Vai al contenuto

Roberto Ballardini

Scrittore
  • Numero contenuti

    4.291
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    18

Tutti i contenuti di Roberto Ballardini

  1. Roberto Ballardini

    I ragazzi che giocavano con il fuoco [3di5]

    comm I RAGAZZI CHE GIOCAVANO CON IL FUOCO 3. La mamma è sempre la mamma - Attendente Keller. - Puoi chiamarmi Cloud. Che c’è, Lucas? - Lassù – Il ragazzo indica la sommità della scogliera. - E quelli da dove sono sbucati? - gracchia il dottore con la voce abrasiva da fumatore. Stringe gli occhi e solleva il labbro superiore in quell’espressione che ripete spesso e gli scopre i denti ingialliti. - Dalla foresta, immagino – risponde Lucas, spingendo il berretto sulla fronte. Alcuni riccioli biondi gli scivolano sulle tempie. - Qualcuno riesce a vivere in quel groviglio brulicante di insetti e serpenti? Cloud serra i denti, irritato dal modo in cui Matursky riesce a dare un’accezione negativa a tutto ciò che non conosce. Sull’orlo dello strapiombo, intanto, sopra le teste degli inglesi, si sono allineate una ventina di figure umanoidi, di dimensioni ridotte, simili a piccole scimmie. Se ne stanno immobili a guardare giù, nella loro direzione. Hanno le braccia lungo i fianchi, la pelle grigia del volto e dell’addome istoriata da simboli bianchi, i capelli raccolti sulla sommità del cranio in una crocchia infilzata da lunghi spilloni, i genitali al vento. La loro espressione non è ostile, ma neppure ospitale. Cloud immagina vedano in loro creature abnormi, venute dal mare con chissà quali intenzioni. - Pensate che possano aver raccolto e occultato il corpo di vostro fratello? - Sulla base di quali elementi potrei affermarlo, dottore? La prominenza del ventre di quella specie di pigmei vi fa pensare che se lo siano mangiato? Matursky ridacchia come fa di solito quando le sue osservazioni idiote suscitano il sarcasmo che meritano. Lo sguardo complice rivolto a Cloud in modo discreto dal giovane Pendecoat, invece, denota l’intelligenza di cui il ragazzo dispone senza farne sfoggio. - Guardate l’ingresso della grotta – osserva. – Vedete come fra quelle rocce si sono depositate le ramaglie che il mare ripulisce dalla costa? Io dico che è piuttosto probabile che il corpo del secondo ufficiale Keller sia stato risucchiato all’interno. - Giusta osservazione, Lucas. Gli ominidi dalla pelle color cenere continuano a fissarli impassibili. Cloud si chiede se dalla distanza che li separa siano o meno in grado di colpirli con una cerbottana, o una freccia, anche se gli sembra non portino armi. Di sicuro potrebbero prenderli a sassate, se volessero. D’altra parte è sufficiente girare la scialuppa in direzione dell’antro che si apre nella parete rocciosa per non pensarci più, distratto dalla forte sensazione di angoscia che quella bocca nera suscita in lui e presume anche negli altri, a giudicare dalle espressioni preoccupate che incupiscono i loro volti. Quel giorno di settembre, ancora tredicenne, Cloud aveva seguito Archer e si era ritrovato in balia di un’oscurità del tutto analoga. - Archer, ho paura… - Smettila di darmi il tormento, cagasotto. - C’è una qualche specie di mostro laggiù, dobbiamo andarcene via subito. - Vattene tu. - Ma che vuoi fare? Nel caldo torrido Cloud avvertì la cadenza altalenante di un respiro. Ogni volta che l’aria veniva risucchiata in fondo al budello di terra in cui erano strisciati, sembrava disidratare loro la pelle succhiando via il sudore dai pori e portargli via il respiro di bocca, mentre quando ritornava indietro era ancora più calda della folata precedente. Quello che Cloud non riusciva a spiegarsi era come gli spazi angusti della tana potessero contenere la presenza dell’essere enorme che stava lì nel buio, insieme a loro. La sua enormità era percepibile sia nel respiro possente che nel taglio spropositato degli occhi che, ne era quasi sicuro, sembravano contemplarli con affetto. - Possibile tu non abbia ancora capito, stupido? lo rimproverò Archer. Il sudore gli colò negli occhi mentre strisciava in avanti suo malgrado e scivolava in uno spazio molto più grande. Precipitò. Cadde su di una superfice spessa e dura, un tappeto di scaglie lucide su cui si rifletteva la luce di un fuoco che non riuscì a individuare, anche se lo avvertiva ardere in alto sopra di lui, in qualche recondito anfratto di quella massa viva e pulsante. Sotto la corazza di scaglie, Cloud avvertì la morbidezza e il calore della carne, del sangue e del fuoco. Qualcosa si mosse in quel gran corpo e d’improvviso il respiro torrido gli fu vicino. La risata di Archer risuonò alla sua sinistra. Cloud lo vide cullarsi nella curva dolce di una membrana cheratinosa che aveva tutta l’aria di essere parte di una grande ala. E finalmente ci arrivò. - Madre? Pianse come uno stupido per quella straniante sensazione che provava di paura e meraviglia. Archer rise e Cloud pianse, la misura della relazione che da sempre intercorreva tra loro. Archer felice del controllo che deteneva sul fratello, e Cloud umiliato nella sua debolezza. Eppure figli dello stesso sangue. Da quando hanno lasciato la Castellana, il dottore non ha toccato il remo neppure una volta, sentendosi evidentemente legittimato dall’età e dall’amicizia con il primo ammiraglio a non fare nulla che esuli dal suo campo professionale. Il vecchio stronzo non ci prova neppure ora che hanno perso il controllo della scialuppa, trascinati da un’inaspettata corrente che li attira verso la grotta. A nulla valgono i disperati sforzi di Cloud e di Lucas. I due si ritrovano stremati, sudati malgrado la rigida temperatura, rossi in viso e spaventati dall’ineluttabilità della situazione. - Mio Dio – esclama Lucas. Per un momento Cloud pensa si riferisca all’attuale condizione in cui versano, ma poi segue il suo sguardo rivolto in direzione del mare aperto. Anche il dottore s’è dimenticato di tutti i pericoli di cui sono in balia, rapito dalla gravità della scena. - La nave è perduta – mormora amaramente e, per quanto lo irriti il suo ostentato pessimismo, Cloud non può far altro che condividerlo. Sulla Castellana si sono addensate nuvole spesse che occultano completamente il cielo. Nel momento in cui l’attenzione dei due uomini e del ragazzo viene calamitata dal vascello, la coltre sopra di esso si illumina di un bagliore rossastro e una lingua di fuoco come una lancia ne discende per attecchire alle vele e all’albero maestro. Le urla dei marinai arrivano fino a loro, attutite dalla distanza. Poi quel bagliore si spegne, ma soltanto per riapparire sul versante opposto della nave, come un sole impazzito, e subito dalle nuvole grigio azzurre scende una nuova pista infuocata che investe la polena e spazza il ponte per annientare ciò che resta dell’equipaggio. Le fiamme si protraggono più a lungo, questa volta, mordono il legno dello scafo e non lo mollano più, cominciando ad espandersi e attaccare le murate. - Questo è un incubo. Non s’è mai visto niente di simile – esclama disperato il dottore. Cloud rimane in silenzio perché non può dire altrettanto. Quando scorge la coda nera fendere le nubi per poi ritrarsi subito dopo, non è sorpreso, sa esattamente cosa sta succedendo perché l’ha già visto succedere altrove. Piccoli villaggi fra le montagne, fattorie isolate in mezzo alla campagna, viaggiatori solitari carbonizzati lungo la strada. Sempre attenta a non lasciarsi dietro testimoni per non rivelare agli umani la sua vera natura e la minaccia che costituisce per loro, la madre ha seguito i suoi due figli ovunque abbiano deciso di andare. - Siamo soli in mezzo al nulla – piagnucola il dottore, ma Cloud sa che non è così. Sua madre e suo fratello sono lì, sull’isola. La Castellana è avvolta in una spirale di fuoco che si avvita verso il cielo ed è l’ultimo atto della tragedia che si consuma sul mare prima che la scialuppa e i suoi occupanti vengano risucchiati all’interno della grotta. L’ultima immagine sulla linea dell’orizzonte che Cloud riesce a catturare è quella della fregata simile a un uccello carbonizzato e avvolto dalle fiamme che si dibatte inutilmente, inchiodato dall’ancora a quel mare che credeva di conoscere. - Che tu sia maledetta, madre – mormora Cloud prima che il buio dell’antro lo inghiotta. (continua)
  2. Roberto Ballardini

