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Roberto Ballardini

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Tutti i contenuti di Roberto Ballardini

  1. Roberto Ballardini

    Minuti nel tempo

    comm Minuti nel tempo Siamo ancora qui, lo vedi a scrivere e cos’è scrivere se non vestire il nudo corpo della vita? Aver creduto in una realtà delle cose fa ridere ora che ci lasciamo così sottili nel tempo… Ah il tempo anche il tempo fa ridere ma ben vengano le illusioni e i brindisi speranzosi che non vedranno la luce del mattino e me nemmeno. È un commiato, è vero mantenere un tono quindi e assolutamente nessuna recriminazione Le parole salpano, ogni giorno e tu non ci sei sulla banchina perché hai parole anche tu che avranno cura di te come io ne avrò dei ricordi Immagina di vedere l’alba da un treno e io immaginerò te raccolta nelle tue stanze vestita di coraggio e di dolcezza e bellezza sempre.
  2. Roberto Ballardini

    Minuti nel tempo

    Wow, grazie per il suggerimento. Meritava davvero. Non sono riuscito a vederci questo mio scritto specifico (forse più, tecnicamente parlando, quello dell'ultimo contest) ma ho capito meglio, e con piacere, i tuoi (che apprezzo sempre moltissimo, sappilo). Ciao, Elisa.
  3. Roberto Ballardini

    Lampi di Poesia 7 - Off topic

    Ciao Ang. In questo periodo il tempo che rimane per scrivere è davvero poco e mi vedo costretto ad usarlo con parsimonia. Passo.
  4. Roberto Ballardini

    Minuti nel tempo

    Trovata. Leggo, assimilo, e poi ti dico. Grazie, Elisa.
  5. Roberto Ballardini

    Minuti nel tempo

    Confesso che non ho la più pallida idea di che cosa tu stia parlando , ma ora vedo che hai postato una poesia nuova e vado a leggere. Tu poi dimmi quale bomba mi sono perso, ok?
  6. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @Lauram Ebbè, la giusta punizione per chi fa gli auguri in ritardo, ahahah Dai che l'attesa nobilita... (seee )
  7. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    C'è un "ma". Sento che c'è un "ma". Lo sento... (è il condizionale mi preoccupa eh). @(Irene) Grazie Irene
  8. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @Delphine Ahahah! Quando si dice dare la carica Grazie di cuore, Del.
  9. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @dyskolos Grazie , ricambio con piacere
  10. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @Sira @Anglares @Ospite Rica Grazie ragazzi Ebbene sì, ho 54 anni e un giorno e sette ore e quarantasei minuti Insomma, qualcuno lo vuole fermare 'sto cazzo di tassametro? Mmm, pensandoci bene forse è meglio di no
  11. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @leopard Grazie @bwv582 Ciao e grazie. ma sai che in effetti io avevo pensato che in una vita ideale più che gli anni (in realtà non ci sarebbe proprio di che festeggiare eh ) sarebbe bello celebrare la fine di un racconto o di un romanzo, con una torta e litri di moscato o passito direttamente proporzionali al numero di caratteri (spazi inclusi)?
  12. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    @Emy Grazie Emy
  13. Roberto Ballardini

    Compleanni nel WD

    Davvero impressionante Grazie a tutti! @Marcello @ippolita @kikki @Mercy @Tallia @Adelaide
  14. Roberto Ballardini

