amo talmente tanto il mio mestiere sarei disposto ad uccidere pur di non smettere mai.. Ma questo, ovviamente rimarrà tra me, e voi miei cari. Mi guardo intorno per l’ultima volta, i tre corpi sono a terra, come in attesa di qualcuno che porti loro un po’ di buon vino.. Sicuramente il ragazzo della reception non potrà andare a fargli visita.. Almeno finché non si rincontreranno in un’altra vita. Esco dalla stanza, 456. Bei numeri,credo proprio che potrei anche giocarmeli.. Beh adesso almeno non ho impegni per domani mattina, e quindi posso benissimo fermarmi al primo bar che incontro. Mi lascio alle spalle tutto, l’albergo, la mia tragi-vendetta e tutto ciò che vi ho raccontato.. Ma, ovviamente non mi lascio alle spalle voi, miei lettori numeri uno. Vi saluto.. e a presto. P.S ricordate solo un’ultima cosa.. la pazzia è contagiosa. Addio, e non abbiate paura di leggere ciò che amate. Incubi. -Lei mi sta dicendo che non dorme da due settimane?- Il medico era esterrefatto. Aveva già avuto a che fare con parecchi pazienti che non riuscivano a dormire per diverse notti consecutive, ma questa volta era davvero senza parole. Due settimane sono un lasso di tempo piuttosto breve, certo, ma non per un paziente che soffre di insonnia. Non dormire per oltre tredici notti poteva avere delle gravi conseguenze, e prima tra tutte, quella di avere dei problemi cardiovascolari. Il cuore avrebbe cessato di battere se il ‘ proprietario ‘ si fosse privato del sonno per tutto quel periodo, un bisogno primario quasi quanto quello di cibarsi. -Si,- rispose il paziente, -Non dormo da tutto questo tempo, perché non si vede forse?- Il medico lo guardò meglio, non che ancora non lo avesse già visto abbastanza durante quei dieci minuti appena trascorsi, ma ora che gli aveva raccontato qual era il vero problema, il dottore si rese conto che era peggio di quanto gli era sembrato non appena quell’uomo aveva varcato al porta e sdraiatosi sul lettino. Gli occhi erano iniettati di sangue, il corpo era piuttosto gracile, sintomo che l’uomo non mangiava più come prima e che la mancanza di sonno ( che dovrebbe essere intorno alle otto ore, di norma) lo stava consumando lentamente. Agli occhi del dottor Heller, specializzato in malattie mentali e nervose, quell’uomo era una specie di zombie. Appariva troppo stanco, come un uomo che era appena tornato da una battaglia durata quaranta giorni senza un attimo di tregua. Gli faceva pena, perché, anche se non lo conosceva e anche se un medico deve sempre mantenere la sua massima professionalità, quell’uomo avrebbe provocato tenerezza anche ai nazisti, senza dubbio. -Allora.. signor.. - Chiuse gli occhi ma proprio il suo nome non gli veniva in mente. Lo aiutò, vedendolo così in difficoltà, -Signor Salter- -Oh si, è vero! Allora Signor Salter, mi vuole spiegare com’è iniziata questa insonnia? Cioè come si è accorto che c’era qualcosa che non stava più funzionando bene ecco.. Perché ovviamente lei è conscio del fatto che un uomo normale non può privarsi del sonno per tutto questo tempo, vero? - -Bhe certo.. ecco, io .. sembrerò strano, son sicuro anzi che lei non mi crederà nemmeno.. eppure..- -Eppure io sono qui per questo, mi creda.. Per aiutarla non per giudicarla.. io cercherò di capire qualsiasi problema l’affligga.- -Grazie.. ecco..- Il medico lo bloccò solo un momento.. -Vuole un bicchier d’acqua per caso?- - Oh, molto gentile.. ma no grazie!- Gli sorrise e lo incitò a proseguire -Ecco, come le stavo per dire.. Tutto è iniziato due settimane fa appunto.. Ecco, io conduco una vita normale, niente eccessi..- -Ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti, per caso?- -Dio, no.. non sono mai stato attratto da questo genere di cose, anzi ho sempre cercato di inculcare il mio stesso modo di pensare, nella testa di mio figlio.. che invece.. beh- Fece un gesto come per intendere che era meglio lasciar stare e cambiare argomento, e il medico fece un cenno di consenso. Chiaramente aveva capito che il figlio era morto a causa della droga, e che quindi non c’era bisogno di fare tanti giri di parole. -Non c’è bisogno che lei vada oltre, ho capito perfettamente- e gli sorrise in modo triste. Il paziente fece un profondo respiro, chiuse gli occhi come per cercare di scacciare quel pensiero dalla mente e continuò a raccontare tutto ciò che doveva assolutamente dire al medico. - Ecco, io non so bene come e cosa mi sia successo.. so solo che una notte mi sono svegliato di soprassalto, come se un peso enorme mi avesse invaso il corpo, come se una mano enorme.. Ha presente quei vecchi film dell’orrore?- Il medico fece un cenno approssimativo e lo invitò in poche parole a non perdersi in stupidaggini. - Ecco.. come uno di quegli enormi artigli.. un dinosauro.. o King Kong! Il gorilla.. una manona del genere.. che però non mi ha trattenuto in alto e non ha mi ha posato su di un grattacielo perché ero l’amore della sua vita, no mi ha ridestato dal sonno e non mi ha più permesso di dormire per tutto questo tempo.- L’aria si era fatta abbastanza pesante e il medico andò ad aprire la finestra, deciso sul fatto che quell’uomo lo stava mettendo abbastanza a disagio, lo stava come si può dire.. Contagiando? Non proprio.. perché lui non era un medico generico, non aveva a che fare con nessuna malattia contagiosa, quest’uomo non gli stava esponendo un problema di allergie, un virus preso chissà dove o in un viaggio in un luogo esotico. Lui si era soltanto recato nel suo ambulatorio per raccontargli la sua disavventura.. ma non c’è da temere quando si parla di queste cose, semplicemente perché rimangono li e basta.. Se ne vanno assieme al paziente che richiude la porta alle sue spalle e se ne torna a casa sua, magari con il mal di testa, ma almeno è ben lontano dal medico che ha cercato di curarlo. Questa era una sorta di ‘estrema suscettibilità’ lui non stava di certo avendo paura, anche perché ancora non aveva quasi raccontato praticamente niente, ma era bastato quel poco perché il medico capisse che era un caso che trascendeva la normalità di tutti i giorni.. Decise comunque che ormai l’avrebbe ascoltato fino alla fine, nonostante le conseguenze. Hey aspetta! Quali conseguenze? Questo è sempre stato il tuo lavoro, hai sempre ascoltato i pazienti che avevano ogni sorta di depressione, male incurabile. Non ti ricordi forse di quella volta in cui una ragazza accompagnata dalla madre, ti aveva supplicato di esorcizzarla affinché scacciasse dal suo corpo e dalla sua mente, il demonio? E tu, anche in quel momento non avevi perso al testa, avevi detto, con un sorriso, che lui non era un prete e che se voleva essere aiutata l’avrebbe anche accompagnata in chiesa, ma lui non poteva fare altro. Ma questo, e tu lo sai bene, vecchio mio, non è un caso da cui ci si può sbarazzare così da un giorno all’altro. No, no. Questa è roba seria, che ti gela il sangue, e forse la finestra non era il caso di aprirla. Un cornacchia nera si posa proprio sul cornicione e il medico quasi grida riparandosi il volto con entrambe le braccia. -Sta bene?- Se lo chiede anche lui, ormai. Non riesce a controllarsi, il racconto di quell’uomo gli ha messo una fifa addosso che ormai non riesce nemmeno più a parlare. Deglutisce e cerca di respirare profondamente, per non dare l’impressione di essersela appena fatta addosso -Non si preoccupi, è stato solo un incidente.. una cornacchia si è posata qui sopra e avevo paura che stesse per entrare.. sa ho paura degli uccelli.,soprattutto neri.. - -Beh, le cornacchie hanno la buona fama di togliere gli occhi alla gente, e i corvi di fare da tramite tra i morti ed i vivi.. ha ragione a detestarli.. quelle sono bestiacce arrivate dritte dall’inferno.. non ci fanno proprio nulla qua da noi..- Il medico cercò di ricomporsi e pregò il paziente affinché la conversazione avesse fine e continuasse a spiegargli i suoi sintomi e problemi.. Ma aveva veramente voglia di starlo a sentire? Non era più così tanto sicuro. Sudava, e nonostante l’aria ora fosse abbastanza fresca e il venticello entrasse, riuscendo persino a far muovere i petali delle rose posate su quel vecchio vasetto nero, lui si sentiva soffocare. Allentò il nodo della cravatta e sorrise debolmente.. -Signore, ma è parecchio pallido, sa?- - Oh, non è un problema, sono anemico ecco.. non c’è da aver paura.. ( No? Ne sei sicuro?) piuttosto la prego, mi dica pure il seguito del racconto.. io prendo appunti.. d’altra parte questo è il mio lavoro.. e oggi sembra che i ruoli si stiano invertendo.. sembra quasi che quello che deve andare da uno psichiatra, in questo momento, sia io – E rise, ma la sua risata non aveva niente di divertente, anzi sembrava quella di una persona che è sul punto di scoppiare a piangere. -e infatti, ci andrà, presto- Aveva sentito bene? Oppure era solo la sua immaginazione? - Ha detto qualcosa?- L’uomo sorrise -No, non ho aperto bocca- Il dottore lo guardò come se di fronte a lui ci fosse un mostro, e non un uomo stanco e deperito, che ormai sembrava anche volerlo far impazzire. -Ah, allora ho preso un abbaglio, forse sto lavorando troppo in questo periodo e la mente mi sta facendo ciao un po’ troppo spesso- Abbozzò un leggero sorriso e si sedette meglio. -Bene, prosegua, abbiamo già perso piuttosto tempo mi pare.. e io tra un ora devo tornare a casa.. mia moglie mi aspetta­- -certo, la capisco.. Beh le stavo giusto dicendo che mi era sembrato di avere un peso enorme sullo stomaco, sulla schiena. Ho acceso la luce ed ero completamente sudato. Sono andato in bagno, ho bevuto un bicchier d’acqua- -Ha bevuto l’acqua del rubinetto?- L’uomo si interruppe e lo guardò come se avesse sparato una barzelletta o una minaccia. -Perché, ha qualcosa contro chi beve l’acqua corrente?- -Io non intendevo dire questo, non volevo di certo criticare o offendere qualcuno.. stavo solo pensando che di questi tempi è meglio non fidarsi, sa tutti i microbi che si possono trovare, è molto meglio far prima depurare l’acqua o addirittura comprarla al supermercato e non si ha nessun tipo di problema- Lo guardò come se per questa volta lo avesse perdonato, come se gli avesse realmente mancato di rispetto. Quell’uomo era sicuramente un folle, o qualcosa di molto simile. -Mi racconti il resto della storia la prego, sono tutto orecchi- Il paziente rimase a fissarlo come se fosse ancora arrabbiato con lui, e si girò dalla parte della finestra, che era ancora aperta e da cui filtravano i raggi del sole, che quel mattino scaldavano come non mai. - Va bene, ecco stavo dicendo che mi ero alzato a bere un sorso d’acqua. ACQUA POTABILE, ha capito?- Il medico stava quasi tremando, vedendo che l’uomo si stava quasi stritolando le mani, come se con quel gesto in realtà volesse nascondere l’imminente bisogno di spaccare il naso al medico, o farlo direttamente fuori. -Certo, ho capito- Doveva assecondarlo in qualunque modo, e non poteva permettersi di respingerlo o rispondergli male, altrimenti molto probabilmente si sarebbe giocato la sua vita. -Bene, meglio così. Ecco, poi mi sono fermato al lavandino, giusto per guardare un po’ che viso avevo, e mi creda, sembrava come se mi avessero preso a pugni in faccia. Avevo il contorno degli occhi viola, e addirittura in certe zone ci si avvicinava molto al nero, al nero pece. Quel peso che sentivo, quell’artiglio o manona, mi aveva indubbiamente picchiato durante il sonno, mi aveva costretto a svegliarmi, voleva che io rimanessi vigile, quel fottuto demone voleva che restassi in piedi tutta la notte. E sono in piedi infatti, da tredici notti di seguito!- -Poi, cosa è successo?- -Poi? Beh dopo sono entrato in cucina e mi son preparato due tramezzini, anche se guardando l’orario erano le due del mattino. Ma, avevo fame! E poi non riuscivo a dormire, quindi le scelte erano due mi pare. O mangiavo, o guardavo la televisione. Non volevo disturbare i vicini e gli inquilini del piano di sopra, così ho deciso di starmene buono buono e non rompere le scatole a nessuno. Ci mancava solo che qualcuno bussasse alle ore più impensabili del mattino perché il volume era troppo alto.- -Avrebbe sempre potuto guardare la tv senza audio- Il paziente lo guardò e si avvicinò sempre di più a lui, quasi costringendolo a schiantarsi con tanto di poltrona e taccuino, contro la parete dietro di lui, rischiando di far crollare il calendario con disegnata sopra la ricetta del mese. ‘ Tagliatelle ai funghi porcini’ diceva la nonna che con amore imboccava i nipotini che le sorridevano. In quel momento il medico si maledisse per ciò che aveva fatto. Accidenti, perché non si era morsicato la lingua piuttosto che dire quella cavolata? Questo era un uomo indubbiamente pazzo, malato di mente ( ovvio, tu sei uno strizzacervelli, non lo scordare mai!) ma non come gli altri pazienti che aveva avuto in cura. Questo era molto pericoloso. Quella parola iniziò a risuonargli nella mente, a pungerlo, come un ape che inietta il suo dolce veleno. Era come un martello che continuava a battere sullo stesso chiodo per ore e ore.. PERICOLOSO. PERICOLOSO. Sei nella tua stanza preferita, o meglio quella in cui trascorri praticamente gran parte della tua giornata, solo con un uomo che t sta praticamente raccontando ciò che gli sta succedendo, ciò che lo sta affliggendo, senza però parlare chiaramente. Si ferma di continuo, sembra si appelli a qualcosa che è più grande di lui, sembra voglia incuterti paura, una paura folle. E tu, sei solo, con lui. -Certo, che potevo guardarla senza ascoltarla, non sono mica scemo- -Non l’ho mai detto questo- -Ma l’ha pensato, ne sono certo- -Io…- e rimase in silenzio, non riuscì a proseguire. -Senta…- Era giunto il momento di sospendere quella visita, immediatamente. - Io credo che sia meglio se blocchiamo qui la cosa. Credo che lei abbia bisogno di un altro tipo di aiuto, forse io non sono la persona adatta a lei, ecco tutto. Forse, e sicuramente è proprio così, sto diventando troppo vecchio per questo mestiere e non posso essere più d’aiuto. Sento il peso degli anni e credo che me ne andrò a casa, a riposare un po’. Se vuole le posso fissare un altro appuntamento per la prossima settimana giusto per non dirci addio così su due piedi, oppure le do il numero di un mio caro amico molto più giovane di me.. eccolo aspetti che prendo il foglietto..dovrebbe essere….- In quel momento cadde il silenzio. Robert gli fu vicino, talmente vicino da poter sentire il suo respiro pesante sul suo collo, come una belva insaziabile che vuole strapparti le viscere e farti a pezzettini. -Non si disturbi, mio caro. Me ne andrò per sempre, stia tranquillo. Volevo solo farle sapere che non dormo da troppo tempo, ma ora credo che starò molto meglio, oh si, molto meglio. Le conviene farsi vedere da qualcuno, uno molto bravo, perché il suo colorito non mi piace per niente, e per di più dovrebbe proprio farsi una bella pennichella. - Si chiuse la porta alle spalle, senza dire niente. Nella stanza era sceso il gelo, ma non perché la temperatura si fosse improvvisamente sollevata, perché quell’uomo che se n’era appena andato, lo aveva letteralmente sconvolto. Ripose il taccuino dentro il cassetto, prese il soprabito e fece per andarsene, quando improvvisamente un rumore alle sue spalle lo costrinse a girarsi. Proveniva dalla finestra, e sulle prime il medico non volle girarsi perché aveva il terribile sospetto di potersi trovare faccia a faccia con il suo maledetto paziente. Non voleva rivederlo, ora che finalmente era riuscito a sbarazzarsene, non voleva ritrovarselo di nuovo tra i piedi. Che avesse fatto il giro e volesse entrare dalla finestra? Non doveva succedere una cosa del genere! Si voltò e maledisse ciò che vide, nonostante si sentisse rasserenato. Non era ciò che aveva immaginato lui. Essendosi completamente dimenticato della cornacchia di poco prima, non aveva proprio pensato che il rumore potesse provenire da quell’animale. E invece, era stata proprio quella stronza! La vide proprio mentre beccava il vetro, cercando di forarlo o di penetrare con forza all’interno della stanza. Ne aveva abbastanza di quella giornata di merda! Riprese in mano il taccuino e lo usò per spostare l’uccello, per convincerlo a togliersi di mezzo una volta per tutte -Maledetto uccellaccio! Vai via.. ne ho già abbastanza per oggi, vorrei solo andare a casa e rilassarmi- Lo disse come un uomo che aveva appena finito un turno massacrante di lavoro, e beh effettivamente avere avuto a che fare con quell’uomo anche solo per un ora, era peggio di qualsiasi altro impiego stressante. Voleva andare a casa e abbracciare la moglie, che riusciva sempre a risollevarlo da ogni malumore, almeno sperava che ci riuscisse anche questa volta. Quando la cornacchia lo guardò, lui non vide gli occhi di un semplice pennuto, ma gli sembrò di scorgere qualcosa del paziente matto da legare che aveva appena cacciato via. Non c’era niente di animale in quello sguardo, no si vedeva chiaramente che quell’uccellaccio aveva qualcosa di malefico.. Cosa gli aveva detto quel pazzoide? Loro sono conosciute per la fama di cavare gli occhi alle persone! Non voleva diventare la sua cena, così se ne sbarazzò una volta per tutte, cercando di allontanarla con le forze. La cornacchia decise di lasciarlo in pace, forse capendo che quell’uomo era quasi in preda ad una crisi di nervi, ed ebbe un briciolo di pietà. Spiegò le ali, salutò per l’ultima volta gracchiandogli in faccia e il suo corpo gigantesco, nel giro di due secondi divenne un minuscolo puntino lontano. Sembrava quasi del fumo che fuoriusciva da una fornace enorme, che lo stava inghiottendo in un sol boccone. Ripensò subito a Robert, quell’uomo che lo stava lentamente consumando, e nel giro di qualche ora. Erano passate quante? Due ore da quando si erano incontrati, dal momento in cui lo aveva contagiato con quelle sue stronzate sui suoi demoni che non lo facevano dormire e dal momento esatto in cui aveva deciso di andarsene. Ma, la sua presenza forse non era ancora li accanto a lui? Adesso che aveva lasciato l’ambulatorio, era cambiato qualcosa? Ora si sentiva rassicurato oppure era come se un boa gigante o uno di quegli esemplari di anaconda lo stessero strangolando, togliendogli il respiro? Doveva assolutamente chiudere baracca per il momento. Staccare la spina, mollare tutto, certo non chiudere definitivamente e abbandonare il suo lavoro questo no, ma di certo doveva prendersi almeno due giorni liberi, lontani dallo stress, lontani dallo sguardo malefico di Robert di quella cornacchia che lo aveva infastidito per un bel pezzo. Era arrivata proprio mentre stavano parlando, mentre aveva deciso di aprire la finestra, che fosse solo un caso? E se invece quel tizio strambo avesse avuto un qualche tipo di collegamento con quell’uccellaccio? Se per caso, avesse cercato, tramite la sua follia di intercettare i suoi pensieri e lo avesse condotto qua da me? Non poteva certo trascorrere la nottata li, accanto al lettino, a farneticare su tutto quello che gli era successo poco prima. Doveva darci un taglio, subito. Prese quel poco che gli era rimasto ormai, tanto non aveva più nulla. Per fortuna, aveva sua moglie, Gloria, che lo stava aspettando, e forse sarebbe stata davvero in apprensione se avesse saputo tutto quello che gli era capitato. Era meglio non raccontarle niente. Con quel pensiero uscì sbattendosi la porta alle spalle, mentre la cornacchia era tornata sui suoi passi e lo scrutava con attenzione, gracchiando, come se gli volesse dire di fare attenzione, che certe cose non finiscono tanto facilmente. Ma lui non lo poteva certo sapere, lui aveva chiuso la porta su ciò che gli era appena successo, e stava per varcare la soglia della follia più pura. La casa distava appena quindici minuti, e nel tragitto aveva iniziato a piovere ininterrottamente. I lampioni non erano molto diffusi, perciò si vide costretto ad accendere gli abbaglianti che però non migliorarono molto la situazione. -Accidenti, ma quand’è che si potrà guidare in modo decente!- Arrivò giusto in tempo, prima che un furgoncino che trasportava gelati, sterzasse bruscamente e per poco non lo catapultasse dall’altro lato della strada. Guardò il conducente a bocca aperta -Ma siamo tutti pazzi, stasera?? Ma dico, questo si mette al volante quando è ubriaco?!- Abbassò il finestrino e gridò a pieni polmoni -Sta per caso consegnando delle birre? E poi, ma ha visto che ore sono? Il turno di lavoro dovrebbe essere già finito da un pezzo, idiota!- Imprecò nonostante il tizio molto probabilmente non lo avesse nemmeno sentito, imboccò la stradina che portava al vialetto di ghiaia, finalmente seguito dalle lucine che aveva fatto posizionare intorno al giardino. Grazie a Dio era stata più che altro un’idea di Gloria, quella santa donna che pensava sempre a tutto! Gliel’avrebbe detto non appena sarebbe entrato in casa, sicuramente l’avrebbe trovata a preparare qualcosa di buono nella cucina accogliente, con Plu, il gatto arancione, che annusava gli avanzi della cena precedente. Scese, chiuse la macchina e si mise le chiavi in tasca, fischiettando per raggiungere l’entrata. Si sentivano i grilli che frinivano e in lontananza, proprio in direzione del laghetto dove andavano spesso lui e Gloria da adolescenti, si potevano sentire le rane che gracidavano seguite da un mucchio di lucciole che lasciavano dietro di loro una scia luminosa, proprio come tante stelle comete. Sorrise, contento di essere tornato a casa. Casa è dove vive il tuo cuore, e in qualsiasi posto ti trovi, o ti troverai per il resto dei tuoi giorni, basterà chiudere gli occhi e immaginare di essere a casa, nel posto più accogliente e magico di sempre. Basterà immaginare che quei grilli siano gli stessi del lago in cui da piccoli giocavi o pescavi solo per il gusto di vedere da vicino le squame del pesce gatto, basterà pensare che la risata di una donna li vicino sia quella di tua moglie, ed ecco che ti troverai a casa, sempre, nonostante aprendo gli occhi ti renderai conto di essere magari in un posto di cui non ricordi nemmeno il nome. Lo faceva sentire sempre giovane, il fato di trovarsi su quel vialetto, ogni volta che rientrava dal lavoro, e ora, come non mai, aveva bisogno di tornare indietro nel tempo, di ritornare ai periodo infantili, belli, in cui non esisteva nessuna cornacchia dannata e nessun uomo insonne. Un brivido gli percorse la schiena, se lo scrollò di dosso cercando di concentrarsi sul frinire dei grilli, e girò la manopola. La casa è dove ha inizio tutto. Gloria, come lui ben aveva immaginato, era diretta ai fornelli, mentre con una mano cercava di dar da mangiare a Bob, che miagolava affamato. Non era una grande famiglia allargata, non erano mai riusciti ad avere un figlio, ma tutto sommato non c’era niente che turbasse l’equilibrio. Erano in due, anzi volendo considerare il gatto, che soprattutto per lei era come un figlio, erano in tre, ed era il numero perfetto, perciò non c’era niente che dovesse essere sistemato o modificato. Aveva una bella vita e una bella casa, quando arrivava a casa la moglie era li ad aspettarlo e non usciva ogni sera con quelle oche delle sue amiche che si incontravano ogni giovedì per andare al pub London’s flag, a vedere gli spogliarellisti che si facevano mettere tre dollari dentro le mutande. Di, che schifo, come si fa a chiamare donne quelle così? Lui invece era stato un uomo fortunato, non doveva mai chiedersi perché la moglie fosse in ritardo, perché gli avesse mentito dicendogli che andava a comprare lo zucchero e invece l’aveva beccata a chiacchierare con il ragazzo che portava i giornali. Niente di tutto questo. Bastava quindi per considerarsi felice, fortunato e amato. Tre parole che insieme formavano una vita perfetta, o quasi. -Amore, sei tornato! La cena è quasi pronta, ti conviene appoggiare tutto sul divano, perché questa si raffredda subito- Guardò il contenuto poggiato sul ripiano accanto ai fornelli, e vide che aveva preparato il suo piatto preferito. Spaghetti italiani al sugo. Perfetto per scrollarsi di dosso quella giornata di merda! Beh che altro nome poteva meritarsi quella mattinata? Non era stata un gran che, non lo aveva certo rilassato e non gli aveva scrollato via di dosso l’ansia del duro lavoro che svolgeva ogni giorno. Anzi, si sentiva quasi depresso, come se il mondo gli fosse crollato addosso nel giro di due ore. -Hey c’è nessuno in casa?- Si spaventò, quasi pensando che le mani della moglie si fossero improvvisamene trasformate in due ali nere, giganti, che lo volevano soffocare. Gridò e si vide riflesso nell’enorme vetrata della cucina, quella posta proprio vicino all’entrata. Non era lo stesso uomo che era uscito presto quella mattina, per recarsi in ambulatorio, no, quella che vedeva adesso era l’esatta fotocopia dell’uomo che lo aveva sconvolto. Aveva gli stessi occhi rossi, come se anche lui fosse insonne da chissà quanto, il colorito era emaciato, come se un vampiro gli avesse succhiato via tutto il sangue nel giro di poche ore. Era cadaverico, completamente bianco, e sudava copiosamente. -Scusa, Gloria, è stata una giornata davvero stressante, non mi sento molto bene, credo che me andrò a letto presto stasera- Lei lo guardò preoccupata come se stesse guardando l’uomo che lei non aveva mai visto né conosciuto. Gli posò una mano sulla fronte - Sei freddo, sembri un cubetto di ghiaccio, Rorò << Gli sorrise cercando di risollevarlo ma non trovò alcun sorriso sulle labbra di lui. Rorò era la loro parola, più che altro era stata un’idea di Gloria, l’amante delle parole ad ‘effetto’ quelle che inventi ma solo in parte. Aveva preso spunto dalla gelatina che usava ogni giorno lui, e dal fatto che la confezione fosse rossa…due più due, ed ecco che in un attimo aveva creato Rorò. Non era che una stupidaggine, una di quelle cose che si inventano quando hai diciassette anni e sei annoiato perché l’autobus non ne vuole sapere di arrivare, quei momenti in cui sbuffi perché hai i piedi congelati, il sedere incollato alla sedia durante cinque ore di lezione, allora scrivi una parola stupida su un foglio, lo appallottoli, lo lanci sperando che la maestra non ti veda e quello silenziosamente arriva dritto dritto verso il tuo nuovo compagno o amico. Così nasce l’amicizia e forse l’amore. Questa volta però quell’emozione, quel sorriso anche forzato, non emersero dal viso stralunato e distorto di Daniel. Gloria lo abbracciò calorosamente, -Cosa è successo? Oddio!- E solo in quel momento sembrò ritrovare quell’energia che ormai sembrava averlo abbandonato completamente, solo allora ebbe la forza di voltarsi verso la direzione che stava prendendo la moglie per andare a spegnere il fuoco. Forse aveva paura che un assassino avesse forzato la porta e li volesse tenere in ostaggio tutti e due ( anzi tutti e tre, c’è anche Bob!) giusto il tempo di pensare a come li avrebbe potuti condire successivamente. Un cannibale, un ladro o qualcosa di simile. Invece, Gloria stava urlando perché aveva visto qualcosa alla finestra, si.. ma non si trattava ne si uno psicopatico, ne di un fuggitivo che li avrebbe messi in pericolo seriamente, no si trattava di un particolare specie di volatile, completamente nero e lucente. Piume completamente nere corvine. Una cornacchia, anzi uno stormo intero! Volava proprio sopra la loro casa, circondandoli completamente. L’urlo si sollevò quando entrambi si resero conto che l’uccello stava rompendo il vetro, e che bisognava per forza prendere qualcosa per tappare il foro che si era appena creato, era incredibile quanto quel becco fosse adunco e pericoloso ‘ Hanno la fama di togliere gli occhi alle persone’ S’un tratto sbarrò gli occhi,ripensando all’avviso di quella stessa mattina, datogli proprio dalla persona meno rassicurante che avesse mai incontrato. -Gloria- disse, con voce quasi rauca, e si spaventò al suono di quella voce così tanto simile al verso della cornacchia che avevano di fronte. Sussultò portandosi una mano alla gola come per cercare di schiarirsi la voce e inghiottì quel poco di saliva che gli era rimasta. –Gloria!- ripeté e stavolta il suono che emise fu più chiaro e molto più ‘umano’. -Allontanati, immediatamente! Non sai..- Che cosa non sapeva? Che quella stessa mattina un tizio strambo gli aveva raccontato che non dormiva da tre settimane e che le cornacchie, è risaputo, tolgano gli occhi alle persone? Beh, sicuramente Gloria poteva anche saperlo già, era una donna brillante e intelligente, e in passato proprio quando si stavano frequentando da pochi mesi, aveva trascorso gran parte del suo tempo a parlargli di ornitologia, di birdwatching e attività simili. Ora, il subbio stava nel fatto se quegli studi fossero veri o se gli avesse raccontato tutte quelle cose solo per ammazzare il tempo o per noia, o ancora per deviare altri discorsi e concentrarsi solo sulla passione per i volatili. Quella però era vera. Lei era da sempre stata un’amante di tutti gli animali, ma in particolar modo degli uccelli, soprattutto aquile, grifoni e passerotti. Quando ci siamo conosciuti mi raccontava che da piccola, sua nonna aveva un canarino chiuso nella sua gabbietta, e di notte spesso, si alzava e andava a liberarlo e quello se ne stava a svolazzare allegramente per tutta la camera. Il mattino seguente, la nonna si alzava preoccupata perché la gabbietta era aperta e il canarino se ne stava sulla cima dell’armadio, tranquillo e beato, la guardava e cinguettava tutto contento. Davvero strana, mia moglie, ma almeno quello era un periodo di gioventù, ma io ora sono un uomo adulto eppure mi sento come se fossi un alieno, come se stessi vivendo in una realtà ben diversa da quella che tutti conosciamo. La cornacchia puntò dritta verso Gloria, cercando sicuramente di toglierle gli occhi ( ormai quella fissazione non si levava dalla sua mente dannazione) e repentinamente John si parò davanti alla finestra, cercando di proteggere la moglie. - Allontanati, subito! Mi hai sentito?- Lei fece un gesto disperato con la mano, come se stesse per svenire, implorandolo di calmarsi, cercando di non fargli perdere la ragione. -Rob ma che ti prende? Mi stai facendo preoccupare seriamente- -Non è niente, sono solo un po’ stanco, davvero, credo che andrò a riposarmi- Le diede un bacio leggero e sparì dalla sua vista. Bob sbadigliò e si rannicchiò su se stesso facendo le fusa. Non devo pensarci troppo, non devo pensarci troppo. Nel buio della stanza, vide quell’uomo mentre gli sorrideva e gli parlava del suo problema. Si sdraiò sul letto, chiuse gli occhi e cercò di non pensare a niente, svuotò completamente il suo cervello.. diamine era un medico, non poteva lasciarsi condizionare! Sognò qualcosa… un uomo che rideva e lo inseguiva lungo un labirinto intricato, bellissimo ma pericoloso,un po’ come quello di Minosse… Si voltò in cerca di un’uscita e una cornacchia enorme gli bloccò il passaggio, la guardò meglio, facendo attenzione ai più piccoli particolari, i suoi occhi neri e penetranti.. e vide Gloria. Ad un certo punto quella che sembrava essere sua moglie gracchiò e gli rise in faccia, cercando di strappargli gli occhi. Era spacciato. Si ritrovò madido di sudore, con le lacrime che gli scorrevano lungo le guancie e un coltello sul fianco destro, spiaccicato contro il materasso. Si alzò respirando a fatica, si guardò allo specchio e vide un uomo pallidissimo e con delle occhiaie da far paura, ma ciò che lo spaventò veramente furono le sue mani. Rosse. Il sangue era ovunque, sul pavimento, nel letto e lungo le sue gambe fino a raggiungere le Nike bianche che aveva comprato da poco proprio perché era da troppo tempo che non si faceva un regalo. Non gridò, non perché non volesse ma perché la sua gola non glielo permise, era bloccata e se provava a deglutire, non riusciva proprio a mandar giù la saliva. Si avviò verso la cucina con le mani e le gambe che gli tremavano come quando da piccolo doveva andare al bagno ma aveva paura dei fantasmi e rischiava di farsela addosso. La vide distesa a terra in una pozza di sangue. Chiuse gli occhi per non dover guardare sua moglie che lo fissava da due orbite vuote da cui spuntavano fuori dei grossi vermi che lentamente formavano dei piccoli cerchi. Li riaprì e vide una grossa cornacchia, la stessa che gli era apparsa in sogno, la stessa che aveva cercato di fargli del male quando era tornato a casa quella sera stessa e che adesso gli sorrideva e diventava sempre più grande, sempre di più, fino a diventare un grosso topo di fogna nero come la pece. Indietreggiò e chiamò sua moglie… -Gloria! Gloriaaaa!- Non gli rispose nessuno e di fronte ai suoi occhi si materializzò un uomo vestito di nero con gli occhi sporgenti e una cosa lunghissima, come quella di alcuni draghi visti nei film fantastici che gli piacevano da ragazzo. L’uomo rise e roteò gli occhi in un susseguirsi di capriole e giravolte, come in una danza africana, e gli balzò davanti, quasi toccandolo con quelle mani sporche di sangue. -Tu, tu… tu sei l’uomo che ho visto stamattina nel mio ambulatorio, non può essere reale, tutto questo deve essere un incubo , non può esserci altra spiegazione… qualcuno verrà a soccorrermi..- Il mostro rise di gusto. -Quanto siete ingenui voi uomini, non credete mai a ciò che vedete vero? Tua moglie è morta, fattene una ragione.. io sono reale così come lo sei tu. Se volessi potrei ucciderti anche in questo stesso istante- -Allora fallo- -Aahahhaahha, no no no non lo farò, sarebbe troppo semplice, mentre io sto iniziando davvero a divertirmi. Non riuscirai a distogliermi dal mio compito. Sei spacciato. Ti ho distrutto la vita questa mattina e non te la restituirò intatta come lo era un tempo. Dimentica tua moglie- -Bastardo!!!!- Cercò di muoversi ma era paralizzato, come se fosse diventato una statua di marmo. Pianse come non gli succedeva da tanto tempo e chiuse gli occhi, iniziando a contare fino a dieci. - Uno, due, tre… siamo solo io e te, quattro, cinque sei… devo tornare da lei… sette otto nove… ti prego non abbandonarmi mio signore… DIECI… devi solo creder… CI- Aprì gli occhi e si ritrovò nella sua camera da letto, lontano dai mostri che vivevano solo nelle fiabe e nella sua fervida immaginazione. Il letto era pulito, candido come sempre e al suo lato non vi era alcun coltello ma la sua rivista preferita, quella di macchine e moto. Sorrise debolmente. -Amore, la cena è pronta, vieni altrimenti si raffredda- Si vestì e canticchiò qualcosa fischiettando tra un ritornello e l’altro, poi aprì la porta e vide sua moglie, splendida nel suo tubino nero e nel suo portamento elegante di sempre. La sua Gloria. -Tesoro, che ti succede? Non dirmi che hai ancora paura di quell’incidente di stasera? Quella cornacchia è andata via da un pezzo- gli sistemò i capelli all’indietro e lui le sorrise nascondendo un leggero brivido lungo la schiena. -Non è niente, è che ho avuto un incubo terribile.. Tu eri morta, non eri più tu, c’era la cornacchia di questa sera.. è stato orribile- Gli scesero le lacrime e lei gliele asciugò, facendolo sentire al sicuro ma anche uno stupido bambino di nove anni. -Non pensarci più ora, mangiamo- Alle sette del mattino seguente, impeccabile nel suo camice bianco, varcò la soglia del suo studio e mise in ordine la stanza, sistemando vecchi fascicoli sulla scrivania e sorridendo sul nuovo giorno che stava iniziando. Poi qualcuno bussò alla porta, aprì e si ritrovò un uomo molto strano, serio ma allo stesso tempo sorridente. Non gli piacque per niente. -Noi ci conosciamo non è vero?- Lo guardò dalla testa ai piedi e scosse la testa. -Andiamo, guardi meglio, so che mi riconoscerà- Guardò attentamente e solo in quel momento capì. Gli cadde la penna di mano, quella che teneva ben salda e un urlo gli morì in gola. L’uomo sorrise ed entrò nell’ambulatorio, agitando la lunga coda. -Non.. non puoi essere reale, tu tu non esisti… ci siamo visti ieri per caso?? Ma lei era un uomo in carne e ossa.. che cazzo vuol dire questo??- Pianse e si gettò a terra, ormai esausto. -L’uomo drago gli accarezzò la testa, poi gliela tenne ferma e sollevò in alto l’ascia. Quando la lasciò ricadere sul suo collo, le pareti bianche si ricoprirono velocemente di una forte tinta rossa, un rosso sangue d’effetto.- Gloria canticchiava sotto la doccia e si preparava ad uscire per andare a fare la spesa, ormai era sicura che avrebbe potuto pranzare con suo marito almeno per il loro decimo anniversario di nozze. L’uomo rise di gusto mentre contemplava le sue mani vermiglie, come un pazzo. All’esterno, sul cornicione della finestra, una grossa cornacchia gli fece l’occhiolino sbattendo il becco sul vetro. L’incubo divenne realtà. L’incontro notturno. Il castello era situato nei pressi della vecchia città di Weller, quella dove erano state impiccate tre donne accusate di stregoneria nel lontano 1666. Ma noi non avevamo paura, no. Arrivammo alle tre del mattino, bussammo al grande portone ma non rispose nessuno. Affranti, voltammo le spalle alla vecchia dimora diroccata e iniziammo ad allontanarci spostando lo sguardo sul vecchio cimitero. Le statue degli angeli marmorei ci fissavano con aria tremenda, il ghiaccio aveva ricoperto le loro ali fino a farle scomparire del tutto. Non guardammo le tombe antiche e proseguimmo il sentiero in silenzio, poi proprio quando ormai eravamo abbastanza lontani, il portone si aprì. Fu Andrew ad accorgersene, il più giovane di noi quattro. Non dicemmo nulla, ci guardammo soltanto e questo bastò per metterci d’accordo e prendere all’unisono la decisione. Due minuti dopo tornammo di fronte al castello, proprio sotto all’immenso portone. Non vedevamo niente perché il buio era immenso ma dopo poco i nostri occhi si abituarono a quell’oscurità e qualcosa riuscimmo a scorgerla. Era una luce rossa, molto intensa, che subito ci fece pensare a quella prodotta dai lumicini, soprattutto il 2 Novembre, quando tutti vanno a porgere un saluto ai cari defunti lasciandogli un piccolo pensiero. Dal rosso si passò velocemente al giallo e poi all’arancione, come un bizzarro semaforo. Kid, il più fifone tra tutti noi, iniziò a tremare e a dire che voleva la mamma, che voleva immediatamente tornare a casa, che era stata un’idea stupida quella di visitare il castello del diavolo. -Smettila- gli dissi, sorridendo e porgendogli una mano che poi gli misi sulla spalla, -non c’è ness….- Un odore intenso, di bruciato, ci invase totalmente e pensai a quel lontano giorno in cui da piccolo avevo rubato le sigarette a mio padre per fare il figo con gli amici per poi dimenticarmi di spegnerle come si deve. Ma qua non aveva fumato nessuno. -Finalmente le mie preghiere sono state esaudite- Non vedevamo niente ma quella voce bastò per far scappare Kid e traumatizzare Anthony, che tra noi era stato sempre il più coraggioso. Kid era già lontano, non osai voltarmi, ormai ero intrappolato in quel turbinio di colori… rosso, arancione, giallo… quelle sfumature mi richiamarono come una sirena nel mare. L’uomo si avvicinò a me ed Anthony, ci toccò per verificare che fossimo abbastanza grassi e poi sentimmo chiaramente la sua lingua mentre passava tra i suoi denti ruvidi e spessi, pregustando ciò che avrebbe divorato successivamente con ingordigia. La mia faccia si infiammò nel momento stesso in cui il suo alito si gettò sulla mia pelle e il dolore provocato da quelle fiamme che mi picchiavano come bastoni ardenti mi fece urlare a pieni polmoni. L’uomo avanzò, con i suoi piedi caprini e rise in modo quasi isterico. L’unica cosa che riuscii a vedere per bene furono i suoi occhi rossi che si fissarono nei miei, azzurri, e allora lì seppi di essere impazzito del tutto. I miei amici non c’erano più, rimasi solo con quell’uomo che, vestito di nero, si muoveva come un animale e mi graffiava il volto con i suoi artigli acuminati. Prima che il buio totale si impadronisse completamente del mio cuore, vidi le sue corna, lunghissime e gigantesche, che arrivavano fino al soffitto. Spalancò la bocca, la vidi enorme, era una stanza immensa dalle pareti dipinte di un rosso sangue accecante e prima di chiudere per sempre gli occhi sentii le urla di tutte le anime dannate che giacevano nel suo corpo immondo. Non avrei potuto raccontare a nessuno di quell’incontro notturno con il diavolo in persona. La famosa leggenda testimonierà per me. Le trentun streghe. La ragazza sgranò gli occhi e respirò a fatica, come se avesse percorso chilometri e chilometri inseguita dal diavolo in persona. Aveva un volto talmente emaciato che quando la signora Elena la vide entrare dalla porta principale, pensò di avere di fronte un vampiro. -O Gesù! Franco, Franco, vieni subito qui! Abbiamo una visita stanotte!- Le si avvicinò con un misto di sorriso e terrore dipinto sul suo viso e le porse un bicchiere d’acqua. Dopodiché le avvicinò uno sgabello e la fece accomodare. -Ma che diamine urli, donna? Stavo riposando!- Da una delle camere apparve un signore di media statura, spettinato e con la faccia tipica di chi si è appena svegliato in malo modo. -Stavo chiudendo la taverna quando è apparsa questa fanciulla spaventatissima- Le sorrise accarezzandole una guancia. -Dio santissimo, ma sei gelata! Franco, vai immediatamente a prendere una coperta e dell’acqua calda! La ragazza sta tremando- -Non voglio causarvi alcun problema, non disturberò nessuno- Dicendo queste parole, si guardò alle spalle, nel vento impetuoso che fischiava come un forestiero ubriaco, nella notte più temuta da tutti, quella di Halloween. La donna si rese conto che qualcosa la turbava e guardò il marito aggrottando la fronte. -Vado a prendere qualcosa. Ragazza, come ti chiami?- Si voltò verso l’uomo e le lacrime le scivolarono lungo le guance, bagnandole il vestito nero che aderiva perfettamente al suo corpo gracile e snello. -Mi chiamo Marie, signore, sono francese e anche mio marito lo era- -Oh poverina- disse la donna portandosi le mani alla bocca come se avesse appena visto un immagine oscena. -Hai detto era?- - Si signora, Vincent è morto questa stessa notte... qualche ora fa. Non posso non raccontarvi tutto! Dovete aiutarmi vi prego!- Il signor Franco non disse nulla e si avviò verso il bagno in cerca di qualche asciugamano pulito a bagnare con dell’acqua calda. Elena si avvicinò e la abbracciò forte. -Povera piccola, potresti essere mia figlia!- Lei sorrise e abbassò la testa velocemente. -Ma no, fatti guardare un po’, sei davvero una bellissima ragazza, povera piccola chissà quanto starai soffrendo. Sai, noi avevamo una figlia giovanissima che è stata portata via da un delinquente che le ha tagliato la strada. Me la ricordi moltissimo- Le si inumidirono gli occhi ma ricacciò indietro quel lieve luccichio, per non fare la parte della vittima proprio davanti d una donna che aveva tutto il diritto di scoppiare in lacrime per la prematura morte del caro coniuge. -La ringrazio signora, siete due persone gentilissime. E mi dispiace per vostra figlia, davvero- -Grazie, ma non devi sentirti in debito con noi. Qui a Roma ci conoscono in molti e chiunque voglia un po’ di compagnia può venire qua da noi e trovare sempre un pasto caldo. Cerchiamo di accogliere i turisti nel migliore dei modi per farli sentire a casa anche se sono a mille chilometri dalla propria terra. Qui siamo tutte persone per bene…gente comune- -Io non vorrei davvero disturbarvi, non vorrei ami approfittare della vostra bontà- -Non devi assolutamente preoccuparti di questo- Dalla porta sbucò il signor Franco con l’occorrente e una bacinella viola per farle immergere le gambe e rilassarsi. -La ringrazio ancora gentile signore- -Non devi, avrai camminato tanto, ti serve un pediluvio, qualcosa che ti faccia star meglio risollevi lo spirito- Riempita la bacinella di acqua calda e appoggiatigli asciugamani caldi sulla schiena, la ragazza chiuse gli occhi e si rilassò distendendo per bene in nervi. -Ora, se vuoi rimanere da sola, noi andiamo a dormire e se hai bisogno di qualcosa chiamaci- La ragazza si mosse repentina, come se fosse stata morsa da un grosso ragno. -No! Dovete starmi ad ascoltare, vi prego! La storia che vi racconterò forse vi sembrerà assurda ma h un assoluto bisogno di sfogarmi con qualcuno e sento che voi siete le persone adatte. Ve ne prego… Sedetevi e prestatemi attenzione. Non vi ruberò tutta la notte. I coniugi si guardarono,obbedirono e stettero in assoluto silenzio mentre fuori dalla locanda il vento raccontava le sue bizzarre storie alle piccole stelle. Marie e Vincent erano due giovani sposi in vacanza, avevano deciso di recarsi in Italia perché era sempre stato il sogno di lei e soprattutto di sua madre, deceduta qualche anno prima. Roma, la capitale, la città famosa per la fontana di Trevi, bellissima in tutto il suo splendore, il Colosseo utilizzato un tempo come arena in cui i gladiatori e i leoni si sfidavano in una lotta all’ultimo sangue. Quale altra città poteva affascinare così tanto due donne contemporaneamente? E così partirono, fecero le valigie dando le spalle per la prima volta nella loro vita a quello che era sempre stato il loro nido d’amore, Parigi. Per qualche settimana non avrebbero sostato nei ristoranti della maestosa Tour Eiffel e avrebbero invece goduto della buona cucina italiana. Tra i due, soprattutto Marie era curiosa di assaggiare la pasta al sugo che aveva sempre sentito nominare da tutti ma che in Francia veniva dimenticata o sostituita con semplici purè. Arrivarono in Italia il 29 Ottobre, scesero dall’aereo sorridenti come sanno esserlo le coppie di giovani innamorati, con il loro portamento un po’ altalenante, sono in questa terra per metà e per l’altra stanno su una nuvola di romanticismo e pensieri dolci che forse un giorno li farà addirittura sorridere con una punta di imbarazzo. Le strade romane erano completamente diverse da quelle parigine, niente luci immense tanto da sembrare sempre sotto i riflettori come una diva del cinema, nessun castello del Disneyland Paris da ammirare in lontananza. Niente di tutto ciò. Eppure era proprio questo che la affascinava, la semplicità del traffico di una città che vive la giornata come se non ci fosse un domani certo, come se non stesse aspettando di essere inquadrata dall’ennesimo fotografo parigino o dal turista di turno che vuole immortalare i monumenti sacri della Parigi sempre impeccabile. Per Marie, Roma era una delle poche città semplici e vere. Proprio come lo era lei. Arrivarono in una stradina poco trafficata e parcheggiarono la vecchia macchina presa a noleggio vicino ad altre vetture che sostavano lì a fianco, cercando con lo sguardo qualche vigile e un qualsiasi cartello che potesse indicargli dove si trovavano e se per caso ci fosse il rischio di beccarsi qualche multa. Non trovarono niente di tutto ciò. Entrarono nel primo albergo carino della zona e alla reception trovarono un ragazzo dai capelli lunghi corvini e dagli occhi altrettanto scuri e intensi. Disse loro che avevano una deliziosa suite per neosposi che sembrava fatta apposta per loro, e così accettarono senza troppi ripensamenti. Salirono al piano di sopra, non optarono per l’ascensore data la forte claustrofobia di Marie e così trascinarono i pesanti bagagli per le scale, interrompendo così quel magico silenzio che è tipico dei vecchi alberghi. Finalmente entrarono nella camera che gli era stata consigliata. La 311. Accesero le luci e videro qualcosa di magico. La stanza si presentava come una graziosissima riproduzione di quelle camere in stile vittoriano che si vedono nei film antichi o in quelle soap opera ambientate agli inizi dell’800, talmente delicata e antica da risultare anacronistica e bizzarra. I quadri alle pareti raffiguravano volti di uomini caduti in battaglia, con i classici baffi arricciati e portati verso l’alto, come a voler sottolineare l’importanza avuta nella loro valorosa vita da soldati. Al centro vi era un tavolino in legno di ciliegio con sopra un vaso di fiori gialli e arancioni, anch’esso molto antico. Ma ciò che catturò l’attenzione della ragazza, benché avesse apprezzato tutto l’arredamento e l’ordine circostante, fu la scrivania posizionata accanto al muro, vicino alla finestra. Sopra di essa vi erano vari libri, tomi, enciclopedie e opuscoli di vario genere e autore. -Guarda tesoro, sicuramente questi sono stati dimenticati da qualcuno- disse Marie, avvicinandosi e sfogliandone uno con la copertina assolutamente priva di qualunque traccia di autore o titolo. Le si avvicinò Vincent un po’ preoccupato e infastidito e le pose delicatamente la mano sul braccio allungando lo sguardo per controllare costa stesse leggendo. -Cara, forse non dovremmo curiosare in questa roba, dai chiudi tutto e vieni ad occuparti di me piuttosto- Così dicendo la strinse forte a sé e il libro si chiuse candendole di mano e finendo a terra. Marie baciò a lungo il marito, lasciandosi trasportare da quel fantastico turbinio di emozioni, come se quello fosse il loro primo bacio. Ma c’era qualcosa di strano in lei… Le immagini iniziarono a invaderle il cervello come una vera ossessione e il suo corpo iniziò a muoversi contro al sua volontà, come se una forza oscura si stesse impossessando di lei. Si staccò dalle morbide labbra del marito e respirò a fatica, sconvolta da quel bacio così deciso e sensuale. Si inginocchiò a terra per raccogliere il libro e lo trovò aperto sulla pagina 31, dove un nerissimo inchiostro parlava una lingua arcaica che nessuno di loro aveva mai visto prima o poteva conoscere. Solo una parola era evidente e chiara come il sole. Marie. Il suo nome sottolineato in rosso come se fosse un lembo di pelle punto dalla spina avvelenata di una rosa maligna. Indietreggiò urlando e andò a sbattere la testa sul parquet durissimo. Si risvegliò su un comodo letto matrimoniale qualche minuto dopo, dolorante e angosciata. Vincent le stringeva affettuosamente la mano, baciandole il palmo e di tanto in tanto la fronte sudata. -Marie, bruci come un forno, santo cielo!- La donna lo guardò dritto negli occhi senza proferire parola, come se all’improvviso la lingua le si fosse immobilizzata o l’avesse inghiottita. Era una situazione assurda per Vincent! Decise di chiamare qualcuno ma la porta risultava bloccata e chiusa dall’interno e quando si diresse verso il telefono, questo risultò muto, come se dall’altro capo ci fosse il nulla. Il panico iniziò a prendere il sopravvento e ad investirlo come un treno in corsa e si mise le mani tra i capelli come un uomo che aveva appena perso la sanità mentale. -Marie, Marie!- Guardò la giovane moglie stesa sul letto mentre lo fissava al contrario con quegli occhi sbarrati e bianchissimi, privi di conoscenza. Poi la vide alzarsi e andare verso di lui, muovendosi come se fosse un ragno, posizionando testa e braccia all’indietro e il bacino rivolto al soffitto. I suoi occhi divennero arancioni e mentre la lingua fuoriusciva dalla bocca putrida solleticando il mento del marito sgomento, egli cadde e svenne, abbracciando così un lungo sonno profondo e tormentato. Si risvegliò di notte, tra i rumori degli animali notturni e le risate lontanissime di alcune donne. Gli faceva male la testa, come se qualcuno o qualcosa gliela avesse ripetutamente sbattuta contro un tavolo o un sasso. Cercò di issarsi in piedi ma non ci riuscì e si lasciò ricadere a terra esausto. Dov’era finito? Dal punto in cui si trovava riusciva a vedere ben poco, gli sembrava di essere in una piazza enorme circondata da un muro pieno di fiori, ma non capiva altro. Un rumore fortissimo seguito da delle risate fragorose lo fecero sussultare e si nascose tra due massi enormi che facevano proprio al caso suo. Davanti ai suoi occhi si materializzarono due donne vestite di nero, ma all’improvviso ne arrivarono molte altre, cinque, sei, dieci venti… Vincent arrivò a contarne addirittura trenta. Erano incappucciate e di fronte a loro i era un pentolone che bolliva, mentre con le loro mani grassocce e bianchissime minute di dita più lunghe del solito, giravano l’acqua sporca con un mestolo fatto di ossa umane e animali. Le donne iniziarono a ridere sempre più forte e bisbigliare dei nomi assurdi, come di una qualunque ipotetica divinità infernale. Poi, una di loro estrasse dalla tasca della tunica un voluminoso libro senza nessun nome scritto sopra e Vincent lo riconobbe subito. Fu quasi tentato di muoversi di lì e strapparglielo di mano ma non lo fece perché la ragione ebbe il sopravvento sull’istinto e decise di attendere. Un coro maligno si levò in aria arrivando dritto al cielo, un insieme di voci spettrali che divenne quasi uno squittio sinistro e demoniaco. Vincent si tappò le orecchie ma questo non fece altro che peggiorare le cose infatti sembrava quasi che quelle donne lo stessero controllando, capissero che era infastidito e avessero intenzione di farlo impazzire completamente. L’uomo, ormai allo stremo delle forze, ebbe giusto il tempo di dare un’ultima occhiata alle strane figure e riconobbe il viso di una donna che lui conosceva quanto il suo stesso cuore… La sua Marie, che si unì solo successivamente al gruppo delle trenta donne. Lei era la trentunesima prescelta chissà da quanto tempo. Gli occhi di lui si riempirono di lacrime mentre pronunciò, per l’ultima volta a bassa voce e con le labbra dischiuse, il nome della moglie. -Marie, Marie… ti amerò per sempre- Mentre si assopiva e giaceva a terra riuscì a sentire le continue voci delle malefiche figure mentre tramite uno strano rito provocavano tremendi dolori proprio al centro della sua testa, sconvolgendolo terrorizzandolo. Pronunciarono il suo nome per ben 31 volte, come se volessero resuscitare un mostro deforme o stessero invocando un antico demone e ogni volta che da quelle nere labbra fuoriuscivano quei maledetti suoni che componevano la parola Vincent, un nuovo dolore lo attanagliava, come un pugnale conficcato in gola. Capì di avere poco tempo a disposizione. Cercò di alzarsi ma senza mostrarsi troppo, perciò strisciò tra i pochi cespugli e la dura terra ricca di sassolini aguzzi che lo graffiarono ovunque e gli sbucciarono le ginocchia strappandogli quasi un urlo. Arrivò vicino al pentolone che ora ribolliva animatamente come se là dentro stessero bruciando le anime stesse dell’inferno e un liquido arancione iniziò a sgorgare arrivando tra le sue gambe e inzuppandogli i pantaloni. Si ritrasse ma una spruzzo di una sostanza collosa lo colpì in pieno viso rendendolo cieco. Si portò le mani in faccia e questa volta sì che urlò a pieni polmoni, mentre il Colosseo intero si riempiva delle grida di gioia e stupore delle vecchie streghe. La sua cecità per fortuna non era totale… o forse per sfortuna? Poiché non appena i suoi occhi velati e indolenziti si posarono sul vecchio calderone videro una sorta di animale che assomigliava vagamente ad un piccolo drago, con quattro teste e munito di coda verdastra con piccole squame. L’essere sputò fuoco intorno alla sua stessa figura e mentre il monumento iniziava ad andare in fiamme, quello iniziò a ridere emettendo suoni gutturali e spaventosi. Vincent, ancora quasi non vedente, indietreggiò e nascose il viso fra le mani, mentre un forte tremore si impossessava del suo corpo ormai esausto e privo di forze. Alcuni passi si avvicinarono sempre più a lui, a tal punto da sentire il respiro pesante della persona a cui appartenevano, e sollevò pian piano la testa, lentamente per timore di ciò che avrebbe potuto vedere. Forse se le sue pupille avessero incontrato quelle ipnotiche del mostro-drago, il suo terrore si sarebbe attutito, ma ciò che vide lo paralizzò all’istante. Incappucciata, prostrata dinnanzi a lui, vi era la donna che aveva sempre amato, Marie. Sollevò la verga pesante sul cranio del povero uomo, senza dargli nemmeno il tempo di fargli dire le sue ultime preghiere. Ormai Vincent era cibo per i vermi. Le streghe urlarono di gioia e danzarono sul corpo senza vita dell’uomo, sputandoci sopra e augurandogli che la sua anima finisse dritta tra le fiamme dell’inferno. Così, tra le rovine infuocate del Colosseo e le grida animalesche delle donne, finì quell’incubo dannato, mentre nel cielo le delicate stelle illuminavano quel misero cadavere, quasi accarezzandolo. La ragazza finì il suo racconto tra le lacrime, mentre si dondolava sulla sedia abbracciando il proprio corpo impaurita. -Questo è ciò che dovevo raccontare. Ora siete liberi di credermi o no, ma io vi dico che è tutto vero, che non mi sono inventata proprio niente- Continuò a guardare fuori dalla finestra, tra gli alberi che ormai danzavano assieme al vento, esausti e rapiti dalla sua incredibile forza. Fu la donna ad avvicinarsi a lei con cautela, come se quasi si fosse pentita di averla accolta nella sua casa. -Marie, vuoi forse dici che la trentunesima strega sei davvero tu, non è vero?- Continuò ad avvicinarsi a lei fino a sfiorarle i capelli con la punta delle dita. La ragazza finalmente si voltò con un’espressione di terrore dipinta negli occhi cerchiati di rosso. Poi si alzò e si mise di fronte alla donna. -Mi dispiace tantissimo, io non avrei mai voluto causarvi dei problemi- La donna non capì a cosa alludesse e si voltò verso il marito che si trovava dietro il bancone intento a versarsi qualcosa di forte. -Marie, cosa dici? Non ci stai dando alcun problema… Solo, vorremmo capire meglio questa storia della strega… sei, sei veramente tu, ma come??- -Signora, io ho ucciso mio marito perché dal giorno in cui ho messo piede in quella stanza d’albergo non sono più stata la stessa persona . Ho aperto un varco tremendo tra questo e l’altro mondo, quello delle ombre maledette. Non avrei mai dovuto curiosare tra gli oggetti dei morti. Ma d’altronde il mio destino era già segnato, sono una strega da sempre era tutto scritto in quel libro- Linda iniziò a tremare e chiamò il marito. Nel momento in cui la ragazza fiutò il loro timore, iniziò a cambiare, qualcosa mutò in lei fino a renderla quasi irriconoscibile. Iniziò a ridere a gran voce come se quella situazione la stesse divertendo da morire e tirò la testa all’indietro quasi spezzandosi l’osso del collo. Li guardò da quella posizione, roteando le pupille in modo ossessivo e frenetico, fino a trasformarle in due bocce che giravano impazzite. Quando finalmente si bloccarono, erano due fori bianchi, come se al loro interno ci fosse del fumo o della neve. La signora iniziò ad urlare e a dirigersi vero il marito, mentre la ragazza continuava a ridere senza sosta e ad avanzare verso di loro con fare minaccioso. -Io ho aperto un mondo! Ho aperto un varco tra voi e noi, tra ciò che si vede e ciò che rimane ben celato! Non si può omettere ciò che risulta evidente!- Rise e si buttò a terra con un tonfo sordo. -Franco, sbrigati! Non vedi che siamo in pericolo? Devi fare qualcosa!!- -Si… io ecco, va bene ora vado, tu rimani qui con lei nel caso si risvegli- -Fai presto!- Si diedero un bacio casto e si separarono per sempre. Ora Linda era sola in quella grande stanza dove ogni giorno vedeva le stesse persone, clienti abituali che si fermavano da loro per ristorarsi e condividere risate, gioie e dolori. Persone serie che quando terminavano la dura giornata lavorativa si recavano lì da loro per chiacchierare su qualsiasi argomento. Si guardò intorno e non riconobbe più quello che da una vita era il suo mondo, tutto ciò in cui aveva sempre creduto. Adesso quella grande sala sembrava l’entrata per l’inferno e la ragazza stesa accanto a lei assomigliava ad un demone che forse non sarebbe mai andato via. Erano trascorsi circa venti minuti dall’ultima volta che aveva parlato con suo marito e guardando dietro di lei sul grande orologio a muro, le sembrò che il tempo si fosse fermato. Anche fuori era successo qualcosa di molto strano, il vento aveva incredibilmente smesso di attirare la loro attenzione e sembrava essersi dissolto come polvere. C’era un silenzio incredibile. I secondi passarono, dieci, venti, fino a raggiungere il minuto… ma non accadde nulla e il silenzio continuò insistentemente a fare da padrone assoluto della situazione. Linda chiuse gli occhi e respirò profondamente, poi si portò una mano sul cuore e iniziò a pregare senza emettere alcun suono. -Ave o Maria piena di grazia, il signore è con te…- ( rumori dietro di lei, qualcosa che striscia e si avvicina lentamente furtivo) -…Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù…- ( un respiro pesante e cattivo) -…e liberaci dal male…- -AMEN STRONZA!!!- La donna si voltò e non disse niente, non una sola parola. Marie era di fronte a lei mentre sghignazzava e mostrava una lingua che poteva benissimo raggiungere il volto della donna se solo l’avesse voluto. -No ragazza mia, ti prego… sono io, la donna che ti ha aiutata, non mi riconosci?- Respirò a fatica in preda al panico. La ragazza gettò pesantemente la testa all’indietro e quando si ricompose Linda vide che aveva la pelle verde con tanti filamenti neri, come uno zombie. -non sono Marie, lurida stronza! Ahaahahaahha, sei una povera illusa se pensi di potermi battere… io sarò il tuo dolore più grande!- Roteò gli occhi e le sgorgarono lacrime di sangue che finirono sul pavimento corrodendolo come acido. -Oh Cristo Santo!-disse Linda indietreggiando e sbattendo il fianco sinistro contro il legno massiccio del bancone. Marie le si fece sempre più vicina e la guardò dritta negli occhi. -Non nominare quell’infame, puttana!- In quell’istante per Linda, guardare quegli occhi fu come fissare il fuoco dell’inferno. Urlò a pieni polmoni tra i singhiozzi e le lacrime. -Francoooooooooo, Francoooo aiutami!!- Ma il marito non c’era e non poteva fare nulla per lei. -Aahahahahaha sei sola con me tesoro!- Allungò il corpo verso di lei, quasi le strisciò addosso e lei sentì la pelle della ragazza che bruciava come un tizzone ardente e viscida come una rana. Non ci pensò due volte, si voltò per afferrare qualcosa con cui difendersi e poterla colpire ma un dolore acuto la paralizzò all’istante arrestando così anche il corso dei suoi pensieri. Un colpo alla testa la fece scivolare giù fino a terra quasi priva di sensi, senza permetterle di gridare per chiedere ancora una volta aiuto. Poi qualcuno le strinse forte la caviglia sinistra frantumandole l’osso che già sbatteva contro il duro cinturino in pelle della scarpa. -Ora tu vieni con me- La fece voltare verso di lei e l’ultima cosa che la donna vide assieme al grande lampadario fu la lurida lingua della ragazza che si avvicinava al suo ventre. Circa un’ora dopo, anche se fu difficile stabilirlo con esattezza, qualcuno entrò nella locanda infreddolito e stanco. -Linda eccomi, ho cercato di…- Vide qualcosa sul pavimento proprio di fronte a lui, all’inizio non seppe dire con esattezza se si trattasse di un animale morto o di un viandante che smarrendosi, era finito lì per caso, ma quando toccò i resti di quel corpo con la punta dello scarpone, quel tanto che bastò per voltarlo, non dovette più fantasticare. Linda lo stava guardando da quelle fessure vuote dove fino a qualche ora prima c’erano stati i suoi occhi. Fu certo di averla riconosciuta all’istante solo perché l’amava davvero, perché per il resto era un cumulo di carne ammassata e poltiglia rossa. Fu sul punto di vomitare quando una mano pesante dalle unghie acuminate fece forza sulla sua spalla, distogliendolo dal pensiero di Linda. -Salve, signor Franco- Nell’udire quelle parole, quel tono rassicurante e dolce, si sentì molto meglio, un po’ come accade quando qualcuno si avvina a te nel momento in cui stai assistendo ad un grave incidente stradale. È come se si esca da quel tunnel di paura e isolamento e ci si senta protetti. Quando si girò e vide Marie che gli sorrideva con i denti aguzzi e sporchi del sangue di sua moglie, si rese conto che a volte è meglio rimanere soli di fronti a delle scene tanto orribili e scioccanti. -Marie… che cosa hai fatto?- La squadrò dalla testa ai piedi e vide un essere infernale, della ragazza dolce e carina non era rimasto niente in lei, in quel corpo che ormai trasudava orrore. -Io no sono Marie, avvicinati tesoro mio, adesso siamo soli, vieni qui che ho qualcosa per te. Finalmente quella stronza non può mettersi tra noi- Ipnotizzato, come un serpente che spia lentamente dalla cesta richiamato dai suoni che adora, obbedì restando immobile ed affascinato, tra le braccia di lei. Lo baciò intensamente, ma quel contatto non aveva neanche lontanamente lo stesso sapore o ricordo di quello scambiato con Vincent. Quello era un bacio che sapeva di menzogna e morte. Uno spruzzo di sangue investì il legno del bancone, e il vecchio Jack Daniel’s ( per chi fosse entrato in quell’esatto momento) non era altro che una vecchia bottiglia sporca di succo di pomodoro dal nome bizzarro, qualcosa come Ack Niel’s, roba poco nota insomma. Le grida dapprima soffocate si sollevarono e come per un bizzarro eco, il vento iniziò ad ululare e far sbattere le imposte, felice di potersi esibire in una macabra danza infernale. -L…rida… starda!- Non poteva più parlare come prima, ormai la sua lingua era stata staccata per metà e riposava nell’avido stomaco di Marie. Lei rise di gusto con voce demoniaca, mentre il sangue nero le colava ovunque e finiva a terra, trasformando la locanda in un luogo maledetto. Poi gli si avvicinò come aveva fatto con sua moglie, solo che ora non c’era nemmeno il bisogno di usare troppa violenza. Gli uomini non sono così furbi come le donne. Basta poco per abbindolarli. -Vieni da me, tesoro, Vincent- Il signor Franco scosse la testa perché non voleva assolutamente andare da lei, ma la strega-donna gli si avvicinò e lo trascinò verso di sé spingendogli la testa verso il suo ventre. Le sue budella fuoriuscirono da sole, scivolando come gelatina su un dolce saporito e penetrando insistenti nella bocca dell’uomo, soffocandolo lentamente. Franco morì guardando la donna che lo aveva ucciso, con la bocca spalancata come se andandosene via fosse rimasto scioccato. Marie si sedette tra i due cadaveri, guardò le sue mani intrise di sangue, guardò la stanza intorno a sé, le parti vermiglie, il pavimento che era una sorta di Nilo in una delle dieci piaghe d’Egitto e urlò. Gridò fino a che non cadde lunga distesa per terra, con le braccia rivolte verso Linda. Dopodiché svenne. Era l’alba del primo Novembre quando la ragazza aprì gli occhi e provò un senso di nausea e dolore incredibili al petto. Cercò di alzarsi ma non appena appoggiò le mani per terra con l’intento di spostarsi da quel punto, sentì delle fitte lancinanti ai palmi e un formicolio incredibile le tolse la sensibilità agli arti. Si lasciò cadere sul pavimento, distesa, con lo sguardo rivolto verso le prime luci del sole nascente e iniziò a piangere. L’odore del sangue le si insinuò nelle narici, un tanfo di morte e disperazione. Sentiva la testa completamente vuota, priva di memoria. -Che cos’è successo qua…- Sussurrò quelle parole mentre osservava ciò che rimaneva dei due coniugi che l’avevano aiutata, senza avere la minima idea di chi diavolo fossero quelle persone, senza capire… Con un grido disumano si alzò per ritrovarsi un secondo dopo rigida su di una paio di gambe che sentiva pesanti e paralizzate. Corse nonostante i forti dolori all’anca destra, senza riuscire a capire perché si sentisse così debole e perché fosse lontana mille miglia dalla Francia. Aprì la porta che dava verso l’esterno e gridò. -Vinceeeeeeeeeeeeeeent, dove sei??- Ma lui non poteva salvarla e mai più lo avrebbe potuto fare. Attese qualche minuto con le braccia conserte, tremando mentre guardava il cielo sopra di lei. Non c’era nessuno per lei. Presa dal panico iniziò a fuggire senza una meta precisa, correndo con la stessa velocità di una donna inseguita da una belva feroce. -Vi prego aiutatemi! Aiutooooo! Qualcuno ha ucciso delle persone, aiuto!- Sentì la propria voce rimbombare intorno a lei, come se si trovasse dentro una bolla e questo non le piacque per niente. Poi un barlume di speranza, una lucina lontana che proveniva dal sentiero di fronte a lei le spianò la strada, strappandole un sorriso. Dei passi, delle voci umane e rassicuranti. Marie sorrise e si passò le dita tra i capelli umidi di lacrime e sangue. -Finalmente!- Dal bosco apparvero delle donne incappucciate e vestite di nero che le si avvicinarono fluttuando nell’aria. Era un gruppo piuttosto numeroso. Erano trenta. -Sono venute per me, sono libera!- Corse verso di loro emozionata. Mentre da uno dei grossi rami del vecchio ulivo un enorme gufo spiegava le ali, Marie si ritrovò tra le braccia di una delle donne, certa di essere finalmente salva. Un urlo lacerò il silenzio, poi più nulla. Contagio ideale C’erano tutti. La signora Dowell e suo marito, il signor Crowell con la nipotina Daisy di appena sei anni e l’uomo che avrebbe raccontato la storia. La storia di tutte le storie. -Volete un’altra fetta di torta?- chiese Patricia Dowell, sfoggiando un sorriso impeccabile da dente d’oro. -No grazie- rispose l’uomo, toccandosi la pancia piuttosto voluminosa, facendo intendere che non era un gesto di timidezza ma il problema era che proprio non ci stava altro. La piccola Daisy arricciò nervosamente una ciocca di capelli attorno alle dita e inseguì una zanzara con lo sguardo. -Non ci sta più niente in questo pancino- disse la bambina, facendo sorridere i più grandi. Il signor Dowell si alzò aiutandosi con il bastone e rifiutò il braccio della moglie con un gesto piuttosto brusco. -Non sono ancora così vecchio da aver bisogno di una balìa- Si mise di fronte alla grande finestra della veranda e da lì ammirò il mare, quell’immensa distesa azzurra che si mischiava al colore dei suoi occhi. Daniel sollevò in alto il bicchiere pieno di birra e lo mandò giù tutto d’un sorso. -Allora signor… come ha detto che si chiama?- gli strizzò l’occhio perché il sole era forte e non riusciva a vederlo con chiarezza. L’uomo lo guardò con difficoltà perché aveva una benda scura che gli copriva la parte sinistra del volto. Si sistemò meglio sulla sedia e si toccò la benda che gli era scivolata di poco, mostrando leggermente un lembo di pelle bruciacchiata. -Non ha importanza come mi chiamo, comunque se questo può essere rilevante per qualcuno, sono Mark Hendoll. Ma state certi che non dimenticherete facilmente il mio viso- Patricia si sedette accanto al marito con ancora il delizioso profumo della torta di limone in entrambe le mani e stette ad ascoltare l’uomo misterioso. Daisy sbadigliò e appoggiò la testa sulla tovaglia a fiori. -Piccola, attenta a non sbattere la testa sul cesto di frutta- le disse il nonno spostandolo verso il centro. Ma orami lei era già sprofondata nel mondo dei sogni. Il signor Dowell rimase in silenzio per qualche minuto. -Bene signor Mark, cosa voleva dirci?- L’uomo sorrise, li guardò tutti fissandoli con attenzione e dopodiché rivolse lo sguardo sull’orologio che segnava le quattro del pomeriggio. -Bene- disse, sistemandosi ancora la benda per coprirsi meglio –abbiamo qualche ora di tempo, suppongo- Incrociò le mani e sospirò. -Signora Patricia?- Lei ebbe un sussulto e balzò dalla sedia, come se avesse preso la scossa, e solo un secondo dopo si riprese e gli sorrise passandosi una mano tra i capelli in modo nervoso. Lui se ne rese conto all’istante. -Non volevo mica spaventarla, vorrei solo un bicchiere d’acqua- -Oh certo, frizzante o naturale?- -Naturale grazie, non mi sono mai piaciute tutte quelle cose modificate dalla mano dell’uomo- Gli sorrise e si avviò in cucina a passo svelto. La piccola si rigirò sul tavolo, mostrando un grosso segno rosso sulla guancia sinistra. -Tesoro- le disse il nonno, -così ti fai male, vai a riposare nel lettone di sopra assieme a Bunny e tutti gli altri pupazzi- L’uomo bendato fece un gesto improvviso, si alzò e diede un leggero bacio alla bambina dicendole di continuare a dormire tranquilla. -è molto meglio se la piccola dorme serenamente, non è un racconto molto appropriato per la sua età- -So bene cosa è meglio per la mia nipotina, sono suo nonno non un uomo qualunque- Mark rise a bassa voce. -A volte chi pensa di essere vicino ad una persona solo per grado di parentela, non conosce neanche una piccola parte di lei o dei pericoli del mondo- Si sedette e in quel momento tornò Patricia con l’acqua. -Grazie signora- -Non c’è di che- Bevve quasi tutto, lasciò pieno solo un terzo del bicchiere e lo guardò attentamente. -Le bollicine che ci sono nell’acqua, non vanno mai da nessuna parte non è vero? Voglio dire, fluttuano e si fanno notare da tutti noi, ma rimangono sempre lì, in quel bicchiere, concentrate in uno piccolo spazio- Michael sbuffò e rise. -E questo cosa dovrebbe farci capire? È forse venuto per farci una lezione di chimica o per dirci che è un analista?- -No- disse lui in modo secco e privo di emozione. -Non di certo. Le bollicine di quest’acqua non possono volare via da qui, sono un piccolo corpicino rotondo privo di sostanza. Cosa le differenzia dal corpo umano?- Patricia si guardò attorno e parlò, sentendosi leggermente in imbarazzo. -Beh io suppongo che la differenza sia evidente. Se uno di noi dovesse immergersi in un recipiente pieno d’acqua, dopo qualche minuto non resisterebbe e sarebbe costretto a riemergere. Quindi la differenza sta in questo, loro vivono nell’acqua, noi no- L’uomo fece un cenno positivo con la testa ma non si sentì compreso del tutto. -La vera differenza sta in un elemento essenziale, tanto utile quanto pericoloso. L’anima. Se ognuna di queste bolle avesse un proprio spirito, potrebbe pensare e quindi vagare con la mente e tramite la forza del pensiero potrebbe addirittura uscire da quel bicchiere, non in senso fisico, ma in quello spirituale. Potrebbe andar via con la mente e raggiungere luoghi che nessuno conosce- Michael sbadigliò e la piccola Daisy parlò nel sonno, raccontò che in un verde prato le margherite le sorridevano e cantavano assieme a lei. -E quindi tutto questo cosa dovrebbe farci capire?- L’uomo si girò verso Michael che lo guardava con la tipica espressione di chi non crede a nulla di ciò che si sta sentendo. -Signor Crowell, ha presente quelle persone che possiedono un dono particolare, quel qualcosa di incomprensibile che lo distacca da noi poveri umani privi di intelletto?- Michael fece spallucce e si rivolse alla moglie che lo imitò. -Non sapete a cosa alludo, come supponevo… Tanti anni fa ho conosciuto una persona che definirei ‘strana’ e non l’ho mai più dimenticata. Non si può scordare un volto del genere, sarebbe impossibile.. Avete mai sentito parlare delle cosiddette voci nella testa o di esperienza extracorporali tra la veglia e il sonno?- Michael rise. -Io quando torno dal lavoro nei campi ho talmente tanta stanchezza addosso che l’unica cosa che sento è la sveglia l’indomani mattina.. quella sì che parla e non la smette più!- Risero tutti a gran voce, tranne Mark. -Signor Hendoll, la prego, non sia così serio avanti… L’abbiamo invitata a pranzo perché ci ha pregati di ascoltarla e ci sta più che bene, ma deve capire che noi siamo gente allegra. Non si prenda troppo sul serio.- L’uomo si alzò e si mise di fronte a lui puntandogli l’indice contro. -Non si azzardi minimamente a prendersi gioco di certe cose, ha capito? Non ha sentito ancora nemmeno l’inizio della mia storia, quindi se poi alla fine avrò ancora la voglia di ridere e scherzare è un conto e ne riparleremo, ma per ora pretendo il massimo rispetto e silenzio. È un discorso serio.- -Va bene, scusi tanto. Ci dica tutto quello che vuole- Si risedette e chiuse gli occhi concentrandosi. -Vi stavo dicendo ciò che vidi due anni fa. Prima di entrare nel vivo della situazione, prima di arrivare al nocciolo del discorso, vorrei parlare delle mie esperienza nel settore per farvi capire meglio. Faccio lo psicologo e mi sono capitate davvero le situazioni più bizzarre in assoluto, un uomo che diceva di vedere sua moglie ogni notte alle tre in punto proprio sopra il suo comodino, vi rendete conto?- Patricia rimase scioccata e si portò una mano alla bocca mostrando il grosso anello che portava all’anulare. -Sul comodino?- -Si, non sto inventando assolutamente nulla. La vedeva ogni singola notte, ricoperta di sangue mentre gli sorrideva e lo guardava dormire. Una volta mi disse addirittura che al mattino aveva trovato un messaggio vicino alla confezione di medicinali, e aveva subito riconosciuto la sua calligrafia, l’inconfondibile scrittura della moglie… quel modo di allungare le curve delle P e delle L e il modo buffo in cui sottolineava alcune parole, come per imprimerle bene a mente. Nel messaggio gli diceva che la colazione era pronta e che era dovuta uscire di fretta per delle commissioni urgenti. Nell’ultima seduta mi disse di averla vista mentre saltava sull’armadio e ballava come una danzatrice delle fiabe arabe, agitando dolcemente il bacino e portando il corpo all’indietro. Mi disse anche di averla desiderata come non gli succedeva più da tanti mesi ma che allo stesso tempo l’aveva temuta, come se stesse ammirando una maledetta sirena…- -Perché quella era stata l’ultima seduta?- chiese Michael incuriosito -Perché quella stessa notte quando tornò a casa si svegliò alle 2:59 del mattino, prese una lametta dall’armadietto dei medicinali ( dove erano conservati innumerevoli flaconcini e pomate per qualsiasi parte del corpo e per ogni tipo di problema, indubbiamente era un ipocondriaco) e si tagliò la gola. Non ebbe paura di morire perché ne aveva troppa per vivere ormai, capite? -Si, ma è orrendo!- disse Patricia abbracciando il proprio corpo come avesse paura che da un momento all’altro, magari quella stessa notte quando si fosse trovata da sola nella sua camera, lo stesso uomo morto suicida sarebbe sbucato da sotto il letto e avrebbe cercato di tagliarle i polsi. -Signora mia, sarà anche orrendo, ma ciò che gli stava capitando lo era mille volte di più.. la cosa più grave è che tutto questo era solo nella sua testa e io non ho potuto fare nulla per salvarlo, non ci sono riuscito..- Patricia e Michael si sedettero meglio, Daisy sbadigliò e poi riprese a dormire beatamente, mentre suo nonno guardò in direzione del mare e vide una fila di barche a vela che sicuramente si preparavano a gareggiare. Spostò l’attenzione su Mark e così non seppe mai quale sarebbe arrivata per prima a quella regata. -Ci dica tutto dal principio, non ometta nulla. Siamo adulti vaccinati e non sarà di certo questa storia a non farci dormire questa notte. La ascoltiamo- -Siete sicuri di voler sentire il racconto completo nei minimi dettagli?