    Jukebox

  3. Roberto Ballardini

    Nuda

    comm NUDA Nuda come non sei da tempo come l’adolescenza, nuda come vorresti e come vorrei Nuda come sei nata Nuda nei palmi delle mani e tra le dita dei piedi Nuda negli screzi scuri dell’iride e nei fuochi fatui che fluttuano agli angoli delle stanze Nuda senza cosmetici né risate come la realtà di questa terra, nuda come la nostra guerra Nuda come la neve che scioglie accarezzata dal sole Nuda come l’amore dei figli e come quello di passaggio che costa lacrime e rende omaggio a te, nuda nel tuo migliore vestito intessuto di sogni
  4. Roberto Ballardini

    Neuronauta incipit

    @lucamenca Piaciuto. In prima lettura è filato via liscio che è un piacere ed ha riattivato tutta una serie di ricordi tra cinema, fumetti e televisione, per non parlare della voglia di fantascienza di vecchia generazione, cioè quando gli effetti speciali erano ancora funzionali alla narrazione e non il contrario. Di primo acchito mi viene in mente Ghost in the shell (la serie d'animazione giapponese, non quella porcheria di film che ne hanno tratto gli americani) e poi Matrix, naturalmente, e Blade Runner. Confesso che per una serie di contingenze ho letto poca narrativa di genere fantascientifico. Dunque non faccio testo come lettore, ma Il tuo racconto mi sembra padroneggiarne il lessico molto bene. Il frammento non presenta uno sviluppo narrativo, nel senso di intreccio, ma si presenta come un esercizio di stile, un'introduzione a una storia più estesa. Esercizio, a mio avviso, ottimamente riuscito. L'incipit non fa una piega, bello quel "e soprattutto nessun altro". Non spezzerei la frase con conseguenti virgole per una puntualizzazione di cui si può fare tranquillamente a meno. Mi riferisco a quel "anzi, il migliore" Bello. A me rimanda dritto dritto a Blade Runner, alle scene girate in esterno, superaffollate e sempre bagnate da quella pioggia che in quel contesto era facile immaginare intrisa di tutte le esalazioni della metropoli. A quell'umanità degradata e sopravvivente. Virtuale e reale. Una dicotomia di cui già stiamo facendo esperienza e laddove, dopo estenuanti discussioni in proposito, a tutti i livelli sociali, il virtuale cessa di essere considerato una proiezione astratta della "vita vera" e assume sempre di più le caratteristiche di un realtà alternativa. Ottimo lavoro. A risentirci. Ciao Luca.
  5. Roberto Ballardini

    Jukebox

  6. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    Michael (id.) di Nora Ephron 1996, carino nesso: Nora Ephron, sua la sceneggiatura di Harry ti presento sally e di Michael di cui è stata anche regista. Non mi è piaciuto per niente vedermi riproporre un numero di ballo di Travolta sull'onda della scena cult di Pulp Fiction (del 1994, due anni prima) che era tutta un'altra storia, ma il film si lascia guardare bene, sospeso tra romanticismo, commedia agrodolce e umorismo. Buon cast, buona sceneggiatura, ottima fotografia.
  7. Roberto Ballardini

    I ragazzi che giocavano con il fuoco [2di5]

    @@Monica Ciao Monica. Grazie. Sì, nella sezione capitoli c'è già una prima parte postata in precedenza. Questa è la seconda. Se va tutto secondo i piani, domani la terza e nel weekend le ultime due.
  8. Roberto Ballardini

