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YcaroCanFly

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  1. YcaroCanFly

    C'è qualòcosa nel buio

    Il freddo iniziava a farsi insostenibile, gli squarci sulla TermoTuta lasciavano esposte le ferite causate dall'esplosione avvenuta nella sala macchine. Avanzavo molto lentamente nei bui corridoi che conducevano all'infermeria sperando che almeno lì fosse rimasto qualcuno vivo. Erano circa 12 ore che mi ero separato dalla mia squadra, non riuscivo a contattarli in nessun modo a causa delle interferenze continue che impedivano qualsiasi comunicazione attraverso InterCom. La gamba sinistra mi doleva a ogni passo, la deflagrazione mi aveva sbalzato via per almeno 3 metri per poi farmi sbattere violentamente contro la parete d'acciaio. Il ginoccio e la caviglia si erano gonfiati subito dopo e mi rendevano lento e goffo l'incedere nei corridoi. Controllai le munizioni simastemi dopo lo scontro a fuoco con quei fanatici dei Figli del Vuoto: un caricatore da 15 colpi e 7 rimasti rimasti nel revolver ionico. La flebile luce verde delle tacche di mira erano l'unica cosa illuminata insieme al mio holo-orologio e a qualche pannelo led ancora funzionante nonostante gli ingenti danni all'impianto elettrico. Se i miei calcoli erano giusti e la memoria della planimetria del settore C della stazione spaziale non mi aveva tradito ero a poco più di 3 corridoi dall'infermeria. Il runore dei miei passi erano l'unica cosa che si udiva, il ritmico e incalzante battere degli stivali sull'metallo accompagnava i miei affannosi respiri e l'incessante battere del cuore reso ancor più veloce dall'adrenalina ancora in circolo. Accesi la torcia del casco e un cono di luce bianca illumino il corridoio mostrano i segni evidenti di uno scontro a fuoco avvenuto chissà quando nelle ultime 24 ore. C'erano fori su tutta la parete laterale e sul pavimento, una scrivania ribaltata probabilmente usata come copertura aveva un angolo completamente fuso: munizioni al plasma, di grosso calibro. Avanzando ancora trovai due cadaveri vestiti con una TermoTura rossa sul cui petto campeggiava lo stemma dei Figli del Vuoto; uno dei due bastardi aveva il cranio aperto con tutto il contenuto riversato sul pavimento, probabilmetne il regalo di un F-22 a carica ionica, mentre l'altro aveva due grossi fori su fianco destro dove l'armatura tattica lasciava scoperte le costole. Il sangue e i caricatori vuoti invadevano il pavimento, l'intera nave versava in condizioni simili. Decisi di provare a contattare di nuovo la mia squadra attraverso l'InterCom, mi sedetti e provai su ogni frequenza possibile: < Qui Ripley, mi ricevete? Squadra 17-21, mi ricevete? Ryan, Asimov mi sentite?> Silenzio. Solo e soltanto silenzio. L'InterCom rimase muto mentre mi massaggiavo lentamente il ginocchio il cui dolore iniziava a essere insostenibile, ero solo.. completamente. I miei pensieri andarono subito a mia moglie e a mia figlia scomparse da circa 36 ore dopo l'attacco avvenuto nella sala conferenze, ai miei compagni di squadra e a mio fratello sperando che avessero incontrato un destino migliore della morte in questo inferno di acciaio e vetro. Stavo provando qualcosa che non provavo da anni, paura. Pura e semplice paura. Ad un tratto udii dei rumori provenire da infondo al corridoio, dietro un mucchio di macerie. Mi alzai dolorante e estrassi il revolver che emise un rumore acuto alla rimozione della sicura, le cariche ioniche erano pronte bruciare. Lentamente avanzai e puntai il l'arma nella direzione da cui avevo sentito provenire il suono, man mano che mi avvicinavo il brusio misterioso assomigliava sempre più ad un respiro affannoso e contorto. < Chiunque tu sia resta immobile, identificati.