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Letiziadilorenzo

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Su Letiziadilorenzo

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  • Compleanno 02/10/1992

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  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Assisi
  • Interessi
    diritto, letteratura, politica.

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  1. Letiziadilorenzo

    Capodanno Amarcord

    commento Inalo l'aria gelida del cielo di Roma dalla finestra sfessurata; oltre il cancello, vicino alla guardiola del portiere, ci sono due ragazzetti con in mano le stecche sottili delle luci filanti. Ridono forte, li osservo ridere. Rifaccio il nodo alla vestaglia, è così fastidioso quando si allenta. Distolgo lo sguardo dal cortile e sollevo il telefono. Ordino una scatola di cioccolatini e un bicchiere di latte allungato col maraschino. Il tipo della hall mi risponde in maniera composta ma si vede che pensa che io non sia normale. Sono tutti sotto, che ballano e mangiano. Io non scendo. "Desidera altro?" "Il latte lo voglio freddo." "Arrivo subito." Affondo nella poltrona bordeaux. Un putto dorato mi fissa mentre regge da anni la sua candela mai accesa, gli fisso il pisellino di metallo. Socchiudo gli occhi, prendo lo Zippo, mi accendo un sigarino inalando odore di benzina. Poso l'accendino su uno svuotatasche di vetro rosso. Quanto ci mettono i miei cioccolatini? Vi concedo dieci minuti o niente mancia. Trascorrono nei miei tentativi di far uscire gli anelli di fumo. È che sono crollati tutti i miti. Ecco, era questo che non riuscivo a dire al mio fidanzato quella sera che mi aveva chiesto perché fossi strana. Ho dovuto attendere un capodanno così, per capirlo. Alla tv cantano "ai aiiii Caramba", aspettando la mezzanotte. Una smorfia compiaciuta mi modifica la faccia. Poverini. O poverina io? Alzo mentalmente le spalle, l'asocialita' è in voga e i veglioni mi fanno ribrezzo. Mi fanno schifo quei locali che sono un residuato bellico dei primi anni 2000, quelli con le poltroncine di plastica bianca dove le donnacce continuano a strusciarsi ai pali mentre una massa di quindicenni eccitati si compiace della vista. A capodanno questi locali si riempono di idioti disposti a spendere 100 euro per stare pigiati come maiali trasportati al macello e consumare spumante scadente e cannoli ripieni freddi da tagliare con le posatine di carta. E quelli dei concertoni al gelo, peggio mi sento. Gioco a sfilarmi l'anello che ho ottenuto questo Natale. Sono contenta, anche se aprire la scatola di velluto è stato come gustare il sapore rugginoso che le cose assumono quando escono dal desiderato e si riducono a ciò che è realizzato. A me sembra che queste pietre disposte a formare un cuore brillino un po' meno, un po' meno di quando additavo lo stesso anello in vetrina. "Quello!", indice proteso verso una momentanea felicità, il vetro dell'oreficeria a separarmi dalle mie mire, il sorriso di lui che, mano al portafoglio, avrebbe concretizzato. Più tardi mi raggiungerà in questa camera, il risultato sarà prevedibile. Forse dovrei ordinare anche una bottiglia di qualcosa. Nessuno mi ridara' mai ciò che ho perso quest'anno. Le lacrime di mia madre e il viso moribondo dei miei cari mi rimarranno per sempre impressi. Poi i ricoveri di mia mamma e quello di mio nonno. Anno arido, ho percorso troppe volte le corsie degli ospedali, chinato il capo in più di un funerale, facendo controvoglia il segno della croce. Il tempo che deve venire mi fa più paura di quello che ho già visto. E per questo osservo le lancette del grosso orologio da parete di questa camera compiere i loro giri, quasi timorosa dei primi spicchi di tempo che quelle disegneranno d'ora in poi, passata la mezzanotte. Cerco di convincermi che è tutta una convenzione, che tanto il destino lo scriviamo noi. Noi, penso allora, se il fato si disinteressa e va a fiaccare un altro cristiano al posto mio. Cosa ne sarà di me, e come fanno le persone a fare i trenini nell'incognita che si apre in quell'ora che chiude i ponti con ciò che è stato prima? Benedetta ingenuità. Suonano. Era ora che arrivasse il cameriere: voglio prendere a morsi il cioccolatino con la noce sopra. Apro. "Ah, ma sei te!" "E chi aspettavi, l'amante?" Gli sorrido appoggiandogli le mani sulle guance fredde. Gli bacio la punta del naso. Indossa una cravatta blu, la cravatta che gli ho regalato in assenza di ricorrenze particolari. "Tesoro mio..." gli dico. "Chicca, ma perché non ti vesti, ti aspettavo già pronta. Ho prenotato il ristorante." "Ma i cenoni, le comitive..." Mi chiude la bocca coi baci. "No. Siamo solo io e te. Vestiti...usciamo, non vorrai mica passare l'ultimo dell'anno in camera." "Avevo ordinato dei cioccolatini." "Va beh, ce li mangiamo dopo. Su, CHICCA!" E mi vesto, e usciamo, e per l'ennesima volta mi trascina nel suo mondo fatto di cose brillanti e allegre. "Su, chicca... Ho parlato col tipo del ristorante, tutte belle recensioni, ti fa anche il tuo piatto preferito." Si rimette il cappotto. Mi infilo la pelliccia, la mia mano cerca la sua. Per un'altra notte non penserò a nulla di brutto. Le nostre sagome si confondono con Roma in festa.
  2. Letiziadilorenzo