    I ragazzi che giocavano con il fuoco [2di5]

    comm I RAGAZZI CHE GIOCAVANO CON IL FUOCO 2. Undici anni dopo, Oceano Pacifico Quell’angolo sperduto di mondo è nero, blu, azzurro. Anche verde in qualche suo recondito anfratto tra il cielo, le nuvole, le rocce e le onde. Il respiro intenso della natura forza i polmoni, mentre i due uomini e il ragazzo attraversano il tratto di mare che li separa dalla terraferma. Terraferma. In genere, il termine ha un’accezione rassicurante. Un punto di riferimento in mezzo a un universo di marosi turbolenti. Un luogo ove posare i piedi. Un freno all’attrazione gravitazionale che vorrebbe l’umanità intera sprofondata nel magma feroce del cuore del pianeta. Quella specifica terraferma, però, non ha nulla di rassicurante. Hanno aspettato la bassa marea per calare la scialuppa e raggiungere il fiordo, lasciandosi la Castellana alle spalle. Il profilo della nave si staglia sull’orizzonte: legno nero e vele come sudari del colore che hanno le ossa e che producono schiocchi secchi, come se la nave fosse irrequieta, preoccupata per la loro sorte più di quanto lascino trapelare i siderali occhi della polena, ostinatamente rivolti in un’altra direzione. La bassa marea è una condizione essenziale, in quanto permette di scorgere gli scogli altrimenti sommersi. Zanne di roccia tagliente e viscida, a guardia della bocca scura nella parete a picco sul mare, arretrata all’interno dell’insenatura. La piena maestosità della superfice verticale è percepibile soltanto nel momento in cui ne raggiungono la base. Soltanto allora Cloud e i suoi compagni comprendono appieno di quanto poco conforto sia quel baluardo di pietra incarnito tra nuvole e onde che è l’isola. Le cime svettanti degli alberi affacciati sul mare, visibili da lontano, sono testimoni di come essa racchiuda all’interno, dietro i contrafforti rocciosi, un’anima di flora e fauna, di fiori e frutti affascinanti, ma tanto affondata nell’oscurità della foresta da non suscitare interesse alcuno per la sua esplorazione. Al contrario, avvertono tutti e tre la netta sensazione di esserne fortemente respinti. E comunque il loro primario obbiettivo è quello di portare a termine la missione affidatagli, nel più breve tempo possibile: recuperare vivo o morto il giovane ufficiale in seconda Archer Keller, scomparso dalla Castellana durante la notte e quindi presumibilmente caduto in mare. Il calcolo dei venti e delle correnti ha messo d’accordo tutti i preposti alla navigazione nell’ipotizzare che il corpo possa essere stato trascinato verso quest’isola sconosciuta e inaspettata, neppure segnata sulle carte nautiche di bordo. Va detto che per un ufficiale di rango minore non si perderebbe in genere tanto tempo e fatica. In primo luogo perché se davvero è caduto in mare, e pare non esservi altra spiegazione plausibile, non c’è nessuna possibilità che sia sopravvissuto all’abbraccio di queste acque gelide per tutta la durata della notte. In secondo perché la Castellana ha urgente necessità di ricongiungersi al resto della flotta alla fonda nella baia di Saint Cristobal. Terzo, e come se non bastasse, gli inglesi hanno alle calcagna una fregata francese meglio equipaggiata e determinata ad annientarli. Sta di fatto, però, che il ragazzo in questione risulta essere il figlio primogenito dell’ammiraglio John Keller, uno degli ufficiali di maggior prestigio di tutta la flotta di sua maestà, l’uomo che ha portato la marina inglese alla vittoria nella battaglia navale al largo delle coste norvegesi, successo militare fra i più rilevanti ai fini dell’esito positivo della guerra in corso contro le armate di Napoleone. Keller scomparve nel nulla undici anni prima, ma nessuno tra i più autorevoli ufficiali e politici della Corona, nemmeno il sovrano stesso, giudicherebbe un atto civile l’abbandono del figlio di uno dei più fedeli servitori del regno, foss’anche soltanto il suo cadavere. Di certo non lo farebbe il primo ammiraglio della nave, fervido ammiratore di Keller, già sufficientemente afflitto dal rammarico che il tragico incidente sia avvenuto proprio sotto il suo comando e sulla sua nave. Cloud e Archer Keller hanno fatto i cadetti insieme alla scuola di Londra e poi imbarcati sulla Castellana, la fregata della Royal Navy con 28 cannoni e 197 membri di equipaggio, Archer come ufficiale in seconda e Cloud come semplice attendente. L’intraprendenza e l’aggressività del fratello maggiore lo hanno sempre tenuto diversi passi avanti al più giovane nella considerazione altrui, qualsiasi direzione abbiano preso fin lì. Sempre insieme, però, come se un legame invisibile impedisse loro di prendere strade diverse. Raggiungono il fiordo nella primigenia atmosfera di questo mondo alla fine del mondo e si addentrano nel primo tratto dell’insenatura, tutti ben attenti a scandagliare nel frattempo i dintorni del mare sul quale avanzano, nella speranza di avvistare il corpo di Archer, vivo o morto che sia, ma anche di individuare eventuali rocce sotto il pelo dell’acqua prima che possano squarciare il piccolo scafo della scialuppa. I compagni di Cloud sono il giovane marinaio Lucas Pendecoat e l’attempato medico di bordo Stephen Matursky, seduto a prua e saldamente aggrappato ai bordi della barchetta. Il dottore è evidentemente a disagio in questa spedizione improvvisata in cui è stato perentoriamente ingaggiato dal primo ammiraglio nella remota eventualità che si ritrovi Archer ancora in vita e bisognoso di cure immediate. Nessuno dei due compagni di Cloud è disposto a concedere il beneficio del dubbio a questa possibilità, glielo legge sul volto. Soltanto lui ci crede, e non soltanto per via del legame affettivo che lo unisce ad Archer ma anche e soprattutto perché conosce la sua natura e sa quanto sia difficile spegnere il fuoco che alberga nei suoi occhi, quel fuoco che sempre lo ha indotto a seguirlo. Come quel giorno di settembre, più o meno un mese dopo la scomparsa del padre, quando Archer si infilò fra i cespugli, a margine della foresta. - Archer dove sei? Non fare lo stupido. È troppo buio qui dentro e io non vedo nulla. Ho paura. - Smettila di piagnucolare, cazzo. Non fare sempre il bambino. - Ma lo sono, e anche tu. E i bambini non dovrebbero infilarsi nel primo buco che trovano fra i cespugli. Potrebbe essere la tana di un animale. Anzi, probabilmente lo è. - Togli pure il “probabilmente”. - Non fare lo stronzo. Perché mi hai portato qui? - E tu perché sei venuto? - Non lo so, però ora vorrei tornare indietro. - Io invece no, non lo senti? - Non spaventarmi. Che cosa dovrei sentire? - Il respiro. - Il respiro di chi? - Ora lo vedrai. Ci stiamo avvicinando. Fa sempre più caldo, te ne sei accorto? - Sì. - Ti ricordi le storie che ci raccontavano nostro padre e nostra madre? - Sì. - Forse non erano solo storie. I loro genitori erano strani, come le storie che gli raccontavano nei rari momenti in cui facevano ritorno a Londra. A Cloud non ci era voluto poi molto a capire come la vita del padre e della madre fossero qualcosa che accadeva in un altro luogo, lontanissimo da quello in cui vivevano loro. Lui piangeva, al contrario di Archer che sembrava orgoglioso di vedersi assegnata la custodia del fratello minore e quella della casa. Archer aveva un’intesa con i genitori, inizialmente, che Cloud non possedeva. Gli chiedeva dove fossero andati e il più grande rispondeva enigmaticamente che dovevano seguire la propria natura, così come un giorno avrebbero dovuto fare anche loro. - Archer? - Cosa vuoi? - Laggiù, in fondo… - Lo so, non aver paura. Come poteva non averne? Cloud compiva quattordici anni di lì a tre mesi e quegli occhi in fondo al cunicolo erano enormi, anche se non sembravano voler loro male. Tutt’altro. Quello che lo spaventava, però, era il fuoco che avevano dentro. Lo stesso fuoco che bruciava nello sguardo di Archer. (continua)
  9. Roberto Ballardini

