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hyperion80

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    Filosofia, poesia, psicologia junghiana, religioni, esoterismo

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  1. hyperion80

    Edizioni Ensemble

    Anche in questo caso, potrei essere in parte d’accordo con te, tuttavia: - Come scritto, ho pubblicato più di un libro di poesia senza pagare, quindi parlo per esperienza. Posso garantirti che – se non c’è un’adeguata promozione e una seria distribuzione – dopo sei mesi il libro è morto, a prescindere dalla sua qualità o meno. Ora che i contratti sulle mie pubblicazioni precedenti sono scaduti, mi trovo nella situazione di voler ripubblicare le stesse poesie, ma che non sono più inedite, e quindi sono meno appetibili. Per questo motivo, ritengo un potenziale danno, più che un potenziale vantaggio, pubblicare a condizioni svantaggiose, a prescindere da quale sia il genere letterario. - Purtroppo, al giorno d’oggi, non è vero che a determinare la “sopravvivenza” dell’opera è la sua qualità intrinseca, come se la partita si giocasse “sul campo”. Non esiste alcuna vera “selezione naturale” che sia fondata su dinamiche fisiologiche. Ciò che determina il successo o meno dell’opera è prestabilito, ed è fondato soprattutto su altri fattori (tirature serie, seria promozione, seria distribuzione). Di fatto, è l’editore che decide, a monte, se l’opera ha un potenziale mercato o meno. Se ha mercato, INVESTE tempo e denaro nell’opera, perché sa già che avrà un ritorno. Se invece non investe tempo e denaro - se non quello minimo a garantirsi un sicuro introito - vuol dire che l’opera è sin dall’inizio condannata a non avere un mercato, e serve più a rispondere alla richiesta dell’autore (come la vanity press) che non alla richiesta del mercato. Ci sono certamente casi in cui piccole opere hanno avuto un successo inaspettato, ma sono provenuti soprattutto da self-publishing, l’unica modalità che sfugge a certe dinamiche prestabilite del mercato editoriale. - Come dice la stessa parola, “pubblicare” significa “rendere pubblico”. Se un’opera viene stampata in 50 copie alla volta, se non viene divulgata, promossa, distribuita a dovere, se viene letta soltanto da amici e conoscenti, se l’editore ti abbandona a te stesso, se devi sbatterti per organizzare presentazioni, se devi implorare il tuo libraio di fiducia di ordinare UNA copia del libro – sommersa tra le migliaia di copie di Bruno Vespa, della Gruber o di Fabio Volo - allora è una pseudo-pubblicazione ed è come non pubblicare. A mio avviso, l’unica cosa che può giustificare una simile modalità di “pubblicazione” è se hai una comunità social ben avviata (con almeno 5000-10000 contatti) che ti consente di avere un canale di promozione e di vendita online del libro. In quel caso, va bene persino un “print on demand”, ma è un caso molto particolare. - Un autore di poesia, che giustamente sente l’ “urgenza” di esprimersi, non deve confondere questa “urgenza” con la fretta... Mica l’alternativa è lasciare le poesie nel cassetto oppure pubblicare a condizioni svantaggiose! Oggi ci sono tante case editrici free che pubblicano poesia, e la selezione di cui parli deve essere fatta soprattutto a monte. Inoltre, se l’alternativa è non pubblicare, o pagare 1500 euro, o pubblicare a condizioni svantaggiose, esistono tantissime possibilità di auto-pubblicazione, e la trovo una cosa tutt’altro che disdicevole. Anzi, ha diversi vantaggi. Anche in questo caso, la pubblicazione può essere del tutto free, e c’è pure il “rischio” di guadagnaci, mantenendo il totale controllo dei diritti. - In definitiva, non essendoci alcun vantaggio economico, bensì diversi potenziali svantaggi, mi sfugge quale sia il “ritorno d’immagine” di pubblicare con un editore come Ensemble rispetto ad auto-pubblicarsi, anche perché, in entrambi i casi, dovrai sobbarcarti del lavoro di promozione dell’opera, proprio quello che dovrebbe spettare all’editore. Il fatto stesso che Ensemble applichi certe politiche, mi fa associare la pubblicazione più a una nota di demerito – e alla vanity press - che non a un autentico ritorno d’immagine per l'opera e l'autore. Ad ogni modo, ogni caso è a sé. Se tu sei alla prima pubblicazione, se non hai trovato altre valide alternative, può anche essere utile che ti “fai le ossa” e fai esperienza delle dinamiche (spesso perverse) del mercato editoriale... anche commettendo potenziali errori e andando incontro a potenziali delusioni, cosa che in ogni caso non ti auguro.
  2. hyperion80