- Patricia guardò suo marito che rivolse lo sguardo verso Henry Crowell che si assicurò che la piccola non stesse ascoltando. -Bene dunque, chi tace acconsente- disse l’uomo, guardandosi le mani e ripercorrendo con il pollice i calli lungo le linee della vita. -Sapete, prima di riuscire a laurearmi in psicologia conducevo una vita completamente diversa. Mio padre ha sempre lavorato la terra fin da bambino e vederlo ogni sera distrutto mentre rincasava con la schiena a pezzi mi faceva sentire in colpa, ci stavo davvero malissimo. Abbiamo sempre vissuto in una casa fuori città e così anche il mio lavoro divenne ben presto quello del contadino. Ne porto tutti i segni ancora oggi. Il sole ti brucia le spalle, la verga è pesante da sollevare e tu devi occuparti comunque e sempre dei campi, perché sei un uomo e non puoi tirarti indietro.- -E come è riuscito a mollare tutto e voltare pagina?- chiese Michael accendendosi una sigaretta. -Oops, si può fumare, vero?- -Veramente di fronte ai bambini il vizio del fumo andrebbe regolato, ma per questa volta facciamo un’eccezione- disse Patricia lanciandoli un occhiataccia. -Scusate tanto, davvero… è che non riesco a controllarmi. Ogni volta che sono nervoso per qualcosa o agitato perché ascolto un racconto particolare devo cercare aiuto nella sigaretta, è un supporto di cui non posso fare a meno. – Mark sorrise. -Non si preoccupi, non è facile smettere di fumare da un giorno all’altro soprattutto in certe circostanze. Ha mai letto ‘La coscienza di Zeno?- -No ma credo lo farò.. come potrei far finta di nulla di fronte ad un consiglio di uno bravo psicologo! Caspita, non mi ricapiterà mai più sicuro!- -Grazie davvero. Comunque si tratta di Italo Svevo, autore moderno. Diciamo che Svevo per me è il Freud italiano.- -Caspita! Leggerò sicuramente qualcosa- Aspirò il fumo e i nervi si allentarono magicamente. Sapeva di esserne assolutamente dipendente eppure non poteva farci nulla. La droga non riesce ad evitarti e tu non puoi evitare lei. Nicotina a vita. -… Comunque, come ci sono riuscito è molto semplice. Sa… anzi, mi rivolgo a tutti voi perché non mi sembra educato tralasciare qualcuno… quando un uomo fa per troppo tempo qualcosa che non lo appaga alla fine rischia di impazzire. Io non volevo diventare né pazzo e né arrivare alla soglia della vecchiaia ingobbito e dolorante a causa del mio lavoro, perciò ho deciso di prendere in mano la mia vita e sconvolgerla. Acquistai vari libri di sociologia, psicologia e filosofia a prezzi stracciati aiutandomi con il denaro che riuscivo a racimolare lavorando part time come cameriere nel ristorante di un amico di mio padre e ogni sera, alle dieci in punto, dopo che io e mio padre tornavamo dai campi distrutti e sporchi, mi chiudevo in camera e studiavo da solo fino a mezzanotte. Poi spegnevo la luce e crollavo fino alle sette del mattino. Ho capito che quella era la mia strada fin dalla prima pagina. Ho capito che sarei diventato uno psicologo, non un contadino specializzato- Fece una pausa e riprese in mano il bicchiere. -Qui dentro c’è il destino di queste bollicine, ovvero quello di non trovare pace. Si scontrano tra loro, non vorrebbero vedersi o sfiorarsi, eppure devono farlo perché quella è la loro condizione. E qui, dentro questo bicchiere, la loro vita non riusciamo a viverla appieno, ne scorgiamo solo i tratti meno evidenti e le sfumature meno marcate, quelle leggere. Se queste stesse bollicine si trovassero nella bottiglia e la premessimo forte, vedremmo che salgono e salgono e riescono anche a dividersi prendendo ognuna la propria direzione… facendo una scelta- Bevve l’ultima sorso d’acqua fresca e poggiò il bicchiere sul tavolo, dove Daisy dormiva ciucciandosi un dito proprio di fronte a lui. Evidentemente non aveva sentito nemmeno mezza parola di ciò che stava dicendo. -A dover fare sempre le stesse cose, a ritrovarsi sempre rinchiusi nello stesso posto quando non lo si vuole… ecco tutto questo può portare alla pazzia. Io non volevo diventare come una di quelle bollicine, tutte uguali e senza la possibilità di scegliere il proprio destino. Così due anni dopo mi sono iscritto alla facoltà di Psicologia e in pochi mesi divenni uno degli studenti migliori. Poi, una volta che mi fui laureato in breve tempo, continuai a studiare frequentando un’infinità di corsi e all’età di ventinove anni mi ritrovai un mio vero e proprio studio con tanto di ‘famoso lettino’ e una bella vista sulla vittà…e per finire in bellezza avevo degli orari molto flessibili- Fece una pausa, tossì e riprese. -I primi anni trascorsero in modo abbastanza normale, arrivavo nel mio studio alle otto del mattino e andavo via alle cinque del pomeriggio. Nel tempo libero vedevo alcuni amici dell’università e ogni giovedì ci riunivamo per una partita a carte. Facevo sempre la vita di prima, molto semplice e senza vizi. I primi pazienti, li ricordo ancora come fosse oggi, erano donne frustrate dai propri mariti che le avevano stressate in ogni modo possibile e inimmaginabile. Una sera, mi sembra di ricordare che fosse Novembre o inizi Dicembre, venne da me una ragazza molto giovane, le diedi al massimo trentadue anni. Il suo aspetto era terribile, tanto che ( non posso negarlo) pensai che forse si sarebbe dovuta rivolgere piuttosto ad un nutrizionista perché era quasi scheletrica. Mi espose il suo problema molto velocemente e in maniera non troppo dettagliata, ma mi colpì molto, tanto che la ricordo benissimo, ancora oggi vedo i suoi lunghi capelli lisci e biondi che ricadevano disordinatamente sulle guance magre e ossute. Mi disse che per colpa del suo ex marito non mangiava mai a pranzo, solo a cena. Patricia si alzò e gettò la buccia rossa di una caramella alla menta che si era gettata in bocca, poi si risedette velocemente con le lacrime agli occhi. L’uomo se ne rese subito conto. -Signora, vuole che cambi discorso?- Lei si asciugò il viso con le dita, picchiettando leggermente sugli zigomi e gli sorrise. -No no continui pure. Ho avuto solo un momento di tristezza, mi sono ricordata alcune cose- Mark abbassò lo sguardo e si sistemò la benda sull’occhio. -Non mangiava mai a pranzo perché in quel momento lui condivideva lo stesso tavolo di lei e quindi le si bloccava lo stomaco. Per anni le aveva corroso il cervello dicendole che valeva meno di zero perché come dire… era in sovrappeso. Lei si era messa in testa che lui avesse ragione e che non dovesse assolutamente vederla mangiare. Apparecchiava la tavola, sistemava i tovaglioli mentre canticchiava un brano in francese, metteva piatti e bicchieri con il sorriso stampato sulla faccia, ma quando lui entrava in casa, lei si ammutoliva. Si sedeva e mentre lui soffiava sulla minestra calda e la minacciava che l’avrebbe picchiata se l’indomani l’avesse trovata ancora così bollente ( diamine, d’altronde valevano più le sue labbra di quel corpo obeso e schifoso!) lei subiva tutto in silenzio mentre guardava fissa la tv senza capire nulla di quello che stava guardando, mentre si mangiava le unghie e le pellicine buttandole giù con un sorso d’acqua… ( Solo acqua, perché se si azzardava solo a pensare di aprire il frigorifero e metterei tavola una bottiglia di una qualsiasi bevanda che contenesse anidride carbonica, c’era il rischio che mettesse su qualche grammo di troppo) Poi, mentre lui sonnecchiava a bocca spalancata sul divano del salotto, lei si alzava e andava in bagno ad adempiere al suo compito di brava mogliettina. Vomitava tutto ciò che non aveva mangiato infilandosi due dita in gola per avere la certezza che non ingrassasse durante il pomeriggio. Ogni notte, verso le undici, quando faceva finta di dormire si alzava e si abbuffava di ogni tipo di leccornia…merendine, patatine, torte, caramelle e trangugiava tutto senza sosta, con gli occhi colmi di lacrime. Finalmente si sentiva sazia, ma la voce di suo marito bussava alla porta del suo cervello e allora si metteva un dito in bocca e salutava la cena che le diceva addio dallo scarico del lavandino. Si liberava delle colpe che non aveva. Daisy si svegliò con gli occhi semichiusi e chiese dove si trovasse. Tutti risero e il nonno le mise una mano fresca sulla fronte. -Piccola ha il febbre- La bambina corrugò la fronte arrabbiata e gli spostò la mano. -Daisy no febbre, Daisy spaventata- Mark spalancò gli occhi e fece un cenno a Michael. -La porti al piano di sopra, si ricordi che anche se non lo dimostrano spesso, i bambini capiscono più di quanto sembra- -Va bene. Vieni tesorino, andiamo a fare una bella passeggiata- Gli occhi di lei brillarono incantati e protese le braccine verso di lui. La prese in braccio e lei salutò con la sua piccola manina, aprendola e chiudendola varie volte mentre il suo piccolo bracciale d’argento tintinnava ad ogni minimo movimento. La signora Crowell le diede un bacio sulla fronte e le augurò buon riposo con un filo di voce. -Ciao ciao piccola- -Ciao bambina- le disse l’uomo bendato, sorridendole come un padre affettuoso. Il signor Herry salì lentamente le scale tenendo ben stretto il corpicino della bimba, che sprofondò in un pesante sonno appoggiandosi al suo collo, sentendosi protetta. Era certo che una volta averla messa a letto ed esser ridisceso al piano inferiore assieme a tutti gli altri, si sarebbe ritrovato una bella chiazza di bava sul colletto della camicia, proprio come se lei fosse una lumachina. Sparì dalla loro vista lasciandoli soli. Fu Patricia ad interrompere il silenzio che si era creato nella grande veranda. -Ehm qualcuno per caso vuole qualcosa da bere o da mangiare?- Si alzò di scatto e guardò l’orologio. Era passata solo un’ora da quando avevano finito di pranzare eppure a lei era sembrato che fossero trascorse almeno tre o quattro ore. -No grazie Patricia, ma io sono ancora pieno… se tocco altro cibo credo che scoppierò… e lei Mark, vuole qualcosa? Anche solo un bicchiere di aranciata per caso?- L’uomo allungò la mano agitandola di poco, facendo capire che non aveva bisogno di niente. -Va bene- disse Michael, -credo allora che dovremmo metterci comodi e ascoltare il seguito del suo racconto, prego- -Non ho ancora detto praticamente niente… Comunque, quella ragazza ad un certo punto iniziò a non presentarsi più e non la incontrai mai per le strade di Baltimora o dei paesi vicini, tanto che iniziai a pensare di aver intrattenuto dei colloqui con una fantasma. Qualche settimana dopo lessi sul giornale che un ragazzo di ventinove anni era stato ritrovato morto nelle scale della sua grande casa, con un sacchetto di plastica infilato in testa. Accano all’articolo vi era una foto dove due poliziotti tenevano ben stretta una donna ammanettata e che si supponeva fosse l’unica indiziata. Non solo la donna era obesa ma di vedeva chiaramente che era felice. Capite? Si era ripresa in mano la sua vita togliendola all’unico che non aveva fatto altro che distruggergliela. -è assurdo- disse Patricia, sistemandosi gli occhiali- scusi signor Hendoll, mi piacerebbe molto farle una domanda, sa è da quando ero solo una ragazzina che ci penso e ora che ho di fronte uno psicologo con così tanti anni di esperienza, voglio cogliere l’occasione- -Tutto ciò che vuole- -Mi sono sempre chiesta, come si sente un uomo che fa questo mestiere quando poi torna a casa? Non vi è una sorta di eccessivo trasporto, uno strano coinvolgimento?- L’uomo rise e rispose subito, senza pensarci nemmeno un attimo, come se già attendesse quella domanda così ovvia. -Bella domanda, davvero. È la stessa che si pone uno psicologo nei suoi primi mesi di attività, assieme a tutta una serie di ansie e preoccupazioni. Ce la farò? È davvero il mestiere adatto a me? Riuscirò davvero ad aiutare queste persone o finirò con il peggiorare la loro condizione? Il lavoro che abbiamo scelto è una responsabilità, una continua sfida con noi stessi che ci porta a ritrovare o perdere l’equilibrio se riusciamo a ridarlo o meno ai nostri pazienti. La sua domanda va di pari passi con il racconto che sto per farvi… quando si è al lavoro si ascoltano i pensieri distorti e inquietanti delle persone e nel momento in cui si chiudono i battenti e si varca l’uscio di casa, proprio in quell’istante si sceglie se portarli con noi per tutta la sera o lasciarli fuori dalla porta come facciamo con la bottiglia del latte. Tutto questo non è facile, ma è indispensabile affinché noi che aiutiamo le persone non dovessimo ritrovarci costretti a trovare qualcuno disposto ad aiutare noi. Ma a volte non possiamo proprio evitare che certi eventi che si supponga siano impossibili riescano invece ad impossessarsi di noi… contagiandoci- Si portò le mani in tasca in cerca di qualcosa e ne estrasse un fazzoletto di lino bianco con dei ricami celesti, lo avvicinò alle labbra e se le asciugò educatamente. Poi lo fece sparire come un mago con il suo coniglio e continuò. -Come dicevo all’inizio…- Il signor Michael spense la sigaretta e lo guardò attraverso la nube di fumo che li separava come un muro, facendogli un cenno che lo costrinse a bloccarsi. -Lei ha detto che quando tornava a casa doveva scegliere se portare sulle sue spalle le preoccupazioni dei suoi pazienti o lasciarle fuori, ok. Ma io sarei curioso di sapere come ci riusciva, non ce l’ha spiegato alla perfezione. Dove trovava questo coraggio, questa forza?- -Nel mio animo ovviamente. Ora, immaginate un chirurgo che al mattino si sveglia e sa che dovrò operare una donna e dovrà mettere le mani tra le due budella. Mancano solo tre ore al momento stabilito eppure quell’uomo… perché di uomini e persone si parla prima di tutto e solo successivamente di dottori e psicologi… ha dei figli che entrano nella sua camera e lo buttano giù dal letto a suon di risate e racconti riguardo a ciò che hanno combinato la sera prima durante la partita di basket. Quell’uomo che tra poco indosserà un camice verde e si laverà ripetutamente le mani per assicurarsi che non abbiano nemmeno il più piccolo germe, è lo stesso che ora bacia sua moglie e condivide con lei il letto e la prima colazione. Sembrano due uomini diversi non è vero? Eppure è sempre e solo uno. Andrà in ospedale, berrà dell’acqua e poi non penserà ad altro che alla donna alla quale dovrà salvare la vita. Quando, tre ore dopo, la signora si sveglierà dall’anestesia disorientata e dolorante, lui la rassicurerà dicendole che tra qualche settimana starà molto meglio e non si rivedranno mai più, lui prenderà la macchina e tornerà dalla sua famiglia. Ma una volta varcata la soglia, in quel grande tappeto marrone con su scritto ‘Welcome’ non lascerà scivolar via solo la polvere da sotto le scarpe, ma anche ciò che è successo in ospedale, per ritrovare se stesso. Se lo si vuole davvero, il lavoro non bussa alla tua porta quando non lo vuoi- -Quindi- disse Patricia – non è poi come pensavo… Io ero convinta che un uomo del genere, quando torna nel suo angolo di paradiso, sia fuori di sé, disorientato e spesso sconvolto… ma mi sbagliavo- Sorrise e si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, mostrando un orecchino di perle bianche. Mark guardò per un attimo il mare, le onde che si stavano innalzando sempre più minacciose colorando l’acqua di un verde spettrale e le barche che sparirono improvvisamente, seguite dai gabbiani che prontamente spiegarono le grandi ali bianche lasciando libere le rocce. Il sole stava iniziando a nascondersi, a giocare con le grandi nuvole birichine. Erano quasi le sei e trenta. -Non sbagliava Patricia, o almeno non del tutto… Alle volte quell’equilibrio che ognuno crea dentro di sé, spesso con tanta fatica e coraggio, un bel giorno viene distrutto, o meglio… viene intaccato da qualcosa di mosto strano, come un virus che attacca il nostro corpo ma per fortuna viene annientato dal nostro sistema immunitario o con l’aiuto degli antibiotici prescritti dal medico. Delle volte però… Non si hanno anticorpi a a sufficienza e il maligno trionfa su di noi, poveri deboli. Vi ricorderete della persona di cui vi parlavo all’inizio…- Patricia e Michael fecero un cenno con la testa e proprio in quel momento dalle scale scese Harry, senza la piccola Daisy. -Immagino di essermi perso la storia, non è così?- Mark gli sorrise. -Insomma, si è perso solo l’introduzione… Non ho ancora parlato del succo della storia- -Benissimo allora!- disse, spalancando gli occhi come un bambino di fronte ad un buffo clown e avvicinò la sedia al tavolo. -Allora sono fortunato, quasi quasi mi preparo i pop corn- Non rise nessuno e Patricia gli rivolse la parola in modo serio, rimproverandolo. -La bambina?- -Sta dormendo come un ghiro sul lettone, ci ho messo più di un ora per farla addormentare. Ha voluto che le leggessi una fiaba, quella di Hansel e Gretel e questa ormai è la terza volta in una settimana- La donna sorrise dolcemente. -Bene visto che ci siamo tutti, direi che il nostro ospite può continuare a parlare altrimenti credo gli si seccherà la bocca e faremo notte oppure qualcuno si addormenterà sul tavolo come la bambina- Rise e si versò un bicchiere di birra porgendo la bottiglia agli altri che rifiutarono. -Meglio cos, vorrà dire che ce ne sarà di più per me- Gli fece l’occhiolino e bevette velocemente accavallando una gamba sopra l’altra, formando una L al contrario. -Non mi è mai piaciuto esagerare con la birra o l’alcool in generale. Bisogna starci piuttosto attenti- Henry fece volteggiare la bottiglia rivolgendo gli occhi verso il soffitto, come un bambino capriccioso e infastidito- -Andiamo, Mark! È una bottiglia di birra con solo il 4,0% di alcool, non dobbiamo mica guidare poi- Se ne versò un altro bicchiere e tutti notarono che le sue guance si stavano accendendo di un bel rosso vermiglio. Patricia si alzò e gli tolse la bottiglia di mano. -Questa la mettiamo a dormire ora, ok?- Henry la guardò con quei suoi occhi lucidi e rimase sconcertato, allungò il braccio destro in direzione della donna ma scivolò giù dalla sedia finendo quasi sotto il tavolo. -Solo un goccetto, promesso!- Mark si alzò e diede una mano alla donna che da sola no riusciva a far star fermo Henry. -Su, non faccia il bambino. Gliel’ho detto prima, mai esagerare con le cose che ci piacciono, soprattutto quando ci piacciono troppo. Esiste la dipendenza da ogni cosa, non solo dalla droga. Dipendenza dall’alcool, dipendenza affettiva, dipendenza dal gioco d’azzardo… E poi il problema non è il momento in cui ci si inietta la dose o ci si mette di fronte ad una slot machine o non si fa altro che stare ventiquattro ore su ventiquattro incollato alla bottiglia, al telefono con la persona che crediamo di amare ma che in realtà è solo un’ossessione.. no, il vero guaio inizia quando non si ha a disposizione tutto questo e allora si inizia a star male, il cuore inizia a battere troppo velocemente, il respiro si fa corto, le mani tremano e iniziano a sudare e si diventa piuttosto nervosi o violenti. Tutto questo prende il nome di ‘crisi di astinenza’ e non è per niente bella anzi…- Lo fece alzare con forza e si ritrovarono faccia a faccia mentre Patricia e Michael rimasero immobili in un angolo senza fiatare. Il buon vecchio Michael per la verità non si era quasi reso conto di nulla perché stava facendo un pisolino poco prima che l’ubriacone si mettesse a gridare che voleva la sua dannata bottiglia. -Certo che lei è veramente preparato, Mark. Sa, all’inizio ho dubitato di lei… mi son detto, forse non è poi così bravo nel suo mestiere, ma ora mi son reso conto che sa approfondire gli argomenti che riguardano il cervello e l’animo della gente e devo dire che è proprio un’eccellente psicologo, complimenti- Battè le mani, mimando un patetico applauso senza alcun tipo di coinvolgimento e dopodiché allungò le braccia prima sulle sue spalle e poi sulla sua benda, spostandola di qualche centimetro. Mark lo spinse a terra e si ritrasse terrorizzato toccandosi il volto e proteggendosi come se avesse a che fare con le fiamme dell’inferno. Guardò Herry con un espressione serissima e si fece scuro in volto, era scioccato e non riusciva nemmeno a parlare. -Che cos’ha fatto eh?? Vada immediatamente a sciacquarsi le mani, oddio mio che cosa ha combinato?? È tutta colpa della birra, della sua sbronza e della sua stupidaggine!!!!!!!- Patricia fu colta da una crisi d’ansia e iniziò a respirare a fatica e ad immergere le sue lunghe dita tra i morbidi capelli che profumavano di cocco, torturandoli ad uno ad uno. -Mi scusi, signora- Mark la guardò e rimase impietrito nel vedere che la donna era completamente assente, era in quella stanza proprio come lo erano gli altri ma allo stesso tempo non era lì, era via in un altro luogo lontano mille miglia. Le si avvicinò e la scosse energicamente alzando la voce. -Patricia!!!!!!- Solo in quel preciso momento l’uomo notò le numerose lentiggini che le ricoprivano sia il petto che le braccia ma ancor di più si rese conto che la pelle d’oca era resa ancor più evidente dal leggero rialzamento di peli biondi così simili a sottili fili elettrici. -Mi scusi, è che… spesso… soffro di attacchi di panico, non so bene come spiegarglielo ma è così… A volte quando qualcuno alza troppo la voce o discute animatamente ecco, non reggo la situazione e mi ammutolisco, inizio a sentir dolori ovunque e mi chiudo in me stesso…il mio ex marito, beveva moltissimo e ogni sera quando tornava a casa non faceva altro che prendere in mano quel maledettissimo cavatappi, posizionarsi di fronte alla tv sul canale di sempre ( il suo programma preferito era un quiz dove potevano partecipare coppie sopra i vent’anni e si chiamava ‘ O vinci tutto o perdi la tua donna’) e pretendere che la cena fosse pronta per le otto. Le scesero le lacrime e si buttò tra le braccia di Mark che la strinse forte. -Immagino- disse lui –che se si azzardare a tardare di qualche minuto gliela facesse pagare- -Oh si esatto- rispose, sorridendo tristemente e cercando un fazzoletto con cui pulirsi il naso che ormai colava come una candela. -Ogni volta erano grida, urla e botte- Si portò le mani al viso e si tappò gli occhi, nascondendosi completamente. Herry si avvicinò barcollando Mark lo respinse spingendolo piano verso un angolo della stanza, il più lontano possibile dalla donna. Michael, silenziosamente, guardò fuori dalla finestra e l’unica cosa che riuscì a vedere, a parte i suoi stesso occhi riflessi sul vetro, furono le luci delle barche che costeggiavano il molo. -Lei non si avvicini mai più a me e la smetta di bere. Non si vergogna di comportarsi in questo modo dopo aver trascorso così tanto tempo con la piccola Daisy?? Comunque ciò che mi preme sapere è se ha lavato le mani. Non menta!- Se le guardò attentamente e in quell’istante gli tornano alla mente ricordi dell’infanzia, avvenimenti che ormai era certo di aver dimenticato ma che ogni tanto spuntano fuori quando meno te lo aspetti, proprio come quei giocattoli a molla che ti saltano addosso spaventandoti e sorridendoti quasi volessero dirti ‘Non devi aver paura di me, non mordo mica, però ti farò gridare’ Ricordò quando suo padre, quella volta che era tornato tardi dopo la festa di fine corso, gli aveva ordinato di dare una controllata al trattore ( cosa che aveva trascurato durante il pomeriggio perché aveva preferito tenere tra le braccia Lisa Ghernel nel campo dietro casa) e quando era rincasato dopo il duro lavoro aveva trovato la cena fredda che lo attendeva sul grande tavolo di ciliegio accanto a sua madre che gli aveva guardato le mani luride di grasso e gli aveva detto con una faccia schifata di andare a lavarsele per bene. -Non combinerai mai nulla di buono nella vita con quelle mani, Har- gli diceva sempre, e ora a distanza di vent’anni mai frase gli era sembrata più veritiera di quella, con la sola differenza che forse era riuscito a combinare un vero e proprio casino con la C maiuscola e in grassetto. Uno scossone lo fece sobbalzare. Erano le mani di Mark bene aggrappate sulle sue spalle, come un’aquila che stringe forte il tronco di un albero con i suoi artigli. -Mi ha sentito? Ha toccato qualcuno prima di lavarsele o ha anche solo messo le mani su del cibo?- Herry lo fissò a bocca aperta come un pesce dentro una boccia, come se Mark gli stesse dando delle indicazioni per potersi salvare da un’imminente apocalisse Zombie. -Non… Io le ho lavate con acqua corrente e sapone… mi vuole dire cosa diamine succede?? Insomma, io sarei piuttosto stanco cazzo!- I singhiozzi lo travolsero e la stanchezza, unita alla sbronza eccessiva, presero il sopravvento, come accade ai bambini quando hanno affrontato un lungo viaggio in macchina e crollano sui sedili posteriori. Ma quell’uomo steso per terra non era più un bambino e l’unico viaggio che aveva fatto era un trip perverso e malato causato dall’assunzione di troppo alcool che chissà quando gli avrebbe fatto funzionare di nuovo il cervello. Non era certo un bambino stanco dalle troppe fiabe che il padre gli ha letto per farlo addormentare, no… Harry aveva già sostituito da un bel pezzo quelle magiche storie dei fratelli Grimm con le etichette delle Tuborg rubate da qualche 7-eleven della zona. Mark si avvicinò a Patricia che nel frattempo si era ripresa ( a fatica si, ma ce l’aveva fatta quella gran donna forte e coraggiosa!) e cercava di farsi aria con le mani, per cancellare dal volto sia le lacrime che quell’orrendo rossore. -Ho pregato il signor Crowell affinché lavasse bene le mani e credo mi abbia ascoltato per davvero…a modo suo diciamo. Non so se potrà ritornare ad essere l’uomo di prima, guardi cosa mi ha fatto!- La donna avvicinò il suo volto a quello di lui e lo esaminò con cura socchiudendo gli occhi per vedere con chiarezza ogni minimo dettaglio della sua pelle. -Potrebbe togliere la benda almeno per cinque secondi? Non credo di capire bene cosa le è successo.. mi sembra di vedere il suo occhio.. irritato, ma ho bisogno di una sbirciatina in più- Glielo disse allungando le mani. Mark si ritrasse terrorizzato e le fece cenno di non avanzarsi più. -Non mi tocchi! Non mi deve sfiorare neppure con il pensiero, potrebbe essere troppo rischioso, non mi guardi così attentamente la prego.. io non voglio essere la causa di gravi problemi o di morte certa… si allontani subito le ho detto!- Patricia non battè ciglio e non parlò, rimase in piedi di fronte a lui, in quell’immensa veranda dove ormai le ombre si addensavano fino a mostrare il loro vero volto e il mare si mischiava al buio del cielo. Poi, prese una sedia e si sedette tenendosi la testa tra le mani e piangendo in silenzio. -Che cosa diavolo cista succedendo?? Herrrryyyyyyyyyyyyy!!!- In quel momento l’uomo si alzò da terra barcollando e mormorò parole quasi incomprensibili che però giunsero all’orecchio da lince della donna. -Non mi… bene, credo di stare molto ma… andrò a riposare sì, perché meglio una birra oggi che una gallina domani giusto? Oppure no, era meglio un bicchiere oggi che un uovo domani…?- Si avviò verso le scale e mentre cercava di salire mancò l primo scalino per ben tre volte, cadendo sui tre scalini successivi e rischiando di farsi saltar via i denti. -Dove vai?- le chiese Patricia. Si girò verso di lei con un paio di occhi talmente rosso che alla donna sembrò di avere di fronte a sé le fiamme dell’inferno e le ricordarono subito quelli di zia Betty quando non riusciva a mettersi le lenti a contatto e doveva riprovarci almeno tre volte, così che una volta terminata l’operazione aveva le pupille piene di filamenti rosso sangue. Era una cosa disgustosa che l’aveva sempre impressionata e ora ce l’aveva di nuovo di fronte a lei. -Vado a riposare baby, a dormire! Non si può? Vuoi farmi compagnia per caso?- Fece un gestaccio con la mano e le sorrise furbamente, poi sparì al piano superiore come un fantasma. Mark lo guardò andar via e poi si rigirò verso Patricia rendendosi conto che era profondamente scossa e fuori di sé. -Si calmi la prego, faccia un bel respiro lungo e non pensi a nulla. So che è molto difficile ma so anche che è una donna molto forte, glielo leggo negli occhi e lo vedo dalle sue mani. È molto più coraggiosa di quanto non voglia far credere a se stessa.- -La ringrazio davvero, ma la prego…- Si sporse leggermente incurvando la schiena e cercando le mani di lui, per sentirsi davvero compresa. L’uomo indietreggiò bruscamente e non la ricambiò. -Mi spieghi per favore- -Con piacere… ammetto di sentirmi iin imbarazzo, ma non posso farci niente. Merita di sapere tutto quello che mi è successo tanti anni fa, e mi dispiace di non poterlo raccontare anche ai suoi due uomini di casa- Le sorrise piegando la bocca da una lato, in modo molto triste. L’uomo si guardò attorno e cercò Michael con lo sguardo, ma lo trovò steso sul divano, addormentato come un bambino di cinque anni che è stanco di guardare i cartoni animati e crolla davanti alla tv. Poi, si sistemò meglio la benda in modo da tappare completamente l’occhio sinistro e si sedette comodamente di fronte alla donna. -Partiamo dall’inizio, come avevo già detto, il mio animo mi permetteva senza troppa difficoltà di discernere il mio lavoro dalla vita privata e quindi i pensieri negativi e le ansie assurde dei miei pazienti dal mio mondo idilliaco. Ma, a volte, ci capitano delle cose, degli avvenimenti che non avremmo mai immaginato e allora nulla è come prima e non esistono più le linee divisorie che ci proteggono dal male, come quelle che si usano per separare la zona bagnanti dagli squali negli oceani, oppure come il cerchio di sale accanto alla porta della camera che dovrebbe tenere lontani gli spiriti maligni.- Patricia fece un cenno con la testa e continuò ad ascoltare attentamente. -Quel cerchio di sale, o se vogliamo fare un altro esempio possiamo citare quel grazioso acchiappasogni che quasi tutti teniamo in camera vicino al letto e che ci aiuta a tenere lontano gli incubi…ecco a volte queste cose ‘buone’ vengono distrutte da una forza incontrollabile, che si serve di noi e della nostra energia, annientandoci- Si spalancò la finestra e un aria gelida, incomprensibile e improvvisa, invase la stanza. Patricia saltò sulla sedia e lanciò un grido acuto, come quello di una ragazzina che ha appena visto un topolino di campagna rovistare tra l’immondizia in cera di un pezzo di formaggio. Mark si alzò velocemente e senza dire niente la chiuse forte, assicurandosi che niente potesse forzarla. Prima di tornare dalla donna si fermò a guardare il crepuscolo che si addensava davanti a lui e vide la sua stessa immagine riflessa nella vetrata, un uomo bendato per metà che mostrava solo un lato misterioso del volto, una sorta di Dottor Jeckyll e Mister Hide in una rivisitazione moderna. Per la prima volta in ventitré anni ebbe paura di se stesso e rabbrividì. Ripensò a quel lontano 1972, rivide il volto dell’uomo che non avrebbe mai dimenticato, nemmeno tra un milione di anni e gli sembrò di rivederlo non solo nei ricordi ma proprio lì accanto a lui nel riflesso dello specchio. Lo vide sdraiato sul lettino mentre sorrideva al bianco soffitto, con lo sguardo perso nel vuoto o fisso su di un ragno che passava le sue ultime ore a tessere la tela. Guardò il tramonto per la seconda volta, si mischiò a quel rosso sangue come se fosse la sua stessa anima e chiuse gli occhi, immaginando di poter andar via da qualche parte come stava facendo proprio in quel momento il sole, sparire e tornare il giorno dopo, magari sotto un’altra veste, con altri colori ed essendo un uomo nuovo, forse migliore. Patricia lo guardava incuriosita, come capita a quasi tutte le donne quando non riescono a capire cosa mai possa passare nella mente di un uomo che fissa un vetro, immobile. Poi gli si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla e distogliendolo dai suoi pensieri. -Signor Hendoll, la prego, si sieda e si liberi di questo fardello che la tormenta- Gli prese le mani, sorridendogli come se si conoscessero da chissà quanto tempo o come se fosse sua sorella, e lui si sedette accanto a lei, in silenzio. -Tirava proprio un bel vento eh?- gli disse lei, giocando con le perle bianche della lunga collana, il regalo di compleanno per i suoi cinquant’anni. Mark guardò in direzione della finestra, attraversò le palme e i fiori colorati che davano alla casa quella perfetta atmosfera esotica che avrebbero fatto scordare a qualunque uomo tutti i weekend trascorsi alle isole Fiji, proprio come quelli che aveva passato da ragazzo come premio extra per aver fatto dei turni di 10 ore consecutivi mentre i colleghi sorseggiavano Brandy sdraiati sulle loro amache. Il suo occhio sano, quello destro, scrutò ancora il sole per l’ultima volta,dopodiché quell’immensa arancia scomparve quasi del tutto, riposando beatamente. Buonanotte e sogni d’oro mio caro. Si girò verso la donna, stavolta con un’espressione diversa, come il suo volto, che ora appariva rilassato e quasi ringiovanito. Era giunta l’ora. Lo sapeva, così come sapeva che quella donna non era affatto male. Per niente. -Il vento dice?- Ho saputo che da queste parti il clima è pazzo, così come la temperatura. Cinque minuti prima tutti tace, ti fai un goccetto, mangi un pezzo di torta al cioccolato e poco dopo se guardi fuori dalla finestra ci manca poco che gli alberi finiscano in mare e se tenti di varcare la soglia di casa, rischi di volar via come una piuma. Sarò anche un bel posto dove trascorrere le vacanze ma, signora mia, farebbe paura anche ai marinai.- Lei rise nervosamente torturandosi le mani che le si impigliarono tra le perle. -Ma non è solo il tempo, giusto? C’è qualcos’altro, non è vero?- Si guardarono in silenzio per un lasso di tempo che sembrò infinito e Mark sollevò la testa rivolgendola al piano superiore, dove dormiva la piccola Daisy. Deglutì e guardò l’orologio. Le 8.30 -C’è sempre qualcos’altro Patricia, anche in questa casa che le sembra così buona e in queste persone, compreso me- Lui fiutò la sua paura, come un lupo che capisce quando un coniglio, nascosto dietro un cespuglio, trema con le orecchie ben aperte pronto a darsela a gambe. Si dispiacque di questo. -Non abbia paura, non sono un mostro anche se ammetto di non assomigliare certo a Johnny Depp purtroppo- Lei accennò un sorriso senza sollevare la testa, poi, con il cuore che usciva dal petto, gli strinse forte le mani, cercando di non fargli troppo male. -Racconti tutto, dall’inizio alla fine- Respirò a lungo, come se dovesse tuffarsi in una piscina olimpionica e restare in apnea, poi esaudì il suo desiderio. -Non volevo rovinare la vostra vita, davvero… ma sono stato costretto. Prima che le racconti la mia storia per intero, voglio che lei sappia che non sono una cattiva persona capisce?- -Certo certo, l’avevamo capito tutti, Mark. La prego continui….- -Tutto è iniziato molti anni fa a causa del mio lavoro. Non so se ha mai avuto a che fare con persone strane o pazze, ma nel caso non le sia ancora successo, la avviso di guardarsene bene dallo stare ad ascoltarle. Io ero solo un ragazzo, amavo il mio lavoro, fin da piccolo non avevo desiderato altro che aiutare le persone fragili o che avevano semplicemente bisogno di un supporto e non volevo che andasse a finire così… non l’avrei mai immaginato- Si blocca un istante interrotto da continui rumori al piano di sopra seguiti da forti colpi di tosse. L’uomo e sua nipotina Daisy. La donna sorrise e lo invitò ad andare avanti. -Una sera di Febbraio del 972 venne nel mio studio un uomo di circa cinquant’anni… bendato. All’inizio ammetto che questo fatto mi fece addirittura sorridere perché era la prima volta in cinque anni di lavoro che mi ritrovavo ad avere a che fare con un paziente bendato ad un occhio. Gli dissi che ero ben lieto di aiutare un pirata. Lui non sorrise e questo mi preoccupò molto- -Perché?- -Perché dai suoi atteggiamenti e dal suo sguardo perso, capii subito che tra i due quello in difficoltà ero io- Non avevo mai visto n uomo così afflitto e spento, era come se non avesse nemmeno la forza di camminare, ricordo che dovetti aiutarlo io sdraiarsi perché lui era troppo debole, rimaneva immobile come se fosse scioccato- -E poi, cosa è successo?- -Gli parlai in modo amichevole, come se fosse un mio compagno di liceo o un vecchio conoscente, ricordo che non smettevo nemmeno un attimo di sorridergli, ma solo ora, a distanza di parecchi anni capisco di aver sorriso per timore, per paura che potesse farmi del male. Le è mai capitato di comportarsi in un modo insolito solo perché non sa come uscire da una situazione? Perché teme che, se agisse nella maniera giusta qualcosa potrebbe accanirsi contro di lei, come quando si passa accanto ad un cane rabbioso e invece di lasciarlo dormire lo si chiama sperando che, attirando la sua attenzione, ci lasci in pace?- La donna si sedette meglio accavallando le gambe e sorrise. -Certo, non sa quante volte mi è successo! Sono stata costretta perché spesso il nostro cervello va in una direzione che noi non conosciamo o non riusciamo a seguire e fa quel che gli pare- -Esatto.. Dunque, mi capirà perfettamente. Passarono dieci minuti, io giocavo continuamente con una di quelle palle di vetro con dentro un pesce rosso di plastica e la neve che cade giù, ma non erano le mie mani quelle che agivano, no. Mi sentivo svuotato e debole, come se già sapessi che quell’uomo mi avrebbe causato una disgrazia. Ora so con certezza che mi aveva già infettato- Patricia lo guardò attentamente corrugando la fronte. -Infettato in che senso? C’entra con il suo occhio suppongo…- -Esattamente- Diede un lieve colpetto alla benda, assicurandosi che fosse al suo posto, poi proseguì. -L’uomo non parlava, allora ( a debita distanza) decisi di fargli qualche domanda per rompere il ghiaccio e poi lo ammetto, iniziavo ad innervosirmi, mi sentivo male. Non mi avvicinai, gli parlai stando molto lontano, questa volta lasciando perdere il pesce di plastica che continuava a fissare le alghe che galleggiavano nel suo piccolissimo acquario- -Quale fu la prima domanda?- -Gli chiesi quale fosse il suo nome e perché mai un uomo apparentemente in salute avesse lo sguardo perso. Sa cosa mi rispose?- -Cosa?- -Mi disse che il suo nome non era affar mio, che intanto avrei ricordato per sempre la sua faccia e che dovevo star zitto, lasciarlo parlare senza interromperlo. Voleva togliersi un peso dallo stomaco- La donna deglutì, improvvisamente scossa da un fremito di paura e si voltò verso il marito, che dormiva con la bocca spalancata russando come un ghiro- -Michael? Michael? Ti vuoi svegliare?? Il signor Mark ci sta per raccontare la parte più interessante, non vuoi starlo a sentire- Rise nervosamente agitando le gambe, tanto da formare una X che non sfuggì all’uomo bendato. Le poso una mano sulle ginocchia, bloccandole. Lei si voltò spalancando gli occhi, sgomenta. -Non sono un violentatore, sono sempre e soltanto uno psicologo e lei ora è troppo nervosa. Non voglio spaventarla e non voglio nemmeno che lei finga con se stessa. Su andiamo… nessuno dei due è convinto lei sia davvero interessata a suo marito in questo momento. Ce dell’altro e si chiama Paura. Non deve, mi creda- -Va bene, lascerò stare Michael. Riprenda da dove l’ho interrotta- L’uomo steso sul divano bofonchiò qualcosa di incomprensibile, si rigirò su di un lato coprendosi la faccia con il cuscino a fiori e continuò tranquillamente a russare. Al piano superiore i rumori continuarono, stavolta ancora più forti e insistenti, come se qualcuno si divertisse a spostare il letto e il cassettone. La donna apparve spaventata e si rivolse a Mark con un tono di voce appena udibile. -Non crede anche lei che dovremmo andare a controllare?- Mark ripiegò la testa da un lato, sistemò la benda come fosse un pirata ( un Capitan Uncino poco convincente) e le mostrò tutta la sua disapprovazione. -Non salga la prego. Devo finire questa storia, insomma non vorrei dovermi trattenere ancora per molto. Ho un volo diretto per la Spagna che mi attende all’alba e non intendo perderlo. E poi sa che c’è?- -Che cosa?- rispose lei allarmata. -Quest’aria non mi fa bene per niente, troppa solitudine, il mare, le zanzare che mi stanno mangiando vivo. Non resisterei ancora per molto- Patricia si sforzò di ridere mischiando quel leggero sorriso ad un’eccessiva tosse forzata. Nascose il fazzoletto alla lavanda in tasca e guardò Mark. -Noi ci siamo abituati a quest’aria- -Anch’io mi sono abituato alla mia aria da uomo misterioso eppure abbandonerei il mio corpo anche ora seduta stante, specialmente tutte le volte che mi guardo allo specchio, quindi anche voi se lo voleste potreste andar via- Non gli rispose e cambiò completamente discorso, andando dritta al punto. -Come gli è successo?- Mark si voltò verso la grande vetrata, scrutò le piccole stelle che ormai iniziavano a brillare nel cielo estivo e in lontananza vide un aereo pronto ad atterrare in qualche aeroporto vicino. Quella era la vera libertà. Si rigirò verso la donna, che ora lo scrutava con la bocca semiaperta formando una O di curiosità e timore che lo fecero intenerire. -L’uomo che incontrai tanti anni fa mi guardò in faccia solo una volta, questo glielo avevo detto?- -Mi pare di no- -Non voleva mai incrociare il mio sguardo, continuava a darmi le spalle e a parlarmi lentamente mentre tremava come un uomo sotto shock. Mi raccontò che da bambino era sempre stato molto silenzioso, troppo chiuso e asociale. Sua madre soffriva di disturbi della personalità e urlava anche senza motivo. Mi confessò che quando aveva solo otto anni, in una giornata afosa di fine Agosto, sua madre si mise a cucinare la pasta e iniziò a canticchiare un motivetto snervante sentito in una telenovela spagnola. Poi, di punto in bianco gettò la pentola per terra ustionandosi sia le mani che le gambe. Le grida raggiunsero la casa della vecchia Wilma Welson, che in quel momento ( a detta del signor George Deller che raccoglieva le rose rosse del suo giardino) leggeva un romanzo delle sorelle Bronte mentre con l’altra mano coccolava il suo Maine Coon di 8 kili. Mentre ricordava quell’episodio, iniziò a aprire e chiudere le mani in modo ossessivo e velocemente, come se cercasse di acchiappare qualcosa al volo. -Povero bambino, dev’essere stata una vita dura. E poi, cosa successe?- L’uomo si massaggiò delicatamente il lato sinistro del volto con una smorfia di dolore. -Si, è stato molto sfortunato certo. Successivamente mi disse di essere scappato di casa e di non esserci mai più ritornato, di aver vissuto per cinque mesi sotto un ponte mangiando gli avanzi che trovava per terra e di essersi riparato dal freddo con alcuni scatoloni che divideva con i topi e gli scarafaggi di passaggio.Mi parò dei suoi disturbi frequenti, dei mal di testa che non gli permettevano di dormire bene e dei continui sbalzi d’umore davvero insopportabili. Bastava una giornata di sole per renderlo tranquillo e uno stupido temporale per deprimerlo a tal punto che una sera di febbraio tentò di tagliarsi i polsi con una bottiglia di birra rotta a metà- -Dio mio, è mostruoso! Quest’uomo è stato uno dei suoi pazienti più strani per davvero!- le disse sistemandosi i capelli all’indietro. -Si, indubbiamente- sentì un brivido in tutto il corpo, ma non disse niente. -Non si uccise, ma i tagli che si provocò per cercare di cancellare il dolore che provava nell’animo gli procurarono delle profonde cicatrici che mi fece vedere, ovviamente non mi permise di avvicinarmi troppo, quel tanto che bastasse per allungare le braccia e mostrarmele senza pudore. Erano davvero scioccanti, ricordo di averle toccate lentamente e con una punta di ribrezzo, come se qualcuno mi stesse costringendo ad accarezzare un serpente. Poi, ad un certo punto, si alzò dicendomi che era tardi e che qualcuno lo aspettava a casa. Sbatté la porta e sparì dalla mia vista. -Quando lo rivide?- -Il giorno seguente, secondo appuntamento. Entrò nel mio studio a testa china, come la volta precedente. Gli dissi di sdraiarsi sul lettino e gli chiesi di parlarmi di qualunque cosa, gli diedi carta bianca. Fuori gli usignoli cantavano allegramente e a lui questo diede molto fastidio. Mi pregò, anzi, mi obbligò di chiudere la finestra altrimenti sarebbe accaduto qualcosa di brutto, lui o loro si sarebbero arrabbiati- La donna, sempre più sconcertata, si sedette meglio avvicinando la sedia all’uomo. -Loro chi? A chi era riferito?- -Agli uomini che vivevano nella sua testa. Mi disse che tutti quei suoni e rumori del mondo, lo distraevano e questo li avrebbe fatti imbestialire. Gli chiesi se queste persone gli parlavano per tutto il giorno e mi disse che a volte lo disturbavano al mattino e alla sera, ma era la notte il momento in cui agivano maggiormente. Non lo facevano dormire, gli dicevano delle cose prive di senso, lo imploravano affinché facesse delle cose per loro. Mi raccontò di una voce in particolare che una notte prevalse su tutte le altre e urlò a gran voce nella sua testa, a tal punto che temette di impazzire del tutto- Il suo occhio iniziò a lacrimare e Patricia, che in un primo momento era rimasta con le mani in mano immobile come un fantoccio, si era poi alzata, chiedendogli se voleva per caso un fazzoletto. -No la ringrazio, non è niente. A volte mi capita, ma passa dopo qualche minuto- Lei gli sorrise un po’ turbata e si risedette. -Mi scusi solo un momento, accendo la luce, qui non riusciamo quasi più a vederci in faccia- Fece per alzarsi quando la mano di lui la afferrò saldamente, facendole male. -La prego si sieda e mi faccia finire. Non voglio che ci sia troppa luce, si fidi di me, non conviene a nessuno. Ormai sono quasi arrivato al capolinea- Lei immobile e rigida, lo fissò dalla sua postazione dietro la sedia, dopodiché acconsentì e si rimise al solito posto. -Grazie, lei è una donna che capisce perfettamente. Come dicevo, c’era questa voce che apparteneva ad un uomo di circa sessant’anni, questo me lo giurò perché ne era certo così come lo era del fatto che mi stava raccontando qualcosa di insolito. Ebbene, il tono della sua voce era molto alto e minaccioso, più volte lo invitò ad alzarsi, dirigersi in cucina e prendere il coltello più grande per poi piantarselo dritto nel cuore, e ogni volta che desisteva, quella voce continuava a tormentarlo sempre più, arrivando a denigrarlo e bestemmiarlo in ogni modo, spesso anche in lingue che non conosceva. Quell’uomo stava iniziando a spaventarmi, lo ammetto… E decisi che non lo avrei voluto più vedere. Gli prescrissi dei tranquillanti dicendogli che sicuramente quelle voci cattive erano dovute ad un eccessivo stress o che molto probabilmente soffriva di una leggere forma di schizofrenia. Gridò come un pazzo, dicendo che lui non era folle e che i miei tranquillanti potevo benissimo ficcarmeli nel culo e andò via urlandomi contro e dicendomi che prima o poi sarebbe stato sempre peggio, non solo per lui- Respirò a fondo e si passò la lingua sul labbro superiore, mentre la donna sembrava sempre più curiosa. -Cosa intendeva con quelle ultime parole?- -Ciò che non avrei mai sospettato, signora. Quella sera rimasi nel mio studio fino a tardi con un dolore lancinante alla testa. Aprii il cassetto e trovai una scatola da trenta aspirine, ne tolsi due e le presi assieme a un po’ d’acqua. Grazie a Dio l’effetto desiderato arrivò dopo pochi minuti e decisi di tornarmene a casa, prendendo la strada più lunga per poter fare una passeggiata al parco. Era notte fonda, credo fossero le dieci e trenta o giù di lì e non c’era nessuno nei paraggi. Spinsi leggermente il cancello con sopra scritti gli orari di apertura e chiusura e mi sedetti sulla panchina più vicina. Non ero stanco, ma quella sosta non mi dispiaceva per niente. Distesi le gambe, chiusi gli occhi con il mento rivolto all’insù, verso le innumerevoli stelle. Poi qualcosa si mosse dietro di me, in uno dei grandi cespugli. All’inizio pensai che si trattasse di qualche piccola lucertola o di un cane randagio che stava facendo i bisogni, ma poi, quando i rumori aumentarono e si fecero più insistenti, iniziai ad avere paura- -Che cosa vide?- -Non so bene cosa vidi quella notte, ma quando mi alzai dalla panchina con il cuore in gola, sentii che alle mie spalle c’era qualcosa che mi spiava, qualcosa di molto grosso e… cattivo. Si, cattivo è l’aggettivo che mi venne in mente. Ricordo che iniziai a camminare velocemente e nonostante provassi una certa curiosità, lo ammetto, non mi girai mai per paura di ciò che avrei potuto vedere. Sapevo di essere seguito da qualcosa che ce l’aveva con me- Patricia di sedette più comodamente, cercando di sparire sempre più su quella sedia, guardandosi ossessivamente alle spalle e sorridendo per convincersi che stesse bene. -Non entrerà nessuno da quella vetrata, non c’è bisogno che stia così rigida. Se è così tanto spaventata, allora taglierò questa parte- -No no no, la prego. Continui, è solo che non sono molto coraggiosa. Mi succedeva anche quando da ragazzina mi ritrovavo in campeggio con i miei cugini ad arrostire i Marshmallow e raccontarci storie di fantasmi davanti ad un meraviglioso falò. Io ero sempre l’unica fifona che rimaneva paralizzata dal terrore tutta la notte, immobile e con le gambe tremanti. Un po’ mi vergogno tutt’ora- Sorrise abbassando la testa e spostando nervosamente una ciocca di capelli sul viso, coprendolo per metà. -Non c’è nulla di cui vergognarsi, la paura è normale così come lo è l’amore, l’amicizia.. fanno parte della nostra vita ed è giusto così- -Comunque poi è riuscito a tornare a casa?- -Si, ma con difficoltà. Il freddo si fece sempre più intenso e un forte vento si alzò su di me, quasi strappandomi di dosso il giubbotto pesante. Era incredibile. Sapevo che sarebbe bastato solo un quarto d’ora e poi finalmente avrei visto il tetto spiovente della mia casa, eppure, mi sembrava di essere talmente distante da sentirmi perso. Dietro di me quella ‘cosa’ iniziò a scalciare i piccoli cocci di vetro che io avevo ignorato poco prima, così come i sassolini lungo la via. Non riuscivo a capir se si trattasse di una persona, di un animale strano oppure…- La donna spalancò gli occhi in un misto di terrore e incredibile curiosità. -… oppure della mia immaginazione. Mi veniva da ridere, lo giuro. Mi sentivo un po’ come alcuni dei miei pazienti ( quelli meno gravi s’intende) che mi raccontavano di non riuscire spesso a distinguere la finzione dalla realtà. Aumentai il passo, intorno a me non si sentiva assolutamente nulla, né un rumore, né la voce di qualche ragazzo ubriaco che aveva deciso di tornare a casa tardi, niente di niente. Poi ad un certo punto sentii una risata, non proprio ben definita, ma comunque abbastanza decisa da farmi quasi voltare. A quel punto iniziai a correre, perdetti anche qualche banconota lungo la via e quando iniziai a intravedere la porta della mia casa, saltai come una rana per raggiungerla al più presto. Mi caddero le chiavi di mano più volte, le riacciuffai al volo e mi girò la testa per ben tre volte, avevo la gola secca e il cuore mi scoppiava nel petto. Finalmente riuscii ad infilare le chiavi nella toppa dopo vari tentativi e aprii la porta per poi richiudermela alle spalle con una velocità incredibile. Mi accasciai a terra, convinto che avrei sentito di nuovo quel suono, ma il silenzio fu totale. Mi sentii finalmente al sicuro.- Iniziò a tremare, i ricordi lo terrorizzarono a tal punto che quando Michael sbatté involontariamente la gamba sinistra contro il tavolino, Mark si alzò dalla sedia come se fosse stato appena punto da un cactus. La sua fronte era imperlata di sudore e temette di sentirsi male. -Un bicchier d’acqua la prego- La donna guardò prima a sinistra e poi a destra, un po’ impacciata si alzò e si diresse verso la cucina. -Torno subito. O mio Dio è così pallido, si vuole stendere un po’ mentre aspetta?- L’uomo di massaggiò la fronte e le tempie che gli pulsavano. -No, no. Ho solo bisogno di raccontare la mia storia… manca davvero pochissimo. Vorrei solo bere un bicchiere d’acqua fresca- -Subito- Lei spari, lasciandolo solo. Pensò a quella risata, a quanto era risuonata cruda e maligna, ripensò a mille altre cose che ancora non aveva raccontato e un brivido talmente intenso da fargli male gli attraversò la schiena, facendolo muovere di poco sulla sedia. Sentì lo scroscio dell’acqua che fuoriusciva dal rubinetto e sorrise al pensiero che quella era l’unica donna tra le tante conosciute in tutti quegli anni, che si ricordava quale tipo di acqua preferiva… naturale, please.. Poi, la vide con il bicchiere in una mano e un elastico nero nell’altra, sorridente e malinconica. -Ecco a lei, Mark- Vedo che ha già ripreso un po’ di colore- -Si, sto molto meglio grazie- Prese il bicchiere, quasi facendolo scivolare a terra perché le mani gli tremavano incredibilmente. ll contatto delle labbra sul vetro freddo lo fece star meglio, provò lo stesso sollievo di una bruciatura curata con un po’ di crema all’aloe. Bevve tutti di un sorso e sospirò. -Grazie, davvero- Le sorrise educatamente porgendole il bicchiere vuoto. -Non ho proprio alcuna voglia di rialzarmi e tornare in cucina. Lasciamo qua per ora- Se lo mise accanto ai piedi e rivolse all’uomo uno sguardo tenero. -La prego continui. Eravamo arrivati al punto in cui era riuscito a tornare a casa- -Ah si, mi ricordo bene. Non cenai, non avevo assolutamente voglia di mangiare, andai dritto in bagno a lavarmi i denti e mi misi a letti, spegnendo subito la luce. Non riuscivo a dormire, mi rigiravo di continuo e sudavo come se avessi corso per ore intere. La testa aveva ricominciato a pulsarmi e farmi male ma non avevo voglia di alzarmi per prendere altre medicine. Mi sedetti sul letto e accesi la luce strofinandomi gli occhi. Fu allora che la sentii, nitida e tremenda- -Cosa?- -La risata. Arrivò come un fiume in piena, repentina e maledettamente cattiva. Aprii gli occhi e la cercai ovunque, accanto all’armadio, vicino alla finestra, guardai addirittura per terra come fanno i bambini che hanno paura del mostro sotto al letto, per trovarvi poi solo un mucchietto di polvere e le vecchie babbucce che ti guardano scioccate. Mi sentivo così ridicolo… così stupido. Il mio cuore ebbe un sussulto nel momento in cui mi resi conto che la risata era nella mia testa. Ecco perché non la trovavo da nessuna parte. Poi una voce mi parlò, poco dopo l’incredibile scoperta e trasalii , rabbrividendo come un pulcino.- -E cosa le disse?- - All’inizio parlò troppo velocemente, non riuscii a seguirla. Poi, pian piano iniziò a rallentare e capii le prime parole nitide: ciao mio piccolo bastardo- I rumori al piano di sopra si fecero più violenti e alla donna sembrò addirittura di aver sentito un piccolo grido soffocato, ma non disse niente. Sicuramente Harry dormiva e parlava nel sonno accanto alla nipotina. -Le disse veramente così?- -Certo, non sto inventando assolutamente niente. Cercai di mantenere la calma, ma era più forte di me. Spensi la luce e mi convinsi che fosse tutta colpa dell’eccessiva stanchezza mista alla paura provata quella sera. Schiacciai il cuscino contro la testa, come se volessi soffocare quella voce, ma lei tornò più forte di prima. Mi parlò come se fosse uno bizzarro speaker alla radio, disse che l’umidità quella notte era molto intensa e che sicuramente al mattino la città avrebbe visto una nebbia fortissima. Poi annunciò l’arrivo di un ospite internazionale in studio e di un piccolo break pubblicitario. Patricia lo guardò sgomenta con le lacrime agli occhi. Lo smalto, messo accuratamente il giorno prima, ora era solo un lontano ricordo tinto di un vago blu. Il vizio di mangiucchiarsi le unghie e le pellicine tornò come fanno spesso gli ex. -La pubblicità riguardava un nuovo prodotto per la cura dei piedi, una sorta di deodorante alla lavanda efficace al 100%. Ricordo che la musichetta iniziale era davvero orribile, mi mandava letteralmente fuori di testa. Poi la reclame finì e la voce mi disse che era il momento giusto per un buon pezzo rock. Me lo diceva come se stesse parlando ad un vero e proprio pubblico!- -Ricorda una canzone?- -Certo, era Starway to Heaven dei Led Zeppelin, solo che non la sentii tutta. Ad un certo punto, dopo qualche minuto, mi scaraventai fuori dal letto urlando e dirigendomi verso il bagno. Mi sciacquai il viso con dell’acqua tiepida e poi tornai in camera. Mi sdraiai e cercai di dormire, ci riuscii per qualche ora ma mi svegliai di soprassalto in un bagno di sudore. Ero in uno stato pietoso. Le voci continuarono a parlarmi e dirmi che mi sarei dovuto cercare un’altra casa perché non ero altro che un fannullone, un ladro e che non meritavo nulla. Mi disse che mio padre non mi aveva mai voluto bene per davvero e che anzi per lui ero stato solo un peso. Ero così stanco che alla fine crollai e mi svegliai alle 8 del mattino con il sole che mi baciava delicatamente la pelle e gli usignoli che cinguettavano allegramente. -Andò a lavorare?- Mark ci pensò un attimo, sistemò la benda con una smorfia di dolore e proseguì il discorso. -Certo. Ero troppo professionale per pensare anche solo per un attimo di assentirmi dopo una stupida notte in bianco, seppur tremenda. Rabbrividii al solo pensiero che quella mattina avrei rivisto quell’uomo, che gli avrei dovuto parlare e starlo ad ascoltare. Avrei preferito schiantarmi contro un albero e perdere coscienza anche per qualche settimana. Arrivai al mio studio, aprii un poco la finestra per far circolare l’aria, appoggiai le chiavi sulla scrivania e mi buttai sulla sedia in eco pelle cercando di rilassarmi almeno un po’. Poi qualcuno bussò alla porta. Trasalii con il cuore che mi saltava da un punto all’altro del petto, raschiandolo. Non appena pronunciai la magica parola ‘Avanti’ un po’ come facevano i ladroni con ‘Apriti sesamo’, l’uomo apparve davanti a me come in una visione mistica. Ovviamente la prima cosa che vidi fu la benda che copriva il suo occhio destro e le sue mani che cercavano di nascondere l’intero volto. Abbassai la testa e gli dissi di sdraiarsi sul lettino- -E come andò quell’incontro?- Mark la guardò come una persona che vorrebbe evitare di rispondere a quel genere di domande e iniziò a tremare, deglutendo di continuo. -Non potrò mai dimenticarlo. All’inizio restammo entrambi in silenzio, come succede a due persone che custodiscono lo stesso segreto e non vogliono proprio parlarne, poi lui iniziò a ridere, educatamente, ma comunque mi fece innervosire perché ero certo si stesse burlando di me. Gli chiesi se si sentisse meglio e lui mi rispose che sì, non poteva certo lamentarsi… ‘Almeno adesso le cose si stanno… raddrizzando’- -Raddrizzando? Che cosa intendeva dire?- -Ancora non potevo comprenderlo bene, ma poi in seguito fu tutto così chiaro e… spaventoso. Non chiesi altro riguardo la sua improvvisa felicità e passai ad un altro argomento… quello per cui era venuto da me. Gli chiesi di raccontarmi il resto della storia, si insomma, se gli era capitato di sentire ancora delle cose orribili, gli dissi che io ero lì per aiutarlo e non avrei mai osato ridergli in faccia. Uno psicologo non ti prenderà mai per pazzo. Mi parlò ancora delle sue voci, di una notte in particolare ( aveva ventotto anni e dormiva accanto a sua moglie) in cui una giovane ragazza si fece largo nella sua testa e gli disse di andare in ospedale, ficcarsi un ago nel braccio e tirar via tutto il sangue che aveva in corpo. Era un modo gentile per dirgli di uccidersi una volta per tutte. Lui ovviamente non lo fece, ma questo gli costò due ore di paura e di veglia, in cui combatté sul ring dell’incoscienza cercando di uscirne vincitore. Uscì di senno a tal punto che provò a soffocare sua moglie, dopo aver tentato di morderla sul collo. Ovviamente di lì a qualche giorno si ritrovò scapolo come un tempo e con la fama di essere un semi-vampiro psicopatico. Ma il pezzo forte arrivò dopo qualche mese. Si bloccò per prendere fiato e ammirare le luci del faro che gli facevano l’occhiolino in lontananza. Sembrava quasi un S.O.S. Fu la donna a parlare, cercandolo con lo sguardo. -Che cosa le raccontò?- -Mi disse che non c’era notte in cui non vedesse delle strane figure, non erano ben definite e potevano assumere diverse sembianze. Tutto questo succedeva ogni volta che chiudeva gli occhi e cercava di dormire, senza riuscirci. Una notte vide dei puntini viola che si avvicinavano pericolosamente e poi si allontanavano e si trasformavano in piccole lingue di fuoco. La volta successiva vide un uomo vestito di rosso che lo guardava intensamente e i suoi occhi erano cerchiati di verde, blu e oro. Cercò di ipnotizzarlo e gli disse che lui era il signore del tempo, che lo avrebbe aiutare a fuggire dalla sua epoca e che meritava molto più di quanto gli stesse offrendo la sua gente. Vedeva ogni sorta di colore, sfumatura e forma, dei piccoli vermi grigi che fluttuavano nel buio, delle donne che lo baciavano, bellissime all’apparenza,ma che poi rivelavano il loro aspetto reale… tremendo, come se fossero delle streghe vestite solo di sangue e cenere. Poi mi disse che sarei dovuto stare molto attento, si sistemò la benda che si era leggermente spostata e saltò via dal lettino, andando via senza salutarmi- -Lo rivide?- -Si, dopo due giorni. Ma la notte in cui tornai a casa, dopo il nostro secondo incontro, io.. io vidi migliaia di cose che nessun uomo dovrebbe mai vedere. Non dovrei nemmeno parlarne, per il bene suo, mio, dell’umanità intera. Andai a dormire e le voci cominciarono ad infastidirmi dicendomi che ero un fallito e che mia madre avrebbe fatto bene ad abortire. Decisi di ignorarle, pensai ‘Prima o poi si stancheranno’ ma ci volle un ora prima che mi lasciassero in pace, e nel frattempo mi era venuto un mal di testa incredibile. Cercai di dormire ma le immagini nella mia testa arrivarono all’improvviso, fulminee. All’inizio vidi dei puntini luminosi che segnavano una traiettoria ben precisa, la seguii e raggiunsi una piccola casa dalle pareti azzurre. Poi l’abitazione sparì e intorno a me si materializzarono tanti piccoli folletti con i cappelli a punta. Ha presente i sette nani? -Certo, ricordo ancora adesso tutti i nomi, molto buffi- -Anche io li ricordo. Quelli che vedevo io però non avevano proprio tutta l’aria di essere dei buoni nanerottoli che di lì a pochi minuti avrebbero canticchiato ‘Andiam, andiam, andiamo a lavorar’, nient’affatto. Ricordo che uno di loro mi minacciò con un seghetto e poi tagliò la gola a quello più piccolo, che riposava accanto a lui. Si gettò a terra ridendo e imbrattandosi il viso di sangue. Quelle immagini erano orrende e aprii gli occhi, respirando a fatica. Mi alzai ed andai a fare un giro a piedi, nel buio più assoluto. I cani abbaiavano in lontananza e vidi un gufo che mi spiava da un tronco possente posto di fronte a me, a tre metri di altezza. Poi capii una cosa, molto importante quando sconcertante… Chiusi gli occhi e vidi un uomo che rideva come uno scienziato pazzo, vestito di nero e con un paio di vecchi stivali da cowboy ai piedi. Ad un certo punto mi fece l’occhiolino mentre l’altro occhio, il destro, cadde nel vuoto in quell’incubo surreale, sparendo per sempre da questo mondo. Mi guardò con fare minaccioso, come se fossi io la causa di quella perdita e a quel punto spalancai gli occhi sapendo che quello era l’unico modo per potergli sfuggire. La risata mi ritrovò e la sentii ancora più intensa delle volte precedenti. Non potevo fuggire da me stesso. Iniziai a correre e tornai velocemente a casa. Mi sedetti in un angolo al buio, come un bambino che è stato messo in punizione e piansi tutta la notte. Al mattino, con gli occhi gonfi e rossi mi alzai e andai a lavorare, come se niente fosse, come riescono a fare le donne che dopo aver passato la nottata a piangere per l’amato che le ha appena lasciate, si vestono , si truccano ed escono di casa tranquille e sorridenti- Guardò la donna e dai suoi occhi capì che il discorso calzava a pennello con il suo stato d’animo. Poi gli sorrise e lo pregò di continuare. -Arrivai nel mio studio con un leggero ritardo e quando ruotai il pomolo della porta…- Non riuscì a parlare, guardò il pavimento e poi finalmente riuscì a trovare il coraggio per andare avanti, nonostante si sentisse frastornato. -Che cosa trovò?- -…L’uomo, il mio strano paziente sdraiato sul lettino. Mi prese un colpo e quasi me la feci addosso. Gli chiesi come accidenti avesse fatto ad entrare e mi rispose che non aveva importanza, che dovevo starlo a sentire e niente più. E così feci. Lui iniziò a ridere e a dirmi che non si era mai divertito così tanto in vita sua come in quegli ultimi giorni, da quando mi aveva incontrato.- -Perché le disse così?- -Perché aveva ragione, lui stava guarendo e io mi stavo ammalando, quindi per lui iniziava il vero divertimento. Mi disse di aver visto altre cose la notte precedente e quando mi tappai le orecchie perché non volevo proprio saperne di starlo a sentire, si imbestialì e iniziò a dimenarsi, tanto che temetti di vederlo trasformarsi da un momento all’altro in un licantropo o qualcosa di simile… proprio come nei film horror… ma grazie a Dio non successe niente del genere. Raccontò di aver visto delle luci rosse che lampeggiavano ad intervalli irregolari per poi trasformarsi poco dopo in piccoli punti esclamativi... mi parlò di una strana capra dalle corna lunghissime che cercava di saltare una staccionata fatta di corpi umani smembrati. Era una situazione davvero assurda, ma sa qual’era la cosa più incredibile?- La donna, evidentemente impaurita, si guardò attorno lentamente, per accertarsi che non ci fosse nessuna capra diabolica accanto a lei. -No, quale fu? Sa, mi sta molto spaventando…- Mark sorrise debolmente e fissò le sue mani tremanti. -La cosa più incredibile fu che quella notte stessa quando tornai a casa, dopo aver mangiato una pizza al volo ed essermi messo a letto, non riuscii a chiudere occhio perché quelle stesse lucine rosse mi si presentarono come delle luci natalizie. Erano stupende e scendevano verso di me come un fontana bellissima, anche se ricordo di aver avuto paura ed essermi mosso nel letto come se fossi sul punto di scappare. Poi accadde e quasi non me ne resi conto, fu come la puntura di una piccola ape- Si rese conto dell’ansia e dell’agitazione provate dalla donna e quasi temette di proseguire. -Cosa le è successo?- Spalancò gli occhi e in quel momento la assomigliò in una maniera incredibile ad una bambola in porcellana che aveva visto la settimana prima in un mercatino dell’usato. Inquietante a tal punto da restare sullo stesso scaffale per tutto il tempo necessario, fino a che non si sarebbe ricoperta di polvere e sarebbe sparita dalla faccia della terra. -Uno dei puntini rossi si fece sempre più grande, sempre più vicino… allora arretrai e ricordo di aver cercato anche di saltar giù dal letto con ancora una lucina accesa sul comodino. Sentii un dolore lancinante all’occhio destro quando provai a guardare la stanza attorno a me mi resi conto di non vedere altro che il buio assoluto, ero sommerso da un’oscurità allarmante e claustrofobica. Il battito iniziò ad accelerare e pensai di avere il cuore nelle orecchie, ma la cosa che più mi preoccupava era la mia parziale cecità. Il mio occhio sinistro era quello buono, ma il destro… era andato. Bruciava come se mi avessi involontariamente spruzzato un deodorante per ambienti dritto nella pupilla o uno di quei piccolo tubetti spray al peperoncino che tutti potevamo trovare in commercio contro gli aggressori. Andai a lavarmi il viso. Spalancai bene la pelle attorno all’occhio, tenendo il pollice accanto alla guancia e l’indice poco sotto l’arcata sopraccigliare e mi lasciai sommergere dall’acqua fredda che affogò completamente il mio occhio malato. Poi chiusi il rubinetto e tamponai l’occhio con un vecchio asciugamano bianco. Continuava maledettamente a bruciare, allora presi la macchina come un pazzo correndo per le strade di Baltimora senza guardare nemmeno il semaforo e andai al più vicino studio oculistico della zona. Ricordo ancora oggi ciò che dissi al medico: - mi dia qualcosa per quest’occhio di merda prima che me lo strappi e lo faccia ingoiare ad uno dei suoi pazienti.- Patricia non riuscì a nascondere un’imbarazzante risatina nervosa che le era scivolata via dalle labbra come spesso le capitava con il sapone e si scusò. -Non si preoccupi. Rise perfino il medico, mentre cerca va un collirio e degli antidolorifici efficaci. Li presi e mi chiusi nel suo bagno privato, quasi buttando giù la porta. Solo in un secondo tempo mi resi conto del cartello rosso con su scritto ‘Riservato solo al medico’ e sotto in più piccolo, ‘ Non azzardatevi ad usare il mio bagno per motivi futili o la prossima volta ve la faccio pulire con la lingua’. Sembravano il titolo e l’occhiello di un articolo di giornale, roba da matti. Misi il collirio imprecando un vaffanculo detto con il cuore. I dolori erano assurdi e iniziava a scoppiarmi la testa, sembrava che qualcuno mi stesse colpendo il lato destro della faccia con un piede di porco e pensai ai ladri di cervelli, quelli che scassinavano i crani. Ero uscito completamente di senno. Risi a voce alta e il suono della mia voce mi spaventò a tal punto che gridai e rovesciai le medicine dentro al lavandino, giù nello scarico. Cazzo!! Sbattei la porta, tornai un attimo in bagno e nel guardarmi allo specchio vidi un uomo nuovo, vecchio di almeno quindici anni e con un occhio mezzo chiuso. Cosa avrei dovuto dire al medico? O sa, stanotte non riuscivo proprio a dormire perché dei puntini rossi mi hanno bruciato l’iride e credo che il suo collirio non mi servirà proprio a nulla, è come piscio! Inoltre, ho appena intasato il suo bagno e le dico senza problemi che non intendo coprire le spese per far venire qua un idraulico al più presto e aggiustare la situazione. Addio e occhio alla sua salute… Guardai ( con difficoltà ma guardai) la finestra dietro di me e mi resi conto che forse Dio non si era completamente dimenticato della mia esistenza. Potevo saltar giù senza frantumarmi le ossa. E così feci, correndo come un pazzo verso il mio studio. -Perché non andò da un altro oculista?- Rise e la guardò scuotendo energicamente il capo. -Perché nessuno avrebbe capito. Arrivai sudato e mi gettai sulla mia vecchia poltrona piangendo come un bambino che vuole le caramelle ma nessuno gliele compra. L’uomo rise, quello che avevo cercato di aiutare. Rise e si levò la benda dall’occhio, ora perfettamente guarito. Mi strinse la mano e mi disse che mi avrebbe ringraziato per sempre. Finalmente era libero da quella malattia… Il suo occhio era leggermente rosso ma non era più costretto a coprirlo. Aprii la bocca per dire qualcosa ma lui mi precedette in modo così sfacciato che mi irrita tutt’ora mentre ne parlo. Continuò a ridere e mi augurò una pronta guarigione, ma quel bastardo sapeva benissimo che non ne sarei uscito così facilmente Mi disse che ora finalmente sapevo come aveva perso la vista, poi andò via, sparendo come un fuggiasco. -Lo rivide?- -No, mai più- Il buio ora era totale, Patricia sforzò la vista per poter scorgere i lineamenti dell’uomo che le stava parlando e gli occhi iniziarono a lacrimarle per la forte stanchezza. Mark si alzò e si sgranchì le gambe senza pronunciare una sola parola, mentre la donna accanto a lui sorrideva senza un motivo ben preciso,forse… paura? Un rumore fortissimo la fece sobbalzare sulla sedia, portandosi una mano sul cuore. -Che chiasso che fanno quei due lassù! Conoscendo bene Harry sicuramente con un occhio, starà rovistando tra i cassetti in cerca di qualche maglietta da mettere per cena mentre con l’altro controllerà la nipotina. Sempre il solito- Mark sorrise ma lei non potè saperlo. -Glielo chiederà non appena scenderà con Daisy. Io ora devo proprio andare, sono in ritardo e se non mi do una mossa l’aereo partirà senza di me. È stato un piacere signora mia, saluti il resto della meravigliosa famiglia- Le porse una mano incredibilmente gelata e lei si ritrasse debolmente per non risultare troppo ineducata. -La accompagno alla porta- -No, non si scomodi, ho una buona memoria e al buio un occhio… di falco- Lei sorrise e lo guardò andar via, inghiottito dalle tenebre. -Ma è sicuro di stare bene?- Urlò, per accertarsi che la sentisse. Lui si girò, ormai lontano. Gli rivolse uno splendido sorriso e un occhio destro perfettamente sano, si mise le mani in tasca e sparì nel buio del vialetto. Non si sarebbero mai più rivisti. La donna si coprì le braccia e il collo con un vecchio scialle trovato sul divano ( un po’ come il marito) e accese la luce, dirigendosi in cucina. -Tesoro, cosa c’è per cena?- Michael, dolcemente, le cinse le braccia attorno al collo. -Mi hai spaventato accidenti! Ma tu non eri nel mondo dei sogni?- Lo baciò delicatamente approfittando di quel magico momento per sistemargli all’indietro i capelli. -Mi sono svegliato da poco, ma dove sono Harru e la piccola?- -Al piano di sopra, la piccola aveva sonno e quell’idiota si è ubriacato e non stava per niente bene. Roba da matti.- Lui sorrise e la guardò dritta negli occhi. -Sei bellissima, te l’ho mai detto? Amo i tuoi occhi…- -Oh ma come siamo dolci oggi- Gli sistemò il colletto della camicia e si allontanò per prendere una bottiglia di vino dal frigo. -Oh oh oh! Arriva l’uomo di casa con la sua nipotina preferitaaa, fatevi da una parteeeeeeee!- Harry, paonazzo come una fragola gigante, scese le scale tenendo per mano la piccola Daisy che si liberò prontamente da quella stretta per andare incontro alla donna. -Come tai?- Patricia la abbracciò forte sollevandola in aria e le rassettò la gonna a balze che le si era stropicciata durante il lunghissimo sonnellino. -Sto benone, cosa dovrei avere?- La bambina, ora a terra, si stropicciò gli occhi facendo tintinnare il piccolo bracciale che adorava così tanto. -Daisy incubi, uomo cattivo e luci rosse strane… tanta paura Daisy- La donna sbiancò ed era sicura che sarebbe svenuta da un momento all’altro, era solo una questione di secondi. -No tesoro, tranquilla, va tutto bene- -Allora- disse Harry sorridente – a chi tocca preparare la cena? Michael si accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra, in cerca di qualche buona stella. -Va bene, ho capito. Vuol dire che oggi mi metterò io ai fornelli, bellezze mie- Fece l’occhiolino alle uniche due figure femminili della casa e mandò loro un bacio, soffiando sul palmo della mano. Daisy saltellò felice, tra le braccia di Patricia. -Beh, poi che fine ha fatto quell’uomo… Mark? Ci siamo persi il racconto non è vero?- Disse Michael continuando a fissare gli alberi davanti a se, in lontananza. Aveva appena cominciato a piovere e le goccioline d’acqua si erano gettate sopra il vetro, attaccandosi come ventose. La donna si irrigidì e sorrise, fingendo di sentirsi bene. -è andato via poco fa, aveva un volo per la Spagna. Vi racconterò tutto ciò che mi ha detto. Roba da pazzi…- Michael non disse nulla e fece dei piccoli cerchi grigi con il fumo, perfetti, come quelli degli indiani. -Scusate un attimo, vado al bagno- disse lei, accarezzando dolcemente una guancia paffuta della bambina. Accese la luce, si inumidì il collo con un po’ d’acqua fresca e legò i capelli riordinandoli in una lunga coda di cavallo. Lo specchio di fronte a lei rifletté l’immagine di un’estranea. Si avvicinò impaurita e guardò attentamente…attentamente… il suo occhio destro, rosso. Iniziò a farle male la testa e a bruciarle il lato destro del volto, appena sopra lo zigomo. Spense la luce e anche dentro di lei si spense qualcosa quando capì che forse, per il momento, era meglio coprire l’occhio con una benda. Michael la chiamò mentre Harry canticchiava l’inno di Francia ( era arrivato al punto in cui il giorno della gloria era giunto finalmente! ) e faceva saltare la frittata nella padella. Sarebbe stata una bella vita, nonostante tutto. Entrò in cucina sorridente, nascondendo il forte dolore che provava e mentre le immagini nella sua testa iniziavano a farsi vive e minacciose, ripensò a quello che gli aveva detto Mark a proposito delle bollicine nella bottiglia… Ora si sentiva come loro, senza via d’uscita, stesso identico destino ( Si insomma, sei fottuta baby) e mentre la bambina la chiamava a gran voce, tre parole risuonarono nella sua testa, più potenti che mai… …per il momento, per il momento. Avanzò verso la bimba, ridendo come solo una vera donna sa fare. Nonostante tutto, nonostante tutto.
  4. Roberta canu

    Le strade per l'inferno

    quattordici racconti horror che vi toglieranno il sonno ♥
  5. Roberta canu

    Without you i'm nothing

    Without you i’m nothing: Occhi verde smeraldo, da spaccare i cuori. Le dita sulla chitarra, lo smalto nero come fuliggine. Il pallore del tuo viso, i lineamenti lunari. La tua bassezza, il tuo essere così minuto ma scaltro. L’accento inglese, il francese quando serve, un bambino dorato tra le braccia, l’amico di una vita accanto. Ti guardo sorridere fra una foto e l’altra, in quei tuoi abiti così trash, così animaleschi, nel tuo candore che è quasi musica sensazionale. Ti ricordi quando dicevi sempre you know? Ti ricordi quando proclamavi vendetta contro il governo E le uccisioni? Quello era amore. Il candore delle tue dita sullo strumento, come quasi fosse un piacere estatico. Dicono amore platonico, ma noi ti abbiamo già nell’aria, ti respiriamo di profumi esotici quando sei in giro per i tuoi viaggi, quando canti per noi, soltanto per noi. L’essenza della vita che si traduce in qualche canzone, ed è subito magia. Solumates never die. Non muore mai che si ama per davvero, e quante notti spese a pensarti, a pensarci, sul domani che non ha gloria, su oggi che non ha vendetta. Una stazione radio, un tonfo al cuore, far tardi per colpa tua, ammiccare amaramente, aver voglia di mollare tutto e tutti e fuggire da te. Londra per me ha un altro senso, ha un altro valore, è dove ci sei sempre tu. Without you i’m nothing. Senza te non sono niente. Il pallore lunare delle tue guance, e il riverbero dei tuoi occhi, sono le sensazioni del mio cuore a farmi parlare. Una mattina pura, dicesti, all’alba di un giorno con la tua amica, aspettando il test, aspettando l’esito della vita. Un amico nel bisogno è un amico che c’è sempre, e tu sei come l’amicizia che scorre nelle vene, gatto dalle sette code, piccolo scricciolo da curare e medicare. Meds, le pillole della saggezza. Non c’è differenza d’età in amore, se non quella che vedono solo gli occhi. Senza te, noi non saremo nulla.