    Jukebox

  10. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    Birdy (Birdy - Le ali della libertà), di Alan Parker 1984, un film sulla guerra del Vietnam che parla di tutt'altro, rasentando il fantastico. Quando Nicolas Cage era ancora simpatico. Ottimo. nesso: anno di produzione
  11. Roberto Ballardini

    Jukebox

    Non c'è due senza tre
  12. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    Terms of endermeant (Voglia di tenerezza), di James L. Brooks 1983, forse un po' strappalacrime, ma a me è piaciuto Nesso: Jack Nicholson
  13. Roberto Ballardini

    Tramonto

    @Alberto Tosciri Ciao. Ti dirò che a me questo frammento è piaciuto molto. Mi ha intrigato fin da subito. Sì, è vero che le storie di bambini strani mi acchiappano facilmente, ma finita la lettura sono rimasto fermo nell'idea che questo sia un gran bel soggetto. Partiamo dalla tua idea di rappresentare non già un bambino solitario e schivo, che credo sia già stato usato in molti modi diversi da centinaia di storie, ma una coppia di bambini impegnati in una attività misteriosa. Questo spunto dà alla storia tutta un'altra dinamica anche perché i due ragazzini sembrano sapere perfettamente quello che stanno facendo. Da lettore ho percepito dall'inizio non il disagio della solitudine o una qualsiasi patologia sociale facilmente prevedibile, ma l'esistenza di un lavoro in essere finalizzato a un disegno superiore che non ci è dato sapere prima di arrivare alla fine, com'è giusto che sia, e nel frattempo rimane nell'aria, stimolando la curiosità del lettore e inserendo il frammento in un genere narrativo tra la fantascienza e il sovrannaturale. Il loro silenzio, il fatto che entrambi si muovano per conto loro con una certa disinvoltura, il fatto che escludano gli adulti e i loro coetanei troppo curiosi. Tutto sta a indicare un disegno non comune, come poi viene confermato verso la fine. Descrivere una per una le loro azioni in questa frase dove il punto è la reazione dei bambini all'intrusione degli adulti, diventa pesante. Ne tratterei magari in una nuova frase ad hoc precedente a questa. Al di là di queste discutibili sciocchezze, però, ho percepito bene i piccoli gesti, gli sguardi e ,le movenze dei bambini, e ogni particolare contribuisce a creare la giusta atmosfera. Sono strani, è vero, ma sanno indubbiamente quello che fanno. Il lettore inconsciamente se le pone di sicuro e la sua curiosità aumenta. Qui sembra di stare dalle parti di X-Files. Le puntate del serial nel corso delle prime stagioni cominciavano sovente con un fatto apparentemente inspiegabile che poi si andava a scoprire. Sembrano riti magici che i due bambini stanno officiando lungo le strade del quartiere, e tutto sullo sfondo di un maestoso tramonto. Bello. Alla chiave di lettura finale non ci ero arrivato perché non avevo collegato i nomi, e tuttavia rimango dell'idea che non si dovrebbero mai porre domande dirette allo scrittore su ciò che non si è capito magari dopo una lettura frettolosa e superficiale come spesso sono quelle che diamo sui social. L'atmosfera è perfetta ed è quello che conta. Tutt'al più, se proprio si vuole, qualche indizio in più, ma è tutto a discrezione dell'autore. Ciao Alberto, alla prossima.
  14. Roberto Ballardini

    Jukebox

  15. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    The last samurai (L'ultimo samurai) 2003, l'arredamento giapponese mi fa impazzire, ma sul film ho molte riserve. Se dovessi scegliere una scena opterei per quella in cui Cruise, in uno dei suoi momenti topici, grida "Sakè! Sakè!" nesso: Toko Igawa. In EWS è l'uomo giapponese # 1 (c'è anche un uomo giapponese # 2), in TLS è il generale Hasegawa. Io ovviamente non lo riconoscerei in nessuno dei due
  16. Roberto Ballardini