    On Writing 14. La stanza 217, prima parte

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 14. La camera 217, prima parte Un altro giorno senza scrivere. Leonard ha cominciato a segnarli sul calendario, disegnando una croce accanto a ogni data, e a considerare il passato recente come una sorta di cimitero in cui seppellire i cadaveri dei giorni perduti. Dai drink, nel frattempo, è passato al whiskey, optando per il JB Devil’s Cut invecchiato di 6 anni. Frank, il barista, non parla quasi mai ma ha sviluppato nei suoi confronti una sorta di istinto materno. Per questo si assicura che ogni due bicchieri mandi giù qualcosa di solido, rifornendolo di tapas messicane. Leonard ha la testa altrove e segue diligentemente i suoi consigli. L’immagine di sua madre che spara ai due ragazzi, nel deserto, gli si è fissata nella mente come un chiodo, attorno al quale ha incominciato a elaborare le ipotesi più assurde. Ora non sono più i familiari defunti a esigere attenzione, ma è lui che vuole andare fino in fondo a quella storia. Qualcosa comincia a muoversi nella sua letargica indolenza. La scena è incompleta, così ha detto sua madre. Leonard è convinto che Claire, Peter e Janine l’abbiano lasciato uscire dal sogno soltanto per far lievitare la sua curiosità e decantare le prime immagini che gli hanno mostrato, ma istintivamente sa che il momento di rientrare in quella Caprice nel deserto è vicino. Il tipo che gli è seduto accanto quella sera è basso e tarchiato. Indossa un abito stazzonato color tortora, da rappresentante. La camicia è aperta su un triangolo di petto licantropesco. Ha capelli chiari e due basette a cespuglio. «Anch’io scrivo qualche volta» dice l’uomo, facendo roteare il vino nel bicchiere. «È normale, non si deve vergognare» lo tranquillizza Leonard. «Qual è il suo genere?» «È difficile da spiegare.» «Ma va. Anche questa l’ho già sentita. Ci provi.» «Ognuno di noi ha un dolore.» «E questo cosa c’entra?» «È di questo che scriviamo, il più delle volte. È d’accordo?» Il tizio aspetta una risposta, ma Leonard fissa il bicchiere e non dice una parola. «Non crede?» insiste il tipo, dopo più di un minuto di silenzio. «È qualcosa di irrazionale, di incarnito nel proprio corpo. Qualcosa che forse viene dalle generazioni precedenti oppure è sempre presente nell'aria di qualsiasi epoca. Qualcosa di insito nell'atto stesso di esistere.» «Sì» risponde Leonard, assorto nei pensieri. «Mia madre aveva sicuramente un dolore, e anche Peter, mio fratello. L’ho sapevo, ma al tempo stesso non ho mai voluto saperlo perché la mia esperienza mi diceva e mi dice tutt’ora che il più delle volte non c’è soluzione. Di conseguenza, non è piacevole osservare, o peggio sentire il dolore altrui e non poter far nulla per estrarlo. Meglio credere che ognuno abbia la propria croce e sia disposto a tenersela per sé.» Leonard ha la netta sensazione che sua madre e Peter stiano per rivelargli qualcosa. Il loro dolore – del quale hanno icone diverse, rabbia cronica in Claire e infelicità congenita in Peter – potrebbe aver innescato una serie di eventi terribili. Il duplice omicidio nel deserto non è una questione professionale di sua madre, è un affare di famiglia, non ha dubbi in proposito. È l’incipit della storia che gli vogliono raccontare, così come l’incidente stradale ne è l’epilogo. «Sì, tutti hanno un dolore» ripete Leonard. «Appunto.» «Mi scusi, sono distratto.» «Non importa. Lei ha un appuntamento, vero?» «Sì, da cosa l’ha intuito?» «Perché ci sta pensando fin dall’inizio della nostra conversazione.» «Già. Meglio che ritorni in camera.» «Vada. Si riguardi.» «Una volta basta e avanza, ma grazie comunque.» Si alza, si avvia agli ascensori, si volta. «Sa, ultimamente ho sempre l’impressione di aver già visto le persone che incontro. Forse dovrei smettere di bere.» «Questo è poco, ma è sicuro» dice il tipo, sollevando il bicchiere. «So long.» Leonard sale all’undicesimo piano, esce dall’ascensore e si incammina verso la camera. Fa scorrere la card nella serratura elettronica, entra e si richiude la porta alle spalle. I led accesi che segnalano la posizione del lettore, gli danno