  6. Roberta canu

    Gli angeli di Daniel

    Daniel è un militare dei campi di concentramento, e rivive in flashback i tormenti che ha dovuto subire il suo migliore amico. -Perché Dio è così crudele?- Questo è l’ultimo ricordo che ho del mio migliore amico prima che accadesse. Prima che gli uomini con le divise antipatiche con sopra degli strani simboli lo chiudessero in un enorme stanza assieme ad altri bambini, uomini che gridavano e donne dall’altro lato che piangevano chiamando i propri mariti. Ricordo di aver sentito quelle ultime parole, urlate a squarciagola, mentre io, un bambino di soli otto anni lo guardavo da dietro un filo spinato, osservando il fumo che fuoriusciva da quella grande fornace, convinto che qualcuno stesse per prepararci dei buoni dolci fatti in casa. Il fumo era ovunque, annebbiava la vista, ricordo che mi pizzicavano forte gli occhi ma continuavo a guardare dritto davanti a me, nell’orrore, nella fine di milioni di vite spezzate solo perché ritenute di razza inferiore. Gli uomini cattivi, comunemente chiamati nazisti, davano ordini con le loro facce schifate, come se stessero guardando dei vermi e non uomini straziati e strappati alle loro famiglie. Il mio migliore amico, Frank, era tra quelle persone sfortunate che non si son potute difendere e hanno dovuto abbandonare per sempre questa terra troppo giovani. Quando chiudo gli occhi, dopo trent’anni, posso ancora rivedere il colore di quel cielo nero e le facce terrorizzate delle vittime innocenti, e piangere nel cuore della notte mentre mi sembra di udire nel silenzio assoluto, i richiamare tremendi dei soldati privi di coscienza e pietà. Il telefono che squilla mi riporta alla realtà, al presente, nel mio studio ampio e ventilato in questa calda mattinata di luglio del 1975, dove i ricordi si mischiano con i pensieri della vita di tutti i giorni. Alzo la cornetta che, nonostante qua dentro ci siano solo 15 gradi, scotta. -Chi è?- -Dan, sono io, Michael- Michael è un mio caro amico, vive a più di trenta chilometri dal mio paese, Welzerz, e non sta passando un bel periodo. Vive costantemente in ansia per esser stato abbandonato dai suoi genitori biologici alla nascita, e l’ha scoperto solo qualche giorno fa. Gli starò vicino. -Dimmi tutto, ti ascolto- -Ecco, so che non è facile per te…- Alzo gli occhi al soffitto e vedo un ragno enorme che cerca di tessere la sua ragnatela sul grande lampadario di Swarosky luccicante. Ha scelto il posto meno adatto. -Michael, ci sono eh, dimmi- Un attimo di silenzio, sento solo il suo respiro lento e in lontananza qualcuno che alza troppo la voce verso di lui. Detesto le persone che comandano sulle altre, che invece di parlare civilmente urlano come se si sentissero in diritto di obbligare qualcuno a obbedirgli. Li detesto da quando ho sentito quegli uomini, tanti anni fa, che gridavano con ferocia contro delle persone che per paura di esser picchiate, stavano zitte e subivano ogni sorta di maltrattamento. Se non avanzavano verso quei grandi forni che non producevano niente di buono. -Ecco, con mio grande rammarico, sono obbligato a darti questo incarico, da parte del generale Hans Zaner, da oggi sarai convocato come membro ufficiale della ‘Deutchland Union soldiers. So che per te è un duro colpo, ma non posso fare altro che riferirti gli ordini del superiore- Mi cade quasi la cornetta di mano. No, la Union no. Non voglio commettere gli stessi errori di mio padre e di tanti altri uomini, colpevoli di aver distrutto vite valorose e di aver seminato morte e disperazione. Non voglio dover rivivere tutto. Mi sembra già di sentire l’odore di bruciato, di vedere una giovane sposa che viene allontana dal suo uomo perché le donne devono stare da una parte e i maschi da un’altra, vedo già gli occhi tristi di un bambino che vuole abbracciare il papà che è lontano, forse già in paradiso... mentre lui lo aspetta con occhi speranzosi, si, perché i bambini non dovevano sapere niente, per loro è come un gioco dove vince il migliore, il più coraggioso quello che non ha paura di diventare cenere nel vento. -Ci sei?- La voce di Michael mi fa quasi trasalire e ci manca poco che faccio cadere sul tappeto il posacenere di vetro regalatomi dalla mia ex Helena. Lo trattengo con la punta delle dita e riesco a non frantumarlo in mille pezzi. -Ci sono… io, dove possiamo vederci? Ho bisogno di parlare con qualcuno al più presto- Trattengo a stento le lacrime, guardo di fronte a me e vedo una foto che ritrae due bambini molto piccoli che sorridono mentre si abbracciano come due fratelli. Due bambini simili tra loro, entrambi biondi e con qualche graffio sulle ginocchia, qualche dente spezzato e una ruota ai loro piedi con cui giocare. Due bambini uguali, se non fosse per il loro abbigliamento diverso. Uno indossa dei normali pantaloncini che possono sembrare da calcio assieme ad una maglietta a maniche corte, l’altro invece non ha potuto scegliere cosa indossare perché è ebreo. Ha dovuto mettere una divisa sudicia a righe con un numero cucito sulla tasca sinistra. Un numero. Le persone non sono dei numeri! Eppure quel bimbo sorride all’obiettivo proprio come fa l’altro, perché in fondo sono uguali e poi giocheranno assieme e si dimenticheranno di non appartenere alla stessa nazionalità. 0815. Un numero tra tanti, eppure per me era speciale e non ho mai visto alcuna differenza tra me e lui. -Ci vediamo al ‘Sonne und Nacht’ di James Herverz, tra un ora. Ciao- -Ciao, a dopo Michael- Appoggio la cornetta e mentre fuori inizia a piovere, una pioggia leggera estiva e piacevolissima, sorrido a quei due bambini e quasi non li riconosco più. CAPITOLO DUE. Arrivo al locale che sono appena le diciotto e trenta, sono puntualmente in anticipo sia che devo incontrare un vecchio amico, sia che si tratti di lavoro o entrambe le cose assieme. Mi passano davanti un uomo ed un bambino, il primo avrà circa settant’anni mentre il piccolo non credo abbia già dieci anni. Si vede subito che c’è una buona intesa tra di loro perché l’anziano sorride al bambino in modo affettuoso e lo accompagna a guardare una vetrina a pochi metri da me, un negozio di dolci e caramelle. Il piccolo molla la mano dell’uomo e gioisce contento buttandogli le braccia al collo, come solo i più affettuosi sanno fare. Non c’è dubbio che quei due siano nonno e nipote, meravigliosi nella loro complicità. Sorrido mentre li vedo sparire sotto il tendone verde del negozio, e girandomi dall’altra parte noto che qualcuno mi fa un cenno con la mano mentre aspetta che le macchine lo facciano passare. Lo riconosco quasi subito, con il suo portamento da aristocratico freddo e cinico ma in fondo buono e dal cuore puro. È Michael che viene verso di me per parlare di qualcosa che non avrei nemmeno voluto pensare, quel dannatissimo lavoro che vorrei dovesse toccare a qualcun altro e non certo a me. Mi si avvicina e mi mette una mano sulla spalla respirando con fatica. -Scusa se sono in ritardo ma c’era traffico, ho parcheggiato lontanissimo e poi con l’asfalto bagnato è un casino- Scuoto la testa per rassicurarlo. -Non fa niente, sono io in anticipo come sempre. Entriamo. Saranno passati sei mesi dall’ultima volta che ho messo piede al Sonne und Nacht, ma non è cambiato per niente. Le sedie in legno sono impeccabili nel loro splendore, le tovagliette a quadri bianchi e rossi danno quel tocco di familiarità perfetto, sembra quasi di fare un pic nic tutti assieme. Vedo che una giovane ragazza ci si avvicina con un sorriso bellissimo, avrà circa venticinque anni e ha delle labbra rosse carnose che potrebbero appartenere ad una donna di almeno trentasei anni. -Volete ordinare?- Ha una voce soave e melodiosa, Non assomiglia per niente ad Helena, eppure la trovo incredibilmente attraente e dolcissima nella sua linea perfetta. Guardo Michael che è assorto nei suoi pensieri e decido di pendere in mano la situazione per non risultare maleducati. -Per me un hamburger con patatine fritte e per lui insalata con mais- -Ok, da bere?- Lo guardo anche se non mi sembra sia su questa terra e faccio a modo mio tentando di ordinare la sua bibita preferita giusto per andare sul sicuro. -Due birre e siamo a posto, grazie- Mi sorride e chiude il taccuino dandoci le spalle. È davvero bella. Mi guardo intorno, il posto non è affollato ed è un bene perché non ho assolutamente voglia di parlare di una cosa tanto seria mentre mezza città ci ascolta facendosi gli affari nostri. -Hey, allora spiegami tutto dall’inizio alla fine- Il mio amico mi guarda e nei suoi occhi leggo solo tanta tristezza e questo mi fa male al cuore non solo perché in questa situazione chi deve stare davvero male sono io ma anche perché il suo dolore sembra dettato da un senso di colpa che io non voglio assolutamente che lui provi. Mi parla ma senza riuscire a trovare subito le parole giuste. Giocherella con il bicchiere passandoci sopra indice e pollice senza guardarmi in faccia. Solleva la testa verso di me mentre non dico niente, perché in certi momenti non si sa bene cosa dire, poi decido di rompere questo triste silenzio. -Guarda che sono venuto qui perché voglio essere a conoscenza di tutto, non ho paura del passato, dimmi pure ti prego- -Va bene… Ieri mattina intorno a mezzogiorno, quando tu eri ancora a Henzer, mi ha convocato Hans. Mi ha telefonato dicendomi che dovevo andare da lui perché era urgente e credimi, me l’ha detto con una voce fredda sì, ma allo stesso modo triste, come se volesse evitare tutta questa faccenda- Annuisco mentre per il nervosismo stringo forte il tovagliolo bianco che ho vicino al bicchiere, mi sudano le mani e il battito cardiaco è piuttosto accelerato. -Continua- -Ecco, sono andato da lui e li ho trovati tutti immobili, nelle loro divise orribili con i simboli che tu non vuoi ricordare. Li ho guardati dritti in faccia e ho visto gli occhi di tutti gli uomini che sono morti senza colpa. Ho abbassato lo sguardo perché ho provato vergogna al posto loro. Mi sono seduto e Frank mi ha illustrato la situazione. In una parola sola posso dirti che è ricominciata- -Cosa intendi per ‘rincominciata’?- Mentre deglutisce come se stesse per avere un attacco di panico da un momento all’altro, vediamo arrivare dal bancone verde, la graziosa cameriera con la sua lunga coda di cavallo bionda, che assieme agli occhi azzurri come il mare la fa sembrare una vera principessa, come quelle delle fiabe. -Ecco qua, il conto lo porto appena avete finito, non c’è fretta, siete i benvenuti qua. Dopo cena porto un omaggio dalla casa, buon appetito- La ringraziamo con dei sorriso forzati mentre lei ce ne rivolge uno talmente vero e splendido da far mancare il respiro. Ha denti bianchissimi e regolari, e per un attimo mi perdo completamente in tutto quel candore. Guardiamo i piatti pieni di cose buonissime ma non abbiamo poi tutta questa fame. -Con ‘ricominciata’ intendo che è arrivata l’ora che temevamo da quando eravamo solo dei bambini ingenui e inconsapevoli di quando fosse orrendo il mondo. Frank mi ha mostrato le legge che sono state emesse qualche settimana fa, mi ha rilasciato tutti i moduli, quelli da firmare obbligatoriamente. Non avrei mai voluto chiamarti per darti questa notizia ma ho dovuto farlo, Mi spiace- Mi pizzicano gli occhi, cerco di non scoppiare in lacrime solo perché non voglio che qualcuno si preoccupi e mi si avvicini chiedendomi spiegazioni quando invece non ho voglia di parlare con nessuno. Michael si abbassa fin quasi a scomparire sotto il tavolo e poco dopo rispunta fuori con un fascicolo enorme pieno zeppo di documenti, fogli inutili e doveri militari assurdi. -è tutto qui- Li prendo in mano ma decido di non guardarli, non ancora. Non è né il momento giusto né il luogo adatto. Li consulterò una volta arrivato a casa in tutta tranquillità. Vedo che Michael ha uno sguardo strano, come se cercasse di nascondermi qualcosa e allo stesso tempo volesse sputare la verità. -Che c’è?- -Non è tutto, Dan. Purtroppo c’è dell’altro. Quando Frank e gli altri hanno finito il colloquio, mi hanno trattenuto per farmi vedere delle scene orribili. Mi hanno mostrato tutte le foto che sono state scattate più di vent’anni fa in quello stesso campo di concentramento ed erano orribili. Quelle non me le hanno lasciate portar via ed è molto meglio così. Poi Frank ci ha fatto fare un giro di perlustrazione nei vecchi corridoi, nei vecchi angoli di morte e stavo quasi per vomitare sulle mie scarpe. Ma ho proseguito per non dover fare la parte dello scemo che ha lo stomaco debole e non sa toglier fuori le palle. Abbiamo proseguito in tutti i posti inaccessibili e abbiamo visto cose che nemmeno i più malvagi avrebbero immaginato- Fa un respiro lungo e poi prosegue. -In una stanza c’erano ancora le bambole di pezza delle ragazzine che passavano le ore giocandoci e spazzolandole per non dover pensare alle proprie mamme tropo distanti tra loro. In un angolo, nel muro, abbiamo persino trovato delle scritte ormai logore dal tempo e una era breve, semplicissima ma profonda. Frei. Libero. Allora ho capito che camminando su quel pavimento non solo mi sentivo un codardo ma anche un profanatore, un sacrilego. Hai presente quei film dell’orrore in cui si va ad aprire le vecchie tombe dei vampiri per piantargli il paletto nel cuore? -Si- -Ecco, mi sentivo come quei cacciatori di demoni, solo che in questo caso i veri mostri eravamo noi. Noi che non avevamo nessun diritto di disturbare il sonno di quelle povere anime innocenti e che dopo tutto il dolore che gli avevamo provocato in vita, continuavamo ad ossessionarli. Volevo fuggire via, correre prima che gli spiriti arrabbiati ci rincorressero e si impossessassero delle nostre anime facendocela pagare fino in fondo- Lo ascolto rapito, con gli occhi sbarrati, come se mi stesse raccontando di aver fatto un viaggio in capo al mondo e mi stesse descrivendo le tribù conosciute e i loro bizzarri nomi. -Poi cosa è successo? Siete andati via?- -Aspetta, ancora non sono arrivato al nocciolo della questione. Vicino alle stanze dei bambini abbiamo trovato dei fogli sparsi ovunque, con delle strane scritte indecifrabili. Li abbiamo raccolti e con una lente di ingrandimento abbiamo cercato di capirci qualcosa ma senza risultato. C’erano dei strani simboli, alcuni raffiguravano delle stelle assieme ad alcune svastiche e sopra vi erano tracciate delle enormi X che cancellavano quei bizzarri segni che non capivamo in alcun modo. Uscendo da quel piccolo corridoio buio, ci trovammo vicino alle docce… sai bene a cosa mi riferisco giusto?- Inizio a tremare e le gambe iniziano a muoversi quasi contro la mia volontà. -Si, so benissimo a cosa ti riferisci- -Ecco, siamo passati lì nei dintorni, tra gli scarafaggi e le formiche che passeggiavano tranquilli sbucando dalle mattonelle come testimoni di una guerra senza vincitori ma vinti. Lì per terra, abbiamo trovato qualcosa che ci ha spiazzati completamente. Erano dei libri con le copertine marrone, o meglio, all’inizio pensavamo che fossero dei libri, ma una volta averli presi in mano per consultarli ci siamo resi conto che erano dei diari. Pagine scritte in momenti di paura, di follia, di tensione incredibili. Ti rendi conto Daniel? Dopo tutti questi anni abbiamo trovato i pensieri di quelle persone! Non ho approfondito la lettura, non ho voluto, ma di nascosto dagli altri ho portato via qualcosa. Qualcosa che devi assolutamente avere- -Che cos’è? Io non credo di voler avere qualcosa che riguarda quel posto, non voglio e non posso, davvero- Michael mi zittisce in un secondo, scuotendo la testa e prendendo ( per la seconda volta in pochi minuti) dei fogli dalla borsa. -Tieni, devi averlo. Credo sia un tuo diritto dopo tutto che vi hanno fatto- All’inizio non riesco proprio a capire, poi vedo il libro che tiene tra le mani e capisco, dalla rilegatura e dallo spazio per metterci il lucchetto, che si tratta di uno dei diari. Ho un colpo al cuore e inizio a sudare, allento il colletto della camicia e credo di essere avvampato come un ragazzo che è appena stato visto dalla sua ragazza mentre bacia un’amica. Faccio per parlare ma dalle mie labbra non esce alcun suono. -Si, hai visto bene. Credo che qua dentro ci siano anche varie lettere sparse qua e là. Devi conservarle e tenerle con te, tutto questo è come un dono, credimi.- -Ok, ti ringrazio- -Non devi. Appena arrivi a casa leggi tutto e sfoga la tua rabbia, ogni emozione possibile, sia positiva che negativa- E per quanto riguarda il posto alla Deutchland Union, mi dispiace da morire, non so più come dirtelo. Credo che questa storia mi porterà alla pazzia.- -Non è colpa tua, solo che vorrei sapere come è successo, come si è arrivati a questa decisione assurda. Cazzo, Mich, ormai erano più di vent’anni che non si commettevano queste barbarie. Gli ebrei erano un popolo libero, dopo tutto quel dolore, ora che cosa dobbiamo dimostrare al mondo intero, che i tedeschi sono dei luridi bastardi e basta?? Stiamo parlando seduti ad un tavolino come persone civili, così come lo sono gli ebrei, e quando invece ci ritroviamo faccia a faccia con loro dobbiamo fingere di essere dei pezzi di merda? È questo che dobbiamo fare??- Mi guarda in silenzio, non riesce a trovare le parole giuste per esprimersi, forse ho detto troppe cose vere e questo gli ha toccato il cuore e l’anima. -Senti, io non sono per niente d’accordo, voglio dire, andiamo ci conosciamo da una vita e sai benissimo che non farei del male nemmeno ad una mosca che tenta di rovinarmi la cena per cui da parte mia non troverai mai il consenso a questa legge assurda. Ma cosa potremo mai fare? Non siamo noi quelli che governano questa nazione. Dobbiamo attenerci ai nostri obblighi e doveri. Comunque, in poche parole Hans ci ha convocati per farci sapere che il generale Enzet è malato ed è sicuro che non camperà ancora per molto. Cancro al fegato e non c’entra niente il fumo. Non c’era nessun altro che avesse le nostre conoscenze e che nonostante la giovane età avesse talmente tanta esperienza di guerra e di lager da poter essere all’altezza della situazione. I nostri padri ci hanno segnato il destino eh?- -Si, mi hanno distrutto la vita- -Ora non pensarci troppo, ti scongiuro. Quando arriverà il momento di presentarci andremo anche se non ci farà piacere, ma siamo pur sempre uomini e soldati e ricordati un’altra cosa Dan- Non mi piace il suo tono di voce e neppure il modo in cui tiene l’indice sollevato indicandomi. -Siamo tedeschi- -Non mene frega niente, ecco come la penso. Vorrei cambiare il mio certificato di nascita, cambiare volto e nome. Vorrei bruciare la Germania intera, da est a ovest.- Mangia un boccone e mi parla con la bocca piena. -Io sto dalla tua, ricordalo.- Guardo in basso verso il mio piatto ancora pieno. Non abbiamo mangiato quasi niente, ma d’altra parte come potremmo? Mi si è chiuso completamente lo stomaco e non riesco nemmeno a buttar giù un sorso di birra. Mi giro e vedo la ragazza bionda che prende altre prenotazioni di due coppie arrivate da poco. Non cerco il suo sguardo e rimango in silenzio senza saper bene cosa dire o pensare. Michael fa un cenno alla ragazza che lo guarda incuriosita, mentre lui sorseggia un bicchiere pieno fino all’orlo con fare nervoso. -Andiamo via?- -Si, Dan, credo sia molto meglio. Ti ho detto tutto ciò che dovevi sapere e non credo di riuscire a finire di mangiare, mi sento un po’ sottosopra. Mi è passata la voglia di mangiare e chissà quando mi tornerà. Vedo che anche per te è lo stesso- -Già- La ragazza arriva, ci porta il conto e ci alziamo per andare ognuno nella propria direzione. Cinquanta euro per non aver nemmeno assaggiato il dolce della casa. CAPITOLO TERZO. Si dice che la casa è dove si trova il nostro cuore e forse è vero perché non appena spalanco la porta e cerco l’interruttore mi sembra di sentirmi già meglio. Sento una strana calma ripercorrermi le vene e mi distendo sulla poltrona del soggiorno vicino alla tv che però non tento nemmeno di accendere perché è proprio l’ultima cosa di cui ho bisogno. Frugo tra le tasche del giaccone e stringo forte tra le mani quei fogli che risalgono a più di trent’anni fa, impolverati, gialli e testimoni di un male così vicino a noi. Ho quasi paura a controllare queste cose che mi ha dato Michael, mi sembra quasi di sbirciare nelle vite di questa gente o di rubargli i pensieri senza alcun diritto. Eppure lo faccio lo stesso e non me ne pento. C’è un diario, non tanto grande, con la copertina marrone e dei piccoli fiori neri incisi sopra, di quelli che puoi benissimo chiudere gli occhi e passarci le dita per sentire la consistenza di ogni petalo, dal più piccolo al più grande. Sembrano delle graziose roselline. Lo apro e prima di leggerlo mi cadono sui piedi dei fogli sporchi di sangue. Si vede benissimo che non è cioccolata perché il colore inconfondibile. Li raccolgo e li tengo ben stretti in mano, notando che dall’altro lato, quello nascosto, si vedono delle lettere e tante frasi scritte con dell’inchiostro nero, in una calligrafia piuttosto infantile e umile. Giro il foglio e mi ritrovo a tu per tu con una lettera datata 1945 probabilmente scritta da un ragazzino molto piccolo perché in fondo alla pagina ci sono delle figure piuttosto infantili, sembra quasi il disegno di un bambino delle elementari che mostra al mondo intero la sua famiglia perché glielo ha chiesto la maestra. 1 Gennaio 1945 Ciao fratellone! Sono tanti giorni che sono qui in questa camera fredda al buio, senza mangiare niente a parte un pezzo di pane duro che non piace nemmeno ai topolini che vengono a farmi compagnia. Non dovrei nemmeno scriverti! Non dobbiamo avere contatti con le persone di fuori, quelle che loro chiamano ‘ quelle che ci devono leccare le scarpe’. Non potremmo nemmeno tenere un semplice foglio segreto o scrivere ai nostri babbi e mamme. Ho preso in prestito da uno dei loro uffici una matita piccola piccola ma utile per scriverti qualcosa. Spero che ricevi queste lettere! Da quando ci hanno separati mi manchi moltissimo! Sento dei rumori, ti devo lasciare mi spiace, Se posso, ti riscrivo domani. Ti voglio bene. Tuo Frank. Chiudo gli occhi e inizio a sentire le lacrime che mi rigano le guance. Frank. Ancora non riesco a credere di avere in mano le sue lettere, quelle che non ho mai ricevuto e di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. C’è un’altra lettera e credo sia ancora di lui, quel bambino troppo piccolo ma con un grande cuore e una mente eccezionale. Il foglio è ingiallito e non riesco a capire alcune parole perché sicuramente la carta è entrata in contatto con dell’acqua, rovinandosi. Ma nonostante tutto il contenuto è comprensibile. 3 Gennaio 1945 Caro D. Non ________________________ di poterti scrivere ancora per molto tempo! //////////////////////////// Uomini armati che mi hanno allontanato da _________ e mia mamma che grida assieme ad altre donne sella sua stessa età! Mio padre è morto ieri, bang bang, ucciso e sdraiato per terra in mezzo alle mosche e al fango.. Lo so perché me l’hanno detto gli uomini cattivi e poi si sono messi a ridere agitando i fucili e cantando che La Germania non è terra per i topi ebrei. Non ho capito bene cosa volevano dire, bo bo bo. Uffa io ho fame e non ho nulla da mangiare. Sai che dopo che babbo è morto si sentiva odore di bruciato? Hanno detto che qualcuno, dopo che i padri muoiono, cucina delle cose buonissime, morbide come il pane. Solo che a me non danno mai nulla. Devo mettere a posto la matita, non posso scriverti per molto tempo fratellone. __________________- presto. Ti ricordi la fattoria del signor Welmer dove correvamo assieme ai maiali e alle oche? __________ ucciso anche lui assieme ________________ Forse muoio anche io! Ti scrivo di nuovo almeno altre parole più avanti. ________________PAURA DAN!!! Uomini cattivi vengono adesso qui da me, sento i passi. Aprono la porta e urlano delle cose che non capisco. Ti lascio. P.s: ho dormito con Pinkie, il maialino che mi hai regalato due mesi fa. Scusami ma l’ho rovinato giocandoci e gli manca un occhio. Mi vuoi ancora bene vero?- Tuo Frank fratellino. Piango. Come un ragazzino di dodici anni che legge lettere d’amore da una città lontana. Frank, il mio migliore amico, mio fratello non di sangue ma di cuore e anima. Rivedere il suo nome, poter leggere le sue parole dopo tutti questi anni mi riporta indietro nel tempo e rivivo ogni attimo passato con lui, con quel bambino speciale come nessun’altro. Chiudo gli occhi e mi rilasso completamente, e le pagine scivolano via dalle mie dita, atterrando sul freddo pavimento del salotto. È una giornata molto fredda, nevica. Saranno più o meno le sei di sera e io e Frank camminiamo lungo un viale alberato, nei pressi del campo di concentramento. Lui inizia a correre e ridere:- Non mi prendi, non mi prendi!- Lo rincorro ma non riesco a raggiungerlo perché tra i due quello che fa la parte della lumaca sono sempre stato io. -Dai fermati, mangiamo un frutto seduti qua, si sta benissimo- Mi ascolta, d’altra parte il più grande fra i due sono io e vedo che trema. Non so se è per il freddo o per la paura, in ogni caso mi avvicino a lui e lo abbraccio cercando di dargli un po’ del mio calore. -Grazie fratellone- -di niente piccino. Ci sediamo per terra, tra la cenere e i cumuli di neve bianchissimi che avvolgono i nostri piedi come se volessero accarezzarci. -cos’hai portato di buono?- Apro il cestino ed estraggo due tramezzini farciti con insalata e maionese, poi tolgo fuori due frutti rossi belli maturi. -Che fame! Non mangio da ieri mattina e a colazione ci hanno dato solo acqua sporca e un tozzo di pane nerissimo- Lo guardo e mi rendo conto di quanto sia stato fortunato ad averlo incontrato, di come sia potuta nascere una così bella amicizia in un momento così brutto. Decido di non toccare cibo perché lui ha la priorità, io almeno quando tornerò a casa troverò un piatto caldo e i miei familiari con i loro sorrisi, la mamma che con il suo profumo dolce mi inebria i pensieri e mio padre che toglie la divisa come fosse un medico mentre si sbarazza del camice. -è tutto per te, puoi mangiare anche la mia parte- Mi stritola gettandomi le braccia al collo e facendomi quasi cadere all’indietro, rido e lo stringo forte a me. Gli voglio un gran bene. Inizia a mangiare con avidità come se non toccasse cibo da una settimana e lo guardo mentre ogni tanto sollevo la testa verso il cielo spalancando la bocca assaporando il gusto della neve mista a pioggia ghiacciata. È buonissima. -Scusa, mh, ho una fame da lupi- -Fai pure, io sono qui e ti aspetto.Appena finisci facciamo una passeggiata- -Mh, ok- Mangia davvero come un lupo, divora prima il tramezzino come se niente fosse e il secondo gli scivola giù per la gola quasi intero, tanto che per un attimo ho il timore che possa ingozzarsi. -Mangia piano, non c’è fretta- -Sai che stamattina due uomini mi hanno detto che tra qualche ora morirò?- Non rispondo. Chiudo forte i pugni e mi faccio davvero male, ma quello non è niente in confronto al dolore che sto sentendo. Non voglio che dica certe cose, anche se possono essere vere. -Non devi credergli, lo sai. Te l’ho detto tante volte, Frank. Non succederà niente stai tranquillo- Mi guarda e mi sorride nonostante sappia che tra poco non potrà più farlo. -Ma è così, hanno ragione. L’hanno già detto a tutte quelle persone e ora di loro non rimane altro che cenere e vestiti.- -Smettila Frank. Non ti succederà niente di tutto questo, non ad un bambino come te- -Io me ne andrò e tu mi ricorderai sempre. La mia mamma mi diceva sempre che le persone speciali continuano a volersi bene anche dopo che si separano, che il loro bellissimo rapporto va’ avanti nonostante la morte. Io sarò sempre al tuo fianco, stupido tedesco- Mi abbraccia forte con le mani ancora sporche di maionese e gli sorrido mentre qualche lacrima mi fa il solletico sugli zigomi. -Andiamo adesso? Ho voglia di camminar- Si stacca dalla mia presa e inizia a correre a braccia aperte, verso il cielo nuvoloso che sembra stia per piangere con me. Comincia a piovere ininterrottamente e Frank inizia a ridere come sa fare solo un bambino della sua età, con la spensieratezza che dovrebbe avere sempre, allargando le mani e girando su se stesso divertito. Metto le mani a forma di imbuto vicino agli angoli della bocca e urlo con quanto più fiato ho in gola, perché voglio mi senta davvero. -Ti voglio bene- Si ferma e socchiude gli occhi, senza rispondermi. Poi sorride e scappa via. -Mi hai sentito?- -No, ti voglio bene. È proprio uno scemo. Lo guardo allontanarsi, mentre pian piano rallenta per prender fiato e scalciando pezzi di neve ancora solidi. Siamo uguali, io e lui, abbiamo gli stessi sogni, le stesse paure e prospettive, non c’è niente che ci differenzia, neanche il suo buffo pigiama a righe celesti e bianche. Si gira verso di me per farmi la linguaccia e io guardandolo non vedo un numero, vedo bambino proprio come me. Apro gli occhi e mi trovo nella mia stanza, guardo gli oggetti sul mobile di fronte a me e non li vedo realmente. Mi sembra piuttosto di scorgere una fitta nebbia, è tutto bianco attorno a me, attorno a noi… si, perché in meno di tre secondi mi rendo conto di non essere solo. Al mio fianco vedo il mio piccolo amico , in trasparenza come una figura evanescente, come quello che ormai è diventato… un fantasma! Mi sorride e dolcemente si avvicina al mio viso, con quelle piccole e delicate dita mi asciuga le lacrime e io sento che mi sta parlando, mi dice di non piangere perché ora lui sta bene ed è con la sua famiglia. Mi dice che ora finalmente è felice. Richiudo gli occhi per un istante solo, certo del fatto che quando li riaprirò lui non ci sarà più, infatti lui non c’è, guardo dritto davanti a me e vedo solo la finestra dove fuori il vento sta facendo agitare gli alberi e scaraventare sul vetro piccoli pezzi di legno. Non c’è nient’altro. Mi alzo e decido di non leggere più il diario, non mi sento pronto… lo conservo nel cassetto vicino alla scrivania. Credo proprio che andrò a letto, sperando che domani sia un giorno migliore di quello che abbiamo appena trascorso. CAPITOLO QUATTRO Ho dormito sul divano, ieri notte, o meglio sono decisamente crollato per la stanchezza e il sonno perso nelle notti precedenti. Cerco una sveglia ma poi mi rendo conto di averne una solo in camera da letto e mi dirigo lì, al piano di sopra. Sbadiglio come un cucciolo di gatto affamato ma decido che la colazione può attendere nonostante i crampi allo stomaco. Mi ricordo di aver fato un sogno, c’era Frank che giocava con una palla rossa sporca di nero per metà, rideva divertito mentre io gli portavo una tazza di the caldo perché faceva un sacco di freddo. Ma il freddo era il pericolo minore. Ricordo di aver sentito dei rumori, passi pesanti di uomini cattivi con i loro scarponi numero 46, di quelli che non trovi ovunque ma non dimenticherai mai. Poco dopo due giovanotti sui trentotto anni si sono avvicinati a noi chiedendoci cosa stessimo facendo lì nel loro territorio, dicendoci che lì era vietato giocare perché quella zona era riservata alle cattiverie e agli ebrei sporchi e sudici. Uno di loro, con aria da duro, si è avvicinato a noi talmente tanto da riuscire a vedergli le piccole efelidi lungo il naso e sulle guance. Ha toccato la punta delle spalle di Frank con il fucile e io ho provato un senso di terrore incredibile, come se il fucile l’avessero puntato su di me o mi avessero minacciato di morte. L’altro, molto più alto e grosso del primo, ci parla in tono accusatorio da duro. -Voi chi siete? Cosa volete? Chi è lui? Non abbiamo mai visto questo bambino!- Non ci da’ nemmeno il tempo di respirare un attimo o di potergli rispondere che carica il fucile, prende la mira e spara. Vedo il mio amico stramazzato al suolo, inerme privo di vita, che guarda il cielo plumbeo per l’ultima volta con gli occhi vuoti, come orbite di un cieco. Non oso parlare, non riesco nemmeno a muovere un solo arto, rimango paralizzato mentre guardo il suo cadavere e il sangue che fuoriesce dal foro provocato dal grosso proiettile. Un colpo deciso alla testa, come se quel bambino non fosse altro se non uno stupido numero. Ma ai numeri non si può sparare… Le urla mi iniziano a salire dall’intestino, le sento mentre si arrampicano lungo l’esofago e arrivano alla gola, graffiandola e provocandomi un dolore atroce al cuore. Ormai lui è morto e non ho potuto fare niente per salvarlo. Mi siedo sul primo gradino, non riesco a salire tutti gli altri perché quel sogno mi ha scosso l’animo profondamente, come un temporale nel bel mezzo di una notte estiva. Piango mentre stringo in un pugno le lettere del mio migliore amico, quello che non potuto aiutare né in sogno e né nella realtà. Piango in silenzio nella mia casa che conosco quanto me, dove regna un silenzio pari a al mio pianto, dove fuori tra il vento e il freddo pungente, qualche animale cerca riparo e qualcun altro questa notte stessa è morto senza che nessuno se ne sia accorto, perché molto spesso la morte non ha i testimoni giusti e passa inosservata. Squilla il telefono, lo sento appena perché da dove mi trovo io è piuttosto lontano. La cucina è dall’altra parte della casa e se non mi decido a muovere le gambe non riuscirò a rispondere alla chiamata. Non ho la minima idea di chi mi stia cercando, con Michael ho parlato giusto ieri sera e so che non mi cercherà tanto in fretta, la mia ex non penso che si ricordi il mio numero e gli amici che ormai non sento più da tempo credo stiano pensando a tutt’altro che chiamare me alle prime luci dell’alba. Lascio i documenti che mi ha fornito Michael sulle scale, li prenderò dopo per conservarli in un posto sicuro, e mi avvio verso la cucina a passo svelto. -Ma chi cazzo è che continua ad assordarmi?- dico esterrefatto dal mio stesso grido. Parlo a voce alta, come se la persona dall’altro capo del telefono possa sentirmi e darmi qualche minuto in più. Raggiungo l’apparecchio di corsa e quando prendo il mano la cornetta è quasi troppo tardi, l’ultimo squillo muore tra le mie mani e frettolosamente tendo l’orecchio per non perdermi la chiamata. -Pronto?- Si sentono dei bisbigli, dei rumori in sottofondo, qualcuno parla a voce alta e qualcun altro sembra stia spostando dei mobili ma non capisco bene cosa stia succedendo. Dopo qualche minuto sento una voce fin troppo familiare e avverto la presenza di qualcuno che mi tira metaforicamente un ceffone in pieno viso. La riconosco subito, e il primo pensiero che mi frulla in testa è quello di mettere giù, ma non lo faccio, penso a quello che mi ha detto Michael ed ha proprio ragione, il dovere è dovere e non si sfugge. -Daniel Daniel Schwarz?- -Proprio io, nessun omonimia- -Scusa se ti ho disturbato, ma sei una delle poche persone davvero perfette per collaborare con noi. Sei al corrente, immagino. Vorrei sputargli in faccia attraverso il telefono a quel bastardo di Frank. Chiamarmi per parlare di collaborazione, come se stessimo facendo volontariato o beneficienza! Che figlio di puttana. -Si, ieri ho visto Michael e mi ha detto tutto- - Bene allora è stato di parola- -Dimmi solo una cosa, Frank- Segue un minuto di silenzio che sembra non terminare mai. -Cosa vuoi sapere ancora?- -Perché?- -Perché cosa?- -Perché lo fate?- Sento una risata cristallina. Prolungata, come se qualcuno avesse appena raccontato una barzelletta anziché fare un discorso serio e questa cosa mi fa imbestialire. -Ti diverte, non è vero?- -Dio, sei così ingenuo Daniel. Non è una questione di divertirsi o meno, è qualcosa che va’ fatto. Quei... - - No dillo pure, quei bastardi? Quegli infami? Quelli che non meritano di vivere in grazia di Dio come te, è questo che pensi, giusto?- -Smettila, Dan so come ragioni ma in questo caso non ti appoggerò. Quegli ebrei sono ovunque cazzo. Lo vuoi capire che questa è la nostra Germania? Quella gente tra qualche anno prenderà il controllo della nazione e non si metterà problemi a farci fuori! E tu ti preoccupi per loro? Diamine, ragiona. Che cosa sei diventato, una specie di buon samaritano per caso?- -Che discorsi sono questi eh?Quelle persone sono stupende, e tu non sei di certo migliore di loro come non lo sono io.- -Dimentichi qualcosa forse- -Cosa? Accidenti!- -Siamo la razza superiore, non scordartelo mai. Il nemico va’ eliminato. Ti aspetto qua da noi tra due ore, non puoi rifiutarti, sei un soldato tedesco e se non ti avventurassi in questa esperienza con noi, il tuo rifiuto sarebbe come firmare la tua condanna a morte.- -A volte morire è molto meno doloroso che farsi comandare da chi si sente superiore- -fa come ti pare, sarai comunque dei nostri. Ciao- Non gli rispondo nemmeno e sbatto forte la cornetta scagliano il telefono dall’altra parte della stanza. Apro il frigorifero e mi verso un succo all’albicocca nel bicchiere con disegnati sopra i personaggi dei cartoni animati. Sorrido e mi sento ancora più triste perché quelle figure so piacerebbero ad un bambino. E allora penso ai miei due angeli, quelli che ho perduto per sempre. Penso a Frank che nei suoi undici anni non ha mai giocato con dei pupazzi o delle macchinine, non è mai andato alla pesca sul lago, non è mai uscito fuori dalla Germania e non è mai potuto entrare in un negozio qua nei dintorni perché era ebreo. Ripenso al figlio che non ho mai potuto stringere tra le braccia, che non mai potuto guardare negli occhi e a cui non ho mai potuto insegnare a leggere o a scrivere. Due lacrime scendono, silenziose e limpide, accarezzandomi le guance per poi insinuarsi sotto il mento e farmi il solletico sparendo tra le righe della mia camicia. Penso a cose che credevo di aver dimenticato e tutti gli avvenimenti mi piombano addosso talmente in fretta e senza avvertimento che devo reggermi ad una sedia per non cadere a terra. Ripenso a quanto era bella Helen la prima volta che la vidi sulla vecchia terrazza, avvolta da un tubino nero che le accarezzava le gambe come due mani leggere. Il suo profumo si mischiava con quello del mare, lei era la sirena ed io il marinaio e nessuno poteva separarci perché già dal primo istante sapevamo di appartenerci senza timore di perderci. Le serate passate a raccontarci i nostri viaggi fatti, i libri letti quando andavamo ancora al college ed eravamo solo due studenti che avevano paura di innamorarsi. E poi un faro, in un’isola conosciuta solo tramite le foto su internet. Una barca noleggiata qualche giorno prima senza sapere assolutamente in quale direzione andare. Ridere mentre si cercava di trovare l’interruttore della luce e un letto su cui potersi amare comodamente ad un passo dall’oceano e dalle piccole abitazioni del villaggio. Due settimane dopo scoprire di non essere più solo Daniel ed Helen ma anche due splendidi genitori di un maschietto sano. Sano, non malato di qualche rara forma di handicap, sano. Eppure il destino ci aveva voltato le spalle per la prima volta in dieci anni e non ci diede più l’opportunità di giocare le carte a nostro piacimento. Una caduta da cavallo mentre io ero impegnato a seminare morte e distruzione tra quelli che non meritavano di vivere secondo i canoni tedeschi, e mia moglie era finita all’ospedale senza che nemmeno me ne rendessi conto. Il sangue, l’odore dei medicinali sparso ovunque, il colore verde che compariva ovunque, stanze piene di gente che si dava da fare per salvare la vita ad entrambi. Bisturi, garze, la testa non voleva saperne di smettere di sanguinare, i suoi occhi chiusi mentre io non potevo far altro che guardare il suo bel viso da dietro uno stupido vetro a specchio. Paralizzato dalla paura. Il bambino era morto nel suo grembo a causa della caduta e la madre si era salvata per miracolo ma da quel giorno non sarebbe mai più stata la stessa. Da allora cambiò tutto, non ci siamo né più sentiti e né parlati. Un figlio può unirti per sempre o dividerti per tutta la vita. Sono passati cinque anni e lei ora vivrà sicuramente con un altro uomo che reputa migliore di me. Il nostro bambino, senza colpe, è volato il cielo senza aver visto nemmeno la luce del sole. Helen che mi dava le colpe di tutto, io ero troppo assente non l’avevo mai accudita o tenuta stretta a me per tutti i lunghi mesi e quando era quasi giunto il momento di partorire aveva rischiato di morire a causa di un bizzarro incidente. È strano come certi momenti della propria vita ci passino davanti agli occhi proprio quando siamo certi di averli rinchiusi definitivamente in un dei grandi cassetti della memoria. Abbasso gli occhi e mi rendo conto di non aver bevuto nemmeno un goccio del succo alla pesca. Vedo il mio riflesso nel piccolo cerchio, tra l’arancione scuro che mi sembra un mare di folla e pensando a ciò che dovrò fare oggi, vorrei affogarci all’istante. Appoggio il bicchiere sul tavolo e scaccio ogni tipo di pensiero inutile mentre mi dirigo alla camera da letto per cambiarmi la camicia ormai intrisa di sudore. Quando arrivo mi ritrovo faccia a faccia con un uomo molto magro, con dei capelli spettinati e un viso fin troppo sciupato. L’unica cosa che mi preoccupa davvero in quest’uomo non è il suo aspetto, ma il fatto di conoscerlo benissimo. Fuori un corvo gracchia debolmente per poi volare verso la sua meta, mentre io non so più chi sono e fisso muto lo specchio di fronte a me. CAPITOLO CINQUE Quando si ritorna in un luogo dell’infanzia è come se non ci si è mai stati prima di allora. Tutto diventa nuovo, le strade che hai percorso da piccolo assieme ai tuoi genitori ora sono talmente diverse che non le riconosceresti nemmeno se ti mostrassero delle fotografie. I negozi in cui eri solito andare hanno ceduto il posto ad altri ben più forniti e spaziosi e ormai i commessi di un tempo che ti regalavano le caramelle sono stati rimpiazzati dai nipoti altrettanto gentili e amabili. Però, tra tutto questo insieme di cose, edifici ormai abbandonati, case in costruzioni dove prima ricordavi solo campi immensi in cui rotolasi e giocare, ora c’è qualcosa che all’occhio vigile e attento è alquanto familiare sia che lo si voglia o meno. Arrivo di fronte al campo di concentramento ormai vecchio e on i cancelli arrugginiti dal tempo, ma mentre leggo la scritta in alto ‘ Il lavoro rende liberi’ mi sembra di vederla lucida di vernice appena passata, di un nero penetrante ed opprimente. Uno stormo passa sopra la mia testa e mi chiedo come ci vedano loro da lassù, come quegli uccelli con i loro occhi rossi e rotondi scorgano questo luogo, ma so già che loro guardano da un’altra prospettiva. Gli animali si differenziano da noi per tantissime cose, aspetto, intelligenza, sensibilità, ma forse le qualità incredibili che li contraddistinguono da noi sono proprio l’amore, il senso di fraternità, tolleranza e umiltà. Non farebbero mai del male a nessuno, non conoscono sentimenti d’odio o razzismo e mai si sentirebbero al di sopra degli altri. Gli uomini dovrebbero imparare molto da dare anziché usarli come cavie di laboratorio per testare prodotti spesso inutili e pericolosi. Scendo dalla macchina e il gelo mi trafigge come mille lame affilate. I fiocchi cadono leggeri dolcemente sul mio cappello e sui miei indumenti, trasformandomi in un vero e proprio pupazzo di neve. Mio figlio sarebbe stato contento di mettermi una carota al posto del naso e aggiungere una bella sciarpa a righe rosse e verdi attorno al collo per proteggermi la gola.Anche Frank l’avrebbe fatto, lui che era il figlio della neve mentre la calpestava scalzo con quei piedi neri di fuliggine e terra. Mi avrebbe abbracciato perché ci volevamo bene, mi avrebbe stretto forte come se fossi sua madre e avrebbe cercato in me il calore che non riusciva ad avere da nessun’altro. -Daniel- Mi giro verso la voce che mi chiama e vedo il mio amico Tom con la sua vecchia divisa e i capelli quasi rasati a zero. -Ciao Tom, come va’-? Mi guarda imbarazzato e so che vorrebbe rispondermi dicendo ‘ Come vuoi che vada?’ ma non dice niente. -Ti dirò io come va’, a me potrebbe andare meglio. Vorrei dormire e svegliarmi quando tutto questo sarà finito.- -Ma non sapremo mai quando sarà finita- -Lo so- -Senti Dan, io non sono per niente d’accordo, ok? Voglio che almeno questo tu lo sappia- Lo abbraccio e ritrovo il mio vecchio amico di sempre, che non è cambiato nonostante tutto quello che è successo, perché la gente vera rimane se stessa anche se ha tutto il mondo contro. -Andiamo da Hans, ti sta aspettando- -Dov’è?- -Dove rimane praticamente venti ore al giorno, nel suo ufficio. Ci sono anche gli altri, ma ti avviso… vecchio sta piuttosto male, è quasi in punto di morte- -So già tutto. Questione di karma- Alza un sopraciglio e spalanca le braccia interdetto. -Mi ha informato Michael, qualche giorno fa’- -Non sapevo niente- Il suono di un telefono molto vicino ci interrompe e dopo pochi secondi vedo Tom che si controlla in tutte le tasche ma non riesce a trovare nulla. -Accidenti- Poi trova il telefono in un piccolo taschino interno e fa’a ppena in tempo a rispondere alla chiamata. -Pronto?- Sento qualcuno che grida parole che non riesco a decifrare, ma il tono sembra quello di una persona con poca pazienza. -Si, si stiamo arrivando, no… ancora, no. Dacci due minuti e siamo li. Calmati!- Chiude la conversazione e sbuffa guardando in alto come uno che non ne può veramente più di tutto quello stress continuo. –Era Hans, giusto?- -Si, andiamo, o quando ci vedrà ci pietrificherà con una sola occhiata, quel lurido bastardo!- Lucfficio di Hans Von Trier è uno stanzino piccolo ma ben arredato. I mobili antichi riempiono ogni spazio, dagli armadi ove riporre fascicoli e documenti ai tavolini con le piante ben curate per finire con due scrivanie in legno massello risalenti al primo novecento. Sembra di essere in una vecchia libreria nonostante di libri se ne vedano ben pochi, ma l’odore di umido che aleggia nell’aria è paragonabile alle grandi stanze in cui riporre enciclopedie e manuali di ogni genere. Hans è chino sulla sua scrivania personale, quella posta al centro della camera e non si è nemmeno reso conto che siamo arrivati tanto è occupato dal compilare una miriade di fogli e a controllarne altri ancora chiusi nelle apposite cartelline trasparenti. Tom avanza piano e tossisce per attirare l’attenzione. -Oh eccovi finalmente, saputelli. Non ci speravo più, avevate altro di meglio da fare forse?- Ci squadra dalla testa ai piedi e poi è su di me che si concentra, con una faccia disgustata e divertita allo stesso tempo. Sta fumando i suoi sigari preferiti,quelli che ogni mese gli spedisce suo fratello Walter direttamente da Cuba. -Non terrai quella roba per molto Dan, hai i giorni contati. Tempo un giorno e avrai anche tu una bella divisa delle SS- Lo guardo serio mentre lui non toglie mai quel sorriso sornione dalla faccia. -Certo, perché io vi dico che come tutte le grandi vere aziende anche noi dobbiamo avere i nostri bei camici puliti e profumati, giusto? Dobbiamo sentirci tutti uguali ed essere sempre in ordine!-Appoggia il sigaro sul posacenere e congiunge le mani in modo serio e diligente. -Sedetevi- Sembra che non abbia nemmeno sentito le mie parole ma non dico niente. Ci sediamo di fronte a lui e almeno riusciamo a tranquillizzarci un po’ ed essere meno nervosi, non voglio che Hans capisca che sono terrorizzato, non voglio dargli questa soddisfazione. -Forse tu non hai capito niente della vita- Guardo il mio amico che mi fissa interdetto quanto me senza capire cosa stia succedendo e soprattutto a chi è riferito il capo. -Ce l’ha con me, per caso?- -No Tom, sta’ zitto nessuno ti ha interpellato. Ce l’ho con il tuo caro amichetto qua, il paladino della giustizia, l’angelo custode degli ebrei. Tu non hai capito niente di come va’ la vita, sei uno stupido se pensi che la tolleranza combaci con quella razza di merda- -Sei tu che non capisci il senso della vita. Uccidere tutta quella gente non ti salverà la vita né ti farà sentire un uomo migliore hai capito? Vuoi dimostrare agli altri che sono sei conigli e tu invece il lupo cattivo o il cacciatore?- -Aahahahha sei proprio uno stupido ingenuo. Voglio difendere la mia terra e basta. Non permetterò che della gente inutile la inquini con la loro religione, i loro usi e le loro stupide facce- -Adesso basta Hans! Daniel, cosa vorresti dimostrare al mondo intero eh? Sei davvero senza cuore- Prende il sigaro ormai quasi consumato e se le mette tra le labbra dandogli un espressione ancora più odiosa e spregevole. -Io non vi ho chiamati perché mi facciate sapere qual è la vostra opinione, vi ho interpellati per assegnarvi il vostro incarico. Da domani entrerete nel vivo della situazione, vi aggirerete per tutto il campo ed eseguirete i miei ordini proprio come un tempo hanno fatto i nostri padri e nonni e bisnonni- -Significa che se noi non vogliamo fare una determinata cosa, non possiamo opporci e dobbiamo star zitti come se in gioco non ci siano delle vite umane ma dei burattini?!- - è tutto sbagliato Hans, pensaci bene. Nel 1850 i nostri nonni hanno distrutto milioni di vite e per cosa? Per una questione morale, ma non esatta! Non è normale pensare di sterminare una popolazione intera solo perché non la si ritiene alla proprio altezza, è un comportamento assurdo. Ti invito a ripensarci per l’ultima volta.- Hans sorride scuotendo il capo in modo nervoso e si agita sulla sedia, quasi pronto ad esplodere da un momento all’altro. -Io vi invito a riflettere piuttosto! Non potete dire di no, non c’è alcuna possibilità che voi vi rifiutate e con questo ho finito, non c’è altro da aggiungere. Domani vi farete trovare all’interno del campo nel capannone B dove vi mostrerò tutte le persone che ho già collocato al suo interno- Il modo in cui si esprime è fuori da ogni normalità, è incredibilmente sadico e bastardo. Per lui tutto questo dolore inutile non solo è naturale ma anche doveroso al fine di preservarci! Come se stessimo parlando di un virus e non di gente normale. Rimaniamo in silenzio e l’unico rumore che ci permette di distrarci è quello dell’orologio appeso alla parete a forma di casetta da cui fuoriesce un simpatico uccellino. Il suo cucù mi fa’ sorridere per un attimo, ma se mi guardassi allo specchio vedrei il volto di un uomo terrorizzato. -Chi tace acconsente. E ora se non vi dispiace dovrei terminare di controllare la lunga lista di nomi che mi sono pervenuti oggi, sapete, sono davvero moltissimi- -Lurido figlio di- -ALT mio caro Daniel, ti ricordo che sarai proprio tu assieme agli altri tuoi colleghi a fare il grande lavoro, quindi se proprio ci tieni a definirmi così, vorrei farti sapere che non sono il solo ad esserlo- Mi guardo intorno e vedo alcuni visi tristi, altri abbassati con lo sguardo rivolto verso le scarpe appena lucidate, come dovrebbe averle chi lavora in un albergo di una notevole importanza e non certo chi si sottomette senza replicare. Guardo i miei amici, quelli che non proferiscono parola, che se ne stanno immobili in un angolo accanto alla stufa in legno, nel piccolo spazio che ci tiene tutti uniti e stretti. -Gustav! Verner! Non dite niente?? Non potete essere d’accordo con lui! Non voi. Noi non siamo delle cattive persone cazzo. Dobbiamo porre fine a tutta questa faccenda, non possiamo stare zitti. E tu Greg? Proprio tu che avevi perso la tua più cara amica in questo modo, non puoi non far niente, ti prego.- Ormai sono in piedi, sperando che qualcuno dei miei vecchi amici mi ascolti e cambi idea, mi dia retta per una buona volta evitando di spargere tanto sangue innocente. Ma non vedo nessuno disposto a fare qualcosa. -State facendo il gioco più sporco che io abbia mai visto!- Tom mi mette una mano sulla spalla ma io non la vedo nemmeno tanta è la rabbia e la frustrazione. -Andiamo Dan, non possiamo fare nulla, siamo due contro tutti, smettila- -Siete dei vigliacchi e basta- Hans continua a fumare il suo sigaro e a far finta di niente compilando vari moduli mentre mi rendo conto che Greg ha finalmente deciso di sollevare la testa e di non fare lo struzzo. -Daniel, ormai è stato decretato. Non puoi e non possiamo tornare indietro- -Che significa?- Verner guarda negli occhi Greg e poi distoglie lo sguardo puntandolo dietro l sue spalle, con una faccia assorta e allo stesso tempo colpevole. -Vedi- continua Greg -La corsa settimana tutto l’esercito, compresi noi, abbiamo firmato affinché rientrasse in vigore la vecchia legge del 2840, quella in cui si diceva che ogni ebreo residente in territorio tedesco dovesse venire soppresso entro due mesi dalla sua cattura nel campo di concentramento. La legge è rientrata in circolo dopo ben trent’anni si è vero, un periodo di tempo lunghissimo e forse non è la legge migliore che sia stata approvata, ma non si poteva far altro che firmare.- -E voi come degli scolaretti di prima elementare avete fatto i vostri compiti altrimenti il maestro vi dava i colpi sulle mani con la bacchetta, non è vero?- Qualcuno bussa alla porta e mi giro per vedere chi ha interrotto il mio discorso. -Avanti- è Hans a parlare mentre il fumo lo avvolge quasi completamente, facendolo assomigliare ad un fantasma nella nebbia. La porta si spalanca ed entra Michael con la sua nuova divisa verde militare e l’immancabile svastica rossa sul cuore, come se fosse una sorta di fazzoletto in un abito elegante da sera -Scusate il ritardo- Hans gli fa’ cenno di accomodarsi accanto a noi. -Stavamo chiacchierando e ad un certo punto Daniel ha avuto la brillante idea di fare la morale a tutti quanti- -michael, diglielo che anche tu la pensi come me. Non è giusto che tutto questo accada, ti prego, diglielo!- Non mi guarda nemmeno e inizia a giocherellare con le dita, torturandosele in ogni modo per il nervosismo che prova. Poi si alza e ci guarda con gli occhi colmi di lacrime ma senza versarne nemmeno una. -IO… non posso rifiutarmi Dan. È vero tutto quello che ti ho detto, che è un’ingiustizia e che non è corretto, ma questo è il nostro lavoro- Non posso crederci. -Tu mi stai dicendo che per sfamare la tua famiglia ne distruggeresti altre migliaia solo perché per lui non valgono a nulla?- Hans smette di fumare e si alza venendomi incontro, si avvicina a me con fare minaccioso come è solito fare con tutti quelli che considera non ai suoi livelli. -Senti, è ora che te ne torni a casa femminuccia. Qua non è posto adatto per parlare di cose da donnette o di lasciarsi andare a sentimentalismi o discorsi strappalacrime. Quasi lavora ed è meglio se inizi a fartene una ragione- Si allontana ma solo dopo aver spalancato la porta facendoci cenno di andarcene il più in fretta possibile. Non mi muovo e vedo che solo alcuni vanno via, mentre Michael e Tom rimangono nell’ufficio assieme a me, muti come pesci. -Dan, il nostro incontro dell’altro giorno è stato tutta una farsa, ti ho detto la verità. Io non credo che tutto questo vada fatto, ma cosa potremmo farci noi? Opporci forse? Rischiamo di non avere più una casa, una vita, una famiglia. Potrebbero allontanarci per sempre dalla nostra terra e non farcela rivedere mai più- Questa è la terra degli ingiusti- Abbassa lo sguardo a terra e non aggiunge altro. -Fuori di qui, immediatamente, mi avete capito? Se dovete lamentarvi sul vostro lavoro fatelo al di fuori di queste mura e di queste orecchie- Hans alza il tono di voce e sembra in tutto e per tutto un orco delle fiabe dei fratelli Grimm, solo che questa è la realtà e non mi sembra di vedere un lieto fine. -Me ne vado subito Hans, Michael, andiamo- Guarda Hans e questo non mi piace per niente, perché tra di loro mi sembra di scorgere una strana complicità che non mi sarei mai aspettato dopo il discorso fatto da poco. Mi segue e andiamo via, chiudendo forte la porta e sentendo alcune frasi incomprensibili pronunciate da Hans mentre si capisce chiaramente che sta scaraventando a terra fascicoli e documenti. -Il capo è furioso- -è meglio se non dici nulla, Michael. Mi si para davanti e non posso far altro che bloccarmi senza opporre resistenza -Dan ti prego non odiarmi. Se faccio capire a quel bastardo che non sto dalla sua parte sono spacciato. Non ho più niente, capisci? Non ho più una vera famiglia, non ho dei parenti dei genitori veri, mi sento abbandonato dal mondo intero, lo capisci questo? -Non capisco come possa farti star meglio aiutare Hans- Non mi fa star meglio, ma almeno posso rimanere in Germania! Non voglio capitare in un posto lontano e ritrovarmi solo. Qui ci sei tu e tutti gli altri. È un periodo difficile per tutti, per me lo è ancora di più. Sai cosa mi ha detto la signora Wilma? Che non mi aveva raccontato la verità perché a volte questa fa’ male e per proteggermi ha mentito per tutti questi anni. -Sai cosa ti dico Michael? Che in questa vita siamo tutti colpevoli di qualcosa e forse tacciamo per non dover mentire a noi stessi- Rimane in silenzio mentre i primi veri fiocchi di neve cadono ovunque trasformando il campo di concentramento in un sorta di igloo ad alta temperatura. Fa’ piuttosto caldo nonostante tutto ma io continuo a sentire il cuore ghiacciato. CAPITOLO SEI Arrivato a casa decido di farmi un bel bagno caldo sperando che mi faccia bene. Da chi ho sentito questa frase? Ah si, da mia madre. Quando ero piccolo e non potevo andare a scuola perché avevo preso una brutta influenza o mi faceva male la pancia, preparava una camomilla bollente e riempiva la vasca per farmi sguazzare dentro come un pesce. Non ho mai amato particolarmente l’acqua o nuotare nel lago, ma quei momenti erano così dolci e tranquilli che mi immergevo fino alle orecchie, lasciando giusto le narici fuori per poter respirare. Rimanevo così a farmi avvolgere dall’acqua calda e dalla schiuma profumata, anche per un ora intera e dopodiché uscivo avvolgendomi al grande accappatoio a nido d’ape, quello regalatomi da mia nonna con i pupazzi gialli. E constatavo che la mamma ha sempre ragione, che dopo un bel bagno si sta meglio e passa tutto, anche i malumori. Ora mia madre non c’è più ma ho ancora il mio vecchio accappatoio di quando avevo otto anni. Salgo in camera da letto e arrivo davanti al grande armadio a muro, con delle piccole rose azzurre dipinte sopra, lo apro e l’odore di chiuso mi investe come una folata di vento. Da quanto tempo non controllavo questa roba? Sicuramente da parecchi mesi, eppure non so dirlo con certezza Rovisto un po’ tra i vecchi abiti tra la biancheria intima, asciugamani bianchi e celesti, lenzuola di mia madre usate nel lungo periodo in cui era ammalata e poi tra tutto questo ben di Dio lo vedo e mi sembra di guardarlo con gli stessi occhi di quando ero piccino ed ero ancora innocente e puro. Ripenso a quante volte ho passato la mano rossa di calore sul vetro appannato e ho scritto le iniziali della ragazzina che mi piaceva ma che non avevo il coraggio di invitare a casa a giocare con me e poi mia mamma arrivava e cancellava tutto. Mi vien da pensare a quando avevo raccontato a Frank che quella ragazzina un giorno sarebbe diventata mia moglie e avremo fatto il giro del mondo. Lui rideva divertito e mi diceva che ci saremo riusciti e che non dovevo preoccuparmi di niente perché a chi credere davvero nei sogni la fortuna sorride sempre. E io ci avevo creduto per davvero, e quella donna l’avevo sposata ma non eravamo riusciti ad essere in tre per quello scherzo del destino. Helen dai capelli biondi come raperonzolo. Forse mi rendo conto solo adesso che Frank era un bambino diverso da tutti gli alti e per questo non è più con me, con noi, non ha potuto sposare una donna, non le ha mai potuto regalare un mazzo di rose o portarla fuori a cena, perché agli angeli è consentito solo rimanere nel cuore di chi li ricorda ancora e volare in alto, sempre di più. L’accappatoio se l’era infilato solo una volta, quando l’avevo portato di nascosto a casa mia ed ero riuscito a fargli fare un bel bagno caldo come forse non faceva da quando aveva solo un anno. Ora lo indosso io e il contatto fresco mi fa accapponare la pelle riempiendola di puntini in tutte le braccia e nelle gambe. Vado in bagno e inizio a far scorrere l’acqua bollente, e in un attimo la stanza si trasforma in una vera e propria sauna. Mi spoglio e mi siedo al centro della vasca, tenendomi forte le ginocchia con entrambe le braccia, come facevo da piccolo quando aspettavo che la mamma arrivasse ad insaponarmi la schiena e lavarmi i capelli facendomi ridere quando mi spruzzava l’acqua in faccia. La schiuma a volte si insinuava nelle narici facendomi starnutire e provocando una risata generale dove poi mia madre mi faceva calmare dicendomi che era ora di uscire perché la cena era quasi pronta e non voleva che la trovassi fredda. L’acqua inizia ad arrivarmi alla pancia, mi distendo completamente e chiudo gli occhi senza pensare a nulla, quasi non ricordo di essere in un bagno e di essere immerso in una vasca comoda e calda. Mi rilasso e in un attimo l’acqua mi ricopre quasi tutto il corpo, arrivando al collo e tappandomi le orecchie. Mi sollevo giusto il tanto per sentire i rumori intorno a me e poi mi ritrovo in un altro luogo a più di vent’anni di distanza da qui. Non c’è l’acqua calda, anzi fa piuttosto freddo e nessuno sa che mi trovo qui. Se qualcuno della mia famiglia dovesse scoprirlo non potrei più tornare e mi metterebbero in castigo per diverse settimane. Sto tremando ma non mi copro perché c’è il mio migliore amico che ne ha più bisogno di me, io se voglio posso tornare in camera e avvolgermi nel letto caldo, lui non può e quindi ho portato una grossa coperta per le notti gelide come questa. Lo vedo tra tutte le persone ammassate che cercano di riposare ma non riescono a chiudere occhio per oltre un minuto. -Frank! Sono io!- -abbassa la voce, ragazzino, qui non si gioca- È un uomo molto pallido a parlare, smunto e sicuramente denutrito. Non ha forze nemmeno per reggersi in piedi. -Mi scusi, sto solo cercando il mio amico. Andiamo Frank, ho qualcosa per te!- Si fa spazio tra tutta questa folla disperata e mi viene in contro sorridendo. -Ciao Dan! Che bello vederti!- Sorrido e mi guardo intorno Uomini morti che piangono senza più una famiglia a cui pensare, uomini a cui hanno tolto tutto, persino la propria dignità e ai quali hanno affisso al petto un triangolo, ognuno di colore differente. -Perché hanno quei simboli sul torce?- -Ah quelli dici, perché ognuno ha la propria colpa senza aver commesso alcun crimine- -spiegati meglio- Mi indica tutte quelle persone con un dito. -Vedi quegli uomini laggiù che si stringono forte?- Ci sono due ragazzi che credo abbiano più o meno trent’anni mentre dormono abbracciati e piangono in silenzio- -Si li vedo- -sono omosessuali, l’ho sentito dire dagli altri ma non so bene che significhi- -Forse vuol dire che si mano tra di loro- -Può darsi. Loro hanno il triangolo rosa per questo motivo. Mentre quei quattro uomini che sono distesi su quella brandina sono dei criminali, infatti spesso ho paura che possano uccidermi- -Non lo faranno, vedrai- -Ti credo. Loro hanno il triangolo verde per questo motivo- Non capisco come si possa etichettare delle persone in questo modo scegliendo un colore per ogni crimine che li caratterizza. Rimango esterrefatto. -Io invece, dato che non sono un assassino e ancora sono troppo piccolo per scegliere di amare qualcuno ho solo questa piccola stellina. È sempre più bellina di un triangolo, giusto?- Sorride e non so cosa dirgli perché la sua allegria e voglia di vivere sono davvero incredibili. Rimane tutto il giorno e tutta la notte chiuso in una baracca eppure basta pochissimo per farlo sorridere e riesce a scherzare nonostante tutto il casino attorno. La stella di Davide è l’unica a fargli compagnia quando non ci sono io, eppure non è niente di positivo perché non è giusto che un bambino debba vivere ogni giorno della sua vita con una sorta di marchio imposto dagli altri. L’unica colpa che ha di essere ebreo, ma si può incolpare davvero qualcuno per la sua razza o religione? La coperta che gli ho coperto è a quadri enormi, bianchi e verdi con dei piccoli orsacchiotti disegnati sopra. -Grazie Dan, sei un amico- -Figurati, sei un ghiacciolo- Rabbrividisce e gli metto la coperta intorno alle spalle, facendolo quasi sparire come un mago. -Dio, sei talmente secco che non riesco quasi a trovarti sotto questa roba- -Non mangiamo quasi niente, lo sai, sono abbastanza denutrito. Ci tengono tutto il giorno chiusi al buio dentro quelle cavolo di baracche con addosso solo e sempre questi stupidi pigiami a righe e non ci danno altro che un tozzo di pane nero- -Mi dispiace non poter fare niente per voi- -Oh smettila, fai già tanto. Se tua madre dovesse sapere che hai rubato da casa questa magnifica coperta per portarla a me non so cosa potrebbe farti. Stai rischiando parecchio- -Non lo saprà mai tranquillo- Continuiamo a camminare lungo del sentiero di ciottoli ormai candidi dalla neve che scende ad una velocità incredibile e ci ritroviamo davanti al filo spinato che come sempre ci divide. -Il giro finisce qui per oggi, grazie, Dan- Lo abbraccio e vorrei tanto portarlo a casa con me e farlo sedere alla nostra grande tavolata così da potersi scaldare lo stomaco e recuperare qualche chilo, ma sono costretto a separarmi da lui come ogni volta da due mesi a questa parte. -Su, ora vai, non vorrei che qualcuno ti vedesse- -Si, ciao fratellone- Gli sorrido e lo vedo correre via diretto verso quella prigione che chiamano baracca. Appena tornato a casa trovo mia madre e mio padre che preparano la tavola silenziosamente, lei con il suo tailleur blu impeccabile e il rossetto rosso, lui con ancora indosso la divisa. -Ciao Dan, finalmente! Io e tua madre iniziavamo già a pensare che ti fossi perso. Inizio ad agitarmi e sento il sangue affluirmi alla testa colorandomi il viso di un rosso acceso. La mamma si avvicina e con aria spaventata mette una delle sue graziose mani piene di gioielli sulla mia fronte. -Stai scottando, hai la febbre Dan, dove sei stato? Non hai visto il freddo che fa?- Non la guardo perché so benissimo che se incroci lo sguardo di una mamma lei scopre sempre la verità. Con i padri inverse, loro non si accorgono di ciò che succede ai propri figli nemmeno impassibili a leggere le notizie sul giornale o a fumare la pipa in totale silenzio. –Dan!- mi dice mia mamma -Si?- -Non voglio mai più che tu esca con questo freddo senza prima esserti coperto bene, fila a letto, non mangerai niente per punizione.- Non dico una sola parola, mi avvio silenziosamente verso la camera con un grosso sorriso stampato sulle labbra. Sono già distante da loro due ma riesco a sentire le parole di mia madre urlate a gran voce. -Tuo figlio ha qualcosa di strano, non me la racconta giusta! Si è mai visto, dico io, un bambino che sorride in un momento del genere?- Mio padre sospira pesantemente e sento il rumore del giornale posato sul tavolo. Inizia la cena. Io vado a letto sorridendo e con lo stomaco vuoto perché so che almeno per una notte potrò sentirmi anch’io un ebreo a digiuno senza aver fatto niente di male. CAPITOLO SETTE L’acqua inizia a raffreddarsi ma non quasi niente, perché con la mente e con il corpo non mi trovo dentro questa vasca da bagno, sono in un campo enorme dove vari uomini stanno lavorando la terra mischiata con la neve gelida che accarezza le loro schiene nude ricoperte di graffi profondi. Stringo forte gli occhi e mentre in questa stanza la schiuma mi solletica le orecchie, là fuori, a trent’anni di distanza, il freddo mi congela il naso trasformandolo in un enorme punto rosso insensibile. Aspetto dietro il filo spinato, aspetto mentre il gelo si insinua nelle scarpe e mi tortura i piedi senza però impedirmi di muovermi per non rischiare che me li debbano tagliare via entrambi. Poi lo vedo, il mio amico Frank, mentre cammina a passo svelto facendosi spazio tra tutta quella gente disperata che lavora spaccandosi le mani tutto il giorno finché non sanguinano copiosamente. Alzo il braccio per farmi notare e mi viene incontro correndo, nascosto per metà dalla coperta che gli ho regalato qualche giorno fa’. -Ciao Dan- Mi abbraccia e sento che trema, quasi come sempre. Nonostante abbia indosso il mio regalo ha freddo come se fosse completamente nudo, quasi come Gesù Bambino nella culla. -Ciao fratellino, come stai?- Starnutisce e mi guarda con un occhio mezzo chiuso. –insomma, ho il raffreddore e l’occhio gonfio. Credo di essermi beccato un colpo di’aria. -Non ti ha aiutato nemmeno la coperta?- -Macché, l’ho usata per mezz’ora e poi i soldati cattivi ci hanno controllati nel cuore della notte e l’hanno trovata. La stavano per bruciare quando ho avuto ‘idea di raccontare che dovevo restituirla ad un bambino tedesco che l’aveva persa- -Mi dispiace davvero, ma dimmi, sei pronto? Oppure non te la senti di seguirmi? Si avvolge meglio e cerca di guardarmi sforzando l’occhio dolorante. -Si, andiamo. Ho deciso che non mi importa se ci scoprono- -Siamo nella stessa situazione- -Eh no Dan, è ben diversa la cosa. Se mi beccano io verrò sicuramente ucciso, bisognerà solamente decidere il metodo di tortura e il come farmi fuori il prima possibile. Mentre tu al massimo andresti in giro con qualche livido che ti passerà nel giro di qualche giorno, ma poi sarà tutto come prima.- -Ti sbagli, niente sarebbe come prima. Se dovessi perdere un amico caro come te vorrei piuttosto morire- Rimaniamo in silenzio a guardare i fiocchi di neve che ci cadono sul viso bagnandolo completamente, mentre quei poveri schiavi continuano a lavorare senza tregua. -Dan, posso dirti solo una cosa?- Mi giro a guardarlo in modo serio -Dimmi pure- -Perché?- -Cosa perché?- Credo di non capire cosa intenda. -Perché fai tutto questo per un povero ebreo?- Bastano quelle parole affinché il mondo mi crolli addosso come un grattacielo dopo un attentato. -Tu sei amico mio Frank e con gli amici si cerca di fare il possibile, si da’ il cuore e l’anima sempre, in ogni situazione- -Io tuo amico, va bene. Però tu sei tedesco, tutta la tua famiglia lo è come lo sono i tuoi antenati. Mentre io, i miei genitori, non siamo altro che degli ebrei senza alcun diritto- -Non parlare così. Non c’è differenza tra un bambino tedesco ed uno ebreo, entrambi sorridono mentre giocano e assieme si rialzano quando cadono ferendosi. Solo gli adulti rovinano tutto e non capiscono che siamo tutti uguali! Ma gli adulti comandano su di noi Dan! Sono stati loro ad uccidere mia mamma e mio padre il mese scorso- Inizia a piangere e le lacrime bagnano il tessuto morbido della coperta già inzuppata per metà dalla neve che lentamente si è sciolta. -Non sono tutti uguali Frank. Quelli sono adulti cattivi, ma ce ne sono altri che si comportano bene, non devi pensare che il mondo sia fatto solo di persone malvagie.- Si siede per terra e mi guarda dal basso. -Lo credi per davvero?- -Ma certo fratellino. Si alza e mi butta le braccia al collo quasi facendomi perdere l’equilibrio. -Sei il mio angelo, sei il mio angelo fratellino!- Rido e mi guardo intorno perché temo che i nazisti possano vederci e separarci, ma prima di tutto ho paura che possano punire lui. -Tu sei un angelo, Frank- -Un angelo ebreo ha le ali come un angelo tedesco?- -Certo, gli angeli sono identici e si vogliono un gran bene tra di loro- -Andiamo a casa adesso- La neve continua a scendere sempre più velocemente ricoprendo di un manto bianco e soffice i campi, i fucili dei soldati, le case vicine e lontane e due bambini schiavi dei più grandi che corrono con quanto più fiato hanno in gola, in cerca di un po’ di felicità. A casa, al riparo dagli uomini cattivi e dal resto del mondo. -Sh fai silenzio Frank, anche se i miei genitori non ci sono potrebbero sentirci i vicini, quei vecchiacci antipatici- Lui entra nel grande bagno ben arredato e lussuoso, con i rubinetti dorati e la vasca bella spaziosa e accogliente. Si guarda intorno con occhi spalancati e ancora non crede di essere in quella stanza che per lui significa quasi il paradiso. -Io non ci sono mai stato in una casa così bella, sei molto fortunato- -Grazie, adesso ti aiuto a lavarti- Lo faccio sedere sul bordo sulla vasca, prima di chiudere la porta guardo da un lato e dall’altro per assicurarmi che i miei genitori non siano ancora tornati e torno dentro chiudendo a chiave. -Hai mai fatto il bagno prima d’ora Frank?- Ride di gusto e cerca di leggere le etichette dei prodotti che usa la mamma per pulire i pavimenti -Vi lavate con questi?- -No, quelli fanno male alla pelle. Non devi nemmeno avvicinarti alla candeggina, guarda, questi sono quelli che ti servono- Mi giro e apro il mobiletto bianco sistemato vicino alla lavatrice ora completamente in disuso. -Ecco, c’è questo alla lavanda, questo al mughetto e quest’altro al talco, quale vuoi?- -Ma Dan, secondo te mi importa qualcosa? Lanciamene uno e basta. Io tutti i giorni mi lavo con dell’acqua fredda e un pezzo di sapone che ormai dovrà avere più di due anni, per non parlare del fatto che dobbiamo usarlo in sette e pure in fretta.- -Scusami, a volte sono proprio uno stupido- -No, sei tedesco, non puoi capire- Me lo dice con il sorriso sulle labbra, facendomi capire che mi giustifica per quelle parole insensate. L’acqua inizia a scendere, bella calda per rincuorare gli animi in questa giornata così fredda. –Io vado fuori, quando hai finito bussa e io arrivo subito. Gli asciugamani sono alla tua destra- -Va bene. Senti, credo che ne approfitterò un bel po’,non mi capita mica ogni giorno di avere un bagno vero e proprio. -Lo so- Esco e questa volta non chiudo la porta a chiave, la abbasso soltanto e mi siedo sui primi gradini aspettando che mi chiami. Appoggio lievemente la testa alla parete colorata di rosa antico e chiudo gli occhi mentre il martellare del cuore mi rimbomba nelle orecchie. Paura. Paura che arrivino i miei genitori, che abbiano dimenticato le chiavi di casa o qualcos’altro, paura che la mamma mi guardi in faccia e capisca che le sto nascondendo qualcosa perché le mamme si accorgono sempre di tutto. Terrore che entri in bagno e veda che un bambino ebreo è nella sua cara vasca a sporcare e contaminare tutto. Mentre le paure e i pensieri circolano in modo frenetico nella mia mente, come mille luci in un tunnel nerissimo, mi assopisco e mi distendo sugli scalini. Dopo un tempo che sembra interminabile, sento delle mani fredde che mi toccano la pelle delle braccia, mi strattonano prima dolcemente e poi sempre più forte fino a svegliarmi spaventato e inquieto. Immagino mia madre mentre mi guarda con una faccia scandalizzata e mi tira un ceffone graffiandomi con quelle sue unghie impeccabili e sempre laccate, la vedo mentre inizia a d urlare come una pazza perché ha scoperto che suo figlio nasconde un amico particolare nella sua casa, solo per potergli dare un piccolo aiuto nonostante lei non voglia. Mi giro e vedo non mia mamma ma una figura molto più piccola, che mi sorride con gli incisivi spezzati a metà. -è da mezz’ora che ti chiamo ma non rispondi mai! Non hai fatto altro che dormire eh?- Mi guarda fisso mentre si friziona i capelli cortissimi con un asciugamano giallo e pulito, non come quelli che usi tutti i giorni. Mi stiracchio e sento le ossa del collo e della schiena scricchiolare come le assi del pavimento. Un dolore forte alla nuca mi preme come se qualcuno mi avesse posizionato un masso pesante, un macigno. Devo aver dormito tutto il tempo in una posizione scomodissima,ma come ho fatto a non rendermene conto? -Scusami fratellino, davvero, ma evidentemente sono crollato per la stanchezza di oggi. Hai bisogno di qualcosa?- gli dico, premurosamente. -No, sto benone- -Ah ora che ci penso! In bagno ti avevo preparato un accappatoio comodo che dovrebbe essere perfetto per te, vado a prendertelo, non rimarrai tutto il tempo con quell’asciugamano fradicio addosso, così ti prenderà un colpo!- -Va bene ti aspetto qui- Attraverso il piccolo corridoio dove sulle pareti sono appesi i ritratti di alcuni nostri antenati e un quadro che raffigura dei girasoli bellissimi, talmente belli da riuscire a sentirne perfino il gradevole aroma dolciastro. Apro la porta del bagno e vedo tutta l’acqua che scorre nella vasca, chiudo i rubinetti e la faccio scendere giù ripulendo via tutta la schiuma per non lasciare la minima traccia. Prendo l’accappatoio che avevo lasciato sul mobile accanto al lavandino e lascio la camera a passi veloci. Quando torno nel pianerottolo trovo Frank che ormai ha i capelli completamente asciutti ma continua a tremare e sentir freddo. -Tieni eroe, è per te- Glielo lancio e lo acchiappa al volo con le sue braccine dalle ossa fragili e smunte, come un piccolo cerbiatto -Grazie, con questo si che si sente un gran caldo. Beato te- Mi guarda in modo molto serio. -Scusa, non volevo- -Non fa’ niente, hai ragione, anzi sei fin troppo paziente con me. Non avrei preteso che tu venissi qua da me, dopotutto questa è la famiglia che ti tiene prigioniero, i miei genitori ti stanno facendo morire e guarda tu cosa fai… ti lavi proprio nella nostra casa, usi la nostra acqua e mi sei amico. Ti voglio così bene Frank- Si avvicina e mi abbraccia e finalmente dopo tanto tempo posso sentire che la sua pelle non è fredda. Sto piangendo. Un uomo forse non dovrebbe piangere così tanto ma non posso farci nulla, così come non posso non pensare ai momenti passati con quel bambino fin troppo speciale. Saranno passate più di due ore da quando ho messo piede in questo bagno e il vapore ormai è ovunque, non riesco a vedere quasi niente un po’ a causa dell’ambiente troppo caldo e un poco per via delle lacrime. Metto la testa sott’acqua e vedo un altro paio di occhi, sorridenti, quelli di Frank. Gli sorrido anche se so che è solo frutto della mia immaginazione ed esco dalla vasca fumante. L’accappatoio, minuscolo, è lo stesso di trent’anni prima, è cambiato solo il colore che ora risulta sbiadito, ma non appena lo faccio aderire al corpo la sensazione è la stessa: di pace e di tranquillità. Mi sembra di avvolgervi il fragile corpicino di Frank pieno di cicatrici e tagli da guarire. Apro la porta e raggiungo il telefono in soggiorno. Tre chiamate perse, tutte di Michael. CAPITOLO OTTO Han sfuma la sua pipa davanti a noi, in piedi e rigidi senza poter guardare la luce del sole che filtra dalla finestra. Ci ha convocati tutti: Me, Michael e gli altri soldati affinchè non abbiamo la guardia e la testa, proprio come se lui fosse un re. Io in questo momento ho solo voglia di sputargli in faccia, mi fa’ proprio schifo. -Volevo parlarvi degli ultimi aggiornamenti, qua ho tutti i fascicoli riguardi le persone che sono ‘in più’ fra di noi, la merce di scarto. Vi do un numero approssimativo, trentaduemila.- Il cuore mi batte troppo velocemente e inizio a sentire le guance in fiamme, sono sicuro di essere bordeaux in faccia, mentre per quel poco che riesco a vedere, tutti i miei amici sono freddi e non si sono affatto scomposti, come se non fosse successo nulla. Hans, crudele come nessun altro, si rende subito conto del mio nervosismo e non perde tempo per punzecchiarmi. Fumando la pipa inizia a fare un giro per tutta la stanza e si posiziona proprio davanti a me, guardandomi negli occhi e sistemandosi il cappello sulla testa. -Hai qualcosa da dire, nostro Daniel?- Sorride divertito, sa che non posso rispondergli e questo gli piace perché lo fa’ sentire potente, importante. Vedo che cammina intorno a me, scrutandomi attentamente e scuotendomi la giacca all’altezza delle spalle. Chiudo gli occhi e lui se ne rende conto in men che non si dica, come un’aquila o un altro rapace. –Occhi bene aperti e testa alta soldato!- Ride di gusto e appoggia la pipa sul tavolo, accanto ai documenti. -Signore forse dovrebbe lasciarlo stare, sa…- -Silenzio1 non voglio sentir volare una mosca! Quando parlo io, che sono il vostro superiore, nessuno deve interrompermi.- Il silenzio è insopportabile e pesa su tutti noi, forse ancor più su di me che mi trattengo a malapena giusto per non scatenare una vera e propria guerra. Hans sorride e mi tira un calcio negli stinchi, come se stesse picchiando un tavolo di legno, per poi darmi le spalle e dirigersi verso la scrivania. Sento le lacrime iniziare a farsi largo nei miei occhi, ma le ricaccio indietro con tutta al forza di spirito possibile e la volontà che ho sempre avuto. Non voglio che quel mostro mi veda debole, devo essere forte sia per me stesso ma soprattutto in onore di quel bambino che trent’anni fa’ mi ha fatto capire la differenza tra persone degne di vivere e altre che invece non valgono poi a tanto. Per un attimo, anche se è soltanto un momento breve, vedo nella mia mente l’immagine di Frank, il suo viso e i denti spezzati. Poi la figura diventa sempre più piccola e trasparente, fino a scomparire del tutto ed essere sostituita dall’altra, molto simile a quella di prima… eppure sono certo che siano due persone completamente differenti. -Papà sono qui, ti voglio bene- Spalanco gli occhi, non riesco a sentire niente intorno a me, non mi rendo nemmeno conto che Hans sta continuando a dare delle indicazioni ai miei amici, che sta quasi urlando conto qualcuno di loro senza motivo. Lo sento ma non lo sto ascoltando affatto. Sono completamente rapito dalla voce che assomiglia molto a quella del bambino piccolo, sicuramente avrà sei o sette anni, ma non riesco a capire chi sia e cosa voglia dirmi, ma soprattutto non capisco perché abbia scelto di parlare con me. Vedo Michael farsi più vicino a me fino a raggiungermi e scuotermi per un braccio… mi sta facendo male, mi stringe troppo ma non glielo dico, decido di lasciar perdere. Ora è davanti a me e mi urla qualcosa in pieno viso, poi simette le mani tra i capelli come se volesse strapparseli uno ad uno e dopodiché inizia ad agitarsi e assomiglia molto ad un mio compagno delle elementari che sedeva nel banco accanto al mio e soffriva di crisi epilettiche. Ogni volta che gli capitava di trovarsi in quella situazione provavo una sensazione tremenda di impotenza e tragedia imminente e volevo nascondermi per stargli il più lontano possibile, ma constatavo che gli altri compagni, anche i più bulli e maleducati, gli stavano accanto e lo soccorrevano. Ricordo mentre la maestra ci osservava attenta dalla sua cattedra e chiudeva il libro di aritmetica facendo un tonfo molto forte, la sua gonna lunga a fiori e balze sventolava e i suoi tacchi calpestavano i mattoni gridi dell’aula, venendo in nostro aiuto. Il suo profumo era talmente forte ( forse era acqua di colonia) che a volte, quando me la ritrovavo troppo vicina, ero costretto ad allontanarmi almeno di poco per non dover tossire, oppure spesso mi coprivo il naso e la bocca con il braccio e così stavo un poco meglio. Il mio amico, ora a pochi centimetri da me, era identico al mio compagno di classe solo che adesso non dovevo spostarmi dall’altro lato della stanza per evitare la maestra, dovevo vedermela con il vero nemico che non potevo evitare: Hans il maledetto. Ritornare al presente mi fa’ sempre male, mi riporta alla dura realtà e potrei paragonarmi ad un pesce viene liberato in mare aperto dopo esser stato chiuso per molti mesi in una piccola boccia senza ossigeno. Quel pesce si sente bene perché finalmente è di nuovo nel suo habitat ma allo stesso tempo è frastornato, ha paura che la stessa mano nemica lo prenda alla sprovvista, in un momento di debolezza e gli rinneghi per la seconda volta la sua meritata libertà. Guardo fuori dalla finestra e una farfalla viola con le punte delle ali di un nero corvino inizia a svolazzare colpendo il vetro con un’incredibile energia. Ha una forza incredibile…Eppure il suo corpo è minuscolo e sottile, è così fragile e bella… Non so per quale motivo vedo gli occhi di mia moglie nelle piccole chiazze nere della farfalla e mentre continua a sbattere le ali, io rivedo sempre di più Helen, i suoi occhi neri che mi guardano, ma non stanno osservando i miei occhi azzurri con dolcezza, no mi scrutano con minaccia e rimprovero. Urlerei se non vedessi le mani di Michael sul mio viso e Hans che accanto alla sua scrivania ride e cerca di accendersi una delle sue infinite pipe. Mi auguro che prima o poi la prossima sia quella che lo porterà alla tomba. -Bene,bene,bene qui stiamo affrontando un discorso ma qualcuno sogna ad occhi aperti. Dicci Daniel, che osa hai visto in uno dei tuoi viaggi mentali?