    Jukebox

  17. Roberto Ballardini

    I ragazzi che giocavano con il fuoco [1 di 5]

    comm I RAGAZZI CHE GIOCAVANO CON IL FUOCO 1. L’adolescenza dei fratelli Keller Londra, 1794. Il biglietto di Archer stava tra il piattino e la tazza, ripiegato affinché non fosse visibile prima che Cloud la sollevasse. Però non se ne accorse ugualmente, mentre sorseggiava il latte caldo. Suo fratello gli fece un cenno e lui sbirciò in direzione di mrs. Maier, assorta nella lettura di uno di quei saggi politici che le piacevano tanto, poi depose la tazza e aprì il biglietto senza fare rumore. Il sorriso sardonico di Archer, seduto di fronte, enfatizzò la sua curiosità. Fräulein Gerta è una vecchia puttana troia. Archer sogghignò. Il maggiore dei Keller e Greta Maier, la tutrice, si odiavano a vicenda. La donna non perdeva occasione di confrontarsi con lui perché non era tipo da sottrarsi a uno scontro, né da poter tollerare che un ragazzino di quattordici anni la spuntasse con lei. Al contrario, aveva un debole per Cloud; probabilmente perché non aveva carattere e le piaceva l’idea di plasmarlo a suo piacimento. Era solita venirlo a cercare, in camera sua, spesso interrompendo lo svolgimento di quelle incombenze scolastiche che lei stessa ordinava ai ragazzi di sbrigare il più velocemente possibile. - Tuo fratello è perduto – diceva, saltando come suo solito buona parte degli articoli. - Suo destino è scritto nel fuoco, ma tu no. Tu sei ragazzo d’acqua, io vedo. Dovrai soltanto fare violenza a te stesso per lasciare strada che tua famiglia ha tracciato per te e trovare tua strada, quella vera. - Non capisco quello che dici. - Non importa, capirai. Ricorda quello che ho detto. Violenta te stesso, per cambiare. Nell’esporgli le sue teorie esistenziali, gli posava la mano sulla coscia e, mentre parlava e parlava, lo accarezzava. Mrs. Maier era grassa, portava i capelli corti da uomo e aveva lineamenti severi, maschili. Ciò che ne qualificava la femminilità erano soltanto i fianchi generosi e il seno imponente, abbastanza per indurre in Cloud dolorose erezioni. A differenza di Archer, il minore dei Keller non riusciva a sottrarsi alla forte personalità della donna, e nemmeno al morboso interesse che manifestava nei suoi confronti. D’altra parte, i loro genitori erano sempre assenti e mrs. Maier occupava tutto lo spazio che aveva a disposizione. Una situazione a cui i ragazzi erano abituati fin dall’infanzia. Prima di lei, infatti, un’altra tutrice li aveva cresciuti per almeno dieci dei rispettivi tredici e quattordici anni di vita: l’infaticabile e ingenua Rosaline Brown. La tata nera, come l’aveva ingiustamente soprannominata Archer per via del colore della pelle e di una presunta affiliazione a certe sette occulte. Il suo corpo era stato trovato nella foresta, carbonizzato come il terreno e un buon numero di alberi intorno. Malgrado le sinistre circostanze della sua morte deponessero a favore delle malevole asserzioni di Archer, Cloud non aveva mai creduto che fosse una strega, nemmeno quando in paese sembravano tutti convinti del contrario e felici della sua scomparsa. Sulla soglia della camera di mrs Maier, a un’ora della notte che non poteva di certo giustificare la sua presenza se non in virtù di qualche insana pulsione, Cloud pensò a tata Rosie e fu di colpo consapevole di come egli avesse cercato in lei la figura materna che non aveva avuto. La stessa che cercava ancora. - Vieni, giovane Cloud – gli si fece incontro nel buio la voce severa della tutrice teutonica, incapace di assumere un tono che non fosse meno che autoritario. Cloud vide la coperta sollevarsi nel ritaglio di luce notturna della finestra e malgrado l’oscurità gli impedisse di distinguere ciò che vi era sotto, immaginò facilmente le carni bianche e debordanti e quella bocca tra le cosce che Archer sosteneva fosse ansiosa di divorarlo. Per un momento pensò che il battito del suo cuore avrebbe svegliato anche i nonni e gli altri domestici e che il fratello sarebbe sopraggiunto a sbeffeggiarlo, ma nessuno si mosse nella casa, a parte la sua mano scesa a disinnescare il desiderio che gli toglieva il respiro. Fu una questione di pochi secondi, il tempo di un lampo nel cervello, dopodiché la mole burrosa di frau Gerta perse la presa nella sua mente e Cloud scappò nel corridoio. - Che hai combinato? – gli chiese Archer trafelato, il mattino dopo, saltando sul suo letto. Nella confusione del risveglio improvviso, dopo una nottata di sogni convulsi e subito dimenticati, Cloud avvertì in sottofondo un coro raffazzonato di grida e un andirivieni concitato su per le scale. - Perché, che è successo? - Vieni con me, forse sono ancora tutti abbastanza sconvolti da non far caso a noi. Si infilò i pantaloni e seguì scalzo il fratello, nel corridoio. Proseguirono indisturbati fino alla stanza di mrs. Maier, momentaneamente incustodita. L’odore che c’era nell’aria non lasciava presagire nulla di buono, ma quando si affacciarono rimasero comunque senza fiato. La camera era completamente bruciata: pavimento, solaio, tappeti, tende, cassettone, tutto annerito e sfaldato. Una delle travi si era consumata all’appoggio più basso del tetto ed era crollata, rimanendo di traverso in mezzo alla stanza. Una porzione di tavelle e tegole era franata sul pavimento e nella breccia si vedeva il cielo azzurro di quel giorno. Materasso e coperte fumavano ancora, e anche il corpo sul letto. - Cotta come un pollo allo spiedo – disse Archer entrando nella stanza e facendogli cenno di seguirlo. - No, non voglio. Nessuno seppe spiegare come il fuoco avesse potuto rimanere circoscritto al perimetro della stanza, bruciando tutto all’interno e nulla al di fuori di essa. Qualcuno avvisò mr. Keller e la mattina successiva una carrozza attraversò il cancello e percorse il lungo viale tra i cedri del giardino. Dalla finestra della camera, Cloud lo vide scendere davanti a casa, alto e magro, elegante e corrucciato come lo ricordava. Più tardi il padre lo abbracciò e lo baciò sulla fronte in modo contenuto, ma quando lo lasciò andare il sorriso triste dell’uomo gli fece venire voglia di stringerlo nuovamente. Lo sguardo che John Keller rivolse ad Archer, invece, era duro e privo di affetto e quello del ragazzo, in piedi a metà della scalinata di marmo, non fu certo da meno. Cloud percepì una sorta di sfida in atto tra loro. I giorni successivi furono tesi tra il silenzio nella villa e il mormorio cupo che i domestici riferirono essersi levato in paese, dove si ricominciò a parlare di streghe. Il vecchio giardiniere confidò a mr. Keller come un certo malumore nei confronti della famiglia stesse lievitando tra gli abitanti. Lui si aggirava cupo per casa, senza parlare con nessuno. Sembrava non sapesse bene cosa fare. Poi successero due cose strane, entrambe lo stesso giorno: il padre sparì, senza nemmeno una parola di commiato, e al limitare del bosco fu ritrovata la carcassa di una creatura gigantesca. Dissero che fosse talmente consunta dal fuoco da riuscire a stento a individuare in essa uno strano incrocio tra rettile e uccello. I paesani vi si radunarono intorno recitando vecchie leggende prive di fondamento tramandate dai loro avi a proposito di draghi che andavano e venivano fin dalla notte dei tempi. Dissero che le streghe avevano pagato il prezzo della propria temerarietà e che certe creature non potevano sopravvivere a lungo al di fuori dell’inferno da cui erano state evocate. Le streghe, a loro dire, erano ovviamente Greta Maier e Rosaline Brown. Quale oscuro legame le legasse entrambe alla famiglia Keller nessuno sapeva dirlo, ma ciò non giovava comunque alla loro popolarità. - Voglio vedere il mostro – disse Cloud ad Archer. Lui gli voltava le spalle, sul terrazzo fiorito che guardava ad est, concentrato sui propri pensieri. - Meglio di no. - Tu lo hai visto, lo so. Perché io no? - Perché è meglio dimenticare. - Tu sai dov’è nostro padre? - Ora siamo soli, Cloud, e come tali dovremo fare del nostro meglio per sopravvivere in questo mondo. - Che significa? - Che dovrai avere fiducia in me. Cloud non fece altre domande, forse perché era tutto ciò che voleva sentire. (continua)
  18. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    The verdict (Il verdetto) di Sidney Lumet 1982, Solido ed efficace nesso Jack Warden, attore non protagonista. E' la spalla di Newman, quello che cerca di consolarlo quando sta col culo per terra e tutto sembra perduto. "Ci sarà un'altra causa" dice, al che Newman risponde e ripete, duro come la roccia (o quasi) "Non c'è un'altra causa, c'è questa causa."
  19. Roberto Ballardini