l’impressione che non sia dove dovrebbe essere. Inserisce la card, ma le luci non si accendono e nemmeno i fan coil. Spunta invece la fiammella di una candela, in mezzo al buio, e nel debole riflesso appare la sottile figura di Peter, seduto al modesto scrittoio. «Peter. Che succede?» Suo fratello non risponde, ma accende gli altri due ceri nel candelabro, e la camera si illumina di una luce bruna e fluttuante. «Questa non è la mia camera» dice Leonard, e guarda d’istinto il numero della targhetta attaccata alla card. 217. La sua camera è la 246, ne è sicuro. «No» conferma Peter, «è quella in cui ho trascorso il weekend più felice della mia vita, in questo stesso hotel.» «Tu sei venuto a Las Vegas?» gli chiede, come se la cosa suonasse altamente improbabile. «Sì, è stata Connie a voler venire qui. Ha detto che andava pazza per le sloat machine. Non potevo immaginare quali fossero realmente i suoi piani.» «Chi è Connie?» «Ora ci arriviamo. È venuto il momento che tu conosca questa storia. Siediti.» Leonard obbedisce, occupando l’altra sedia a fianco dello scrittoio. Osserva suo fratello. Da che ha memoria, Peter gli ha sempre dato l’impressione di essere più piccolo degli abiti che porta. Giacca, camicia e pantaloni sembrano avere troppo spazio sul suo corpo. Si allentano e si ripiegano su sé stessi. Tra il collo e il colletto della camicia serrata fino all’ultimo bottone, ci si potrebbe infilare una mano. Questa sua peculiarità contribuisce a dargli un’aria trasandata e poco autorevole, anche se nei suoi abiti non c’è nulla fuori posto, a eccezione della taglia. Tuttavia, Leonard ha sempre amato l’aspetto di suo fratello, l’anarchia dei suoi capelli, la vulnerabilità dei suoi occhi. Le sue orecchie un po’ a sventola. «Chi è Connie, Peter?» «Una mia studentessa. Una delle peggiori, per quel che riguarda l’andamento scolastico, ma anche una delle ragazze più intelligenti e sessualmente attive che io abbia mai conosciuto.» «Peter, non è un mistero che l’unica donna che tu abbia conosciuto intimamente, prima di questa Connie, sia stata tua moglie Beth, che in quanto a intelligenza e sessualità immagino fosse piuttosto abbottonata.» «Allora mettiamola in questo modo: Connie era tutt’altro che abbottonata, rendo l’idea?» «Sì, ho capito. Ti sei fatto sedurre, è così?» «Ero profondamente infelice. Non ci voleva poi molto, a sedurmi.» «E sei venuto a Las Vegas, in questo hotel, in questa stanza.» «Sì, come ho detto, i due giorni più belli della mia vita.» Leonard ha visto la ragazza per pochi secondi, prima che Claire le sparasse. Era bionda, formosa e provocante, il tipo che non va con i topi di biblioteca come Peter, a meno che non le serva qualcosa. A Leonard è rimasto in mente un top giusto un filo più grande dei capezzoli e un paio di short talmente piccoli da chiedersi perché non indossare soltanto le mutande. «Leonard, abbiamo fatto cose a letto alle quali non avevo nemmeno mai pensato, capisci?» «Sì, ma cosa voleva veramente da te?» Peter fa una pausa e un sospiro, prima di continuare. «Dopo aver passato due giorni tra la camera e il casinò, e dopo aver speso buona parte dei soldi che avevo portato con me, è spuntato Davis.» «Il suo ragazzo?» «Sì, lavorava come croupier, giù ai tavoli da gioco. Da quel che ho capito lui e Connie si erano conosciuti in chat, e si vedevano un paio di volte al mese, qui a Las Vegas. Davis mi ha mostrato il video dei nostri rapporti sessuali. Hanno cominciato a ricattarmi.» «Avevano una telecamera nascosta qui dentro?» chiede Leonard facendo cenno alla stanza. «Il pc era aperto sullo scrittoio, e la webcam accesa.» «Cosa volevano?» «Connie era una pessima allieva, te l’ho detto. Ha detto che dovevo assegnarle il massimo dei voti. Poi, già che c’erano, Davis ha pensato di chiedermi del denaro.» «Quanto?» «Cinquantamila.» «E tu che gli hai detto?» «Che avrei fatto una telefonata per procurarmelo.» «A chi hai telefonato?» Peter si passa la mano fra i folti capelli color scoiattolo, con l’aria contrita di chi pensa di aver preso la decisione sbagliata. «A mamma. Lei ha detto che avrebbe sistemato tutto.» continua
  15. Roberto Ballardini