- Mi prudono le mani e questo non è un segno positivo, significa che sono nervoso e in momenti come questo potrei combinare un gran casino. Michael si allontana da me e vedo che sta piangendo come un bambino. Guardo per l’ultima volta Hans, quello sguardo colmo di odio e strafottenza e mi giro verso la finestra. La farfalla non c’è più, così come i miei pensieri. Le fotografie sono sparse ovunque sul pavimento, sporche di sangue. Oggi due di noi ci hanno lasciato per sempre. CAPITOLO NOVE Quando succede qualcosa di brutto in genere è un po’ come se tutto il mondo ne sia colpevole. Si tende ad odiare tutti e non si vuole nemmeno uscire di casa, se si incontra un vecchio amico lo si guarda con occhi spenti e l’altro rimane stupito, così rischiando di perdere l’unica persona che per anni ci aveva supportati con grande affetto. Ma non è colpa nostra, è il nostro cuore, il nostro spirito, che per difendersi attuano un sadico meccanismo che annienta il proprio dolore annullando il mondo che ci circonda, nonostante sappiamo bene che non è giusto. Mi fa male la testa, non ho fatto colazione e se provo ad alzarmi dalla poltrona anche solo per sgranchirmi le gambe mi vengono le vertigini, rischiando così di stramazzare al suolo. È una giornata di sole, la neve si sta sciogliendo lentamente eppure dentro di me è ancora una lunga notte tenebrosa e ghiacciata. Non posso cancellare dalla mia mente quelle immagini, tutto quel sangue sparso sul pavimento e il viso impassibile di Hans mentre fuma tranquillamente come se fossimo invitati ad un circolo letterario. Non ci riesco a far finta di nulla, è impossibile. In tutti questi anni ho visto delle scene tremende, ancora oggi a distanza di tanti anni mi sembra di scorgere i fucili puntati sulle fronti sudate e pallide di bambini innocenti, vedo gli occhi vuoti delle donne che non hanno nemmeno più la forza di piangere, ma tutto questo si sa, è la guerra. La guerra che non vorremmo ma che non abbiamo mai potuto annientare con quelle stesse armi con cui abbiamo ucciso milioni di innocenti. Guardo le mie mani callose e mi sembra di vederci sopra delle chiazze di sangue, grandi come quelle che ricoprivano le foto, ma è solo un attimo perché poi spariscono e l’unica cosa che riesco a vedere bene solo le varie linee che segnano percorsi perfetti su entrambi i palmi. Come sono finito in questa situazione? Non riconosco me stesso, non oso guardarmi allo specchio per paura di vederci riflesso il volto di mio padre o di qualche altro soldato maledetto quanto lui. Le notti stanno diventando interminabili e pesanti, dormo solo cinque ore per notte e non riesco ad aiutarmi nemmeno bevendo tre camomille al giorno. Mi sveglio sudato e in preda a tremori pazzeschi, faccio degli incubi tremendi in cui vedo la mia figura sporca di sangue dalla testa ai piedi, tutt’attorno a me è buio e io non so dove mi trovo. Ad un certo punto delle persone mi vengono incontro, camminano in modo strano, sono molto lenti e si trascinano su delle gambe stanche e scheletriche, assomigliano molto a degli zombie. Poi si accende la luce, capisco di essere prigione rio in una stanza con una grande doccia alle mie spalle da cui fuoriesce un gas che inizia a farmi mancare il respiro e girar la testa. Poco prima di perder del tutto conoscenza guardo quegli uomini, bambine e donne che mi si fanno sempre più vicini e solo allora capiscono chi siano veramente: gli innocenti fantasmi a cui è stata strappata un’intera vita. Gli spiriti che al posto di indossare i lenzuoli bianchi hanno dei pigiami a righe con dei numeri cuciti sopra. Non mi capita spesso di sognare Frank, forse perché con lui è tutta un’altra storia, non possiamo vederci quando vogliamo come capita invece con i miei parenti deceduti parecchi anni fa. L’anno scorso mia nonna Clara mi ha fatto visita nei miei sogni per quasi un mese intero, dicendomi che con mio nonno continuavano a litigare sempre per le solite sciocchezze e poco prima di svegliarmi mi salutò augurandomi tanta felicità, posando le sue morbide labbra sulla mia guancia fredda di sudore. Vorrei sognare Frank così come sognavo la mia cara nonnina, ma credo che per ogni defunto ci siano dei sogni specifici e sono convinto del fatto che siano loro a decidere quando è il momento migliore per manifestarsi. In ogni caso, lo aspetterò sempre. La testa ora mi fa’ meno male e decido di andare in cucina a prendere qualcosa da bere, ma appena mi alzo dalla poltrona il telefono mi richiama a sé prepotentemente. All’inizio faccio finta di niente e quasi sparisco dal soggiorno, ma poi rifletto che forse, si, qualcuno potrebbe avere un’urgente bisogno di me e cerco di raggiungere l’apparecchio di corsa, inciampando sul grande tappeto rosso. -Pronto?- -Dan, sono io.- È Michael, anche se mi ci sono voluti dei secondi prima di riconoscerlo, dato che ha al voce rotta e sembra abbia smesso da poco di piangere. -Ti disturbo?- -No figurati. È successo qualcosa?- Urla dall’altro lato del telefono, una donna che ha appena scorto il tradimento del marito e mi costringe a chiudere forte gli occhi per l’impatto profondo. - Se è successo quacosa? Mi chiedi se è successo e non mi dici altro? Tu hai bisogno di qualcuno bravo che ti aiuti, non credo che questa situazione ti stia facendo bene, Daniel- - -Ok, hai ragione tu, ho sbagliato, andrò da uno psicologo, credo di aver perso completamente la testa in quest’ultimo periodo, ma parlami di te ora- Piange e non riesce quasi a dirmi nulla che non sia frammentario. -Michael? Respira e calmati, anche io sto male, credimi. Ieri non ho reagito così solo perché ero molto turbato, non so cosa mi sia successo, a vote mi capita di estraniarmi dal mondo, di avere delle visioni, robe del genere, e non mi rendo conto di ciò che ho davanti agli occhi- -Va bene- Si prende qualche secondo di tempo per soffiarsi il naso, tossire e chiudere il pacchetto dei fazzoletti, per poi tornare al discorso con me. -Ti ho chiamato perché oggi andiamo tutti al funerale di Tom e Andy, ovviamente se non te…- -No no, andrò anche se non sto affatto bene. Sono a pezzi ma ci sarò- -Verrà anche lui- Inizio a star male, quasi come ogni notte e come il giorno precedente, quando Tom ed Andy si sono fatti saltare in aria le cervella davanti a noi e di fronte al divertimento di quel mostro. -Dan sei li? Non devi star cosi male, sappiamo molto bene che tutto questo ti fa soffrire, forse fra tutti noi sei quello che maggiormente soffre nel sentire le parole di Hans ma ti prego non prenderla troppo sul personale, lui ci tratta tutti di merda- -Non è solo questo il problema, è un casino, credimi. Prima tutte quelle lettere di Frank, poi dover fare un lavoro che non mi appartiene, forse dovrei essere felice nel sapere che avrò la coscienza sporca? Non dormo più come un tempo, sento che la mia vita sta prendendo una brutta piega. Sapevi che non riesco più a guardarmi allo specchio?- -Non dovresti odiarti,non te lo meriti, tu non hai fatto niente- Sbatto forte il pugno contro il tavolino, non riesco più a controllare le mie emozioni e sento che questa situazione prima o poi mi travolgerà come una marea. -Io non ho fatto niente, è proprio questo il problema! Tu non eri lì quando ho perso Frank, non ho fatto altro che stare in piedi con le mani che tenevano strette la recinzione, aspettando che lo portassero via da me, via dalle persone che per tutti quei mesi gli erano state vicino, l’ho accompagnato verso la sua morte!- Daniel basta, ora smettila! Se continuerai a torturarti in questo modo alora sì che lo porterai alla morte. Non capisci che lui vive in te? Ti guarda, ti ha aiutato a diventare l’uomo forte e coraggioso che sei diventato. Non puoi incolparti per qualcosa che non hai mai fatto.- Non so che dire e rimango in completo silenzio. Michael mi conosce molto bene, da ben quindici anni e sa perfettamente quando sono sul punto di crollare. Mi è sempre stato accanto nei momenti più duri, come nemmeno certi fratelli sanno fare. C’è stato quando mi chiudevo nelle mia stanza quasi tutto il giorno e non toccavo cibo a causa della mia forte depressione. Non mi ha lasciato mai solo in quegli interminabili mesi in cui non facevo altro che chiudermi nel mio dolore, al buio di una camera in cui le finestre non venivano mai aperte. Stavo con gli occhi chiusi e nella mia testa, ad intervalli di quindici secondi, si accavallavano milioni di immagini che rischiavano di farmi perdere la ragione. Vedevo il volto di Helen sciupato, con gli occhi rossi e colmi di lacrime e dolore, la vedevo mentre era paralizzata in quel letto d’ospedale, con le braccia che stringevano forte le ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto. Ricordo il comodino pieno di dolci e di fiori per tirarle su’ il morale, rimembro tutto come se fossero passati soli due mesi e non diversi anni e spesso capisco di odiare me stesso anche per questo motivo: ricordo troppo e non posso farci niente, e tutto ciò mi fa soffrire più di quanto non soffrano gli altri. Ricordo i colori delle tendine da cui a malapena riusciva a filtrare la luce del sole, quel sole che delicatamente poggiava i suoi raggi sul viso della mia bella, mentre le tenevo le mani ben strette tra le mie prendendomi cura di quel corpo fragile, smunto ed ossuto, il corpo di una donna che ormai non era più lei. Guardarla in quel letto d’ospedale era come vedere un mostro steso in una fredda barella d’acciaio all’obitorio. -Dan, ci sei?- Michael mi chiama una, due, tre volte, e solo allora lo sento veramente, come una voce fantasma estranea e lontana chissà quanti chilometri da me. Non voglio che si preoccupi troppo per me come quando avevamo quindici anni e spesso si accollava ogni mio piccolo problema pur di non farmi sgridare da mio padre che non era per niente simile al suo. Ma una volta che si cresce, bisogna sapersi prendere le proprie responsabilità e restituire ai propri amici il tempo che gli si è fatto perdere durante l’infanzia o l’adolescenza, maturando nonostante la sofferenza che portiamo dietro, giorno dopo giorno. –Si Michael, sono qui, non preoccuparti. Stavo solo pensando a delle cose, troppe vicissitudini del passato. Sai come sono fatto, è da quando ero solo un bambino che non faccio altro che avere flashback improvvisi che mi distraggono dalla realtà, sei il solo che mi abbia mai capito veramente e l’unico con cui ne abbia sempre parlato. Forse non ti ho mai ringraziato come avrei dovuto e beh, io lo faccio ora. Sei un amico sincero, un fratello, non voglio mai deluderti o pressarti con le mie problematiche. Michael è un uomo di quasi cinquant’anni eppure, nonostante sia il maggiore fra noi due, è molto più sentimentale di me e sotto certi aspetti spesso si comporta proprio come un bambino. Ricordo quando da ragazzi capitava di trascorrere i sabati pomeriggio al cinema ognuno con la propria fidanzatina e mentre io sceglievo un fil d’azione, fregandomene totalmente della noia mortale provocata alla mia Marie, lui lasciava scegliere sempre a Lucy, per poi piangere assieme a lei davanti all’ultimo film romantico appena uscito nelle sale. A distanza di quasi vent’anni mi rendo conto, con piacere, che il mio migliore amico non è cambiato affatto e mi compiaccio di questo, perché è veramente raro trovare una persona che nonostante l’età adulta conservi un cuore da fanciullo. Credo che questo sia uno dei tanti segreti per una vera amicizia e sicura felicità. - Beh che cosa… che cosa potrei dirti- - Rido e finalmente anche lui ride insieme a me e mi sento un bambino anche io. - Guarda, non devi dire niente, tu piuttosto come stai?- - Rimane un secondo in silenzio, forse non si aspettava questa domanda oppure non vuole parlare delle sue cose personali, comunque lo sento sospirare e poi rispondermi trattenendo le lacrime. - La vita va avanti. Ho incontrato un mio amico dei tempi dell’università proprio stamattina in libreria e sai cosa mi ha detto?- - Si mette a ridere e questo mi spaventa, perché non è la risata di una persona felice, è il classico atteggiamento di qualcuno che sta attraversando una crisi nervosa e nasconde tutto il dolore dietro falsi sorrisi. - Fingo di non rendermi conto del suo disagio e mi comporto nella maniera più normale possibile. - -Cosa ti ha detto?- - Ride ancora più forte. - -Che suo padre non è il vero padre e sua madre non camperà ancora a lungo- - Non so proprio cosa dire, non riesco a far altro che cadere in un’imbarazzante mutismo e mordermi le labbra fino a farle sanguinare, senza sentire alcun dolore. - -Mi dispiace moltissimo per lui- - -Anche a me, ma sai cosa ho capito? Che il destino si prende gioco di noi, cattura le nostre anime come se fossero delle pedine e le muove a suo piacimento, non certo per farci un piacere ma per rattristarci. Però ho capito anche un’altra cosa, che niente capita per caso, e questo mi fa sentire vivo, per davvero- - -Hai ragione. Comunque non ho molto tempo ora, ho dato uno sguardo all’orologio ed è quasi ora di pranzo, non ho niente in frigo e credo che farei meglio ad avvicinarmi al market più vicino, a meno che non voglia mangiare le mie stesse dita oggi- - -Non ci ho mai provato, altrimenti te le avrei già consigliate! Ahhhhahah so bene che non sei proprio il massimo in cucina- - -Assolutamente no, una frana direi- - -Dan, c’è un’altra cosa che volevo dirti- - Sapevo che me l’avrebbe detto, non è nelle nostre abitudini chiudere le conversazioni in allegria. Sicuramente c’è dell’altro e non far sentir meglio. - -Che cosa?- - -Ieri, ecco, quando Hans ti ha parlato in quel modo, era come guardare nelle pupille di un morto e credimi, mi ha fatto tremare di paura- - -Sai cosa ha veramente spaventato me invece? L’indifferenza di quel porco schifoso di Hans, la sua faccia sorridente e beata e quelle mani luride, grassocce che tamburellavano sulla scrivania. Come ha potuto? Sono morti due uomini in poche ore e lui ne era perfino contento.- - -è inutile agitarsi, Dan, non pensarci troppo. Il problema è un altro, che quegli uomini non sono morti, si sono uccisi e credimi non è stata una passeggiata vederli morire così davanti ai miei occhi e a quelli di tutti gli altri,scioccati ed esterrefatti. Tutto quel sangue, le foto di quei poveri innocenti sulla scrivania… Dan, noi siamo uomini forti! Per questo ti chiedo di non soffrire più così tanto, noi non siamo morti di fronte a quelle immagini! Siamo qui e nessuno si prenderà mai le nostre vite!- - Certo siamo qui, ma non è giusto quello che dici… io mi sento in colpa come sempre. Non ero lì con voi, io ero con mio figlio e con Frank capisci? Il passato mi sta strappando tutto, la mia vita, il mio presente, quel briciolo di felicità che mi era rimasto. Ho visto solo i corpi ed il sangue sulle foto, poi per il resto non posso aggiungere granché - Rivolgo l’attenzione all’esterno della casa, nel sole che si fa sempre più alto e mi fa capire che sicuramente è quasi mezzogiorno. Un uccellino grasso e dalle zampe minute si avvicina alla mia finestra, forse in cerca di qualche briciolo di pane. Non è l’unico ad avere fame. Decido di chiudere la telefonata prima che si faccia veramente tardi e in un attimo il piccolo usignolo sparisce dalla mia vista, diretto forse in qualche altra abitazione. -Scusa Michael, ma ora devo proprio fuggire via, non ti ho fatto nemmeno rispondere lo so, ma avremo il tempo per parlarne credimi, a proposito ti chiedo solo un’ultima cosa. A che ora sono i funerali?- -Alle quattro in punto. Ci vediamo vicino alla chiesa, vicino al bar di Hernest, a dopo e buon pranzo…. E riguardati, amico mio caro- -Lo farò, grazie e a più tardi- Mi guardo intorno e per la prima volta dopo tanti anni mi rendo conto di sentirmi davvero solo in una casa troppo vuota. Prendo il cappotto, la sciarpa bianca che mi aveva regalato mia madre qualche mese prima della sua partenza per la Francia ed esco di casa. L’aria gelida ed il caldo sole sulla fronte mi provocano un brivido incredibile lungo tutta la schiena, eppure so benissimo che tutto questo non è dovuto solo alla temperatura esterna. In questo incredibile ossimoro grottesco mi butto a capofitto nella triste realtà odierna, denunciando il mio povero cuore che ama troppo. CAPITOLO DIECI La campanella sulla mia testa produce il suo delizioso suono metallico e attira l’attenzione del signor Greg, come al solito chino sulle sue parole crociate. Poggia la penna risucchiata per metà e mi fa un cenno sorridendomi. Non ho molta voglia di parlare, per cui saluto educatamente e mi dirigo a passo svelto verso il bancone dei surgelati, dove trovo sempre qualcosa di delizioso da preparare in cinque minuti. In momenti come questi mi rendo conto di quanto sia diversa la vita di un uomo quando condivide la casa con una donna e quando invece rimane da solo per parecchio tempo. Se qualcuno ora venisse a farmi visita troverebbe calzini e mutande sparsi ovunque per la casa, stoviglie da lavare e ferme lì chissà da quanti giorni, per non parlare delle confezioni di pop-corn e di patatine che devo schivare ogni volta che decido di guardare la tv. Noi uomini siamo così diversi dalle donne, ed è anche per questo motivo che ora sto guardando delle confezioni di pasta surgelata e non mi sono concentrato su un pacco di spaghetti da buttare nella pentola e da mangiare con un ottimo sugo. Dopo un po’ di indecisione compro quella che costa meno e mi avvio verso la cassa, dove il signor Greg ha pensato bene di piazzare una sorta di macchinetta in cui basta premere un pulsante per avere tutte le caramelle e le gomme che si desiderano- Questa cosa riesce a strapparmi un sorriso, forse l’unico davvero sincero negli ultimi due mesi, e mi sento un po’ strano, come se non dovessi rallegrarmi di nulla. Maledetti sensi di colpa che ti inseguono ovunque, persino nei market vicino casa. Il volto del signor Greg è più o meno quello di sempre, solcato da qualche ruga agli angola della bocca e vicino agli occhi e la sua abbronzatura lo rende molto simpatico. Non so perché, forse è proprio quella sua aria da turista disperso in un piccolo paesino, ma mi rende felice e nel guardarlo attentamente mi rendo conto di quanto sia buffo, proprio come un clown che diverte i bambini più piccoli al circo. -Signor Wennel, era un po’ che non ci vedevamo- mi dice, grattandosi la testa con la punta della penna e sbadigliando. -è vero, non passo più molto tempo in giro coem quando ero ragazzo, però oggi ho voluto trasgredire la regola- Ride e passa il prodotto che ho scelto sul bancone, emettendo quel bip che tanto odiavo da bambino e che mi ricordava un suono che spesso avevo sentito all’ospedale quando attendevo il mio turno abbracciato alla mamma e con il cuore in gola. -Sono due euro e cinquanta. Oggi mangia tardi? Certo, un uomo che vive da sol…- Abbassa la testa e nonostante il suo colore naturale sia una sorta di marrone chiaro vedo chiaramente le sue guance dipingersi di rosse, come due fragole mature. -Non fa’ niente, d’altronde come si può pretendere che i propri fattacci rimangano un segreto quando si vive da soldati?- Abbozza un leggero sorriso e sposta lo sguardo sullo scaffale vuoto. Poveretto, non da proprio dove guardare. -Non è che mi darebbe una busta?- -O certo mi scusi, forse oggi non è proprio giornata- Gli sorrido giusto per non farlo rimanere troppo male ma non appena mi rendo conto che non può vedermi ridivento serio e apatico. Voglio tornare a casa, ora. Mi da’ una piccola busta di carta dicendomi che le altre le ha terminate e butto la confezione dentro, salutando e sbattendo forte la porta. -Dio che pazienza- Lo dico a voce alta e vedo che una signora bionda di circa sessant’anni, che sicuramente mi ha sentito, sorride mentre nasconde bene le mani sotto le maniche del pesante cappotto che indosso. Fa’ molto freddo e nonostante il termometro segni due gradi a me sembra di vivre al polo sud. Mi copro come posso con la mia sciarpa e attraverso di corsa la strada, per paura di dover attendere dieci minuti fermo come un ghiacciolo davanti al semaforo rosso. Finalmente si torna a casa. In questi ultimi mesi, soprattutto dopo aver ricevuto la telefonato di Michael e aver avuto le lettere di Frank, non ho molta voglia di uscire di casa e quando lo faccio non guardo mai nessuno in faccia, tendo a nascondermi come fanno gli struzzi che infilano la testa sotto terra. Credo che il mio sia un atteggiamento piuttosto normale nella mia situazione ma non lo è per chi mi sta accanto e sento di essermi lentamente e inconsciamente isolato a causa dei miei pensieri. Un uomo che pensa troppo non è forse già di per sé un uomo troppo solo? La mia casa non parla, è muta come una statua dimenticata in un museo antico dove nessuno andrà mai ad ammirarla o desiderare la sua copia. Butto il cappotto sul divano e guardo verso l’orologio a muro. È tardi, accidenti! Apparecchio velocemente e accendo, sintonizzandomi su un canale a caso, forse il quattro, e sento una musica dolce che conosco benissimo. Il Tg delle 14 e 30. Le notizie sono le stesse di ogni giorno, in primo piano la politica, qualche nuova legge che attende di essere approvata e in seguito qualche servizio di cronaca, due ragazzi sono morti dopo una lunga malattia a soli ventisei e ventotto anni e una signora di ottanta è caduta dal decimo piano. Mi vengono i brividi solo a pensarci, come se essere bellissima e allo stesso tremenda la vita! Nel frattempo la pasta è già pronta e con un mestolo trovato per caso nell’ultimo cassetto la rigiro un poco in modo da darle più sapore e amalgamare bene il condimento. Non aspettavo altro che questo momenti di beatitudine con il mio pranzo, la tv accesa e una bottiglia di buon vino rosso. Mi sembra quasi di aver ritrovato un po’ d’equilibrio e la casa non mi appare così tanto silenziosa e desolata. All’improvviso, proprio mentre avvicino la forchetta alla bocca soffiandoci sopra perché scotta, alla tv iniziano a trasmettere un servizio dove scorrono delle immagini molto strane e spaventose. In un secondo solo il cuore inizia a battermi velocemente, per poi perdere colpi e quasi fermarsi. Alzo il volume e sento la giornalista che parla di due suicidi avvenuti il giorno prima nell’ufficio del signor Hans Werder. Vedo degli uomini che giacciono per terra, con gli occhi spalancati e fissi sul muro bianco di fronte a loro, solo che non sono uomini come tanti altri, no, quelli sono i miei amici e solo ora mi rendo conto che non li rivedrò mai più. Adesso capisco veramente che cosa è successo ieri in quell’ufficio mentre io ero lontano mille miglia da quel luogo, perso nei miei pensieri. La ragazza mora che presenta il telegiornale continua a parlare mentre altre immagini scorrono al rallentatore, foto in cui si vedono altri uomini, stavolta vivi, che guardano altrove con delle espressioni che gelerebbero il sangue anche ai più duri di cuore. Io sono proprio uno di quegli uomini, soo che vedere la realtà davanti ad uno schermo è tutt’altra cos e non posso continuare a fare finta di nulla, non posso ingoiare più nemmeno un piccolo morso e non voglio nemmeno guardare la tv. Le lacrime mi scivolano lungo le guance finendo a terra e inzuppano uno dei cuscini con le rose disegnate sopra, lo stesso che usavo quando vivevo assieme ad Helen. Non ho mai pensato di cambiare quei cuscini, e in questo momento mi viene una gran voglia di buttarli e strapparli via, lanciarli in un luogo dimenticato da Dio. Dieci minuti fa mi sembrava che il mondo stesse iniziando a sorridermi o perlomeno non ce l’avesse con me, ma ora sento tutto il suo peso enorme cadermi addosso e schiacciarmi come se fossi una formica. Guardare quelle immagini mi ha fatto sentire nell’ufficio di Hans, di fronte a quel mostro che ride davanti a dei corpi privi di vita e ad un disastro che vedrà milioni di poveri innocenti trattati come se fossero belve disumane. Mi alzo di scatto, violentemente, e per un attimo vedo tutta la stanza girarmi attorno, la tv non è più al suo posto accanto alla credenza ma si trova accanto al frigo e quando cerco di avanzare di qualche passo sono costretto a reggermi a qualunque appoggio finendo per buttarmi di peso sul divano bianco. Non oso aprire gli occhi per una seconda volta, li tengo ben stretti per non dover vedere la camera sottosopra o la televisione da tutta’altra parte rispetto a dove l’ho posizionata io. Non voglio vedere, eppure le immagini arrivano da sole, nel buio ipnotico della mia mente. Prima vedo un campo desolato e bianco, c’è neve ovunque ed è bellissima mentre scende silenziosa e si posa sul terreno fangoso, assomigliando ad una sposa che lascia scivolar via il suo lungo velo. Non c’è nessuno con me ma sento delle voci in lontananza, seguite dalle grida disumane di alcune donne e poi degli spari. Sono sicuro siano dei fucili che hanno appena mietuto giovani vittime. L’impulso è quello di correre, scappare il più lontano possibile da quel posto che sa di morte ma i miei piedi sono fissi nel terreno, come se dei grossi paletti stessero bloccando i miei movimenti. Guardo in basso verso le caviglie e non riesco a credere a ciò che vedo. Due bambini, molto simili tra loro se fosse per il loro abbigliamento differente, mi stringono forte aggrappandosi alle mie gambe. Non li riconosco subito perché i loro visi sono nascosto ma quando mi inchino per rivelare la loro identità spostando grosse ciocche di capelli, mi manca quasi l’aria. Frank mi sorride mentre tiene per mano Gregory, quello che sarebbe dovuto essere il mio amato figliuolo. Lo posso dire con certezza perché è identico a me e ha lo stesso dolci di Hellen, lo stesso che mi fece innamorare perdutamente di lei. I due bambini si guardano e ridono, nonostante siano molto tristi. Poi, il più grande Frank, si alza e nonostante mi abbia liberato dalla sua stretta mi rendo conto di non potermi muovere e capisco subito il perché: mio figlio non vuole lasciarmi andare mi stritola come se fosse un serpente pericoloso e inizia a piangere pregandomi di non abbandonarlo, di non andare via un’altra volta. Frank mi da’ la sua mano e mi parla accennando un dolce sorriso. -Non avere paura, Daniel, non vogliamo spaventarti, però devi fare delle cose per noi, solo tu sei in grado di fermare tutto questo dolore e tutto quello che sta per accadere, ricordi questo posto? Ricordi come scendeva la neve, come fuggivamo mentre i nazisti ci seguivano minacciando che se avessimo fatto un altro passo ci avrebbero sparato senza pensarci due volte! Eppure, nonostante tutto, nonostante la paura che provavamo entrambi, non mi ha mai lasciato solo, hai sempre cercato di difendermi e proteggermi in qualunque modo o circostanza. I bambini morivano davanti ai nostri occhi eppure non ci siamo mai fermati e quante volte, con il cuore che ci scoppiava nel petto e il fiato corto, abbiamo continuato a correre tra la neve e il freddo che trasformava i nostri visi in ghiaccioli, mentre i carri armati ci seguivano setacciando tutta la zona. Hai fatto di tutto per salvarmi e anche se alla fine non ci sei riuscito, ti sarò sempre grato per la tua bontà- Non riesco a rispondergli, sono cosciente eppure non riesco a distinguere il sogno dalla realtà, sono paralizzato ed è come se la mia lingua si sia immobilizzata o anestetizzata. È una sensazione che non avevo mai provato prima e mi fa molta paura anche perché mi è impossibile spalancare gli occhi, che sono bloccati da una sorta di energia mille volte più forte di tutto il mio corpo. Riesco a vedere i bambini e il campo di concentramento di fronte a me, solo tramite l’immaginazione e il buio assoluti. Credo sia una sorta di trance, è un po’ come aver oltrepassato la linea sottilissima di demarcazione che separa il nostro mondo con quello dei morti, immergendoci completamente. Greg mi guarda con insistenza, come se in me trovasse qualcosa di assolutamente divertente o curioso e poi mi sorride, nonostante i suoi occhi rivelino un animo molto triste e spaventato. Si alza e finalmente sento le mie gambe libere da quell’enorme peso, posso agitarle e il sangue riprende a scorrere normalmente. Qualcuno mi stringe il braccio e istintivamente mi ritraggo, come se mi avesse sfiorato un fantasma. Mi volto verso il bambino e vedo la sua mano che presa su di me, bloccandomi ancora. Lui accenna un lieve sorriso mentre Frank guarda da un’altra parte, verso il cancello che si separa dal lager, come se avesse deciso di lasciarci soli per un po’. Ora se c’è qualcuno che si sente come un fantasma quello sono io, nonostante sia l’unico vivo dei tre. Quello che sarebbe potuto essere mio figlio mi stringe sempre più forte ma nonostante mi faccia male, so che non è cattivo, so che sta cercando di avere un contatto con me. - Tu sei mio padre, ti avrei voluto bene, sai?- Sento che le sue parole sono sincere, che provengono dal centro del suo cuore, e questo mi rende felice e triste allo stesso tempo. Ho paura di rispondergli perché temo che possa andare via o svanire da un momento all’altro, quindi mi limito a fissarlo in quegli occhi che conosco molto bene, e speso possa capire il mio silenzio. Mi prende una mano e la bacia dolcemente tenendo gli occhi chiusi. È così dolce e fragile, come un piccolo cerbiatto. -Non sono arrabbiato con me e nemmeno con la mamma, so quanto mi avreste amato. Anche se non vi ho potuti conoscere o stringere forte. Qui con me c’è sempre Frank, giochiamo a rincorrerci nel grande prato verde con tutti i fiori colorati che profumano l’aria delicata. È un bel posto sai? Non ci manda via nessuno e non esistono uomini cattivi. Possiamo volerci tutti bene e non ci sono fucili o persone che urlano spaventate. È il posto più bello del mondo, non è vero Frank?- Lui si gira a guardarlo e sono felice di vedere che nei suoi occhi non appare alcuno velo di tristezza e finalmente sono sicuro che stia davvero bene in quel magico luogo di cui mi ha parlato Greg. -Si, è il posto più bello che io abbia mai visto, ci sono tanti bambini che giocano con degli animali molto graziosi, cani, gatti, tanti insetti colorati, ci sono anche le coccinelle che corrono tra le foglie- Ride e in quell’attimo sento che il sogno o la realtà in cui so fluttuano, diventano sempre più profondi e intensi, pieni di emozioni e flashback. Rivedo me stesso mentre lo aiuto a proteggersi dagli attacchi dei soldati tedeschi e lo prego affinché non faccia alcun rumore, tappandogli la bocca premendo sopra il palmo della mano soffocando le sue risate. Riusciva a trovare sempre qualcosa su cui ridere, anche nei momenti più difficili, e non ho mai capito dove trovasse questa forza d’animo, come facesse a divertirsi nonostante tutto quello che passava ogni giorno nel campo. Quel giorno, tra i suoi capelli si era infilato un piccolo ragno e lui trovava questo fatto molto divertente, sia per la situazione e sia perché le zampe, poggiando sulla cute, gli facevano solletico. Se non ci fossi stato io in quel momento, credo fermamente che lo avrebbero preso e fucilato senza chiedergli spiegazioni. Lui era fatto così, amava fare ciò che lo avrebbe potuto mettere in pericolo e questo ai miei occhi lo rendeva un bambino coraggioso e straordinario. Non dice niente ora, guarda la neve mentre scende con una lentezza incredibile e si mischia con il fango che gli ha sporcato le scarpe e l’abito. Sento di volergli un gran bene, allo stesso modo di trent’anni fa’, come quando eravamo solo due bambini e sento di volerlo abbracciare forte come facevo spesso nel lager e nel giorni in cui riuscivamo a vederci di nascosto a casa mia. Ma qualcosa mi trattiene, non credo sia la paura di un suo rifiuto, credo sia la consapevolezza che il passato ha questo nome per un motivo valido, perché le cose prima o poi passano, scivolano via come le stagioni che velocemente si susseguono l’una all’altra e i ricordi di ciascuna, comprese le emozioni stesse, non torneranno mai ad essere quelle di una volta. Devo lasciare ai morti la consapevolezza che essi non vivono più, non posso mischiare la vita con la morte, sarebbe troppo rischioso. Pian piano mentre mi tendono la mano in un gesto di incredibile dolcezza, i loro volti si fanno sempre meno nitidi, diventano evanescenti, aria e neve gelida. Ora, so di essere di nuovo nel mondo dei vivi, ma prima di riemergere completamente dal profondo del mio stato ipnotico, vedo i due bambini indicarmi una stradina deserta dove sono posizionati dei grossi ciottoli e delle erbacce secche. Non vi è alcuna indicazione, non un segnale o un cartello qualunque, si vede solo una luce intensa, quasi celestiale, che conduce in un posto che si trova nella nostra coscienza e a cui è giusto che accedano solo poche persone, quelle che amano davvero. Mi prendono per mano e mi sorridono mentre mi accompagnano nel mio ultimo viaggio, quello che mi condurrà a casa, lontano dal loro mondo incantato. Sento un nodo in gola al solo pensiero di doverli lasciare e capisco che Frank ha avvertito il mio stato d’animo perché mi si fa’ vicino e mi dice qualcosa all’orecchio. -Non saremo mai troppo distanti per non rincontrarci di nuovo. Nevicherà presto e io sarò là con Gregory- Mio figlio sorride e mi asciuga le lacrime accarezzando dolcemente le mie guance arrossate dal freddo. Il suo tocco è quasi impercettibile, come se al mio fianco ci sia una piuma leggera che mi accarezza teneramente. -Ti vorrò sempre bene, ricordalo. E quando vedrai la mamma dille che la proteggo sempre dal mio mondo, dalle sapere che nonostante lei non mi possa vedere, io sono sempre accanto a lei. Addio, per ora. Li vedo svanire, entrambi allo stesso modo, mentre mi tengono per mano stando uno alla mia sinistra e Frank al mio lato destro, percorrendo assieme il lungo viale di ciottoli e sterpaglie, quello che ci separerà e mi porterà a casa. Arriviamo nel punto in cui la luce si fa’ sempre più intensa, ormai è accecante e sono quasi costretto a tapparmi gli occhi per paura di non riuscire più a vedere, ma i due bambini mi sorridono e cercano di tranquillizzarmi con il loro modo gentile affabile. Frank mi guarda per l’ultima volta mentre svanisce davanti ai miei occhi e ciò che mi rimane impresso nella mente è il suo pigiama a righe, lo stesso di trent’anni prima. Anche Greg sparisce dalla mia vista, lasciando dietro di sé una scia di freddo e neve, come un fantasma nella nebbia. Ora sono solo, con la consapevolezza che nel mio lungo cammino ho ritrovato un caro amico e quello che è sempre stato mio figlio. Non so dire se ciò che ho visto è stata la pura realtà o se ho avuto delle allucinazioni incomprensibili, ma di una cosa sono certo e niente potrà farmi cambiare idea, che quando amiamo veramente qualcosa o qualcuno dal più profondo del cuore, essi non ci abbandonano mai e il tempo e la distanza non impediscono loro di venirci a trovare. La luce si spegne e mi ritrovo nella mia stanza, in quella stessa camera soleggiata che on ho mai abbandonato. Mi gira la testa e non riesco ad aprire gli occhi, non faccio altro che pensare ai due bambini e per un attimo mi torna alla mente mia moglie. È assurdo, anche perché sono passati più di tre anni dall’ultima volta che l’ho vista, lei ormai avrà un’altra vita e non sta più in Germani, eppure in questo momento è come se fosse qua vicino a me e anche se mi è difficile ammetterlo mi manca come se non ci fossimo mai allontanati. Un dolore alla testa, fortissimo, mi costringe a premere forte le tempie e a massaggiarle senza risultato alcuno. Riesco a malapena ad aprire gli occhi e ciò che vedo mi spaventa come quando da piccolo credevo di vedere un fantasma tra le tende bianche del salone, solo che ora è un corpo vero, fatto di carne e ossa. Hans Wennel è di fronte a me, con un fucile tra le mani. Vedo la stanza girarmi attorno, proprio come mi è successo quando ho incontrato i bambini, solo che non c’è nessuna luce e la neve non inizia a scendere candidamente. Ora è il buio. Capitolo undici Le mani di un bambino sono sempre candide, sento quelle del mio piccolo amico tra le mie. Mi prende l’istinto di volergli stringere il corpicino tenero, di abbracciarlo a me, ma allo stesso tempo esso è evanescente e puro -Papà- mi dice, - sono il tuo piccolo figlio- devi smetterla con il tuo lavoro, la mamma non sarebbe d’accordo- Mi vien voglia di piangere, sento le lacrime che fanno capolino dai miei occhi già umidi. -Va bene figliuolo, non accetterò quell’incarico. Parlerò con Hans- -Hans è morto, padre. È andato all’inferno assieme a Hitler, me l’ha detto la Madonnina. Te lo ricordi il tuo amico? Quella frase… Babbo è Gesù, la Madonna è mamma e il diavolo non c’è più?- -Si, me la ricordo bene- Mi prende le mani, è in una nuvola di vapore, sento le sue dita fredde di morte, e ne rimango quasi suggestionato. -Quella frase significa solo una cosa, devi seguire me e il tuo amico- Mi prende quasi un colpo. Mi dirigo verso la luce, quella che nessuno vede quando è in vita, riesco quasi a sentirne la fragranza. Sono i fiori del paradiso. La Madonna è davanti a me, candida in tutta la sua meravigliosa luce. Accanto a lei c’è il mio piccolo amico con il pigiama a righe, e un fuoco che sale, luminoso. -Quello è l’inferno, Daniel, dove è finito Hans. Tu sei libero perché sei un uomo sincero. Solo, non dovrai accettare l’incarico. Milioni di ebrei sono morti a causa dell’Olocausto, è un orrore, ed io la Madonna assieme a Gesù, mio figlio, siamo atterriti dal dolore. Ora verrai con noi, per sempre- Il cielo si fa’ sempre più scuro, vedo angeli ovunque. Mi prendono per le spalle e mi portano in un posto luminoso, accanto a mio figlio e al mio migliore amico. -Ciao Dan, ti ricordi quella volta a casa tua quando mi insegnasti a fare il bagnetto?- Ride e la sua risata ha un gusto quasi metallico. -Certo che me lo ricordo- gli dico, e mi sorprendo di me stesso nel sentire la mia voce che non trema affatto. Gli angeli mi fanno fare un salto, vedo Hans tra le fiamme dell’inferno, mentre grida e si dibatte tra i denti dei demoni che lo fanno a pezzi. Ogni ebreo che ha ucciso è ogni piccolo dolore al cuore. Deve pagare per ogni uccisione. Per l’eternità. -Ora noi godremo delle grazie divine per sempre, e la mamma quando sarà pronta ci seguirà. Non sei contento?- Mio figlio mi da’ un leggero bacio sulla guancia fresca di barba e io sorrido, contento e appagato. La Madonna ci sorride, e in mano tiene un rosario. Lo stesso che aggrappa anche il mio migliore amico. -Noi qua recitiamo sempre il rosario, perché voi che siete sulla terra non sapete quanto dolore ci sia nel cuore della nostra cara mamma- La Madonna gli porge un piccolo fiore, una rosa matura, e lui la odora, evidentemente deliziato. -Fate benissimo, posso aggiungermi a voi?- Recitiamo tutti il rosario, i misteri gaudiosi, e poi ce ne stiamo in silenzio, a contemplare l’aria del Paradiso. Non so se sia un sogno, o se sia la mia nuova realtà, ma mi piace. Vedo il mio migliore amico mentre gioca con mio figlio, la Madonna che ride allegra e Gesù che indica il suo sacro cuore mentre gli angeli trovano pace solo nel vederci felici. Tutto questo è Paradiso e alla fine non credo che Dio sia poi così tanto crudele. -Papà vieni a giocare con noi?- Lo guardo, assieme al mio migliore amico. Sono unici e inseparabili. Tiro un calcio al pallone, e i fiori mi sorridono.
  7. Roberta canu

    Gli angeli di Daniel

    Daniel è un militare dei campi di concentramento, e rivive in flashback i tormenti che ha dovuto subire il suo migliore amico. -Perché Dio è così crudele?- Questo è l’ultimo ricordo che ho del mio migliore amico prima che accadesse. Prima che gli uomini con le divise antipatiche con sopra degli strani simboli lo chiudessero in un enorme stanza assieme ad altri bambini, uomini che gridavano e donne dall’altro lato che piangevano chiamando i propri mariti. Ricordo di aver sentito quelle ultime parole, urlate a squarciagola, mentre io, un bambino di soli otto anni lo guardavo da dietro un filo spinato, osservando il fumo che fuoriusciva da quella grande fornace, convinto che qualcuno stesse per prepararci dei buoni dolci fatti in casa. Il fumo era ovunque, annebbiava la vista, ricordo che mi pizzicavano forte gli occhi ma continuavo a guardare dritto davanti a me, nell’orrore, nella fine di milioni di vite spezzate solo perché ritenute di razza inferiore. Gli uomini cattivi, comunemente chiamati nazisti, davano ordini con le loro facce schifate, come se stessero guardando dei vermi e non uomini straziati e strappati alle loro famiglie. Il mio migliore amico, Frank, era tra quelle persone sfortunate che non si son potute difendere e hanno dovuto abbandonare per sempre questa terra troppo giovani. Quando chiudo gli occhi, dopo trent’anni, posso ancora rivedere il colore di quel cielo nero e le facce terrorizzate delle vittime innocenti, e piangere nel cuore della notte mentre mi sembra di udire nel silenzio assoluto, i richiamare tremendi dei soldati privi di coscienza e pietà. Il telefono che squilla mi riporta alla realtà, al presente, nel mio studio ampio e ventilato in questa calda mattinata di luglio del 1975, dove i ricordi si mischiano con i pensieri della vita di tutti i giorni. Alzo la cornetta che, nonostante qua dentro ci siano solo 15 gradi, scotta. -Chi è?- -Dan, sono io, Michael- Michael è un mio caro amico, vive a più di trenta chilometri dal mio paese, Welzerz, e non sta passando un bel periodo. Vive costantemente in ansia per esser stato abbandonato dai suoi genitori biologici alla nascita, e l’ha scoperto solo qualche giorno fa. Gli starò vicino. -Dimmi tutto, ti ascolto- -Ecco, so che non è facile per te…- Alzo gli occhi al soffitto e vedo un ragno enorme che cerca di tessere la sua ragnatela sul grande lampadario di Swarosky luccicante. Ha scelto il posto meno adatto. -Michael, ci sono eh, dimmi- Un attimo di silenzio, sento solo il suo respiro lento e in lontananza qualcuno che alza troppo la voce verso di lui. Detesto le persone che comandano sulle altre, che invece di parlare civilmente urlano come se si sentissero in diritto di obbligare qualcuno a obbedirgli. Li detesto da quando ho sentito quegli uomini, tanti anni fa, che gridavano con ferocia contro delle persone che per paura di esser picchiate, stavano zitte e subivano ogni sorta di maltrattamento. Se non avanzavano verso quei grandi forni che non producevano niente di buono. -Ecco, con mio grande rammarico, sono obbligato a darti questo incarico, da parte del generale Hans Zaner, da oggi sarai convocato come membro ufficiale della ‘Deutchland Union soldiers. So che per te è un duro colpo, ma non posso fare altro che riferirti gli ordini del superiore- Mi cade quasi la cornetta di mano. No, la Union no. Non voglio commettere gli stessi errori di mio padre e di tanti altri uomini, colpevoli di aver distrutto vite valorose e di aver seminato morte e disperazione. Non voglio dover rivivere tutto. Mi sembra già di sentire l’odore di bruciato, di vedere una giovane sposa che viene allontana dal suo uomo perché le donne devono stare da una parte e i maschi da un’altra, vedo già gli occhi tristi di un bambino che vuole abbracciare il papà che è lontano, forse già in paradiso... mentre lui lo aspetta con occhi speranzosi, si, perché i bambini non dovevano sapere niente, per loro è come un gioco dove vince il migliore, il più coraggioso quello che non ha paura di diventare cenere nel vento. -Ci sei?- La voce di Michael mi fa quasi trasalire e ci manca poco che faccio cadere sul tappeto il posacenere di vetro regalatomi dalla mia ex Helena. Lo trattengo con la punta delle dita e riesco a non frantumarlo in mille pezzi. -Ci sono… io, dove possiamo vederci? Ho bisogno di parlare con qualcuno al più presto- Trattengo a stento le lacrime, guardo di fronte a me e vedo una foto che ritrae due bambini molto piccoli che sorridono mentre si abbracciano come due fratelli. Due bambini simili tra loro, entrambi biondi e con qualche graffio sulle ginocchia, qualche dente spezzato e una ruota ai loro piedi con cui giocare. Due bambini uguali, se non fosse per il loro abbigliamento diverso. Uno indossa dei normali pantaloncini che possono sembrare da calcio assieme ad una maglietta a maniche corte, l’altro invece non ha potuto scegliere cosa indossare perché è ebreo. Ha dovuto mettere una divisa sudicia a righe con un numero cucito sulla tasca sinistra. Un numero. Le persone non sono dei numeri! Eppure quel bimbo sorride all’obiettivo proprio come fa l’altro, perché in fondo sono uguali e poi giocheranno assieme e si dimenticheranno di non appartenere alla stessa nazionalità. 0815. Un numero tra tanti, eppure per me era speciale e non ho mai visto alcuna differenza tra me e lui. -Ci vediamo al ‘Sonne und Nacht’ di James Herverz, tra un ora. Ciao- -Ciao, a dopo Michael- Appoggio la cornetta e mentre fuori inizia a piovere, una pioggia leggera estiva e piacevolissima, sorrido a quei due bambini e quasi non li riconosco più. CAPITOLO DUE. Arrivo al locale che sono appena le diciotto e trenta, sono puntualmente in anticipo sia che devo incontrare un vecchio amico, sia che si tratti di lavoro o entrambe le cose assieme. Mi passano davanti un uomo ed un bambino, il primo avrà circa settant’anni mentre il piccolo non credo abbia già dieci anni. Si vede subito che c’è una buona intesa tra di loro perché l’anziano sorride al bambino in modo affettuoso e lo accompagna a guardare una vetrina a pochi metri da me, un negozio di dolci e caramelle. Il piccolo molla la mano dell’uomo e gioisce contento buttandogli le braccia al collo, come solo i più affettuosi sanno fare. Non c’è dubbio che quei due siano nonno e nipote, meravigliosi nella loro complicità. Sorrido mentre li vedo sparire sotto il tendone verde del negozio, e girandomi dall’altra parte noto che qualcuno mi fa un cenno con la mano mentre aspetta che le macchine lo facciano passare. Lo riconosco quasi subito, con il suo portamento da aristocratico freddo e cinico ma in fondo buono e dal cuore puro. È Michael che viene verso di me per parlare di qualcosa che non avrei nemmeno voluto pensare, quel dannatissimo lavoro che vorrei dovesse toccare a qualcun altro e non certo a me. Mi si avvicina e mi mette una mano sulla spalla respirando con fatica. -Scusa se sono in ritardo ma c’era traffico, ho parcheggiato lontanissimo e poi con l’asfalto bagnato è un casino- Scuoto la testa per rassicurarlo. -Non fa niente, sono io in anticipo come sempre. Entriamo. Saranno passati sei mesi dall’ultima volta che ho messo piede al Sonne und Nacht, ma non è cambiato per niente. Le sedie in legno sono impeccabili nel loro splendore, le tovagliette a quadri bianchi e rossi danno quel tocco di familiarità perfetto, sembra quasi di fare un pic nic tutti assieme. Vedo che una giovane ragazza ci si avvicina con un sorriso bellissimo, avrà circa venticinque anni e ha delle labbra rosse carnose che potrebbero appartenere ad una donna di almeno trentasei anni. -Volete ordinare?- Ha una voce soave e melodiosa, Non assomiglia per niente ad Helena, eppure la trovo incredibilmente attraente e dolcissima nella sua linea perfetta. Guardo Michael che è assorto nei suoi pensieri e decido di pendere in mano la situazione per non risultare maleducati. -Per me un hamburger con patatine fritte e per lui insalata con mais- -Ok, da bere?- Lo guardo anche se non mi sembra sia su questa terra e faccio a modo mio tentando di ordinare la sua bibita preferita giusto per andare sul sicuro. -Due birre e siamo a posto, grazie- Mi sorride e chiude il taccuino dandoci le spalle. È davvero bella. Mi guardo intorno, il posto non è affollato ed è un bene perché non ho assolutamente voglia di parlare di una cosa tanto seria mentre mezza città ci ascolta facendosi gli affari nostri. -Hey, allora spiegami tutto dall’inizio alla fine- Il mio amico mi guarda e nei suoi occhi leggo solo tanta tristezza e questo mi fa male al cuore non solo perché in questa situazione chi deve stare davvero male sono io ma anche perché il suo dolore sembra dettato da un senso di colpa che io non voglio assolutamente che lui provi. Mi parla ma senza riuscire a trovare subito le parole giuste. Giocherella con il bicchiere passandoci sopra indice e pollice senza guardarmi in faccia. Solleva la testa verso di me mentre non dico niente, perché in certi momenti non si sa bene cosa dire, poi decido di rompere questo triste silenzio. -Guarda che sono venuto qui perché voglio essere a conoscenza di tutto, non ho paura del passato, dimmi pure ti prego- -Va bene… Ieri mattina intorno a mezzogiorno, quando tu eri ancora a Henzer, mi ha convocato Hans. Mi ha telefonato dicendomi che dovevo andare da lui perché era urgente e credimi, me l’ha detto con una voce fredda sì, ma allo stesso modo triste, come se volesse evitare tutta questa faccenda- Annuisco mentre per il nervosismo stringo forte il tovagliolo bianco che ho vicino al bicchiere, mi sudano le mani e il battito cardiaco è piuttosto accelerato. -Continua- -Ecco, sono andato da lui e li ho trovati tutti immobili, nelle loro divise orribili con i simboli che tu non vuoi ricordare. Li ho guardati dritti in faccia e ho visto gli occhi di tutti gli uomini che sono morti senza colpa. Ho abbassato lo sguardo perché ho provato vergogna al posto loro. Mi sono seduto e Frank mi ha illustrato la situazione. In una parola sola posso dirti che è ricominciata- -Cosa intendi per ‘rincominciata’?- Mentre deglutisce come se stesse per avere un attacco di panico da un momento all’altro, vediamo arrivare dal bancone verde, la graziosa cameriera con la sua lunga coda di cavallo bionda, che assieme agli occhi azzurri come il mare la fa sembrare una vera principessa, come quelle delle fiabe. -Ecco qua, il conto lo porto appena avete finito, non c’è fretta, siete i benvenuti qua. Dopo cena porto un omaggio dalla casa, buon appetito- La ringraziamo con dei sorriso forzati mentre lei ce ne rivolge uno talmente vero e splendido da far mancare il respiro. Ha denti bianchissimi e regolari, e per un attimo mi perdo completamente in tutto quel candore. Guardiamo i piatti pieni di cose buonissime ma non abbiamo poi tutta questa fame. -Con ‘ricominciata’ intendo che è arrivata l’ora che temevamo da quando eravamo solo dei bambini ingenui e inconsapevoli di quando fosse orrendo il mondo. Frank mi ha mostrato le legge che sono state emesse qualche settimana fa, mi ha rilasciato tutti i moduli, quelli da firmare obbligatoriamente. Non avrei mai voluto chiamarti per darti questa notizia ma ho dovuto farlo, Mi spiace- Mi pizzicano gli occhi, cerco di non scoppiare in lacrime solo perché non voglio che qualcuno si preoccupi e mi si avvicini chiedendomi spiegazioni quando invece non ho voglia di parlare con nessuno. Michael si abbassa fin quasi a scomparire sotto il tavolo e poco dopo rispunta fuori con un fascicolo enorme pieno zeppo di documenti, fogli inutili e doveri militari assurdi. -è tutto qui- Li prendo in mano ma decido di non guardarli, non ancora. Non è né il momento giusto né il luogo adatto. Li consulterò una volta arrivato a casa in tutta tranquillità. Vedo che Michael ha uno sguardo strano, come se cercasse di nascondermi qualcosa e allo stesso tempo volesse sputare la verità. -Che c’è?- -Non è tutto, Dan. Purtroppo c’è dell’altro. Quando Frank e gli altri hanno finito il colloquio, mi hanno trattenuto per farmi vedere delle scene orribili. Mi hanno mostrato tutte le foto che sono state scattate più di vent’anni fa in quello stesso campo di concentramento ed erano orribili. Quelle non me le hanno lasciate portar via ed è molto meglio così. Poi Frank ci ha fatto fare un giro di perlustrazione nei vecchi corridoi, nei vecchi angoli di morte e stavo quasi per vomitare sulle mie scarpe. Ma ho proseguito per non dover fare la parte dello scemo che ha lo stomaco debole e non sa toglier fuori le palle. Abbiamo proseguito in tutti i posti inaccessibili e abbiamo visto cose che nemmeno i più malvagi avrebbero immaginato- Fa un respiro lungo e poi prosegue. -In una stanza c’erano ancora le bambole di pezza delle ragazzine che passavano le ore giocandoci e spazzolandole per non dover pensare alle proprie mamme tropo distanti tra loro. In un angolo, nel muro, abbiamo persino trovato delle scritte ormai logore dal tempo e una era breve, semplicissima ma profonda. Frei. Libero. Allora ho capito che camminando su quel pavimento non solo mi sentivo un codardo ma anche un profanatore, un sacrilego. Hai presente quei film dell’orrore in cui si va ad aprire le vecchie tombe dei vampiri per piantargli il paletto nel cuore? -Si- -Ecco, mi sentivo come quei cacciatori di demoni, solo che in questo caso i veri mostri eravamo noi. Noi che non avevamo nessun diritto di disturbare il sonno di quelle povere anime innocenti e che dopo tutto il dolore che gli avevamo provocato in vita, continuavamo ad ossessionarli. Volevo fuggire via, correre prima che gli spiriti arrabbiati ci rincorressero e si impossessassero delle nostre anime facendocela pagare fino in fondo- Lo ascolto rapito, con gli occhi sbarrati, come se mi stesse raccontando di aver fatto un viaggio in capo al mondo e mi stesse descrivendo le tribù conosciute e i loro bizzarri nomi. -Poi cosa è successo? Siete andati via?- -Aspetta, ancora non sono arrivato al nocciolo della questione. Vicino alle stanze dei bambini abbiamo trovato dei fogli sparsi ovunque, con delle strane scritte indecifrabili. Li abbiamo raccolti e con una lente di ingrandimento abbiamo cercato di capirci qualcosa ma senza risultato. C’erano dei strani simboli, alcuni raffiguravano delle stelle assieme ad alcune svastiche e sopra vi erano tracciate delle enormi X che cancellavano quei bizzarri segni che non capivamo in alcun modo. Uscendo da quel piccolo corridoio buio, ci trovammo vicino alle docce… sai bene a cosa mi riferisco giusto?- Inizio a tremare e le gambe iniziano a muoversi quasi contro la mia volontà. -Si, so benissimo a cosa ti riferisci- -Ecco, siamo passati lì nei dintorni, tra gli scarafaggi e le formiche che passeggiavano tranquilli sbucando dalle mattonelle come testimoni di una guerra senza vincitori ma vinti. Lì per terra, abbiamo trovato qualcosa che ci ha spiazzati completamente. Erano dei libri con le copertine marrone, o meglio, all’inizio pensavamo che fossero dei libri, ma una volta averli presi in mano per consultarli ci siamo resi conto che erano dei diari. Pagine scritte in momenti di paura, di follia, di tensione incredibili. Ti rendi conto Daniel? Dopo tutti questi anni abbiamo trovato i pensieri di quelle persone! Non ho approfondito la lettura, non ho voluto, ma di nascosto dagli altri ho portato via qualcosa. Qualcosa che devi assolutamente avere- -Che cos’è? Io non credo di voler avere qualcosa che riguarda quel posto, non voglio e non posso, davvero- Michael mi zittisce in un secondo, scuotendo la testa e prendendo ( per la seconda volta in pochi minuti) dei fogli dalla borsa. -Tieni, devi averlo. Credo sia un tuo diritto dopo tutto che vi hanno fatto- All’inizio non riesco proprio a capire, poi vedo il libro che tiene tra le mani e capisco, dalla rilegatura e dallo spazio per metterci il lucchetto, che si tratta di uno dei diari. Ho un colpo al cuore e inizio a sudare, allento il colletto della camicia e credo di essere avvampato come un ragazzo che è appena stato visto dalla sua ragazza mentre bacia un’amica. Faccio per parlare ma dalle mie labbra non esce alcun suono. -Si, hai visto bene. Credo che qua dentro ci siano anche varie lettere sparse qua e là. Devi conservarle e tenerle con te, tutto questo è come un dono, credimi.- -Ok, ti ringrazio- -Non devi. Appena arrivi a casa leggi tutto e sfoga la tua rabbia, ogni emozione possibile, sia positiva che negativa- E per quanto riguarda il posto alla Deutchland Union, mi dispiace da morire, non so più come dirtelo. Credo che questa storia mi porterà alla pazzia.- -Non è colpa tua, solo che vorrei sapere come è successo, come si è arrivati a questa decisione assurda. Cazzo, Mich, ormai erano più di vent’anni che non si commettevano queste barbarie. Gli ebrei erano un popolo libero, dopo tutto quel dolore, ora che cosa dobbiamo dimostrare al mondo intero, che i tedeschi sono dei luridi bastardi e basta?? Stiamo parlando seduti ad un tavolino come persone civili, così come lo sono gli ebrei, e quando invece ci ritroviamo faccia a faccia con loro dobbiamo fingere di essere dei pezzi di merda? È questo che dobbiamo fare??- Mi guarda in silenzio, non riesce a trovare le parole giuste per esprimersi, forse ho detto troppe cose vere e questo gli ha toccato il cuore e l’anima. -Senti, io non sono per niente d’accordo, voglio dire, andiamo ci conosciamo da una vita e sai benissimo che non farei del male nemmeno ad una mosca che tenta di rovinarmi la cena per cui da parte mia non troverai mai il consenso a questa legge assurda. Ma cosa potremo mai fare? Non siamo noi quelli che governano questa nazione. Dobbiamo attenerci ai nostri obblighi e doveri. Comunque, in poche parole Hans ci ha convocati per farci sapere che il generale Enzet è malato ed è sicuro che non camperà ancora per molto. Cancro al fegato e non c’entra niente il fumo. Non c’era nessun altro che avesse le nostre conoscenze e che nonostante la giovane età avesse talmente tanta esperienza di guerra e di lager da poter essere all’altezza della situazione. I nostri padri ci hanno segnato il destino eh?- -Si, mi hanno distrutto la vita- -Ora non pensarci troppo, ti scongiuro. Quando arriverà il momento di presentarci andremo anche se non ci farà piacere, ma siamo pur sempre uomini e soldati e ricordati un’altra cosa Dan- Non mi piace il suo tono di voce e neppure il modo in cui tiene l’indice sollevato indicandomi. -Siamo tedeschi- -Non mene frega niente, ecco come la penso. Vorrei cambiare il mio certificato di nascita, cambiare volto e nome. Vorrei bruciare la Germania intera, da est a ovest.- Mangia un boccone e mi parla con la bocca piena. -Io sto dalla tua, ricordalo.- Guardo in basso verso il mio piatto ancora pieno. Non abbiamo mangiato quasi niente, ma d’altra parte come potremmo? Mi si è chiuso completamente lo stomaco e non riesco nemmeno a buttar giù un sorso di birra. Mi giro e vedo la ragazza bionda che prende altre prenotazioni di due coppie arrivate da poco. Non cerco il suo sguardo e rimango in silenzio senza saper bene cosa dire o pensare. Michael fa un cenno alla ragazza che lo guarda incuriosita, mentre lui sorseggia un bicchiere pieno fino all’orlo con fare nervoso. -Andiamo via?- -Si, Dan, credo sia molto meglio. Ti ho detto tutto ciò che dovevi sapere e non credo di riuscire a finire di mangiare, mi sento un po’ sottosopra. Mi è passata la voglia di mangiare e chissà quando mi tornerà. Vedo che anche per te è lo stesso- -Già- La ragazza arriva, ci porta il conto e ci alziamo per andare ognuno nella propria direzione. Cinquanta euro per non aver nemmeno assaggiato il dolce della casa. CAPITOLO TERZO. Si dice che la casa è dove si trova il nostro cuore e forse è vero perché non appena spalanco la porta e cerco l’interruttore mi sembra di sentirmi già meglio. Sento una strana calma ripercorrermi le vene e mi distendo sulla poltrona del soggiorno vicino alla tv che però non tento nemmeno di accendere perché è proprio l’ultima cosa di cui ho bisogno. Frugo tra le tasche del giaccone e stringo forte tra le mani quei fogli che risalgono a più di trent’anni fa, impolverati, gialli e testimoni di un male così vicino a noi. Ho quasi paura a controllare queste cose che mi ha dato Michael, mi sembra quasi di sbirciare nelle vite di questa gente o di rubargli i pensieri senza alcun diritto. Eppure lo faccio lo stesso e non me ne pento. C’è un diario, non tanto grande, con la copertina marrone e dei piccoli fiori neri incisi sopra, di quelli che puoi benissimo chiudere gli occhi e passarci le dita per sentire la consistenza di ogni petalo, dal più piccolo al più grande. Sembrano delle graziose roselline. Lo apro e prima di leggerlo mi cadono sui piedi dei fogli sporchi di sangue. Si vede benissimo che non è cioccolata perché il colore inconfondibile. Li raccolgo e li tengo ben stretti in mano, notando che dall’altro lato, quello nascosto, si vedono delle lettere e tante frasi scritte con dell’inchiostro nero, in una calligrafia piuttosto infantile e umile. Giro il foglio e mi ritrovo a tu per tu con una lettera datata 1945 probabilmente scritta da un ragazzino molto piccolo perché in fondo alla pagina ci sono delle figure piuttosto infantili, sembra quasi il disegno di un bambino delle elementari che mostra al mondo intero la sua famiglia perché glielo ha chiesto la maestra. 1 Gennaio 1945 Ciao fratellone! Sono tanti giorni che sono qui in questa camera fredda al buio, senza mangiare niente a parte un pezzo di pane duro che non piace nemmeno ai topolini che vengono a farmi compagnia. Non dovrei nemmeno scriverti! Non dobbiamo avere contatti con le persone di fuori, quelle che loro chiamano ‘ quelle che ci devono leccare le scarpe’. Non potremmo nemmeno tenere un semplice foglio segreto o scrivere ai nostri babbi e mamme. Ho preso in prestito da uno dei loro uffici una matita piccola piccola ma utile per scriverti qualcosa. Spero che ricevi queste lettere! Da quando ci hanno separati mi manchi moltissimo! Sento dei rumori, ti devo lasciare mi spiace, Se posso, ti riscrivo domani. Ti voglio bene. Tuo Frank. Chiudo gli occhi e inizio a sentire le lacrime che mi rigano le guance. Frank. Ancora non riesco a credere di avere in mano le sue lettere, quelle che non ho mai ricevuto e di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. C’è un’altra lettera e credo sia ancora di lui, quel bambino troppo piccolo ma con un grande cuore e una mente eccezionale. Il foglio è ingiallito e non riesco a capire alcune parole perché sicuramente la carta è entrata in contatto con dell’acqua, rovinandosi. Ma nonostante tutto il contenuto è comprensibile. 3 Gennaio 1945 Caro D. Non ________________________ di poterti scrivere ancora per molto tempo! //////////////////////////// Uomini armati che mi hanno allontanato da _________ e mia mamma che grida assieme ad altre donne sella sua stessa età! Mio padre è morto ieri, bang bang, ucciso e sdraiato per terra in mezzo alle mosche e al fango.. Lo so perché me l’hanno detto gli uomini cattivi e poi si sono messi a ridere agitando i fucili e cantando che La Germania non è terra per i topi ebrei. Non ho capito bene cosa volevano dire, bo bo bo. Uffa io ho fame e non ho nulla da mangiare. Sai che dopo che babbo è morto si sentiva odore di bruciato? Hanno detto che qualcuno, dopo che i padri muoiono, cucina delle cose buonissime, morbide come il pane. Solo che a me non danno mai nulla. Devo mettere a posto la matita, non posso scriverti per molto tempo fratellone. __________________- presto. Ti ricordi la fattoria del signor Welmer dove correvamo assieme ai maiali e alle oche? __________ ucciso anche lui assieme ________________ Forse muoio anche io! Ti scrivo di nuovo almeno altre parole più avanti. ________________PAURA DAN!!! Uomini cattivi vengono adesso qui da me, sento i passi. Aprono la porta e urlano delle cose che non capisco. Ti lascio. P.s: ho dormito con Pinkie, il maialino che mi hai regalato due mesi fa. Scusami ma l’ho rovinato giocandoci e gli manca un occhio. Mi vuoi ancora bene vero?- Tuo Frank fratellino. Piango. Come un ragazzino di dodici anni che legge lettere d’amore da una città lontana. Frank, il mio migliore amico, mio fratello non di sangue ma di cuore e anima. Rivedere il suo nome, poter leggere le sue parole dopo tutti questi anni mi riporta indietro nel tempo e rivivo ogni attimo passato con lui, con quel bambino speciale come nessun’altro. Chiudo gli occhi e mi rilasso completamente, e le pagine scivolano via dalle mie dita, atterrando sul freddo pavimento del salotto. È una giornata molto fredda, nevica. Saranno più o meno le sei di sera e io e Frank camminiamo lungo un viale alberato, nei pressi del campo di concentramento. Lui inizia a correre e ridere:- Non mi prendi, non mi prendi!- Lo rincorro ma non riesco a raggiungerlo perché tra i due quello che fa la parte della lumaca sono sempre stato io. -Dai fermati, mangiamo un frutto seduti qua, si sta benissimo- Mi ascolta, d’altra parte il più grande fra i due sono io e vedo che trema. Non so se è per il freddo o per la paura, in ogni caso mi avvicino a lui e lo abbraccio cercando di dargli un po’ del mio calore. -Grazie fratellone- -di niente piccino. Ci sediamo per terra, tra la cenere e i cumuli di neve bianchissimi che avvolgono i nostri piedi come se volessero accarezzarci. -cos’hai portato di buono?- Apro il cestino ed estraggo due tramezzini farciti con insalata e maionese, poi tolgo fuori due frutti rossi belli maturi. -Che fame! Non mangio da ieri mattina e a colazione ci hanno dato solo acqua sporca e un tozzo di pane nerissimo- Lo guardo e mi rendo conto di quanto sia stato fortunato ad averlo incontrato, di come sia potuta nascere una così bella amicizia in un momento così brutto. Decido di non toccare cibo perché lui ha la priorità, io almeno quando tornerò a casa troverò un piatto caldo e i miei familiari con i loro sorrisi, la mamma che con il suo profumo dolce mi inebria i pensieri e mio padre che toglie la divisa come fosse un medico mentre si sbarazza del camice. -è tutto per te, puoi mangiare anche la mia parte- Mi stritola gettandomi le braccia al collo e facendomi quasi cadere all’indietro, rido e lo stringo forte a me. Gli voglio un gran bene. Inizia a mangiare con avidità come se non toccasse cibo da una settimana e lo guardo mentre ogni tanto sollevo la testa verso il cielo spalancando la bocca assaporando il gusto della neve mista a pioggia ghiacciata. È buonissima. -Scusa, mh, ho una fame da lupi- -Fai pure, io sono qui e ti aspetto.Appena finisci facciamo una passeggiata- -Mh, ok- Mangia davvero come un lupo, divora prima il tramezzino come se niente fosse e il secondo gli scivola giù per la gola quasi intero, tanto che per un attimo ho il timore che possa ingozzarsi. -Mangia piano, non c’è fretta- -Sai che stamattina due uomini mi hanno detto che tra qualche ora morirò?- Non rispondo. Chiudo forte i pugni e mi faccio davvero male, ma quello non è niente in confronto al dolore che sto sentendo. Non voglio che dica certe cose, anche se possono essere vere. -Non devi credergli, lo sai. Te l’ho detto tante volte, Frank. Non succederà niente stai tranquillo- Mi guarda e mi sorride nonostante sappia che tra poco non potrà più farlo. -Ma è così, hanno ragione. L’hanno già detto a tutte quelle persone e ora di loro non rimane altro che cenere e vestiti.- -Smettila Frank. Non ti succederà niente di tutto questo, non ad un bambino come te- -Io me ne andrò e tu mi ricorderai sempre. La mia mamma mi diceva sempre che le persone speciali continuano a volersi bene anche dopo che si separano, che il loro bellissimo rapporto va’ avanti nonostante la morte. Io sarò sempre al tuo fianco, stupido tedesco- Mi abbraccia forte con le mani ancora sporche di maionese e gli sorrido mentre qualche lacrima mi fa il solletico sugli zigomi. -Andiamo adesso? Ho voglia di camminar- Si stacca dalla mia presa e inizia a correre a braccia aperte, verso il cielo nuvoloso che sembra stia per piangere con me. Comincia a piovere ininterrottamente e Frank inizia a ridere come sa fare solo un bambino della sua età, con la spensieratezza che dovrebbe avere sempre, allargando le mani e girando su se stesso divertito. Metto le mani a forma di imbuto vicino agli angoli della bocca e urlo con quanto più fiato ho in gola, perché voglio mi senta davvero. -Ti voglio bene- Si ferma e socchiude gli occhi, senza rispondermi. Poi sorride e scappa via. -Mi hai sentito?- -No, ti voglio bene. È proprio uno scemo. Lo guardo allontanarsi, mentre pian piano rallenta per prender fiato e scalciando pezzi di neve ancora solidi. Siamo uguali, io e lui, abbiamo gli stessi sogni, le stesse paure e prospettive, non c’è niente che ci differenzia, neanche il suo buffo pigiama a righe celesti e bianche. Si gira verso di me per farmi la linguaccia e io guardandolo non vedo un numero, vedo bambino proprio come me. Apro gli occhi e mi trovo nella mia stanza, guardo gli oggetti sul mobile di fronte a me e non li vedo realmente. Mi sembra piuttosto di scorgere una fitta nebbia, è tutto bianco attorno a me, attorno a noi… si, perché in meno di tre secondi mi rendo conto di non essere solo. Al mio fianco vedo il mio piccolo amico , in trasparenza come una figura evanescente, come quello che ormai è diventato… un fantasma! Mi sorride e dolcemente si avvicina al mio viso, con quelle piccole e delicate dita mi asciuga le lacrime e io sento che mi sta parlando, mi dice di non piangere perché ora lui sta bene ed è con la sua famiglia. Mi dice che ora finalmente è felice. Richiudo gli occhi per un istante solo, certo del fatto che quando li riaprirò lui non ci sarà più, infatti lui non c’è, guardo dritto davanti a me e vedo solo la finestra dove fuori il vento sta facendo agitare gli alberi e scaraventare sul vetro piccoli pezzi di legno. Non c’è nient’altro. Mi alzo e decido di non leggere più il diario, non mi sento pronto… lo conservo nel cassetto vicino alla scrivania. Credo proprio che andrò a letto, sperando che domani sia un giorno migliore di quello che abbiamo appena trascorso. CAPITOLO QUATTRO Ho dormito sul divano, ieri notte, o meglio sono decisamente crollato per la stanchezza e il sonno perso nelle notti precedenti. Cerco una sveglia ma poi mi rendo conto di averne una solo in camera da letto e mi dirigo lì, al piano di sopra. Sbadiglio come un cucciolo di gatto affamato ma decido che la colazione può attendere nonostante i crampi allo stomaco. Mi ricordo di aver fato un sogno, c’era Frank che giocava con una palla rossa sporca di nero per metà, rideva divertito mentre io gli portavo una tazza di the caldo perché faceva un sacco di freddo. Ma il freddo era il pericolo minore. Ricordo di aver sentito dei rumori, passi pesanti di uomini cattivi con i loro scarponi numero 46, di quelli che non trovi ovunque ma non dimenticherai mai. Poco dopo due giovanotti sui trentotto anni si sono avvicinati a noi chiedendoci cosa stessimo facendo lì nel loro territorio, dicendoci che lì era vietato giocare perché quella zona era riservata alle cattiverie e agli ebrei sporchi e sudici. Uno di loro, con aria da duro, si è avvicinato a noi talmente tanto da riuscire a vedergli le piccole efelidi lungo il naso e sulle guance. Ha toccato la punta delle spalle di Frank con il fucile e io ho provato un senso di terrore incredibile, come se il fucile l’avessero puntato su di me o mi avessero minacciato di morte. L’altro, molto più alto e grosso del primo, ci parla in tono accusatorio da duro. -Voi chi siete? Cosa volete? Chi è lui? Non abbiamo mai visto questo bambino!- Non ci da’ nemmeno il tempo di respirare un attimo o di potergli rispondere che carica il fucile, prende la mira e spara. Vedo il mio amico stramazzato al suolo, inerme privo di vita, che guarda il cielo plumbeo per l’ultima volta con gli occhi vuoti, come orbite di un cieco. Non oso parlare, non riesco nemmeno a muovere un solo arto, rimango paralizzato mentre guardo il suo cadavere e il sangue che fuoriesce dal foro provocato dal grosso proiettile. Un colpo deciso alla testa, come se quel bambino non fosse altro se non uno stupido numero. Ma ai numeri non si può sparare… Le urla mi iniziano a salire dall’intestino, le sento mentre si arrampicano lungo l’esofago e arrivano alla gola, graffiandola e provocandomi un dolore atroce al cuore. Ormai lui è morto e non ho potuto fare niente per salvarlo. Mi siedo sul primo gradino, non riesco a salire tutti gli altri perché quel sogno mi ha scosso l’animo profondamente, come un temporale nel bel mezzo di una notte estiva. Piango mentre stringo in un pugno le lettere del mio migliore amico, quello che non potuto aiutare né in sogno e né nella realtà. Piango in silenzio nella mia casa che conosco quanto me, dove regna un silenzio pari a al mio pianto, dove fuori tra il vento e il freddo pungente, qualche animale cerca riparo e qualcun altro questa notte stessa è morto senza che nessuno se ne sia accorto, perché molto spesso la morte non ha i testimoni giusti e passa inosservata. Squilla il telefono, lo sento appena perché da dove mi trovo io è piuttosto lontano. La cucina è dall’altra parte della casa e se non mi decido a muovere le gambe non riuscirò a rispondere alla chiamata. Non ho la minima idea di chi mi stia cercando, con Michael ho parlato giusto ieri sera e so che non mi cercherà tanto in fretta, la mia ex non penso che si ricordi il mio numero e gli amici che ormai non sento più da tempo credo stiano pensando a tutt’altro che chiamare me alle prime luci dell’alba. Lascio i documenti che mi ha fornito Michael sulle scale, li prenderò dopo per conservarli in un posto sicuro, e mi avvio verso la cucina a passo svelto. -Ma chi cazzo è che continua ad assordarmi?- dico esterrefatto dal mio stesso grido. Parlo a voce alta, come se la persona dall’altro capo del telefono possa sentirmi e darmi qualche minuto in più. Raggiungo l’apparecchio di corsa e quando prendo il mano la cornetta è quasi troppo tardi, l’ultimo squillo muore tra le mie mani e frettolosamente tendo l’orecchio per non perdermi la chiamata. -Pronto?- Si sentono dei bisbigli, dei rumori in sottofondo, qualcuno parla a voce alta e qualcun altro sembra stia spostando dei mobili ma non capisco bene cosa stia succedendo. Dopo qualche minuto sento una voce fin troppo familiare e avverto la presenza di qualcuno che mi tira metaforicamente un ceffone in pieno viso. La riconosco subito, e il primo pensiero che mi frulla in testa è quello di mettere giù, ma non lo faccio, penso a quello che mi ha detto Michael ed ha proprio ragione, il dovere è dovere e non si sfugge. -Daniel Daniel Schwarz?- -Proprio io, nessun omonimia- -Scusa se ti ho disturbato, ma sei una delle poche persone davvero perfette per collaborare con noi. Sei al corrente, immagino. Vorrei sputargli in faccia attraverso il telefono a quel bastardo di Frank. Chiamarmi per parlare di collaborazione, come se stessimo facendo volontariato o beneficienza! Che figlio di puttana. -Si, ieri ho visto Michael e mi ha detto tutto- - Bene allora è stato di parola- -Dimmi solo una cosa, Frank- Segue un minuto di silenzio che sembra non terminare mai. -Cosa vuoi sapere ancora?- -Perché?- -Perché cosa?- -Perché lo fate?- Sento una risata cristallina. Prolungata, come se qualcuno avesse appena raccontato una barzelletta anziché fare un discorso serio e questa cosa mi fa imbestialire. -Ti diverte, non è vero?- -Dio, sei così ingenuo Daniel. Non è una questione di divertirsi o meno, è qualcosa che va’ fatto. Quei... - - No dillo pure, quei bastardi? Quegli infami? Quelli che non meritano di vivere in grazia di Dio come te, è questo che pensi, giusto?- -Smettila, Dan so come ragioni ma in questo caso non ti appoggerò. Quegli ebrei sono ovunque cazzo. Lo vuoi capire che questa è la nostra Germania? Quella gente tra qualche anno prenderà il controllo della nazione e non si metterà problemi a farci fuori! E tu ti preoccupi per loro? Diamine, ragiona. Che cosa sei diventato, una specie di buon samaritano per caso?- -Che discorsi sono questi eh?Quelle persone sono stupende, e tu non sei di certo migliore di loro come non lo sono io.- -Dimentichi qualcosa forse- -Cosa? Accidenti!- -Siamo la razza superiore, non scordartelo mai. Il nemico va’ eliminato. Ti aspetto qua da noi tra due ore, non puoi rifiutarti, sei un soldato tedesco e se non ti avventurassi in questa esperienza con noi, il tuo rifiuto sarebbe come firmare la tua condanna a morte.- -A volte morire è molto meno doloroso che farsi comandare da chi si sente superiore- -fa come ti pare, sarai comunque dei nostri. Ciao- Non gli rispondo nemmeno e sbatto forte la cornetta scagliano il telefono dall’altra parte della stanza. Apro il frigorifero e mi verso un succo all’albicocca nel bicchiere con disegnati sopra i personaggi dei cartoni animati. Sorrido e mi sento ancora più triste perché quelle figure so piacerebbero ad un bambino. E allora penso ai miei due angeli, quelli che ho perduto per sempre. Penso a Frank che nei suoi undici anni non ha mai giocato con dei pupazzi o delle macchinine, non è mai andato alla pesca sul lago, non è mai uscito fuori dalla Germania e non è mai potuto entrare in un negozio qua nei dintorni perché era ebreo. Ripenso al figlio che non ho mai potuto stringere tra le braccia, che non mai potuto guardare negli occhi e a cui non ho mai potuto insegnare a leggere o a scrivere. Due lacrime scendono, silenziose e limpide, accarezzandomi le guance per poi insinuarsi sotto il mento e farmi il solletico sparendo tra le righe della mia camicia. Penso a cose che credevo di aver dimenticato e tutti gli avvenimenti mi piombano addosso talmente in fretta e senza avvertimento che devo reggermi ad una sedia per non cadere a terra. Ripenso a quanto era bella Helen la prima volta che la vidi sulla vecchia terrazza, avvolta da un tubino nero che le accarezzava le gambe come due mani leggere. Il suo profumo si mischiava con quello del mare, lei era la sirena ed io il marinaio e nessuno poteva separarci perché già dal primo istante sapevamo di appartenerci senza timore di perderci. Le serate passate a raccontarci i nostri viaggi fatti, i libri letti quando andavamo ancora al college ed eravamo solo due studenti che avevano paura di innamorarsi. E poi un faro, in un’isola conosciuta solo tramite le foto su internet. Una barca noleggiata qualche giorno prima senza sapere assolutamente in quale direzione andare. Ridere mentre si cercava di trovare l’interruttore della luce e un letto su cui potersi amare comodamente ad un passo dall’oceano e dalle piccole abitazioni del villaggio. Due settimane dopo scoprire di non essere più solo Daniel ed Helen ma anche due splendidi genitori di un maschietto sano. Sano, non malato di qualche rara forma di handicap, sano. Eppure il destino ci aveva voltato le spalle per la prima volta in dieci anni e non ci diede più l’opportunità di giocare le carte a nostro piacimento. Una caduta da cavallo mentre io ero impegnato a seminare morte e distruzione tra quelli che non meritavano di vivere secondo i canoni tedeschi, e mia moglie era finita all’ospedale senza che nemmeno me ne rendessi conto. Il sangue, l’odore dei medicinali sparso ovunque, il colore verde che compariva ovunque, stanze piene di gente che si dava da fare per salvare la vita ad entrambi. Bisturi, garze, la testa non voleva saperne di smettere di sanguinare, i suoi occhi chiusi mentre io non potevo far altro che guardare il suo bel viso da dietro uno stupido vetro a specchio. Paralizzato dalla paura. Il bambino era morto nel suo grembo a causa della caduta e la madre si era salvata per miracolo ma da quel giorno non sarebbe mai più stata la stessa. Da allora cambiò tutto, non ci siamo né più sentiti e né parlati. Un figlio può unirti per sempre o dividerti per tutta la vita. Sono passati cinque anni e lei ora vivrà sicuramente con un altro uomo che reputa migliore di me. Il nostro bambino, senza colpe, è volato il cielo senza aver visto nemmeno la luce del sole. Helen che mi dava le colpe di tutto, io ero troppo assente non l’avevo mai accudita o tenuta stretta a me per tutti i lunghi mesi e quando era quasi giunto il momento di partorire aveva rischiato di morire a causa di un bizzarro incidente. È strano come certi momenti della propria vita ci passino davanti agli occhi proprio quando siamo certi di averli rinchiusi definitivamente in un dei grandi cassetti della memoria. Abbasso gli occhi e mi rendo conto di non aver bevuto nemmeno un goccio del succo alla pesca. Vedo il mio riflesso nel piccolo cerchio, tra l’arancione scuro che mi sembra un mare di folla e pensando a ciò che dovrò fare oggi, vorrei affogarci all’istante. Appoggio il bicchiere sul tavolo e scaccio ogni tipo di pensiero inutile mentre mi dirigo alla camera da letto per cambiarmi la camicia ormai intrisa di sudore. Quando arrivo mi ritrovo faccia a faccia con un uomo molto magro, con dei capelli spettinati e un viso fin troppo sciupato. L’unica cosa che mi preoccupa davvero in quest’uomo non è il suo aspetto, ma il fatto di conoscerlo benissimo. Fuori un corvo gracchia debolmente per poi volare verso la sua meta, mentre io non so più chi sono e fisso muto lo specchio di fronte a me. CAPITOLO CINQUE Quando si ritorna in un luogo dell’infanzia è come se non ci si è mai stati prima di allora. Tutto diventa nuovo, le strade che hai percorso da piccolo assieme ai tuoi genitori ora sono talmente diverse che non le riconosceresti nemmeno se ti mostrassero delle fotografie. I negozi in cui eri solito andare hanno ceduto il posto ad altri ben più forniti e spaziosi e ormai i commessi di un tempo che ti regalavano le caramelle sono stati rimpiazzati dai nipoti altrettanto gentili e amabili. Però, tra tutto questo insieme di cose, edifici ormai abbandonati, case in costruzioni dove prima ricordavi solo campi immensi in cui rotolasi e giocare, ora c’è qualcosa che all’occhio vigile e attento è alquanto familiare sia che lo si voglia o meno. Arrivo di fronte al campo di concentramento ormai vecchio e on i cancelli arrugginiti dal tempo, ma mentre leggo la scritta in alto ‘ Il lavoro rende liberi’ mi sembra di vederla lucida di vernice appena passata, di un nero penetrante ed opprimente. Uno stormo passa sopra la mia testa e mi chiedo come ci vedano loro da lassù, come quegli uccelli con i loro occhi rossi e rotondi scorgano questo luogo, ma so già che loro guardano da un’altra prospettiva. Gli animali si differenziano da noi per tantissime cose, aspetto, intelligenza, sensibilità, ma forse le qualità incredibili che li contraddistinguono da noi sono proprio l’amore, il senso di fraternità, tolleranza e umiltà. Non farebbero mai del male a nessuno, non conoscono sentimenti d’odio o razzismo e mai si sentirebbero al di sopra degli altri. Gli uomini dovrebbero imparare molto da dare anziché usarli come cavie di laboratorio per testare prodotti spesso inutili e pericolosi. Scendo dalla macchina e il gelo mi trafigge come mille lame affilate. I fiocchi cadono leggeri dolcemente sul mio cappello e sui miei indumenti, trasformandomi in un vero e proprio pupazzo di neve. Mio figlio sarebbe stato contento di mettermi una carota al posto del naso e aggiungere una bella sciarpa a righe rosse e verdi attorno al collo per proteggermi la gola.Anche Frank l’avrebbe fatto, lui che era il figlio della neve mentre la calpestava scalzo con quei piedi neri di fuliggine e terra. Mi avrebbe abbracciato perché ci volevamo bene, mi avrebbe stretto forte come se fossi sua madre e avrebbe cercato in me il calore che non riusciva ad avere da nessun’altro. -Daniel- Mi giro verso la voce che mi chiama e vedo il mio amico Tom con la sua vecchia divisa e i capelli quasi rasati a zero. -Ciao Tom, come va’-? Mi guarda imbarazzato e so che vorrebbe rispondermi dicendo ‘ Come vuoi che vada?’ ma non dice niente. -Ti dirò io come va’, a me potrebbe andare meglio. Vorrei dormire e svegliarmi quando tutto questo sarà finito.