    [MIXL2] L’odore della pioggia

    @@Monica Ciao Monica. Il racconto è piaciuto molto anche a me come agli altri che hanno commentato. Al di là di alcuni passaggi che trovo un po' deboli, che di seguito passo a segnalare, la storia ha l'innegabile pregio di una buona ambientazione e di una caratterizzazione vivida e colorita che si fa ricordare e lascia la piacevole sensazione di un prodotto artigianale ben riuscito, con la sua anima e la sua personalità. Le mie osservazioni sono di carattere personale, come sempre quando commento, quindi vanno prese con le dovute riserve. La frase iniziale funziona bene come incipit. Per chiudere il cerchio e renderla perfetta, però, alla fine della seconda mi sarebbe piaciuto trovare un "ma che..." inerente al difetto che la contraddistingue, perché in questo modo le due frasi mi suonano scollegate, anche se poi passi a parlare dell'incidente subito dopo. Ci metterei un "tuttavia" tra questa frase e la precedente. Inoltre questa serie di informazioni, lo dico da lettore, non le ho collegate immediatamente all'incidente, per cui si è creato un attimo di incertezza che cercherei di evitare. Non mi risulta poi, leggendo il seguito, che il suo handicap riguardasse anche i sapori. Ci starebbe un "aveva detto il dottore" Mi piace l'alternanza tra prosa e dialoghi che a mio avviso sai gestire bene, alleggerendo il testo e rendendo più agevole e divertente la lettura Volendo è chiara, ma si genera un equivoco intorno al "per" per cui sembra che della benedizione abbiano beneficiato i derelitti e non la ragazza Va spiegata, perché anche se successivamente diventerà un'infermiera, al momento Lily non ha fatto ancora nulla per loro. Il fatto che non senta la puzza della gente non credo sia per loro di grande consolazione Lo so che è un passaggio necessario allo sviluppo successivo, ma lo trovo un po' critico. Se l'acqua puzza così tanto non può avere un aspetto tale per cui Lily si senta invogliata a bagnarvisi Due punti dopo cortigiana, oppure anche punto o punto e virgola. Come in alcune frasi precedenti il collegamento tra l'equivoco del dottore, la sifilide e la pazzia non è lampante. Basterebbe organizzare meglio le informazioni in modo che si allineino nella giusta successione: cortigiana- prostituzione- sifilide-pazzia-equivoco del dottore per cui crede che Lily si stia bagnando perché non sana di mente "porgendole il fazzoletto" ripete inutilmente "lo aveva offerto (il fazzoletto) alla giovane" La domanda è legittima, ma lei non risponde in merito: non ha una casa in cui lavarsi con dell'acqua non dico profumata ma perlomeno pulita? Credo che lavorandoci un po' si possa trovare una soluzione plausibile. In genere, in narrativa si riesce a giustificare quasi qualsiasi cosa, volendo Molto colorito. Forse un po' trash ma è nel carattere del racconto, ed induce a empatizzare con Lily, a provare simpatia per lei Bella questa parte che possiamo definire "storica". Dà spessore alla vicenda, la contestualizza e la rende più credibile Ci hai calcato la mano, ma funziona benissimo, secondo me. Hai creato un contrasto forte tra la parte del degrado e quella poetica, sullo sfondo, della pioggia Inserire una frase con Lily come soggetto dopo quella del dottore crea un equivoco sulla terza frase per cui sembra che il soggetto sia Lily e non il dottore com'è in realtà Manca un "finalmente" dopo "era" che giustifichi il fatto che inizialmente non sente nulla e poi invece sì Molto bello il finale. Avere spinto ai limiti del trash sul fetore e il degrado della città, credo abbia infine pagato, perché la sensazione liberatoria che si prova funziona alla grande. Al di la' delle mie osservazioni che lasciano tutte il tempo che trovano, il racconto è a mio avviso costruito bene e voglio aggiungere che il personaggio di Lily, con la sua stoica indifferenza di fronte all'orrore del degrado umano, crea un effetto molto gradevole che a tratti si vena persino di umorismo e che fa di lei un'eroina molto particolare. Brava Monica. Complimenti.
  20. Roberto Ballardini

