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Elisabeta Gavrilina

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Elisabeta Gavrilina ha vinto il 17 maggio 2018

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    Elisabeta Gavrilina

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    Donna

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  1. Elisabeta Gavrilina

    [MI 125] Scambio di coppia

    @Macleo piaciuto assai
  2. Elisabeta Gavrilina

    Ebbe nome Lionardo

    Buon compleanno, Leonardo! La fiammella tremolante del lume di sego rischiara a stento la tua stanza. Vegli sul prezioso fagotto dal quale spunta solo la faccina, già rosea. Questa creaturina, questa meraviglia che ancor ieri non c'era… Non ti sazi mai di guardarlo. Fa un sospirone. Non resisti, gli liberi delicatamente le manine, piccole piccole. Hanno le tenere fossette e i ditini con le unghie minuscole. Apre e chiude i pugnetti, forse vorrebbe muoversi ma è impedito dalle fasce. Vorresti togliergli quelle fasce, vederlo tutto, ma hai paura che poi il corpo gli si modelli male. Gli baci la manina, sfiori con le labbra la morbida gota. Il suo mugolio è il suono più dolce che tu abbia mai sentito. Non sa ancora muovere i muscoli del viso, fa le smorfie buffe e ti guarda con gli azzurri occhi profondi dei neonati. Si addormenta, gli ascolti il respiro e il tuo cuore batte al suo ritmo. Oh, Caterina, veglia sul tuo piccino, veglia finché puoi. Non te lo lasceranno a lungo…
  3. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

    @Rica Ciao! Grazie per l'incoraggiamento! Ne avevo tanto bisogno
  4. Elisabeta Gavrilina