- -Ma non sapremo mai quando sarà finita- -Lo so- -Senti Dan, io non sono per niente d’accordo, ok? Voglio che almeno questo tu lo sappia- Lo abbraccio e ritrovo il mio vecchio amico di sempre, che non è cambiato nonostante tutto quello che è successo, perché la gente vera rimane se stessa anche se ha tutto il mondo contro. -Andiamo da Hans, ti sta aspettando- -Dov’è?- -Dove rimane praticamente venti ore al giorno, nel suo ufficio. Ci sono anche gli altri, ma ti avviso… vecchio sta piuttosto male, è quasi in punto di morte- -So già tutto. Questione di karma- Alza un sopraciglio e spalanca le braccia interdetto. -Mi ha informato Michael, qualche giorno fa’- -Non sapevo niente- Il suono di un telefono molto vicino ci interrompe e dopo pochi secondi vedo Tom che si controlla in tutte le tasche ma non riesce a trovare nulla. -Accidenti- Poi trova il telefono in un piccolo taschino interno e fa’a ppena in tempo a rispondere alla chiamata. -Pronto?- Sento qualcuno che grida parole che non riesco a decifrare, ma il tono sembra quello di una persona con poca pazienza. -Si, si stiamo arrivando, no… ancora, no. Dacci due minuti e siamo li. Calmati!- Chiude la conversazione e sbuffa guardando in alto come uno che non ne può veramente più di tutto quello stress continuo. –Era Hans, giusto?- -Si, andiamo, o quando ci vedrà ci pietrificherà con una sola occhiata, quel lurido bastardo!- Lucfficio di Hans Von Trier è uno stanzino piccolo ma ben arredato. I mobili antichi riempiono ogni spazio, dagli armadi ove riporre fascicoli e documenti ai tavolini con le piante ben curate per finire con due scrivanie in legno massello risalenti al primo novecento. Sembra di essere in una vecchia libreria nonostante di libri se ne vedano ben pochi, ma l’odore di umido che aleggia nell’aria è paragonabile alle grandi stanze in cui riporre enciclopedie e manuali di ogni genere. Hans è chino sulla sua scrivania personale, quella posta al centro della camera e non si è nemmeno reso conto che siamo arrivati tanto è occupato dal compilare una miriade di fogli e a controllarne altri ancora chiusi nelle apposite cartelline trasparenti. Tom avanza piano e tossisce per attirare l’attenzione. -Oh eccovi finalmente, saputelli. Non ci speravo più, avevate altro di meglio da fare forse?- Ci squadra dalla testa ai piedi e poi è su di me che si concentra, con una faccia disgustata e divertita allo stesso tempo. Sta fumando i suoi sigari preferiti,quelli che ogni mese gli spedisce suo fratello Walter direttamente da Cuba. -Non terrai quella roba per molto Dan, hai i giorni contati. Tempo un giorno e avrai anche tu una bella divisa delle SS- Lo guardo serio mentre lui non toglie mai quel sorriso sornione dalla faccia. -Certo, perché io vi dico che come tutte le grandi vere aziende anche noi dobbiamo avere i nostri bei camici puliti e profumati, giusto? Dobbiamo sentirci tutti uguali ed essere sempre in ordine!-Appoggia il sigaro sul posacenere e congiunge le mani in modo serio e diligente. -Sedetevi- Sembra che non abbia nemmeno sentito le mie parole ma non dico niente. Ci sediamo di fronte a lui e almeno riusciamo a tranquillizzarci un po’ ed essere meno nervosi, non voglio che Hans capisca che sono terrorizzato, non voglio dargli questa soddisfazione. -Forse tu non hai capito niente della vita- Guardo il mio amico che mi fissa interdetto quanto me senza capire cosa stia succedendo e soprattutto a chi è riferito il capo. -Ce l’ha con me, per caso?- -No Tom, sta’ zitto nessuno ti ha interpellato. Ce l’ho con il tuo caro amichetto qua, il paladino della giustizia, l’angelo custode degli ebrei. Tu non hai capito niente di come va’ la vita, sei uno stupido se pensi che la tolleranza combaci con quella razza di merda- -Sei tu che non capisci il senso della vita. Uccidere tutta quella gente non ti salverà la vita né ti farà sentire un uomo migliore hai capito? Vuoi dimostrare agli altri che sono sei conigli e tu invece il lupo cattivo o il cacciatore?- -Aahahahha sei proprio uno stupido ingenuo. Voglio difendere la mia terra e basta. Non permetterò che della gente inutile la inquini con la loro religione, i loro usi e le loro stupide facce- -Adesso basta Hans! Daniel, cosa vorresti dimostrare al mondo intero eh? Sei davvero senza cuore- Prende il sigaro ormai quasi consumato e se le mette tra le labbra dandogli un espressione ancora più odiosa e spregevole. -Io non vi ho chiamati perché mi facciate sapere qual è la vostra opinione, vi ho interpellati per assegnarvi il vostro incarico. Da domani entrerete nel vivo della situazione, vi aggirerete per tutto il campo ed eseguirete i miei ordini proprio come un tempo hanno fatto i nostri padri e nonni e bisnonni- -Significa che se noi non vogliamo fare una determinata cosa, non possiamo opporci e dobbiamo star zitti come se in gioco non ci siano delle vite umane ma dei burattini?!- - è tutto sbagliato Hans, pensaci bene. Nel 1850 i nostri nonni hanno distrutto milioni di vite e per cosa? Per una questione morale, ma non esatta! Non è normale pensare di sterminare una popolazione intera solo perché non la si ritiene alla proprio altezza, è un comportamento assurdo. Ti invito a ripensarci per l’ultima volta.- Hans sorride scuotendo il capo in modo nervoso e si agita sulla sedia, quasi pronto ad esplodere da un momento all’altro. -Io vi invito a riflettere piuttosto! Non potete dire di no, non c’è alcuna possibilità che voi vi rifiutate e con questo ho finito, non c’è altro da aggiungere. Domani vi farete trovare all’interno del campo nel capannone B dove vi mostrerò tutte le persone che ho già collocato al suo interno- Il modo in cui si esprime è fuori da ogni normalità, è incredibilmente sadico e bastardo. Per lui tutto questo dolore inutile non solo è naturale ma anche doveroso al fine di preservarci! Come se stessimo parlando di un virus e non di gente normale. Rimaniamo in silenzio e l’unico rumore che ci permette di distrarci è quello dell’orologio appeso alla parete a forma di casetta da cui fuoriesce un simpatico uccellino. Il suo cucù mi fa’ sorridere per un attimo, ma se mi guardassi allo specchio vedrei il volto di un uomo terrorizzato. -Chi tace acconsente. E ora se non vi dispiace dovrei terminare di controllare la lunga lista di nomi che mi sono pervenuti oggi, sapete, sono davvero moltissimi- -Lurido figlio di- -ALT mio caro Daniel, ti ricordo che sarai proprio tu assieme agli altri tuoi colleghi a fare il grande lavoro, quindi se proprio ci tieni a definirmi così, vorrei farti sapere che non sono il solo ad esserlo- Mi guardo intorno e vedo alcuni visi tristi, altri abbassati con lo sguardo rivolto verso le scarpe appena lucidate, come dovrebbe averle chi lavora in un albergo di una notevole importanza e non certo chi si sottomette senza replicare. Guardo i miei amici, quelli che non proferiscono parola, che se ne stanno immobili in un angolo accanto alla stufa in legno, nel piccolo spazio che ci tiene tutti uniti e stretti. -Gustav! Verner! Non dite niente?? Non potete essere d’accordo con lui! Non voi. Noi non siamo delle cattive persone cazzo. Dobbiamo porre fine a tutta questa faccenda, non possiamo stare zitti. E tu Greg? Proprio tu che avevi perso la tua più cara amica in questo modo, non puoi non far niente, ti prego.- Ormai sono in piedi, sperando che qualcuno dei miei vecchi amici mi ascolti e cambi idea, mi dia retta per una buona volta evitando di spargere tanto sangue innocente. Ma non vedo nessuno disposto a fare qualcosa. -State facendo il gioco più sporco che io abbia mai visto!- Tom mi mette una mano sulla spalla ma io non la vedo nemmeno tanta è la rabbia e la frustrazione. -Andiamo Dan, non possiamo fare nulla, siamo due contro tutti, smettila- -Siete dei vigliacchi e basta- Hans continua a fumare il suo sigaro e a far finta di niente compilando vari moduli mentre mi rendo conto che Greg ha finalmente deciso di sollevare la testa e di non fare lo struzzo. -Daniel, ormai è stato decretato. Non puoi e non possiamo tornare indietro- -Che significa?- Verner guarda negli occhi Greg e poi distoglie lo sguardo puntandolo dietro l sue spalle, con una faccia assorta e allo stesso tempo colpevole. -Vedi- continua Greg -La corsa settimana tutto l’esercito, compresi noi, abbiamo firmato affinché rientrasse in vigore la vecchia legge del 2840, quella in cui si diceva che ogni ebreo residente in territorio tedesco dovesse venire soppresso entro due mesi dalla sua cattura nel campo di concentramento. La legge è rientrata in circolo dopo ben trent’anni si è vero, un periodo di tempo lunghissimo e forse non è la legge migliore che sia stata approvata, ma non si poteva far altro che firmare.- -E voi come degli scolaretti di prima elementare avete fatto i vostri compiti altrimenti il maestro vi dava i colpi sulle mani con la bacchetta, non è vero?- Qualcuno bussa alla porta e mi giro per vedere chi ha interrotto il mio discorso. -Avanti- è Hans a parlare mentre il fumo lo avvolge quasi completamente, facendolo assomigliare ad un fantasma nella nebbia. La porta si spalanca ed entra Michael con la sua nuova divisa verde militare e l’immancabile svastica rossa sul cuore, come se fosse una sorta di fazzoletto in un abito elegante da sera -Scusate il ritardo- Hans gli fa’ cenno di accomodarsi accanto a noi. -Stavamo chiacchierando e ad un certo punto Daniel ha avuto la brillante idea di fare la morale a tutti quanti- -michael, diglielo che anche tu la pensi come me. Non è giusto che tutto questo accada, ti prego, diglielo!- Non mi guarda nemmeno e inizia a giocherellare con le dita, torturandosele in ogni modo per il nervosismo che prova. Poi si alza e ci guarda con gli occhi colmi di lacrime ma senza versarne nemmeno una. -IO… non posso rifiutarmi Dan. È vero tutto quello che ti ho detto, che è un’ingiustizia e che non è corretto, ma questo è il nostro lavoro- Non posso crederci. -Tu mi stai dicendo che per sfamare la tua famiglia ne distruggeresti altre migliaia solo perché per lui non valgono a nulla?- Hans smette di fumare e si alza venendomi incontro, si avvicina a me con fare minaccioso come è solito fare con tutti quelli che considera non ai suoi livelli. -Senti, è ora che te ne torni a casa femminuccia. Qua non è posto adatto per parlare di cose da donnette o di lasciarsi andare a sentimentalismi o discorsi strappalacrime. Quasi lavora ed è meglio se inizi a fartene una ragione- Si allontana ma solo dopo aver spalancato la porta facendoci cenno di andarcene il più in fretta possibile. Non mi muovo e vedo che solo alcuni vanno via, mentre Michael e Tom rimangono nell’ufficio assieme a me, muti come pesci. -Dan, il nostro incontro dell’altro giorno è stato tutta una farsa, ti ho detto la verità. Io non credo che tutto questo vada fatto, ma cosa potremmo farci noi? Opporci forse? Rischiamo di non avere più una casa, una vita, una famiglia. Potrebbero allontanarci per sempre dalla nostra terra e non farcela rivedere mai più- Questa è la terra degli ingiusti- Abbassa lo sguardo a terra e non aggiunge altro. -Fuori di qui, immediatamente, mi avete capito? Se dovete lamentarvi sul vostro lavoro fatelo al di fuori di queste mura e di queste orecchie- Hans alza il tono di voce e sembra in tutto e per tutto un orco delle fiabe dei fratelli Grimm, solo che questa è la realtà e non mi sembra di vedere un lieto fine. -Me ne vado subito Hans, Michael, andiamo- Guarda Hans e questo non mi piace per niente, perché tra di loro mi sembra di scorgere una strana complicità che non mi sarei mai aspettato dopo il discorso fatto da poco. Mi segue e andiamo via, chiudendo forte la porta e sentendo alcune frasi incomprensibili pronunciate da Hans mentre si capisce chiaramente che sta scaraventando a terra fascicoli e documenti. -Il capo è furioso- -è meglio se non dici nulla, Michael. Mi si para davanti e non posso far altro che bloccarmi senza opporre resistenza -Dan ti prego non odiarmi. Se faccio capire a quel bastardo che non sto dalla sua parte sono spacciato. Non ho più niente, capisci? Non ho più una vera famiglia, non ho dei parenti dei genitori veri, mi sento abbandonato dal mondo intero, lo capisci questo? -Non capisco come possa farti star meglio aiutare Hans- Non mi fa star meglio, ma almeno posso rimanere in Germania! Non voglio capitare in un posto lontano e ritrovarmi solo. Qui ci sei tu e tutti gli altri. È un periodo difficile per tutti, per me lo è ancora di più. Sai cosa mi ha detto la signora Wilma? Che non mi aveva raccontato la verità perché a volte questa fa’ male e per proteggermi ha mentito per tutti questi anni. -Sai cosa ti dico Michael? Che in questa vita siamo tutti colpevoli di qualcosa e forse tacciamo per non dover mentire a noi stessi- Rimane in silenzio mentre i primi veri fiocchi di neve cadono ovunque trasformando il campo di concentramento in un sorta di igloo ad alta temperatura. Fa’ piuttosto caldo nonostante tutto ma io continuo a sentire il cuore ghiacciato. CAPITOLO SEI Arrivato a casa decido di farmi un bel bagno caldo sperando che mi faccia bene. Da chi ho sentito questa frase? Ah si, da mia madre. Quando ero piccolo e non potevo andare a scuola perché avevo preso una brutta influenza o mi faceva male la pancia, preparava una camomilla bollente e riempiva la vasca per farmi sguazzare dentro come un pesce. Non ho mai amato particolarmente l’acqua o nuotare nel lago, ma quei momenti erano così dolci e tranquilli che mi immergevo fino alle orecchie, lasciando giusto le narici fuori per poter respirare. Rimanevo così a farmi avvolgere dall’acqua calda e dalla schiuma profumata, anche per un ora intera e dopodiché uscivo avvolgendomi al grande accappatoio a nido d’ape, quello regalatomi da mia nonna con i pupazzi gialli. E constatavo che la mamma ha sempre ragione, che dopo un bel bagno si sta meglio e passa tutto, anche i malumori. Ora mia madre non c’è più ma ho ancora il mio vecchio accappatoio di quando avevo otto anni. Salgo in camera da letto e arrivo davanti al grande armadio a muro, con delle piccole rose azzurre dipinte sopra, lo apro e l’odore di chiuso mi investe come una folata di vento. Da quanto tempo non controllavo questa roba? Sicuramente da parecchi mesi, eppure non so dirlo con certezza Rovisto un po’ tra i vecchi abiti tra la biancheria intima, asciugamani bianchi e celesti, lenzuola di mia madre usate nel lungo periodo in cui era ammalata e poi tra tutto questo ben di Dio lo vedo e mi sembra di guardarlo con gli stessi occhi di quando ero piccino ed ero ancora innocente e puro. Ripenso a quante volte ho passato la mano rossa di calore sul vetro appannato e ho scritto le iniziali della ragazzina che mi piaceva ma che non avevo il coraggio di invitare a casa a giocare con me e poi mia mamma arrivava e cancellava tutto. Mi vien da pensare a quando avevo raccontato a Frank che quella ragazzina un giorno sarebbe diventata mia moglie e avremo fatto il giro del mondo. Lui rideva divertito e mi diceva che ci saremo riusciti e che non dovevo preoccuparmi di niente perché a chi credere davvero nei sogni la fortuna sorride sempre. E io ci avevo creduto per davvero, e quella donna l’avevo sposata ma non eravamo riusciti ad essere in tre per quello scherzo del destino. Helen dai capelli biondi come raperonzolo. Forse mi rendo conto solo adesso che Frank era un bambino diverso da tutti gli alti e per questo non è più con me, con noi, non ha potuto sposare una donna, non le ha mai potuto regalare un mazzo di rose o portarla fuori a cena, perché agli angeli è consentito solo rimanere nel cuore di chi li ricorda ancora e volare in alto, sempre di più. L’accappatoio se l’era infilato solo una volta, quando l’avevo portato di nascosto a casa mia ed ero riuscito a fargli fare un bel bagno caldo come forse non faceva da quando aveva solo un anno. Ora lo indosso io e il contatto fresco mi fa accapponare la pelle riempiendola di puntini in tutte le braccia e nelle gambe. Vado in bagno e inizio a far scorrere l’acqua bollente, e in un attimo la stanza si trasforma in una vera e propria sauna. Mi spoglio e mi siedo al centro della vasca, tenendomi forte le ginocchia con entrambe le braccia, come facevo da piccolo quando aspettavo che la mamma arrivasse ad insaponarmi la schiena e lavarmi i capelli facendomi ridere quando mi spruzzava l’acqua in faccia. La schiuma a volte si insinuava nelle narici facendomi starnutire e provocando una risata generale dove poi mia madre mi faceva calmare dicendomi che era ora di uscire perché la cena era quasi pronta e non voleva che la trovassi fredda. L’acqua inizia ad arrivarmi alla pancia, mi distendo completamente e chiudo gli occhi senza pensare a nulla, quasi non ricordo di essere in un bagno e di essere immerso in una vasca comoda e calda. Mi rilasso e in un attimo l’acqua mi ricopre quasi tutto il corpo, arrivando al collo e tappandomi le orecchie. Mi sollevo giusto il tanto per sentire i rumori intorno a me e poi mi ritrovo in un altro luogo a più di vent’anni di distanza da qui. Non c’è l’acqua calda, anzi fa piuttosto freddo e nessuno sa che mi trovo qui. Se qualcuno della mia famiglia dovesse scoprirlo non potrei più tornare e mi metterebbero in castigo per diverse settimane. Sto tremando ma non mi copro perché c’è il mio migliore amico che ne ha più bisogno di me, io se voglio posso tornare in camera e avvolgermi nel letto caldo, lui non può e quindi ho portato una grossa coperta per le notti gelide come questa. Lo vedo tra tutte le persone ammassate che cercano di riposare ma non riescono a chiudere occhio per oltre un minuto. -Frank! Sono io!- -abbassa la voce, ragazzino, qui non si gioca- È un uomo molto pallido a parlare, smunto e sicuramente denutrito. Non ha forze nemmeno per reggersi in piedi. -Mi scusi, sto solo cercando il mio amico. Andiamo Frank, ho qualcosa per te!- Si fa spazio tra tutta questa folla disperata e mi viene in contro sorridendo. -Ciao Dan! Che bello vederti!- Sorrido e mi guardo intorno Uomini morti che piangono senza più una famiglia a cui pensare, uomini a cui hanno tolto tutto, persino la propria dignità e ai quali hanno affisso al petto un triangolo, ognuno di colore differente. -Perché hanno quei simboli sul torce?- -Ah quelli dici, perché ognuno ha la propria colpa senza aver commesso alcun crimine- -spiegati meglio- Mi indica tutte quelle persone con un dito. -Vedi quegli uomini laggiù che si stringono forte?- Ci sono due ragazzi che credo abbiano più o meno trent’anni mentre dormono abbracciati e piangono in silenzio- -Si li vedo- -sono omosessuali, l’ho sentito dire dagli altri ma non so bene che significhi- -Forse vuol dire che si mano tra di loro- -Può darsi. Loro hanno il triangolo rosa per questo motivo. Mentre quei quattro uomini che sono distesi su quella brandina sono dei criminali, infatti spesso ho paura che possano uccidermi- -Non lo faranno, vedrai- -Ti credo. Loro hanno il triangolo verde per questo motivo- Non capisco come si possa etichettare delle persone in questo modo scegliendo un colore per ogni crimine che li caratterizza. Rimango esterrefatto. -Io invece, dato che non sono un assassino e ancora sono troppo piccolo per scegliere di amare qualcuno ho solo questa piccola stellina. È sempre più bellina di un triangolo, giusto?- Sorride e non so cosa dirgli perché la sua allegria e voglia di vivere sono davvero incredibili. Rimane tutto il giorno e tutta la notte chiuso in una baracca eppure basta pochissimo per farlo sorridere e riesce a scherzare nonostante tutto il casino attorno. La stella di Davide è l’unica a fargli compagnia quando non ci sono io, eppure non è niente di positivo perché non è giusto che un bambino debba vivere ogni giorno della sua vita con una sorta di marchio imposto dagli altri. L’unica colpa che ha di essere ebreo, ma si può incolpare davvero qualcuno per la sua razza o religione? La coperta che gli ho coperto è a quadri enormi, bianchi e verdi con dei piccoli orsacchiotti disegnati sopra. -Grazie Dan, sei un amico- -Figurati, sei un ghiacciolo- Rabbrividisce e gli metto la coperta intorno alle spalle, facendolo quasi sparire come un mago. -Dio, sei talmente secco che non riesco quasi a trovarti sotto questa roba- -Non mangiamo quasi niente, lo sai, sono abbastanza denutrito. Ci tengono tutto il giorno chiusi al buio dentro quelle cavolo di baracche con addosso solo e sempre questi stupidi pigiami a righe e non ci danno altro che un tozzo di pane nero- -Mi dispiace non poter fare niente per voi- -Oh smettila, fai già tanto. Se tua madre dovesse sapere che hai rubato da casa questa magnifica coperta per portarla a me non so cosa potrebbe farti. Stai rischiando parecchio- -Non lo saprà mai tranquillo- Continuiamo a camminare lungo del sentiero di ciottoli ormai candidi dalla neve che scende ad una velocità incredibile e ci ritroviamo davanti al filo spinato che come sempre ci divide. -Il giro finisce qui per oggi, grazie, Dan- Lo abbraccio e vorrei tanto portarlo a casa con me e farlo sedere alla nostra grande tavolata così da potersi scaldare lo stomaco e recuperare qualche chilo, ma sono costretto a separarmi da lui come ogni volta da due mesi a questa parte. -Su, ora vai, non vorrei che qualcuno ti vedesse- -Si, ciao fratellone- Gli sorrido e lo vedo correre via diretto verso quella prigione che chiamano baracca. Appena tornato a casa trovo mia madre e mio padre che preparano la tavola silenziosamente, lei con il suo tailleur blu impeccabile e il rossetto rosso, lui con ancora indosso la divisa. -Ciao Dan, finalmente! Io e tua madre iniziavamo già a pensare che ti fossi perso. Inizio ad agitarmi e sento il sangue affluirmi alla testa colorandomi il viso di un rosso acceso. La mamma si avvicina e con aria spaventata mette una delle sue graziose mani piene di gioielli sulla mia fronte. -Stai scottando, hai la febbre Dan, dove sei stato? Non hai visto il freddo che fa?- Non la guardo perché so benissimo che se incroci lo sguardo di una mamma lei scopre sempre la verità. Con i padri inverse, loro non si accorgono di ciò che succede ai propri figli nemmeno impassibili a leggere le notizie sul giornale o a fumare la pipa in totale silenzio. –Dan!- mi dice mia mamma -Si?- -Non voglio mai più che tu esca con questo freddo senza prima esserti coperto bene, fila a letto, non mangerai niente per punizione.- Non dico una sola parola, mi avvio silenziosamente verso la camera con un grosso sorriso stampato sulle labbra. Sono già distante da loro due ma riesco a sentire le parole di mia madre urlate a gran voce. -Tuo figlio ha qualcosa di strano, non me la racconta giusta! Si è mai visto, dico io, un bambino che sorride in un momento del genere?- Mio padre sospira pesantemente e sento il rumore del giornale posato sul tavolo. Inizia la cena. Io vado a letto sorridendo e con lo stomaco vuoto perché so che almeno per una notte potrò sentirmi anch’io un ebreo a digiuno senza aver fatto niente di male. CAPITOLO SETTE L’acqua inizia a raffreddarsi ma non quasi niente, perché con la mente e con il corpo non mi trovo dentro questa vasca da bagno, sono in un campo enorme dove vari uomini stanno lavorando la terra mischiata con la neve gelida che accarezza le loro schiene nude ricoperte di graffi profondi. Stringo forte gli occhi e mentre in questa stanza la schiuma mi solletica le orecchie, là fuori, a trent’anni di distanza, il freddo mi congela il naso trasformandolo in un enorme punto rosso insensibile. Aspetto dietro il filo spinato, aspetto mentre il gelo si insinua nelle scarpe e mi tortura i piedi senza però impedirmi di muovermi per non rischiare che me li debbano tagliare via entrambi. Poi lo vedo, il mio amico Frank, mentre cammina a passo svelto facendosi spazio tra tutta quella gente disperata che lavora spaccandosi le mani tutto il giorno finché non sanguinano copiosamente. Alzo il braccio per farmi notare e mi viene incontro correndo, nascosto per metà dalla coperta che gli ho regalato qualche giorno fa’. -Ciao Dan- Mi abbraccia e sento che trema, quasi come sempre. Nonostante abbia indosso il mio regalo ha freddo come se fosse completamente nudo, quasi come Gesù Bambino nella culla. -Ciao fratellino, come stai?- Starnutisce e mi guarda con un occhio mezzo chiuso. –insomma, ho il raffreddore e l’occhio gonfio. Credo di essermi beccato un colpo di’aria. -Non ti ha aiutato nemmeno la coperta?- -Macché, l’ho usata per mezz’ora e poi i soldati cattivi ci hanno controllati nel cuore della notte e l’hanno trovata. La stavano per bruciare quando ho avuto ‘idea di raccontare che dovevo restituirla ad un bambino tedesco che l’aveva persa- -Mi dispiace davvero, ma dimmi, sei pronto? Oppure non te la senti di seguirmi? Si avvolge meglio e cerca di guardarmi sforzando l’occhio dolorante. -Si, andiamo. Ho deciso che non mi importa se ci scoprono- -Siamo nella stessa situazione- -Eh no Dan, è ben diversa la cosa. Se mi beccano io verrò sicuramente ucciso, bisognerà solamente decidere il metodo di tortura e il come farmi fuori il prima possibile. Mentre tu al massimo andresti in giro con qualche livido che ti passerà nel giro di qualche giorno, ma poi sarà tutto come prima.- -Ti sbagli, niente sarebbe come prima. Se dovessi perdere un amico caro come te vorrei piuttosto morire- Rimaniamo in silenzio a guardare i fiocchi di neve che ci cadono sul viso bagnandolo completamente, mentre quei poveri schiavi continuano a lavorare senza tregua. -Dan, posso dirti solo una cosa?- Mi giro a guardarlo in modo serio -Dimmi pure- -Perché?- -Cosa perché?- Credo di non capire cosa intenda. -Perché fai tutto questo per un povero ebreo?- Bastano quelle parole affinché il mondo mi crolli addosso come un grattacielo dopo un attentato. -Tu sei amico mio Frank e con gli amici si cerca di fare il possibile, si da’ il cuore e l’anima sempre, in ogni situazione- -Io tuo amico, va bene. Però tu sei tedesco, tutta la tua famiglia lo è come lo sono i tuoi antenati. Mentre io, i miei genitori, non siamo altro che degli ebrei senza alcun diritto- -Non parlare così. Non c’è differenza tra un bambino tedesco ed uno ebreo, entrambi sorridono mentre giocano e assieme si rialzano quando cadono ferendosi. Solo gli adulti rovinano tutto e non capiscono che siamo tutti uguali! Ma gli adulti comandano su di noi Dan! Sono stati loro ad uccidere mia mamma e mio padre il mese scorso- Inizia a piangere e le lacrime bagnano il tessuto morbido della coperta già inzuppata per metà dalla neve che lentamente si è sciolta. -Non sono tutti uguali Frank. Quelli sono adulti cattivi, ma ce ne sono altri che si comportano bene, non devi pensare che il mondo sia fatto solo di persone malvagie.- Si siede per terra e mi guarda dal basso. -Lo credi per davvero?- -Ma certo fratellino. Si alza e mi butta le braccia al collo quasi facendomi perdere l’equilibrio. -Sei il mio angelo, sei il mio angelo fratellino!- Rido e mi guardo intorno perché temo che i nazisti possano vederci e separarci, ma prima di tutto ho paura che possano punire lui. -Tu sei un angelo, Frank- -Un angelo ebreo ha le ali come un angelo tedesco?- -Certo, gli angeli sono identici e si vogliono un gran bene tra di loro- -Andiamo a casa adesso- La neve continua a scendere sempre più velocemente ricoprendo di un manto bianco e soffice i campi, i fucili dei soldati, le case vicine e lontane e due bambini schiavi dei più grandi che corrono con quanto più fiato hanno in gola, in cerca di un po’ di felicità. A casa, al riparo dagli uomini cattivi e dal resto del mondo. -Sh fai silenzio Frank, anche se i miei genitori non ci sono potrebbero sentirci i vicini, quei vecchiacci antipatici- Lui entra nel grande bagno ben arredato e lussuoso, con i rubinetti dorati e la vasca bella spaziosa e accogliente. Si guarda intorno con occhi spalancati e ancora non crede di essere in quella stanza che per lui significa quasi il paradiso. -Io non ci sono mai stato in una casa così bella, sei molto fortunato- -Grazie, adesso ti aiuto a lavarti- Lo faccio sedere sul bordo sulla vasca, prima di chiudere la porta guardo da un lato e dall’altro per assicurarmi che i miei genitori non siano ancora tornati e torno dentro chiudendo a chiave. -Hai mai fatto il bagno prima d’ora Frank?- Ride di gusto e cerca di leggere le etichette dei prodotti che usa la mamma per pulire i pavimenti -Vi lavate con questi?- -No, quelli fanno male alla pelle. Non devi nemmeno avvicinarti alla candeggina, guarda, questi sono quelli che ti servono- Mi giro e apro il mobiletto bianco sistemato vicino alla lavatrice ora completamente in disuso. -Ecco, c’è questo alla lavanda, questo al mughetto e quest’altro al talco, quale vuoi?- -Ma Dan, secondo te mi importa qualcosa? Lanciamene uno e basta. Io tutti i giorni mi lavo con dell’acqua fredda e un pezzo di sapone che ormai dovrà avere più di due anni, per non parlare del fatto che dobbiamo usarlo in sette e pure in fretta.- -Scusami, a volte sono proprio uno stupido- -No, sei tedesco, non puoi capire- Me lo dice con il sorriso sulle labbra, facendomi capire che mi giustifica per quelle parole insensate. L’acqua inizia a scendere, bella calda per rincuorare gli animi in questa giornata così fredda. –Io vado fuori, quando hai finito bussa e io arrivo subito. Gli asciugamani sono alla tua destra- -Va bene. Senti, credo che ne approfitterò un bel po’,non mi capita mica ogni giorno di avere un bagno vero e proprio. -Lo so- Esco e questa volta non chiudo la porta a chiave, la abbasso soltanto e mi siedo sui primi gradini aspettando che mi chiami. Appoggio lievemente la testa alla parete colorata di rosa antico e chiudo gli occhi mentre il martellare del cuore mi rimbomba nelle orecchie. Paura. Paura che arrivino i miei genitori, che abbiano dimenticato le chiavi di casa o qualcos’altro, paura che la mamma mi guardi in faccia e capisca che le sto nascondendo qualcosa perché le mamme si accorgono sempre di tutto. Terrore che entri in bagno e veda che un bambino ebreo è nella sua cara vasca a sporcare e contaminare tutto. Mentre le paure e i pensieri circolano in modo frenetico nella mia mente, come mille luci in un tunnel nerissimo, mi assopisco e mi distendo sugli scalini. Dopo un tempo che sembra interminabile, sento delle mani fredde che mi toccano la pelle delle braccia, mi strattonano prima dolcemente e poi sempre più forte fino a svegliarmi spaventato e inquieto. Immagino mia madre mentre mi guarda con una faccia scandalizzata e mi tira un ceffone graffiandomi con quelle sue unghie impeccabili e sempre laccate, la vedo mentre inizia a d urlare come una pazza perché ha scoperto che suo figlio nasconde un amico particolare nella sua casa, solo per potergli dare un piccolo aiuto nonostante lei non voglia. Mi giro e vedo non mia mamma ma una figura molto più piccola, che mi sorride con gli incisivi spezzati a metà. -è da mezz’ora che ti chiamo ma non rispondi mai! Non hai fatto altro che dormire eh?- Mi guarda fisso mentre si friziona i capelli cortissimi con un asciugamano giallo e pulito, non come quelli che usi tutti i giorni. Mi stiracchio e sento le ossa del collo e della schiena scricchiolare come le assi del pavimento. Un dolore forte alla nuca mi preme come se qualcuno mi avesse posizionato un masso pesante, un macigno. Devo aver dormito tutto il tempo in una posizione scomodissima,ma come ho fatto a non rendermene conto? -Scusami fratellino, davvero, ma evidentemente sono crollato per la stanchezza di oggi. Hai bisogno di qualcosa?- gli dico, premurosamente. -No, sto benone- -Ah ora che ci penso! In bagno ti avevo preparato un accappatoio comodo che dovrebbe essere perfetto per te, vado a prendertelo, non rimarrai tutto il tempo con quell’asciugamano fradicio addosso, così ti prenderà un colpo!- -Va bene ti aspetto qui- Attraverso il piccolo corridoio dove sulle pareti sono appesi i ritratti di alcuni nostri antenati e un quadro che raffigura dei girasoli bellissimi, talmente belli da riuscire a sentirne perfino il gradevole aroma dolciastro. Apro la porta del bagno e vedo tutta l’acqua che scorre nella vasca, chiudo i rubinetti e la faccio scendere giù ripulendo via tutta la schiuma per non lasciare la minima traccia. Prendo l’accappatoio che avevo lasciato sul mobile accanto al lavandino e lascio la camera a passi veloci. Quando torno nel pianerottolo trovo Frank che ormai ha i capelli completamente asciutti ma continua a tremare e sentir freddo. -Tieni eroe, è per te- Glielo lancio e lo acchiappa al volo con le sue braccine dalle ossa fragili e smunte, come un piccolo cerbiatto -Grazie, con questo si che si sente un gran caldo. Beato te- Mi guarda in modo molto serio. -Scusa, non volevo- -Non fa’ niente, hai ragione, anzi sei fin troppo paziente con me. Non avrei preteso che tu venissi qua da me, dopotutto questa è la famiglia che ti tiene prigioniero, i miei genitori ti stanno facendo morire e guarda tu cosa fai… ti lavi proprio nella nostra casa, usi la nostra acqua e mi sei amico. Ti voglio così bene Frank- Si avvicina e mi abbraccia e finalmente dopo tanto tempo posso sentire che la sua pelle non è fredda. Sto piangendo. Un uomo forse non dovrebbe piangere così tanto ma non posso farci nulla, così come non posso non pensare ai momenti passati con quel bambino fin troppo speciale. Saranno passate più di due ore da quando ho messo piede in questo bagno e il vapore ormai è ovunque, non riesco a vedere quasi niente un po’ a causa dell’ambiente troppo caldo e un poco per via delle lacrime. Metto la testa sott’acqua e vedo un altro paio di occhi, sorridenti, quelli di Frank. Gli sorrido anche se so che è solo frutto della mia immaginazione ed esco dalla vasca fumante. L’accappatoio, minuscolo, è lo stesso di trent’anni prima, è cambiato solo il colore che ora risulta sbiadito, ma non appena lo faccio aderire al corpo la sensazione è la stessa: di pace e di tranquillità. Mi sembra di avvolgervi il fragile corpicino di Frank pieno di cicatrici e tagli da guarire. Apro la porta e raggiungo il telefono in soggiorno. Tre chiamate perse, tutte di Michael. CAPITOLO OTTO Han sfuma la sua pipa davanti a noi, in piedi e rigidi senza poter guardare la luce del sole che filtra dalla finestra. Ci ha convocati tutti: Me, Michael e gli altri soldati affinchè non abbiamo la guardia e la testa, proprio come se lui fosse un re. Io in questo momento ho solo voglia di sputargli in faccia, mi fa’ proprio schifo. -Volevo parlarvi degli ultimi aggiornamenti, qua ho tutti i fascicoli riguardi le persone che sono ‘in più’ fra di noi, la merce di scarto. Vi do un numero approssimativo, trentaduemila.- Il cuore mi batte troppo velocemente e inizio a sentire le guance in fiamme, sono sicuro di essere bordeaux in faccia, mentre per quel poco che riesco a vedere, tutti i miei amici sono freddi e non si sono affatto scomposti, come se non fosse successo nulla. Hans, crudele come nessun altro, si rende subito conto del mio nervosismo e non perde tempo per punzecchiarmi. Fumando la pipa inizia a fare un giro per tutta la stanza e si posiziona proprio davanti a me, guardandomi negli occhi e sistemandosi il cappello sulla testa. -Hai qualcosa da dire, nostro Daniel?- Sorride divertito, sa che non posso rispondergli e questo gli piace perché lo fa’ sentire potente, importante. Vedo che cammina intorno a me, scrutandomi attentamente e scuotendomi la giacca all’altezza delle spalle. Chiudo gli occhi e lui se ne rende conto in men che non si dica, come un’aquila o un altro rapace. –Occhi bene aperti e testa alta soldato!- Ride di gusto e appoggia la pipa sul tavolo, accanto ai documenti. -Signore forse dovrebbe lasciarlo stare, sa…- -Silenzio1 non voglio sentir volare una mosca! Quando parlo io, che sono il vostro superiore, nessuno deve interrompermi.- Il silenzio è insopportabile e pesa su tutti noi, forse ancor più su di me che mi trattengo a malapena giusto per non scatenare una vera e propria guerra. Hans sorride e mi tira un calcio negli stinchi, come se stesse picchiando un tavolo di legno, per poi darmi le spalle e dirigersi verso la scrivania. Sento le lacrime iniziare a farsi largo nei miei occhi, ma le ricaccio indietro con tutta al forza di spirito possibile e la volontà che ho sempre avuto. Non voglio che quel mostro mi veda debole, devo essere forte sia per me stesso ma soprattutto in onore di quel bambino che trent’anni fa’ mi ha fatto capire la differenza tra persone degne di vivere e altre che invece non valgono poi a tanto. Per un attimo, anche se è soltanto un momento breve, vedo nella mia mente l’immagine di Frank, il suo viso e i denti spezzati. Poi la figura diventa sempre più piccola e trasparente, fino a scomparire del tutto ed essere sostituita dall’altra, molto simile a quella di prima… eppure sono certo che siano due persone completamente differenti. -Papà sono qui, ti voglio bene- Spalanco gli occhi, non riesco a sentire niente intorno a me, non mi rendo nemmeno conto che Hans sta continuando a dare delle indicazioni ai miei amici, che sta quasi urlando conto qualcuno di loro senza motivo. Lo sento ma non lo sto ascoltando affatto. Sono completamente rapito dalla voce che assomiglia molto a quella del bambino piccolo, sicuramente avrà sei o sette anni, ma non riesco a capire chi sia e cosa voglia dirmi, ma soprattutto non capisco perché abbia scelto di parlare con me. Vedo Michael farsi più vicino a me fino a raggiungermi e scuotermi per un braccio… mi sta facendo male, mi stringe troppo ma non glielo dico, decido di lasciar perdere. Ora è davanti a me e mi urla qualcosa in pieno viso, poi simette le mani tra i capelli come se volesse strapparseli uno ad uno e dopodiché inizia ad agitarsi e assomiglia molto ad un mio compagno delle elementari che sedeva nel banco accanto al mio e soffriva di crisi epilettiche. Ogni volta che gli capitava di trovarsi in quella situazione provavo una sensazione tremenda di impotenza e tragedia imminente e volevo nascondermi per stargli il più lontano possibile, ma constatavo che gli altri compagni, anche i più bulli e maleducati, gli stavano accanto e lo soccorrevano. Ricordo mentre la maestra ci osservava attenta dalla sua cattedra e chiudeva il libro di aritmetica facendo un tonfo molto forte, la sua gonna lunga a fiori e balze sventolava e i suoi tacchi calpestavano i mattoni gridi dell’aula, venendo in nostro aiuto. Il suo profumo era talmente forte ( forse era acqua di colonia) che a volte, quando me la ritrovavo troppo vicina, ero costretto ad allontanarmi almeno di poco per non dover tossire, oppure spesso mi coprivo il naso e la bocca con il braccio e così stavo un poco meglio. Il mio amico, ora a pochi centimetri da me, era identico al mio compagno di classe solo che adesso non dovevo spostarmi dall’altro lato della stanza per evitare la maestra, dovevo vedermela con il vero nemico che non potevo evitare: Hans il maledetto. Ritornare al presente mi fa’ sempre male, mi riporta alla dura realtà e potrei paragonarmi ad un pesce viene liberato in mare aperto dopo esser stato chiuso per molti mesi in una piccola boccia senza ossigeno. Quel pesce si sente bene perché finalmente è di nuovo nel suo habitat ma allo stesso tempo è frastornato, ha paura che la stessa mano nemica lo prenda alla sprovvista, in un momento di debolezza e gli rinneghi per la seconda volta la sua meritata libertà. Guardo fuori dalla finestra e una farfalla viola con le punte delle ali di un nero corvino inizia a svolazzare colpendo il vetro con un’incredibile energia. Ha una forza incredibile…Eppure il suo corpo è minuscolo e sottile, è così fragile e bella… Non so per quale motivo vedo gli occhi di mia moglie nelle piccole chiazze nere della farfalla e mentre continua a sbattere le ali, io rivedo sempre di più Helen, i suoi occhi neri che mi guardano, ma non stanno osservando i miei occhi azzurri con dolcezza, no mi scrutano con minaccia e rimprovero. Urlerei se non vedessi le mani di Michael sul mio viso e Hans che accanto alla sua scrivania ride e cerca di accendersi una delle sue infinite pipe. Mi auguro che prima o poi la prossima sia quella che lo porterà alla tomba. -Bene,bene,bene qui stiamo affrontando un discorso ma qualcuno sogna ad occhi aperti. Dicci Daniel, che osa hai visto in uno dei tuoi viaggi mentali?- Mi prudono le mani e questo non è un segno positivo, significa che sono nervoso e in momenti come questo potrei combinare un gran casino. Michael si allontana da me e vedo che sta piangendo come un bambino. Guardo per l’ultima volta Hans, quello sguardo colmo di odio e strafottenza e mi giro verso la finestra. La farfalla non c’è più, così come i miei pensieri. Le fotografie sono sparse ovunque sul pavimento, sporche di sangue. Oggi due di noi ci hanno lasciato per sempre. CAPITOLO NOVE Quando succede qualcosa di brutto in genere è un po’ come se tutto il mondo ne sia colpevole. Si tende ad odiare tutti e non si vuole nemmeno uscire di casa, se si incontra un vecchio amico lo si guarda con occhi spenti e l’altro rimane stupito, così rischiando di perdere l’unica persona che per anni ci aveva supportati con grande affetto. Ma non è colpa nostra, è il nostro cuore, il nostro spirito, che per difendersi attuano un sadico meccanismo che annienta il proprio dolore annullando il mondo che ci circonda, nonostante sappiamo bene che non è giusto. Mi fa male la testa, non ho fatto colazione e se provo ad alzarmi dalla poltrona anche solo per sgranchirmi le gambe mi vengono le vertigini, rischiando così di stramazzare al suolo. È una giornata di sole, la neve si sta sciogliendo lentamente eppure dentro di me è ancora una lunga notte tenebrosa e ghiacciata. Non posso cancellare dalla mia mente quelle immagini, tutto quel sangue sparso sul pavimento e il viso impassibile di Hans mentre fuma tranquillamente come se fossimo invitati ad un circolo letterario. Non ci riesco a far finta di nulla, è impossibile. In tutti questi anni ho visto delle scene tremende, ancora oggi a distanza di tanti anni mi sembra di scorgere i fucili puntati sulle fronti sudate e pallide di bambini innocenti, vedo gli occhi vuoti delle donne che non hanno nemmeno più la forza di piangere, ma tutto questo si sa, è la guerra. La guerra che non vorremmo ma che non abbiamo mai potuto annientare con quelle stesse armi con cui abbiamo ucciso milioni di innocenti. Guardo le mie mani callose e mi sembra di vederci sopra delle chiazze di sangue, grandi come quelle che ricoprivano le foto, ma è solo un attimo perché poi spariscono e l’unica cosa che riesco a vedere bene solo le varie linee che segnano percorsi perfetti su entrambi i palmi. Come sono finito in questa situazione? Non riconosco me stesso, non oso guardarmi allo specchio per paura di vederci riflesso il volto di mio padre o di qualche altro soldato maledetto quanto lui. Le notti stanno diventando interminabili e pesanti, dormo solo cinque ore per notte e non riesco ad aiutarmi nemmeno bevendo tre camomille al giorno. Mi sveglio sudato e in preda a tremori pazzeschi, faccio degli incubi tremendi in cui vedo la mia figura sporca di sangue dalla testa ai piedi, tutt’attorno a me è buio e io non so dove mi trovo. Ad un certo punto delle persone mi vengono incontro, camminano in modo strano, sono molto lenti e si trascinano su delle gambe stanche e scheletriche, assomigliano molto a degli zombie. Poi si accende la luce, capisco di essere prigione rio in una stanza con una grande doccia alle mie spalle da cui fuoriesce un gas che inizia a farmi mancare il respiro e girar la testa. Poco prima di perder del tutto conoscenza guardo quegli uomini, bambine e donne che mi si fanno sempre più vicini e solo allora capiscono chi siano veramente: gli innocenti fantasmi a cui è stata strappata un’intera vita. Gli spiriti che al posto di indossare i lenzuoli bianchi hanno dei pigiami a righe con dei numeri cuciti sopra. Non mi capita spesso di sognare Frank, forse perché con lui è tutta un’altra storia, non possiamo vederci quando vogliamo come capita invece con i miei parenti deceduti parecchi anni fa. L’anno scorso mia nonna Clara mi ha fatto visita nei miei sogni per quasi un mese intero, dicendomi che con mio nonno continuavano a litigare sempre per le solite sciocchezze e poco prima di svegliarmi mi salutò augurandomi tanta felicità, posando le sue morbide labbra sulla mia guancia fredda di sudore. Vorrei sognare Frank così come sognavo la mia cara nonnina, ma credo che per ogni defunto ci siano dei sogni specifici e sono convinto del fatto che siano loro a decidere quando è il momento migliore per manifestarsi. In ogni caso, lo aspetterò sempre. La testa ora mi fa’ meno male e decido di andare in cucina a prendere qualcosa da bere, ma appena mi alzo dalla poltrona il telefono mi richiama a sé prepotentemente. All’inizio faccio finta di niente e quasi sparisco dal soggiorno, ma poi rifletto che forse, si, qualcuno potrebbe avere un’urgente bisogno di me e cerco di raggiungere l’apparecchio di corsa, inciampando sul grande tappeto rosso. -Pronto?- -Dan, sono io.- È Michael, anche se mi ci sono voluti dei secondi prima di riconoscerlo, dato che ha al voce rotta e sembra abbia smesso da poco di piangere. -Ti disturbo?- -No figurati. È successo qualcosa?- Urla dall’altro lato del telefono, una donna che ha appena scorto il tradimento del marito e mi costringe a chiudere forte gli occhi per l’impatto profondo. - Se è successo quacosa? Mi chiedi se è successo e non mi dici altro? Tu hai bisogno di qualcuno bravo che ti aiuti, non credo che questa situazione ti stia facendo bene, Daniel- - -Ok, hai ragione tu, ho sbagliato, andrò da uno psicologo, credo di aver perso completamente la testa in quest’ultimo periodo, ma parlami di te ora- Piange e non riesce quasi a dirmi nulla che non sia frammentario. -Michael? Respira e calmati, anche io sto male, credimi. Ieri non ho reagito così solo perché ero molto turbato, non so cosa mi sia successo, a vote mi capita di estraniarmi dal mondo, di avere delle visioni, robe del genere, e non mi rendo conto di ciò che ho davanti agli occhi- -Va bene- Si prende qualche secondo di tempo per soffiarsi il naso, tossire e chiudere il pacchetto dei fazzoletti, per poi tornare al discorso con me. -Ti ho chiamato perché oggi andiamo tutti al funerale di Tom e Andy, ovviamente se non te…- -No no, andrò anche se non sto affatto bene. Sono a pezzi ma ci sarò- -Verrà anche lui- Inizio a star male, quasi come ogni notte e come il giorno precedente, quando Tom ed Andy si sono fatti saltare in aria le cervella davanti a noi e di fronte al divertimento di quel mostro. -Dan sei li? Non devi star cosi male, sappiamo molto bene che tutto questo ti fa soffrire, forse fra tutti noi sei quello che maggiormente soffre nel sentire le parole di Hans ma ti prego non prenderla troppo sul personale, lui ci tratta tutti di merda- -Non è solo questo il problema, è un casino, credimi. Prima tutte quelle lettere di Frank, poi dover fare un lavoro che non mi appartiene, forse dovrei essere felice nel sapere che avrò la coscienza sporca? Non dormo più come un tempo, sento che la mia vita sta prendendo una brutta piega. Sapevi che non riesco più a guardarmi allo specchio?- -Non dovresti odiarti,non te lo meriti, tu non hai fatto niente- Sbatto forte il pugno contro il tavolino, non riesco più a controllare le mie emozioni e sento che questa situazione prima o poi mi travolgerà come una marea. -Io non ho fatto niente, è proprio questo il problema! Tu non eri lì quando ho perso Frank, non ho fatto altro che stare in piedi con le mani che tenevano strette la recinzione, aspettando che lo portassero via da me, via dalle persone che per tutti quei mesi gli erano state vicino, l’ho accompagnato verso la sua morte!- Daniel basta, ora smettila! Se continuerai a torturarti in questo modo alora sì che lo porterai alla morte. Non capisci che lui vive in te? Ti guarda, ti ha aiutato a diventare l’uomo forte e coraggioso che sei diventato. Non puoi incolparti per qualcosa che non hai mai fatto.- Non so che dire e rimango in completo silenzio. Michael mi conosce molto bene, da ben quindici anni e sa perfettamente quando sono sul punto di crollare. Mi è sempre stato accanto nei momenti più duri, come nemmeno certi fratelli sanno fare. C’è stato quando mi chiudevo nelle mia stanza quasi tutto il giorno e non toccavo cibo a causa della mia forte depressione. Non mi ha lasciato mai solo in quegli interminabili mesi in cui non facevo altro che chiudermi nel mio dolore, al buio di una camera in cui le finestre non venivano mai aperte. Stavo con gli occhi chiusi e nella mia testa, ad intervalli di quindici secondi, si accavallavano milioni di immagini che rischiavano di farmi perdere la ragione. Vedevo il volto di Helen sciupato, con gli occhi rossi e colmi di lacrime e dolore, la vedevo mentre era paralizzata in quel letto d’ospedale, con le braccia che stringevano forte le ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto. Ricordo il comodino pieno di dolci e di fiori per tirarle su’ il morale, rimembro tutto come se fossero passati soli due mesi e non diversi anni e spesso capisco di odiare me stesso anche per questo motivo: ricordo troppo e non posso farci niente, e tutto ciò mi fa soffrire più di quanto non soffrano gli altri. Ricordo i colori delle tendine da cui a malapena riusciva a filtrare la luce del sole, quel sole che delicatamente poggiava i suoi raggi sul viso della mia bella, mentre le tenevo le mani ben strette tra le mie prendendomi cura di quel corpo fragile, smunto ed ossuto, il corpo di una donna che ormai non era più lei. Guardarla in quel letto d’ospedale era come vedere un mostro steso in una fredda barella d’acciaio all’obitorio. -Dan, ci sei?- Michael mi chiama una, due, tre volte, e solo allora lo sento veramente, come una voce fantasma estranea e lontana chissà quanti chilometri da me. Non voglio che si preoccupi troppo per me come quando avevamo quindici anni e spesso si accollava ogni mio piccolo problema pur di non farmi sgridare da mio padre che non era per niente simile al suo. Ma una volta che si cresce, bisogna sapersi prendere le proprie responsabilità e restituire ai propri amici il tempo che gli si è fatto perdere durante l’infanzia o l’adolescenza, maturando nonostante la sofferenza che portiamo dietro, giorno dopo giorno. –Si Michael, sono qui, non preoccuparti. Stavo solo pensando a delle cose, troppe vicissitudini del passato. Sai come sono fatto, è da quando ero solo un bambino che non faccio altro che avere flashback improvvisi che mi distraggono dalla realtà, sei il solo che mi abbia mai capito veramente e l’unico con cui ne abbia sempre parlato. Forse non ti ho mai ringraziato come avrei dovuto e beh, io lo faccio ora. Sei un amico sincero, un fratello, non voglio mai deluderti o pressarti con le mie problematiche. Michael è un uomo di quasi cinquant’anni eppure, nonostante sia il maggiore fra noi due, è molto più sentimentale di me e sotto certi aspetti spesso si comporta proprio come un bambino. Ricordo quando da ragazzi capitava di trascorrere i sabati pomeriggio al cinema ognuno con la propria fidanzatina e mentre io sceglievo un fil d’azione, fregandomene totalmente della noia mortale provocata alla mia Marie, lui lasciava scegliere sempre a Lucy, per poi piangere assieme a lei davanti all’ultimo film romantico appena uscito nelle sale. A distanza di quasi vent’anni mi rendo conto, con piacere, che il mio migliore amico non è cambiato affatto e mi compiaccio di questo, perché è veramente raro trovare una persona che nonostante l’età adulta conservi un cuore da fanciullo. Credo che questo sia uno dei tanti segreti per una vera amicizia e sicura felicità. - Beh che cosa… che cosa potrei dirti- - Rido e finalmente anche lui ride insieme a me e mi sento un bambino anche io. - Guarda, non devi dire niente, tu piuttosto come stai?- - Rimane un secondo in silenzio, forse non si aspettava questa domanda oppure non vuole parlare delle sue cose personali, comunque lo sento sospirare e poi rispondermi trattenendo le lacrime. - La vita va avanti. Ho incontrato un mio amico dei tempi dell’università proprio stamattina in libreria e sai cosa mi ha detto?- - Si mette a ridere e questo mi spaventa, perché non è la risata di una persona felice, è il classico atteggiamento di qualcuno che sta attraversando una crisi nervosa e nasconde tutto il dolore dietro falsi sorrisi. - Fingo di non rendermi conto del suo disagio e mi comporto nella maniera più normale possibile. - -Cosa ti ha detto?- - Ride ancora più forte. - -Che suo padre non è il vero padre e sua madre non camperà ancora a lungo- - Non so proprio cosa dire, non riesco a far altro che cadere in un’imbarazzante mutismo e mordermi le labbra fino a farle sanguinare, senza sentire alcun dolore. - -Mi dispiace moltissimo per lui- - -Anche a me, ma sai cosa ho capito? Che il destino si prende gioco di noi, cattura le nostre anime come se fossero delle pedine e le muove a suo piacimento, non certo per farci un piacere ma per rattristarci. Però ho capito anche un’altra cosa, che niente capita per caso, e questo mi fa sentire vivo, per davvero- - -Hai ragione. Comunque non ho molto tempo ora, ho dato uno sguardo all’orologio ed è quasi ora di pranzo, non ho niente in frigo e credo che farei meglio ad avvicinarmi al market più vicino, a meno che non voglia mangiare le mie stesse dita oggi- - -Non ci ho mai provato, altrimenti te le avrei già consigliate! Ahhhhahah so bene che non sei proprio il massimo in cucina- - -Assolutamente no, una frana direi- - -Dan, c’è un’altra cosa che volevo dirti- - Sapevo che me l’avrebbe detto, non è nelle nostre abitudini chiudere le conversazioni in allegria. Sicuramente c’è dell’altro e non far sentir meglio. - -Che cosa?- - -Ieri, ecco, quando Hans ti ha parlato in quel modo, era come guardare nelle pupille di un morto e credimi, mi ha fatto tremare di paura- - -Sai cosa ha veramente spaventato me invece? L’indifferenza di quel porco schifoso di Hans, la sua faccia sorridente e beata e quelle mani luride, grassocce che tamburellavano sulla scrivania. Come ha potuto? Sono morti due uomini in poche ore e lui ne era perfino contento.- - -è inutile agitarsi, Dan, non pensarci troppo. Il problema è un altro, che quegli uomini non sono morti, si sono uccisi e credimi non è stata una passeggiata vederli morire così davanti ai miei occhi e a quelli di tutti gli altri,scioccati ed esterrefatti. Tutto quel sangue, le foto di quei poveri innocenti sulla scrivania… Dan, noi siamo uomini forti! Per questo ti chiedo di non soffrire più così tanto, noi non siamo morti di fronte a quelle immagini! Siamo qui e nessuno si prenderà mai le nostre vite!- - Certo siamo qui, ma non è giusto quello che dici… io mi sento in colpa come sempre. Non ero lì con voi, io ero con mio figlio e con Frank capisci? Il passato mi sta strappando tutto, la mia vita, il mio presente, quel briciolo di felicità che mi era rimasto. Ho visto solo i corpi ed il sangue sulle foto, poi per il resto non posso aggiungere granché - Rivolgo l’attenzione all’esterno della casa, nel sole che si fa sempre più alto e mi fa capire che sicuramente è quasi mezzogiorno. Un uccellino grasso e dalle zampe minute si avvicina alla mia finestra, forse in cerca di qualche briciolo di pane. Non è l’unico ad avere fame. Decido di chiudere la telefonata prima che si faccia veramente tardi e in un attimo il piccolo usignolo sparisce dalla mia vista, diretto forse in qualche altra abitazione. -Scusa Michael, ma ora devo proprio fuggire via, non ti ho fatto nemmeno rispondere lo so, ma avremo il tempo per parlarne credimi, a proposito ti chiedo solo un’ultima cosa. A che ora sono i funerali?- -Alle quattro in punto. Ci vediamo vicino alla chiesa, vicino al bar di Hernest, a dopo e buon pranzo…. E riguardati, amico mio caro- -Lo farò, grazie e a più tardi- Mi guardo intorno e per la prima volta dopo tanti anni mi rendo conto di sentirmi davvero solo in una casa troppo vuota. Prendo il cappotto, la sciarpa bianca che mi aveva regalato mia madre qualche mese prima della sua partenza per la Francia ed esco di casa. L’aria gelida ed il caldo sole sulla fronte mi provocano un brivido incredibile lungo tutta la schiena, eppure so benissimo che tutto questo non è dovuto solo alla temperatura esterna. In questo incredibile ossimoro grottesco mi butto a capofitto nella triste realtà odierna, denunciando il mio povero cuore che ama troppo. CAPITOLO DIECI La campanella sulla mia testa produce il suo delizioso suono metallico e attira l’attenzione del signor Greg, come al solito chino sulle sue parole crociate. Poggia la penna risucchiata per metà e mi fa un cenno sorridendomi. Non ho molta voglia di parlare, per cui saluto educatamente e mi dirigo a passo svelto verso il bancone dei surgelati, dove trovo sempre qualcosa di delizioso da preparare in cinque minuti. In momenti come questi mi rendo conto di quanto sia diversa la vita di un uomo quando condivide la casa con una donna e quando invece rimane da solo per parecchio tempo. Se qualcuno ora venisse a farmi visita troverebbe calzini e mutande sparsi ovunque per la casa, stoviglie da lavare e ferme lì chissà da quanti giorni, per non parlare delle confezioni di pop-corn e di patatine che devo schivare ogni volta che decido di guardare la tv. Noi uomini siamo così diversi dalle donne, ed è anche per questo motivo che ora sto guardando delle confezioni di pasta surgelata e non mi sono concentrato su un pacco di spaghetti da buttare nella pentola e da mangiare con un ottimo sugo. Dopo un po’ di indecisione compro quella che costa meno e mi avvio verso la cassa, dove il signor Greg ha pensato bene di piazzare una sorta di macchinetta in cui basta premere un pulsante per avere tutte le caramelle e le gomme che si desiderano- Questa cosa riesce a strapparmi un sorriso, forse l’unico davvero sincero negli ultimi due mesi, e mi sento un po’ strano, come se non dovessi rallegrarmi di nulla. Maledetti sensi di colpa che ti inseguono ovunque, persino nei market vicino casa. Il volto del signor Greg è più o meno quello di sempre, solcato da qualche ruga agli angola della bocca e vicino agli occhi e la sua abbronzatura lo rende molto simpatico. Non so perché, forse è proprio quella sua aria da turista disperso in un piccolo paesino, ma mi rende felice e nel guardarlo attentamente mi rendo conto di quanto sia buffo, proprio come un clown che diverte i bambini più piccoli al circo. -Signor Wennel, era un po’ che non ci vedevamo- mi dice, grattandosi la testa con la punta della penna e sbadigliando. -è vero, non passo più molto tempo in giro coem quando ero ragazzo, però oggi ho voluto trasgredire la regola- Ride e passa il prodotto che ho scelto sul bancone, emettendo quel bip che tanto odiavo da bambino e che mi ricordava un suono che spesso avevo sentito all’ospedale quando attendevo il mio turno abbracciato alla mamma e con il cuore in gola. -Sono due euro e cinquanta. Oggi mangia tardi? Certo, un uomo che vive da sol…- Abbassa la testa e nonostante il suo colore naturale sia una sorta di marrone chiaro vedo chiaramente le sue guance dipingersi di rosse, come due fragole mature. -Non fa’ niente, d’altronde come si può pretendere che i propri fattacci rimangano un segreto quando si vive da soldati?- Abbozza un leggero sorriso e sposta lo sguardo sullo scaffale vuoto. Poveretto, non da proprio dove guardare. -Non è che mi darebbe una busta?- -O certo mi scusi, forse oggi non è proprio giornata- Gli sorrido giusto per non farlo rimanere troppo male ma non appena mi rendo conto che non può vedermi ridivento serio e apatico. Voglio tornare a casa, ora. Mi da’ una piccola busta di carta dicendomi che le altre le ha terminate e butto la confezione dentro, salutando e sbattendo forte la porta. -Dio che pazienza- Lo dico a voce alta e vedo che una signora bionda di circa sessant’anni, che sicuramente mi ha sentito, sorride mentre nasconde bene le mani sotto le maniche del pesante cappotto che indosso. Fa’ molto freddo e nonostante il termometro segni due gradi a me sembra di vivre al polo sud. Mi copro come posso con la mia sciarpa e attraverso di corsa la strada, per paura di dover attendere dieci minuti fermo come un ghiacciolo davanti al semaforo rosso. Finalmente si torna a casa. In questi ultimi mesi, soprattutto dopo aver ricevuto la telefonato di Michael e aver avuto le lettere di Frank, non ho molta voglia di uscire di casa e quando lo faccio non guardo mai nessuno in faccia, tendo a nascondermi come fanno gli struzzi che infilano la testa sotto terra. Credo che il mio sia un atteggiamento piuttosto normale nella mia situazione ma non lo è per chi mi sta accanto e sento di essermi lentamente e inconsciamente isolato a causa dei miei pensieri. Un uomo che pensa troppo non è forse già di per sé un uomo troppo solo? La mia casa non parla, è muta come una statua dimenticata in un museo antico dove nessuno andrà mai ad ammirarla o desiderare la sua copia. Butto il cappotto sul divano e guardo verso l’orologio a muro. È tardi, accidenti! Apparecchio velocemente e accendo, sintonizzandomi su un canale a caso, forse il quattro, e sento una musica dolce che conosco benissimo. Il Tg delle 14 e 30. Le notizie sono le stesse di ogni giorno, in primo piano la politica, qualche nuova legge che attende di essere approvata e in seguito qualche servizio di cronaca, due ragazzi sono morti dopo una lunga malattia a soli ventisei e ventotto anni e una signora di ottanta è caduta dal decimo piano. Mi vengono i brividi solo a pensarci, come se essere bellissima e allo stesso tremenda la vita! Nel frattempo la pasta è già pronta e con un mestolo trovato per caso nell’ultimo cassetto la rigiro un poco in modo da darle più sapore e amalgamare bene il condimento. Non aspettavo altro che questo momenti di beatitudine con il mio pranzo, la tv accesa e una bottiglia di buon vino rosso. Mi sembra quasi di aver ritrovato un po’ d’equilibrio e la casa non mi appare così tanto silenziosa e desolata. All’improvviso, proprio mentre avvicino la forchetta alla bocca soffiandoci sopra perché scotta, alla tv iniziano a trasmettere un servizio dove scorrono delle immagini molto strane e spaventose. In un secondo solo il cuore inizia a battermi velocemente, per poi perdere colpi e quasi fermarsi. Alzo il volume e sento la giornalista che parla di due suicidi avvenuti il giorno prima nell’ufficio del signor Hans Werder. Vedo degli uomini che giacciono per terra, con gli occhi spalancati e fissi sul muro bianco di fronte a loro, solo che non sono uomini come tanti altri, no, quelli sono i miei amici e solo ora mi rendo conto che non li rivedrò mai più. Adesso capisco veramente che cosa è successo ieri in quell’ufficio mentre io ero lontano mille miglia da quel luogo, perso nei miei pensieri. La ragazza mora che presenta il telegiornale continua a parlare mentre altre immagini scorrono al rallentatore, foto in cui si vedono altri uomini, stavolta vivi, che guardano altrove con delle espressioni che gelerebbero il sangue anche ai più duri di cuore. Io sono proprio uno di quegli uomini, soo che vedere la realtà davanti ad uno schermo è tutt’altra cos e non posso continuare a fare finta di nulla, non posso ingoiare più nemmeno un piccolo morso e non voglio nemmeno guardare la tv. Le lacrime mi scivolano lungo le guance finendo a terra e inzuppano uno dei cuscini con le rose disegnate sopra, lo stesso che usavo quando vivevo assieme ad Helen. Non ho mai pensato di cambiare quei cuscini, e in questo momento mi viene una gran voglia di buttarli e strapparli via, lanciarli in un luogo dimenticato da Dio. Dieci minuti fa mi sembrava che il mondo stesse iniziando a sorridermi o perlomeno non ce l’avesse con me, ma ora sento tutto il suo peso enorme cadermi addosso e schiacciarmi come se fossi una formica. Guardare quelle immagini mi ha fatto sentire nell’ufficio di Hans, di fronte a quel mostro che ride davanti a dei corpi privi di vita e ad un disastro che vedrà milioni di poveri innocenti trattati come se fossero belve disumane. Mi alzo di scatto, violentemente, e per un attimo vedo tutta la stanza girarmi attorno, la tv non è più al suo posto accanto alla credenza ma si trova accanto al frigo e quando cerco di avanzare di qualche passo sono costretto a reggermi a qualunque appoggio finendo per buttarmi di peso sul divano bianco. Non oso aprire gli occhi per una seconda volta, li tengo ben stretti per non dover vedere la camera sottosopra o la televisione da tutta’altra parte rispetto a dove l’ho posizionata io. Non voglio vedere, eppure le immagini arrivano da sole, nel buio ipnotico della mia mente. Prima vedo un campo desolato e bianco, c’è neve ovunque ed è bellissima mentre scende silenziosa e si posa sul terreno fangoso, assomigliando ad una sposa che lascia scivolar via il suo lungo velo. Non c’è nessuno con me ma sento delle voci in lontananza, seguite dalle grida disumane di alcune donne e poi degli spari. Sono sicuro siano dei fucili che hanno appena mietuto giovani vittime. L’impulso è quello di correre, scappare il più lontano possibile da quel posto che sa di morte ma i miei piedi sono fissi nel terreno, come se dei grossi paletti stessero bloccando i miei movimenti. Guardo in basso verso le caviglie e non riesco a credere a ciò che vedo. Due bambini, molto simili tra loro se fosse per il loro abbigliamento differente, mi stringono forte aggrappandosi alle mie gambe. Non li riconosco subito perché i loro visi sono nascosto ma quando mi inchino per rivelare la loro identità spostando grosse ciocche di capelli, mi manca quasi l’aria. Frank mi sorride mentre tiene per mano Gregory, quello che sarebbe dovuto essere il mio amato figliuolo. Lo posso dire con certezza perché è identico a me e ha lo stesso dolci di Hellen, lo stesso che mi fece innamorare perdutamente di lei. I due bambini si guardano e ridono, nonostante siano molto tristi. Poi, il più grande Frank, si alza e nonostante mi abbia liberato dalla sua stretta mi rendo conto di non potermi muovere e capisco subito il perché: mio figlio non vuole lasciarmi andare mi stritola come se fosse un serpente pericoloso e inizia a piangere pregandomi di non abbandonarlo, di non andare via un’altra volta. Frank mi da’ la sua mano e mi parla accennando un dolce sorriso. -Non avere paura, Daniel, non vogliamo spaventarti, però devi fare delle cose per noi, solo tu sei in grado di fermare tutto questo dolore e tutto quello che sta per accadere, ricordi questo posto? Ricordi come scendeva la neve, come fuggivamo mentre i nazisti ci seguivano minacciando che se avessimo fatto un altro passo ci avrebbero sparato senza pensarci due volte! Eppure, nonostante tutto, nonostante la paura che provavamo entrambi, non mi ha mai lasciato solo, hai sempre cercato di difendermi e proteggermi in qualunque modo o circostanza. I bambini morivano davanti ai nostri occhi eppure non ci siamo mai fermati e quante volte, con il cuore che ci scoppiava nel petto e il fiato corto, abbiamo continuato a correre tra la neve e il freddo che trasformava i nostri visi in ghiaccioli, mentre i carri armati ci seguivano setacciando tutta la zona. Hai fatto di tutto per salvarmi e anche se alla fine non ci sei riuscito, ti sarò sempre grato per la tua bontà- Non riesco a rispondergli, sono cosciente eppure non riesco a distinguere il sogno dalla realtà, sono paralizzato ed è come se la mia lingua si sia immobilizzata o anestetizzata. È una sensazione che non avevo mai provato prima e mi fa molta paura anche perché mi è impossibile spalancare gli occhi, che sono bloccati da una sorta di energia mille volte più forte di tutto il mio corpo. Riesco a vedere i bambini e il campo di concentramento di fronte a me, solo tramite l’immaginazione e il buio assoluti. Credo sia una sorta di trance, è un po’ come aver oltrepassato la linea sottilissima di demarcazione che separa il nostro mondo con quello dei morti, immergendoci completamente. Greg mi guarda con insistenza, come se in me trovasse qualcosa di assolutamente divertente o curioso e poi mi sorride, nonostante i suoi occhi rivelino un animo molto triste e spaventato. Si alza e finalmente sento le mie gambe libere da quell’enorme peso, posso agitarle e il sangue riprende a scorrere normalmente. Qualcuno mi stringe il braccio e istintivamente mi ritraggo, come se mi avesse sfiorato un fantasma. Mi volto verso il bambino e vedo la sua mano che presa su di me, bloccandomi ancora. Lui accenna un lieve sorriso mentre Frank guarda da un’altra parte, verso il cancello che si separa dal lager, come se avesse deciso di lasciarci soli per un po’. Ora se c’è qualcuno che si sente come un fantasma quello sono io, nonostante sia l’unico vivo dei tre. Quello che sarebbe potuto essere mio figlio mi stringe sempre più forte ma nonostante mi faccia male, so che non è cattivo, so che sta cercando di avere un contatto con me. - Tu sei mio padre, ti avrei voluto bene, sai?- Sento che le sue parole sono sincere, che provengono dal centro del suo cuore, e questo mi rende felice e triste allo stesso tempo. Ho paura di rispondergli perché temo che possa andare via o svanire da un momento all’altro, quindi mi limito a fissarlo in quegli occhi che conosco molto bene, e speso possa capire il mio silenzio. Mi prende una mano e la bacia dolcemente tenendo gli occhi chiusi. È così dolce e fragile, come un piccolo cerbiatto. -Non sono arrabbiato con me e nemmeno con la mamma, so quanto mi avreste amato. Anche se non vi ho potuti conoscere o stringere forte. Qui con me c’è sempre Frank, giochiamo a rincorrerci nel grande prato verde con tutti i fiori colorati che profumano l’aria delicata. È un bel posto sai? Non ci manda via nessuno e non esistono uomini cattivi. Possiamo volerci tutti bene e non ci sono fucili o persone che urlano spaventate. È il posto più bello del mondo, non è vero Frank?- Lui si gira a guardarlo e sono felice di vedere che nei suoi occhi non appare alcuno velo di tristezza e finalmente sono sicuro che stia davvero bene in quel magico luogo di cui mi ha parlato Greg. -Si, è il posto più bello che io abbia mai visto, ci sono tanti bambini che giocano con degli animali molto graziosi, cani, gatti, tanti insetti colorati, ci sono anche le coccinelle che corrono tra le foglie- Ride e in quell’attimo sento che il sogno o la realtà in cui so fluttuano, diventano sempre più profondi e intensi, pieni di emozioni e flashback. Rivedo me stesso mentre lo aiuto a proteggersi dagli attacchi dei soldati tedeschi e lo prego affinché non faccia alcun rumore, tappandogli la bocca premendo sopra il palmo della mano soffocando le sue risate. Riusciva a trovare sempre qualcosa su cui ridere, anche nei momenti più difficili, e non ho mai capito dove trovasse questa forza d’animo, come facesse a divertirsi nonostante tutto quello che passava ogni giorno nel campo. Quel giorno, tra i suoi capelli si era infilato un piccolo ragno e lui trovava questo fatto molto divertente, sia per la situazione e sia perché le zampe, poggiando sulla cute, gli facevano solletico. Se non ci fossi stato io in quel momento, credo fermamente che lo avrebbero preso e fucilato senza chiedergli spiegazioni. Lui era fatto così, amava fare ciò che lo avrebbe potuto mettere in pericolo e questo ai miei occhi lo rendeva un bambino coraggioso e straordinario. Non dice niente ora, guarda la neve mentre scende con una lentezza incredibile e si mischia con il fango che gli ha sporcato le scarpe e l’abito. Sento di volergli un gran bene, allo stesso modo di trent’anni fa’, come quando eravamo solo due bambini e sento di volerlo abbracciare forte come facevo spesso nel lager e nel giorni in cui riuscivamo a vederci di nascosto a casa mia. Ma qualcosa mi trattiene, non credo sia la paura di un suo rifiuto, credo sia la consapevolezza che il passato ha questo nome per un motivo valido, perché le cose prima o poi passano, scivolano via come le stagioni che velocemente si susseguono l’una all’altra e i ricordi di ciascuna, comprese le emozioni stesse, non torneranno mai ad essere quelle di una volta. Devo lasciare ai morti la consapevolezza che essi non vivono più, non posso mischiare la vita con la morte, sarebbe troppo rischioso. Pian piano mentre mi tendono la mano in un gesto di incredibile dolcezza, i loro volti si fanno sempre meno nitidi, diventano evanescenti, aria e neve gelida. Ora, so di essere di nuovo nel mondo dei vivi, ma prima di riemergere completamente dal profondo del mio stato ipnotico, vedo i due bambini indicarmi una stradina deserta dove sono posizionati dei grossi ciottoli e delle erbacce secche. Non vi è alcuna indicazione, non un segnale o un cartello qualunque, si vede solo una luce intensa, quasi celestiale, che conduce in un posto che si trova nella nostra coscienza e a cui è giusto che accedano solo poche persone, quelle che amano davvero. Mi prendono per mano e mi sorridono mentre mi accompagnano nel mio ultimo viaggio, quello che mi condurrà a casa, lontano dal loro mondo incantato. Sento un nodo in gola al solo pensiero di doverli lasciare e capisco che Frank ha avvertito il mio stato d’animo perché mi si fa’ vicino e mi dice qualcosa all’orecchio. -Non saremo mai troppo distanti per non rincontrarci di nuovo. Nevicherà presto e io sarò là con Gregory- Mio figlio sorride e mi asciuga le lacrime accarezzando dolcemente le mie guance arrossate dal freddo. Il suo tocco è quasi impercettibile, come se al mio fianco ci sia una piuma leggera che mi accarezza teneramente. -Ti vorrò sempre bene, ricordalo. E quando vedrai la mamma dille che la proteggo sempre dal mio mondo, dalle sapere che nonostante lei non mi possa vedere, io sono sempre accanto a lei. Addio, per ora. Li vedo svanire, entrambi allo stesso modo, mentre mi tengono per mano stando uno alla mia sinistra e Frank al mio lato destro, percorrendo assieme il lungo viale di ciottoli e sterpaglie, quello che ci separerà e mi porterà a casa. Arriviamo nel punto in cui la luce si fa’ sempre più intensa, ormai è accecante e sono quasi costretto a tapparmi gli occhi per paura di non riuscire più a vedere, ma i due bambini mi sorridono e cercano di tranquillizzarmi con il loro modo gentile affabile. Frank mi guarda per l’ultima volta mentre svanisce davanti ai miei occhi e ciò che mi rimane impresso nella mente è il suo pigiama a righe, lo stesso di trent’anni prima. Anche Greg sparisce dalla mia vista, lasciando dietro di sé una scia di freddo e neve, come un fantasma nella nebbia. Ora sono solo, con la consapevolezza che nel mio lungo cammino ho ritrovato un caro amico e quello che è sempre stato mio figlio. Non so dire se ciò che ho visto è stata la pura realtà o se ho avuto delle allucinazioni incomprensibili, ma di una cosa sono certo e niente potrà farmi cambiare idea, che quando amiamo veramente qualcosa o qualcuno dal più profondo del cuore, essi non ci abbandonano mai e il tempo e la distanza non impediscono loro di venirci a trovare. La luce si spegne e mi ritrovo nella mia stanza, in quella stessa camera soleggiata che on ho mai abbandonato. Mi gira la testa e non riesco ad aprire gli occhi, non faccio altro che pensare ai due bambini e per un attimo mi torna alla mente mia moglie. È assurdo, anche perché sono passati più di tre anni dall’ultima volta che l’ho vista, lei ormai avrà un’altra vita e non sta più in Germani, eppure in questo momento è come se fosse qua vicino a me e anche se mi è difficile ammetterlo mi manca come se non ci fossimo mai allontanati. Un dolore alla testa, fortissimo, mi costringe a premere forte le tempie e a massaggiarle senza risultato alcuno. Riesco a malapena ad aprire gli occhi e ciò che vedo mi spaventa come quando da piccolo credevo di vedere un fantasma tra le tende bianche del salone, solo che ora è un corpo vero, fatto di carne e ossa. Hans Wennel è di fronte a me, con un fucile tra le mani. Vedo la stanza girarmi attorno, proprio come mi è successo quando ho incontrato i bambini, solo che non c’è nessuna luce e la neve non inizia a scendere candidamente. Ora è il buio. Capitolo undici Le mani di un bambino sono sempre candide, sento quelle del mio piccolo amico tra le mie. Mi prende l’istinto di volergli stringere il corpicino tenero, di abbracciarlo a me, ma allo stesso tempo esso è evanescente e puro -Papà- mi dice, - sono il tuo piccolo figlio- devi smetterla con il tuo lavoro, la mamma non sarebbe d’accordo- Mi vien voglia di piangere, sento le lacrime che fanno capolino dai miei occhi già umidi. -Va bene figliuolo, non accetterò quell’incarico. Parlerò con Hans- -Hans è morto, padre. È andato all’inferno assieme a Hitler, me l’ha detto la Madonnina. Te lo ricordi il tuo amico? Quella frase… Babbo è Gesù, la Madonna è mamma e il diavolo non c’è più?- -Si, me la ricordo bene- Mi prende le mani, è in una nuvola di vapore, sento le sue dita fredde di morte, e ne rimango quasi suggestionato. -Quella frase significa solo una cosa, devi seguire me e il tuo amico- Mi prende quasi un colpo. Mi dirigo verso la luce, quella che nessuno vede quando è in vita, riesco quasi a sentirne la fragranza. Sono i fiori del paradiso. La Madonna è davanti a me, candida in tutta la sua meravigliosa luce. Accanto a lei c’è il mio piccolo amico con il pigiama a righe, e un fuoco che sale, luminoso. -Quello è l’inferno, Daniel, dove è finito Hans. Tu sei libero perché sei un uomo sincero. Solo, non dovrai accettare l’incarico. Milioni di ebrei sono morti a causa dell’Olocausto, è un orrore, ed io la Madonna assieme a Gesù, mio figlio, siamo atterriti dal dolore. Ora verrai con noi, per sempre- Il cielo si fa’ sempre più scuro, vedo angeli ovunque. Mi prendono per le spalle e mi portano in un posto luminoso, accanto a mio figlio e al mio migliore amico. -Ciao Dan, ti ricordi quella volta a casa tua quando mi insegnasti a fare il bagnetto?- Ride e la sua risata ha un gusto quasi metallico. -Certo che me lo ricordo- gli dico, e mi sorprendo di me stesso nel sentire la mia voce che non trema affatto. Gli angeli mi fanno fare un salto, vedo Hans tra le fiamme dell’inferno, mentre grida e si dibatte tra i denti dei demoni che lo fanno a pezzi. Ogni ebreo che ha ucciso è ogni piccolo dolore al cuore. Deve pagare per ogni uccisione. Per l’eternità. -Ora noi godremo delle grazie divine per sempre, e la mamma quando sarà pronta ci seguirà. Non sei contento?- Mio figlio mi da’ un leggero bacio sulla guancia fresca di barba e io sorrido, contento e appagato. La Madonna ci sorride, e in mano tiene un rosario. Lo stesso che aggrappa anche il mio migliore amico. -Noi qua recitiamo sempre il rosario, perché voi che siete sulla terra non sapete quanto dolore ci sia nel cuore della nostra cara mamma- La Madonna gli porge un piccolo fiore, una rosa matura, e lui la odora, evidentemente deliziato. -Fate benissimo, posso aggiungermi a voi?- Recitiamo tutti il rosario, i misteri gaudiosi, e poi ce ne stiamo in silenzio, a contemplare l’aria del Paradiso. Non so se sia un sogno, o se sia la mia nuova realtà, ma mi piace. Vedo il mio migliore amico mentre gioca con mio figlio, la Madonna che ride allegra e Gesù che indica il suo sacro cuore mentre gli angeli trovano pace solo nel vederci felici. Tutto questo è Paradiso e alla fine non credo che Dio sia poi così tanto crudele. -Papà vieni a giocare con noi?- Lo guardo, assieme al mio migliore amico. Sono unici e inseparabili. Tiro un calcio al pallone, e i fiori mi sorridono.