    Edizioni Ensemble

    Sarei persino d’accordo con te, se non fosse che in passato ho già pubblicato a simili condizioni (niente spese di pubblicazione, ma quasi niente promozione sull'opera), e mi sono reso conto che è quasi come non pubblicare. Anzi, è un potenziale danno, perché i diritti d’autore vengono congelati per cinque anni e ti viene sottratto tempo che potresti impiegare in modo più proficuo (tra cui scrivere altre opere...). Preferisco perdere qualche mese in più, o anche un anno o due, ma trovare un editore realmente interessato all'opera e alla sua pubblicazione. Inoltre, anche a parità di condizioni, preferisco un editore che manifesta in modo chiaro le sue politiche editoriali, che mi dice quante copie vengono stampate, che tipo promozione intende fare (o non fare) sull’opera, tramite quali canali intende venderla. Se vuole fare una sorta di “print on demand”, lo dica esplicitamente nel contratto... Anche se l’autore non spende nulla per pubblicare, non capisco il senso di cedere i diritti di sfruttamento economico di un’opera in cambio di nulla, né tantomeno di spendere il proprio tempo – che è anch’esso potenziale denaro - a lavorare per l’editore, a promuovere un’opera che l’editore non ha interesse a promuovere, e i cui diritti vengono bloccati invano per cinque anni. Mi sembra uno spreco di tempo, di energie, di ISBN, di toner, di carta, di alberi, e tanto altro. Da autore, se mi rivolgo a un editore che presumo essere no-EAP è proprio perché voglio delegare all’editore il ruolo che gli compete, e continuare a fare l’autore. Non voglio certo trascorrere le mie giornate a invadere le bacheche Facebook di amici, a caricarmi di copie per organizzare presentazioni, o a fare il promoter del mio libro presso le librerie locali, sperando di superare la soglia delle 300 copie vendute per ricevere un minimo di compenso e per sapere quante copie sono state stampate e vendute. Né meno che mai intendo comprare decine di copie del libro per rivenderle ad amici e conoscenti, come l’editore indirettamente vorrebbe spingermi a fare tramite il meccanismo perverso delle 300 copie. Altrimenti, è molto più utile, serio e produttivo auto-pubblicarsi, come ho fatto in un caso precedente, anche con un discreto ritorno economico e una certa soddisfazione personale, che temo non avrei mai avuto in un caso come questo. Peraltro, l’opera che avevo inviato l'avevo scritta in appena tre settimane. Avrei anche accettato di non guadagnare nulla o quasi, se l’editore avesse mostrato effettivo interesse nell’opera e nella sua promozione. Invece, non ho ricevuto nemmeno mezza parola di gradimento del testo, e nemmeno una prova che fosse stato valutato con attenzione. La politica dell’editore mi è sembrata frettolosa e poco chiara, e l’atteggiamento (del tipo “la poesia non vende”, “il contratto è sin troppo generoso”) mi è sembrato poco edificante, così come è molto discutibile ricevere un contratto che sia un modulo generico da compilare (e in cui non sono specificate tirature, prezzo di copertina e altro, a totale discrezione dell’editore, e che invece l'autore ha tutto il diritto di sapere, anzi costituiscono l'oggetto stesso del contratto di edizione a termine). In definitiva, non ho rifiutato la proposta per reali motivi economici – nessuno che scriva poesia può mai pensare di arricchirsi con essa! - ma perché mi sono fatto l’idea che pubblicare in questa forma non è una cosa seria, e non rappresenta un vero vantaggio o un “salto di qualità” per l’autore: è piuttosto una potenziale perdita di tempo e di risorse che potrebbero essere impiegate in modo più proficuo. Poi sono contento se qualche altro autore ha pubblicato con Ensemble con condizioni contrattuali più vantaggiose e più rispettose del suo lavoro, come ho letto in altri interventi. E capisco bene che chi ha pubblicato con loro abbia tutto l’interesse nel fatto che Ensemble sia nella sezione “free” di questo forum. Tuttavia, le partigianerie non aiutano la causa comune. Anche per chi ha ottenuto condizioni leggermente migliori, c’è da chiedersi che “peso” abbia – e che peso avrà un domani – il catalogo di un editore che, in diversi casi, pubblica libri in cui sembra non credere davvero, e che applica politiche discutibili come quelle che ho descritto (e tra parentesi: c’è anche da chiedersi che “peso” abbia un’agenzia editoriale, come Edelweiss, che fa giungere a un editore che, in diversi casi, applica politiche editoriali del genere...). Personalmente, mi sono fatto l’idea che certe politiche editoriali – almeno per quanto concerne la poesia - siano l’ultima evoluzione della vanity press: l’autore può vantarsi con i propri amici e colleghi di pubblicare con un editore che sulla carta è “free” – cosa che alimenta la vanità dell’autore un po’ scaltro e navigato, rispetto alla vanità del più ingenuo e sprovveduto autore EAP – ma nonostante tutto certe logiche permangono sotto mentite spoglie e per vie traverse proprio quelle della vanity press, della EAP, o comunque dell’editoria a doppio (o triplo, o quadruplo) binario. Naturalmente, questa è soltanto la mia esperienza personale e la mia opinione e, in quanto tale, soggettiva e opinabile. Spero in tutta onestà che tu avrai un’esperienza positiva, e spero che ne darai una futura testimonianza.
  3. hyperion80

