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Edgar Davis

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  1. Edgar Davis

    Sfogo: tutta illusione?

    @JPK Dike In effetti troppo spesso mi dico che ho sbagliato qualcosa. O forse stiamo sbagliando a incaponirci sulla forma verbale scritta in un certo modo e presentata in un certo modo.@Lemmy Caution Il sogno nel cassetto di molti scrittori è quello di raggiungere una vasta fetta di pubblico. È chiaro che con certi presupposti tale sogno è pura chimera. Tenere un romanzo nel cassetto lo vedo come essere affezionati a un cagnolino che lentamente diventa vecchio. E a invecchiare sei anche tu. Va a finire che quel romanzo diventa un ricordo mesto, una palpitazione lontana che sa di rimorso. Le sensazioni che si provano nell'estasi della scrittura sono paragonabili a un lento orgasmo, ma con il tempo si smorzano. Secondo me ciò a cui ambiscono tutti gli aspiranti scrittori è invece il contrario. Creare ancora, ancora e ancora. Ma la società odierna opprime, avvviluppa, costringe. Tanto che (almeno personalmente) accade che persino scrivere due righe diviene un miracolo. Se invece si è degli Stephen King si può vivere tranquillamente. In quel caso tutti ti stringono la mano, difatti.
  2. Edgar Davis

    Sfogo: tutta illusione?

    Mi scuso in anticipo se ho sbagliato sezione. Scrivo qui perché è l'unico luogo dove ho trovato personaggi simili a me, e magari molti di voi la pensano come me ma ancora si crogiolano in una mera illusione. Illusione, già. Sarà che il periodo non è dei migliori, ma negli ultimi tempi sono stato avviluppato da una tetra agonia. In me sta morendo qualcosa. O forse è già morto. Chiamiamola "speranza", "desiderio " o che dir si voglia, fatto sta che sta morendo. E non posso far altro che assistere alla lenta agonia. Sarà che son cresciuto, sarà che ora le mie priorità sono altre... Boh. Mi guardo attorno e mi chiedo in continuazione come si fa a essere dei sognatori come noi. Come, quando le nuove generazioni manco sanno cosa è un libro? Come, dato che la parola scritta ormai viene storpiata solo per scrivere un post su piattaforme virtuali? Come, dato che "raggiungere un obiettivo" per noi viene ormai equiparato a scrivere PER FORZA un best seller? E come si fa, dato che a produrli é sempre la solita cricca, a cui si accede solo se si è appoggiati dal marketing? (cit. Premio strega). Il sogno di "sfondare" è folle, in un contesto simile. Persino scrivere e aspettarsi grandi risultati. Addirittura permettersi un romanzo nel cassetto è un lusso. Leggo spesso che oggigiorno si è persa la "voce dello scrittore" . Io invece credo che a essersi persi sono proprio i lettori. È chiaro che l'editoria si adoperi per adattarsi al mercato, dunque si "abbassi" a un certo livello. Se invece ti chiami in altro modo, puoi scrivere anche la lista della spesa che tanto va bene. In quel caso, non vale più il discorso "lo scritto non cattura" oppure "i personaggi non girano". Con tali presupposti mi chiedo seriamente che senso abbia sognare. Forse siamo solo degli illusi. Oltretutto patetici. PS : i vocaboli che utilizziamo non appartengono al linguaggio comune. Nessuno parla o scrive così di norma.
  3. Edgar Davis

    Quando è il caso di smettere?

    (Chiaramente mi riferisco a titoli che "hanno fatto numeri")
  4. Edgar Davis

    Quando è il caso di smettere?

    @Cannonball scusa, ma io non ho citato da nessuna parte la parola "qualità". E comunque anche questo discorso rientra nel mio. con produzioni low cost, self publishing e editoria amatoriale è inevitabile che la qualità si abbassi. Il pubblico non vuole leggere il romanzo di vattelapesca, ma (per citarne uno) della illuminati crew. Anche se fosse scritto a cavolo non cambierebbe nulla. Ti sfido a provare il contrario citandomi prodotti editoriali ottimi usciti nell'ultimo decennio. Basta anche solo discreti.
  5. Edgar Davis

    Quando è il caso di smettere?