  8. Roberta canu

    Raccolta di poesie e pensieri: la vita

    Una raccolta di poesie, favole e pensieri. Gesù è amore Lui mi accompagna da sempre in questo lungo cammino che è la vita, in questa fantastica avventura che è iniziata per merito suo e che, grazie alla sua bontà, non finirà mai.♥ Grazie al suo sacro cuore possiamo rivederci nell'aldilà, dove non ci saranno bollette da pagare, dove le banche non ci umilieranno, dove i potenti non indeboliranno i più fragili, dove la cattiveria non esisterà MAI. Sarà un giorno eterno, un'infinita gioia indescrivibile a parole, ma gustosissima per occhi e tatto. Lui è amore, e chi non ama la vita, non ama nemmeno lui. Dov'è la pace? Voi vi chiedete dove sia lui, dove risieda e perché non blocchi i terroristi. Il fatto è che lui soffre molto più di noi, il fatto è che lui vuole salvarci tutti, ma chissà per quale strano motivo alla gente piace perdersi, anziché ritrovarsi. Lui è il paradiso, nel suo sguardo c'è pace e purezza, dunque perché rinnegarlo? Come disse Sant'Agostino: 'venite a Gesù, solo lui può darvi quella gioia di cui avete bisogno' Non cercate gioia nel denaro o nel sesso, poiché tutto viene ma tutto poi va', invece l'amore di Gesù è eterno, e noi abbiamo bisogno di qualcosa che duri nel tempo, non che si consumi come una casa in rovina. L'unico re che conosca è lui, e il suo regno è un enorme cerchio di gioie e delizie, sulle nuvole. Solo gli stolti vogliono stare con i piedi per terra anziché perdersi fra gli sconfinati tesori del cielo. Poesia: Violaceo: I fiori sono sporchi di ombretto dalle tonalità chiare, il solletico sugli occhi che appena si schiudono e ringraziano l'aurora è dolce come il sole che bacia gli amanti freschi di gioie primitive e coroncine di misericordia. L'allodola sveglia gli innamorati con gote violacee di sonno e vino, ebbri di un amore vano ma sempiterno sia nei cuori che nelle loro lapidi. Violaceo come stato d'animo che non preoccupa ma rassicura passo dopo passo, gradino dopo gradino, ridiscendendo la perpetua stradina rosa che conduce al padre arcobaleno. Il fiore sporco si sistema fra i rami colorati come variopinti uccelli tropicali, ridiventando un'unica anima sola con il creato. Poesia: Velenifero fiore: è un fiore verdastro, velenoso, che però non ha colore. Il profumo insiste nel provocare, ma la sua anima, dolce come il suo miele desiste e non si lascia mica provocare. Il paesaggio di fronte è super bucolico e in linea con le leggi del cielo astrale. Un pittore pensa di dipingere se stesso, riguardando il suo amato fiore. Sboccia l'amaro amore di cui egli si nutre, sorridendo nonostante l'alto tasso di tossicità nel sangue. Lo stelo stride e i petali si incrinano, ma la polvere sugli occhi velati di rosso è la stessa che lo ha costretto a dipingere quel maledetto velenifero fiore. Poesia: Poetetica Mi cibo di parole che attraversano l'oceano, e filtrano dai raggi del mio universo amaro ma colorato. Arcobaleno fra simili, pioggia fra dissimili. Poetetica per amanti dissoluti, per ragazzi abbandonati o ininterrotti. Infinito terrore di perder le parole perfette per me, per noi, per voi. Poetetica adatta solo agli eletti, ad adattarsi a chi non ama mai o a chi si corromper per un dieci in fronte. Poetetica ad alti e bassi, senza dolciumi o grassi o fritti. Poesia carnevalesca di chiacchiere amare, poetiche nostalgie di chiese abbandonate in crisi d'identità. Poesia: Indissolubile Non vai via fra le onde del mare, rimani ancorata alla mia schiena liscia, come una conchiglia nuda. Indissolubile come un tronco d'amore fra gli alberi dei nostri ricordi più dorati e dolci. Quando facevamo l'amore, intrecciando fili d'erba fra le dita calde, tutto era ebbro di energia e vitalità, come un candelabro che sgocciola sul terreno e si incendia sul linoleum stanco e fragile. Indissolubili come un ritorno di penna, di fiamma, di ancoraggio d'amaranto perduto. La sedia del peccatore ci guarda invano, poiché noi siamo sempre stati invincibili e umili, specialmente umili nel nostro disastroso amore perfetto. Mani che non si intrecciano più e dolori che mai più torneranno. Nessuno vive per davvero, e tu lo sai bene, tu che senza di me non riesci nemmeno a contare le lenticchie, tu che perderesti pure le chiavi di casa senza il mio sorriso. Tu. Indissolubile come il sole che sale sul sale della terra. Poesia: Il conforto dopo la tristezza Sempre ci saranno delle braccia pronte ad accoglierti, pronte a stringerti con delicatezza, sempre ci saranno degli angeli pronti a sacrificarsi per te, in nome di quel sentimento che ha fatto nascere il mondo e lo ha salvato dall'incubo nel quale era finito. Sempre ci saranno farfalle che si libreranno in volo per accarezzarti i pensieri e deliziarti con le loro fiabe della buonanotte. Un falena che svolazza di notte nella tua camera, un passerotto che che cinguetta armoniosamente, un piccione che perde la sua ala bianca. Una chiesa antica quanto il mondo, amata da i preti sinceri e ottimisti. Il pranzo dei più poveri la mano santa di chi ti accompagna nel cammino della vita, un sussulto, un desiderio, la benedetta passione, l'innocenza e l'onnipotenza di Dio. Una preghiera dopo il temporale, per richiamare il sereno e commuoversi assieme all'arcobaleno, un susseguirsi di gioie infinite, come la scalata per il Paradiso. Poesia: Toffee Una caramella può davvero miagolare? Se si, sicuramente il suo dolce ron ron assomiglierà a quello di un felino che si getta a terra fra le gambe del padrone. Colori di sapori che annunciano amore e prudenza, come quasi a dire: guardate ma non toccate, altrimenti o graffio oppure vi regalo dieci chili di morbidezza in più. Toffee è armonia mancata, delicatezza che s'accende, con il ricordo lontano del mare. Getti un sasso in acqua, ma esso galleggia, ed emerge come un batuffolo da baciare. Ops, era un gatto zuccherato. Racconto: Insanity. Si era guardata attorno. Grigio Piombo. Poi aveva abbassato lo sguardo sulle dita colorate di celeste. Nonostante il dolore immenso che provava, era certa che gli altri avrebbero commentato solo la sua ultima moda scioccante. I medici la circondarono con domande fuori luogo. Un ricovero, i suoi genitori dall'altra parte della città, il Tavor, Il Minias per la notte, il nervosismo del ciclo che non arrivava puntualmente, saltava e poi ritorna con colori assurdi, debolucci. Si era coperta il volto smunto, si era vista tutta la sua vergogna. La vergogna del non aver fatto assolutamente nulla per meritare di essere lì. Era stata strattonata fino alle tre del mattino, dal padre che amava più di ogni altra cosa al mondo. Pensava a quando quella porta si sarebbe chiusa per cinque giorni. E dopo? Dopo il futuro incerto, dopo l'alba di un inizio dorato, rossastro di sangue mestruale. Ora tutto è a posto. Ansia color grigio piombo. Poesia: Tornerò. Tornerò dal sacro vento a ricordarti quanto eravamo belle assieme, e sincere. Tornerò dal sole cocente a ricordarti che ogni qualvolta la neve pungeva il tuo miracoloso viso, io ero là, a spalarla giù dal muro, pronta a difenderti perfino dalle brine e dai fiocchi posati sui nasi rossastri. Tornerò come il deja-vu che non avresti mai voluto dimenticare! Tornerò con l'incanto fiabesco di un dolce sorriso, e ti porterò via, nel paese della camomilla e dei dolci preconfezionati. Racconto: L'usignolo e la rosa Un piccolo usignolo appoggiò i suoi delicati pensieri su di un bocciolo di rosa isolato dal resto del roseto. Il bocciolo piangeva piccole lacrime di rugiada e, nel vederle, l'uccellino approfittò dell'occasione per abbeverarsene. -Ridi delle mie lacrime?- Il bocciolo parlò tra un singhiozzo e l'altro. -No, avevo solo molta sete- rispose l'usignolo, sinceramente dispiaciuto. La rosa si disperò senza tregua, allora l'uccellino le si fece più vicino e le appoggiò un'ala su di un petalo, il più vicino alle sue labbra. Non disperare, mia piccola! Perché vedrai che arriveranno giorni migliori e chi ora piange, un domani sarà il primo che riderà tutto il dì- Lei smise di lamentarsi e gli mostrò un sorriso allegro e sincero. -Oh che belle parole, mio caro amico! Vorrei tanto poter essere felice e leggera come te! Vorrei possedere un paio d'ali e volare in ogni parte del mondo! Dimmi, tu che vedi tutte le meraviglie dell'universo, che cosa hai imparato in questi anni?- L'uccellino spiegò le ali e sedendosi con tenerezza sulle proprie zampine, le raccontò ciò che il suo cuore vedeva. -Ho imparato che le persone non amano abbastanza, che spesso si arrabbiano senza motivo, che si aiutano a vicenda solo quando vi sono interessi economici e che grazie all'uomo il cielo sta perdendo il suo colore originale. Ho capito tante cose, piccola mia rosellina, ma non ho ancora inteso quale sia la tua grande preoccupazione- Lei spalancò gli occhi e arrossì lievemente, accendendosi di un magenta delicato e timido. -Il mio dolore, che copro gelosamente con i miei petali, nasce dalla mia solitudine. Quando ero piccina tutte le fanciulle dei palazzi che sorgono nelle vicinanze del mio giardino, sprecavano il loro prezioso tempo recidendo i miei adorati fratelli e sorelline, e lo facevano senza alcun ritegno o dolore. Mi hanno privata delle rose che amavo, lasciandomi sola a sbocciare in queste primavere così tristi e prive di colore. Le mie spine sono diventate la mia stessa tortura e non c'è giorno in cui non speri di rivedere i miei cari. Ahimè! Mi sento così sola in questo immenso giardino!- L'uccellino non seppe cosa dire, poi all'improvviso un lampo balenò nella sua piccola mente e sorrise come illuminato da una forte luce divina. -Ho trovato! Verrai con me, sulla mia schiena, così da poterti rallegrare ammirando le bellezze del mondo senza lasciarti intimidire o ingannare dalla piccolezza dei cuori umani. -Va bene- disse lei, con un sorriso da rosellina timida e pura. -Ti terrò ben stretta e ti proteggerò dal forte vento che spesso cerca di abbattere il mio corpicino- La rosa chinò il capo e si lasciò trasportare dal passerotto. Insieme sorvolarono monti, paesi, città, campagne, estati, inverni e guerre. Ad un tratto la rosa chiese:- Perché abbiamo visto delle cose così belle e delle altre invece così brutte?- E lui, senza scomporsi:- Perché questa è la vita, ci sono gioie e dolori, c' la vita e la morte, la pace e la guerra, l'amicizia e l'indifferenza. Così come noi! Io volo e tu no, eppure ora voliamo insieme. Le persone non sanno abbattere il muro delle differenze e preferiscono odiarsi e farsi del male- Lei sospirò tristemente, ma con un vago sentore di sollievo nella sua boccuccia di rosa. Dopo varie ore trascorse a sorvolare l'ultima città più vicina, si trovarono accanto ad una finestra aperta. Una piccola lucina rifletteva la sagoma di una fanciulla che dormiva sogni tranquilli. Al suo fianco, su di un comodino di legno di ciliegio, vi era un bellissimo vaso di rose rosse. -Mamma!- disse la rosellina, rotolando sul letto della ragazza. -Mammina- disse, abbracciando gli enormi petali della rosa color sangue, color vita. -Il mio lavoro è terminato, piccolina! Ti ho portato qualcosa che credevi di aver perso, ma ricordati che finché amerai davvero, non perderai mai niente! Addio amica mia, arrivederci!- e così dicendo saltellò via, cinguettando sonoramente. Arrivò il mattino pigro e accogliente. La fanciulla si ridestò con un dolce sorriso sul volto fresco di sonno e gioventù, e fu meravigliosamente grata a Dio nel vedere che accanto alle sue bellissime rose vi era un delicato bocciolo rosa. -Il mio sogno si è avverato!- gridò la ragazza, spalancando la finestra e ammirando la splendida giornata che l'attendeva. In lontananza, quasi sulla linea dell'orizzonte, un usignolo si librò velocemente in volo, felice di aver compiuto la sua missione. Saggio: Il problema della società odierna è l'allontanamento da ciò che è spirituale, trascendentale, mistico e sano. Con la parola 'sano' intendo tutto ciò che ci procura sollievo, che ci rassicura come una mamma fa' con il suo bambino, tutto ciò che ci da' un benessere fisico ma specialmente mentale. Ciò che è sano non ci spaventa, ci da' il coraggio di affrontare la vita con amore e sentimento. Il materialismo non aiuta. Il materialismo ci fa' credere che la vita vada vissuta con il denaro, che l'amore si compri, che il sesso sia la base di un rapporto solido, che l'amicizia tra una persona e l'altra si debba basare sugli interessi e non sulla fedeltà, sulla tenerezza e sul'aiuto reciproco. Nulla ci può far stare bene come l'amore di Dio. Lui ci insegna a rispettare la natura, a vivere appieno gioie e dolori, a rassicurare i più deboli, ad abbracciare i peccatori invitandoli all'ascolto della sua parola. Chi soffre verrà rincuorato, chi è buono godrà del regno di Gesù Cristo, chi si sente solo sarà circondato da anime buone che lo abbracceranno con amore e serenità. Perché l'uomo non si accorge di quanto la bontà sia importante, ma a Dio nulla sfugge! Il suo occhi vigile e attento scruta dentro di noi, conosce ogni minimo pensiero e proprio per questo è necessario condurre una vita improntata sulla moralità e sul rispetto, ma ancor di più sulla tolleranza e sull'amore verso il prossimo. Troverai la pace dentro di te se guarderai nel cuore di Gesù. Tutti possono ferirti, tutti possono umiliarti, danneggiarti, opprimerti, deluderti, offenderti, amareggiarti, scoraggiarti, farti piangere, soffrire, MA Dio non potrà mai abbandonarti! Dio è come una madre, sempre presente e buona! Le lacrime dei delle vittime sono come dei preziosi gioielli e ogni volta che un buono piange per colpa del male, Gesù piange con lui, perciò ogni volta che siamo immersi nella sofferenza, siamo a stretto contatto con la parola di Gesù, perché lui ci vuole proteggere dal Diavolo e sulla croce è morto per donarci la vita! Così come la rosa non può essere rosa senza le spine, ma per questo non smette di essere splendida nonostante possa farci male, allo stesso modo la vita non può essere vita senza dolori, ma nonostante questo resta il dono più bello che Dio potesse mai farci. Perciò il dolore è necessario per la crescita interiore, per unirci alla passione di Cristo che diventa parte integrante di noi, ci libera il cuore dal male, dal denaro, dai peccati che le nostre debolezze potrebbero farci commettere, ci libera dalle catene che ci tengono prigioniere! Più soffriamo e più Gesù è nei nostri cuori! Satana cerca di tentarci in ogni modo! La violenza sui minori, la violenza domestica, la violenza sui più deboli, gli stupri, i furti, i danni verso la natura, verso ogni uomo, donna, bambino, bambina, anziano, animale e ogni forma di vita che conosciamo! Il denaro, il lusso, il sesso senza inibizioni e pudore, le ossessioni, i pensieri impuri, le vessazioni, le ansie, il panico, i dolori fisici, i problemi mentali, le paure di impazzire e di non credere più in se stessi, le bestemmie, le bugie, la zizzania, le parolacce, l'invidia, la gelosia, il trattare male i più deboli... sono tutte trappole e astuzie del maligno, ma dobbiamo ricordarci che tutto questo non può farci nulla perché Gesù è mille volte più forte del male e vince su tutto. Ha vinto sul deserto quando dopo aver trascorso 40 giorni e 40 notti nel deserto ha schiacciato Satana come un insetto abominevole e l'ha scacciato con il suo amore infinito verso l'umanità. Noi spesso ci sentiamo piccoli piccoli e piangiamo per i dolori e le sofferenze, ci sentiamo persi e ci vengono fatte le cose più brutte senza che ne abbiamo la minima colpa, ma dobbiamo ricordarci che Gesù è al nostro fianco anche se non possiamo vederlo. Lui è invisibile ai nostri occhi ma è sempre con chi ha fede in lui, 24 ore su 24. Ha promesso grandi cose per coloro che credono in lui e non cedono alle astuzie del male. Il male cerca di sedurci promettendoci cose che potrebbero farci star bene, ma in realtà la gioia è effimera e svanisce dopo qualche ora, mentre l'amore di Gesù ci rende felici per tutta la vita e l'eternità. Il diavolo sa' che alcune persone sono più vicine di altre a Gesù, vede la loro aurea e ne rimane abbagliato, rimane infastidito, sia lui che la sua legione di demoni! Quindi queste orrende creature cercheranno spesso di corrompere l'anima dei fedeli, tentandoli, cercando di allontanarle da Dio, le tormenteranno con ogni sorta di cattiveria, le ossessioneranno e le indeboliranno perché si serviranno della loro energia per diventare sempre più potenti. Gesù permette a Satana di fare il male su queste creature scelte da Dio affinché in loro la fede si accresca sempre di più così da sanificarle e un giorno, farle entrare di diritto nel regno dei cieli. Un altro motivo sta nel fatto che queste persone dall'animo angelico e buono devono soffrire per salvare le anime dei peccatori, quindi si accollano i problemi dell'umanità e la sofferenza per poter mandare in Paradiso tutti gli altri. Gesù permette tutto questo dolore perché chi soffre come lui sia vicino a lui e quindi sia suo figlio. Il diavolo sa benissimo come giocare le sue carte, gioca sulle debolezze della persona e infila il dito proprio nelle piaghe che feriscono maggiormente, così un padre buono diventerà un uomo violento che picchia sua moglie e la figlia sarà costretta a rivivere quello shock per tutta la sua vita, in un continuo flashback. Una donna seria a causa della povertà si vedrà costretta a vendere il suo corpo e quindi peccare. Un bambino solo si sentirà solo in tutto il mondo. Il diavolo è il più gran bugiardo e malefico 'uomo' del mondo, non ha un briciolo di bontà o di rispetto, ma è anche stupido e cretino! Gesù è intelligentissimo e dolcissimo! Chi ha un animo buono e delicato è vicino a Gesù e non DEVE e non può aver paura di nulla, nemmeno di morire, perché come disse Gesù: Chi perde la vita per me non la perderà mai. Morire per lui significa vivere in eterno. Gesù è per sempre e va' oltre ogni cosa, non ha paura del male e così non dobbiamo averlo nemmeno noi. Può darsi che attorno a te ci sia solo l'inferno, fiamme, fuoco, tragedia, dolore, violenza e il massimo degrado, MA nonostante tutto ciò che vedrai o sentirai dentro te ci sarà sempre il Paradiso, perché non importa ciò che gli occhi vedono o ciò che le orecchie sentono, ciò che davvero conta è ciò che risiede dentro il cuore e se è pieno d'amore allora Gesù farà in modo che la pace sia sempre con te. Troverai la pace dentro te ogni volta che cercherai Gesù nel tuo cuore. Poesia: Nuvole E la gente non solleva mai la testa, persa nel cercare soldi per strada. Ma se le nuvole sono state create per essere amate e osservate, perché i vostri occhi riescono sempre a posarsi su ciò che non è naturale? Zucchero filato per persone di tutte le età, ma gli adulti credono che i dolci vadano solo ai bimbi! Quanta stupidità! Ci lamentiamo se il cielo non è sereno, ma dovremmo ricordarci che il bianco è il colore della purezza e del candore. Nuvole che prospettano pioggia, pioggia amica delle nuvole, che dopo aver fatto piangere il cielo, gli dona i colori dell'arcobaleno. Non v'è gioia senza dolore, ma il sapore dell'eterna felicità è una goduria infinita. Poesia: Salvation Salvezza cercata, bramata, desiderata, voluta, amata. Salvezza da amanti, salvezza musicale, poetica, soave. Salvezza innocente, pura, nuvolosa ma chiara e limpida, trasparente. Un oceano immenso di salvezze infinite che scavano e scavano e risalgono in superficie, dagli abissi dell'animo. Sincera salvezza, come una vera preghiera destinata all'ascolto. Ostia del cuore, salvezza che ha il suo dolce nome. In un giorno grandioso come questo. 26 Maggio, una salvezza che mi porto dentro ovunque, in ogni secondo che a volte ci sembra di aver perduto la salvezza e invece era proprio dietro l'altare. Salvezza che ti salva solo se la supplichi davvero, che ti aiuta e ti dona la vita che pensavi di aver perso. Muori per poi rinascere, per buttarti fra le braccia della salvezza. Salvezza, e mi immagino un solo volto, il suo, benigno e misericordioso. Salvezza grande come tutto il mondo, e oltre. Salvezza di cuore, salvezza di corpo e sangue. Saggio: Ho sempre amato la solitudine. Da bambina detestavo giocare con gli altri bambini, a meno che non fossero tranquilli e in numero ridotto. Dovevamo essere al massimo in tre o in quattro, altrimenti potevo perdere il controllo della situazione. Panico già dalla tenera età. Una cosa angosciante che mi ha fatta crescere tantissimo. Quando nasci come bambina indaco, tutto il mondo ti sembra un grande casino, un vortice, un qualcosa che ti i vuole mangiare. Il dolore, l'ansia, il terrore, la violenza... tutto sembra un inferno. Per chi è legato così tanto al Paradiso, l'inferno può essere ovunque: in un pugno, in uno schiaffo, in un occhiata malevola, in una ferita in superficie. In ogni minima cosa. Allo stesso modo il paradiso può può essere anche un semplice pezzo di torta, magari con lo zucchero velato sopra. Kinder Paradiso, per intenderci. Essere sola con me stessa. Da bambina parlavo da sola, giocavo da sola, ridevo da sola, poi ho scoperto che in realtà non facevo tutto da sola come una scema ma perché avvertivo la presenza degli angeli e giocavo con loro. Sensitiva? Probabile. Comunque la solitudine è un dono incredibile, un angolo tutto tuo. Nessuno ti ruba energia, nessuno ti giudica, nessuno ti guarda male. Sola con la scrittura e con il gatto= paradiso. Lo scrittore solitario è come un profeta che sale sulla montagna e incide qualcosa nell'aria, magari un messaggio buono, un testo, un comandamento, un'idea. Qualunque cosa. Solitudine, un regno interno che nessuno può distruggere. Saggio: La maleducazione Poche cose detesto per davvero, ma quando le detesto, è come se si sdoppiassero e, moltiplicandosi come pani e pesci, mi strangolassero fino alla nausea. La maleducazione proprio non la sopporto. Vicini che lasciano la tv accesa fino alle tre del mattino, grida, urla, risate e schiamazzi notturni, quando tu stai solo cercando di leggere il tuo benedetto Vanity Fair o il libro sulla storia e filosofia della figura della Tigre. Un casino, nella mia casa, nella mia camera, nel mio letto. Io sono immobile, la lucina dell'abat-jour non mi da' il minimo fastidio, ci mancherebbe. Nell'aria, un dolce e intenso aroma di vaniglia, emesso dalle candele poste su un piccolo piattino in ceramica, cerca di alleggerire lo stress provocato dal mattino appena finito, dal caos normale del giorno, che, vuoi o non vuoi, rispetto alla notte, ti rende nervosa e iperattiva. Ora basta, vorrei risposarmi, ma non solo con il corpo. Non è che una solo perché è a letto, sdraiata nelle sue morbide coperte, con le gambe rivolte verso il muro e ben riposate, sia veramente a posto, eh no. Una vuole prima di tutto che la mente si distacchi dalle problematiche dell'arroganza mattutina e dell'ignoranza della società, che sembra strano ma lo è, va di pari passo con il sorgere del sole, che invece poveretto, ha un'intelligenza talmente fine e profonda da andar a dormire ogni notte alla stessa ora, senza romper le palle a nessuno, nemmeno alla luna! Una vuole solo silenzio, vuole riflettere senza parlare, senza sentire più nulla, perché insomma, sono le 23.00 e le batterie mi si sono scaricate. Le sue invece no. Le 23:00, e inizia il baccano. Le 24:00 e le risate aumentano come un climax infernale. Ah, ahah, ahahaha, Uhahaahahaha. Che cazzo! L'una del mattino: la tv accesa!!! Le due, le tre. Finalmente la principessa sul pisello va' a dormire e proprio quando credo che tutto sia finito eccola che grida come una matta urlando tutto il suo piacere, scioccandomi, perché io in realtà vorrei solo dormire... non c'è bisogno di dar fastidio in questo modo! Le quattro, e tutto tace. Potrei dormire, ma in realtà mi godo il silenzio, dopo tutto quel casino. La maleducazione di togliere il sonno alla gente, ecco... Una delle cose che, assieme all'omofobia, al razzismo, al bullismo, all'indecenza, mi fanno diventare matta. Buonanotte♥ Racconto horror breve: George in the moonlight George guardò il pallido volto della luna. Non vi era poi molta differenza dal candore lunare a quello delle sue guance cadaveriche e prive di vita. Gli unici stralci d'emozione che trapelavano dal suo corpo erano i debolissimi rossori che si andavano accendendo lungo gli zigomi marcati, ma per il resto, assomigliava più ad un non-morto che ad un uomo di quasi trent'anni. Le lunghe zampe da licantropo gli conferivano un aspetto austero e aristocratico, nonché un'aria da severissimo eroe romantico d'altri tempi, ma quegli occhi gialli, simili a due fiori avvelenati nel loro stesso splendore, lo rendevano ebbro di vita, come se da quell'anima priva di gioia, fuoriuscisse un incredibile e inconsolabile bisogno d'estremo amore. Il tavolo alla sua destra era vuoto, se non fosse per una piccola teca in vetro smerigliato, contenente una rosa rossa alla quale i petali iniziavano sempre più a mancare... come se un segreto incantesimo fosse in attesa di esser finalmente spezzato. Che forse l'amore di una giovane ragazza potesse porre fine a quel disagio? George non lo seppe mai, ma in cuor suo, sperò che la luna, sua tenera amica e fiduciosa consigliera, un giorno potesse svelargli l'arcano segreto... Perché mai un uomo di un così bell'aspetto, doveva nascondersi in una piccola stanza del castello, lontano da occhi indiscreti a dalle fanciulle più belle della contea? Perché proprio quel genere di maledizione? Non vi era un'autentica risposta, non vi era più fede nel suo cuore nero, e portandosi una delle grosse zampe sul petto, pianse lacrime amare... ruggendo come un animale selvatico distrutto dalla cattività. Per ora, l'unico amore che avrebbe potuto mai conoscere, sarebbe stato quella del pallore lunare. Il chiaro di luna, e la notte proseguì, inoltrandosi nei suoi occhi verde speranza. Saggio: Rainbow family Il Family Day non esiste. Perché Family significa famiglia e Day giorno. Quindi il Family Day dovrebbe essere una giornata in cui si celebra l'importanza di avere una famiglia solida e basata su valori quali l'amore, la serenità la tolleranza e il rispetto. Quello che invece ho visto è stato esattamente l'opposto: - Maleducazione -Cattiveria -Intolleranza -Irresponsabilità -Idee che valgono come dogmi assoluti Ho visto delle famiglie, dei padri e delle madri che inveivano contro delle famiglie non tradizionali, che si accanivano contro delle persone che si amano davvero, contro delle persone che come unica colpa hanno quella di amare una persona del proprio sesso, che non conoscono l'odio e che vogliono avere solo gli stessi diritti! Voi credete che un bambino abbia bisogno di un uomo e di una donna per essere felice, beh vi sbagliate alla grande! Un bambino ha bisogno semplicemente di amore, di allegria, di spensieratezza! Voi pensate che sia meglio contribuire alla violenza che spesso è insita nelle famiglie che voi chiamate normali, solo perché è composta da una donna e un uomo, stando zitti di fronte all'ennesimo uomo che picchia la propria moglie e poi la bacia davanti agli altri come se niente fosse. Voi nascondete la verità e vi accanite contro i deboli, perché siete gelosi di ciò che non riuscite a capire e tollerare! Se io amo una persona di certo non la umilio, la lascio libera di vivere la propria vita, la curo, la proteggo e non la faccio piangere! L'amore non ha sesso, età, religione. E poi, se l'amore gay non fosse naturale, secondo voi Dio permetterebbe all'arcobaleno di splendere in cielo dopo la pioggia? Dio non fa' nulla per caso, Dio non inganna, non delude, non giudica, non abbandona, Dio non esclude nessuno e non vuole che gli altri puntino il dito contro qualcuno. Dio non andrebbe a Family Day criticando le scelte degli altri. Dio andrebbe al Family Day e direbbe che la famiglia non ha delle tradizioni, ma solo amore e libertà. Mi vergogno di questo paese ancora così retrogrado, che vede l'amore in una maniera sbagliata... Chiudete gli occhi quando un uomo alza le mani sulla propria donna, chiudete gli occhi quando un bambino viene picchiato da un'insegnante o dal proprio padre che non sa dargli la giusta educazione se non usando la violenza anziché le parole, chiudete gli occhi davanti a chi umilia in pubblico senza alzare nemmeno un dito in favore di chi è innocente. Guardate le vittime di queste vostre preziose famiglie tradizionali con sguardo languido, a volte fissando le persone con facce serie, ridacchiando e parlottando alle spalle, solo perché per voi le chiacchiere sono più importanti dei discorsi seri! Chiudete gli occhi su tutto,perfino sulla violenza nei confronti degli animali, e poi spendete milioni di parole disgustose e insulse solo perché non potete fare a meno di puntualizzare che le unioni civili sono sbagliate, che due lesbiche non possono adottare un bambino, che due gay fanno schifo, che chi è trans non può dare il buon esempio ai bambini etc etc. Cazzate! Sputate fango su tutti perché il fango ce l'avete incollato addirittura nel culo e nei polmoni, perché solo chi è marcio dentro, falso e ipocrita con se stesso, può pensare di godere nell'umiliare gli altri e schiacciarli con parole offensive e insensate. Dovreste vergognarvi di questo vostro modo di vivere e chiedere perdono. Ognuno può pensarla a modo proprio e questo lo tollero, non tollero però la violenza! #MAKELOVENOTWAR Dovreste ricordare la giornata della memoria, il 27 Gennaio, perché non furono uccisi solo ebrei ma anche omosessuali, a cui veniva dato un quadratino rosa, come se dovessero dire al mondo intero: hey, siamo qua, i reietti della società, fateci fuori!! Se dimenticate, accettate il fatto che tutto questo, L'olocausto, sia giusto. Ed è un vero o/errore. Chi odia gli altri, sta solo portando avanti il pensiero di un uomo disgustoso chiamato Hitler, e vi prego, non fate in modo che in ognuno di voi risieda un Hitler nascosto nella psiche. Siate coraggiosi e amate senza barriere, solo così si può sconfiggere l'odio e il razzismo! IO STO CON L'AMORE ♥ Rainbow Saggio: L'anima L'anima affronta cataclismi, perdite strazianti e dubbi atroci. Ma, e dico Ma, chiamandosi anima, non si perde mai d'animo e rincorre fino allo sfinimento stralci di emozioni che sembravano ormai perdute. Se mai dovesse cadere, ella sa sempre come rialzarsi, e nonostante non abbia gambe né braccia, no si da' mai per vinta e combatte affinché l'amore non si esaurisca mai. Il corpo straziato striscia per terra, sull'umido asfalto, ma l'anima, ben conscia del fatto che non avendo un involucro bensì solo amore e luce divina non può mai essere intaccata, si rialza in volo, libera da ogni incantesimo o catena che possa intrappolare i suoi enigmatici sogni primordiali. Mi chiedo dove mai andremo a finire un giorno, ma più di ogni altra cosa al mondo, mi chiedo dove la mia anima condurrà me. Delle volte ci crediamo essere ingenui e sofferenti, mentre in realtà ciò che non aiuta la nostra autostima è semplicemente il fatto di guardarci allo specchio e guardare il nostro corpo. Troppo magro, troppo grasso, ma alla fine chi se ne importa? Alla fine tutto ciò di cui abbiamo bisogno e tutto ciò di cui dovremo preoccuparci e se la nostra anima è lì al suo posto. L'anima... come un animale buono che non ha mai voglia di soffrire. Se dovessi abbandonare la mia anima, non vorrei mai volerne vedere la fine, perché prima di lei, finirei io. Anima arcobaleno. Poesia: Stanchi Stanchi di ripetere sempre le stesse cose, stanchi delle orecchie da mercanti, stanchi delle atrocità e di chi non crede che la stanchezza esista sul serio. Stanchi di avere una brutta cefalea a causa delle cazzate degli altri, stanchi di rotolarci sulle schifezze altrui senza poterci allontanare, senza poter trovare un angolo di paradiso. Il paradiso dei nati stanchi, ma che vogliono vivere con energia e forza. Stanchi di essere accusati ingiustamente, di essere giudicati o ripresi senza motivo. Stanca di non essere creduta anche di fronte all'evidenza, insomma, stanca del domani che non ha mai certezza. Ma io lo so, che Dio comunque per noi c'è. Saggio: Io la conosco bene quella sensazione Io la conosco bene quella tua strana paura del tutto, quel cuore che a volte ti esplode nel petto e sembra un piccione impazzito. Io la conosco la voce della tua malinconia, riconosco le tue lacrime in un mare di altre lacrime estranee e sconosciute. Io la conosco bene l'asfissia dei tormenti, l'ossessione che ti perseguita dalla nascita, il terrore di non essere mai capita, quella claustrofobia da locali troppo chiusi, quel dolore che a volte muore ma poi rinasce con uno schiocco delle e dita. Conosco i tuoi ideali, le tue illusioni fatate, i viaggi mentali, le paranoie. So che indossi sempre la stessa maschera scura per mostrarti in un certo modo, per dimostrarti forte, sicura, invincibile, inarrestabile, per nascondere tutta la paura, la fragilità, perché poi invece da sola tremi anche quando fuori fa' caldo, perché io so che cosa ami veramente, so che non vuoi vivere in questa dannata città di falsi e ipocriti. Quegli sguardi appiccicosi come caramelle ti straziano l'anima, ma non se fosse per la tua cara musica, dimmi... cosa saresti? E i gatti! I gatti che ti amano con tutto il cuore! Loro sono la tua forza, lo specchio delle tue candide speranze. Conosco la tua anima ribelle da poeta, so che la tua famiglia è estranea al tuo passato, so che sei morta anche se continui a camminare sulle tue gambe. Conosco la voce delle tue preghiere, i sussurri davanti ad una statua a cui mandar piccoli baci infantili. So quanto ami scrivere, so che il tuo sogno è immenso, ma pur sempre magico e instancabile. So un sacco di cose, compreso il fatto che gli altri non sanno proprio niente di te. Quanto ti manca un abbraccio! Quanto ti manca un piccolo bacio leggero, una rosa rossa chiesta in prestito alla natura, un giardino in cui rincorrere gattini neri dagli occhi verdi, so quanto vorresti vivere anche con il pensiero e non solo con il corpo e la testa. Io la conosco bene quella sensazione, perciò smetti di lagnarti e alzati più forte di prima. Poesia: Non si dovrebbe Non si dovrebbe mai sfidare la bellezza della natura per i propri effimeri scopi. Non si dovrebbe mai rinunciare ai propri sogni solo per compiacere gli altri. Non si dovrebbe giudicare dalle apparenze. Non si dovrebbe perder tempo. Non si dovrebbero maltrattare gli animali. Non si dovrebbe uccidere né con armi e né con parole. Non si dovrebbe idolatrare la violenza. Non si dovrebbe calpestare la pace e il nome di Dio. Non si dovrebbe andar in Chiesa solo per dare un offerta e poi fuggire via. Non si dovrebbe guardar male gli altri solo per invidia o tedio. Non si dovrebbero strappare i fiori. Non si dovrebbe prender in giro la luna. Non si dovrebbe recare danno psicologico e e fisico a qualunque persona essa sia. Non si dovrebbe fare la guerra a tavola o a letto o al centro del mondo. Non si dovrebbe aver ansia e panico per colpa degli errori altrui. Non si dovrebbe aver paura di dire: sono lesbica, sono gay, sono bisessuale. Non si dovrebbe etichettare le persone come se fossero prodotti in scatola. Non si dovrebbe dare una penna a chi la lascia tutto il tempo dentro un cassetto. Saggio: Perchè scriviamo e chi è uno scrittore Uno scrittore non ha bisogno di vedere il suo nome pubblicato su di un libro per sapere di essere nato per fare lo scrittore. Uno scrittore spesso non dorme come gli altri, ha le sue notti bianche, anzi bianchissime. Si sente un po' tutto e niente. Oggi sono Stephen King impazzito mentre fugge da un dito che sbuca dallo scarico del lavandino, domani mi sento una Isabel Allende che racconta la storia d'amore di una coppia di giornalisti sullo sfondo della guerra cilena che spaventa tutti. Dopodomani sono in Inghilterra alle prese con l'edonismo di Oscar Wilde o le ragazze anticonformiste di cui tanto ci hanno narrato le fantastiche sorelle Bronte... per poi sorvolare la Germania e trasformarmi in un'eroina romantica degna del perfetto Sturm und Drang. Sono, siamo, siete, sono tutto e tanti, uno e pochi,tantissimi e in tutti i tempi storici. Siamo in continua evoluzione, maniacali nella nostra precisione. Perché scrittori? Perché non riusciamo a star zitti e non ci basta la bocca, ci serve tutto. La pancia, la testa, i piedi, il cuore, ma specialmente le mani... quelle mani che non si stancano mai di trascrivere, raccontare, narrare, dire, colloquiare... Noi italiani gesticoliamo tanto, forse perché abbiamo voglia di avere sempre una penna in mano con cui trascrivere ogni minimo dettaglio della giornata? Forse non pubblicheremo mai, forse nessuno saprà mai di noi, non diventeremo come Edgar Allan Poe, Lovecraft o Baudelaire, MA saremo comunque persone che hanno detto qualcosa, che hanno fatto parlare di sé in momenti tragici, felici, mediocri e stupendi. Perché scrivere? Perché credo che Dio mi, ci, vi, gli/ le abbia dato un vocabolario infinito da divulgare a tutti voi, compresi coloro che non leggono mai e che detestano i libri e gli scrittori. I gatti amano i poeti, questo dovrebbe farvi capire tante cose... Alla domanda perché continui a scrivere anche se non sei famosa, rispondo sempre: Non potrei mai smettere di respirare solo perché l'aria attorno a me è costantemente inquinata. Scrivere non è un lavoro, è un'esigenza, è un dolore, una gioia, è un dovere, è un lavoro dell'anima, è fantasia, è tragedia, è paura di soffocare, è attacco di romanticismo nel bel mezzo di un colloquio tedioso, è un mare di casino mentre affronti un momento gioioso o eccessivamente emotivo. A me non importa la grammatica, a me importa l'effetto. Se mi leggi, a me va benissimo. Se non ti accorgi dei miei errori e ti commuovi, per me è una grande vittoria. Scrivo per emozionarvi, non per farvi un corso di italiano o di bon ton. Scrivo per dare speranza e fiducia, per dirvi: ok stiamo vivendo un periodo infernale, ma il paradiso potrebbe risiedere nelle mani di piccoli scrittori come me, come noi, come voi, come loro. Siamo tanti, e tanti fanno una grandissima cosa chiamata scrittura, che da sempre apre le porte verso la felicità. Se sei felice mentre scrivi, allora hai già trovato il tuo lavoro. Non mi pagano, ma io mi sento appagata, questo è il mio salario mensile, anzi giornaliero. Poesia: Il gatto nero Lui riposa tranquillo, ignaro della sua totale bellezza. Il sole riscalda le zampine morbide e la luna, coperta da un manto celeste, si prepara a cullarlo e cantare la sua dolce ninna nanna. L'armonia dei suoi miagolii vibra nell'aria tenue e la sua solitudine, scalfita da alcuni uccellini che si rincorrono, è la sua tenera benedizione. Il gatto nero si muove con leggiadria e tenerezza, ogni tanto agitando la coda, ogni tanto socchiudendo gli occhi verdi come i prati inglesi. La sua ombra grassa e simpatica riecheggia come un canto delicato e fine, e i lunghi baffi suonano antiche melodie come corde di violini stanchi. il gatto va, libero da ogni colore. Poesia: Che ne sai Che ne sai del vento che ti scrolla di dosso i pensieri, lasciandoti addosso impronte sagge d'amore? E tu impari dalla natura a considerare il nulla come il tutto, un solo cosmo per nessun essere umano che lo protegga per davvero. Che ne sai Che ne sai che quell'aria non ti protegga invece dalle intemperie e che il karma non sia altro che il tuo cuore, posto in alto, sui pianeti? Uno ti dice che pensi troppo, nessuno può dirti che vaneggi, o si? Racconto: Amo te Non riesco nemmeno a trovare le parole giuste. Non respiro, poi invece mi sento invadere da un'ondata pazzesca di ossigeno, poi un nodo mi stringe la gola e sento gli occhi pizzicare. Guardo in alto, facendo finta di cercare le nuvole, e quel pensiero è sempre costante. In ventiquattro anni non mi era mai successo, ma com'è che si dice? C'è sempre una prima volta, ed è vero. Però non sapevo che l'amore platonico potesse avere un sapore così strano o essere così conturbante e nuvoloso! Lunatico forse è la parola giusta. Una mattina sembra che tutto vada bene, e lui sembra accanto a me, posso addirittura sentire il suo profumo. Il giorno dopo invece sono così sola, chiusa nella mia stanza con la sua foto appiccicata al muro, mentre mi fissa con quegli occhi verde/ azzurro, tipo come sa' fare solo il mare. Ho troppo amore dentro, mi sta scoppiando tutto... A volte credo di avere un milione di farfalle colorate che mi svolazzano dentro, con ali giganti e potenti radiazioni benefiche, altre volte mi sembra di avere il cuore talmente gonfio da non poterne più, ma allo stesso tempo ne voglio ancora, e ancora, e ancora, perché è mille volte meglio soffrire da matti per un amore impossibile che non amare affatto. Quando lascerò questa terra, quando il Signore mi richiamerà così come fa' con tutti, almeno andrò via con un dolce sorriso, perché avrò avuto il privilegio di conoscere il vero amore, seppur solo immaginato. Non riesco ad esprimermi, perché di fronte alla sua bellezza tutto tace e perdo la cognizione del tempo e dello spazio. Ho mal di pancia, perché mi blocca la digestione, mi fa' male il diaframma perché il respiro si fa' corto e il panico prende il sopravvento. Se solo tu fossi qui con me, mio dolce amore che non sa' nemmeno che esisto e che vivo di te e solo per te. Ho comprato un braccialetto, proprio due settimane fa', dai venditori ambulanti. Tre euro per avere il tuo nome sul polso. Mi ha chiesto il ragazzo:- Quale nome?- E io gliel'ho detto, tremendamente imbarazzata, immaginando che tu potessi sentirmi, nonostante la distanza. Lui ha sorriso e mi ha chiesto di scriverlo su un foglio. Ho fatto una sorta di spelling con il cuore che impazziva e le mani che sudavano e tremavano. - Il nome è BRAIAN. Ma si scrive Brian- Ah, va bene dice lui. E inizia a raccattare piccole lettere, chiedendomi i colori che preferisco. Dorato, nero e rosso. Rosso come l'amore immaginato. Un nome breve. Poi aggiungo:- è un nome inglese. E arrossisco, sicuramente non per il caldo. Me ne torno a casa con il mio braccialetto, incastrato fra il braccio e una busta dove dentro c'è una focaccia. Il ragazzo ha avuto i suoi tre euro, io ho avuto un pezzo di te. Ti ho portato a casa, nella mia stanza, e ti ho messo sul comodino. Ti tengo al riparo dal vento, dalla pioggia, dal freddo, e ora dal caldo. Spesso ti porto con me, ma solo quando so che sarai davvero al sicuro, lontano dalla gente che non capirebbe mai. Ma come fai ad amare qualcuno che non sa nemmeno che esisti? Non lo so nemmeno io, ma ogni amore ha un senso quando il cuore riesce sempre a battere. E i diciotto anni di differenza credi che mi importino qualcosa? Ti vedo come un ragazzino, come un uomo che però ha un cuore da giovane e che non vorrebbe crescere davvero mai. So tutto di te, ti ho guardato un miliardo di volte, ho riso con te, ho ascoltato la tua musica quasi per un anno intero senza sentire nessun altro. Amore malato? Ossessione? Non sono maniacale, non ti seguirei in tutti i concerti, non sarò mai una stalker, non ti strattonerei con la forza e non ti direi mai che dovresti stare per forza con me. Ti guarderei da lontano, ti amerei senza infastidirti. Ti amo come se ti conoscessi da tutta una vita. Ora devo andare a pranzo, mio dolce amore, ma ti dirò la verità... spesso mi si chiude lo stomaco e non ho proprio voglia di mangiare. Lo faccio per te, per me, perché romanticamente parlando vorrei che questo sentimento vivesse nell'aria per sempre, vorrei che lo sapesse tutto il mondo... e perché no, compreso te. Racconto: Quel che mi hanno fatto Mi hanno offesa in ogni modo, hanno calpestato il mio essere, il mio cuore. L'unica luce che ho trovato è a migliaia di chilometri distante da me. Mi hanno tolto tutto: la dignità, il mio sorriso, mi hanno tolto il coraggio e la forza, mi hanno resa talmente debole che adesso non distinguo più la fantasia dalla realtà. Mi hanno tolto il cielo, il mare, la sabbia, mi hanno tolto il respiro, mi hanno costretta a guardare in basso, a piangere quando volevo soltanto ridere, mi hanno detto di star zitta quando invece avevo voglia di gridare, mi hanno disturbata più volte, mi hanno messo in bocca parole che non ho mai detto, mi hanno trattata come un oggetto, mi hanno parlata sopra, mi hanno lasciata sola quando meno lo meritavo, mi hanno picchiata moralmente, mi hanno ucciso l'anima con mille coltelli invisibili. Mi hanno trascurata, non mi hanno mai abbracciata seriamente, mai baciata con amore e affetto, mai ascoltata, mai rassicurata. Sono stata strattonata per anni da una parte all'altra come se appartenessi a loro e non al mondo intero. Ma Dio ha visto, e ogni lacrima che ho versato è stata contata e messa da parte, in modo tale che un giorno, in un'altra realtà e nella dimensione parallela che ci aspetta in silenzio, ogni singola lacrima germogli dando vita a dei frutti maturi e succulenti. Io aspetto, e sorrido, nonostante il cuore pianga di continuo. Mi hanno tolto il diritto alla famiglia. Non posso dire nonna, zia, zio, babbo. Non posso dire cugina, cugino, fratello o sorella. Non posso avere animali in casa perché non c'è amore. Non posso aprir bocca, non posso far altro che affidarmi all'amore degli estranei, non posso far altro che amarti alla follia senza che nemmeno tu lo sappia. Mi hanno fatto vivere un mondo che in realtà non è mai esistito. Hanno fatto in modo che tutti mi evitassero, che nessuno potesse amarmi. Scrivo, e non mi leggono. Parlo e non mi sentono. Girano le facce nonostante la verità sia palpabile. Io ho ragione, ma per loro e per tutti ho torto. Dio sa che non mento, Dio sa che non ho mai fatto del male a nessuno, che dentro mi porto un segreto profondo che non ho mai potuto dire a nessuno. Quel dolore mi ha causato panico, ansia, fobie e dipendenze affettive, ossessioni, nostalgie e depressione grave. Quel dolore ogni giorno lo falsifico facendo buon viso a cattivo gioco, e amando te. Quel dolore mi ha resa incredibilmente forte ma anche insensibile. Non so quando amo o quando dipendo, non so quando sono felice o istericamente triste, non so quando ho fame o quando mangio solo per tenermi in vita. Non so cosa ci sarà nel futuro. Non so perché continuino a prendermi in giro raccontandomi stupide storielle senza guardare in faccia la verità. Io non sono mai stata falsa, ecco perché soffro così tanto. Non ho una famiglia, non ho niente, ma allo stesso tempo, mi sono costruita un poco alla volta quel tutto che mi è stato ingiustamente negato. Ogni giorno è la stessa storia. Ho voglia di vivere quella vita che non ho mai conosciuto, senza avere costantemente un peso sul cuore. La gente così non ti merita, ecco cosa mi ripeto sempre... e so anche che un giorno piangeranno riscoprendo tutti gli errori commessi. Niente abbracci, ma tanto rancore. Niente feste o vacanze, niente parole d'amore, ma solo bestemmie e parolacce. Vittime dell'odio, lo siamo tutti, specialmente chi ama davvero l'amore. La violenza psicologica esiste, non siamo noi i pazzi ma chi cerca di privarci di tutto. Racconto: La luna è per noi Ed il mattino mi rende un po' triste, cioè non proprio triste, ma come potrei spiegarti? Tutta quella gente, le macchine, il caos cittadino, la folla, i computer impazziti, i bambini che gridano, i genitori che non capiscono e poi le news antipatiche o la politica per esempio... Ecco tutto questo mi stordisce e mi rende strana, mi fa' sentire ancora più sola e nostalgica. Il sole mi bacia ma allo stesso tempo offusca i miei pensieri. E poi arriva l'ora di pranzo, mi devo sedere davanti ad un tavolo quasi vuoto, cioè le pietanze non mancano ma non c'è l'ingrediente giusto. L'orario mi innervosisce, si sa. L'una e mezza, e si pranza. E guai a non mangiare assieme, che blasfemia! Al pomeriggio inizia un po' la quiete, tutti dormicchiano come gatti al sole, c'è chi si sintonizza su Virgin Radio a braccia conserte con la mente altrove, chi si chiude in camera a leggere il suo Vanity Fair alla ricerca di gossip intelligenti e nuovi. Rigorosamente Made in London. Poi arrivano le quattro, le cinque. E la sera diventa pigra e per me abbastanza divertente. Mi distraggo come posso, leggo, vado a far visita ai gatti dei vicini, che mi conoscono come le loro tasche, sfoglio un vecchio giornale, incrocio le gambe pallide su una panchina, me ne sto sola a pensare. A pensarti. Aspetto che arrivi la notte a unirci in un modo o nell'altro. Sento che la luna con i suoi poteri magici potrebbe tenerci legati, seppur distanti. Non oso piangere, perché se ami sul serio non piangi mai. Rido e raccolgo dei piccolo fiori color fucsia. Non credo che sia uno dei tuoi colori preferiti, tu ami il nero proprio come me. Ma nel tuo carattere ci sono quelle sfumature che appartengono a me e all'arcobaleno, perché spuntiamo sempre dopo la pioggia, quando tutti gli altri si chiudono in casa, per paura di amare davvero. Nessuno mi chiede come sto. Gli direi: Benissimo. Non è che perché mi vedete sola vuol dire che io sia triste, anzi! Un'amore vero è fatto prima di tutto di anime, non di corpi. Il tuo corpo lo vedo ovunque, anche attraverso gli alberi della stazione, ti vedo seduto in un tavolino al bar, mentre chiedi una tisana rilassante, niente caffè o Red Bull, quella hai smesso di berla da un bel po' di tempo. Sorrido e torno alla mia lettura. Ti vedo mentre leggo ogni singola pagina, infatti ogni tanto sposto lo sguardo verso la strada e chiudo leggermente un occhio come se fossi infastidita da un moscerino o da qualunque altra cosa, in realtà trattengo l'emozione che mi avvolge come una coperta in inverno. Gli altri non sanno, gli altri non vedono e non chiedono. Una macchina mi passa davanti, c'è un signore che ha la tua stessa pettinatura di quando avevi trentasei anni, solo che lui ha la coda un po' troppo lunga rispetto a come la tenevi tu. Però questo mi fa' sentire un po' bene, mi vien da ridere e torno indietro nel tempo, al 2009. L'estate del 2009, quando andavi in giro per il mondo con quella tua camicetta bianca e il gilet nero. Quante risate mi hai fatto fare amore mio! E pensare che nemmeno ti conoscevo, e pensare che amavo cose che non avevano il diritto di essere amate da me, e pensare che senza saperlo entrambi ce ne stavamo al mare, nelle barche. Non sapevamo, ma facevamo le stesse identiche cose. E pensare che io rincorrevo sogni impossibili che mi sembravano gioie e invece non sapevano di niente. E tu eri lì, in giro per chissà dove, con il tuo gruppo di amici, con i tuoi fans, con la tua Battaglia per il sole. E il sole non mancava mai! Torno alla realtà, 2015. Aspetto che cali la notte, accendo una candela rosa, bruciacchio un fiore fucsia quasi come fosse il mio cuore che arde d'amore per te, aziono il piccolo cuore di plastica che al buio emana mille luci colorate e metto il braccialetto con il tuo nome sul comodino, accanto a me. A volte ti guardo almeno per 10 minuti, prima di prendere definitivamente sonno, altre volte lascio che Morfeo mi abbracci dolcemente e mi conduca a te, nei sogni che vorrei fossero infiniti. Poi mi giro e ti vedo, vedo te nel 1999, quando avevi solo 27 anni. Io non li ho nemmeno 27 anni eppure ti amo come se fossi una donna matura che sa tutto sull'amore e sulla vita, buffo no? Non so nemmeno io il perché, non so nemmeno io perché ti amo così tanto! Non so il perché, non riesco ad esprimerlo o a tradurlo. So solo che sei l'amore, per me. Ti guardo e ti vedo sorridere, con il tuo fare sicuro ma anche timido e riservato. Le labbra carnose al punto giusto, una ciocca di capelli neri che cola a picco accarezzando una guancia bianchissima e raffinata e quell'oceano negli occhi. -Buonanotte, Brian- E mi addormento, abbracciandoti con la forza del pensiero. Un'altro giorno è trascorso, io ho fatto le cose che faccio sempre perché come non sai sono un'abitudinaria senza cura, proprio come i gatti, e tu? Tu sei in tour, e ogni tanto vedo che ami guardare il cielo e puntare il dito in alto, verso le stelle. Ecco perché confido nella luna. La luna è la casa degli amori lontani e platonici. Racconto: I love you don't know Sono sola, a scriverti. In pratica non mi è rimasto più niente a parte te, ma voglio che sia così. Adesso la mia vita ha un senso, doppio. Adesso ho capito tutto, ho capito quanto valgo, quanto siano stati gli altri a sbagliare, quanto tu sia veramente importante. Non ti ho mai avuto, non ti ho in questi giorni afosi e non ti avrò nemmeno quando inizierà l'autunno con le sue triste foglie cadenti. Ma non importa, perché sei comunque dentro di me, in ogni minuziosa parte della mia anima. I corpi i possono anche stare lontani, ma sai com'è, ho sintonizzato il mio cuore sul tuo, e ogni volta che ti guardo respirare, è come se ricevessi un'improvvisa ondata di ossigeno. Perché? Perché tutto è nato come una semplice curiosità, come mi succedeva sempre con i cantanti. Insomma, è da quando avevo solo 13 anni che seguivo alla TV ogni Rockettaro con il cuore in gola, per poi andare a scuola e sognare ad occhi aperti, cercando un ragazzo identico a quello che avevo visto sullo schermo senza trovarlo MAI. Ma adesso è diverso, è è maledettamente diverso e non lo saprò mai il perché. Un attimo, dal giorno alla notte e tutto è cambiato. Mi hai scombussolato il cuore, l'hai capovolto e rubato, mi hai amabilmente distrutta regalandomi gioie e dolori. Sembrava l'ennesima lontana simpatia, sembrava quasi un delicatissimo gioco, e invece è stato amore a prima vista... Come si dice.. It was love at first sight... Saranno quegli occhi enormi verdi contornati dalla matita nera, saranno quei capelli stupendi che incorniciano il tuo viso grazioso e perennemente alla ricerca di qualcosa, sarà tutto, saranno le canzoni che amo alla follia, sarà la tua voce leggiadra ma forte, sarà la tua bellezza androgina, il tuo portamento, il tuo charme, il tuo essere così donna nonostante tu sia un uomo, le tue debolezze sapientemente nascoste, quel viso dolce ma strafottente, il look, gli abiti... Ok basta, non ho più parole...mi rendi fragile, rincretinita e piccola piccola. Sarà che non c'è rimedio, ed è mille volte meglio e peggio di una malattia. Non c'è cura, a parte ascoltarti nel cuore della notte, con gli occhi chiusi, immaginando di averti con me. Non c'è cura o soluzione, a parte sperare che un concerto ti porti vicino a me, a pochi chilometri dalla mia triste città. Non c'e cura. Non riesco a disinnamorarmi di te, e non voglio! Mi fisso su alcuni tuoi difetti, d'altra parte ne hai parecchi. A volte sei assurdo, testardo, egocentrico, molto 'prima donna' sei così superbo e angosciante, con i tuoi testi oscuri e deprimenti. Però sei l'unico che da' colore alla mia vita, capisci? Ti detesto a volte, ma ti amo in una maniera assurda e incredibile. Ti amo talmente tanto che forse non oserei avvicinarmi più di tanto per paura di sciuparti o romperti in mille pezzi, sei come una bambola di porcellana fragile e perfettamente composta. Ti amo talmente tanto che non me ne frega assolutamente nulla di averti fisicamente, di possedere il tuo corpo che amo alla follia, mi basterebbe accarezzarti i capelli dal giorno alla notte oppure sfiorare le tue guance paffute al punto giusto, sorriderti e aiutarti a trovare la strada giusta quando sembra che tu ti stia perdendo in sciocchezze, tu, proprio tu che mi stai insegnando a vivere! Mi basterebbe dormire con te, magari anche in camere separate, mi accontenterei di ascoltarti mentre russi ( non so sei russi!) o mentre starnutisci o parli nel sonno. Mi basterebbe sapere che a meno di un metro da dove dormo io c'è l'uomo della mia vita, quello che mi completa senza avermi mai sfiorata. Ti ascolterei parlare, ti bacerei sulla fronte, ti coccolerei come se avessi la mia età... Oddio ma perché ti amo così tanto? Mi fai del male e del bene senza saperlo! Vivrei solo per poterti guardare e in un'altra vita vorrei viverti al cento per cento, lontana da tutto e da tutti, solo noi due. Quanti film mentali, quanti sogni! Magari se lo sapessi ne rideresti e mi prenderesti in giro, ma non importa, anche se ogni tanto mi vergogno visto che bacio le tue foto e ti parlo in inglese per non sentire così tanto la tua mancanza. Mi manca qualcosa che non ho mai avuto e non mi manca tutto ciò che la vita mi ha dato, capisci? Mi hai portato la vita, mi hai detto: Eccomi, sono qui anche se fisicamente non ci sarò mai, ma intanto sono qui affinché tu possa amarmi, affinché tu possa sentirti meno sola. Ti ringrazio infinitamente per questo tuo gesto! Non lo so il perché, ma se ti penso 24 ore su 24 significherà che non posso fare a meno di te, giusto? Tutti hanno delle cotte per dei cantanti, lo so, è giusto e anche ingiusto. Non decidiamo noi chi amare, ci innamoriamo e basta, questo è il vero gran casino. Ti amo. Non riesco a dire 'mi piaci da morire' oppure 'sei bellissimo' e poi rigirarmi nel letto a dormire. NO CAVOLO! Mi vien da dirti che ti amo senza sapere nemmeno il perché. Ti amo per tutto. Perché lo sento nell'aria, perché mollerei quelle poche cose che ho e starei appiccicata a te tutto il giorno, anche standomene in silenzio ad ascoltarti e impazzire per te in un angolino di una stanza senza mobili. Non me ne frega NULLA dei tuoi soldi, della tua fama, delle donne e degli uomini che hai amato e che ami o amerai, non mi importa se potresti anche guardarmi dall'alto al basso, sorridermi e poi andartene via oppure salutarmi e poi congedarti con un semplice -Goodbye- Tanto ti amerei lo stesso, anche se dovessi rimproverarmi per il troppo amor che ti dedico. Ti amo talmente tanto che non me ne frega nulla dei diciotto anni che ci dividono o dei confini che ci separano. Non vorrei un mio coetaneo, e quando giro per le strade o vado nei centri commerciali, ti cerco in ogni modo e in ogni dove... anche se so che non ci potrai mai essere. Sono talmente pazza di te che scrivo su questa pagina come se ti stessi parlando, ti rendi conto? So che non puoi leggermi, so che nessuno potrà dirti quanto ti amo, ma farlo sapere a tantissime persone in un certo senso mi aiuta, mi fa' sentire compresa e meno sola. So che credi negli amori platonici, e già questo mi rende felice e speranzosa. So che non potremo mai stare assieme, vicini, ma so anche che non vorrò mai nessun altro al mio fianco. Se non posso averti, allora non mi avrà mai nessuno! Me ne starò per sempre da sola, a pensarti, amarti, seguirti, ascoltarti, idolatrarti, ammirarti da lontano, in silenzio, dalla mia piccola postazione. Un computer che mi tiene aggiornata sul tuo mondo, i tuoi dischi... Li ho tutti! Ti pare che potevo farne a meno?? Il primo, quello omonimo della tua band... poi Without you i'm nothing ( ah, che presagio!) Black market music, Meds, Sleeping with ghosts, Battle for the sun, Loud like love... e ora che il tour è finito proprio oggi aspetto con ansia che arrivi Febbraio, quando uscirà il nuovo disco. Che emozione! Se solo sapessi quanto ti amo e quanto mi hai cambiato la vita, piccolo nano dagli occhi come il mare! Ogni tuo sorriso, ogni tuo pasticcio, il modo in cui cammini, il modo in cui ridi! Il modo in cui trascini valigie mille volte più grandi di te, il modo in cui vivi la tua bisessualità alla luce del sole senza aver paura dei pregiudizi che ancora dilagano! Il modo in cui hai preso da lontano le mie mani, per guidarmi verso la felicità... Proprio tu canti:- Your eyes forever glued to mine- E vorrei proprio incollare i miei occhi ai tuoi, per non dover più guardare la sofferenza del mondo. In te trovo TUTTO ma proprio tutto ciò che ho sempre desiderato. Sei maturo, sei bellissimo ( io vedo con gli occhi dell'amore, perciò magari ti vedo mille volte più bello) sei raffinato ma semplice, non ti reputi una star ma solo un musicista che ama il suo lavoro, ami tuo figlio in una maniera incredibile e ogni volta che ne parli i tuoi occhi iniziano a brillare e capisco che quel bambino, Cody, è così fortunato ad avere un padre amorevole e delizioso! Io non ho avuto questa fortuna, ma ho avuto la fortuna di poterti incontrare da lontano e amarti per sempre, di nascosto. Tanti potranno anche ridere di me, non mi importa. Non credo che l'amore abbia delle regole o debba seguire un qualche decalogo strampalato, credo che sia qualcosa che trascende la realtà, che ti porta in alto, in basso, ovunque tu voglia andare. Credo che l'amore sia la cosa più bella del mondo, perché c'è ma non la puoi afferrare, proprio come te mio dolce Brian. Ogni volta ti auguro sempre il meglio, voglio che il destino ti dia ancora di più, perché non tutti sanno apprezzarti come meriti, specialmente in Italia, dove ancora ti vedono come il ragazzo che a Sanremo spaccò la chitarra e l'amplificatore solo per far parlare di sé. Non sanno che la rabbia che portavi dentro era talmente forte che non potevi tenerla nel cuore, perché tu ed io siamo così uguali, così ribelli ma pacifici.Ad ogni concerto parli di beneficenza, di lotta contro l'AIDS, sei costantemente contro la guerra, contro i pregiudizi, contro le ingiustizie e contro le persecuzioni. Amo tutto di te, ma forse ciò che amo davvero con tutto il cuore è il fatto che senza averti nemmeno mai parlato, sei riuscito a fare ciò che non hanno fatto tutti coloro che vivono con me da 24 anni, e se questo non è amore, non saprei in quale altro modo definirlo. Quando mi sento giù ripenso al tuo sorriso o al modo in cui ripeti quasi sempre 'You know' in tutte le interviste, il modo in cui accavalli le gambe avvolte in quei jeans scuri che ti solleticano la pelle candida e bianchissima. Ogni volta che cammino per strada e mi sento gli occhi addosso di qualcuno che vuole offendermi o rendermi triste, penso che tu sia proprio al mio fianco, che mi tendi la mano e non mi lasci sola. E ogni volta che guardo il cielo, scommetto che lo stai facendo anche tu, magari alla ricerca della stessa stella. Non ho mai visto niente che potesse anche solo lontanamente assomigliarti o competere con la tua bellezza, e se mai lo vedrò sorriderò e continuerò ad amarti ancora di più, senza sostituirti mai. Fra vent'anni sorriderò di questo folle amore, ma si sa, io non ho mai amato le cose semplici, non ho mai voluto passare la vita con qualcuno solo per farmi vedere dai vicini o solo per dire 'si, anche io sono fidanzata'. Penso che l'amore vero ognuno se lo porti dentro, non necessariamente nel letto, non nella propria casa o nel quotidiano! Ogni giorno milioni di coppie che vivono 24 ore su 24 si lasciano, eppure dicevano di amarsi e si vedevano ogni secondo! Io non ti avrò mai, ma ti amerò per sempre. Cos'è che dicevi sempre? ... Fall into you, is all is seems to do, when i hit the bottle, 'cause i'm afraid to be alone... Don't give up on the dreams, don't give on the wainting and everything's that's true, don't give on the dreams... Because i want you too... Non mi aggrappo alla bottiglia perché sono astemia, mi aggrappo alle tue foto e a tutto ciò che mi parla di te, e lo so... Non smetterò mai di sognare, perché ti voglio troppo, e me ne frego di ciò che può pensare la gente. I love you, my darling. Se solo potessi sapere questo e moltissimo altro, forse non ci crederesti, ma è tutto vero, e io quando si parla d'amore non mento MAI. Non sono bugiarda, e se mentre scrivo le lacrime mi salgono all'improvviso, è perché vorrei che tu mi leggessi... Quante cose vorrei, tutto ciò che ha a che fare con te è come se vivesse dentro me, vita mia. Non sono un'illusa, sono solo una che ama troppo. Se solo sapessi, mi prenderesti per la solita fan che ama un cantante per la sua bellezza, MA non è così. Ti amo per un miliardo di motivi, e non so dirtelo perché è una cosa troppo grande. Se solo sapessi che io esisto proprio come te! Se mai dovessi sentirti solo, nonostante la tua bellissima carriera, vita e amicizie, io sarò sempre qui a sognarti e amarti, senza che tu lo sappia. Se solo sapessi, rimarresti a bocca aperta. Se solo sapessi amarti meno... ma ti amo, cavolo, ti amo come non ho mai amato nulla e nessuno in vita mia. Ho solo 24 anni, ma sono matura, so quello che voglio, e grazie a Dio posso scrivere, in modo tale da potermi sfogare, in modo tale che almeno un centinaio di persone sappiano quanto CAVOLO TI AMO! Non è un capriccio, non è un momento, è quasi un anno che ti amo e soffoco dentro questo sentimento... Voglio solo che tutta Italia, tutto il mondo lo sappia...Se non puoi saperlo tu, mi consola almeno il fatto di non essere la sola a saperlo. Sei la mia stella, il mio piccolo dolce fascio di luna. I love you don't know Poesia: Alla luna All'una di notte osservo la luna. Lei mi guarda senza occhi, io l'amo con sguardo velato di lacrime dolci e assetato d'amor incantevole, come una bambina che mi vien in sogno. Sogno mari bbagnati d'amore e mentre contemplo maree insormontabili, amo come non ho mai fatto prima. L'una è passata da un pezzo, ma i pezzi della luna, quegli squarci biancastri e le sue dune di formaggio, non si staccano dal mio pensiero infinito. Poesia: Paure E le paure andrebbero abbattute a colpi di abbracci e baci, non impiastricciandocisi il naso e le guance di lacrime amare. La libertà è una farfalla che non vorrebbe mai ritornare ad assomigliare ad un bruco. Racconto: L'azzurro chiaro dello sfondo, tu che indugi e poi ti mostri con pacatezza, imprigionato in un luogo che desideri ardentemente quanto la tua musica. I freddi mattoni scuri, la melodia tenue ma insistente come il richiamo di una sirena, le note sfrontate, il potere delle tue mani piccole ma forti, una chitarra rosso sangue che grida incessantemente mischiandosi ai tuoi echi sottili ma tremendamente coinvolgenti. Tutto il resto tace, e io imploro il cielo affinché l'infinito ci possieda, incatenandoci per sempre. Ed è un attimo, e l'azzurro è di un'intenso quasi disarmante, e il tuo pallore è identico al mio. E... E i corpi muti sussultano e lanciano sguardi ammiccanti, invisibili come fantasmi, noti come pochi. E l'amore impossibile non fa' altro che fluttuare nell'aria segreta, come in una guerra fra fiori. E... E tu sei lì, ciondolante e bellissimo, come la luna calante che mi fissa senza tregua. Ed è un attimo, e tutto tace. E... E nell'avanzare di un lento tramonto triste, mi perderò infinitamente nei dolci contorni del tuo viso, ossessivi come il forte sole mattutino ma leggiadri come farfalle perse fra vento e nostalgia. * nota dell'autrice: Il titolo è stato 'preso in prestito' dall'omonima canzone dei Placebo, -Special needs, La poesia è stata scritta interamente da me, senza copiare alcuna riga della loro canzone, ma solo prendendo spunto dal meraviglioso testo, video e melodia, che mi hanno ispirata tantissimo per la stesura di ciò che leggerete. Poesia dedicata interamente al cantante dei Placebo Brian Molko, a tutti coloro che amano qualcuno sia platonicamente che con ogni mezzo possibile e a tutti coloro che hanno una sensibilità infinita ♥ Racconto: Il rospo e la fanciulla C'era una volta, molto tempo fa, un luogo incantato e quasi fiabesco in cui regnava il silenzio e la pace interiore. I boschi erano fitti e popolati da enormi orsi bruni, bisce dai mille colori argentati e piccole fate dalle ali color porpora. Proprio al centro della selva, come in un palazzo incantato, vi era situata una piccola bara di vetro in cui giaceva supina una dolce ragazza dalle labbra color lampone. Le sue mani, delicate e pallidissime, si lasciavano scivolare lungo le curve del suo piccolo corpo, combaciando perfettamente coi suoi fianchi stretti da bambina. Il cinguettio dei pettirossi era incantevole e ipnotico, proprio come i suoi occhi, di un azzurro cielo limpido e intenso. Ad un tratto li spalancò, per poi sbadigliare con una grazia quasi impossibile, portando una delle sue piccole mani davanti alla boccuccia fine e morbida. Si guardò intorno, con un sorriso sornione. Si tastò il ventre, sentendolo caldo come se fosse una piccola gattina davanti al focolare. Quella mattina il sole era alto e splendido, e i suoi raggi avevano oltrepassato le vesti leggere del suo abito bianco, baciandola con un impeto del tutto casuale. Gli uccellini la guardarono, sorridendole e sbattendo pian piano le ali. -Buongiorno adorati! Che novità ci sono oggi? Non volete dirmi cosa faremo in questa giornata così splendida e soleggiata?- E rise, allungando le dita verso quei corpicini colorati e fragili. In tutta risposta quelli le circondarono il capo come se fossero tante corone fatte di fiori multicolori, dimostrandole amore e gioia. Uno di loro, il più piccolo, spalancò le ali e ruotò la testa dolcemente guardandola dritta negli occhi per poi rispondere:- Oggi abbiamo qualcosa di diverso, nostra adorata Ginevra! C'è un ospite che vorrebbe incontrarti, ma ha paura che tu possa allontanarlo. Pensa di non essere ben voluto, è convinto che il suo aspetto potrebbe spaventarti- Si abbassò piano, raggiungendo il suo collo. -Oh piccino, come sei dolce! Ti ho mai detto che ti voglio tanto bene? Voglio un gran bene a ciascuno di voi, nessuno escluso. Ho tanta nostalgia della mia vecchia vita, ma con voi mi trovo al sicuro, al riparo da ogni male. E dimmi, Farlocco, chi è costui che vorrebbe fare la mia conoscenza?- Intervenne il capo dei pettirossi, parlando con affanno e sicurezza. -Un rospo, signorina! Un rospo rugoso, verde e con grandi occhi sporgenti! Dovresti vedere come saltella da un ramo all'altro senza alcuna difficoltà e come gracida disturbando gli orsi e le fate più piccole!- La fanciulla rise, avvampando. -Portatemi questo fragoroso rospo e sarò la ragazza più felice di tutto il bosco, sicuro- I pettirossi si guardarono senza capire, ma acconsentirono con pazienza. -Crua, crua, crua- disse qualcuno, con voce graffiante e acerba. Ginevra spalancò gli occhi e sorrise, emozionata come non lo era mai stata in ventiquattro anni. Di fronte a lei, un bellissimo ragazzo dai capelli bruni e gli occhi azzurri si materializzò come in un sogno ad occhi aperti, scosso dall'euforia e dalla grande timidezza. -Questo sarebbe il rugoso anfibio che popola il bosco incantato? Allora, non avete niente da dirmi voi tre?- Disse ai pettirossi, ammonendoli. Essi si guardarono l'un l'altro, per poi cinguettare verso il ragazzo e svolazzargli attorno con circospezione. - Non sappiamo che dire Ginevra, noi abbiamo visto un bruttissimo rospo rugoso e chiassoso che se ne andava in giro per il bosco alla ricerca di un lago in cui nuotare tutto il giorno e fare l'atleta fra un'acrobazia e l'altra- -Piccoli miei, qua nessuno farà le capriole e tanto meno inizierà a cercare fiumi o stagni incantati. Lui sarà il mio sposo, non è vero...?- Il ragazzo le rivolse un amabile sorriso e le prese le mani, baciandole con delicatezza e serietà. Poi parlò, dimostrando grazia e modi gentili. - Rospo son stato, ma molto tempo fa. Agli animaletti che pullulano nei boschi è possibile vedere solo la mia parte incantata, ovvero il lato di me che rimane nascosto alle fanciulle che sanno amarmi con tutto il cuore. Tu, mia amata, hai visto la mia essenza già prima di avermi realmente incontrato, e perciò hai rotto in parte l'incantesimo. Sarai mia, come io sarò allo stesso modo per sempre tuo.- Gli uccellini gioirono, gli orsi ballarono scuotendo le zampe e mostrando i forti denti, gli alberi fluttuarono e le fatine si ridestarono dal loro lungo sonno primaverile. Tutto fu molto festoso e magico, compreso il matrimonio che unì per sempre il giovanotto e la tenera fanciulla. Spesso, chi capita da quelle parti, si chiede chi sia mai quella ragazza così coraggiosa che dorme in una bara di vetro tenendo fra le mani un rospo rugoso e chiassoso. Ma loro non sanno... E i pettirossi custodiscono severamente quel luogo ormai sacro, volando di albero in albero e gioendo all'infinito per quell'amore puro e mai contrastato. E nessun altro sa, e tutto tace, mentre l'incantesimo perdura e allo stesso tempo si infrange, all'infinito. Racconto: D'altronde sono solo attacchi di panico Tutto cambia, improvvisamente. Sei calma, ma ad un certo punto qualcosa ti destabilizza e perdi la concentrazione. Inizi a sudare copiosamente, le mani diventano ghiacciate, il cuore inizia a battere troppo velocemente, la gola è chiusa e si fa' una fatica tremenda a respirare. Il primo impulso è quello di allontanarsi da qualsiasi luogo, uscire dalla stanza 'maledetta', scappare lontano, correre con il fiatone e chiedere aiuto. Ma aiuto per cosa? Cosa potrei mai dire agli altri che mi fissano senza capire? Non ho sangue sulle mani, non ho un arresto cardiaco, non soffro di alcuna patologia, non ho problemi mentali, sono sana come un pesce eppure mi sento malissimo. Ti senti debolissima, scioccata, ti guardi allo specchio e vedi un'altra persona, bianca e con gli occhi che schizzano via, con le pupille dilatate e doloranti. Tremi come un gattino infreddolito, le gambe sono molli e non riescono a muoversi, ti incammini lentamente e ti sembra quasi di strisciare come un verme. I flashback sono continui, i deja-vu insopportabili, e le canzoni che conosci a memoria risuonano imperterrite nella tua mente. Tutto ciò che ami all'improvviso ti fa' paura, come se avessi il terrore di perdere tutto ciò che ti fa' stare bene. Deglutisci e cerchi di inspirare ed espirare, ma un peso sul cuore continua a sopprimerti, come un martello che ti schiaccia il petto, i polmoni e la gola. Provi a mangiare qualcosa ma non senti alcun sapore, i denti battono velocemente ed è impossibile masticare in modo normale. Il cibo vola via, a pezzetti, e gli occhi sono ancora più grandi, come la paura di morire. La certezza di dover perdere la vita senza alcun motivo. Caos mentale, voglia di dormire, voglia della notte che rassicura e calma, paura delle voci delle persone, di quello che potrebbero dirti o dei consigli inutili. Perché loro non sanno, loro non capiscono, non comprendono appieno. Pensano che sia paura e basta, pensano che poi tutto passi in un frangente, credono che il panico non esista, che tu lo faccia apposta per attirare l'attenzione, pensano che si possa controllare. Non sanno che al supermercato ti aggrappi ai manici del carrello con mani ghiacciate e orecchie quasi tappate. Non sanno che rispondi alle loro domande senza in realtà riuscire a concentrarti e a capire una sola parola dei loro discorsi. Non sanno che hai talmente paura che non riesci nemmeno a guardarli in faccia. Un attacco di panico, che può durare dai dieci ai venti minuti, generalmente. Io sono uno di quei casi a cui può durare addirittura tutto il giorno, per poi restare sotto shock per i prossimi due giorni, con il terrore che possa ricapitare. La paura della paura è peggio dell'attacco di panico stesso, è un circolo vizioso che ti consuma lentamente. L'ansia del ritorno, del non saper come fare. E allora eviti i posti in cui ti è successo, oppure come faccio io, ci ritorni apposta perché vuoi vincere questo maledetto demone che ti corrode l'anima senza farsi mai sentire dagli altri. Tutti pensano che tu sia pazza, ma non è così. Dicono che spesso gli attacchi di panico avvengono a causa di traumi infantili, a causa di disturbi post-traumatici da stress, cause genetiche e così via. Non importa quale sia la causa, l'importante è la cura. Yoga, scrittura, letture assidue, musica, amore, amicizia, tutto può salvarci. Ma il mostro sa sempre tornare, bastardo e crudele. Stai bene, e ad un certo punto l'adrenalina sale e le visioni di morte sono imminenti. Una bara, il tuo funerale. Per cosa è morta, diranno tutti? C'è chi non saprà che dire, altri risponderanno con un accenno distratto, altri ancora piangeranno e basta, altri diranno: soffriva di attacchi di panico. Non è un cancro, non è un linfoma, non è un tumore maligno alla lingua o all'utero, non è una leucemia, perciò sta tutto nella nostra testa. Non c'è nulla di fisico, perciò non si può morire. Si può morire di paura, ma poi si risorge sempre e il giorno successivo il panico è solo un bruttissimo ricordo. L'ultima volta che mi è successo mi trovavo da sola a casa, giusto tre giorni fa. Mio padre che correva al pronto soccorso con mia madre per un problema ai reni, un calcolo da controllare. Non era successo niente di grave, ma io ero ansiosa e paralizzata. Alle sei del mattino, con febbre e debolezza, dovevo rimanere sola a casa senza sapere quando loro sarebbero tornati. All'inizio tutto ok, passano le ore e inizio a stare male. Faccio finta di niente ma il panico è talmente forte che ad un certo punto inizio a piangere fortissimo, tenendo il telefono fra le mani. Mi chiama mia mamma per dirmi che è tutto ok, non ho nemmeno la forza di risponderle, non ho voce, non ho stimoli, sono scioccata e stanca. Sono fuori dal mondo, aiuto! Tornano a casa e io non li vedo nemmeno, mi allontano ma allo stesso tempo cerco di abbracciarli senza capire assolutamente niente. Inizio a piangere, a respirare con fatica, ho dei tremendi formicolii alle mani, le dita sono insensibili e le urla iniziano a salire, senza riuscire a bloccarle. Una carissima amica mi sostiene da lontano, tramite chat. Le sue parole mi danno forza...Mi dice:- Vorrei poterti aiutare, essere lì con te, soffermati su un oggetto o una foto, dicono che aiuti.- E la ascolto, perché tengo troppo a lei. Poi i miei mi trovano in quella condizione e non sanno che dire, a parte consolarmi e dirmi di calmarmi. Ma non dipende da me, è il mio inconscio che sale e sale e urla come un pazzo. E poi tutto passa, ma sono stanchissima, quasi sfinita. Non ho nemmeno voglia di mangiare, la pizza è insapore, non c'è nulla nel mio stomaco, loro parlano tranquillamente mentre io fisso il tavolo senza trovare alcuna parola. Passano le ore, e pian piano tutto si stabilizza. A distanza di tre giorni, ora che sono calma, penso: Perché tutto quel casino per niente?? Perché un attacco di panico è come un tornado, non c'è un motivo, eppure spazza via tutto, per poi lasciarti in un cumulo di macerie, da cui dover ripartire. A chiunque soffra di disturbi d'ansia estrema e attacchi di panico continui o rari, voglio dire di non lasciarvi mai sopraffare, perché loro non possono e non devono vincere. MAI. Un abbraccio sincero a chi si ritroverà nella mia testimonianza, affinché possa sentirsi compreso e meno solo. Racconto: Julien Julien si guardò attorno, poi si lasciò trasportare dal vento, salendo sul treno. La stazione aveva le sfumature autunnali di un triste grigiore londinese, ma a lui non importava affatto, perché il suo cuore possedeva mille arcobaleni pronti ad esplodere da un momento all'altro. Un uomo di bassa statura, con i baffetti neri e la camicia azzurrina, gli sorrise debolmente, porgendogli una mano. Il biglietto fu trafitto da una piccola ferita, proprio al centro del cuore. Verde, come la speranza, e come gli occhi di Julien. Londra non gli sembrava poi così tanto distante come gli era sembrata. Si acciambellò sul sedile a gambe incrociate. Sapeva che non lo avrebbe dovuto fare, ma non poteva farci niente, lui era così. Nasceva come un ribelle, come uno che vuole dare fastidio al mondo in silenzio Il biglietto fu trafitto da una piccola ferita, proprio al centro del cuore. Verde, come la speranza, e come gli occhi di Julien. Londra non gli sembrava poi così tanto distante come gli era sembrata. Si acciambellò sul sedile a gambe incrociate. Sapeva che non lo avrebbe dovuto fare, ma non poteva farci niente, lui era così. Nasceva come un ribelle, come uno che vuole dare fastidio al mondo in silenzio, senza mai rompere le scatole per davvero. Si perse a rimirare gli alberi che sfrecciavano come saette di fronte al suo sguardo opaco e stanco, entrò improvvisamente in uno stato di sonno-veglia, socchiuse gli occhi e poi li riaprì con attenzione e fermezza. Il vapore del treno assomigliava ad un lunghissimo mamba nero, con la bocca spalancata, pronto a divorare quei piccoli panini che si era portato dietro. Sorrise, pensando a quanta fantasia avesse, e poi si guardò attorno alla ricerca di qualcuno. Ma questo qualcuno non apparve da nessuna parte. Si appisolò, fece fatica a risvegliarsi, ma quando lo fece si ritrovò la scritta London appiccicata sul viso, seppur a debita distanza, come un pacco di patatine che si incolla al vetro di una macchina e poi invece non macchia nemmeno il parabrezza. Sussultò, cercando conforto in qualcuno che non appariva mai. Julien era abituato a viversela da solo, a cavarsela da solo, a tuffarsi fra le giornate caotiche da solo, a innamorarsi ogni giorno da solo. E da solo scese dal treno, aggiustandosi i pantaloni a scacchi, in stile punk. Ma non è che avesse la cresta o andasse in giro con le magliette dei Ramones tanto per sentirsi figo. No. La sua era una questione mentale, bastava scalciare un sasso o ammirare un insetto orribile che però ai suoi occhi diventava una farfalla incredibilmente bella, per sentirsi diverso e molto più alternativo degli altri. E la solitudine, quella era la sua alleata, da sempre. I piccoli piedi scalciarono un vecchio mozzicone, proprio sul marciapiede principale, dove gli homeless chiedevano disperatamente 'coins' e un po' di 'hope'. 'Hope is in our heart' sussurrò Julien, lanciando una sterlina all'indietro, senza sorriso. Julien sapeva il fatto suo, proprio come Londra. * Julien è il titolo di una canzone dei Placebo tratta dall'album del 2009 Battle for the sun. Poesia: Pills Ho dimenticato di prendere le medicine per il buonumore, e adesso mi ritrovo qui a girovagare come uno zombie in crisi esistenziale. Ho scordato di bere il veleno dell'amore, rotolandomi fra amari ricordi e Valium che si destreggiano nella mia gola come serpentelli mal ammaestrati. Pills. E tu pensi davvero che tutto il dolore possa sparire da un momento all'altro? Come se tutto ruotasse attorno alle tue stupide necessità o alle flebo che non smettono di ossigenarti il cuore pieno di spilli e sangue viola. Pills, e domani è un altro ennesimo stesso giorno. Poesia: Quando. Quando posso vivo. Poesia: Il giardino del niente Persa fra olivi maciullati dalla nostalgia e fiori marci che si rotolano pigramente fra dune scoscese e rivoli insanguinati. Il giardino delle idee, delle fantasie, del domani, della vita che poi non si uccide. Il Marzo in un giardino magico, e il corvo gracchia, sbatacchiando le ali sul giallo becco del merlo primaverile. Poesia Un angolo di paradiso Lo stavo cercando da un sacco di tempo. L'angolo di paradiso. Era come se fossi cieca, barcollante e zoppa. Camminavo e prendevo solo abbagli. Poi un'illuminazione: e allora ho visto la luce divina, il tutto che mi avvolse in un attimo. Mi avevano detto che la terra era tonda, e forse questo mi spaventava da morire, perché mi chiedevo:- Ma se è tonda, dove andrò a finire? Girerò in lungo ed in largo e non troverò mai niente- E invece no. Poi ho bussato all'abisso e ho guardato i suoi occhi neri, ho pianto e urlato, capendo. Ho capito che qualunque sia la forma o la posizione, tutto muta e cambia, e tutto si può risolvere, se si crede davvero in un Dio. Da quando credo di più, l'abisso non è nemmeno poi cosi tanto profondo e anche in un semplice cerchio, può esserci l'anima di un rettangolo Racconto: On the pink road- prima parte. Me n'ero andata via, senza farlo sapere a nessuno. Mi ero messa una di quelle strane bandane viola con alcuni piccoli rombi neri, e avevo preso il trasportino con dentro Plutone, il mio gatto nero. - Ce ne andiamo per sempre, piccolo mio- gli avevo detto, guardandolo in quegli occhi verde chiaro che assomigliavano ad un prato primaverile. E lui aveva miagolato debolmente, strusciandosi contro le gambe e sbadigliando. Di croccantini ne avevo pochi, ma in tasca avevo qualche euro, perciò avrei comprato qualcosa strada facendo, magari alla prima fermata dell'autobus. Mi girai a guardaguardare quella che era sempre stata la mia casa, e mi soffermai sulle finestre. Un piccolo pupazzo sembrava volermi fissare con occhi vuoti e spenti, come quelli delle bambole in porcellana. Poi spostai lo sguardo sulla porta e ridiscesi ancora più in basso, verso il tappeto che diceva Welcome. Per me invece era un Goodbye. Mi voltati, impugnai il manico della cuccia trasportabile e mi assicurai che il gatto stesse bene. Dopodiché fischiettai tenendo una mano in tasca, e mentre il tramonto si addensava, macchiando il cielo di un arancione pittoresco ed esotico, il mio cuore prese a danzare, saltellando su se stesso. Non sapevo se nella City of Sin ci fossero colori pastello come il rosa tenue, ma di una cosa ero certa: stavo portando sicuramente una ventata di armonia e candore. Allungai il passo e iniziai a correre, sbandando fra i ciottoli. Poesia: Too many things C'era questa cosa che non riuscivo proprio a capire: tu eri lontano e irraggiungibile, e fissavi milioni di occhi stranieri. E poi c'ero io che non sapevo nemmeno quale fosse il tuo colore preferito, ma mi sarei vestita con mille diverse tonalità, pur di non sbagliare. Non aveva senso quello strano tira e molla, anche perché il tuo sorriso continuava a mietere vittime e ad illuminare anche i tunnel più sotterranei. Io mi incamminavo senza sosta, prendevo treni al volo, racimolavo vecchi sogni e scartavo via vecchi quotidiani, e la tua immagine si fissava sulle prime pagine, lasciandomi con il cuore a pezzi, come uno straccio a penzoloni sul filo sbagliato. C'erano un sacco di cose che non tornavano che erano maledettamente insane e imprudenti, come la voglia di addossarmi alle tue fantasie o perdermi in inimmaginabili desideri che avvolgevano me e te, c'erano troppe cose, sotto un unico pazzo cielo. Racconto: On the pink road - parte seconda I cartelli ci passavano davanti senza rendercene nemmeno conto. I chilometri non li sentimmo nemmeno, così come il sonno o la fame. Ogni tanto davo qualche croccantino al micio, che mangiava con una voracità assurda, e poi mi rannicchiavo su me stessa, piegando le ginocchia contro il petto e nascondendomi quasi del tutto. Lui si era assopito come un bambino, lasciando ciondolare un braccio che ogni tanto sballottava qua e là come se non gli appartenesse nemmeno. L'aria si era fatta viziata, forse perché nell'autobus eravamo quasi in quaranta e lo spazio non è che fosse molto ampio, o forse perché non vedevo l'ora di scendere a sgranchirmi le gambe e prendere una boccata d'aria fresca. Forse provai un improvviso senso di panico, infatti cercai di distrarmi contando le mucche che pascolavano tranquille nei campi che si espandevano sotto i miei occhi. Un paesaggio incantevole. Ogni tanto un bellissimo stormo di uccelli neri, simili a delle piccole rondini, disegnava dei cerchi perfetti nel cielo, quasi scontrandosi con gli aerei che cercavano velocemente di atterrare nell'aeroporto più vicino. La natura era davanti al mio viso sereno e rilassato, e sorrisi nel vedere la mia immagine riflessa nell'enorme finestrino che assomigliava ad una gigantesca vetrata di un altissimo grattacielo. Poi il ragazzo si voltò verso di me, risvegliandosi come se fosse un gatto. Aprì un occhio, poi l'altro e mi guardò stiracchiandosi con un leggero tremore. Forse aveva freddo, ma comunque indossava un giubbotto pesante che l'avrebbe coperto per bene. - Buon risveglio- gli dissi, sentendomi in imbarazzo. Lui sorrise e si guardò attorno, allungando il collo verso una possibile via d'uscita. -Eh, ti sei dimenticato di essere su di un autobus?