    L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    Ciao, inizio subito col dire che ho apprezzato questo racconto, soprattutto per il modo in cui è scritto. Mi piace il fatto che tu abbia cercato di dare "movimento" ai dialoghi unendoci, insieme, delle azioni che li interrompono. Sono molto belle anche le metafore che hai utilizzato, come quella degli uccellini che escono dalla gabbia ( i pensieri) , mentre ho trovato un po' forzata quella dell'anice. Mi piace la prosa composta e il lessico ricercato, a livello di stile non posso che farti i complimenti. Ho apprezzato anche la tripartizione in sezioni ( pre-incontro, incontro e finale ), danno un senso di ordine. Quanto alla trama, il racconto non suscita paura, ma incuriosisce, affascina, provoca anche un lieve senso di straniamento. Concordo in parte con quanto ti hanno scritto sopra, ossia che ci sono alcune incongruenze tra i personaggi nel senso di atteggiamenti un po' caricati ( accendersi la sigaretta) ma penso che sia il limite di ogni racconto così breve...è difficile sviluppare una trama concisa, compiuta e con un'evoluzione dei personaggi che risulti credibile. Anche perché servono pagine. Nel complesso mi è piaciuto molto, un po' sono di parte perché lo spiritismo mi affascina, però c'è anche da dire che, per lo meno in questo forum , non mi sembra un argomento molto spesso trattato e quindi vinci anche il punto originalità. A rileggerti, magari in uno sviluppo più lungo con gli stessi personaggi.
  3. Letiziadilorenzo

    Se giochi a scacchi non succede

    Stupiscimi con un racconto che non sia il preludio di una trombata, ti prego.
  4. Letiziadilorenzo