    Feltrinelli Editore

    Intendi a parte l'intercessione divina, l'essere parenti del Presidente della Repubblica, o l'avere una comunità social con almeno 500.000 contatti? Scherzi a parte (ma nemmeno troppo), non è dato saperlo. Nel loro portale c'è soltanto l'indicazione generica dell'indirizzo proposte@feltrinelli.it
  4. hyperion80

    SEM Libri

    In realtà la pagina Facebook è molto attiva (media di 2 post al giorno), e il messaggio era stato visualizzato!
  5. hyperion80

    La nave di Teseo

    È una casa editrice sorta da rivalità tra grandi editori, e quando era appena nata era già vecchia. Ricordo che nei primissimi giorni la gente faceva molte domande alla loro pagina social, e non hanno mai risposto a nessuno. Non credo abbiano mai pubblicato nulla che non siano non siano nomi altisonanti o titoli giunti da grossi agenti. Ovviamente sono totalmente free - anzi forse sono tra le poche case editrici che ancora oggi danno l'anticipo! - ma finché non danno cenni di vita mi sembra giusto far permanere la "nave di Teseo" in questo limbo, dato che le regole devono valere per tutti.
  6. hyperion80

    SEM Libri

    Qualche tempo fa, li contattai tramite la pagina Facebook per chiedere a titolo informativo se accettano proposte di traduzione e come eventualmente inviarle. Per esperienza, la maggior parte delle case editrici medie - e anche diverse di fascia alta - rispondono positivamente a questo genere di richiesta, o in ogni caso rispondono, anche perché le traduzioni viaggiano su un binario diverso rispetto agli inediti e, anche quando sono spontanee, non vengono “scoraggiate” alla stregua dei manoscritti. Per le case editrici rappresentano spesso un migliore investimento - specie in questi tempi di crisi - e viene valutata con molta più attenzione la potenziale proposta di traduzione di un autore noto che il manoscritto inedito di un perfetto sconosciuto. Inoltre, il contatto tramite la pagina Facebook – a differenza che tramite la solita mail info@ – è in genere efficace per questo tipo di richieste, perché le pagine social degli editori medio-grandi vengono spesso affidate a persone esterne (o collaterali) al comitato editoriale, e hanno la funzione di promuovere l’immagine pubblica dell’azienda e di gestire gran parte della comunicazione senza sottrarre tempo a chi deve occuparsi di altro. Peraltro, a differenza che per email, su Facebook si ha la conferma che il messaggio è stato letto, quindi è difficile non ottenere una risposta, pur negativa o telegrafica che sia, a una domanda pertinente e ben formulata, anche per il solo fatto che il gestore della pagina vuole dare una buona immagine “social” dell’azienda (che si tratti della pagina Facebook di una casa d’auto, un’azienda alimentare, o un editore, chiunque li contatta è pur sempre un loro potenziale cliente...). Ebbene, SEM è uno degli unici due marchi editoriali – tra quelli da me contattati negli ultimi mesi - che non ha nemmeno risposto a questo genere di richiesta informativa. L’altro è Sperling & Kupfer, ma lì viaggiamo su altri livelli, quello di un marchio storico, e quindi si può capire... anche se in realtà uno dei fondatori di SEM è un ex-Mondadori, gruppo a cui appartiene anche Sperling & Kupfer, quindi qualcosa in comune effettivamente c’è. In definitiva, credo si possano dedurre una o più tra queste cose: 1) La loro pagina social non è così “social”, e dovrebbero curare meglio la comunicazione, a maggior ragione se vogliono dare un’immagine easy, moderna e dinamica. 2) Non sono poi così “piccoli” come si potrebbe credere, o comunque il livello di elitismo sembra essere piuttosto elevato. 3) Possibilmente, pubblicano quasi soltanto ciò che giunge da agenzie e canali preferenziali e hanno la programmazione satura per i prossimi anni. 4) Temo che, per gli invii spontanei, ci siano quasi le stesse possibilità – molto prossime allo zero - di essere pubblicati da Sperling & Kupfer. Auguri comunque!
  7. hyperion80