- Si mise una mano in faccia e scosse la testa, sconcertato. -Ho fatto un sogno stranissimo. Mi trovavo in un prato come quello che abbiamo proprio davanti a noi, solo che io correvo da un punto all'altro e inseguivo dei gatti neri, molto simili al tuo. A proposito come si chiama?- -Plutone- risposi, in modo fiero. -Bellissimo nome, molto originale- -Grazie. Poi cos'è successo?- Si sistemò meglio e proseguì. -Poi all'improvviso i gatti sono spariti e sei arrivata tu. Ma non avevi i capelli lunghi e rosa, erano corti e biondi- gli sfuggì una risatina veloce e mi guardò, fissandomi dritta negli occhi. -E cos'è successo?- gli chiesi, improvvisamente incuriosita e anche spaventata. -Non so. Poi mi sono svegliato- -Ah- non riuscii a trattenermi e abbassai gli occhi guardando per terra. -Beh, il viaggio è ancora lungo, e conoscendomi entrerò di nuovo in letargo- Risi assieme a lui e poi diventammo improvvisamente seri, sapendo che c'era qualcosa che avremmo voluto dirci, ma che non osavamo confessarci. Non potevamo. Il silenzio ci paralizzò e guardammo altrove, lasciando però che i nostri occhi continuassero a cercarsi, anche se da impossibili angolazioni. -Comunque tu dove sei diretto?- Mi rispose subito, un po' stranito. -A Las Vegas ovviamente- -Anch'io, ovviamente- Gli occhi mi si chiusero di poco, come succede quando si è pronti per il bacio tanto atteso, tremarono un po' come succede con mani e piedi in una situazione particolarmente ansiosa e difficile. Poi ridivennero fissi e mobili, e puntarono sull'altro lato dell'autobus, dove una bambina scartava un lecca-lecca dai mille colori ipnotici. D'un tratto mi ritrovai a cercare le caramelle nella borsa, e non perché volessi perder tempo, no, perché d'un tratto volevo tornare anch'io bambina, con dei piccoli vizi e le giuste golosità. Dolcezze a parte, tremai nel rendermi conto che i suoi occhi non smettevano di cercarmi, nel constatare che erano fissi sulle mie mani come se volessero baciarle a debita distanza per non sciupare qualcosa che era sul punto di nascere. Poi tolsi fuori una bustina bianca di Toffee e un'altra di schifezze viola con sopra scritto 'Candy- Candy'. Mi girai verso di lui, ma stava già dormendo. -Assurdo- dissi in silenzio, addentando una caramella. Il viaggio era ancora lungo. On the pink road- parte terza Las Vegas/ trecento miglia. Mancavano più o meno due ore e mezza. Per fortuna l'autista non era un tipo imprudente che prendeva i fossi o le curve come se fossimo in un'autoscontro, anzi, ogni tanto accendeva addirittura la radio e si sintonizzava sulle stazioni rock con una calma quasi assurda. AC/DC, Iron Maiden e Metallica ci fecero compagnia per almeno mezz'ora, per poi lasciar spazio al duo White Stripes e band come R.E.M, Misfits, Ramones, Rancid e i Queen Of The Stone Ages. Insomma, non mancava proprio nulla. Plutone dormicchiava rannicchiato come un bambino infreddolito, e lo sconosciuto al mio fianco russava come un uomo che ha problemi respiratori. -Che palle- mormorai, aggiustandomi i capelli. Improvvisamente mi arrivò dritto in faccia un colpo talmente forte da lasciarmi senza fiato e con un calore sulle guance che assomigliava alle fiamme di un camino ardente. -Ahio! Ma insomma... vuoi stare attento?- Il signorino, il bello addormentato, mi aveva involontariamente tirato un ceffone mentre sonnecchiava come un ghiro. -Scusa- mi disse, sbadigliando e sorridendo. Bello era davvero bello, niente da dire... anzi, riuscì addirittura a farmi ridere nonostante il dolore e lo stomaco che iniziava a brontolare. -Non fa niente- gli risposi, appoggiando la mia mano sulla sua spalla. -Siamo arrivati?- mi chiese, sbuffando e controllando l'orario sul telefonino. -No mi dispiace, mancano ancora due ore. Mi sa tanto che dovrai tornartene a dormire, ma l'importante è che la prossima volta non mi cacci via un occhio- Immaginai la scena, che seppur macabra aveva un qualcosa di ironico e buffo, e risi nonostante non ne avessi tanta voglia. La stanchezza iniziava a prendere il sopravvento, e lentamente, senza coscienza, caddi come una foglia fra le braccia di Morfeo, parlando a voce alta, in un buio che improvvisamente sparì dalla mia vista, ammorbidendo i sensi e deliziandomi. Mi lasciai andare, stavolta senza curarmi del ragazzo che sicuramente mi fissava con due occhioni stupendi. On the pink road / parte quarta: Lui si sveglia e io mi raggomitolo come una bambina di tredici anni. Plutone è mezzo rimbambito, sbadiglia senza senso e poi si tuffa sulle sue zampine, abbracciando il vuoto. Las Vegas è arrivata da noi, o meglio, noi siamo giunti alla beata meta. CITY OF SIN. Ci guardiamo, e pecchiamo già in un nano secondo. http://it.20lines.com/robertacanu Saggio: San Valentino Forse non mi crederesti, ma io oggi sono la persona più felice del mondo. Si, insomma. I tuoi occhi continuano a sfuggirmi, come se la terra ruotasse al contrario, senza sosta, come se volesse a tutti i costi trasportarmi in un'altra galassia, lontano da te. Ma io e te, siamo già distanti, eppure questo dolore che provo, lo stesso che a volte mi stringe in una morsa d'acciaio e tenebre che mi sussurrano parole strane, non mi uccide. Quando si dice che l'amore è più forte della morte, si dice tutto. Si dice anche che un amore vero va' oltre ogni cosa va' oltre le moltitudini che si oppongono alla singola coppia, si dice che il cervello si spenga ogni cinque secondi e che il cuore aumenti i suoi battiti come un martello pneumatico. Se ne dicono di cose, e se ne fanno a milioni, e nel tempo che intercorre fra un pensiero dolce come una piccola caramella lasciata al sole, e un bacio casto al sapore di fragola, tre milioni di amanti, cercano disperatamendi trovare una risposta, anche fosse la più stupida o banale. Ma l'amore cos'è?? L'amore non è forse quella cosa che riesce a toglierti la fame, ma allo stesso tempo a non farti mai svenire? Si, insomma pensiamoci bene. Se non ami nessuno e hai un vuoto allo stomaco, in meno di sei ore inizi ad accusare i primi dolori, che poi diventano incredibilmente lancinanti e mortali. In meno di 60 ore potresti morire, di fame. Assurdo, ma vero. Ma se ami qualcuno, e non mangi, e digiuni per ore, per giorni e per settimane, allora il tuo corpo, seppur straziato e dilaniato dai colpi inflitti e dalle fitte alla pancia, reagisce e si salva, mantenendosi intatto e più bello che mai. Per questo motivo, se vi dovesse capitare di sentirvi soli, e di non trovare più la vostra strada, sappiate che è molto meglio che troviate qualcuno che vi riempia di baci, piuttosto che dei tozzi di pane lasciati lì per voi, sulla via di casa. E che cos'è quel dolore che si prova e che non si sa mai spiegare?? Non c'è via d'uscita, ma allo stesso tempo la pace interiore si sparge ovunque, come una macchia d'olio in un'officina meccanica. Che assurdità l'amore! Romeo e Giulietta si sono amati per soli tre giorni, eppure per loro, e per noi, sono apparsi come tre lunghissimi anni. L'amore dilata il tempo e il coraggio. Senza l'amore, non avremmo futuro. Oggi è la giornata degli amori. E quando dico amori intendo TUTTI. Amori liberi di mostrarsi alla luce del sole, amori infranti, amori leggendari, amori letterari, amori puri, amori strani, amori nell'ombra,amori sotto i raggi, amori fra i rami, amori che inteneriscono e amori che stupiscono. Amori che imbrattano i muri, amori che sciolgono i cuori più duri, amori di pan di zucchero e amori di panna. Amori da biblioteche silenziose, da notturni, da tram affollati e autobus desolati. Amori da metropolitane, amori da film horror, amori platonici, amori impossibili, amori che non varrebbe nemmeno la pena vivere o citare. Amori da pazzi, amori da far scuotere le teste, amori da stadio, da pubblico impazzito, amori da schermo, amori da smartphone e computer, amori distanti,amori irraggiungibili, amori fantasiosi, amori straordinari, amori da cinema, amori musicali, amori da copertina, amori teatrali, amori adolescenziali, amori maturi, amori immaturi, amori adulti, amori nascosti, amori da sotterfugi, amori da fuitine, amori angelici e diabolici, amori insani, amori da ossessione, amori non corrisposti, amori a senso unico senza cartelli stradali. Amori passati, amori futuri, amori sognati, amori immaginari, amori fottuti, amori andati via, amori incasinati e non voluti, amori ansiosi e maleducati, amori mai visti prima. In ogni caso: Amore. Amore infinito. Amate sempre, in ogni caso. ...E tu, che mi doni ogni giorno la voglia di amare, proprio tu che nemmeno lo sai, sei la creatura più bella e incantevole del mondo. Buon San Valentino a tutti, anche a chi non può raccontarlo. ♥ Racconto: Il maglione azzurro./ parte prima Se ne stava lì in disparte, seduta su di una vecchia gradinata. Il sole riusciva a riscaldarle solo il lato sinistro del viso. Non era poi tanto facile capire quanto fosse bella, ma mi bastò un attimo per perdermi in quei magici lineamenti da fata azzurrina. Fumava una Marlboro, giocherellando con i piccoli anelli che ogni tanto si sfilavano dalle dita con un'armonia quasi strafottente. Non aveva proprio fatto caso a me, mentre io ormai non riuscivo a guardare altro se non il suo incantevole viso pallido. Socchiudeva gli occhi, poi li spalancava e guardava dritta davanti a sé, sorridendo di fronte all'immagine bizzarra di due bambini che si rincorrevano tenendo in alto dei palloncini a forma di elefante. Lei rideva, ed era maledettamente bella, e libera di volare come una farfalla. Il maglioncino celeste, leggermente bucato sulla spalla sinistra, aderiva perfettamente a quel corpo un po' pienotto, ma allo stesso tempo perfetto. Immaginai un reggiseno nero, non troppo imbottito. Non aveva di certo l'aria di una di quelle tipe provocanti che vogliono diventare delle super modelle o delle showgirl, e questo mi piaceva da matti. I suoi capelli biondi, leggermente ondulati, mi fecero pensare alle dune di un maestoso deserto. E poi quegli occhi azzurri, contornati da una linea sottile di kajal nero, che ogni tanto si perdevano negli alberi, nei pettirossi che svolazzavano frenetici alla ricerca di un nido, nelle nuvole che ogni tanto facevano capolino e la ricoprivano da lontano, senza sfiorarla nemmeno... Quegli occhi così accesi, così vitali, acquatici. Non assomigliava a nessun'altra ragazza vista in precedenza, ma avessi dovuto paragonarla a qualcuna, forse avrei scelto Cara Delevingne. Aveva qualcosa di buffo, e mentre mi avvicinai a lei con passo leggero, camminando quasi in punta di piedi sulle mie Converse leggerissime, mi resi conto che mi stava fissando. Non sorrideva. Mi guardava con quegli occhioni grandi da principessa, con aria assorta, come se volesse trapassarmi l'anima, uccidendomi all'istante. Poi lanciò via la sigaretta, senza darle nemmeno uno sguardo. Scese gli scalini, si allacciò una delle scarpe viola che calzava in maniera assurda, quasi fosse un'adolescente, e poi mi venne incontro, come se mi stesse aspettando. Ora il sole le illuminava completamente il viso, avvolgendola in un alone di lucentezza e splendore. - Ciao- mi disse, accennando un sorriso dolcissimo. La guardai, arrossendo. Il maglione celestino, visto da un'altra angolazione, risultava molto più aderente e provocante, ma a lei sembrava quasi non importare affatto. Anzi, mi guardò incuriosita, continuando a sorridermi. Rideva con gli occhi, e questo mi bloccò il cuore all'istante. -Ciao- le risposi, tenendo lo sguardo basso, sul marciapiede. Degli assurdi volantini con varie promozioni iniziarono a svolazzarmi attorno, assieme ad alcuni fogli stropicciati. Ma non li vidi sul serio. Ormai il mio cervello era da tutt'altra parte. -Sei nuova da queste parti?- mi disse lei, scompigliandosi i capelli. Solo allora notai che aveva delle piccole ciocche fucsia e verdi ai lati del viso. -Mi sono trasferita da qualche giorno. Ma Roma mi sembra proprio un gran bel posto- Rise, accendendosi un'altra sigaretta, questa volta una Pall Mall. -Ne vuoi una per caso? Anche se non mi sembri una di quelle che fumano, bevono o cose simili. Mi sembri una a posto- Accennai un si molto debole, ma non osai guardarla in faccia. -No grazie, non fumo. Hai azzeccato- -Lo dicevo io. Aspetta fammi indovinare, per caso hai la camera piena di libri, magari qualcosa di Lovecraft, Poe, King, e altri simili? Poi ovviamente non ti mancheranno i poster delle band che adori... Aspetta, non dirmelo. Basta guardarti per capire tutto. Non sei certo una di quelle che vanno in disco, che frequentano locali alla moda, che vanno a mangiare nei ristoranti più in della città. Tu sei una di quelle che amano le panchine, le notti in cui la luna è piena e si può sognare ad occhi aperti. Tu sei una di quelle che vanno matte per i Placebo, i Cure, gli Smashing Pumpkins. Sbaglio?- Non dissi niente, perché lei aveva già detto tutto. Non ci conoscevamo nemmeno, eppure non aveva avuto alcun dubbio. Com'era possibile? -Lo dicevo io- aggiunse, divertita e orgogliosa. -Come fai a sapere tutte queste cose di me?- la guardai, sperando che mi rivolgesse uno di quei bellissimi sorrisi, quelli che riescono a cambiarti la giornata in meno di due secondi. E, grazie a Dio, lo fece per davvero. - Leggo nella mente. Mi è bastato un secondo, ed ho visto tutta la tua vita. Hai quei classici occhi stanchi, tristi. Ma hai un sacco di vitalità. Sei una di quelle persone talmente emotive e fragili da risultare apatiche e fredde. Ma si vede che hai soltanto bisogno d'amore- -Si ma dimmi una cosa. Come mai ti interessi così tanto a me?- cercai di essere spontanea, ma la timidezza prese il sopravvento e mi sentii avvampare. Non potevo far finta di niente. Era bellissima e unica. E non sapevo ancora niente di lei. - Sei strana, e a me piacciono le cose strane. Non se ne vedono come te in giro. Qua è una noia assurda. Si ok, si esce in piazza, si incontra un sacco di gente, qua vengono i cantanti, gli attori famosi, si vive alla giornata. Ma spesso manca qualcosa... qualcosa che riesce a toglierti il fiato. Ti ho vista, mi hai colpito molto. Jeans strappati, giubbotto in pelle con spille stranissime. Capelli azzurri. Dai, non capita tutti i giorni di vedere tipe come te. Sei proprio forte, sai?- Aspirò il fumo e poi sollevò il viso verso il sole, lasciandosi cullare dal calore primaverile. La osservai, forse con meno timore, ma con più interesse di prima. I fianchi stretti, il petto morbido che lentamente si sollevava e poi si abbassava ad ogni lento respiro. Le braccia coperte dalle maniche di lana, la pancia piatta, la pelle bianca che spuntava come un fascio di luna da quel maglioncino azzurro decisamente troppo piccolo. Risalii di poco, fissando l'attenzione sul suo collo, piccolo ma elegante. Le spalle minute ma non troppo strette, le guance leggermente colorate di un rosa pastello, come quando la febbre sale di poco e la temperatura raggiunge i 37 gradi. La fronte leggermente sudaticcia, le mani un po' tozze e smaltate di nero, la piccola cicatrice sulla fronte e quel modo buffissimo di socchiudere gli occhi come se fosse una bambina di dodici anni. Forse si rese conto che la stavo fissando da circa dieci minuti, perché si spostò leggermente e iniziò a guardarmi come se volesse chiedermi qualcosa. -Mi piacciono le cose strane- ripeté, questa volta scostandomi una ciocca di capelli azzurri dietro le orecchie. Poi schiuse leggermente le labbra, e anziché chiedermi:- Posso dirti una cosa?- Mi disse:- Posso provare una cosa?- Non risposi, ma quel silenzio valse per mille parole. Si avvicinò, con quell'aroma dolciastro alla fragola che le avvolgeva i capelli e forse il corpo, e mi stampò un piccolo bacio sulle labbra. Non lo sentii nemmeno, ma non riuscii ad evitarlo. -Scusa- mi disse, mordendosi le labbra. -Ero così curiosa!- Si toccò la bocca, con mani tremanti. Avrei voluto dirle che la gente normale non fa' mai cose del genere solo per pura curiosità, ma lasciai perdere. Le scappò una risata fugace, poi si allontanò, lasciandomi sola e stralunata. Non mi diede nemmeno il tempo di dirle che anche a me piacevano le cose strane. Mi sedetti su un muretto, aspettando che la sera scendesse su di me. Parte seconda. Quella notte non chiusi occhio. Mi rigirai continuamente nel letto, ripensando a quel viso meraviglioso, ma soprattutto chiedendomi se l'avrei mai più rivista. Mi aveva rubato uno di quei baci che riuscivano ad ingannare chiunque, che sussurravano parole mai sentite prima, parole che forse chiunque avrebbe voluto sentire al buio di una vecchia camera, senza nessun altro attorno. Mi alzai a bere un bicchiere d'acqua, poi lo appoggiai sul comodino e lasciai cadere alcune gocce sul legno. Com'era noiosa la mia esistenza! Riuscivo a perder la testa in meno di cinque secondi forse proprio perché la vita mi stava così tanto stretta, avevo un bisogno continuo di vivere emozioni forti, di stare alla larga dalla mondanità, dall'eccesso, ma allo stesso tempo non riuscivo ad allontanarmi dall'amore, dalle sregolatezze. Ok, niente fumo, alcool e sesso esagerato, ma dentro di me sentivo quotidianamente un'esplosione di idee, come un vulcano in continua eruzione. Stavo sveglia, pensando al momento in cui l'avrei rivista. E se non ci fosse stata mai più un'altra occasione? D'altronde nessuno mi dava la certezza che fosse single o che fosse realmente interessata ad una come me. Il resto del mondo comunque stava fuori. Nessuno ci avrebbe separate, non me ne fregava assolutamente niente di tutta quella gente con mille pregiudizi, di tutti quelli che quando ti vedono passeggiare mano nella mano con una ragazza ridacchiano e si tirano mille spintoni soltanto per prenderti in giro. Ho sempre fatto di testa mia, senza dover rendere conto a nessuno. Mi affacciai alla finestra, lasciandomi avvolgere dal freddo tipicamente notturno. La luna era meravigliosa, enorme e quasi rossastra. Mi coprii meglio con un vecchio maglione, e sorrisi come una ragazzina nel constatare che ne avevo preso proprio uno azzurro. La ragazza dal maglione celeste forse mi stava pensando, ma Roma non è certo un paesino, ci vivono talmente tante di quelle persone che è proprio assurdo potersi incontrare per caso. Eppure la voglia di vederla era tanta, così come era immenso il desiderio di poterla baciare, magari al chiaro di luna. Il telefono iniziò a squillare, e allora rientrai in camera, leggermente infreddolita. -Pronto?- dissi, alzando gli occhi al cielo. Già immaginavo la chiamata di mia mamma, le sue solite frasi ad effetto del tipo non chiami mai, non ti fai proprio sentire, allora quand'è che ci regali dei nipotini e altre stupidaggini varie. Ma stavolta andò in modo molto diverso. -Sono io- rispose, la tenera voce all'altro capo del telefono. Io? Io chi? Pensai... Sciocca, ingenua e forse già fin troppo innamorata. -Sei... tu?- Una piccola risata soffocata, come se stesse nascondendo il viso con le mani. -Si, si. E chi sennò?- Ero felicissima di risentirla, ma allo stesso tempo avevo paura. Non seppi bene il motivo di quell'apprensione, ma forse significava solo una cosa: lei stava diventando fin troppo importante. -Son felice di sentirti. Posso chiederti come hai fatto a trovare il mio numero?- La linea sembrò improvvisamente disturbata, poi lei rispose con un filo di voce, assomigliando incredibilmente ad un micetto che fa' le fusa. -Posso chiederti come posso venirti a cercare?- Mi lasciò di sasso. Ad ogni mia domanda riusciva sempre a rispondermi con un'altra domanda. Assurdo! -Via Mazzini, numero 6- Tu-tu. Aveva già riattaccato. Mi lasciò così, senza parole, con la cornetta fra le mani e le labbra socchiuse. Un po' come la sera prima. Mi lanciai sul letto e aspettai, al buio. Parte terza ed ultima Toc-Toc. Stavo sognando. Oppure ero sveglia ma non riuscivo a separare la finzione dalla realtà. Ma il rumore era comunque insistente e più vivo che mai. E poi stavolta: Driiiiiiin, Driiiiiiiin. -Diamine!! Chi ca...- Poi mi fermai, con gli occhi chiusi e la testa dolorante. E pian piano ricordai. Lei. La ragazza senza nome. La tipa azzurra. Mi buttai giù dal letto lanciando via le coperte, scaraventandole in ogni angolo della stanza. Poi mi avvicinai alla porta, sbirciai dallo spioncino e la vidi, mentre guardava a destra e a sinistra, sbuffando come una ragazzina che non può più aspettare la cena. Mi sfuggì un sorrisetto malizioso e aprii. -Finalmente, bella addormentata! Saranno più di venti minuti che aspetto. Tieni, è per te- La guardai come se la stessi vedendo per la prima volta, con occhi diversi. Aveva i capelli raccolti in mille intrecci stranissimi, e forse durante la notte aveva provato a tingere alcune ciocche di un rosso acceso, perché notai un colore che il giorno prima non avevo proprio visto. Era comunque bellissima e particolarmente sensuale. Mi tese la mano, ricoperta di strane scritte: nomi, lettere, numeri, cifre, date. Non riuscivo proprio a capire. -Lascia perdere quella merda, dai, son strana lo sai. Piuttosto prendi questa cosa, dai che son curiosa!- Sfiorai la sua mano morbida e delicata, forse fin troppo piccina, e afferrai il pacchetto. La carta azzurrina mi fece scuotere la testa. Azzurra. Forse si chiamava azzurra, pensai, tra me e me, ma non glielo dissi. Scartai velocemente il regalo e mi ritrovai fra le mani un CD. -Non ci credo. Questo mi mancava, sul serio. Non so come ringraziarti- La abbracciai e mi persi in quel delizioso campo di fragole che era il suo corpo. Lei non si mosse, ma allo stesso tempo mi afferrò per le spalle con una tenerezza incredibile. Poi ci separammo, senza guardarci nemmeno una volta. I nostri capelli svolazzarono nell'aria, quasi fossero intimiditi. -Son contenta che ti piaccia. Stanotte non riuscivo a dormire, e mi son detta... Perché non farle una bellissima sorpresa? Ho rovistato un po' ovunque, ed ero sicura di averlo messo da qualche parte, ma sono talmente incasinata, disordinata che proprio non sapevo da dove iniziare a cercarlo! Poi ho aperto un cassetto a caso ed eccolo lì. L'ultimo album dei Placebo. Ok, non è come quelli precedenti, lo sai che hanno cambiato un po' genere, ma è comunque bellissimo- Lo rigirai fra le mani. La copertina azzurrina, con la scritta Loud Like Love, mi ipnotizzò all'istante. Un caleidoscopio di colori incredibili, un vero inno all'amore. -Loud like love dei Placebo- mormorai, mordendomi le labbra. -Grazie mille, non avevo mai ricevuto un regalo così bello, soprattutto da una sconosciuta- Ci guardammo, poi lei mi prese le mani e capii al volo. Lasciai scivolare il CD sul letto, dandogli una sbirciatina. Era a posto, tranquillo, in quel nido caldo e protettivo. Poi fissai quegli occhi azzurri, stavolta struccati, e deglutii imbarazzata. - Sei molto bella, sai?- mi disse, con uno sguardo da ragazzina. -Anche tu lo sei. Avrai un sacco di ragazzi che ti corrono dietro- Glielo dissi tutto d'un fiato, senza riflettere a ciò che gli avevo appena detto. Lei rise e buttò la testa all'indietro, lasciando scoperto il collo. Un brivido mi salì lungo la schiena e mi tirai giù le maniche, cercando di coprirmi come meglio potevo. Ma sapevo che il freddo non c'entrava assolutamente niente. -Oddio Oddio! Sul serio, no aspetta non so se riuscirò mai a riprendermi da questa cosa! Aahaahah non posso davvero! Quanti ragazzi??!! Ahaahah- E rise ancora di gusto, lasciandomi lì in piedi, come una cretina, senza parole. -Scusa, non volevo offenderti- Ridivenne improvvisamente seria, ma un piccolo risolino le sfuggì dalle labbra, come il bacio della sera prima. -Vieni qui, vuoi?- Mi tese il braccio. Mi avvicinai e le accarezzai una guancia. -Ok, quindi vuoi- disse ridacchiando. Ma non era una risata di strafottenza, lei era proprio divertita e contenta come non mai. Era felice come me. -Ieri notte non ho dormito- -Neanche io- le dissi, con il cuore in tumulto. - Lo immaginavo- dichiarò, sorridendo senza mostrare i denti. Il rossetto rosso, non troppo acceso, le dava un aspetto da pin-up. Se avesse avuto un corpo più formoso, sarebbe stata la versione di Dita Von Teese con i capelli biondi. Irresistibile. Ci guardammo a lungo, poi le sue braccia misteriosamente si intrecciarono sul mio collo, e iniziammo a danzare senza musica. Lei iniziò a canticchiare qualcosa, ma non riconobbi il motivetto. Mi lasciai andare ma non chiusi gli occhi. La guardai senza dire niente e lei fece altrettanto. -I wanna be much more like you... i wanna fall in love with you- E io proseguii per lei. -I wanna say i do- -The question is, do you?- Cantare una canzone così, in quella circostanza, fu un suicidio. -Non facciamoci altre domande, ti prego- -Mi sembra la risposta più giusta- e sorrise, stavolta mostrando una fila di denti bianchissimi e non troppo regolari. In meno di due secondi, e ad una distanza di soli due centimetri, decidemmo di accorciare ulteriormente distanza e tempo, stringendoci in un tenero abbraccio. -Non andartene- -Non mi muovo- Parlammo velocemente, e con la stessa smania ci guardammo, stavolta perdendoci in baci che non saremmo mai riuscite a contare. Mi mordicchiò le labbra, e mi spinse sul letto, con audacia. Lanciai uno sguardo al CD e lo spostai velocemente sul comodino, con una cura quasi maniacale. Poi il suo corpo combaciò alla perfezione contro il mio e poco prima di chiudere gli occhi e sorridere pensai: Loud like love. E dimenticammo il mondo intero. Ultima parte. La notte fu lunga, ma non lenta. Il tempo ci scivolò addosso, come le nostre mani che cercavano angoli inesplorati, curve desiderate e insenature morbide e delicate. Mi svegliai con il collo leggermente dolorante, avvolta da un lenzuolo coloro porpora e dalle sue braccia lunghe che volevano stringermi come un serpente. Sorrisi quasi senza motivo, mentre alcuni sbadigli uscirono spontanei, un po' per il sonno e un po' per la fame che iniziava a farsi sentire. Lei si mosse di poco, lasciò il mio corpo e abbracciò il cuscino a forma di cuore. Le posai un piccolo bacio sulla guancia e lei mormorò qualcosa, stropicciandosi gli occhi. Poi li aprì, e mi guardò quasi spaventata. -Che ore sono?- Mi sdraiai vicino al suo bel corpo, baciandole dolcemente le spalle. In risposta, lei si nascose, intimidita e forse insicura. -Sono le otto e trenta, non è tardi. Se vuoi puoi tornare a dormire. Ti preparo la colazione, va bene?- Fece OK con le dita e mi baciò, non sulle guance, ma sulle labbra. Quel che era successo la notte passata non l'avrei mai dimenticato. Mai, nemmeno fra un milione di anni. Il suo respiro, le mie mani che a tentoni cercavano di aggrapparsi alla sua schiena nuda, i suoi lineamenti perfetti, i capelli lunghissimi che mi solleticavano la pancia, i suoi baci dal sapore nuovo e fresco e poi i nostri cuori che battevano all'unisono, scontrandosi vivacemente. La guardai e poi capii di amarla alla follia. Dopo qualche minuto trascorso in religioso silenzio, mi rispose, con voce assonnata. -Si, ma non vorrei approfittarne troppo. Sai, sono ancora scombussolata. Non ci conosciamo nemmeno, è stata una notte pazzesca, ma ho paura. Non vorrei sembrarti sfacciata, ecco. Dai, vado via- Le misi una mano sul petto e la bloccai. -No no no, tu rimani qui. Non vai da nessuna parte, capito?- -Se insisti, ok rimango- -Ecco ora mi sento più felice- le dissi, lanciandole un sorriso veloce. Poi sparii e mi avventurai in cucina, aprii il mobiletto in cui sistemavo il frullatore e altri utensili simili e preparai una vera e propria colazione americana. -Spero ti piaccia, piccola mia- sussurrai alla stanza vuota e silenziosa. Presi due uova dal frigo, le ruppi in due secondi lasciandole fluttuare nella padella che usavo solo nelle occasioni importanti ( quella rossa ) e accompagnai il tutto con tre piccole fette di bacon. Non sapevo se fosse vegetariana o meno, ma io ci provai lo stesso. Poi qualcuno entrò nella cucina, a piedi nudi. Ovviamente era lei. Si guardò attorno, sbadigliando. Poi si stiracchiò lasciandosi scivolare sulla sedia più vicina e mi osservò con attenzione mentre cucinavo per lei. - Mi guardi?- -Ti sto fissando, il che è molto diverso- mi disse, inclinando la testa di lato e appoggiando il gomito sul tavolo. Poi iniziò a ridere e a coprirsi il viso con le mani. -Che c'è da ridere?- -Rido perché io non mangio né carne e né uova- -Bene, anzi no benissimo. Allora butto via tutto, aspetta... Ti preparo un frittata Veg ok?- Scosse la testa e mi zittì all'istante. -E se invece lasciassimo completamente perdere tutte queste cose, ricette, cibo, colazione, ecc e pensassimo a noi?- Non capivo, o forse capivo fin troppo bene. Lanciai il dado, tentando la fortuna. - Come ti chiami?- le dissi, sentendomi così tanto piccola e ingenua, proprio fragile e impacciata. - Lo sai- fece lei, alzando di poco la testa e poi mangiucchiandosi le labbra screpolate. -Azzurra?- dissi, sapendo di non aver sbagliato Lei non rispose, ma mi prese entrambe la mani. Poi le guardò, prima la sinistra e poi la destra. Pose l'attenzione sui miei occhi, baciandomi con lo sguardo. -Io sono Celeste- le dissi, con un pizzico di imbarazzo. -Non ti sto prendendo in giro, eh, è proprio il mio nome- continuai, giocherellando con i capelli e contorcendomi in mille modi diversi. Stavo sudando, impazzendo. -Non fa' nulla. Potresti chiamarti anche Viola, Rosa, Lilla, Rossa. Sei tu, e basta questo- Non seppi rispondere, ma tacendo in quel modo, le feci capire un sacco di cose... cose che lei acchiappò al volo senza farselo ripetere due volte. Mi baciò, stavolta con più passione e senza timore, e mi sentii finalmente felice e appagata. Risposi con un bacio altrettanto vero e più spalancato che mai, senza paura di poter morire, senza regole, senza pregiudizi. Poi, lasciandomi come un pesce fuor d'acqua, si staccò senza preavviso, assaporandomi da lontano. - Si, mi chiamo Azzurra, e ti amo- La abbracciai, praticamente mi buttai fra le sue braccia, e finimmo a terra ridendo come se non avessimo un altro pensiero al mondo a parte noi due. - Ti amo anch'io, Azzurra- Glielo dissi sentendomi come una farfalla che finalmente è riuscita a volare in alto, laddove le altre non hanno mai osato svolazzare per paura di poter deludere i propri genitori, le proprie amiche. Volai fin quasi accanto al sole, senza paura di bruciarmi, e perdendomi nei suoi occhioni azzurri, provai un senso di angoscia e pena per quei poveri bruchi che ancora non riuscivano a trovare il coraggio di mutare finalmente aspetto. E non esistemmo per nessun altro, per anni e anni e anni ancora. E ogni volta che trovavamo delle farfalle, davamo loro i nostri nomi, sentendoci libere come le onde del mare. * nota dell'autrice: Azzurra e Celeste sono dei personaggi inventati, ma spero davvero che nel mondo esista una qualsiasi Azzurra e una qualunque Celeste che possano amarsi allo stesso modo, senza vergogna o paura. ** nota: la canzone che le due ragazze cantano è: ' I DO 'della band Britannica i Placebo. ( va be si è capito che ne vado matta) Poesia: Euforia mattutina Passano le ore, e poi e un attimo, e mi chiedo cos'è che ti rende così strano e magico. E rifletto, rosicchiando una penna rossa, e poi mi rigiro nel letto, giocando con i capelli, torturando mille ciocche senza ritegno. E tu, che passeggi tranquillo senza pensieri, proprio tu che con quell'aria pallida, con mani fredde e voce calda, mi scuoti l'animo come un lenzuolo che trema e si gonfia, e si apre, e poi rabbrividisce, nella candida luce di un mattino di Febbraio. Passano i minuti, e la sera sembra già voler conquistare il mio cuore nodoso e impuro, e stelle di meraviglia si stagliano sul mio corpo, accecandomi con ardore. E tu che mi uccidi senza nemmeno saperlo, con tenera follia! Un perfetto sconosciuto che si fa spazio fra la nebbia, su cuori di ghiaccio e pensieri che si intrecciano come gabbiani in volo, fra reti invisibili e stormi da evitare. E poi è un attimo, e il rossore del sole che si imbarazza di fronte al tuo viso, è solo un prezioso ricordo, e dal balcone freddo e polveroso, si affaccia una piccola bambina, e quel viso bello tondo è inconfondibile e sereno, e dormo, mentre lei mi accarezza i sogni, quei sogni con il tuo nome. Fiaba: La principessa e il ciabattino In un tempo che ormai è quasi inutile ricordare, vi era una fanciulla dai lunghi capelli biondi e un fanciullino dalle vesti logore e i capelli unti. Accadde che un giorno, sole e luna, ammirando il mondo con fare noioso e triste, sputassero fuoco e polvere di stelle sulla terra, avvolgendo e ricoprendo quell'arido suolo che i due sconosciuti calpestavano continuamente. Accadde poi cche Cupido, quel ragazzotto sempre pronto a scoccare frecce dalle punte a forma di cuore, ne rubasse pensieri e sogni, racchiudendo i loro più intimi segreti in un'ampolla dalla testa di drago. La fanciullina dai modi garbati e dalle doti eccezionali, sospirava dal giorno alla notte, con occhi tristi e sconsolati. -Troverò mai qualcuno che mi ami alla follia? Oh povera me! Che destino crudele e malvagio!- E l'usignolo più tenero che avesse mai varcato le mura del castello, sentendo quelle dolci parole, iniziò a circondarle le spalle con graziose ali vellutate. Cupido, dal canto suo, osservò la scena da lontano, ben nascosto da un antico salice piangente. Alzò gli occhi al cielo, e il sole gli sorrise, sbaragliando ogni parvenza di nubi all'orizzonte. Il cielo apparve limpido e sereno, azzurro come gli occhi della principessa triste. Clock. E la freccia le oltrepassò il costato, sparendo oltre il labirinto delle mille vecchie lune. La ragazza sciolse le lunghe trecce, sorrise al piccolo usignolo e danzò tutto il giorno, meravigliando il re e tutta la servitù. Poco distante dal castello fatato, il giovane ciabattino sbuffava e tratteneva lacrime amare. -Ohi, Ohi, disgraziato me! Tutto il giorno a lavorare, a fare lo schiavo senza un minimo di dignità, poi scende la sera e non posso osservare la meraviglia di un rosso tramonto accanto alla donna della mia vita! Come mi sento solo e triste!- E iniziò dunque a cantare, lasciando che le lacrime scivolassero lungo le maniche della vecchia giacca blu. -Smetti di lagnarti, oh ciabattino! Chi ti amerà mai con quel brutto nasone, quelle mani da ragazzina e gli occhi sempre pieni d'acqua?- gli disse il vecchio Mastro Fagiolo, ridendo e fischiettando. Ma il ciabattino continuò a cantare con voce soave e melodiosa. -Un bel giorno la mia amata troverò e all'alba di un nuovo giorno mi sposerò...- Ma il suo viso era spento e triste. Un usignolo, sentendolo cantare, gli si avvicinò silenziosamente con fare guardingo e composto. Il Mastro se ne accorse e provò a lanciargli una scarpa. - Va' via, pennuto del diavolo, via!- Il piccolino, spaventatissimo da quei modi bruschi e accattivanti, si allontanò spalancando le ali e cinguettando con voce strozzata. Il ciabattino, accortosi della triste vicenda, si avvicinò alla finestra, gli porse una mano e accarezzò il corpicino dell'usignolo, sorridendogli amorevolmente. -Chi sei tu, che svolazzi allegramente in un giorno per me così triste?- L'uccellino non rispose e svolazzò attorno al davanzale, cercando di attirare la sua attenzione. All'improvviso una luce rossastra divampo' nell'aria e l'usignolo si trasformò in un grazioso cherubino paffuto, dalla pelle candida e i riccioli biondi. Il ragazzo spalancò gli occhi, mentre Mastro Fagiolo, con fare severo e muso lungo, levò le tende una volta per tutte. -Non chiedermi niente, ti prego- disse l'angioletto. -Sono qui perché ho ascoltato le tue parole d'amore e il tuo canto meraviglioso. Ho deciso di premiarti, regalandoti ciò che gli uomini desiderano da millenni. D'ora in poi non soffrirai mai più e al tuo fianco avrai una donna bellissima che ti amerà allo stesso modo in cui la luna ama il sole, con l'unica differenza che voi potrete amarvi senza dovervi mai nascondere. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, questa volta di gioia e allegria, e piccole fatine dai lineamenti dorati iniziarono a volteggiare alle sue spalle, esultando e festeggiando per il nuovo amore che si accingeva a sbocciare. La freccia infuocata trapassò dolcemente il cuore del ragazzo, senza provocargli alcun dolore, e in me che non si dica, l'angelo sparì in una nebbia debolissima, lasciando il posto all'usignolo di prima. Il piccolo danzò ad ali spiegate, sbattendo le palpebre come una graziosa fanciulla. All'improvviso tutto tacque e una mano fresca si appoggiò sulla spalla minuta del giovane. -Chi va' là?- -Sh, sono io, mio caro. L'usignolo ci ha uniti per sempre, e il destino è dalla nostra parte. Ti amerò come se ci appartenessimo da tutta una vita. Cupido ci ha baciati con la forza dell'amore, scaldando i nostri cuori che da troppi anni giacevano in un solco di vetro e ghiaccio. Quale sarà il nostro dolore? Credi forse che i nostri padri o il tuo maestro che ti denigra continuamente punendoti senza ritegno, potrebbero mai separarci? Nessuno può contrastare il volere di Cupido, nessuno- Il ciabattino la guardò, avanzò lentamente verso di lei, ne ammirò l'elegante figura, il vestito azzurro che combaciava alla perfezione con i suoi incredibili occhi, le piccole mani bianche e affusolate, la coroncina dorata che le teneva ferme due enormi ciocche di capelli biondo cenere e quel lieve rossore da tenera fragolina di bosco. Dopodiché le prese le mani, tremando come un cavaliere dopo aver vinto l'ennesima lotta, e le diede un leggero bacio, assaporando il dolce aroma della beatitudine. -Voi siete la principessa più bella che io abbia mai visto. Siete una piccola rosa, un usignolo dalle grandi ali dorate, siete il mio cuore. Sarò il ragazzo più fortunato di tutto il regno- E così fu. E si sposarono dopo soli dieci giorni, nel bellissimo giardino reale. Un piccolissimo usignolo si occupò di reggere lo strascico della sposa, mentre un angioletto dalle guance piene e i ricci d'oro accompagnava lo sposo all'altare. Sole e luna sorrisero, finalmente soddisfatti e contenti. E quello fu l'unico giorno in cui in cielo si videro entrambi, stretti in un abbraccio sincero. Saggio: Se ami, se non ami, se poi odi e muori Non ami: muori di solitudine, di angoscia. Vivi ogni attimo come se fosse l'ultimo. I raggi del sole ti accarezzano dolcemente, eppure tu nemmeno te ne accorgi. Il viso deturpato dal dolore, il cuore infranto, senza alcuna voglia di agire, senza alcuna vitalità. Nessuno che ti regali un semplice abbraccio, nessuno che ti accolga nella sua casa, come un piccolo uccellino che ha perso il suo dolce nido. Nessuno capisce. Ami: Ti svegli con il sorriso stampato sulle labbra... ma sei maledettamente fragile e stanca. Non vuoi mangiare, ma allo stesso tempo vorresti inghiottire il mondo intero, come una grande scatola di cioccolatini. San Valentino. E il tempo non passa più. E per te è ogni giorno 14 Febbraio, ma agli altri sembra quasi non importare affatto. Finale: Odio e amore vanno a braccetto, così come l'amore e la morte. Ma scegliere di non amare affatto per paura di morire d'amore, è già di per sé morire in un solo istante. Perciò, è meglio avere il cuore a pezzi, ma con all'interno il viso di qualcuno, piuttosto che stare bene e scivolare nella noia, nell'abbandono e nell'assnza di emozioni forti. Racconto: La vita segreta di Ellie Dobner ...Stella mi piaceva da matti, era la classica ragazza sempre allegra e divertente. Iniziammo a frequentarci ogni sera, ci vedevamo per prendere qualcosa da bere, una coca cola o un'aranciata e poi guardavamo alcuni film horror a casa sua, perché i suoi erano divorziati e sua madre aveva problemi di alcool, non so se facesse la puttana o qualcosa di molto simile. A casa non c'era mai e quindi ne aproffitavamo come due topi quando il gatto è assente. La scuola la detestavo, o meglio, c'erano delle materie che proprio non mi andava giù di seguire o imparare, come la matematica e l'algebra. La letteratura l'adoravo, mi piaceva da morire leggere le poesie di Ungaretti, le biografie di tutti gli autori antichi, soprattutto quelli inglesi e francesi. Tutto sommatto la scuola non era un posto così brutto. Era la mia casa il luogo che detestavo con tutto il cuore e ogni volta che dovevo prendere il tram e tornare tra quelle schifosissime mura, mi si gelava il sangue e spesso iniziavo ad accusare dei forti dolori allo stomaco, come se il mio corpo non volesse saperne di trovarsi in quel posto e reagisse di conseguenza, vomitando per terra tutto lo schifo. Aprivo la porta e l'odore del tabacco m'investiva come un treno in corsa, salutavo mia madre di sfuggita, senza darle troppa importanza, non perché non lo meritasse ma perché comunque non è che facesse chissà quale gran sforzo per farmi vivere meglio. Non ce la facevo davvero più, sentivo che le forze iniziavano sempre più a mancarmi. Mi buttavo nel mio letto comodo e fissavo mia sorella che si preparava per uscire con il suo nuovo ragazzo. -Che cos'hai da guardare?- mi diceva, altezzosa, smorfiandomi e prendendomi in giro per la mia pettinatura da punk. -Niente, capra. Non capisci niente. Non capisci che non c'è niente che non vada bene? A te importa solo il ragazzo bello, le scarpe all'ultima moda e le serate. Mi fai proprio schifo- E le lanciai il cuscino colpendole le caviglie nude. Rise divertita, inumidendosi le labbra con un lipgloss nuovo e facendole brillare sotto la luce al neon della nostra camera. -Devo andare, saluta mamma e papà- -Non so chi sia papà, quell'uomo non c'è mai- Fece spallucce e non mi salutò nemmeno, sistemò la minigonna cortissima e chiuse la porta canticchiando, lasciando una scia di profumo esageratamente dolce e potente. Lei era questa e niente e nessuno avrebbe potuto cambiare le cose. Mio padre non tornava, mia madre preparava le solite stupide cene a base di pane riscaldato in un fornetto troppo piccolo e resti del pranzo poco commestibili. La pancia era quasi sempre vuota, ma l'importante è che tutto fosse perfetto a livello irrazionale, l'importante era che tutto fosse a posto, l'ossessività-compulsiva regnava e quindi i bisogni dei componenti della famiglia venivano dopo, dopo, dopo. Molto dopo. I miei ad esempio non venivano mai. * nota dell'autrice: Questo è un estratto del romanzo che sto scrivendo. Il titolo che vedete sopra, non è quello del capitolo, ma del libro. Parte due: La vita segreta di Ellie Dobner I giorni passavano e intanto la mia vita era quella di sempre, con la sola differenza che ora nella mia classe c'era un ragazzo nuovo. Lo presi subito di mira, nel senso buono del termine. Iniziai a studiarlo da lontano, come uno scienziato pazzo, non mi mostrai mai troppo e rimasi nell'ombra. Se era interessato davvero a me, allora si sarebbe fatto avanti per primo. Nella mia filosofia di vita, non esisteva proprio che io mi facessi avanti con un uomo, diciamo le cose come stanno: io non ero mia sorella, capito? Passarono le settimane e iniziai a prendermi una cotta assurda per questo ragazzo misterioso, di lui sapevo solo il nome: Michael Clenton. Bellissimo, occhi verdi, alto circa un metro e settanta, proprio perfetto perché a me non son mai interessati quelli altissimi con i pettorali o la pelle abbronzata. Una carnagione bianchissima e denti non troppo regolari, non mi davano fastidio. Anzi. Mai piaciuta la perfezione. Anche su questo, non sono mia sorella. E ora l'avete capito perfettamente. Un giorno, mentre studiavo un capitolo lunghissimo e noiosissimo di storia, mi si avvicinò Stella, che non frequentava la mia stessa classe ma era comunque abbastanza vicina alla mia aula da poter fuggire ogni tanto dalla gabbia di matti in cui era costretta a stare ogni mattina, e venire da me per chiacchierare. Mangiavamo un toast assieme e passeggiavamo nel cortile della scuola. A quei tempi non ci era permesso di uscire fuori e attraversare la strada anche solo per comprare da mangiare. Non potevamo permettercelo perché tre anni prima una ragazza di soli sedici anni era stata investita da un grosso camion ch trasportava surgelati. Bum, morta sul colpo. La scarpa destra, un'all star gialla con un'aquila disegnata sopra, era volata dall'altra parte della strada, tra le urla dela madre e della zia che erano accorse sul posto. Mi venivano i brividi ogni volta che immaginavo il volto della ragazzina ( si chiamava Daniela Olsen e si trovava nella nostra scuola per una semplicissima ma fatale vacanza studio, come ne capitano altre centomila in ogni parte del mondo) tumefatto e imbrattato del suo stesso sangue. Comunque, Stella un giorno si avvicinò a me, mandò giù velocemente un panino al tonno e insalata in meno di quattro minuti. La guardai stupefatta, non sarei mai riuscita a mangiar così velocemente. -Sai perché sono così grassa sui fianchi? Proprio perché mangio troppo in fretta, perciò baby, se vuoi un consiglio da vera amica, prenditi almeno mezz'ora di tempo e bevi un bel bicchiere d'acqua, non quelle stronzate alcoliche o gasate tipo aranciata o coca cola, no, solo acqua minerale naturale- Risi e la lasciai fare. Stella era davvero incredibile, con lei potevo parlare di qualunque cosa senza dovermi sentire mai in imbarazzo o dovermi vergognare per la mia situazione economica e i casini familiari. Proprio quel giorno, in cui ci eravamo trovate così vicine, mi parlò di Michael Clenton, il ragazzo che tutte desideravamo. -Sai una cosa?- mi disse, ammiccando e socchiudendo leggermente gli occhi, mentre mandava giù una Lemon Soda un po' troppo amara per i miei gusti. -Cosa?- le feci io, sedendomi meglio e con il battito cardiaco leggermente accelerato. Sapevo che sarebbe saltato fuori l'argomento Michael, lo sapevo perché con Stella era inevitabile non parlare di ragazzi. -Io dico che ti vuole, cioè non posso dirlo con assoluta certezza ma io dico che un pensierino se l'è pure fatto, e molto difficilmente sbaglio... Perciò...- Spalancai gli occhi e desiderai ucciderla in quel preciso istante. Di fronte a me, in piedi con le mani in tasca e i capelli più lunghi del solito, c'era proprio Michael Clenton. Deglutii e mi avvicinai a lui come una ragazzina delle elementari, le mani mi sudavano e provai un senso di vergogna incredibile. Lui si girò verso di me, mi sorrise e si presentò. Ma io sapevo già tanto di lui. Il problema era che non avrei mai immaginato tutto ciò che lui avrebbe saputo di me. Poesia: Everyday Che i fiori mi possano sempre ricordare i tuoi fluenti capelli neri, che la pioggerella estiva possa sempre ricordarmi le tue perfette canzoni, che il verde dei prati primaverili, possa ricordarmi i tuoi occhi così rari. Che tutto, ogni giorno, possa parlarmi di te, senza disturbarmi mai. Che il cielo possa splendere anche senza sole, che le notti abbiano lune piene come le tue guance morbide e paffute, che il silenzio abbia, almeno nelle ore più buie, la delicata armonia delle tue note estatiche e mature. Che il mondo possa conservare la tua anima, in ogni passso, in ogni movimento, in ogni metro quadro. Che tutto, e niente, possa avere sempre il tuo sapore, incomparabile poiché solo tuo. Che ogni giorno sia il lento richiamo del giorno appena trascorso, così da non doverti mai veder cambiare, perché tu, solo tu, hai quel chiarore degli angeli rari e puri. Che l'aria mattutina possa baciare quelle tue piccole palpebre velate di nero, così da donarti la perfetta energia di cui hai bisogno, incantevole e innocente amore mio. Che tutti possano amarti, proprio come faccio io, ogni giorno, come ieri, come oggi. Poesia: La strada è lunga Partivamo all'alba, con i sorrisi che riempivano i viali deserti e assolati, e ce ne andavamo via, in silenzio, senza farlo sapere a nessuno. Ingenuamente dipingevamo piccoli cerchi nell'aria, credendoci invisibili, impalpabili e perfetti. Ma eravamo solo dei punti interrogativi, e la strada era così lunga e così arida, e calpestavamo i sogni degli altri, come se i nostri fossero mille volte più importanti. Quanti sbagli! Arrivare distrutti al primo auto-grill, con le menti assonnate, con i cuori affannati, cornetti al cioccolato caldi, e abbracci scontati. Quanta strada ancora? 300 Kilometri e poi ci perderemo di nuovo, come sempre, come se fossimo a tre metri da casa. Ovunque, sempre con in tasca il mondo, senza denaro, senza tempo, con un mucchio di sorrisi ancora da donare. Poesia: Come sole e luna Sproporzionati, sogni destinati a non intrecciarsi mai. Luna e sole, estate ed inverno. Elettricità e acqua di mare, solstizio d'inverno, devastante cuore senza ossigeno. Ci perdevamo per anni interi, arrampicandoci su tenere falci di luna con la notte che vegliava sui nostri occhi stanchi, sui nostri corpi straziati dall'antico dolore. Polverizzati e persi nella nebbia più oscura, concretizzando parole che sentivamo da lontano, che giungevano dal cuore dell'inferno che ci attendeva, sempre più giù, cadendo nell'abisso dei nostri peccati. Troppo distanti per vivere un sogno, incatenati ad una realtà finta e macabra, troppo acerba. Corde macchiate di finto perdono e un mucchio di libri sul prato, a ricoprire le cicatrici ancora fresche. Tu ed io, nell'ombra, senza peso. Poesia: Succedeva che. Succedeva che mentre ti osservavo, non avevo più occhi per nient'altro al mondo se non per quel tuo sguardo sincero e cristallino. Quelle tue movenze fatate, il sole che si gettava sulle tue spalle morbide e fruttate, lo sconvolgimento dei tuoi capelli neri, il modo in cui indossavi quei pantaloni così buffi. Succedeva che mentre ti imploravo di lasciarmi andare, il cuore mi esplodeva in petto, affamato di quegli sguardi tuoi così accesi e perlati d'amore raro. Succedeva che mentre cercavo di distrarmi anche solo per un attimo, quel tuo pallore gotico e quel fare così impuro, grottesco e strampalato, mi richiamassero a te, mostrandomi mille altre lati dei tuo incantevole viso, che ancora non conoscevo. Succedeva che l'aria attorno a me, lontano dal tuo sorriso, mi sembrasse così incredibilmente satura di un vuoto assurdo e allucinante. Succedeva che mentre girovagavo per le strade desolate, nel bel mezzo del chiarore dell'avvolgente luna, iniziassi a perdere i sensi, stravolta dalla tua straziante assenza. La natura, per quanto mi rappresentasse alla perfezione, con quei suoi colori maturi, con quelle sue dune perfette, con le curve, e i promontori, e i golfi naturali, e le stelle incantevoli che mai abbandonano il cielo mattutino, mai una volta riuscì a strapparmi un debole sorriso, mai. Poi accadde che arrivasti tu, e come il vento tanto atteso che finalmente giunge alla meta consacrata, mi rapisti, inebriandomi d'amore, di delizia e di aromi estatici. Accadde ciò che era scritto, che il destino ti accompagnasse verso gli occhi miei, pieni del tuo sguardo vivo. Poesia: Un pensiero per raggiungerti deva che mentre cercavo di distrarmi anche solo per un attimo, quel tuo pallore gotico e quel fare così impuro, grottesco e strampalato, mi richiamassero a te, mostrandomi mille altre lati dei tuo incantevole viso, che ancora non conoscevo. Succedeva che l'aria attorno a me, lontano dal tuo sorriso, mi sembrasse così incredibilmente satura di un vuoto assurdo e allucinante. Poesia: Un pensiero per raggiungerti Io vedo che il cielo è sempre lo stesso, che le stelle che brillano alte per noi, ci riscaldano l'animo come delle piccole candele gialle. Non vedo il buio che vedi tu, non credo che questa distanza possa essere un ponte da temere come un drago alato. Dovresti chiudere gli occhi e abbandonarti al mio canto, d'altronde proprio tu mi dicesti che non ero così tanto stonata, e che la mia voce avrebbe donato speranza anche ai popoli più lontani. E allora? Quando si tratta di noi, c'è forse una sorta di triste disagio? Credi veramente che gli sforzi che facciamo continuamente, ci ridano in faccia, con schiamazzi notturni e quasi demoniaci? Io credo, e vedo, che i fiori che sono sbocciati sul prato di fronte alla mia piccola casa, potrebbero facilmente riposare in un vasetto dorato, proprio sul davanzale della tua finestra. Rose, non lo siamo forse un po' tutti, con la forza dell'amore? Saggio: Non mi appartieni Dal primo momento in cui si erano visti, anzi, dal primo momento in cui LEI aveva visto LUI, aveva capito che la sua vita non sarebbe mai più stata quella di una volta. Il tempo, lo spazio, la natura circostante, il declino, la smania di volere e non ottenere mai niente. Tutto, in meno di un secondo, si era sintetizzato in una sola parola: LUI. Occhi chiari, un misto di cielo e mare estivo. Lei, umile e sincera. Occhi nocciola come le castagne da abbrustolire. Volere, non poter. Paura di sbagliare, sorrisi tristi mischiati al potere di persuasione che lui aveva su di lei, tanto da farla inciampare in un turbinio di discorsi senza senso. La panchina. Quella del giardino che lei non considerava mai, solo perché non aveva mai considerato lui prima d'ora. -Ti rendi conto? Nove mesi a scriverci e poi all'improvviso appari come un sogno, come un grande mago- Sorride imbarazzata, e gioca con i lacci delle scarpe. Lui, freddo e sicuro di sé, maleducatamente sgarbato e maledettamente bello. Fa un cenno con la testa, non si sa bene se abbia sentito o se stia pensando a tutt'altro. Lei, delusa ma già troppo innamorata, abbassa lo sguardo alzando un sopracciglio. Timidezza e voglia di baciarlo, come se lo desiderasse da tutta una vita. Così giovane e inesperta, fragile in tutta la sua incredibile piccolezza. Lui, alto, grande, amabile in ogni sua forma e colore. Abiti neri da uomo misterioso, proprio come lei. Poi, finalmente, la guarda. Le si ferma qualcosa, il cuore, il tempo, lo spazio attorno a lei. Le persone che camminano davanti al suo sguardo da bambina si bloccano improvvisamente, tutto sparisce come per magia. è un incanto eppure sa che appena tornerà a casa tutto questo diventerà un amaro incubo da cui non potrà mai più risalire in superficie. -Si, è strana la vita.- Lei spera, lo guarda meglio, lo guarda per capire che cos'è che veramente le faccia perdere la testa. Cerca di odiarlo, vuole immaginare che di fronte a lei ci sia un uomo orrendo, un grassone che non le fa battere il cuore, uno di quei tanti uomini che incontri ai bar o ai locali alla moda e che non degneresti mai di uno sguardo. Troppo superficiali, glamour. Ma, ma, ma. La osserva piano, le scruta l'animo e quasi lei ci crede per davvero. è convinta che lui stia immagazzinando le sue identiche sublimi fantasie. Lei si perde di nuovo, non riesce a riemergere da quella marea che la sta portando via, via dalle sue amiche, dalla casa dove ha vissuto per 30 anni, dai libri che ha amato, dai cioccolati che ha lasciato sciogliere poco prima sul balcone. Via dal mondo che aveva sempre conosciuto. Il mondo di adesso è lui. Lui che guarda poco sopra la sua spalla, dimenticandola in un secondo. -C'è qualcosa di interessante, dall'altra parte?- Glielo chiede con voce ansiosa, tremante di rabbia e dolore. Ma non è nemmeno dolore, no, è qualcosa di catastrofico. Terrore dell'incubo. -Scusa, ho visto una ragazza bellissima, dicevi?- Bum. Un colpo di pistola che gli altri non sentono nemmeno. Il parco diventa nero, tutto diventa nero e cambia colore, sfumature di un grigio privo di vita, filamenti rossi, neri, rossi e poi ancora nero ebano. Si domanda se stia per morire, se abbia raggiungo finalmente quella che tutti chiamano MORTE. Ma non può essere, non si può morire a trent'anni per un uomo che non si conosce nemmeno, specialmente per un uomo che non ama. Ama se stesso, in tutto il suo schifosissimo splendore da maschio stronzo e ipocrita. Lei si alza, fa per togliere dei pezzetti di alcune foglie che le son volate sulla gonna nera e gli sorride. Nonostante tutto, riesce a dimostrargli il suo amore, nonostante questo la faccia morire. Lui la guarda senza capire. -Vai via?- Sorride, lasciandogli la mano che lui cercava delicatamente di sostenere, come se a lei bastasse un gesto di rispetto, come se si trattasse di un fratello maggiore. -Mi sono appena ricordata di avere un altro appuntamento con un ragazzo bellissimo- Lui rimane serio, impassibile. Poi si alza, le si fa vicino, sempre di più, sempre di più. Ora è troppo vicino, sente il suo dopobarba, un misto di pino e un aroma esotico, simile ad un frutto tropicale di cui ora non riesce proprio a ricordare il nome. Lei chiude gli occhi, le labbra le tremano e non capisce se sta sbagliando, se sta agendo in modo giusto o se sta facendo la parte della stupida. Sa che lui la sta per baciare, lo sa, se lo sente dentro, nell'animo, in ogni parte del suo piccolo corpo. Si solleva di poco, le punte delle scarpe si alzano come uccellini in volo e aspettano qualcosa che non arriva. -Ecco fatto, ora sei molto più carina- Lei spalanca gli occhi, ridiscende a terra come una ballerina di danza classica sulle punte e lo guarda trattenendo a stento un fiume di lacrime. -Grazie, davvero. Avrei fatto una pessima figura con il ragazzo che mi aspetta. Grazie ancora- Lui la guarda e sorride, stringendo tra le mani un insetto che le si era impigliato tra i capelli castani. -Figurati, sai che ti voglio bene.- Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Quante volte ripenserà a quelle parole? Tre, quattro, mille volte? Sicuro. -Ti... - Lui solleva il viso, mentre, con la coda dell'occhio controlla l'orario sul suo smartphone. -Dicevi?- -No, niente... Ti... ti auguro una splendida serata- -Ah grazie, anche a te, se vuoi fammi sapere come andrà. Mi raccomando dolcezza fallo innamorare!- Le fa l'occhiolino mentre si sistema i pantaloni, leggermente impacciato. Gli sorride debolmente, poi si gira e si avvia verso casa, attraversando il viale deserto, andando incontro alla folla, che non sa, che non immagina niente. D'altronde che cosa potrebbero sapere gli altri ? Loro immaginano che abbia parlato ad un ragazzo qualsiasi, che gli abbia raccontato che cosa ha fatto la sera prima, quale CD ha ascoltato prima di dormire e quale bibita ha bevuto al compleanno della sua migliore amica. Non sanno che l'unica cosa che gli avrebbe voluto dire è l'unica cosa che non è riuscita a rivelargli. Si gira giusto un attimo, vuole assicurarsi che lui non sia sparito magicamente, o forse vuole sperare che sia stato tutto un sogno, un bellissimo fraintendimento. Magari se l'è immaginato, magari non è vero niente, lui è brutto, fastidioso, antipatico, cinico, perverso e troppo triste per i suoi gusti. E invece è li, che guarda il suo telefonino, sorridendo ad un messaggio che le ha inviato qualcuno. Qualcuno/A. Lui se ne accorge, fa un cenno con la mano e manda un bacio veloce, appoggiando le labbra sul palmo della sua ( bellissima, incantevole, sicuramente morbida e perfetta) mano. Il suo cuore esplode di gioia. Raccoglie quel bacio restituendoglielo, quasi inciampa in un piccolo rialzamento del marciapiede ma nemmeno se ne rende conto talmente è felice. Poi, davanti a lei, una biondina graziosa. Profumo di Chanel, grazioso maglioncino di lana e pantaloni di velluto a coste. La ragazza troppo perfetta. Sbagliatissima. Si butta tra le braccia di lui, sorridente e con sguardo infuocato. -Ciao amore- Ciao Amore. Ciao Amore. Non l'ha detto sul serio, ovviamente, non scherziamo! Sarà stata un'allucinazione uditiva dovuta alla forte emozione, allo stress del momento. Si baciano teneramente. Anche questa è un allucinazione, ovvio. è talmente tutto troppo fittizio che sparisce, va via, scappa lontano seguita da delle lacrime che non hanno niente di falso. Piange, ma per cosa poi? Per un amore mai nato, per un uomo mai avuto, per un storia morta sul nascere, per un qualcosa che non è mai stato. Piange per lei che non dovrebbe stare con lui, per lui che non deve stare con lei, piange per se stessa che non vuole vedere lei tra le braccia di lui ma vorrebbe vederli per sperare che anche solo guardandoli intensamente possa slegare quell'unione ingiusta. Non c'è nessun altro ragazzo ad aspettarla, nessuno. Apre la porta di casa, si butta sul letto e dorme, piangendo. Poi si sveglia, due ore dopo e controlla il telefonino. 1 Messaggio ricevuto. Dan. Le batte forte il cuore. Ancora? Ma non ha capito che non deve battere così?? Apre la cartellina virtuale e legge. -Ciao piccola, come va? domani ci vediamo così mi racconti tutto? Hai fatto breccia nel cuore di quel tipetto strano? Un bacio, ti saluta anche Michelle- Le lacrime le scivolano giù, inzuppando la coperta patchwork. -Oddio, le foto di mia mamma. Brutti stronzi, tutte e due! Guardate cosa mi avete fatto fare, AL DIAVOLO!- Si alza, accende la televisione e va in bagno per farsi una bella doccia. -Per il segno dei Pesci, questa settimana sarà all'insegna dell'amore e della fortuna. Segnatevi questo giorno: Sabato. Incontri inaspettati e vecchi ritorni di fiamma.- Sbircia dal bagno, spalanca gli occhi e maledice un uomo che non c'entrava assolutamente niente con le sue disgrazie. Apre l'acqua e la fa scorrere, lasciando scivolar via i brutti ricordi. Poesia: I raggi del sole Un'anima innocua, solare, ma così prigioniera dei propri demoni. Un raggio di luce si insinua con coraggio, senza finzione, e un cuore dorato si arrampica sui miei pensieri, come un piccolo angioletto di velluto. Un sole mattutino che si alza di malavoglia, con ancora addosso il sapore della notte, e l'ansia della sua instancabile nostalgia. Un raggio blu elettrico, come un sole velenoso che si arrampica sui rami falliti della mia innocente follia. Un sole maledetto, senza filtri, senza motivo. Un sole che ha le braccia morbide, come te. Poesia: Sgretolarsi Il peso degli anni mi affligge, un nodo nero mi stringe la gola e le nuvole, che si addensano prepotentemente, mi osservano con sguardo malevolo, torturando il mio cuore con lacrime piovane. Mi sgretolo come un vascello, nel bel mezzo della tua tua tempesta. Poesia: Trasformazione L'innocenza che risiede nelle tue ali, ti permette di andare fin troppo lontano perché tu meriti di volare altrove, dove la natura è in perfetta armonia con il tuo cuore. Muti colore, e all'improvviso il tuo incantevole sorriso diventa un alveare fucsia, ipnotico e mai velenoso. Se i fiori ti potessero afferrare, diventeresti il sole che risplende alto, a mezzogiorno, e i petali si incendierebbero d'amore, rilasciando nettare e polvere paradisiaca. Non cambi mai il tuo stato d'animo, cambi solo forma, energia, ti arricchisci di contenuti, incantevole follia primaverile che si conforma ad ogni stagione. Vesti i panni di una poesia notturna, ma negli occhi, hai raggi clandestini e infiniti. Poesia: il paradiso Celato ai tuoi occhi, esso si mostra nel tuo intimo più profondo, regalandoti sapori dolciastri e angeliche melodie. Mi vuoi dare qualcosa in più? Raccogli i tuoi salari e spediscili alla terra, raccomandandoti a Dio e solo a lui per sempre, imprimendo nella tua vita il colore del cielo, l'azzurro dei tuoi più intimi misteri. Il paradiso mostrato a te, esule figlio d'Eva ma re di un deserto meno selvaggio del cuore degli uomini. Poesia: Come ci riesci tu Come mi guardi tu, senza offendermi e senza giudicarmi, non l'ha fatto mai nessuno. Eppure tutti gli altri hanno potuto ridere sui miei occhi nocciola, c'è chi mi ha accarezzato una guancia e poi mi ha dedicato una tenera canzone, al chiaro di luna. Ci sei tu, che senza nemmeno muoverti verso di me, rendi vive le mie giornate, e con quelle tue gambe morbide e pallide, diventi il fantasma preferito del mio cuore innamorato. Il rossore sale spontaneo, e tu nemmeno lo sai, ma con corde delicate e tonalità d'oro e argento, mi accarezzi l'anima, gentilmente, senza paura. Ci sei tu, che con quelle risate assurde, riempi vuoti altrimenti incolmabili e deprimenti. Non esiste il mondo che cerca di separarci, e la luna che splende alta in cielo, ci bacia senza nemmeno chiederci il permesso. Un fiore per te, uno per me, e un altro per il miracolo che è accaduto. Poesia: Tramonti Ed il sogno che si espande davanti ai miei occhi, richiama comete invisibili e albe ormai tramontate. Ho racimolato pezzetti di cuore, rubando al sole la sua ricetta segreta, ho frainteso i suoi dolori, pensando che la sua luce potesse essere eterna. Ma, così come accade agli uomini, anche colui che è eterno ed immenso, spesso soffre ma mai abbassa il volto, proteggendo un cielo che lo ama senza chiedergli mai niente in cambio. Un sogno dalle sfumature rossastre, come una macchia di sangue, che spargendosi sul mondo, è come se si adagiasse su una tela di dispiaceri e misericordie. Tramonti antichi, come i colori che dipingono i volti, alla sera. Le splendide fatalità Quanti angeli incontrati per puro caso che ti accompagnano nel lungo cammino della vita, senza che tu te ne renda nemmeno conto. Quanti passi, quanti silenzi condivisi, quante chiacchierate al freddo e al gelo. Ogni sorriso è come un mondo che si apre e si rivela, senza segreti e senza malvagità, ogni abbraccio è come un dono di Natale, che si tiene fra le mani e si scuote con cautela, con amore e devozione. I gesti inaspettati e sinceri, le frasi che ti scaldano il cuore, le mani che tengono ben salde i pensieri più puri e veri, la magia delle stranezze che ti danno forza e coraggio, le risate che risuonano nell'aria contaminata dallo smog e dall'insensibilità moderna. La fatalità che si sente sulle dita, che si sfiora come ali di farfalla, che non si abbandona alla noia e ruota senza sosta, donando amore e protezione, avvolgendo i cuori più solitari. Sono gli incontri casuali, mentre guardi per terra, mentre fissi i vecchi ciottoli e non credi più a nulla. Gli incontri che sembrano studiati a tavolino, quei visi che non scorderai mai, quelle parole che escono spontanee, quei dadi lanciati dalla sorte, quei momenti giusti nei luoghi più adatti e la fortuna di esserci, sempre, nonostante tutto. Splendido, come il sole che bacia i pensieri del destino. Poesia: Nevica Sto guardando i pensieri mentre volano leggeri nell'aria, sto immaginando una neve rosa, che ricopre i tetti e i muri delle case. Non amo ciò che sempre è possibile, preferisco piuttosto pensare di poter rotolare senza motivo in una coltre innevata, senza paura e senza regole. Nevica sul mio cuore rosso e spaventato, ma non è niente, tra poco passerà. Dicono che non nevica quasi mai laddove c'è una distesa immensa di mare azzurro, e quindi tra i miei occhi non ci sono fiocchi o piccole stelline gelate, ho solo tanto spazio per poter accogliere il mondo che ormai non mi vede nemmeno più. Nevica troppo forte, lontano da me, e ho occhi troppo umidi per poter fingere di non averne voglia, almeno per me almeno per un minuto di candore divino. Poesia: le luci dell'addio Il dipinto della tua misera vita mi osserva con occhi languidi e sinceri, ma nulla sarà più come prima. Ormai gli addii sono più forti che mai, ormai i saluti si sono tinti di un rosso che lacera il cuore e contamina ogni singola anima. Lacrime d'avorio scivolano dalla cornice, olio su tela, ma adesso non rimane nemmeno la mia minuscola firma. Che gli addii potessero annullare perfino l'inchiostro indelebile, no, questo non l'avevo mai sentito. Una piccola luce mi bacia il volto, accarezzo ciò che rimane della tela, e vedo i tuoi piccoli occhi verdi, che mi fissano, immersi in un'oscurità eterna. Mai più danzeremo sotto ai lampioni gialli Poesia: Parole al vento Che ti costa osservarmi con più amore? Che ti costa catturare milioni di immagini e racchiuderle in piccole ampolle di vento e nostalgia? Parli, parli, ma non ti sento, perché il mondo è al contrario, o forse siamo seduti su di un'altalena che ci spinge verso l'ignoto. Intanto l'erba si piega, i fiori si spezzano e le anime ssi perdono, e noi ci parliamo senza amore, con mille echi che si baciano e fremono per l'ennesimo silenzio. Parole che volano via, e l'aria è sporca e lo smog è mille volte più vivo di noi due messi assieme, fra il vento e le sillabe che ci separano. Poesia: A volte vorrei essere A volte vorrei essere il buio per proteggermi da sguardi indiscreti, poi però vorrei essere il sole che illumina cielo e terra, riguardo la mia vita e vorrei essere un uccellino azzurro che vola in giro per il mondo, poi so che mi stancherò da morire, e allora vorrei tanto essere un ramoscello d'ulivo, poi vorrei essere un'oliva che se ne sta ferma, che non si lascia impaurire dal freddo, dal vento o dalla neve. Poi vedo un gatto, solitario e bello grasso, e allora vorrei tanto essere al suo posto,vorrei avere i suoi gommini morbidi, la sua coda che assomiglia ad un punto interrogativo, poi vorrei essere un formaggino tenero e bianco, così da non dover vivere per sempre in una scatola buia e sigillata. Avanzo di qualche metro, raggiungo un'altro pezzo di vita, e vorrei essere l'ultima stella del mattino, quella che abbraccia per prima il sole, poi vorrei tanto essere un nastro che raggiunge il cielo senza mai bruciare o ardere d'amore perduto. Poi vorrei essere tutto e niente, vorrei essere un paio d'occhi meravigliosi, così da osservare l'aria, il fuoco, il mare, il cielo, la terra e la polvere. Ma vorrei anche essere le onde che si infrangono contro gli scogli, così da aver la forza di tornare indietro e ricominciare da capo, vorrei essere le lacrime dei bambini, e vorrei avere un minuto di pace. Poi mi fermo, sono stanca, e allora vorrei essere semplicemente te, in tutto il tuo splendore, perché un conto è amarti alla follia, un altro è desiderare di esser te, almeno per un giorno. Sarò me, te, e tutto ciò che viviamo, a debita distanza, per non soffrire, per non perire, per vivere comunque, nonostante il gelo e il ghiaccio. Sarò noi, per distribuire sogni e antiche malinconie. Poi la notte arriverà, nonostante le lacrime, e sarò di nuovo io, sola nel mio letto, ma con il sorriso stampato sul cuscino. Poesia: Odio e amo Ma dimmi te, se io non ti avessi mai conosciuto ora non dormirei in pace? Se non avessi mai incrociato gli occhi tuoi, adesso non vorrei perdermi nell'azzurro mare dei pensieri più dolci e incredibili. E la strada? La strada che percorri tu, mica è la stessa che faccio io! Non ci incrociamo mai, tu sei ad ovest, io vago a est, disperatamente innamorata. Mangi un trancio di pizza, butti via la carta e io la calpesto senza sapere che è stata tua. Che ne so, magari ogni notte guardiamo la stessa luna, magari ti fermi nella tua terrazza, pensi a ciò che ti manca, ti isoli dal resto del mondo, ti senti insicuro e piccolo, e io faccio lo stesso, lontana da te, sempre più sola. Ma ti rendi conto? Non avevo niente, ero sola, avevo la mia fantasia, e tu non eri altro che un puntino lontano. E adesso? Odio e amore si intrecciano come alghe marine, affogo nei tuoi capelli, mi perdo nei tuoi desideri, in tutto ciò che ho sempre sognato. Vorrei che da un momento all'altro diventassi brutto, si, orrendo, vorrei che i miei occhi non riuscissero più a sostenere quel tuo sguardo meraviglioso, vorrei che da un momento all'altro diventassi antipatico, orgoglioso, un pezzente, un idiota e uno stupido. Vorrei che non fossi così tanto intelligente, così carismatico, folle, ribelle, perfetto. Vorrei che la tua risata fosse meno intensa, che le tue mani si ingrossassero e perdessero tutto quello splendore, vorrei riprendere in mano la mia vita, ma ogni metro che faccio, sulla pietra e sul fuoco, è viva la tua immagine, che mi ricorda costantemente ciò per cui vivo. Se non ti amassi come ti amo adesso, penso che ti amerei mille volte di più Poesia: A Natale A Natale si mettono da parte i rancori, i lupi diventano agnelli e chi è già buono per natura, si scioglie come burro al sole. Non nevica ovunque, ma il gelo è assicurato, così come il camino acceso, i gatti sui cuscini rossi e le candele dorate sulla grande tavolata. A Natale i colori si intensificano, i brillantini svolazzano ovunque, le insegne ci ricordano vecchi amori, e perfino i negozi che generalmente odiamo ci sembrano incantevoli e perfetti. Abbracceremmo chiunque, andremo in giro per il mondo senza meta, solo per incontrare Babbo Natale e le sue renne. A Natale i ricordi riaffiorano ma il presente sembra meno triste Poesia: A lungo andare Ti rovinerai il cuore, a lungo andare. Vedrai osceni paesaggi d'avorio, tormentati deserti del cuore, uova d'argento tramutarsi in uova d'oro davanti al tuo incredulo sguardo. A lungo andare l'inferno non avrà altro che ghiaccio, a lungo andare il paradiso avrà sempre più santi e il cielo sempre più nuvole. Il tuo cuore innamorato si scioglie, la lama si infila nella piaga e il coltello lascia tracce indelebili, rosse d'amore puro. A lungo andare la radio si spegnerà e la tv rimarrà sempre accesa. A lungo andare il vento si assopirà e le margherite s'ameranno a vicenda, in un dolce tremoroso suicido d'amore. La sua massa. Poesia: Parole E nel silenzio di un tenero abbraccio, vorrei ricordarti che un foglio bianco non è poi così drammatico o deludente, che potremmo sempre scriverci senza mai parlarci. Vorrei ricordarti che anche i pesci sanno amare, che fra le onde del mare nascono milioni di piccoli molluschi, senza mai dire 'ti amo', vorrei riricordarti che le parole viaggiano alla velocità della luce, e che anche se dovessimo perderci, avremo cartelloni e insegne natalizie che parleranno per noi, mentre siasiamo distanti e intenti ad amare qualcun altro. Parole che ci uccidono senza coltelli o fiamme, parole senza suono, parole che ruotano nelle nostre labbra, candide e impure. Poesia: Christmas love Ti amano alla follia, ma solo per Natale. Poi tutto ruota, e gira, e il disastro è sotto i miei piedi e dentro le mie ossa. La fretta mi fa' dire cose che penso ma che non direi mai, e i frutti canditi mi scivolano dalle mani, mentre guardo volti che non riconosco quasi più. L'amore che si propaga ovunque, nel giorno di Natale, e anche adesso che tutto è finito, anche adesso che il 2014 si stiracchia e prepara la sua tomba, anche adesso, c'è una sorta di malinconia senza tempo, c'è un'allegria finta e fine, come una fetta di pandoro tagliata male. Christmas love, e la neve non cade ma io la immagino reale e pura, e anche se non sono brava a ballare, mi lascio andare e mi immergo in un valzer di fiori rari e lusinghe tipicamente festive. Domani tornerò ala normalità, domani sarò il nulla che son sempre stata, ma oggi splendo, almeno un pochino, oggi potrei addirittura mischiarmi fra gli addobbi, e lanciarmi sugli scatoloni rossi, tanto nessuno mi sgriderebbe. Oggi hanno tutti paura del giudizio divino, oggi nessuno sgrida nessuno, da domani la rabbia esploderà più di prima, e le grida di dolore si uniranno agli ultimi canti natalizi dell'anno. Christmas love, ma io amo tutto l'anno, e mi sento in pace con me stessa. Per questo poi rifletto sui drammi degli altri, perché per me, è Natale tutto l'anno, ma in nero. Poesia: E se un giorno E se un giorno capissi di esser sempre stata giusta, in un mare di minuscole menti sbagliate, allora finirei di impazzire ogni sera, allora ritroverei quella luce che spesso si spegne contro la mia volontà. Se un giorno potessi viaggiare senza biglietto, allora capire di essere finalmente libera, e se potessi inciampare su gradini alti quanto i miei sogni, senza mai farmi male, allora un giorno capirei che la mia vita non è stata poi così male, che gli altri inventavano scuse continue, solo per circondarmi il corpo di milioni di ragnatele soffocanti, che mi abbracciavano stringendomi al collo innumerevoli corde assassine, per stritolare i miei desideri. E se un giorno riuscissi veramente a varcare la soglia dell'amore, e riuscissi a trovare realmente ciò che cerco da una vita, allora rivolgerei lo sguardo al cielo, e non mi sposterei nemmeno se nevicasse per tre ore di fila. E se un giorno dovessi riscoprirmi meno fragile, rileggerò tutto questo, scuotendo la testa come un tenero cane. Poesia: Luci di Natale Mi sento allegra ma triste, ho il cuore colmo di tutto e di niente. Ho l'amore che vaga nel mio corpo, si sazia dei miei sogni e dei miei nervi. Ma ho anche piccole lucine che mi insegnano a continuare a sperare in un per sempre nettamente migliore del forse che credevo eterno. Insomma, il Natale mi rende pazza, ma anche debole e ingenua. Non riesco a smettere di mangiare dolci, mentre le luci impazziscono e si rincorrono, e mentre il blu avanza e rincorre il giallo, la speranza spezza ogni sorta di nostalgia e di dubbio, saltando in alto fra polvere di stelle. Natale, e tutto è possibile. Poesia: Grido d'amore E come ci rivolgiamo alla notte senza terrore quando sentiamo il cuore colmo di paura e sofferenza, come gridiamo al cielo stellato, mentre impariamo ad amare senza pentimento e regole. Può anche darsi che il domani non ci voglia attendere, ma in ogni caso oggi abbiamo la certezza di aver saputo urlare, di aver disegnato costellazioni incantevoli su fogli di baci antichi e su rilassanti melodie. Come amiamo mentre meritiamo qualcosa di meglio, come ci nascondiamo dalla verità solo per poter ottenere qualcosa che ci faccia dormire sereni e tranquilli, come bimbi in fasce. Come gridiamo alla luna mentre i lupi ci ascoltano e ci detestano, raggruppandosi e sparlando di noi, dell'incomprensibile amore che proviamo, dell'ultimo grido che lanciamo senza colpa alcuna. Abbiamo amato, e ci siamo uccisi senza nemmeno saperlo, ma le grida riecheggiano in eterno, come i piccoli segni del destino che tracciano la nostra esistenza. Poesia: Orizzonti E mentre mi allontano dalle catastrofi di ogni giorno, sento il sole sempre più vicino, sento le sue braccia calde che mi proteggono, avverto la sua malinconia, lo sento piangere, forse si sente tradito e non vuole morire. Ci lasciamo baciare da un rosso accecante, ci lasciamo avvolgere da un manto arancione che ci sorride senza schiudere le labbra, ci abbandoniamo ad una notte serena e pacifica, allontanandoci dai vizi e dalle vanità. Siamo una cosa sola, nell'aria, nell'alba di domani, nelle stelle cadenti che vegliano sui nostri sogni, siamo un'unica cosa mentre i fiumi scorrono silenziosi, mentre i monti salutano la neve tanto amata e regalano lacrime salate ai profondi sette mari. Così è la vita, e noi siamo tra la speranza e l'amore eterno. Noi siamo fra il giallo e il rosso, fra quel che tutti chiamano orizzonte e noi cocente amore. Poesia: Lasciar perdere i soldi Vieni qui, che poi potrebbe essere troppo tardi. Avvicinati senza farti sentire dal mondo, che tanto lo sappiamo tutti che l'invidia sbircia da ogni angolo. Vieni da me, prendiamo un the con i biscotti, o una cioccolata calda con la panna. Ci abbracciamo senza nemmeno sfiorarci, ci addormentiamo stando seduti, abbandonando i sensi, lasciando da parte i tormenti e le agonie. Non voglio che mi regali mazzi di fiori, gioielli, cioccolatini o chissà che altro... Vorrei solo il tuo tempo, vorrei sorridere mentre fai le facce buffe, mentre le tue dita si bruciacchiano e le tue labbra si colorano amorevolmente. Non voglio nemmeno un euro, non azzardarti a dirmi che ho speso troppi soldi per una serata romantica, che siccome non lavoro non posso permettermi nemmeno un dolce da condividere con te. Non dirlo, poi potrei piangere per tutta la notte. Non voglio niente, voglio solo fissarti mentre gli altri camminano per le strade al gelo, voglio perdermi tra i tuoi capelli neri, vorrei fiondarmi su quegli occhi tuoi, verde speranza, e rassicurarmi da sola, perdendo completamente la testa. Lo so che non mi ami, lo so che non mi conosci affatto, io so tutto di noi, di quel che non c'è, ma so quel che è nato nel mio cuore, e quel sentimento non può essere paragonato nemmeno ad un milione di euro. Io ti amo come questa cioccolata, ma i baci tuoi che sogno ogni notte, bruciano mille volte di più. Lascia perdere i soldi, ti amo a prescindere dal tuo nome o dalla tua bassezza, ti amo senza pretendere niente, perché ogni volta che il tuo cuore è vicino al mio, è sempre festa, sempre. Saggio realistico: A colloquio con l'anima Il silenzio ci unisce, come sempre. Mi siedo per terra, mi rilasso e chiudo gli occhi, e lei inizia a parlarmi con voce dolce ma sicura. -Beh, ti è successo di nuovo, non è vero?- L'anima, che continuamente si preoccupa per me, che si azzuffa con il mio povero cuore, che prende a calci e pugni il mio cervello e il mio stomaco ( ecco perché poi convivo giorno e notte con le fastidiosissime farfalle) inizia a parlarmi senza sosta. -Ecco, lo sapevo, più ti avverto e più ci ricaschi, come una pera!- Sento le lacrime che si fanno spazio, seguite da un leggero e piacevolissimo sorrisetto. -Non ridere, non c'è proprio niente da ridere- E poi sta in silenzio, come sempre. Si prende quei sei o sette secondi di pausa, aspetta il momento giusto e poi prosegue come se niente fosse. -Sei incorreggibile, sei sempre la solita, non c'è proprio nulla da fare. Più ti avverto e più riesci a commettere per l'ennesima volta gli stessi errori, intensificando emozioni e sentimenti. Sei una masochista, non c'è alcun dubbio- Sospiro e non posso far altro che darle ragione. -Sai che cosa ti succederà, non è vero?- Solleva la testa e guardo il soffitto con occhi lucidi. -Ora ricomincerà tutto da capo. Non dormirai, lo sognerai continuamente, perderai un sacco di chili e poi inizierai ad abbuffarti, avrai delle crisi di pianto immotivate, poi riderai come una pazza isterica, e tutto questo succederà solo nella tua mente, ma là fuori, nel mondo circostante che non fa altro che guardarti con gli occhi storti e giudicarti, tutto filerà liscio come l'olio, senza alcun sentimento. Soffrirai sola, per amore. Soffrirai come sempre. E come sempre, non verrai baciata, non verrai sorretta, non verrai presa in considerazione da quell'amore che ti tiene sveglia fino alle cinque del mattino. Come sempre finirai per avere il cuore in tumulto, odierai le feste, ti sentirai incredibilmente sola, penserai di essere uno sbaglio, ti sentirai persa, volteggerai mentre avrai le vertigini, volerai con la fantasia, vorrai cambiare città all'istante, vorrai sparire per sempre, ma non potrai, e questo ti ucciderà per sempre, lo sai non è vero?- E lo so. Certo che lo so, perché io non amo mai a vanvera, so bene che le mie scelte mi distruggono come se fossi fatta di polvere e cenere, so bene che i miei amori sono assurdi e impalpabili, che non c'è praticamente nulla di concreto, ma che ci posso fare? L'anima mi sente e mi risponde, perché lei non osa mai star zitta -Potresti lasciar perdere, lo sai. D'altronde lo fanno in tanti! Smettila di fare l'eroina in ogni situazione, smettila di ergerti su di un monte e di pronunciare quel nome come se non ne esistessero degli altri. Lui è lontano, lui è troppo per te. Non è possibile, smettila. Io non voglio vederti soffrire. Io sono la tua anima, insomma! Siamo inseparabili, se tu soffri, soffro anch'io. Mi prometti che lascerai perdere?- Ci penso un po' su. Sbuffo, poi prendo un cuscino e lo arrotolo come se fosse una caramella alla liquirizia, di quelle rotonde che se le fissi sembra quasi di osservare un quadro astratto o psichedelico. E so già la mia risposta. Mi alzo, chiudo la porta e sento la mia anima mentre parla da sola, a vanvera. -Sempre la solita. Mette sempre il cuore al primo posto, in ogni scelta. Abbi cura di te. Sorrido e abbraccio mentalmente il mio amore platonico. Non importa quanto possa fare male, è sempre meglio morire d'amore che morire di noia. Diario: E tutto cambiò. Le stagioni si invertirono miracolosamente, i fiori fecero un passo indietro e si ritrovarono immersi in una spuma marina quasi agghiacciante, i monti abbracciarono i primi raggi di sole e le cime innevate si sciolsero, lacrimando in silenzio. Ogni cosa perse valore, il denaro sparì dalla circolazione, i pesci iniziarono a camminare sulla terra, gli insetti parlarono e i cani iniziarono a miagolare, come se il mondo avesse perso la testa. Tutto questo per cancellare il dolore della vita, l'amore che ormai non esisteva più. Tutto questo per disperazione e assurda nostalgia. Poesia: Dopotutto capii Mi sorgevano continui dubbi, volavo di casa in casa, passeggiavo silenziosamente fra sentieri di solitudine e stradine di periferia. Mi sentivo combattuta, distrutta, stanca, amareggiata. Tutto ciò per cui avevo sempre lottato, e tutte le mie strane sensazioni, così come gli amori lontani, mi sembravano ombre del passato. Ora il freddo mi ghiacciava il cuore, ora mi sedevo su panchine lugubri e mi abbandonavo all'aria invernale, come se volessi prenderla in sposa. Nessuno mi guardava, nessuno mi controllava, non avevo regole, non avevo orari, non avrei mai dovuto dare spiegazioni, eppure mancava qualcosa. Aspettavo un ritorno che non volevo accettare, attendevo un amore che avevo creduto di poter scordare, aspettavo l'impossibile, sapendo che stando a contatto con la natura, tutto sarebbe divenuto così semplice e naturale. Il gelo mi baciava il collo, eppure mancava qualcosa, mancava l'anima gemella che avrei dovuto trovare. Mancava la parte di me che non riuscivo a trovare, mancava la mia anima, la mia più grande soddisfazione. E allora capii che tutto quel lento vagare, era solo una lunghissima perdita di tempo, e tutto quel tragico dolore, e quell'assurdo destino, erano solo un tremendo labirinto della mente. Uno scherzo, una stupida magia, una rara follia, un sadismo ben congegnato, un orrendo gioco con lieto fine. Capii che le foglie che ballavano attorno al mio corpo altro non erano che i tuoi semplici baci Poesia: Uggiosa malinconia ...come quando vorresti dormire e invece ti ritrovi a piangere e a sguazzare in un mare di immensi ricordi. Come quando vorresti accendere un piccolo falò, al centro della terra, ma le mani tremano, e le guance bagnate non fanno altro che ricordarti che il cielo piangerà sempre con te. Il cuore si scalda anche senza il fuoco, ma l'anima è grigia e satura di ghiaccio. L'amore ti perdona, ma l'odio uccide perfino il mare che ti osserva da lontano. Uggiosa malinconia, impalpabile ma costante, come un amaro segreto. Poesia: Incanto Incanto è il nome che attribuisco agli occhi tuoi, mentre mi trapassi l'anima senza mai uccidere il mio piccolo cuore. Cosa sarebbe questo vasto cielo notturno, senza l'aroma delle tue bellissime frasi incantate? Paragono le tue mani ai petali delicati di una rosa senza spine, e paragono la tua candida pelle ad una timida magnolia che si nasconde sotto le sembianze di un raro biancospino. Nel bel mezzo di un mare in tempesta, dove le navi rischiano di urtarsi l'una con l'altra, arriva la tua voce, come per incanto, a portare pace e gioia, a portare allegria e frivolezza. La tua risata incantevole e d'oltremondo mi arriva da lontano, come se tu fossi un incantevole alieno. Incantata dai tuoi sguardi che bruciano d'amore, mi assopisco, sorridendo alla luna, che assomiglia all'incanto dei mesmerici occhi tuoi.