    Ebbe nome Lionardo

    Ebbe nome Lionardo Il Genio nato a Vinci Prologo Milano, 1493 “Caterina venne al dì 16 di luglio 1493” (Leonardo, Foster III 88 r) Caterina osservava la stanza. Seduta, mani raccolte in grembo, capo coperto da un velo vedovi­le, aspettava e si guardava intorno. Gli anni, la povertà e le fatiche l’a­vevano invecchiata anzitempo, ma non le avevano incupito lo sguardo né indurito la dolcezza dei tratti del volto smagrito. La stanza era ampia e ariosa, con teli alle finestre per smorzare la luce. Nella penombra riposante scorgeva specchi, morbidi tappeti spes­si due dita, mobili di legno pregiato, tanto belli che non aveva osato neppure toccarli. Stava seduta sul cassone che aveva portato con sé, quello che monna Lucia le aveva donato per le nozze: conteneva tutti i suoi averi. Stava aspettando lui. Non sapeva quando sarebbe rientrato, intanto studiava la sua di­mora ammirando gli arredi di lusso. È diventato un signore, pensava. C’erano nicchie e scaffali parati da cortine verdi con le nappe. Curiosò con lo sguardo dietro un drappo scostato: sui ripiani erano sistemate bocce, albarelli, ciotole allineate in fila come dallo speziale; anche l’odore nella stanza era simile. C’era un grande tavolo ingombro di libri e rotoli di carta, e un piano di lavoro che traboccava di dise­gni. Notò cavalli d’argilla: somigliavano a quelli vivi, specie quello che s’impennava. Vide anche una quantità di oggetti singolari. Se fossero lì per bellezza o si trattasse di attrezzi da lavoro non avrebbe saputo dirlo, non aveva mai visto niente del genere. E attaccate ai fili, dal soffitto pendevano due grandi ali fatte di stecche e teli. Lui era un inventore e il duca Lodovico lo teneva in grande conto. Dal piccolo borgo toscano di Vinci Caterina aveva seguito i suoi suc­cessi. Appoggiati o appesi c’erano dipinti, alcuni appena iniziati, altri quasi finiti. Li trovò belli e assai verosimili. Soffermò lo sguardo su una madonnina, colpita dalla perfezione del viso illuminato dalla gioia della maternità, e le parve familiare. Dalla porta socchiusa udiva i fruscii e le risatine dei ragazzi di bot­tega. Avevano maneggiato il suo cassone in maniera tanto maldestra che Caterina temette ne avessero danneggiato il contenuto. Ma non aveva detto niente. Cercava di immaginare il caro volto: come sarà cambiato? Porterà sempre i capelli lunghi e la barba? Non lo vedeva da undici anni. Si coprì le spalle con lo scialletto: aveva brividi anche nelle gior­nate calde. Era malata d’un male che pian piano le aveva logorato la salute. Ma non la forza d’animo. Quella forza che l’aveva aiutata a sopportare gli stenti del viaggio fino alla lontanissima Milano, per rivedere la creatura che le era più cara al mondo. L’aveva invitata a passare con lui il resto dei suoi giorni. E Caterina aveva cominciato a sognare questa vita insieme, e si scopriva ancora avida di vivere e di essere felice. Ora, trovandosi in quell’ambiente da signori, guardando quei marchingegni e sentendo le risatine dietro la porta, capiva che gli sa­rebbe stata d’intralcio. Lui trattava con principi e duchi, non poteva rivelare a nessuno chi lei fosse. Ripartirò, decise, dopo che l’avrò veduto. I due uomini che più amava avevano da fare cose più importan­ti che occuparsi di lei. Non li incolpava. Aveva provato per Piero un amore così grande, così intenso da riempirle la vita. Un sorso di felicità strappato a caro prezzo. Ma lui… con lui era diverso. Aveva desiderato tanto stare in sua compagnia. Ora, dopo anni, doveva ancora una volta mettersi da parte. Sentì la porta d’ingresso aprirsi e riconobbe il suo passo agile. Entrò nella stanza. Ah, come era bello! Ben vestito, distinto in tutta la persona, barba e capelli ondulati, un vero signore. Alto. Non si ricordava di quanto lo fosse, slanciato ancor più di Piero. Le si avvicinò. «Caterina…» Nel caro volto dagli occhi verdi c’era un accenno di rughe e qual­che filo d’argento spuntava sulle tempie, per il resto gli anni l’avevano migliorato. Non si sarebbe mai saziata di guardarlo. «Avete fatto buon viaggio? Gradireste mangiare?» «Non vi preoccupate. Non ho appetito». «Vi faccio portare qualcosa da bere?» «Non importa, non vi disturbate». «Mangiate qualcosa, vi prego. Sarete stanca dopo il viaggio». La chiamava per nome, come sempre. Le dava del voi ed era un voi rispettoso, che però la faceva sentire ancor più d’incomodo. Caterina si alzò dal cassone e l’aprì. «Guardate cosa vi ho portato». Uno dopo l’altro tirò fuori dei fagottini, pezzuole con le cocche annodate. «Questo è il timo, per il mal di gola. Dicono che quassù a Milano c’è più freddo che da noi. Questo è il finocchio salvatico. Il ramerino del nostro orto, è tanto profumato». Parlava svelta come se avesse paura di fargli perdere tempo. Con­segnava quei doni preparati con cura, che ora le sembravano miseri. «Ecco il miele, lo manda Francesco. Manda anche una lettera», e trasse dal petto un foglio ripiegato. Tolse dai viluppi di stoffa una boccetta: «È olio, del nostro, non so se qui lo fanno altrettanto buono. Il vino non l’ho portato, avevo paura che si guastasse per strada». Il mento le tremava d’un pianto che non usciva, impedito dal ma­gone nel petto. Ripartirò, si ripeteva, ora che l’ho veduto sistemato e in buona salute, e non ce la faceva a guardarlo negli occhi. Per nascondere il viso si chinava sul cassone. Prese con cura un involto voluminoso. «È una camicia. L’ho cucita e ricamata con la Lisabetta. Lei voleva fare una tovaglia ma io ho pensato che...» Era stato un suo puntiglio: aveva piacere che lui portasse addosso una cosa cucita con le loro mani. Forse non era una buona idea, un gran signore non avrebbe indossato roba fatta dalle contadine. Lui appoggiava i doni sul tavolo. Infine gli porse quello più prezioso: gli stami dei crochi carichi di polline, avvoltolati in più pezze per non perdere un grano della costo­sa polverina gialla. Gli era utile, lo sapeva per certo. Aveva piacere di fargli vedere quanti ne avevano raccolti, ma non riusciva a sciogliere il nodo del fagottino, emozionata com’era. E più voleva far presto, più si impacciava. «Mamma, permettete che lo faccia io». Lui si chinò, prese le mani ruvide e scarne nelle sue, lisce e curate. Cercò gli occhi di lei coi suoi e di nuovo disse: «Mamma, faccio io». Mamma. Non l’aveva mai sentito pronunciare da questo figlio, l’unico figlio dell’amore. Il nodo che Caterina aveva nel petto da anni, pesante come un macigno, si sciolse in lacrime. Non le tratteneva più, sgorgavano libere in un pianto di gioia. «Lionardo», ripeteva a fior di labbra, «Lionardo…»
  5. C'è già Non ricordo chi l'ha scritto, ma ricordo bene di averlo letto tempo fa
  6. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

    @Mister Frank Grazie!
  7. Tanti auguri!!!! :auguri:

    1. Macleo

      Macleo

      Grazie mille, Elisabeta!