    On Writing 14. La stanza 217, prima parte

    Ciao e grazie @bwv582 e per quanto riguarda le parole barrate, più che giusto. Una specie di, una sorta di, e altre analoghe o di altro tipo, sono quelle locuzioni che chissà da quando e chissà da dove ci si porta stampate nel dna del proprio linguaggio. Difficilissime da depennare. A me pare vada bene, ma forse mi sbaglio. Giusto. Ahahah, questo dimostra quanto poco sia avvezzo ai casinò. Sto lavorando seriamente su questa storia che ha ovviamente cambiato titolo e sto sfrondando di tutti i divertissement (alcuni li conservo, però, presentandoli in modo diverso, più sensato) presenti in questo primo abbozzo. Quindi credo di avere le idee relativamente chiare, almeno a grandi linee. I tre tizi che Leonard incontra al bar (qui ne ricordo due e non so se avevo fatto in tempo a inserire il terzo, forse no) mi servivano, anzi mi servono, per completare il cast del racconto fantasy lasciato a metà. Al momento è entrato in scena soltanto LL, ovvero il cattivo con il suo esercito virtuale, e mi pare troppo poco per rappresentare in modo equilibrato quel filone narrativo lì. Dunque questi tizi rappresentano invece la squadra dei "buoni" di quel romanzo, che andranno a dar man forte nello "scontro campale a Las Vegas" (titolo credo definitivo di questo romanzo. Che casino, ahahah . Renderlo leggibile sarà una bella sfida, credo). Buon fine settimana anche a te, e grazie sempre per la lettura e il commento.
  16. Roberto Ballardini

    Minuti nel tempo

    @Nerio Ciao Nerio. Bentrovato. Io ho cominciato a pensare che questo sia essenzialmente ciò che fa ogni artista, e non solo. Cioè che sia quello che facciamo tutti, ogni giorno. Ogni cosa - dall'amore al sesso, dall'alimentazione alla filosofia, dal divertimento alla religione - mi pare sia questione di vestire pochi e semplici impulsi fisici ed emotivi di ideali e fede. e magari anche di perseveranza. Non vorrei che la cosa suonasse come negativa. Voglio dire che usare la nostra fantasia non è un'azione illusoria, è innanzitutto un'assunzione attiva di responsabilità. Pensare che la realtà delle cose abbia bisogno, o addirittura necessità, della nostra interpretazione come individui mi sembra una cosa bellissima. Cioè, ci fa sentire vivi, no? Con buona pace di chi ha tanta voglia di fare il professore. Io no, giuro, quindi mi defilo alla svelta. Buona giornata, e grazie del passaggio.
  17. Roberto Ballardini

    Scene di un crimine

    commento Scene di un crimine Hai pensato questo di me? Tra i barattoli dello zucchero e del caffè Qualcuno ha ucciso una mosca Probabilmente da giorni Perché il cadavere non era visibile Lungo i consueti percorsi domestici Hai pensato davvero che avessi smesso di amarti? Sono abbastanza sicuro di non essere l’assassino Ma Claudia sostiene la stessa cosa e quindi? Due presunte innocenze e un cadavere Un déjà vu Il cielo scorticato di questa mattina di novembre È senz’altro più originale Non credi che il tuo protagonismo sia troppo ingombrante? Nel momento in cui mi assumo l’onere delle esequie Il cadavere dell’insetto scrocchia tra le dita Come un involucro vuoto e secco Forse “diversi giorni” era un po’ riduttivo Osserva Claudia Sì, mi chiedo come abbiamo potuto non accorgercene Rispondo Il cadavere di un insetto nella nostra cucina Il luogo per eccellenza dove cresciamo i nostri figli Non pensi di esserti fatto da parte troppo in fretta? Non lo so. Le nostre domande scrocchiano Come Gusci di pistacchio abbandonati sulla tavola Vecchie tazzine di porcellana dimenticate in una credenza Abiti disidratati di una curiosità Meglio spazzare le vecchie ossa sotto il tappeto Niente scheletri nell’armadio in questa casa Se avessimo un tappeto… Mormora Claudia Le ultime parole che ci siamo scambiati Credo.
  18. Roberto Ballardini