    Artù

    comm Artù Vittorio Zucchi, il nonno di Arturo, si presenta nell’appartamento a Ostia che lui stesso ha regalato al nipote, e gli chiede se vivere in quel modo per il resto della vita è ciò che vuole. Il vecchio è il tipo che fa i tortellini su scala nazionale. Cioè, non li fa lui ma se guardi la pubblicità in televisione ti sembra di sì, uno per uno. Invece ci mette solo i soldi e il resto del lavoro lo fanno le macchine e pochi operatori. La gente normale non ha il tempo per mettersi a fare la sfoglia e anche se sa benissimo come i tortellini Zucchi siano soltanto uno pseudonimo della genuinità che vogliono far credere, poi li compra lo stesso per avere l’illusione di mangiare le stesse cose che mangiavano da piccoli, quando la nonna tirava la sfoglia e preparava il brodo di carne. Ora la pasta è plastica, il ripieno dio sa cosa e per il brodo ognuno si arrangia come può, ma il sapore ricrea magicamente, chimicamente, quell’illusione. In gioventù il vecchio ha girato il Tuscolano con la borsa da postino, poi ha sfilettato pesce per un ristorante del Parioli e fatto il rappresentante per una ditta di surgelati. Lì è rimasto ben dodici anni, prima di lanciarsi nell’imprenditoria alimentare. Ora è miliardario e considera con disprezzo tutti coloro che, a suo giudizio, non si sono fatti un culo tanto quanto se l’è fatto lui. Ma Arturo è pur sempre suo nipote e perlomeno non è diventato un criminale come quel drogato del padre. Si è a dicembre e il vecchio è arrivato intabarrato nel cappotto nero, con il berretto calcato sulla testa fino alle sopracciglia bianche e cespugliose che fanno pendant con le basette. L’Audi e l’autista sono rimasti in attesa sul marciapiede. Quando ha suonato il campanello, Arturo si è affacciato dal terzo piano e non l’ha riconosciuto subito. Vittorio si è spazientito dato che in cuor suo pensa di aver già fatto più del dovuto, anche se in realtà non ha ancora fatto niente. Cinque minuti dopo, in ogni caso, sta dentro l’appartamento e mentre il nipote gli prepara il caffè lui passa in rassegna nel corridoio tutti gli ammennicoli medievali che Arturo ha collezionato. Ogni volta che si approccia all’oggetto successivo, scuote la testa e mormora qualche parola di disapprovazione, ma quando arriva davanti all’armatura in fondo, non riesce a trattenersi dall’esprimersi ad alta voce. - Ma perdio, mi vuoi spiegare che cazzo se ne deve fare un venticinquenne di un affare come questo che, tra le altre cose, deve esserti costato una fortuna? Arturo risponde ingenuamente dalla cucina. – Sono un appassionato di usi e costumi medievali, nonno. - No, ragazzo, tu sei un semplice commesso che non può permettersi di spendere nemmeno la metà di quanto ti sarà costato tutto questo ciarpame. Ciarpame. Tutto ciò che Arturo ha cercato, trovato, ottenuto, curato. Tutto ciò a cui ha dedicato un sacco di tempo documentandosi e leggendo libri su libri. Tutto ciò che ama, per il vecchio non ha nessun valore. E, quel che è peggio, la sua arroganza rischia di prendere facilmente il sopravvento sull’insicurezza congenita del ragazzo, soppiantando il suo punto di vista con il proprio. D’altra parte, Vittorio è venuto fin lì proprio per quello: raddrizzare una situazione che , a suo avviso, ha già preso una brutta piega. - Guardati – gli dice, con una mano che gli stringe il braccio e l’altra a indicargli lo specchio appeso alla parete del corridoio. Le due figure sembrano l’una l’opposto dell’altra: severa e segaligna quella del nonno, accondiscendente e grassoccia quella del nipote. Non c’è confronto tra la faccia segnata dall’esperienza e quella ancora levigata (per non parlare degli occhiali come fondi di bottiglia), così come tra la caparbietà dell'uno e l'emotività dell'altro. Il fatto è che Arturo è stato licenziato al negozio da qualche mese, e non è facile coltivare l’autostima quando non hai i soldi sufficienti per garantirti l’autosufficienza. - È questo che vuoi dalla vita? –insiste Vittorio. – Ingrassare qui dentro e fare collezione di cianfrusaglie? Non lo vuoi un lavoro vero, una moglie, una famiglia? Insomma, sentirti responsabile per qualcosa e qualcuno. La fatica viene sempre ricompensata, sai? Arturo lo ascolta diligentemente e già comincia a sentire il peso di tutte le colpe che il vecchio gli butta addosso, quando il cellulare squilla nella tasca del cappotto. - Devo andare – dice Vittorio al termine della telefonata. – C’è un problema sul lavoro che richiede la mia presenza. Vedi cosa intendo quando dico che è gratificante sentirsi indispensabile? Arturo annuisce, senza in realtà avere capito un granché. - Senti, ragazzo, ne riparliamo, va bene? Tornerò e sistemeremo la cosa. Sistemeremo cosa? Vorrebbe chiedergli Arturo, ma rimane in silenzio. Il nonno non tornerà più a fargli visita. Il problema accennato al telefono si rivelerà più grosso del previsto, perché un noto nutrizionista ha rilasciato un’intervista a una prestigiosa rivista di alimentazione e salute in cui ha messo alla gogna diversi prodotti di largo consumo, primo fra tutti la pasta ripiena Zucchi. Nei mesi successivi le vendite collasseranno e non si riprenderanno più. Tra tutti i problemi di Vittorio Zucchi, il nipote scivolerà all’ultimo posto. - Ehi Artù! – lo chiama Bosè urlando più di quanto sia necessario. Il ragazzo brasiliano è innamorato della propria voce e ama usarla al massimo, sia per cantare sia per attirare l’attenzione. La notte in Piazza Esedra è più afosa del previsto e Arturo si sente sudare dappertutto, sotto le ascelle, tra le natiche, tra le gambe, sulla pancia e sulla schiena. È appena uscito da un SUV e con quella prestazione il bilancio serale può dirsi tranquillamente sopra la media, anche se la notte è ben lungi dall’essere finita. - Che vuoi? – dice Arturo andandogli incontro. - Ta-daaa – Bosè alza il braccio che teneva nascosto dietro la schiena e nell’aria soffocante della sera di luglio la balestra di legno e metallo lucido sembra uno strano pesce alieno. - Dove cazzo l’hai trovata? - Di sicuro non nel sacchetto delle patatine, scemo. - Dai, dimmelo – insiste lui, soppesandola fra le mani. - L’ho pagata un occhio della testa, sappilo. Cioè, in natura ma comunque salata eh. - Mi vuoi spiegare? - Il tizio mi ha portato in una casa che sembrava un castello. C'aveva un sacco di roba così, spade, lance, scudi, elmi. A me piaceva questa, è fica. Non l’ho mai vista a casa tua. Sei contento? - Non ho parole. Arturo non ha il cuore di dirgli che la riproduzione è piuttosto grossolana e se davvero il prezzo era elevato come dice, è probabile che l’amico l’abbia pagata molto di più del suo valore. - Volevo dartela per il tuo compleanno, fra due mesi, ma non so dove metterla a casa e poi non sono brava ad aspettare. - Ok, ti rilascerò una ricevuta. - Stronzo. È sufficiente un abbraccio. Arturo poggia il regalo a terra e lo accontenta con piacere. Insieme raggiungono il bar più vicino e la balestra finisce in custodia al barista, fino alla fine del turno. Entrano nella toilette per rifarsi il trucco. La bellezza androgina di Arturo, nello specchio sopra i lavandini, si sposa con la rotondità infantile dei suoi lineamenti. I capelli lucidi e neri sulla fronte e intorno alle guance piene incorniciano la sua apparente innocenza, poi lui si toglie la parrucca per far respirare la cute del cranio. I due travestiti aprono le rispettive borsette e cominciano a truccarsi, uno a fianco dell’altro. - Sai, non sono una che fa spesso regali eh, ma tu sei una persona speciale. - Davvero? - Sì. Hai un’aura positiva che non ti abbandona mai. Sei il miglior collega di strada che abbia mai avuto. - Grazie, mi fa piacere. - Artù? - Sì? - A volte mi chiedo se questo è il modo in cui vorrei vivere tutto il resto della vita. Cioè, nel caso potessi scegliere. Tu non ci pensi mai? La domanda rimane sospesa nell’aria, come lo sguardo che Arturo sofferma nei propri occhi cerchiati di eyeliner, nello specchio. - Sì, ma… - Ma? Alza le spalle. - Sono un cavaliere, lo sai. - Oh certo. Scusa. Ridono entrambi, di gusto.
  21. Roberto Ballardini