    2. Poeta Zaza
  8. Ciao! Mi ha colpito questa tua frase. Scrivo romanzi storici, ampiamente documentati, e spesso devo scegliere se usare il termine specifico, incomprensibile ai più, o un termine generico per rendere il testo più scorrevole... Che io sappia, Umberto Eco era già famoso quando aveva pubblicato il primo libro e quindi era letto con un attenzione particolare. Il mio caso è diverso, temo di annoiare il lettore e di conseguenza di non riuscire a trasmettere ciò che ho da raccontare.
  9. L'avevo pensato anch'io. Il romanzo in questione è proprio brutto, la trama non ha né capo né coda, l'editing mi pare che sia mancato totalmente... è curato giusto l'incipit, neanche poi tanto. @Niko potrei, a chi fosse interessato, mandare il link con un messaggio privato?
  10. Tempo fa un grande editore ha rifiutato il mio romanzo storico perché nel testo c'erano le citazioni (le quali, volendo, si potevano togliere o mettere nelle note). (Quindi l'hanno letto, almeno fino alla pagina 17, dove si incontra la prima citazione , non è poco!) La risposta mi era sembrata una scusa fabbricata in fretta (pure potevano trovarne una migliore). Mi sono detta: sta' a vedere che stanno per pubblicare qualcosa sullo stesso argomento? Infatti, recentemente è uscito un romanzo "storico" con lo stesso editore, dove di storico c'è ben poco (giusto i nomi dei personaggi). "In compenso" c'è tutto quello che su WD ci consigliano di evitare: lunghi spiegoni, le parolacce a sproposito, i dialoghi non corrispondono al linguaggio dell'epoca, la trama confusa, ecc ecc ecc. L'autore ha curato giusto l'incipit. Eppure l'hanno pubblicato. Per fortuna ho trovato un editore che ha apprezzato il mio testo, come anche molti lettori. Non pretendo certo di essere Dostoevskij e non mi ritengo un genio incompreso. Basta sfogliare i due libri per rendersi conto della differenza. Ditemi, davvero quella roba è richiesta dai consumatori? Un libro può essere considerato un bene di consumo?
  11. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

    @M.T. Grazie mille! Preciso e professionale come sempre
  12. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

    La difficoltà del brano è la descrizione delle parti meccaniche. Vorrei sapere se risulta noiosa
  13. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

  14. Elisabeta Gavrilina

    L’ingegneria di un miracolo

    Nello spazio sotto le capriate del tetto vide una cupola di legno. Stava appesa mediante un grosso anello metallico a una trave massiccia inserita tra le capriate. Mastro Leone indicò uno a uno gli ingranaggi. «Questi la fanno ruotare». Eccoli i marchingegni del Brunelleschi! Nella poca luce di alcune lucerne Leonardo cercava di distinguere le ruote dentate e di capire come si ingranassero tra loro. «Lo vedi quell’arganetto?» continuò mastro Leone. «Serve per far scendere la mandorla». Leonardo seguì con lo sguardo le corde tese in alto che passando per le carrucole entravano nel foro in cima alla cupola. C’era anche un altro argano, più grande, che tendeva la corda più grossa. «E questo a cosa serve?» «A far calare il mazzo». Leonardo stava per chiedere cosa fosse, quando da una porticina ricavata su uno dei fianchi della calotta uscirono dei bambini sciamando verso la scala. Dietro di loro fece la sua comparsa un chierico. «Fate piano, birboni. Non spingete» brontolava distribuendo sonori scappellotti. «Mastro Leone, fatemi un piacere» disse al falegname. «Fate scendere codesti discoli uno alla volta. Abbiate pazienza, ho da badare a quelli rimasti dentro». Mentre il falegname si occupava dei bambini, Leonardo andò a curiosare dietro la cupola. Più avanzava più il buio si faceva fitto. Le assi di legno scricchiolavano sotto i piedi, se qualcuna avesse ceduto sarebbe caduto giù. Già si vedeva precipitare da quell’altezza paurosa e sfracellarsi sul palco – a volte provava gusto a immaginare le sciagure che gli sarebbero potute capitare, così, per gioco –, quando sentì il vuoto sotto il piede e per poco non cadde per davvero. In quel punto il tavolato faceva un gradino. Si accovacciò per esplorare a tastoni lo spazio attorno. Le mani incontrarono dei rulli metallici messi a distanza regolare l’uno dall’altro all’interno di una canalina. E questi cosa saranno? Sentiva, appena attutite, le voci dei bambini che bisticciavano fra loro intercalate dal suono degli scappellotti impartiti dal chierico. Una striscia di luce filtrava da sotto la cupola, un fioco chiarore che gli bastò per distinguere una corda tesa sopra l’impiantito. Un capo era attaccato a quello che gli era sembrato un gradino, l’altro al tamburo di un argano. Non c’era nessuno a spiegargli il funzionamento di quei congegni, avrebbe dovuto arrivarci da solo. Di solito i rulli servono per far scorrere… sì, ma cosa? Si avvicinò all’argano. Aveva una gran voglia di girare la manovella. Ma non lo fece: aveva già capito cosa sarebbe successo. Avvolgendosi attorno al tamburo, la corda avrebbe trainato il tavolato, che scorrendo sui rulli si sarebbe aperto nel mezzo. Aveva ben in mente l’inizio della rappresentazione quando, stretto tra la folla, aveva visto apparire la volta celeste nascosta dalle ante scorrevoli. Immaginò l’apertura che si allargava e i bambini che ruzzolavano fuori come le mele dal paniere. Ma non cadevano giù. Sbattendo le ali cominciavano a svolazzare a mezz’aria intonando canti gioiosi.
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