    Divergenze Edizioni

    Ho inviato la sinossi di un'opera ad aprile scorso, quando ancora si richiedevano soltanto le sinossi. Mi hanno risposto - gentilmente e scusandosi per il ritardo - a luglio per chiedere il testo. Dopodiché, ho chiesto qualche notizia a novembre, e mi hanno risposto - ancora gentilmente - dicendo che i consulenti stavano consegnando le valutazioni. Mi hanno anche anticipato che, in caso di valutazione positiva, la pubblicazione sarebbe stata caldendarizzata intorno a fine 2022. Poi non ho saputo più nulla.
  8. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti che è così... gli scrittori sono in quantità immensamente superiore alla richiesta del mercato, e al numero che "fisiologicamente" può assorbire l'editoria senza rischio di saturarsi e di "ammalarsi". Questa enorme sproporzione tra la richiesta e l'offerta sta alla base della nascita dell'editoria a pagamento, in cui si crea il paradossale fenomeno tale per cui la richiesta e l'offerta convergono nello stesso soggetto: l'autore diventa il cliente dell'editore, l'acquirente dei propri stessi libri. Su questo sono d'accordo, ma purtroppo molte di loro non aspirano ad altro che a diventare uguali alle "grandi"... ovvero a dar adito a grandi delusioni.
  9. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Al contrario, oggi il “mito inattaccabile” sta diventando proprio il medioevo, e a scuola si tende a insegnare una posizione acritica, secondo cui l' "arte" e la "cultura" medioevali sarebbero elevate quanto quelle di ogni età. Il fatto che ogni fase storica sia concatenata all’altra, e che ci siano corsi e ricorsi, non significa che non ci siano fasi di apogeo e di caduta, di civiltà e di barbarie (basti pensare alla fine che fecero le civiltà precolombiane dall’altra parte del mondo. Esattamente la stessa fine barbara che fece per secoli la civiltà greco-romana in Europa). I primi critici del medioevo non furono certo i moderni, ma coloro che vissero alla fine del medioevo, e che sembrarono svegliarsi da un lungo incubo. Senza il “disprezzo” per il medioevo e per tutto quello che rappresentò – quello che emerge, ad esempio, nelle pagine di Vasari – non ci sarebbe mai stato il Rinascimento, che recuperò gran parte di tutto ciò che durante i secoli del medioevo si era perduto e dimenticato, che era stato umiliato e condannato. Giotto, così come le cattedrali gotiche, appartiene alla fase terminale del medioevo. Petrarca appartiene all'Umanesimo, che già prelude al Rinascimento fiorentino, e che si fonda sulla riscoperta dei classici, ovvero degli autori "pagani", obliati e visti con sospetto per secoli. La stampa a caratteri mobili fu inventata quando era già nato Leonardo da Vinci. Ciò che il medioevo ci ha "regalato" in termini culturali è avvenuto alle soglie del Rinascimento, e in ogni caso soprattutto nonostante lo stesso medioevo cristiano, dato che l'arte propriamente "medievale" fu anti-artistica e anti-estetica, fondata sul secolare pregiudizio anticlassico (tipico delle religioni medio-orientali) contro l'arte figurativa e la bellezza scultorea. Per secoli, la statuaria classica fu condannata come "demoniaca" (e spesso distrutta come fecero in tempi recenti i talebani), gli unici soggetti della rappresentazione artistica furono quelli biblici, e l'unica arte ammessa fu asservita a scopi extra-artistici, funzionale alla dottrina religiosa (dopo quasi quindici secoli, i primi soggetti non religiosi dalla fine dell'età classica furono nel Rinascimento). I più grandi spiriti medievali furono profondamente estranei al proprio tempo, e già preannunciavano la rinascita della cultura classica. Persino i più grandi teologi, come Meister Eckhart, furono critici del proprio tempo, e rischiarono di finire sul rogo per le proprie concezioni poco in linea con le credenze dell'epoca. I secoli medievali - e in particolare alto-medievali - furono secoli di totale assenza di libertà di pensiero, di condanna dell'arte e della scienza, ed estremamente poveri di bellezza, se comparati con l'età greco-romana e con quella Rinascimentale. Poi è ovvio che anche durante i secoli del medioevo in Europa il sole continuò a