> urlai, ma nessuna risposta arrivò. Avanzai fino al cumulo di metallo che mi bloccava la vista e con una spallata lo buttai giù e fu allora che il cono di luce della mia torcia lo investì e lo vidi. Non credevo che le voci che giravano per la nave nelle ore successive all'attacco fossero vere.. almeno finchè non le vidi amterializzarsi davanti a me. L'essere era chinato su un cadavere a mangiare furiosamente le sue interiora come un avvoltoio su una carcassa nel deserto. Il corpo era informe, nulla lasciava pensare che quella creatura fino a poco più di un giorno prima era un essere umano. La muscolatura nodosa e sproporzionata della schiena era inarcata in maniera innaturale, le spalle erano esageratamente grandi e gli avambracci erano solcati da un grosso osso sporgente che probabilmetne veniva usato come artiglio da quella bestia. Le gambe ri chiamavano lontanamente quelle di un uomo ma la pelle era diventata molto simile a quella di un rettile, squamosa e ruvida. Appena la creatura si vide illuminata dalla mia torcia girò lentamente il capo verso di me mostrandomi i grossi occhi neri vuoti e freddi come il corridoio in cui ci trovavamo e appena mi individuò come una preda, mostro i denti scheggiati e intrisi di sangue e balzò nella mia direzione. Si diede una fortissima spinta con le gambe saltando sulla parete laterale per poi avventarsi su di me. Il mio cuore iniziò a galoppare, la mia mente si irrigidì difronte a quell'orrore e la mia precedente paura si tramutò in terrore. Sono stato in guerra, ho visto i miei compagni morire disintegrati dalle mine a impulsi davanti a me, sono stato per settimane rintanato in una caverna per scappare dai ricognitori sulle lune di Giove ma non ho mai provato una paura così forte, una paura così radicata e ancestrale come quella che in quel momento stava attanagliando ogni muscolo del mio corpo. Reagì d'istinto, la ragione non mi sarebbe servita in quella situazione. Mi spostai sulla sinistr per schivare quell'aberrazione ma nel farlo la mia caviglia cedette sotto il mio peso e caddi a terra. Il dolore bruciante che mi assalì la gamba mi porto ad urlare come mai avevo fatto in vita mia e di tutta risposta quella bestia dopo essersi rialzata dall'assalto a vuoto urlò a sua volta facendomi tremare l'anima. Non avevo scelta, nonpotevo muovermi da lì con la gamba in quello stato e tentare di schivare come avevo fatto poco fà era fuori discussione se volevo continuare a utilizzare la gamba. E allora rimasi fermo e alzai il revoler, l'adrenalina mi permise di oprendere bene la mira nonostante il panico che mi aveva assalito. Il mio bersaglio decise di caricarmi, era a poco più di 5 metri da me, presi bene la mira e spari 3 colpi di seguito aprendogli la testa a metà. Arrestò la sua carica poco prima di raggiungermi e l'inerzia fece un modo che la carcassa ormai senza vita si schiantasse contro la il pavimento a poco meno di mezzo metro da me, se mi avesse colpito con quella furia mi avrebbe fracassato come una pietra contro una finestra. Quando mi resi conto di essere ancora vivo la tensione si spezzò, e miei muscoli si rilassarono e voltandomi verso il cumulo di detriti dietro di me vomitai contraendo im muscoli addominali. L'odore acre del vominto misto alla carne del mostro bruciata dalle cartucce ioniche dle mio revolver resero l'aria irrespirabile. In quel momento l'InterCom suonò di nuovo dopo ore di silenzio tombale. Ripresomi dallo shock risposi in maniera goffa e frettolosa: < Ripley, ci sei? Qui Asimov, mi senti?> gracchio l'InterCom < SI ci sono, grazie a dio siete vivi!> riuscì a biascicare in un misto di sollievo ed euforia < Dove ti trovi? Sei ferito?> < Docrei trocvarmi nei pressi dell'infermeria e si, ho una gamba quasi fuori uso.> dissi massaggiandomi la caviglia gonfia <Sei da solo Ripley?> disse Asimov dall'altra parte del microfono < No.. c'è qualcosa nel buio.> risposi.
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