    Secondo me dovremmo semplicemente smettere. Non di scrivere, ma di campare di stereotipi. Chissà per quale astruso motivo, la definizione moderna di scrittore corrisponde più o meno al profilo di uno Stephen King o di una Rowling. Non esistono vie di mezzo. Coloro che tengono un romanzo nel cassetto o vivono di stenti sono considerati dei pezzenti. Solo nel caso in cui fanno "grandi numeri" allora sono degli scrittori. E comunque, ritagliarsi spazio in un mercato simile è praticamente impossibile. Forse dovremmo cominciare anche a ridimensionare noi stessi e gli editor con cui ci rapportiamo. Perché così come ci sono tanti "scrittori", ci sono tanti "editor". Che chiaramente possono essere in erba tanto quanto uno scrittore. Che "gente che ora è famosa" abbia sfondato non significa niente. Nel caso della Rowling, qualche anima pia in grado di fiutare l'affare avrà scommesso su di lei. Difatti oggigiorno, qualità e quantità viaggiano su rotaie ben distanti. Quello dell'editoria è diventato un mercato qualsiasi, dove sono i nomi, i numeri e le facce a farla da padrone.
  6. Edgar Davis

    Non riesco a dare corpo alle prossime storie

    Molti scrittori affermano "le vere storie non muoiono mai". Anche a me (nel mio piccolo) è capitato di avere nel calderone un romanzo che ai tempi consideravo geniale, ispirato e completo. Non dovevo far altro che stenderlo. Man mano che mi addentravo nella stesura, scoprivo che non era così, e che gran parte di ciò che scrivevo o mi annoiava oppure non era "fico" quanto avevo immaginato. Troppo spesso nel periodo di elaborazione dell'idea (e questo credo che capiti a tutti) mi vengono in mente "visioni" tali da far impallidire tutto il resto. Ma raramente quando le scrivo provo quello stesso pathos, quello stesso feeling. O semplicemente, qualche altra distrazione soppianta ciò che sto scrivendo e va a finire che quasi me lo dimentico. Ma ripeto, "le vere storie non muoiono mai". Avevo in cantiere un romanzo nel Dicembre del 2014. Tra un travaglio e l'altro, ha visto la luce solo ora. Anche nei momenti peggiori, tornavo con la mente alla storia, ai personaggi. Non mi abbandonava mai. Una vera storia ha il potere di restarti incollata addosso anche per anni. Non devi far altro che avere pazienza: sgorgherà da sé.
  7. Edgar Davis

    Trama troppo simile a quella di Martin?

    Io sarò sempre dell'avviso che l'unico ingrediente per raggiungere una fama "reale" sia l'integrità. Ovvero, mantenere sempre la passione e la voglia di un sognatore. Se scrivessimo davvero per ottenere "solo" soldi, allora ci dovremmo considerare una manica di pazzi,dato che non otteniamo nulla dai nostri romanzi nel cassetto. Il mio sogno per esempio è di esternare le emozioni che vorrei esprimere. Nulla al mondo mi piace di più se non vedere qualcuno che ride/piange di ciò che scrivo. E fidati, se qualcuno ottiene un obiettivo simile acquista un pubblico a dir poco fedele. I bestseller sono fuochi di paglia, la passione di una notte. Lasciano un segno e troppo spesso trasformano persino un ottimo scrittore nella parodia di se stesso.
  8. Edgar Davis

    Trama troppo simile a quella di Martin?

    Anch'io una volta ero così. Non sto dicendo che ho smesso di sognare, ma che semplicemente ho aperto gli occhi. Non si dovrebbe mai associare la parola scrittore sempre e solo al concetto di bestseller. Molti stentano ogni giorno, altri divengono editori o critici e altri ancora mollano. In pochissimi "sfondano". Soprattutto in tempi simili in cui si vendono delle persone e delle facce, mai delle parole. Io vi consiglio di restare con i piedi per terra, essere concreti. Studiate tanto, scegliete una strada poco percorsa per trovare facilmente lavoro. Ma non pensate che così vi arrenderete, perché se davvero siete degli scrittori la passione resterà sempre dentro di voi. E se avrete dei buoni riscontri, gioitene perché sono oro colato. A meno che non diventiate i nuovi Favij.
  9. Edgar Davis