    Latte

    ( il commento è diviso in due parti, sto col cellulare...) Ok, è un sogno premonitore. Quando sogno con questa intensità, e mi sembra di sentire suoni, odori, provo emozioni, e so che da sveglia ricorderò tutto, è perché è un sogno lucido premonitore. Non sono mai belli ma devo viverlo. Ecco. Stavolta riguarda me. Mi vedo dall'esterno, sono io. Sta' calma. Un paio d'anni e si avverano. Come quando ho predetto la morte di... calma. E si è avverato tutto. Calmati, cerca di memorizzare più che puoi. Domattina sarò stanchissima, mi succhiano la vita... Sono io. Sono più magra, un po' più vecchia, ho gli occhi più piccoli, sembro venir fuori da una grossa fatica. Sono vestita col Parka. Sì ma io ho paura, ho paura di fare questi sogni quando riguardano me, cazzo! Eccomi. Stringo un bambino, un neonato, allora è vero che sono incinta, i miei sospetti della vita vera sono fondati. Questo piccolo fagotto color verde militare, sbuca il suo visetto rotondo, ha una cuffietta deliziosa, pure lei verde. Il bambino è la cosa più bella che io abbia mai visto. Lo stringo a me e sento profumo di latte e di rose. Lo guardo e lui mi guarda con grossi occhi marroni. Sento amore, lo amo, mio dio lo amo, lo amo, ti amo, lo bacio, ti amo non voglio uscire da questo sogno. So che è un sogno, ma sei tu, noi ci incontreremo davvero, non nato, capito, nascerai da me. Come ti chiami? E lui mi guarda e fa le bolle con la bocca. Devo trovarglielo io il nome, sono la madre. E se lo chiamassi come il nonno defunto, o non è forse un tristo presagio? Lo proteggo sotto il Parka. Sto in una villa bella, ci sono i miei parenti, sono un po' malinconici e un po' festanti. Cercano di andare avanti. Ma chi è il padre? Ma il mio fidanzato attuale è il padre? Ma lui lo sa? Oddio che pace che sento nel cuore, come si fa a buttarti via, io ti voglio stringere al petto, ti voglio dare il latte, voglio una casa e chiamarla col tuo nome. Sai di casa. Eccolo l'amore di una madre, quello che da sveglia non riesco a capire. La mia vita è intatta. Me stessa fa il numero del mio attuale fidanzato, ah ma allora è lui il padre. Ok, quindi non ci lasciamo a breve. E perché non sa della gravidanza? Non la voleva accettare e io mi sono intestardita e l'ho portata a termine? Ho fatto bene! Il bambino tossisce. Mi avvicino al suo petto, sento il suo cuore che rimbomba nelle mie orecchie. È vivo. Eppure inizio ad avvertire una brutta sensazione. No. No, no, no. È un bambino con problemi, allora. Stacco l'orecchio e torno a guardarlo, il bambino si è trasformato in un pupazzo di gomma, ha una faccia brutta, demoniaca, non respira. Se premo il petto emette "popi popi". Lo lascio andare come se avessi una nidiata di biforcole in mano. Cazzo, cazzo, avrò una gravidanza con problemi allora. Svegliati, svegliati, non voglio sapere oltre, si sta trasformando in un incubo, apri gli occhi e interrompi tutto. Ma devo sapere... di sogni così ne faccio uno ogni due anni, di media. Io non la voglio leggere questa pagina! Non la voglio così la mia storia! Apro gli occhi. Cazzo di ore sono? Saranno le cinque. Tra due ore in piedi, mi conviene riaddormentarmi? Nah, caffè su caffè e via... oggi nove ore di lavoro ho. Ne devo parlare col mio ragazzo? Ma da quant'è che non lo sento? Ho l'angoscia che mi formicola nel petto, la mando giù col Lavazza rosso niente zucchero.
  5. Letiziadilorenzo

    L’uomo che diceva l’indispensabile

    Vorrei aggiungere più cose: il lessico è ricco, mi è piaciuto. Mi piacciono le scelte lessicali pulite ma insolite, è difficile... Si rischia di sembrare ridondanti. Scrivere solo coi termini consueti però rende la prosa sciatta, penso tu abbia trovato il giusto equilibrio. Il personaggio è caratterizzato bene. L'ambiente dipende, in effetti il racconto è più introspettivo che descrittivo, quella parte effettivamente non è messa troppo in rilievo.
  6. Letiziadilorenzo

    L’uomo che diceva l’indispensabile

    Ciao, penso di non aver mai letto i tuoi racconti. Mi piace molto la tua penna, la trovo lucidamente allucinata. Mi hai ricordato Ammaniti, non so perché, in particolar modo in "Come Dio comanda". Di certo sembri un autore non dilettante. L'unica frase che cambierei in tutto il brano è "la luce fredda dei neon", perché è ormai un cliché ( come "lattiginosa"), forse avrei scelto "metallica". La luce metallica dei neon. Mi ha colpito, emotivamente parlando, la parte in cui dici verso i venti pensavo questo, verso i trenta quest'altro ecc... E poi gira che ti rigira la cosa più bella che ha fatto ha un nome, la figlia. Veramente bello. Anche l'immagine del palazzo di pannolini l' ho trovata insolita e piacevole. Una quotidianità rivisitata nella salsa di pensieri che girano su se stessi, pensieri serali, un po' impastati. Un racconto molto particolare e a mio avviso ben riuscito. Grazie.
  7. Letiziadilorenzo