splendere, l'erba dei campi continuò a crescere, i ragni continuarono a tessere la tela, e l'uomo continuò a praticare l'architettura e gli altri mestieri (incluse le "arti"), a coniare moneta, a usare la scrittura, a trovare mezzi di sostentamento (nonostante un'istituzione religiosa che insegnò per secoli a disprezzare il mondo terreno, a umiliare il corpo, la sessualità, la bellezza, la salute, persino l'igiene personale, che favorì il diffondersi di malattie e pestilenze, e che per secoli usò l'arte come strumento di terrorismo millenarista). Tuttavia, non c'è dubbio del fatto che, dopo la gloriosa età classica, per moltissimi versi il medioevo cristiano non rappresentò alcun progresso della civiltà, bensì una fase di barbarie, di profondo regresso e di profonda crisi, di contronatura teologico, di nichilismo biologico, di estetica del brutto e del macabro, di follia carnevalesca collettiva, di condanna della bellezza, di secolare oblio delle radici della nostra civiltà. Tutte cose di cui purtroppo ancora oggi per molti versi continuiamo a raccogliere i frutti, rischiando di precipitare in un secondo medioevo, come dimostra il fatto stesso che la considerazione critica per il medioevo sta diventando sempre meno critica. Chiuso OT.
  10. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Senza la critica al Medioevo, e a tutto quello che rappresentò, non ci sarebbe mai stato il Rinascimento, che è il vero fondamento del pensiero moderno, della scienza, e della nostra moderna humanitas. Per molti versi, i secoli del medioevo cristiano sono stati quelli dell'oblio - e in molti casi della condanna religiosa - dell'arte e della cultura, perlomeno di quella classica, per non parlare della conoscenza scientifica. Per fare un esempio tra tanti, si dimenticò per quasi dieci secoli come realizzare un quadro in prospettiva e una statua a tutto tondo, tecniche che furono letteralmente re-inventate nel Rinascimento, e che erano ampiamente note nell'antichità.
  11. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Il ruolo dell'editore dovrebbe essere quello di fare da mediatore tra l'autore e la società nella produzione e nella divulgazione dell'oggetto-libro. Che l'editore debba campare è ovvio, così come deve campare l'autore. Ma entrambi devono campare facendo il proprio mestiere, non facendo il mestiere del mercante. L'arte, la musica, la letteratura sono inserite nelle logiche del mercato dell'epoca in vengono prodotte, eppure non nascono in sé per scopi economici. L'autore e l'editore non dovrebbero meramente limitarsi ad assecondare il mercato, ma dovrebbero ridefinire e rivoluzionare il mercato, creare nuove tendenze, nuovi generi, nuove voci. Basti pensare al mondo della musica. Negli anni '60 e '70 (ma anche negli '80 e i '90) ci sono stati gruppi rock che hanno fatto epoca e hanno venduto milioni di copie, e piccole etichette che sono diventate colossi grazie ad essi, ma ciò è avvenuto in primo luogo grazie alla loro inventiva, alla loro portata innovativa, alla validità del loro messaggio artistico, che spesso ha completamente stravolto il mercato, rendendo obsolete mode imperanti fino a qualche anno prima. Oggi, invece l'autore di opere letterarie si riduce spesso a una prostituta della società di massa, e l'editore è sempre più un mercante che vende entertainment di bassa qualità, e che prende come principale parametro di valutazione di un autore i suoi like su Facebook. Per motivi che sarebbero complessi da analizzare, siamo di fronte a un vero e proprio medioevo della cultura.
  12. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Il discorso sarebbe lungo, ma in un certo senso la letteratura è sempre stata di "nicchia"... in fondo, tutti i problemi che abbiamo come scrittori - e che trovano espressione in questo forum - si originano dal fatto che c'è un surplus di scrittori, un surplus di editori, e anche e soprattutto un surplus di lettori che vogliono leggere soltanto pseudo-libri, e che evitano accuratamente tutto ciò che potrebbe rappresentare uno veicolo di cultura. In questa situazione, l'editore è sempre più un mercante, e sempre meno un operatore culturale.
  13. hyperion80