    Banalità

    Un flusso di coscienza degno di una sorta di "entità" che si trova al di là della soglia della vita. A me è piaciuto. Peccato per il muro di parole: certe volte mi sono perso. Qualche accapo non avrebbe fatto male.
  10. Edgar Davis

    La paura di essere troppo ambizioso

    Ognuno di noi ha degli ostacoli da superare. Per uno come me può essere se stesso, per altri la persona a cui fai leggere ciò che scrivi. Sono dell'opinione che solo confrontandosi con gli altri si ottiene un giusto metro. Troppo spesso noi siamo i primi giudici implacabili di noi stessi. Se fai parte di questa categoria come me, spesso può succedere che trovi straordinario un singolo frammento ma che allo stesso tempo non apprezzi l'insieme. Se è così, difficilmente saprai accontentarti. Magari puoi trovare quel quid in un'altra persona. E se non sei così, allora semplicemente non sei ancora arrivato dove volevi arrivare.
  11. Edgar Davis

    Apro questa porta per la prima volta e...

    Benvenuto... Con chiunque stia parlando dei due Che genere avevi prediletto per essere ritirato dal mercato
  12. Edgar Davis

    Trama troppo simile a quella di Martin?

    Le mie domande volevano arrivare proprio a questo : se hai delle ambizioni del genere ti sconsiglio di utilizzare una trama troppo simile. Soprattutto se somiglia a un'opera celebre come quella di Martin. Detto ciò, situazioni e trama non sono affatto concetti simili. Che le armate che caratterizzi somigliano troppo a quelle descritte da Martin non significa nulla. Lo ripeto: pur essendo famoso, non ha inventato nulla. Non gli si può attribuire un tale onore da dire "cacchio, sto copiando Martin!" Come hai detto tu stesso, la guerra è un cardine nei fantasy. I barbari sono comparsi e compariranno infinite volte nella letteratura. Così come la principessa (o il principe) che vogliono recuperare la corona. Le mie motivazioni si basano sinceramente sulla quantità di tempo che hai detto di averci impiegato. Smontare tutto per delle somiglianze nelle fazioni lo trovo assurdo. Se poi vuoi essere per forza di cose originale, già che basi il "contrasto" sulla guerra (come già detto) è un concetto abusato. Potresti sì inventare motivazioni diverse, popoli "particolari" e un worldbuilding spaventoso... Ma smonterrebbe ciò che hai già costruito.
  13. Edgar Davis

    Trama troppo simile a quella di Martin?

    Il panorama fantasy (così come tutti i generi che "vanno di moda") annovera una quantità d'imitazioni inenarrabile. In uno sterminato esercito di cloni, sia gli editori che i lettori perdono la bussola. Ciò che sto cercando di dire è che ci sono un mucchio di opere simili a un punto di riferimento quale può essere Martin. E ciò è scontato, dato il successo che sta ottenendo. In un contesto simile, porsi problemi sulle analogie è paradossale. Ciò che affermo è a dire il vero ovvio, seguendo il principio della transtestualità. Martin stesso non ha fatto altro che miscelare elementi preesistenti (e a dire il vero non esageratamente originali) per creare un'amalgama vincente. Al di là di ciò, secondo me dovresti avere ben chiaro in mente che cosa stai facendo. E (spero) tu già lo sappia. A chi ti riferisci con il tuo scritto? A che cosa punti? Inoltre hai detto che dietro alla tua opera vi sono anni di progettazione. Vale davvero la pena gettarli alle ortiche per seguire una nuova strada? Soprattutto considerando che anche quella nuova strada rischierebbe di somigliare a qualcos'altro?
  14. Edgar Davis

    [MI89] Corrierobot

    Ciò che mi è piaciuto di più di questo racconto è la metafora che paragona senza troppi fronzoli un uomo malato di SLA a un nostro contemporaneo. E lo ripeto: contemporaneo. La realtà raccontata nella prima parte può anche presentare dei particolari futuristici, ma il grassone descritto a me personalmente ha ricordato un mucchio di persone che conosco. Persino me stesso. Mi sembra quasi che il protagonista voglia quasi mettersi il cuore in pace, come a dire "in un futuro lontano (o forse vicinissimo) tutti saranno equiparati alla tua condizione".
  15. Edgar Davis

    Vi presento un aspirante scrittore

    Benvenuto da un altro che è stato piantato in asso (a romanzo concluso!)
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