    Artù

    @@Monica Ciao Monica, grazie per essere passata. Sono d'accordo che sia i personaggi, sia il confronto drastico tra i due contesti di vita così diversi fra loro, possano trarre giovamento da un respiro narrativo più lungo. E in effetti fanno parte entrambi di un progetto più ampio, anche troppo per il tempo risicato che in questo periodo riesco a dedicare alla scrittura. Nel frattempo sto preparando qualcosa di più strutturato e curato per la sezione a capitoli. Vedremo come va. A risentitci, ciao.
  22. Roberto Ballardini

    Jukebox

  23. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    Meraviglia. Il sorriso di Nick non si può dimenticare (ma Christopher Walken ha saputo invecchiare con una classe invidiabile eh) Potente e lucido come pochi, nonostante il clima allucinato. Siamo nell'Olimpo del cinema, a mio avviso. Per rimanere sul genere, scelgo uno dei miei registi preferiti per l'intelligenza con cui ha sempre saputo rivisitare i generi cinematografici, l'umorismo ineguagliabile ma anche lo sguardo aperto e pietoso sulla tragedia M*a*s*h (id.) di Robert Altman (dal trailer non si direbbe, ma è stato inserito al 54°posto fra i migliori 100 film statunitensi) 1970, grande nesso: Corea, una guerra analoga
  24. Roberto Ballardini

    [Gioco] Film a catena

    No, dai, che poi mi viene da pontificare sui bei film degli anni 70-80 Dog day afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani) di Sidney Lumet 1975, Mitico nesso: anno di produzione
  25. Roberto Ballardini

    L'ultimo film che avete visto

    @(Irene70) Ciao Irene. Come ti capisco. Sono decenni che banalizziamo i titoli altrui!!! Sarebbe anche ora di farla finita, credo. A volte mi immagino un vecchietto decrepito rinchiuso in un ufficetto e sommerso dalle pellicole (nella mia immaginazione tutti e dico tutti i film stranieri passano tra le sue mani) a cui deve storpiare il titolo perché evidentemente ha una bassissima stima del pubblico italiano. Vabbè, noi continuiamo a fare riferimento al titolo originale. Dopo aver letto Ebano di Ryszard Kapuscinsky ho voluto guardare questo curioso film d'animazione intitolato Another day of life (In italiano Ancora un giorno, non c'è male dai). Piaciuto molto.
×