    Pessime Idee Edizioni

    Vi avevo posto la medesima domanda un giorno prima per email, ma non ho ricevuto risposta. Non voglio far polemica gratuita, ma se avete un'email info@, che nel sito presentate come indirizzo email per chiedere informazioni - distinto da quello dei manoscritti - rispondere a richieste di informazioni sarebbe buona abitudine e segno di efficienza, in particolare se siete una casa editrice giovane e appena nata. Spero che non prendiate sin da subito le cattive abitudini di molti editori. Vi concedo comunque il beneficio del dubbio e vi rinnovo gli auguri che vi avevo fatto per email.
  14. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Sicuramente è minore, e sicuramente cosa sia "fuffa" o meno è soggettivo, ma personalmente ne vedo abbondare anche da quelle parti, dato che la tendenza preponderante dell'editoria è ormai quella, e anche i marchi "storici" si sono adeguati. Non mi si venga a dire che "Storia di sfigati che hanno spaccato il mondo" e robe simili pubblicate da Longanesi siano minimamente all'altezza della storia di quel marchio. Sono soltanto operazioni commerciali, spacciate come pseudo-culturali, per guadagnare a mani basse sfruttando i social network e le mode in voga tra i quindicenni. Per il resto, ormai i marchi editoriali acquisiti dai grandi gruppi si differenziano soltanto per differenze di target... in GeMS ci sono più marchi editoriali più "fuffa-oriented" di altri. I più "seri" del GeMS sono rimasti Bollati Boringhieri e Guanda, ovvero quelli che continuano a pubblicare grandi classici del pensiero, e che anche nelle nuove uscite hanno mantenuto un certo "decoro" e una relativa impermeabilità alle logiche della società di massa, insieme a quell'altra felice eccezione che è Adelphi.
  15. hyperion80

    Le grandi case editrici leggono gli invii spontanei?

    Spesso è così, ma non necessariamente... può essere anche fuffa ben confezionata, che magari è giunta all'agenzia soltanto grazie a qualche amicizia "importante". Considerato poi che oggi i più grandi bestseller sono quelli di influencers, personaggi televisivi, calciatori e cuochi... di fuffa ben confezionata ce n'è davvero parecchia, e grande editore e agenzia letteraria non sono più sinonimo di "roba buona". Anzi, tendenzialmente, quanto più l'editore è grande, tanto più basso è il livello di qualità letteraria di gran parte del suo catalogo.
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