    Ode alla perversione

    E se non fossimo perversi cosa ci faremmo con tutta questa giovane e indolente bellezza, spiegami. La pelle è liscia perché la lingua ci balli sopra il suo lento, Le bocche sono carnose perché attutiscano il dolore rotondo di questi nostri morsi, e i capelli sono tanti per spargersi sul tuo cuscino come un grosso sole nero. Io credo che Dio ci abbia disegnato i nei per contarli coi baci e che le notti siano fatte per essere sgualcite e le lacrime per beversele insieme e le teste per strisciare sulla carta incendiaria dei nostri desideri. E adesso annodati i miei capelli intorno al pugno tirali come redini, e indica proprio quello specchio che ci fissa là davanti, lo vedi? Pensa a tua madre abituata a vederti sorridente a quelle cene dove fingi di essere puro come piace ai nostri amici censori. Hai uno sguardo un po' perso. Mi piace, ti vedo brillare i denti nella penombra della camera. Alzati e riempimi la vasca con l'acqua bollente, chi avrebbe mai progettato vasche così larghe se non avesse voluto un bagno a due? Io non capisco davvero il senso nel nostro piccolo cinema di tutto questo gentile buio se un genio non avesse pensato a una tua mano sulle mie cosce e l'altra sulla bocca per coprirmi i sospiri Mh? Che bella la cravatta che mi hai regalato. Grazie, signore mio caro ma è che volevo vederti vestito solo di quella. Mi stai distruggendo. Sai, è che da piccola chiedevo due torte di compleanno, due, gemelle. Una per gli ospiti, una solo per affondarci la manina e il viso e poi leccare tutta la panna. Ed è così che amo e amo vivere e non ti chiedo grazie prego per favore Ma solo di più solo ancora.
  8. Letiziadilorenzo

    La disperanza

    @wivern Ciao, È un po' la mia grande paura. Svegliarmi una mattina senza più nulla da raccontarmi, con l'impalcatura di scemenze giovanili ormai sfumate e tramutare un cinismo tutto sommato ancora scanzonato e possibilista ( poiché giovanile) nel cinismo quello vero, cupo, di chi ha perso la speranza. Terrore di svegliarmi con l'amaro... E mi piace quella frase " il cuore lo sa da tempo". È vero, il cuore sa sempre prima tutto. Sa quando ti stai per innamorare, sa quando è finita, sa quando stai per vincere, sa quando hai perso la partita, sa quando sta per morire una persona cara, sa che devi cambiare strada. Lui sa, conosce il dolce e l'amaro. La poesia quindi si apre con un presagio. La seconda strofa è una spiegazione: in un componimento così breve probabilmente serve, ma è un po' prosaica. L'immagine della persona che caccia le piccole luci ( anche io ho pensato alle lucciole) te la puoi quasi immaginare, è un'immagine forte e bellissima. Che dire, io penso che questo componimento, ancorché breve, sia davvero espressivo, va dritto al punto e hai usato parole per nulla scontate per esprimere un concetto non semplice, che è quello della disillusione. Mi è piaciuta davvero tanto, rivedrei la seconda strofa giusto per renderla un po' più ... " poetica".
  9. Letiziadilorenzo