    Scene di un crimine

    @Talia Sai che non ce l'ho nemmeno io, quindi vai pure Vero. Cioè non c'è più nulla di cui parlare. Entrambe le soluzioni, a mio avviso, comportano un ritorno alla propria individualità, ma è un'opinione parziale, legata al mio modo di vedere le cose (come quelle di tutti, del resto). La fine della coppia sta tutta nell'aver creduto di poter essere una cosa sola. La fine di quella cosa che non saprei come definire se non sentirsi intellettualmente vivi (e di conseguenza anche emotivamente) sta tutta nell'essersi fossilizzati su un'illusione (il carapace) Sono molto d'accordo. Io ho pensato a un'altra alternativa, anche se non fattibile ora (o in questa vita): una raccolta di componimenti di questo tipo dove le battute siano sempre imputabili ai medesimi due soggetti (lo stesso uomo e la stessa donna) e contraddistinte dall'iniziale, come un copione teatrale. Il tutto insieme a metafore proetiche più o meno riuscite. Il tutto per avere un quadro moderno che renda al meglio la complessità di un rapporto. Vabbè, la prossima vita la dedico alla poesia, giuro. O alla proesia. Naturalmente sì. Grazie Talia.
  19. Roberto Ballardini

    Lista, Giuria stagionale e Annunci

    Farà mica male tutta questa roba virtuale?
  20. Roberto Ballardini

    Demonite - 2\3

    commento DEMONITE Seconda parte «Papà!» «Che c’è, tesoro?» Malgrado sia l’una del pomeriggio, Robert esce dalla camera da letto con addosso soltanto la vestaglia scozzese. Mentre sua figlia lo guarda disgustata dall’altro lato della penisola, lui apre il frigorifero per prendere il latte di soia. «Puzzi in un modo disgustoso.» «Lo so, tesoro, abbi pazienza.» Grace è appena tornata da scuola. Lo zaino pieno di libri l’ha buttato sul pavimento, accanto allo sgabello su cui è appollaiata. Si è preparata un’insalata con tofu, pomodori e olive nere, ma ora le è passato l’appetito e il tanfo terribile emanato dal corpo di suo padre rischia di farla vomitare. Lo aveva già sentito quando è arrivata, ma non era così intenso e pensava venisse da fuori. Tipo il camion degli spurghi, o qualcosa di analogo e comunque di esterno. Ora che ne ha individuato la provenienza all’interno della casa, la cosa non è più tollerabile. Si alza e indietreggia fino al divano, stringendo al petto l’insalata. «Pazienza? Ma che stai dicendo? Lo senti o no quanto puzzi?» «Poi ci fai l’abitudine, vedrai.» «Col cazzo. Non voglio farci l’abitudine. Devi farti una doccia, subito.» «Tesoro, temo che non farà una gran differenza.» «Papà, ti sei rimbecillito? Vatti a fare la doccia, subito! Io apro tutte le finestre. ‘Sto tanfo mi impregna i vestiti e anche la casa. Ci vorrà più di una settimana per farlo andare via.» «Ma il fatto è…» «Vatti subito a fare la doccia!» Robert rimane impalato al centro della cucina, col cartone del latte in mano. La vestaglia un po’ corta e le ciabatte rosse a zampa di drago – l’ultimo regalo di Hester, a Natale, prima del suicidio - gli danno un’aria ridicola. La furia di Grace cresce in proporzione all’inerzia di suo padre. Poi, dal disimpegno, emerge la figura livida e butterata di sua madre. Grace rimane a bocca aperta. «Quello che tuo padre sta cercando di spiegarti» dice Hester, con un tono di voce piatto e incolore, senza la minima traccia di affetto o di entusiasmo alla vista della figlia, «è che il problema non è lui, sono io». La sottoveste blu è macchiata in diversi punti, dalle secrezioni post mortem. I capelli sono un disastro. I piedi lasciano una serie di impronte umide. Il tono della sua voce è freddo e strascicato. A Grace fa venire in mente quello del suo amico Brendon, che è sempre stordito dagli oppiacei. La ragazza rimane impietrita, poi stramazza a terra, svenuta, e Robert abbandona il cartone del latte per soccorrerla. Hester si avvicina lentamente, con cautela. Ha perso due dita cercando di aprire il mobiletto dei cosmetici, poco prima, in bagno. L’anta è sempre stata un po’ dura, lo ricordava, e lei ha tirato un po’ troppo, lasciando l’indice e il medio infilati nella maniglia di ottone. La sua carne è frolla, meglio evitare i movimenti bruschi. Guarda la figlia distesa, con aria ottusa, e poi suo