  9. Roberta canu

    La vita americana di Ellie Dobner

    Terzo ed ultimo libro della serie Ellie Dobner. Trovate il romanzo anche su wattpad ♥ l'America è favolosa. Sapevo che questa nazione mi avrebbe aiutata ad essere una persona diversa, migliore. Sono passati due anni dall'ultima volta che ci siamo visti, io e voi, e cosa potrei raccontarvi? Nel frattempo chuchy è diventato un bel cagnolone, mangia tre chili di riso al giorno e per non parlare dei croccantini! Io non sono cambiata affatto ma il mio umore è migliorato. Londra, Oxford mi stavano strette, avevo bisogno di qualcosa di più cool, di un posto pazzesco. Il mio luogo preferito è Central park e credo che chucchy sia d'accordo con me. Il mio cagnolino è sempre il mio migliore amico. In America sto trovando di tutto sia per lui che per me, cupcakes, dolcetti allo zucchero a velo, tofu al mais... cose davvero incredibili e sensazionali. Il gusto è sublime. Mi sento così fortunata! Mia mamma mi ha chiamata per ben trenta volte, giusto per sapere dove fossi finita e per darmi la lieta notizia che mia sorella ha avuto un bambino. Mia sorella?! Se ce l'ha fatta lei allora a me è concesso perfino di raggiungere l'Italia a nuoto. Lei che non sa nemmeno far ridere i pargoletti! A me poco me ne frega del suo bamboccio! Non farò certo un viaggio a vuoto all'indietro per rivederla... Sono passati due anni dall'ultima volta che mia sorella si è piazzata davanti a me, e non è sato certo un bel momento, con quelle sue tette ballonzolanti e la maglietta Prada. Non voglio proprio vederla. L'unico che proprio non mi farebbe tanto schifo è mio padre, che ho sempre visto come vittima, ma anche lui non mi è mai sembrato all'apice della dolcezza perciò possono anche rimanere laggiù in Inghilterra. Se soltanto sapeste quanta differenza c'è tra l'America e la mia vecchia terra ne rimarreste scioccati. La bandiera forse è l'unica cosa che ci assomiglia, giusto per i colori. Qua i ragazzi sono mille volte più belli, non serve essere conosciuta per avere successo, basta che tu abbia talento e il resto viene da sè. è una terra fantastica, piena di colori, amore e fantasia. Ah, il mio romanzo ancora non è stato pubblicato ma ho trovato una bona casa editrice ed è sotto elaborazione. Mi hanno detto che loro potrebbero fare in modo che il mio libro esca anche gratuitamente. Non è assolutamente super come cosa? Prendo in braccio il mio chucchy e ci avviamo verso casa. La mia abitazione è circondata dal verde, ci sono dei fenicotteri fuori dalla mia porta, rosa come i confetti o i gamberetti di cui si nutrono. All'interno lo spazio è ristretto, d'altronde a cosa mi sarebbe servita una villona se siamo solo io e il mio grande amico? A nulla. Entro e vado a rovistare tra i vecchi giornali. Hanno pubblicato una mia poesia sul Vanity Fair, l'ho dedicata proprio al giornale. Oltre che a scrivere romanzi sono brava anche nel dilettarmi con la poetica. Prosa, rosa, poesia. Bello no? Tutto è amore e armonia qua, riesco quasi a sentire le onde del mare. Questa rivista è sempre stata al mia preferita, ma ora devo dire che me ne sono proprio innamorata. Mi è dispiaciuto sapere che il direttore è andato via, ma sono sicura che la sostituta sarà ai suoi livelli. Nel caso mi propongo io! No ok scherzo, parliamo seriamente. La tv è accesa perchè quando sono uscita l'ho lasciata sintonizzata sui cartoni animati che tanto piacciono al mio cagnolone. Non so perché ma lui si comporta esattamente come un bambino di tre anni. Mi fa troppo ridere questa cosa, perché io sembro sul serio sua mamma. All'improvviso suonano al citofono, vado a chiedere chi è ed è il postino. - Si, mi dica- mentre scendo di corsa le scale. -Deve firmare qua in digitale- quanto odio le cose complicate, ma non sono meglio i fogli?! Evito di dirglielo e lo saluto, fiondandomi sul plico che è appena arrivato. Lo scarto come un pacco di Natale e mi ritrovo fra le mani il contratto della casa editricie Newspaper. Oddio Mio cristo santo del cielo, non ci credo! Leggo un po' più avanti e c'è scritto che il mio romanzo ' Le avventure di Sarah keller' è piaciuto a tutti e che presto sarà in tutte le librerie e book store. Ci sarà anche la versione e-book acquistabile su Amazon. Salto di gioia e stringo Chucchy a me. L'america porta davvero fortuna. Capitolo due. Telefono alla casa editrice per avere un appuntamento con loro e mi risponde una signora gentilissima. -Pronto?- -Pronto, sono Ellie Dobner, la ragazza a cui avete inviato la proposta editoriale, il contratto insomma- Silenzio dall'altra parte per cinque secondi, poi finalmente dei rumori di sottofondo -Si, è lei giusto? Ci farebbe piacere se lei si presentasse da noi, nella American Street 200, per presentare il libro oggi stesso.Potrebbero esserci molte persone all'evento perciò le consiglio di indossare qualcosa di molto carino e magari un po'... come posso dire, costoso?- -Oh certo, dev'essere all'altezza della situazione- Sorride dall'altro capo del telefono e quasi mi vien voglia di ridere, finalmente tutto va' per il verso giusto. -Indosserò un capo Armani- mi guardo le dita e mi mangiucchio le unghie, io non ho assolutamente nessun capo Armani, e forse non ho nemmeno i soldi per acquistarne uno, perciò da dove troverò i soldi per comprarlo? - Benissimo, a stasera allora, ci vediamo alle 6 p.m. in punto- -Ok, le auguro una buona giornata, arrivederci- -Arrivederci a lei Ellie- Chiude e chiudo pure io. Sono fortunata si, ma è come se avessi calpestato una merda. Guardo chucchy che mi osserva con tanta calma. -Beato te che puoi startene sempre nudo in giro per la città, io cosa mi metto? Dammi un consiglio!- In tutta risposta abbaia contento e scodinzola. Sorrido e sbuffo. Che strana giornata! Esco, non faccio nemmeno in tempo ad uscire di casa che una signora inciampa su di me. -Scusi signorina- -Non fa niente, piuttosto lei si è fatta male?- -No, ma io ti conosco!- La guardo meglio e poi in un attimo ricordo tutto. La signora dell'aereo, la moglie dell'uomo con la sciarpina bianca! -Oddio mi scusi non l'avevo riconosciuta!- La abbraccio come se fosse mia nonna e lei ricambia tutta soddisfatta. -Come va Ellie? Vuoi venire a casa mia a pranzo? New York è una città enorme ed è stata proprio una fortuna averti rincontrata per caso, allora che ne dici?- Sorrido entusiasta. -Dico che è ok- Trascino chucchy per la via, e ci dirigiamo verso la sua casetta. Capitolo tre Arriviamo mezz'ora dopo, allegre e saltellanti. -Signora,devo farle sapere che stasera avrò la presentazione del mio primo libro, perciò non potrò trattenermi piuù di tanto- Lei gira la chiave nella toppa e mi guarda felice. -Sono contenta per te ragazza, allora verremo a vederti e compreremo il tuo romanzo, va bene?- -No no il libro glielo regalo io, anzi lo do' sia a lei che a suo marito, ci mancherebbe altro!- -Come sei gentile cara, se solo ti avessi avuto come figlia! Purtroppo la mia cara ragazza è morta trent'anni fa' in un tragico incidente stradale e mio figlio non c'è più da tre mesi, ma tu saresti perfetta- -E lei come mamma sarebbe più che perfetta invece- Ridiamo ed entriamo nell'androne. Ad aspettarci c'è il marito, un signore calmo e composto. Sta leggendo i fatti di cronaca più esiliaranti degli ultimi dieci giorni, poi ci sente arrivare e siccome pensava che la moglie fosse sola aggrotta le sopracciglia con fare pensoso. -Chi c'è con te, Mary?- -La ragazza dell'aerero- In un attimo al signore si illuminano gli occhi, mi prende la mano e me la bacia senza sfiorare nemmeno un lembo di pelle. Come fanno i galantuomini. -Prego, prendi posto.... - Fa' un cenno con le dita, come se le stesse schioccando, per trovare siuramente il mio nome, allora lo aiuto io. -Ellie, Ellie Dobner- -Ok Ellie, siedi pure con noi, siamo come una grande famiglia- Sorrido imbarazzata. Lui continua a leggere il giornale fischiettando mentre la signora prepara una zuppa di ceci e una tortilla ai piselli freschi. -Dev'essere tutto molto buono- dico, portandomi la mano alla bocca e sbadigliando. Non ho fatto colazione perciò ho una fame da lupi. Il cagnolino mi guarda, abbassa la testa e sembra quasi sorridere, poi la appoggia a terra e si mette curvo, come se volesse dormire al contrario. Mi fa' ridere ma mi trattengo per non sembrare una bmbina anziché una donna di trentadue anni. -Si, la mia Mary cucina benissimo- mi dice il signore, senza mostrarmi il suo volto, coperto dalle pagine bianche e nere. -Ci credo- gli dico, e sgambetto sulla sedia come una ragazzina. In meno di venti minuti il pranzo è pronto. Ci sediamo, addentiamo il tutto con foga, si vede che abbiamo tutti e tre una gran fame, chiacchieriamo del più e del meno con la tv spenta, cosicchè le nostre voci siano le protagoniste assolute della situazione, poi passiamo al dolce. Io sono esterrefatta, non ho mai mangiato così bene in tutta la mia vita. Eppure in Inghilterra ne abbiamo di cose buone da preparare, ma qua è tutta un'altra storia. l'America ti entra dentro, come le persone. Gli americani si saranno pure obesi ma sono di una simpatia unica. Mangiamo un piccollo budino al crème caramel, e poi non ci sta più nulla nello stomaco. Mi lascio andare sulla sedia e mi tocco la pancia. -Cara, sei piena o vuoi altro?- Faccio un cenno con la mano -No no grazie, non ce la faccio più. è stato un pranzo stupendo, grazie mille! Devo dirle solo una cosa- -Dimmi pure- mi risponde, mentre toglie i piatti dal tavolo e inizia a sparecchiare a dovere. -Mi hanno chiesto un abito succinto, ma io non ho nulla di elegante da mettermi- Lei guarda suo marito, si mettono a ridacchiare bonariamente e io mi guardo in giro sorpresa. -Non c'è problema cara, la fidanzata di mio nipote ha una marea di vestiti che non usa più, tutti chic e alla moda, vieni con me in camera da letto e provali tutti se è necessario- Non credo quasi alle mie orecchie. Questa è magia, è un sogno. Devo avere sicuramente una faccia da cretina, perché la signora mi guarda scioccata e poi ride. -Non ci credi? Vieni con me- Il marito sorride e continua con la lettura. Mi sembra di essere finita nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie. La seguo e mi sento euforica. Finalmente mi sento a casa. Capitolo quattro La signora aveva ragione. L'armadio a muro contiene più di cinquanta vestiti, sia con le spalline che senza. Primaverili, estivi, autunnali e invernali, ce n'è davvero per tutti i gusti. -Provo questo- le dico, mentre prendo in mano un abito nero con il pizzo, che assomiglia molto ad un tutù. Ho sempre amato le ballerine classiche e molto probabilmente oggi mi potrei sentire una di loro anziché una stupida come sempre. -Ok carissima, vai là dietro e misuralo- Mi sposto di poco, mi piazzo davanti allo specchio e lascio cadere il mio vecchio abito da anziana. Ma come mi vesto?! Dovrei avere uno stylist sempre a portata di mano sia per i jeans che per gli abiti più classici e impegnativi. Infilo il vestito della fidanzata del nipote e mi accorgo che mi calza a pennello. Per fortuna abbiamo la stessa taglia, che culo! -Mi sta! Mi entra! è quello giusto!- urlo, dicendolo alla signora come se Mary fosse completamente sorda. -Mi fa' piacere, allora prendilo e portalo a casa tua. Sono le cinque, tra un ora dovrai andare al convegno- -Si, vado, è meglio che mi sbrighi se non voglio fare tardi- Esco dalla camera da letto, rubo un bicchiere d'acqua da sopra la mensola e saluto calorosamente il signore -Io non so come farei senza di voi, siete come dei genitori o dei nonni per me- Lo abbracio tenendo il vestito in mano e lui mi da' una pacca leggera sulla spalla, molto affettuosa. -Hai fatto la scelta giusta, è molto bello- -Grazie- gli dico, guardando i pallini bianchi sopra l'abito- -Mary, sto andando via, la ringrazio per tutto quello che sta facendo per me. Io comunque abito in Juniper Street 340, se le fa' piacere venire a trovarmi....- -Oh si, verremo di sicuro- La stringo forte a me e sento quel calore umano di cui ho sempre avuto bisogno. La droga è soltanto un triste ricordo. Prendo con me chucchy e mi dirigo a casa, stanca ma felice. Capitolo cinque: L'abito non fa' il monaco dicono, si ma io stasera faccio la sirena sul serio. Questo tubino è fantastico. Mi rigiro davanti allo specchio di casa e mi vedo bellissima. Apro la palette e inizio a mettere l'ombretto nero sulle palpebre un po' calate. Poi il mascara celeste ( che tra l'altro può essere usato anche sui capelli) e un po' di burrocacao. Ed ecco che sono pronta per tuffarmi nella mia avventura. -non sono bella chucchy?- Lui mi fissa convinto che non abbia ragione -Mh, forse non bella ma carina?- Abbaia e scodinzola. Carina va bene. è l'aggettivo giusto. Chamo il taxy, gli dico di venire a prendermi per le sei meno un quarto, per fortuna abito vicino alla libreria The black cat. -Scusi, potrebbe venire sotto casa per le sei meno un quarto?- -Certo, a più tardi- E anche questa è fatta. Mi siedo sul letto e guardo le mie vene pulite. Non sono mai sata così bene in vita mia. -oh merda le scarpe!- Vado a cercarne un paio nere e trovo quelle del matrimonio del mio amico, avvenuto più di dieci anni fa'. Le provo, dovrebbero andarmi ancora bene e poi con questo vestito sono perfette. Hanno un tacco dodici. Non è che stasera oltre al libro mi capiterà l'occasione di conoscere qualche bel ragazzo? Oddio vi ricordate quella volta al parco? Quando quel ragazzo poi si è rivelato gay? Come ci sono rimasta male e che paura! E se fosse stato un pervertito? A volte è proprio vero, meglio soli che male accompagnati. Arriva il taxi e io sono pronta. Mi dispiace solo dover lasciare chucchy da solo, ma purtroppo nella libreria non gli è permesso entrare. -Ci vediamo tra un ora o due, ok piccolo mio?- Li sghignazza come un bebè e mi saluta dandomi la zampa. -Bravo chucchy, bravo lui- Mi avvio verso l'uscita e faccio le scale di corsa. Il tassista è già lì che mi aspetta. Apro la portiera e mi fiondo dentro la macchina sentendomi già una star. - Dove la porto?- -Alla Black cat, è la libreria in centro. Devo presentare il mio libro- -Va bene- e non mi chiede altro. Sbuffo, sono ansiosa e agitata. Cerco di non mangiarmi le unghie ma è inevitabile. Giriamo l'angolo, dopo due semafori e un po' di traffico ecco apparire la libreria. -Grazie- Gli do' trentacinque dollari e sparisce dalla mia vista. Deglutisco, mi avvio verso il locale e sospiro. Apro la porta, è pieno di gente. Merda! Capitolo sei -ciao, tu devi essere Ellie, l'autrice del romanzo 'Le avventure di Sarah Keller' giusto?- Ammetto che si, sono proprio io. -Certo, in persona- La donna mi guarda dalla testa ai piedi, dev'essere esperta di moda più che di libri. -Ma questo è Dior?- -no, mi spiace, non so che stilista sia- Oddio qua sono tutti elegantissimi, io mi sento come un pesce fuori dall'acqua. -Nonostante tutto è un bellissimo vestito- mi dice, fumando una sigaretta. Mi guardo intorno, non sapevo che in un posto come questo si potesse fumare, cavolo! Quasi quasi mi faccio una pera qui davanti a tutti, ma darei un'immagine così pessima di me. Non mi drogo da quasi due anni, per la precisione da quando ho preso quel bellissimo Air One per venire qua, in questa terra di cheescake. -La ringrazio- le dico poregendole la mano per salutarla ed entrare in confidenza. -Oh dammi del tu, per favore- mi dice, sorridendomi. -mi chiamo Jennifer Cross, Ellie- Io faccio un cenno con la testa e contemporaneamente guardo la mia postazione. C'è un piccolo scalino, poi altre tre scaline in legno e una sorta di poggiapiedi da dove si vede il pubblico dall'alto. Le sedie sono poste di fronte a noi, e saranno più di cento. Le persone sono ovunque. -Ellie- continua, - Il tuo libro potrebbe diventare un best-seller, lo sai? Sei stata così brava nel ricreare l'atmosfera giusta e inventare quei personaggi! Poi la protagonista mi fa' morire dal ridere, hai avuto molti riscontri positivi- -Grazie mille, è il mio sogno fare la scrittrice. Da ragazzina optavo anche per la cantante, ma scrivere è catartico, mi fa' stare molto bene- -Ti capisco, io leggo ogni anno almeno venti libri- -Sul serio?- -Certo- Rimango esterrefatta. Ho incontrato pochissime persone capaci di leggere dei romanzi in così breve tempo e lei è una di queste. -Ora è il tuo momento, mi dice- Faccio un cenno positivo con la testa e mi rassetto il vestito. Saliamo sulle scale e mi dirigo verso la piccola platea, mentre le persone iniziano a parlottare e prendere posto. -Allora, questa è la ragazza più cool degli ultimi tempi. La parola va' all'autrice del romanzo di questa sera: Ellie Dobner- Sento gli applausi e quasi non ci credo. Lei mi da' il microfono e so che mi cadrà per terra dall'emozione. Invece non mi casca per fortuna e inizio a balbettare, poi mi do' un contegno ed entro nel vivo della situazione. -Il mio romanzo parla di una ragazza disastrata, ha da poco perso sua madre e fa' della droga la sua rinascita. I suoi genitori non l'hanno mai accettata per come è e per questo decide di cambiare terra, di viaggiare per tutto il mondo. è una ragazza sola e in cerca dell'amore giusto- La ragazza che mi ha dato il microfono mi fa ok con le dita e poi da' l'avvio al pubblico. -Se avete qualche domanda da fare, non siate timidi e rivolgetegliela pure- Una donna, fra tante, si erge tra la folla. Sta fumando, nonostante ormai sia iniziata la conferenza. Mi sudano le mani e mi gira la testa. LA DONNA IN QUESTIONE è MIA MADRE... Capitolo sette: Mi sento quasi mancare, l'aria è viziata e il vestito troppo stretto. Vorrei avere un deambulatore o arrivare al pronto soccorso viva. Sto avendo un attacco di panico. Sono pallida, all'improvviso mi ritrovo a terra, circondata da un mucchio di ragazzi, donne e uomini -Ma cos'è successo?- dice una persona alle mie spalle. -Forse è svenuta- replica un'altra. La donna che mi aveva dato il microfono mi porge un bel bicchierone d'acqua e mi mette le gambe in alto. -Soffri d'ansia tesoro?- -Si, mi capita, ma non sempre- -per fortuna mia marito è un medico- Vedo un uomo sulla cinquantina, con giacca e cravatta, e una borsa in mano. La camicia è sudaticcia, bianca in tutto il suo splendore. Dalla ventiquattrore toglie dei farmaci, sento dire degli antidepressivi e ansiolitici. Io non sono depressa, cazzo. Ho visto solo la faccia disgustata di mia madre, lei non dovrebbe essere qui! Non dovrebbe nemmeno sapere che mi trovo a migliaia di chilometri lontana da lei ( per fortuna e grazia divina) e non avrebbe dovuto trovarmi. Mi giro per cercarla ma l'unica cosa che vedo è la donna che mi tiene ferma e suo marito con un farmaco di colore rosa fucsia. -Ellie, ti stiamo dando un po' di Valium, tanto per calmarti un po', va bene?- Io dico qualcosa di incomprensibile, ma non so nemmeno dove mi trovo. A puttane tutto, la mia vita e la presentazione del libro. -Dov'è quella donna che fumava?- dico a Jennifer -Non c'è nessuno cara, hai avuto un'allucinazione- Mi guarda sofferente e triste, seriamente dispiaciuta, poi abbassa il tono della voce e si inchina su di me. -Non è che per caso fai uso di farmaci o ti droghi?- La droga non era nei miei piani oggi. Non adesso, ti prego. Anzi, vi prego. -Mi drogavo in passato, due anni fa'. Ma non ho mai preso allucinogeni, cioè si qualche acido qua e là ma se guardi le mie vene si vede che non ne faccio più uso- Strabuzza gli occhi, indignata. -Tu ti buchi?!- -no certo che no, cioè prima si, è da due anni che non mi faccio nemmeno una pera lo giuro- Mi guarda di sottecchi e ammicca. -Va bene, ti credo- -Non portatemi all'ospedale, vi prego. A casa si, ma non in quel postaccio- -Non ti ci portiamo, mio marito ti ha dato un farmaco che ti toglierà l'ansia per delle ore e ti farà dormire bene- -Grazie, e per quanto riguarda il libro invece?- Mi sento triste e stordita ma devo pur sentire l'amara verità. -L'hanno già acquistato senza che tu facessi la presentazione, è andata comunque alla grande. Hai saltato il firma copie ma pazienza. L'unica cosa che conta è che tu stia bene Ellie- -Si, grazie- Sento che chiamano il tassista e in meno di dieci minuti mi trovo catapultata in macchina, diretta verso casa. Che serataccia! Capitolo otto: Sono sconvolta, il Valium era amarissimo e disgustoso. L'unica cosa di bello è il colore. Fucsia. Rosa come un fiore velenoso. Chucchy mi lecca la faccia, togliendomi il rimmel e ritrovandoselo sulla linguetta. -Attento, quelle cose fanno male alla salute- Rido e sono contenta nonostante il disastro di poco prima. Che cazzo ci faceva mia madre li? Ho avuto veramente un 'daydream'? un sogno ad occhi aperti? O un incubo direi, piuttosto. Boo, non lo so, comunque ora mi sento sollevata e tranquilla e l'attacco di panico non è altro se non brutto ricordo. Il libro ha venduto tantissimo, e questo mi rassicura. Che autrice strana, avranno pensato, farsi cogliere da un attacco di ansia in un momento bello come quello. Ma loro leggono la mia vita attraverso un romanzo, non mi conoscono di persona e mai potranno farlo. Mi sdraio meglio sul letto, ho dormito tantissimo, jennifer aveva ragione riguardo al funzionamento del Valium. è un farmaco molto forte capace di farti dormire per lunghe ore di fila, e così è successo a me. Appena sveglia mi sono sentita confusa, come se qualcuno mi avesse dato una botta in testa, come se mia madre, quella strega, mi avesse drogata o iniettato qualche sostanza nociva nel corpo. Penso al mio libro fra le mani di tutta quella gente, un sogno che si avvera. poi qualcuno bussa alla porta, ma non ho voglia di alzarmi, perciò mando chuchy che va a vedere chi è, abbaia e scodinzola, facendomi capire che la visita è positiva. Solo una persona può essere bene accetta: Mary. -Chi è?- dico, quasi strozzandomi per farmi sentire. -Sono io, la mamma- CAZZO, non è possibile, non può essere vero. -La mamma? Che ci fai qua? Non mi sento affatto bene, puoi tornare un altro momento?- -Ho il tuo romanzo cara, è molto bello sai?- Non ci voglio credere, eppure non sto sognando. Mi do dei ceffoni per assicurarmi di non star dormendo, poi bevo un bel tazzone di acqua fresca ma la mamma è sempre lì a vegliare su di me, cosa che non ha mai fatto nemmeno quando ero piccola e avevo bisogno di lei. -Ok entra, la porta è socchiusa- Mi rigiro nel letto, mi vien voglia di piangere ma non le darò mai questa soddisfazione. Sento i suoi passi sul pavimento e già mi vien voglia di vomitare,poi l'odore intenso di fumo che aleggia nell'aria è schifosissimo. -Amore, sono qua- Mi si avvicina e allora mi volto dalla sua parte. Ha i capelli biondissimi, lo smalto rosso in tinta con il rossetto Chanel e un foulard che le raccoglie il collo magro e slanciato. è sempre stata una donna molto bella. Bella ma stronza. -Mamma come hai fatto a sapere che ero qui?- -Mary, una signora che ho trovato prima di vederti in libreria. Mi ha detto che ti ha invitata a pranzo e che l'hai abbracciata come se fosse tua nonna, ma come mai?- Eccola che inizia -Cosa, come mai? Avevo solo bisogno di qualcuno che mi volesse bene, e lei l'ho conosciuta sull'aereo che mi ha portata qua- Lei sorride e fa' una faccia strana, come se mi stessi inventando tutto. -Ma come mai sei sdraiata così? Non ti puoi alzare e fare qualcosa di concreto?- -Mamma- urlo - sei venuta qua a farmi la predica forse?- -No, cara, veramente sono qua solo perché volevo rivedere la mia bambina, complimentarmi con lei e farmi fare l'autografo. Puoi?- Dato che mi sembra sincera la abbraccio e vado a cercare una penna. -Ne ho una io in borsa tranquilla- Me la porge e scrivo: Con affetto, Ellie Dobner. -Grazie amore- La guardo, poi estrae una foto di mia sorella e del bambino. -Guarda, non è bellissimo?- Biondo con gli occhi azzurri, devo ammettere che non solo è bellissimo ma sembra l'abbia partorito una dea. -Molto bello, quanto tempo ha ora?- -Tredici mesi- -Stupendo, è ancora piccolo- -Si- Rimaniamo un po' in silenzio, lei rigirandosi il libro fra le mani e io guardandola impaurita. Ma non mi sembra così acida come le altre volte, perciò mi rilasso e non la mando via, anzi le sorrido e lei mi ricambia. -Ellie, che ne diresti di tornare indietro da noi? Qua cos'è che ti trattiene?- -Tutto- -Ma siamo noi il tuo tutto.!- -no, vo non mi avete mai dato nulla, io mi sono costruita tutto da sola- -Ma si vuol sapere perchè fai così? Ti mostri cinica!- -Mamma va' via ti prego- Le intimo di uscire, indicando l'entrata con le dita. -Se è questo che vuoi me ne vado, ma non mi vedrai mai più, sappilo. Non sei mai stata come tua sorella e mai lo saprai, e comunque tuo padre è morto- Se ne va' via, lasciandomi sola nella disperazione. Era vero quel motto: Se ne vanno sempre i migliori. Capitolo nove: Piango. Lentamente, come fanno nei film. Non ho una foto di mio padre, non gli ho mai voluto dire ti voglio bene eppure so che mi mancherà molto. Era il migliore della famiglia. Lui non ci faceva mancare mai niente, non era uno stinco di santo ma almeno non era come mia mamma: cinica e stronza. Abbraccio il mio cagnolone e qualche lacrima va a finire sul romanzo e sul suo pelo. -Scusami piccolo mio, oggi non è giornata- gli dico, e lui sembra capirmi al volo perché diventa improvvisamente serio. Gli animali capiscono sempre tutto! Non si sa come ma è vero! Sono sdraiata sul mio lettone a ripensare agli anni della mia infanzia, a ripensare ai primi giorni, a tutto. Adesso la droga toglierebbe un po' di dolore, ma decido di farmi solo di qualche acido. Vedo spazi ovunque, vuoti, colorati e stranissimi. Da ragazza con Stella provavamo di tutto, compresi i baci lesbo, e la prof puntualmente ci beccava, dicendoci che sembravamo due pervertite. Mi vien da sorridere. Stella. Come starà? Decido di farle una telefonata. Mi costerà parecchio ma ne vale proprio la pena. -Pronto, c'è Stella?- chiedo, perchè mi risponde una donna di circa sessant'anni -Si, sono sua madre, ora te la passo- Sento dei passi e poi la cornetta che viene stretta tra le sua mani. -Sono io, chi é?- -Sono Ellie Dobner- -Ellie!- mi dice, sinceramente divertita. -Che cosa mi racconti?- -Sono in America da due anni e ho appena pubblicato il mio primo romanzo- -Noooo non mi dire, lo voglio anche io- -Te ne spedirò una copia ok?- -Va bene- -Ma c'è dell'altro- -Cosa?- -Mo padre è morto- -OH no mi spiace tantissimo- mi dice, sinceramente affranta -Prima o poi tutti ce ne andiamo- rispondo con tono serio Poi chiudiamo la conversazione e mi preparo una tazza di the verde mentre intanto penso al secondo romanzo. è tempo di non piangere più e di risollevarmi, tempo di lasciare andare il passato, di andare via da tutto l'orrore. Tempo di pace. Capitolo dieci La pace mi è sempre piaciuta, la bandiera con i colori dell'arcobaleno, i gay pride, i diritti civili. E se scrivessi un libro su questo? potrei riscontrare lo stesso successo che sto avendo con questo primo romanzo. Dopo la morte di mio padre sento che nulla può più ferirmi, sento che il dolore ormai è solo un ricordo lontano così come le anfetamine e l'eroina. Pensavo che sarei finita in un tunnel nero dell'orrore e invece sono rimasta in superficie. Chucchy cresce a vista d'occhio, ormai mangia come un orsetto lavatore. Sono passati due mesi dalla morte del mio genitore e io sono dimagrita a vista d'occhio, dicono che il corpo senta ciò che il cervello prova ogni giorno, compresi i lutti e i sentimenti come la tristezza e la malinconia. Sto lavorando al mio secondo romanzo, si intitolerà 'Il segreto di Marlon Henry'. Spero sia un successo come il primo e stavolta niente ripercussioni riguardo all'ansia e al panico! Mi auguro che tutto vada per il verso giusto! Voi fans mi avete aiutato tantissimo, se non ci foste stati voi non avrei potuto avere tutto questo successo, perciò un grazie immenso, cari lettori! Questa è la mia vita, volete sapere altro? credo che sia tutto qui. L'America è la mia patria adesso. Guardo chucchy e digito sulla tastiera
  10. Roberta canu

    La vita di Ellie Dobner

    Seguito de 'La vita segreta di Ellie Dobner' Sono così felice. Finalmente ho pubblicato il mio primo romanzo. Il mio maritino non mi ha più cercata, non vuole condividere nemmeno il cane con me. Si, ho preso un piccolo chihuhua così dolce e carino da far perdere la testa a Paris Hilton. Lui è molto meglio del mio perduto maritino. La mia famiglia, nonostante siano passati tre anni, è sempre disastrata. Mia sorella ha un fidanzato che si chiama Nicky, mia mamma ha trovato lavoro presso una botique di moda e mio padre continua a far tardi tutte le sere. Dice di sentirsi strano, impotente, e allora beve per dimenticare, per buttarsi alle spalle il dolore. Anche i medici hanno un cuore, che strano, io mica lo sapevo questo. A volte tengo aggiornato il mio blog, il diario dei segreti. Sapete benissimo quanto la mia vita sia ormai pubblica, ho scritto uno dei romanzi più in degli ultimi tempi, in stile Sophie Kinsella. Il dolore che provavo prima ora si sta dissipando, sia grazie all'eroina sia grazie ai libri che mi fanno sempre compagnia. Il mio scrittore preferito è Stephen King, non so se qualcuno di voi lo conosce, lui ha scritte opere fantastiche come Il miglio Verde e Carrie. Ma questi sono solo alcuni tra i tantissimi romanzi da lui sfornati. Io per ora ne ho scritto solo uno ma me lo tengo stretto. Il mio libro è di genere drammatico, l'ho inviato a diverse case editrici e sono in attesa di una risposta. Speriamo che Dio me la mandi buona! Il mio cagnolino ha sete, vado a prendergli l'acqua, voi miraccomando rimanete con me. Capitolo due: Vi siete mai chiesti come mai le eroinomani siano sempre così tanto fighe e bellissime? Perchè la droga da' assuefazione, ti logora dentro, fuori e nell'animo ma il trucco non te lo può togliere nessuno. Sono alla stazione, mi devo incontrare con Stella, la mia ex migliore amica. Eccola che arriva tutta trafelata e con il bambino che già cammina da solo. Mi sono truccata con solo l'eyeliner e un poco di lucidalabbra, giusto per essere semplicissima, d'altronde non mi devo vedere con un ragazzo ma con quella che l'ultima volta ho definito quasi stronzetta per il modo in cui mi aveva piantata in asso. Stella arriva e si sistema meglio la camicetta, il bambino mangia un cono gelato e io ho al guinzaglio il mio Chycchy, il cane che ho adottato da tre mesi. Mi guardo nello specchio e non mi trovo affatto male. Non sono mai banale con me stessa, lo faccio apposta. La droga mi da' il piacere di sentirmi bella e libera, e poi anche se non sono americana mi fa' sentire dannatamente figa. Sono inglese, e le mie discendenze sno quasi nobili, se non fosse per mia sorella che ha rovinato tutto, quella stronzetta da quattro soldi. Stella si avvicina e mi porge la mano. -Ciao Ellie,- mi dice, con un sorriso da gatta siamese. -Ciao- rispondo continuando a sistemarmi per bene. Saluto il bambino, d'altronde lui non c'entra assolutamente nulla, e andiamo dentro il bar a prendere qualcosina. Io vorrei soltanto potermi fare una pera e la stazione mi sembra il posto giusto, il tipo di bar adatto per gente come me. Sento la musica dei Placebo, è il pezzo giusto. Parte jesus son e io non ci sono più con la testa, tutto gira e ruota attorno a me. Stella prende un caffè ma io non voglio assolutamente nulla. Mi muovo, il piede si contorce nella Converse viola, e i placebo sono già lontani chilometri da me, eppure li sento così maledettamente vicini. -Non prendi nulla Elllie?- vorrei prendere il mondo, mi vien da rispondere, ma poi la cameriera che conosciamo bene ( un'altra stronza quanto mia sorella e bionda allo stesso fintissimo modo) cerca di corrompermi mentre Brian Molko canta le ultime strofe di jesus'son. -Prendo un succo di frutta all'albicocca, io sono diventata quasi astemia anche se nessuna di voi credo lo sappia- mi viene quasi da ridere, eroinomane ma astemia. Non bevo ma mi facco certe pere che non finiscono più. -Ok, allora porto un succo, e per Stella?- Lei rimugina un poco su quelle parole e poi molto stancamente se ne esce con una frase di merda, delle sue solite -Prendo il vino- Il vino lo bevevo io tempo fa, assieme alla droga meno potente in circolazione, l'LSD, gli acidi. Quando ci sparavamo un acido per andare in orbita riuscivamo sempre a creare la situazione giusta per sballarci, un po' come i ragazzi dello zoo di Berlino. Christiane F era veramente una figa assurda, lei corrompeva il mondo e la sua famiglia e tutti gli stavano dietro e meritava l'attenzione del mondo. Il bambino prende un milkshake al lampone. Che cucciolo tenero, chissà se anche io un giorno avrò dei bambini così belli. Per ora ho il cane. Stella mi chiede se tutto è a posto, se mi trovo bene nella mia nuova casa, con il cagnolino e sola senza marito. Mai stata meglio, le rispondo e lei sorride, anzi ride proprio di gusto. -Io sono single anche se mi sono lasciata da poco con un ragazzo russo, di kiev. Incomprensioni letterarie ed elettive- mi dice, come se fosse del tutto naturale lasciare un bell'imbusto del genere. L'avevo visto solo una volta, a casa di Stella, ma mi era bastata per farmi un'idea di come potessero essere le loro notti: bollenti. -Come mai vi siete lasciati?- le chiedo, ammiccando dolcemente su quel fattaccio tanto triste. -Perché non capivo la sua lingua te l'ho detto, anche se era bellissimo non riuscivamo a comprenderci, eravamo su due linee opposte, proprio agli antipodi ti dico- Finalmente arrivano le bibite, il bambino non si sa per quale motivo inizia a piangere e guardarmi come se avesse visto una strega. Sono così brutta? Stella ride. Beviamo per dimenticare. Io vorrei solo farmi la mia dose. Capitolo tre: Andiamo via dal locale che sono quasi le quattro del pomeriggio. Il cane ha fame e il bambino ha una gran voglia di farsi una pennichella. Io voglio solo tornare a casa. Dico a Stella che ho le mie cose e che devo ritornare perché altrimenti macchierei i pantaloni di rosso e lei capisce al volo che è meglio interrompere la comunicazione. Ci salutiamo alla bell'emeglio e volo via verso la mia cara casina, certo non è la reggia di un principe ma io ne vado più che fiera. Non vi ho detto di aver vinto al superenalotto negli ultimi tre mesi e quindi di essermi permessa questo e altro, compreso un viaggio a Ibiza e in America, la stella di Hollyood. Mi sento una star, una donna fatta e finita. Apro la porta e mi investe subito l'odore dei fiori messi sul davanzale della cucina, sono rose fresche ( precisamente del giardino della vicina, zia Nath) di colore rosso. Rosso passione, peccato che siano passati più di tre mesi dall'ultima volta che ho avuto a che fare con un uomo. Mi fiondo in camera da letto, apro la busta dei croccantini e ne verso un bel po' nella ciotola. Il cagnolino mi imita e si getta di peso vicino al letto, trangugiando il tutto con voracità estrema. Rido e lo accarezzo sulla fronte fresca. Lui è la mia salvezza, è come un figlio per me e guai a chi me lo tocca! Apro la borsa e tolgo fuori il cucchiaino, il limone, il laccio emostatico e la siringa. Mi preparo per la dose. Sono felice come una bambina a cui è stata regalata una caramella dalla zia. Metto il laccio ben stretto su per il braccio, mi faccio avvolgere dalla sensazione che precede il tutto, ovvero la trasgressione, poi arriverà l'agitazione e l'euforia. Prendo il cucchiaino e metto il limone sopra, bevo tutto d'un sorso, poi inizio ad infilarmi l'ago in vena, e mentre l'eroina entra in azione apro e chiudo il pugno per la circolazione sanguigna. Il mio cagnolino mangiucchia tranquillo mentre non sa che la sua padrona è una drogata estrema. Stella non immagina minimamente che continuo a farmi le pere, l'ultima volta sono quasi morta a causa dell'insistenza con cui ho provato a drogarmi, sono svenuta per una mezz'ora e sono rinvenuta solo grazie a Chucchy che mi ha leccato la faccia facendo da pompiere alla situazione tragica. La droga inizia a fare effetto, le allucinazioni iniziano a farsi sentire e mi sento fuori dal mondo, onnipotente e sacra. Mi gira tutta la stanza, sono finalmente in orbita. Mi butto sul letto e mi massaggio le tempie. Ora sono in paradiso. Capitolo quattro Mi sveglio dal torpore in cui sono caduta. Che sonno! Che ore saranno? Guardo il telefono e mi rendo conto di aver perso cinque chiamate di Stella. Stella Vagner. La mia ex amica che ora mi cerca continuamente. Pensavo di averle fatto capire che dopo la bevuta dell'altra sera io non volevo avere più nulla a che fare con lei, che come è vero che il cibo è sacro e che se ci manca sono cazzi amari, altrettanto vero è che se mi manca la droga e il posto i cui drogarmi io sclero di brutto. Provo a richiamarla ma sento solo silenzio dall'altro capo del telefono. Dududududu. Poi finalmente qualcosa. -Hey Ellie, ciao, ma dov'eri finita? Non dirmi che hai ripreso con i tuou brutti vizi!!- -No no dimmi pure cara- Cara un corno, io mi prendo i vizi che piacciono a me, non i tuoi. - Stavo dormendo- -Vuoi venire a cena da me domani?- Sono nella merda più totale. Come faccio? Ci sarà un bagno agibile dove posso farmi almeno per un po'? Le rispondo al volo -Non mi sento ancora bene stellina, va bene se facciamo per un'altra volta? Non te la prendi vero? -Ma certo che no, l'importante è che tu sia finalmente bene. è da tanto tempo, dai periodi della scuola che vorrei sentire che stai bene, che è tutto ok. Vorrei il meglio per te, Ellie- -grazie, davvero- Il meglio per me? io non so davvero cosa sia. Io conosco il mondo ottuso, chiuso, fatto solo di droga e dinamite per il mio corpo. Conosco l'autolesionismo ben nei dettagli, l'aroma della morte fresca, il tentato suicidio, conosco il dolore alla perfezione, ma nessuno se nè mai preoccupato. Chiudo la conversazione e mi fiondo tra le coperte. Dormo fino all'alba, finché il dolore dell'amore che provo dentro non si trasforma nuovamente in odio per me stessa. Allora prendo l'occorrente e mi faccio una pera, non tanto grande, ma nemmeno piccola. Mi accendo anche una sigaretta e mi sento un po' come Courtney Love senza il suo Kurt. La pera di adesso mi fa' sentire proprio donna, prendo lo specchio e guardo il mio riflesso, i miei capelli castani, le ciocche colorate di fucsia, l'anellino al naso, i nei che mi contraddistinguono fin da bambina. Mi guardo ma vedo solo una cosa stampata sul volto: mancanza d'amore. Capitolo cinque: L'amore mi manca per davvero, non posso negarlo. Sono molto sentimentale, anche se mi drogo questo non significa che io non sappia cosa sia davvero la parola amore, anzi! Al liceo ebbi anche quella fantastica esperienza lesbo con Stella, durata poco ma comunque esistita per davvero. Gli uomini mi piacciono sempre ma le donne sono più morbide, più malleabili, le donne le puoi far divertire con poco invece con gli uomini nemmeno gesù cristo è capace a cavargli un sorriso ogni tanto. Sono noiosi e spesso presuntuosi, vogliono averla vinta sempre loro e basta. Mi manca l'amore vero. Esco in giardino con la speranza di incontrare un bell'imbusto, come l'ex russo della mia cara Stella, ma l'unica cosa che vedo sono i rovi. Mi viene quasi da ridere, poi un ragazzo sul serio si avvicina a me, come d'incanto. è il vicino. non pensavo di avere un compagno di giochi così figo e sexy. Mi si avvicina per chidermi una sigaretta. No tesoro, scusa, magari se mi chiedi una pera posso anche accontentarti, ma per quello non posso farci nulla. Non sono una tabaccaia. Ride e mostra una fila di denti regolari. Bellissimo. Lo faccio entrare dentro casa, e subito l'atmosfera si alza, cambia. Lascio da parte la droga e mi fiondo su di lui, lo bacio e lo strattono e in un attimo siamo nel letto, catapultati come due veri amanti. Dopo aver finito di fare all'amore ci vestiamo e senza dire una parola lui va'a farsi al doccia mentre io rimango con il viso rivolto verso il soffitto, ancora piena d'amore. Ora la droga non mi interessa. Quindi è proprio vero, la droga è un ripensamento, un buco che serve a colmare il vuoto, una zona erogena della mente che ti dice: fallo ancora, altrimenti sarai troppo debole. Io sono Ellie Dobner cazzo, non sono debole, sono una tipa con le palle. Il ragazzo, che poi si chiama James, mi da' un bacio casto sulle spalle e va' via, lasciandomi sei sterline sul mobiletto del bagno. MI HA SCAMBIATA PER UNA PUTTANA! Decido allora solo una cosa: la droga è l'unica cosa che mi salverà la vita dagli uomini. Tutto il resto è soltanto noia e basta. La droga è la mia migliore amica, lei almeno non mi distrugge moralmente e mi rende sempre più figa. Come può avermi scambiata per una prostituta?? Non oso immaginare lo scandalo se lo venisse a sapere mio padre, l'uomo che tiene molto più a se stesso di quanto non tenga a me. Il medico che tutte le star di Hollywood vorrebbero e che non è mai riuscito nemmeno a curarmi un dente del giudizio. Un uomo che mi ha fatto odiare tutti gli altri. Indispettita mi rigiro nel letto. Che giornata di merda!!! Il cagnolino mi si mette vicino, che tenero... lui si che mi ama. E se dovessi morire per un'overdose chi baderebbe a lui? Stella ha il bambino e quindi non avrebbe tempo, il boss che è appena andato via non ci tiene quanto ci tengo io e la mia famiglia se ne sbatte altamente degli animali, Ah beh c'è già un'oca in famiglia, ovvero mia sorella. Patetica la vita eh? Capitolo sesto: Mia sorella, si parliamo di lei, lei che non sbaglia mai ed è sempre perfettamente in orario su tutto. Lei da bambina mi buttava via i miei vestiti solo perché non erano provocanti come i suoi, mi denigrava davanti ai parenti dicendo che ero brutta solo perchè lei aveva le cosce lunghissime e partecipava ai concorsi di moda, solo che lei ora è una vera troia e io invece no. Ma ha la fortuna di trovare sempre ragazzi seri che non le fanno fare mai figure di merda, no perchè lei è la supersexy dotata Clara, lei è la bona della situazione quella che non deve chiedere mai perché paparino è dalla sua parte e le concede tutto quello che vuole. Mia sorella è una tragedia. Mi faccio una camomilla per stendere i nervi e ripenso all'invito di Stella, ora sarei dovuta essere a casa sua per la cena, che palle, con tutti quei suoi parenti che vogliono sapere tutto di te. Salve mi chiamo Ellie Dobner e sono drogata!! Mi faccio praticamente ogni giorno e se sono ancora viva è soltanto perchè Dio non vuole drogati con sè, sai che palle parlare della propria vita quando non si ha nulla da dire! Mia sorella crede di essere L'arcangelo Gabriele in persona, la perfezion assoluta, pensa che ttuti dobbiamo pendere dalle sue labbra, ma questo ovviamente l'ha ereditato da nostra madre, mentre mio padre in certe cose è più simile a me. Noi siamo per la tranquillità, loro invece danno libero sfogo alle chiacchiere e ai gossip. Sono due vere oche da palcoscenico e starnazzano tutto il dì. Io sono completamente diversa, amo la scrittura, amo leggere, amo la letteratura, non mi piace prendere in giro gli altri e nonostante soffra di disturbi legati alla droga non ho mai rotto l'anima a nessuno. Prendo in mano il mio romanzo, è davvero carino. Spero che la Mondadori lo possa pubblicare, ma mi va bene anche qualsiasi altra casa editrice, l'importante è che mi faccia diventare qualcuno. Sbatterei in faccia il libro a mio padre, quel cazzuto che non è mai riuscito a guardarmi in faccia e abbracciarmi per un motivo valido. Lui che non ha mai visto niente di buono in me, lui che vede solo il bisturi di fronte alla sua faccia e le infermiere accanto alle sue spalle. E mia madre? Non ha mai letto nulla in vita sua, e nemmeno mia sorella, quella al massimo legge le controindicazioni della pillola ma a quanto a cultura la batto dieci a zero. Io sono la pecora bianca della famiglia, ma loro mi vedono nera come la pece. Il mio romanzo avrà i suoi frutti, ne sono sicura. Lo appoggio sul comodino, lo stesso dove c'è un bel bicchierone d'acqua, infatti ne bevo un sorso e mi lascio andare ai pensieri, senza farmi travolgere. Tra poco arriverà l'estate e me andrò al mare tutti i giorni. Figo no? Potrei trovare un ragazzino carino con cui trascorrere gran parte della mia vita, ma non uno come il russo, no, quelli si stancano subito e vogliono sempre altro, quelli se li lasci fare sono buoni solo a infilarti le mani nelle mutande e metterti incinta in due giorni. Io voglio qualcuno serio, non uno qualsiasi. Apro la porta della cucina, ho fame! Capitolo sette Mi faccio un panino con la mortadella, non sarà un pranzo completo ma almeno mi fa' stare bene. La pancia mi brontola troppo, non posso più aspettare. Lo addento come se fossi un leoncino che non mangia da mesi. Gnam. è buonissimo, ne volete un pezzo per caso? Io condivido tutto con i miei fans, si, vi considero i miei amici, miei fans. Mi seguite da tre anni, perciò siete diventati la mia famiglia. Il sandwich è buonissimo, l'ho già finito e ci ho messo solo tre minuti. Sono un lampo di genio. Mi squilla il citofono. Vado a vedere dalla finestra ed è Stella con il bambino. Ancora?! Ma perchè mi cerca come se l'unica persona al mondo fossi io? Non apro, decido di lasciar perdere. Preferisco guardare un film alla tv, decido di mettere Venerdì 13 in dvd. La pellicola parte e mi immergo nel divano, mi lascio andare e siccome i film dell'orrore non mi spaventano affatto è tutto magnifico e assolutamente rilassante. Mi viene quasi voglia di dormire proprio nel momento in cui Jason prende il machete e arriva a Christal Lake, ma poi opto per un risveglio improvviso, talmente strano che Chuchy si spaventa più per me che non per il film. Lo calmo, d'altronde il suo cuore è deboluccio, gli hanno riscontrato una malattia al miocardio e deve stare sempre tranquillo. Povero amore mio! il film finisce in un ora e mezza, era bellissimo con tutto quel sangue. Amo i film horror, sopratutto perché sono un po' come la droga: fanno male alla vista ma poi le emozioni sono super, anzi direi stupefacenti. Mi appisolo un po', spero tanto che il campanello non suoni di nuovo! Ormai ho paura del fatto che Stella possa apiccicarsi a me come la colla, mi sta sempre addosso e non so perchè. Mi addormento con il mio cagnolino tra le braccia e mi sento a posto, come se nulla possa farmi del male. Auguri a tutti e buonanotte. Capitolo otto Il risveglio è sempre la parte più odiosa del sonno, quello stato tra la veglia e il ristoro dei sensi, sei come al capolinea. è una sensazione orrenda perché vorresti continuare a dormire ma il tuo corpo ti chiede di alzarti e farti una bella doccia. Lascio cadere i vestiti per terra e apro il rubinetto, lasciando che l'acqua scorra sul mio corpo, comprese le mie braccia livide e bucate. Che strana la droga, non ti lascia effetti collaterali di giorno o di notte ma appena ti guardi sul serio vedi una ragazza triste con i segni sul suo corpo quasi emaciato. La droga dei poveri, perchè io mica sono ricca. Mi friziono bene i capelli con l'asciugamano rosa che mi aveva regalato Stella per il mio compleanno al liceo e penso all'estate, agli ombrelloni, alle creme solari, penso alla spiaggia in cui potrò portare il mio cagnolino e farlo correre ovunque mentre io flirto un po' con un ragazzo come si deve, sempre se n'è rimasto qualcuno. Esco dal bagno e controllo il telefono, nessuna chiamata. Guardo il cielo, grazie a Dio!! Io ci credo in Dio, andavo sempre in chiesa e spesso recito anche il rosario, non perché sia bigotta ma perchè voglio proteggermi dal male che è sempre in agguato. Disse qualcuno: il diavolo picchia la moglie. Ed è vero, perché ogni orrore che vediamo nel mondo è colpa del demonio, perciò dobbiamo difenderci e stargli alla larga. La droga invece è la mia compagna di giochi, non è malefica come il diavolo, non ti dice ucciditi e poi verrai all'inferno con me, ti dice:- usami, e poi scoprirari le gioie del paradiso. Il paradiso che si innesta nella mente, perché è vero che tutto succede sempre per un caso specifico. Come lo scrittore ha bisogno di scrivere, così il drogato ha bisogno della sua dose per sentirsi vivo, ed io ho bisogno di entrambe le cose. Scrivo e mi drogo per vivere. Tra poco andrò a farmi una bella passeggiata al parco con il chucchy, almeno mi distrarrò un po'. Capitolo nove Arriviamo al parco che sono le dieci e mezza del mattino, meno male mi sono svegliata prima oggi! Chucchy è contento e saltella ovunque come un bambino appena nato che sgambetta. -Caro chucchy- gli dico, e gli parlo con il cuore, come se fosse una persona. Lui mi guarda con la linguetta a penzoloni e sembra voglia sorridermi. Mi siedo su una panchina e inizio a leggere Cujo di Stephen King, il libro in cui un cane bravo all'improvviso diventa idrofobo a causa della rabbia. Dev'essere un romanzo stupendo! Chucchy è ai miei piedi, giocherella con una pallina che gli ho lasciato. All'improvviso si avvicina un ragazzo. -Hai da accendere per favore?- oh ma tutti sono convinti che io fumi! Mi drogo, non fumo gli vorrei dire, ma lascio stare. -No mi spiace- e mi rigiro a leggere il romanzo. - Ah ok, carino il tuo cane- - grazie, tu vedo che non ne hai nemmeno uno. Non ti piacciono gli animali?- -Si, è solo che non ho lo spazio a casa, perciò preferisco farli vivere bene- Mi sembra più che giusto. Questo tizio ragiona bene. -Sei inglese?- mi chiede -Si, e tu?- -si anche io, di Oxford- Lo guardo, è molto carino. Ha gli occhi di un azzurro cielo, più bello di oggi, e poi ha le labbra molto carnose e morbidissime. Chissà come sarebbe un bacio con lui? DOC. sarebbe la fine del mondo per me e l'inizio di una nuova avventura. Si avvicina per accarezzare Chucchy e il mio cagnolino non evita il suo contatto, anzi sembra compiaciuto. -Il tuo cagnolino è molto bello, e poi è bravo. Non mi ha morso. Tutti i cani che incontro cercano di azzannarmi lo sai?- Immagino la scena mi viene da ridere. -No non lo sapevo ahahhaaha- Mi guarda serio. -Ti fa' ridere?- -Si- Mi guarda sorpreso, poi si siede vicino a me e osserva il libro. -no non mi dire, anche io amo stephen king, vuoi venire in biblioteca con me?- Che faccio, lo seguo o no? Io lo seguo di sicuro. -Ok, vengo con piacere- Abbandoniamo il parco e senza nemmeno rendermene conto mi ha preso la mano. Che culo!! Capitolo dieci La biblioteca di Oxford è un miscuglio di mobili antichi e nuovi, è talmente grande che ti puoi perdere, solo che ha un piccolo particolare negativo. Tanti anni fa', proprio come accadde in American Horror Story, fu teatro di una serie di omicidi. Un ragazzo di nome Claude fece fuori con la pistola due ragazzi che sarebbero diventati il perno della biblioteca e chissà forse avrebbero cambiato il mondo con i loro crani. Erano degli studenti modello, di quelli che raramente trovi in giro. Pace all'anima loro. Arriviamo verso mezzogiorno, la luce è chiara e ci scompiglia i capelli, nel pulviscolo di stelle che vediamo attraverso i nsotro occhi stanchi. -Allora, vediamo un po', qua c'è di tutto, da Stephen King a Margaret Mazzantini, lo sai che amo il suo libro Splendore?- -Conosco bene quel libro, parla di due ragazzi gay- -Si, è molo profondo e poi è ambientato in Inghilterra e in Italia. Ci sei mai stata in Italia? Comunque io mi chiamo Steve, e tu?- - Io Ellie, ellie dobner.- -Hai un nome da scrittrice- mi dice, e non sbaglia affatto. -Infatti scrivo romanzi, cioè ne ho scritto solo uno ma per ora può bastare- Ci avviciniamo ai romanzi di King e io scelgo Desperation, come la disperazione della droga. -Bella scelta, io per oggi non prendo nulla, proprio ieri ho beccato Joyland e devo ancora iniziarlo. Ho trenta giorni di tempo. non sono un granchè, non credi?- -Beh in effetti no- Andiamo a compilare il tagliando e poi usciamo, trafelati e sudati. Faceva un caldo pazzesco. Poi mi prende la mano e so che mi vuole baciare, lo sento. -Sai perché mi piace Splendore?- Ora dice, perchè sei tu uno splendore e mi bacia, è così romantico. Finalmente uno serio. -No perchè?- Il cuore mi martella nel petto. - Perché mi ci rivedo. Anche io sono gay- Lo fisso senza dire nulla, poi prendo chucchy e scappo via all'improvviso. GAY. GAY. Non è malato certo, ma ha detto gay. Non ci credo... Basta con gli uomini, basta davvero! Spalanco la porta di casa e butto il libro sul letto. La droga mi attende. Capitolo undici Dopo la droga sto benissimo, lei mi risolleva da ogni dispiacere. Sto piangendo come una cretina, ci credevo davvero in quel ragazzo. E sono già due delusioni in poco tempo. Ora basta con gli uomini e con le amiche che non valgono a nulla, Stella può anche andare a farsi benedire. Ogni volta che ci vediamo si lamenta e basta, mi fa' venire il mal di testa e poi il bambino frigna sempre come un pargoletto di due mesi, io non sono una baby sitter. Decido di scrivere qualcosa, così mi distraggo un po'. Passano due ore e ho scritto già trenta pagine, io sono velocissima. Non ho ancora ricevuto nessuna email dalla casa editrice ma come si dice, bisogna sperare sempre e non abbandonare i propri sogni. Comunque che potrei ancora dirvi di me? Che sono stanca di tutta questa vita assurda, credo che me ne andrò via in un'altra città magari in America, credo che negli States avrei più possibilità. Tutte quelle luci, i cantanti famosi, io che diventerei sicuramente qualcuno in meno di un anno, e il mio cagnolino lo potrei vestire con un abitino chic come quelli che usa quella stronza di mia sorella. A proposito è una vita che non la vedo, ma non mi manca per niente, è soltanto una puttana e basta. Io ho cambiato ragazzo in pochi mesi solo perchè mi è andata male, ma lei lo fa' perché si stanca subito e vuole la novità. Mia mamma non è da meno, visto che mio padre è sempre solo con il suo scotch, poverino, quasi quasi mi fa' un po' pena. Ed io? Sola in questa grande casa. Mi sistemo meglio sul divano e il sonno mi rapisce a sè. Capitolo dodici Mi sveglio solo perchè il cagnolino mi lecca la faccia, altrimenti penso che avrei continuato a dormire almeno per un'altra mezz'ora. Il rimmel si è sparpagliato su tutto il viso, perché stavo piangendo per quello che non diventerà mai il mio ragazzo. Se uno è gay mica può cambiare idea da un giorno all'altro, no? Non esiste proprio... Non devo farmi prendere dalla gelosia o dall'ansia, anzi piuttosto devo prendere questa cosa per quella che è, per il verso giusto: io e gli uomini non avremo mai nulla a che fare. Non sto dicendo che diventerò lesbica ma non voglo saperne di fidanzamenti o matrimoni. Per fortuna la mia famiglia non mi pensa mai, altrimenti che esempio di figlia sarei stata? Certo sempre migliore della cara Clara Dobner, quella che va' in giro mezza nuda per le vie della città. Non la sento da troppo tempo, a momenti non mi ricordo nemmeno quale sia la sua faccia, e forse è meglio così. La mia casa non so più che colori abbia, saranno anni che non ci entro e non mi va' proprio di andarli a trovare. La mia abitazione è molto più confortevole di quella dove stavo prima, forse perchè c'è anche un bel terrazzo in cui far giocare chuccy. Il cane l'ho preso per farmi compagnia, ed è proprio un bell'amico. Gli animali si che sanno amare, non come le persone che se ne fregano e sanno solo sputarti merda addosso. Vado al computer, lo accendo e sento la musichetta tipica di windos che mi allevia il dolore. La musica è come uno sgrassante, un debellatore di anime, una purificatrice. Il mio gruppo preferito sono i Placebo, una volta hanno organizzato un concerto nell'altra isola, la Sardegna, ma io non ci sono andata, era il 2009 e io ancora non li seguivo come adesso. Ora sono diventati il mio tutto. Sento che potrei benissimo stringere la mano al cantante, Brian Molko, che è così maledettamente bello e anche un po' stronzo a volte. I suoi occhi verdi ti penetrano dentro, sono come gocce in un mare inquinato. Non ti fa' tremare il cuore, proprio te lo fa' esplodere. Vedo il mio cagnolino a terra, mentre dorme. Beato lui che non ha problemi di nulla. Sul pc mi compare il desktop con la faccia di Brian, entro su facebook e aggiorno la mia pagina di poesia. Come sono fortunata! siamo già in 14, anche se non è un numero elevato è meglio di zero. Lo zero porta sfiga, è sempre dietro a tutti. Io non voglio essere lo zero di nessuno, voglio starmene in pace con la mia droga, con i miei problemi familiari e tutto ciò che ne concerne. Il sangue nelle mie vene mi dice che sono ancora viva, che la droga non ha spento i miei desideri e le mie speranze. Mi sento bene con me stessa e con gli altri. Questo mio sfogo è come un diario che tengo per voi, per farvi sapere cosa combino della mia vita. Volete sapere altro? Allora seguitemi, come sempre. Su facebook ho quasi 100 amici, sono pochi. Ho un migliore amico virtuale con cui mi confido spesso, ma non sa che faccio uso di sostanze stupefacenti. Non glielo confesserò mai, non voglio perderlo e non voglio che pensi che sono una ragazzetta facile. Ah a proposito, domani è il mio compleanno. Chiudo tutto e mi dirigo verso il supermercato, al volo, come un'aquilone. Voglio fare delle megacompere. Capitolo tredici Il negozio è pieno di gente. Ho scelto l'Auchan perché è conveniente e trovo sempre di tutto. Assieme a me c'è il mio piccolo amico a quattro zampe. Ha una tutina fucsia, con un braccialetto di borchie al collo, sembra proprio punk come me. Quattro anni fa' ero più dark di adesso, ora mi metto le coroncine di fiori e sembro un pochino hippy, ma prima ascoltavo anche metal, gli Alesana, gli Escape the fate e i Guns'n roses. Axle rose è un figo, o almeno lo era tanto tempo fa. Mi dirigo verso il bancone dei surgelati e compro una di quelle torte al cioccolato già pronte. Mi servono le decorazioni, i prodotti per il cane e qualcosa di carino come dolcini o pasticcini con i diavoletti sopra tutti colorati, che poi non ho mai capito perché li chiamino in quel modo e non angioletti. Gli angeli sono buoni, i diavoli no. Ed io sto dalla parte dei buoni. La fila è lunghissima, sembra non finire mai. Finalmente è il mio turno, do' la tessera per acquisire i punti o i bollini e la commessa mi sorride gentilmente. Per fortuna non tutte sono stronze come la mia cara sorellina puttana. Pago e me ne vado via in fretta. Corro perchè fremo all'idea di tornare a casa e allestire il tutto. Ho preso anche le coccardine da appendere al legno e un tappeto nuovo con i gatti disegnati sopra. Quanto amo gli animali! Non potete capire! Arrivo stanca e sudata, bacio Chucchy e gli dico di fare il buono. Apparecchio la tavola e mangio qualche oliva nera, come antipasto. poi metto l'acqua a bollire e mi faccio una bella carbonara all'italiana, come sapeva fare mia nonna, la mia cara defunta nonnina. Lei si che mi voleva bene e mi baciava sempre, non come mia mamma che non ha mai provato un briciolo di affetto per me. Appendo le coccardine al mobile e il tutto diventa più magico e meno spento. Mangio accanto al mio dog, lui si stiracchia un pochino e dormicchia sul pavimento. Io accendo la tv e mi gusto in santa pace le strasmissioni della giornata. Anzi, decido di mettere il dvd horror La Casa, quello dove il protagonista è Ash e il libro maledetto, il Necronomicon. L'avrò visto mille volte ma è pur sempre un cult movie, e non mi stancherà mai, tra l'altro hanno appena fatto la serie tv su netflix. Guardo il film e in un attimo finisco di mangiare, il cibo era buonissimo, degno di un dieci e lode quanto la pellicola che ho scelto. Non mi drogo, ho deciso di non toccare quella roba proprio il giorno del mio trentesimo compleanno, mi voglio fare questo regalo e lo voglio fare anche a chucchy. Non voglio che abbia una padroncina completamene schiava del vizio. Mi rilasso davanti al film e qualcuno bussa alla porta. Vado a vedere: è mia mamma. Apro o non apro? Capitolo quattordici Apro. La vedo dall'occhiello e sbuffo. Mi sorride mentre spalanco la porta enorme che ci separa. -Ellieeee- grida come un'oca. -Ti ho portato una cosuccia tanto carina, che te ne pare di seguirmi?- entra in cucina dove io stavo giusto guardando la tv e fa' una faccia schifata. Sempre la solita, siccome a lei non piace il genere horror allora a nessuno deve piacere. Lei odierebbe persino I racconti della cripta. -Ti ho portato tadàaan, dei bellissimi fiori per il tuo ventesimo compleanno- La guardo malissimo. -Mamma, è il mio trentesimo!- -oh si giusto, va be tesoro sei ancora comunque giovanissima, sei fresca di vita- Se vedesse le mie braccia non credo che la penserebbe allo stesso modo. Anche se non mi drogo tutti i giorni i segni li porto sempre, quotidianamente, e mica vanno via così con una doccia. Quelli sono lividi che ti porti dentro nell'animo. -Va bene sei perdonata solo perchè questi fiori sono molto belli- Come la destesto! Non vedo l'ora che se ne torni a casa sua con la sua famigliola, invece si siede sul divano e si accende una Lucky Strike. -Si può fumare, cucciola?- mi chiede, come se fosse del tutto naturale. -Eh in teoria visto che c'è chuccy non dovresti, ma per questa volta te la lascio passare- Mi sorride e si sistema meglio la capigliatura bionda. -Buon compleanno figlia mia- me lo dice senza troppi sforzi, senza nemmeno un abbraccio o un bacio. Tipico di mia madre, comportarsi in questo modo assurdo e cinico. -Grazie mamma- le dico, e mi avvicino per stringerla a me. Lei mi guarda scioccata, come se avesse preso la scossa e poi prende la borsetta e cerca il cellulare. -Dio santo amore mio devo proprio scappare, ho dei clienti alla botique e non posso farli aspettare, mi spiace moltissimo- si alza, con la sigaretta tra le dita, mima un gesto affettuoso e va' verso l'uscita. -Ok mamma, addio- -Ciao cucciola- Se ne va' senza voltarsi, fumando. La solita stronza. chiudo la porta a chiave e trattengo a stento le lacrime, ma perchè dovrei piangere per una come lei che non mi merita affatto? Non ci posso credere! Mi butto sul divano e abbraccio il mio chuchy. Almeno lui non è stronzo. Capitolo quindici Sono stanca di questa vita così disastrata, sono stanca dei ricordi di questo posto, dell'infanzia che non ho mai avuto, della droga che mi consuma l'anima. L'unico che sembra capirmi veramente è il mio amico a quattro zampe. Almeno lui mi fa' le feste e non tiene il broncio come se gli avessi fatto chissà che cosa. Preparo la valigia, ho deciso, me ne andrò per sempre da questo posto. L'ultimo tentativo l'ho fatto ieri con la mia cara mammina, ma non è servito a nulla, perciò credo che lascerò questa orrenda città per andare negli States. Lì mi sentirò finalmente a casa. L'aereo parte tra due ore, mi avvio verso il portone ed esco di corsa. Ho preso i golfi in caso ci sia troppa umidità, il tassista è in subbuglio perchè sta aspettando da troppo trempo. E che cavolo, qua son sempre tutti nervosi. Quando sarò negli Stati Uniti tutti mi tratteranno come una principessa, ne sono sicura. -Signorina dove la porto?- mi chiede il signore -All'aeroporto grazie- Mi sembra un sogno! Non ho raccontato nulla a nessuno, sono qua il giorno dopo il mio compleanno, a 30 anni in giro per il mondo! su un sedile in pelle, con un uomo che mi sta portando nella città dei miei sogni. -Ok signorina, allacci la cintura, partiamo- vedo tutto, il colore verde delle praterie, i rami, i tronchi degli alberi, il mio futuro da scrittrice, vedo l'atmosfera della mia gioventù mentre si affievolisce ma non si demolisce del tutto. Vedo come se avessi una sfera magica davanti a me. Vedo tutto questo mentre arriviamo al'aeroporto e devo depositare il tutto nei grandi contenitori dove smistano le cose da controllare, il check in. -Signorina, il cane lo vuole portare dentro con sè, oppure metterlo nella stiva?- -No lo tengo in braccio con me- -Va bene- mi dicono, sorridendo. Chucchy viene assolutamente con me. Fremo nell'arrivare in America, così potrò dimostrare a tutti che non sono una stupida, magari mi potrò prendere una laurea in letteratura e perfezionare il mio stile. Potrei frequentare una scuola privata, di quelle classiche che si vedono nei film. Potrei prendere il mano l'universo. Saliamo sull'aereo un po' scomodo, mi siedo accanto ad una signora anziana che tiene la mano stretta al suo uomo. Le sorrido e lei si scioglie nel guardare il mio cagnolino. -Oh ma che carino- mi dice. Io le sorrido gentilmente, sono deliziata da questa dolce signora, e mi siedo meglio vicino a lei. La hostess ci porta dei salatini tanto per rompere il ghiaccio e ci indica il bagno. Un'altra hostess si piazza di fronte a noi e con le braccia inizia ad imitare uno pseudovigile che controlla la strada. Sembra un manichino vivente, mi fa quasi impazzire. Mi giro dall'altro lato e sento che l'aereo si sta sollevando, ho paura perché è la seconda volta in vita mia che volo e non vorrei essere sfigata. Non ora che mi sta andando così bene. -Ragazza, non avere paura, ci siamo noi con te- la signora mi racconta qualcosa di lei e mi rassicura per tutto il viaggio. Magari fosse mia madre! -La ringrazio, anzi vi ringrazio- Il marito, il signor Jack, mi sorride calorosamente e mi porge la mano piena di macchie e porri. è un signore delizioso! Ha un modo di fare tutto suo, è scaltro ma gentile, porta un cappello nero e una sciarpina bianca che si intona perfettamente con i suoi capelli color neve. L'aereo si muove ancora, ora siamo in alta quota. Proteggo il mio chucchy con entrambe le mani. Mi si tappano le orecchie e decido di non farlo sapere a nessuno, altrimenti come farei a non passare per scema per l'ennesima volta? io sono bravissima a mantenere segreti. La signora mi mostra una fotografia. -è il nostro caro nipotino con la sua fidanzata- Oh, sempre il solito culo io eh? Il nipotino non poteva essere single? -Che bella coppia- dico e mi esce un sospiro leggero. I due coniugi sorridono e si guardano, innamorati da una vita. Ma come avranno fatto a trovarsi? Ad innamorarsi e non perdersi mai? Come avranno fatto ad essere in linea con gli stessi pensieri e desideri per oltre sessant'anni? Non riesco proprio ad immaginarmelo! Siamo a metà viaggio. Io sorseggio u