    Black jack

    @Ginseng Ciao, Non credo che la poesia sia particolarmente ermetica. Parla di carte da gioco ( le picche non sono solo il seme ma appunto anche l'arma che dà il nome al seme) umanizzate. In particolare si mette nei panni del fante o jack che dir si voglia, cioè appunto il soldato che combatte a piedi. Egli riflette sulla sua vita, dicendo che era un giovane idealista ( sognavo di prendere a morsi la vita, ho inseguito duecento chimere ecc) ma poi si è scontrato con la realtà, che è appunto fango, trincea, morte, sangue, delusioni ( dai compagni, dai "re" cioè dalle persone che noi stimiamo ma che in realtà ti sfruttano o deludono ecc). Ha affrontato molte difficoltà e quindi combatte ormai ad armi spuntate ( che se vogliamo è anche un simbolo di tenacia) e gli stivali affondano nel fango. Il jolly che ride al caldo nella corte è semplicemente il simbolo della gente spensierata, che ha la vita che marcia per bene, i fortunati diciamo. Comunque anche loro costretti a ridere, pagati per ridere. Così il fante dice " ma vorrei sfidarti a ridere io" perché è facile essere contenti quando le cose vanno bene, meno facile è appunto ridere quando si è nella merda. È costretto ad uccidere per sopravvivere: infilzare la picca nel cuore del fante di cuori significa questo, ossia mettersi sempre al primo posto nella vita perché essa è bastarda e, dunque, se non uccidi ti uccidono. Le lettere scritte alla regina di cuori sono appunto un inno all'amore, l'unica cosa che dà un minimo di senso alla vita tanto che offre l'illusione che la donna che nessuno vorrebbe ma con cui poi vanno tutti, ossia la morte, sia lontana. Ovviamente è tutta una metafora esistenziale: ognuno ha il suo ruolo immodificabile nel mazzo di carte della vita ( fatalismo, determinismo), la vita è dura ( realismo, cinismo), gli amici te la mettono in quel posto ( realismo), la vita è una guerra dove alla fine stramazzi, l'amore la allieta ma è effimero... Eccetera eccetera.
  10. Letiziadilorenzo

    Black jack

    Sognavo di prendere a morsi la vita è stata lei a farmi sputare i denti. Afferro le picche mezze mozze Il jolly ride al caldo nella corte Ma vorrei sfidarlo a ridere come faccio io da fante mentre le galosce affondano tra la melma di giornate sempre più brevi e sempre più gelide. Ho inseguito duecento chimere, ho servito trecento re che sorridendo mi hanno mandato in guerra ogni volta con una casacca diversa. Ho capito che bisogna temere di più i compagni quando cala la notte bastarda nell'accampamento di cani che non i nemici che ti corrono al petto col chiaro intento di vederti morire. Certe volte vorrei solo non dover infilzare la picca nel cuore del fante di cuori, Ma poi penso: o tu o io e allora Io. Tra la ruggine e il sangue mia regina, continuerò a scriverti lettere d'amore Sebbene un'altra sussurra vicino alle mie orecchie di carta, la donna che nessuno vuole ma che tutti conquista. Ma resti tu di tutti gli inganni del mondo la sola, bella illusione che per un istante fa sì che quella abbassi la falce.
  11. Letiziadilorenzo

    Lettera di lamentela: la piega

    Trovo questo racconto piuttosto particolare, scritto apparentemente da una persona con qualche disturbo ossessivo- compulsivo. Devo dire però che il messaggio di fondo mi piace: il cinema è evasione e deve essere perfetta. Hai ragione, è quello che le persone vogliono quando affondano sulle poltroncine e la sala sprofonda nel buio. E poi, dopo due o tre ore, finita la proiezione, quando le luci si riaccendono, ci si sente storditi e imbambolati. Si va a dormire, qualche scena torna in mente... Si rimacina il film nella testa. Il cinema, se è buon cinema, può avere una potenza espressiva anche maggiore dei libri, anche se forse è più difficile rendere l'introspezione. Una piega sul telo di proiezione è una sgualcitura nei sogni. Concordo con chi ti ha detto che la trama è originale. La protagonista però è un po' irritante. Ortograficamente non cambierei nulla. A tratti mi ha un po' dato l'impressione del "temino". Io lo avrei scritto con lei che tira una gomitata a lui mentre guarda il film " lo vedi quello?" , "quello cosa?" , "c'è una piega" ecc. E parte tutta la narrazione... Anche così sarebbe stato carino forse anche più vissuto. Comunque piacevole.
  12. Letiziadilorenzo