marito inginocchiato al suo fianco. «Portala in giardino, Robert. Un po’ d’aria fresca le farà bene.» Grace riprende conoscenza seduta nel gazebo, sotto il grande sicomoro. Suo padre è in piedi a qualche metro di distanza, per non farle sentire il fetore di Hester, che ha addosso. Sua madre è ancora in casa, dietro la vetrata del soggiorno, e la sta guardando con un’espressione un po’ stonata. «Stai meglio, ora?» le chiede Robert. «No, fino a che lei è ancora là. Questo è uno di quegli incubi in cui ti svegli in un altro incubo. Credo che sentirò questa puzza per tutta la vita, anche dopo che mamma se ne sarà andata. Perché se ne andrà, vero? Questo incubo finirà, prima o poi.» «È solo per un giorno, Grace. A mamma mancava la sua vita. Sai, suo marito, sua figlia» dice indicando prima sé stesso e poi Grace, «e poi le sue abitudini, i cereali al cioccolato, gli sformati di verdura, le zuppe, gli infusi strani, i cosmetici, il forum di scrittura, whatsapp, Netflix, insomma tutte le cose che le piaceva fare prima di…cioè, finché è stata viva.» «Guarda che lo puoi dire. Prima che si chiudesse nell’auto, in garage, e si facesse una bella inalazione di monossido.» «Grace…» «Al diavolo, sempre gli stessi discorsi. Io che la infamo e tu che la difendi.» «Era tua madre, ti voleva bene.» «Non abbastanza. Ma non è questo il punto, cazzo. Il punto è: cosa ci fa qui?» «Te l’ho detto. Voleva tornare a casa, per un giorno.» «E tu come fai a saperlo? Ti è apparsa in sogno?» «Qualche volta la vado a trovare, la sera. Quando esco dal pub.» «E dove? Al cimitero?» «Sì.» «Sul serio? Non ci credo, cazzo.» «C’è ancora quella breccia nel muro, da quando è crollato sei mesi fa. Io andavo sulla sua tomba, e poi lei ha cominciato ad apparire. All’inizio non capiva quello che le dicevo, sembrava smemorata, ma poi si è ricordata ogni cosa ed è tornata come prima.» «Come prima non mi pare. Non è mai stata troppo sveglia, depressa com’era, ma certo non aveva la faccia da zombie rimbambita che ha adesso. Ma guardala. Ti sembra mia madre, quella?» Si voltano entrambi, padre e figlia, per guardare Hester di là dal vetro, dentro casa. In effetti non ha un’aria molto presente. Li sta fissando con la bocca aperta e la testa piegata un po’ a sinistra. I capelli color topo, arruffati. Le braccia penzoloni come stracci bagnati. La pelle chiazzata e grigia. Li guarda ma è come se non li vedesse. «L’hai accompagnata tu, in macchina?» gli chiede Grace. «Sì, ieri sera, ma non era ancora pronta a farsi vedere da te, e così ha aspettato in giardino che tu uscissi per andare a scuola.» «E che ha fatto questa mattina?» «Te l’ho detto. Le mancavano le sue cose. Ha usato i cosmetici, ha guardato la televisione.» «Ti conosco, papà. Cos’è che mi stai nascondendo?» «Niente.» «Non mi dirai che… No, è impossibile» osserva Grace, scuotendo la testa, ma poi guarda suo padre negli occhi, che cercano di sfuggirle, e le viene il dubbio. «Perché quella cosa stava in sottoveste e tu avevi addosso solo la vestaglia? Non avrete mica…» «No, macché.» Gli occhi di suo padre non sono capaci di mentire, Grace lo sa. Lo guarda sbalordita. «No, dai. Non ci credo. Ma, ma…cazzo, che schifo.» «Tesoro, ti prego…» La faccia di Grace è una maschera di orrore e disgusto. «Ma come cazzo hai fatto a…» I conati la colgono all’improvviso e questa volta non riesce a trattenersi, si piega di lato e vomita sul pavimento del gazebo. Robert la guarda e pensa che lei non può capire, anche se c’è stato un momento a letto, quella mattina, in cui ha provato a sua volta un certo disgusto, quando Hester gli stava sopra e lui le ha strizzato un seno. Gli si è rotto in mano come un uovo marcio e un fiotto di liquido maleodorante e vischioso gli è arrivato dritto in faccia. Se non fosse venuto proprio in quel momento, dentro di lei, si sarebbe di certo vomitato addosso e non sarebbe stato molto carino. Quando Grace si raddrizza, pulendosi la bocca con il dorso della mano, ha una faccia come un cencio. «Porta via quella cosa prima che puoi. Ok?» gli dice alzandosi. «Dove vai?» «A fare un giro. Chiamami appena se n’è andata.» «Grace, almeno salutala.» «Neanche morta.» continua
  21. Roberto Ballardini

    Demonite - 2\3

    Lo devi evincere dal testo, cioè sono io che te lo do per assunto. Non esiste, a mio avviso, un modo per spiegarlo direttamente che non svilisca il linguaggio surreale del racconto. Stessa cosa. Provo a spiegare come la vedo io, che non è ovviamente una regola aurea ma soltanto una mia personale scelta stilistica. Premetto che: 1) non credo esistano regole auree nella scrittura a parte quelle che riguardano la punteggiatura (e anche lì è tutto dire); 2) che la scrittura sia un organismo vivente altamente complesso e che ognuna delle sue parti si colleghi tanto strettamente alle altre da rendere effettivamente impossibile parlare in senso oggettivo (un po' come succede in medicina in merito al corpo umano, per intenderci, con buona pace dei dottori che sostengono ognuno cose diverse e poi si arrabattano a parlare di obbiettività scientifica); 3) che, a meno non si stia scrivendo un manuale di ricette (ma forse nemmeno, dato che anche quando cucino tendo sempre a fare quello che mi pare), scrivere è sempre una questione strettamente personale e implica una assunzione di responsabilità (che poi si possa piacere o non piacere è tutto un altro discorso). Data la lunghezza delle premesse cerco di abbreviare il discorso. Personalmente non faccio della "corrisponenza alla realtà" una pregiudizievole. Non mi interessa che il linguaggio del racconto abbia un riscontro reale (o perlomeno soltanto nei limiti che decido io. Tutto ciò che scrivo, in fondo, vuole essere metafora della vita vissuta, quindi in qualche modo mi ci devo pur rapportare), ma che abbia una sua coerenza (e qui forse ci sarebbe da discutere su quanto la prima parte di Demonite sia coerente con la seconda). Se guardo un episodio di Gotham, ad esempio, non mi chiedo perché in quella particolare cittadina ci sia un così altro concentrato di mostruosità criminali. Lo do per assunto e mi godo la scena. Certo che se poi mi ci schiaffi in mezzo che so, un pippone sull'immigrazione clandestina o una parabola sulle implicazioni dell'amore dritto, rovescio o inverso che sia, be' allora la coerenza artistica va a farsi benedire. Quello che dicevo, appunto. Capisco il tuo punto di vista. E' molto pragmatico ed è comunque legittimo. Cioè è una tua esigenza. Solo che io non ho messo in scena una storia "reale" ma una sua parodia che vuole mettere in evidenza gli aspetti moralmente più contraddittori della realtà (o di una specifica realtà). Per far questo non mi servono le spiegazioni che suggerisci tu. Porterebbero il racconto in un'altra direzione, e a quel punto avrebbe poco senso decidere di scrivere di una donna morta che ritorna in vita. @Gioia92 E' solo una questione di punti di vista, in fondo. E credo davvero che il tuo sia buono quanto il mio. Grazie del bel commento critico, Gioia.
  22. Roberto Ballardini