    Baie des Anges

    La descrizione di un'alba sul mare che diventa la metafora luminosa di una rinascita. Una descrizione nitida e precisa, senza parole troppo ridondanti. Un messaggio, come dici tu, di speranza... Per l' Io del poeta e/o per persone che stanno vivendo la loro ora buia. Annegata è la notte (intesa come appunto la tristezza, la paura ecc), questo verso suona come una vittoria. Non ci sono figure retoriche particolarmente complesse, non ci sono rime... Questo le conferisce un'aria semplice, senza orpelli, per un concetto che invece è molto forte: si può rinascere, si può sperare, si può superare. Molto bella!
  13. Letiziadilorenzo

    pensavo alla maga Circe

    Commento: «Appoggiati al mio petto.» Nuda e affusolata venne verso di me, si mise con una guancia sopra al cuore, lei lo sentiva battere e io la sentivo respirare tranquilla; quello era il compromesso dei compromessi. Le accarezzai il collo scombinandole ancora di più i capelli. Profumavano di balsamo e il balsamo sapeva indistintamente di buono. Avevamo appena finito di fare l’amore. Nessuna volta era stata come quella: ogni tanto mi si era data con stanchezza, altre mi era sembrata meccanica o nervosa o solo presa dai fatti suoi. E pure io, che confesso di essere vissuto col costante impulso di balzare in piedi una volta soddisfatto, ora restavo fermo a lasciarmi vincere da una calma dolciastra che mi si diramava dal sommo del petto arrivandomi in gola. Volevo dormire e poi svegliarmi con lei. Quelle parole mi uscirono di bocca ma riuscii a far compiere loro un giro strano. Le parlavo di cornetti, li avrei presi al bar davanti casa (“tanto tu sennò mandi a fuoco qualcosa e poi qui ci sono solo quelli della Bauli e fanno schifo”). Ormai stavamo a letto da tre ore. Mi guardava con aria finto interrogativa come a non capire dove volessi andare a parare. Una che quando le pare sa cogliere anche i non detti. Maledetta. «Dormi con me?» ― contenta? Mai l’avevo voluta così tanto, desiderata così tanto, sentita così mia e al contempo così di nessuno. È come se una parola non solo sussurrata ma detta col tono di voce normale avesse potuto farmi percepire di nuovo lo scorrere del tempo e la presenza del confine che si inframezza tra due persone vicine. Portavo uno di quegli orologi che se premi il pulsantino leggi l’ora anche al buio: non volevo farlo. Lei si limitava ad appoggiarmi una mano fredda sopra lo sterno. «Voglio dormire con te.» le ripetei. Allora cosa? Un profumo nuovo che mi entrava nelle narici quando le baciavo le vene dei polsi, l’attitudine stranamente indifesa, forse. Ma che avevi di diverso quella sera? «Quanto sei bella stanotte.» le sussurrai. «Non me lo dici spesso.» E di che saprebbe se te lo ripetessi il loop? Frasette irritanti. Allora io le presi il viso tra le mani e le baciai tutto il sorriso, e lei fece la stessa cosa con l’energia un po’ infantile di un picchio che becca a ripetizione contro un acero. E allora mi rise il cuore e le sussurrai ancora quel «quanto sei bella…» Sì, ma da quanti te lo sei già sentita dire? E tutti questi inutili puntini nel cielo della tua vita… valevano come me, per te? Me la strinsi ancora più forte al petto, e ascoltami, perdio. «Ma che mi hai fatto?» Pensavo alla maga Circe. Un po’ al contrario: una che non trasforma gli uomini in porci ma i porci in uomini. «Non è da te.» Vero, è da me mettermi a parlare della mia fretta, della mia precisa agenda mentale, di tutti i momenti che non passerò con te, dei miei piani settimanali che cercherai di scombinare in quella ignobile spartizione tra ciò che devo fare e ciò che mi va di fare. E tu guardi per aria e batti i piedi e mi dici che ti trascuro. Questo è da me. Mi chiuse gli occhi con due baci e poi mi struffò il collo contro la bocca. «Bacini sul collo», mi chiese. Rideva. «Perché ridi?», ridevo anch’io. «Solletico!» Mi misi in ginocchio sopra il materasso. Lei ti guardava in quel modo in cui ti guardano i bambini quando si compiacciono di un piccolo dispetto. Quella fu la seconda volta in cui feci l’amore in vita mia. La prima si era compiuta nell'ora appena trascorsa. Ora quella consapevolezza veniva interrotta solo dai suoi lamenti dolci.
  14. Letiziadilorenzo

    Orologi molli

    E' quello che mi capita quasi sempre quando faccio il "salto" dal libro di storia dell'arte al museo dove il tanto mistificato pezzo d'arte è esposto. Che è poi la metafora di quello che accade quando una cosa passa dal piano del raccontato/desiderato a quella del vissuto: + sempre diversa, talvolta deludente. L'hai resa in modo composto ed efficace. Questo pezzo crea un curioso effetto tensione che induce a proseguire nella lettura. Quasi fiabesco, ricorda un po' Alice nel Paese delle meraviglie. apprezzabile sforzo mentale di non cucire similitudini scontate. Cercare un senso nel surrealismo è, effettivamente, una bella sfida. Accidenti, parola che ripeti, è tipicamente bambinesca: un adulto userebbe espressioni più volgari. Anche un bambino, ma i grandi glielo impediscono. Conferma l'andamento fiabesco del brano. mi piace la figura degli scarabei, tra l'altro una coltura conturbante e misteriosa. Avrei usato "api stuzzicate". Ah, ma è questo il senso del quadro? Giustamente l'orologio molle è simbolo della fugacità del tempo... non ci avevo mai riflettuto. rivedrei un po' il finale perché l'ho trovato un po' scontato. Questa eterna figura della gente che si risveglia dai sogni. Perché invece non lasciare il lettore nell'incompiuto? Nel complesso questo racconto mi è piaciuto molto. Io avrei descritto anche un'ombra rachitica che taglia la figura del protagonista, allora alza la testa e vede uno di quegli elefanti con le gambe lunghissime, ma mi rendo conto che forse non faceva parte del quadro con gli orologi molli anche se è comunque un simbolo della produzione artistica di Dalì. Non trovo difetti e non voglio mettermi a cercarli perché questo pezzo mi è piaciuto molto (finale a parte, che anche a livello di stile hai lasciato un po' "così") sia per ciò che concerne la storia sia per il lessico utilizzato, per le immagini vivaci e non scontate, per la curiosità che susciti nel lettore, per questo clima brioso e inquietante insieme che sei riuscita a delineare. Grazie.
  15. Letiziadilorenzo

    L’apocalisse dovrebbe essere annunciata dalle trombe del giudizio

    Questo è un punto particolarmente ben riuscito. Questa reazione mi sembra esageratamente melodrammatica. Le campagne di razionamento del cibo si portano avanti solo in situazioni di acclarata indigenza e si seguono dei protocolli specifici. E' impossibile che un paese occidentale si trovi già dal giorno dopo con queste misure. Cadrebbe a picco l'economia. Ok, ho capito dove vuoi andare a parare con questa frase: l'assuefazione nella tragedia. Effettivamente lo stiamo già sperimentando col terrorismo... ingenuo: sono molto ben equipaggiati. Si vede che la voce narrante è un bambino... pura fantapolitica. non era in grado di saperlo? ottima conclusione. Questo racconto mi ricorda un po' l'11 settembre, anche perché ero molto piccola. Intuivo ci fosse qualcosa di grave ma non riuscivo bene a quantificare. Le tragedie viste dalla prospettiva dei bambini sono, effettivamente, degli escamotage piuttosto di successo in letteratura. Trovo che la figura del bambino sia ben caratterizzata e che lo scenario "apocalittico" sia tutto sommato realistico. L'hai fatta un po' catastrofica, francamente non penso si giunga a una terza guerra mondiale ma piuttosto ad una seconda guerra fredda. Forse a tre poli: USA-Europa + Corea e Stati canaglia + Russia, Giappone e Cina. Ritengo che la strategia del dittatore ciccione sia quella di ottenere semplicemente agevolazioni economico/commerciali e dunque "minaccia" con le armi. Non concordo assolutamente con chi ha detto che l'Africa non sia la culla della civiltà, lo è nel senso più antropologico del termine e tale rimane. E non penso che l'Occidente, al contrario, (o anche i paesi islamici) siano indice di progresso e avanzamento. A me questo racconto è piaciuto e lo trovo pure un po' "fuori dal coro" rispetto a varie cose qui lette.
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