    Si è fatto seta

    @Sira SIRETTA! Il commento, s'il vous plait, la prossima volta non me lo metti insieme ai versi, oui? Lo metti a sinistra in alto, il più nascosto possibile, occhei? Mi raccomando eh . Va bene, passiamo alle cose serie. Hai dato alla poesia una forma grafica (molto gradevole, tra l'altro) e ora mi chiedo se lo avevi fatto anche nelle altre e io non me ne fossi mai accorto. Passando ai contenuti, la trovo complessa, intrigante, sospesa tra il rimprovero, l'esortazione, l'insofferenza. Ha un piglio deciso, sicuro di sé, energico. Il gioco di parole nel titolo mi ha fatto forse un po' storcere il naso, all'inizio, ma poi l'ho ritrovato nei versi con un suo senso compiuto (e poetico) e mi sta bene (nel senso di "tiè, ben ti sta, Bob"). Il tempo credo sia davvero uno dei concetti più relativi in natura, in quanto si relaziona continuamente alla nostra percezione (salvo poi continuare a scorrere, imperterrito). Qui assume una trama sottile, delicata, raffinata. Diventa prezioso, come in realtà è, e il concetto diventa un assunto, lo sfondo alla scena, ai personaggi. Non sempre ritroviamo negli altri le nostre consapevolezze. Questo a volte ci fa dubitare di noi stessi, ma non qui. Il tono è deciso e non ammette obiezioni. Avverto persino una certa insofferenza di fonte a un atteggiamento forse passivo, statico di un'altra persona (o di più persone). Sì, parliamo di apertura, di movimento, di energia che non trova un riscontro. Quell'ultima domanda suona tanto come una messa in stato di accusa, che poi si esplicita in questi ultimi versi. Chiuse, sdraiato, ombra, celi, sono tutte parole indice di paura, immobilismo, inerzia. E di nuovo una domanda che a questo punto diventa più una condanna, o forse meglio una constatazione, un confronto in negativo per chi si ha di fronte, ma anche in positivo per sé stessi. E forse già si prendono le distanze da una condizione che non si vuole assolutamente far propria. Nessuna pulce sui versi, perché mi sembra che ogni parola sia al suo posto e crei il giusto equilibrio del componimento. Continuo a pensare che un poeta non si possa misurare sopra una sola poesia, ma sul linguaggio che riesce a elaborare nel tempo e nell'insieme delle proprie opere. Come fai tu. Ciao, Siretta.
  23. Roberto Ballardini

    Scene di un crimine

    @Sira Casualmente mi sono ritrovato a lavorare su questa poesia pochi giorni fa, giuro. Appena ho letto il tuo commento (e ovviamente le tue pulci mi sono saltate addosso) sono andato ad aprire l'ultima versione della poesia (credo definitiva). Scene di un crimine è la prima di una serie di poesie, le ultime che ho scritto, in cui anche a distanza di mesi ritrovo un linguaggio che sento appartenermi non solo per la forma ma anche e soprattutto per i contenuti. Che il mio intento fosse quello di parlare di esperienze comuni, quotidiane, e di sentimenti anche poco nobili filtrati in un linguaggio poetico che nasce dalla prosa (perché è sempre e comunque alla prosa che io faccio riferimento, non posso evitarlo) ho cominciato a capirlo (e a realizzarlo consapevolmente) da qui. Non le ho postate tutte perché ho dovuto constatare che chi fa poesia regolarmente e ha fatto della poesia l'oggetto del proprio percorso, poi appena sente odore di prosa si chiude a riccio e nella migliore delle ipotesi fa scattare la sufficienza. E' normale, non mi scandalizza, e comunque non essendo la poesia un percorso che io possa materialmente portare avanti, dato che la prosa si prende tutto il tempo che ho, a un certo punto ho preferito tenerle per me. Ma ciò non toglie che questo risultato mi abbia comunque gratificato molto, eh. Questo per dire che il tuo commento è un po' la ciliegina sulla torta, anche in virtù del fatto che nello spoiler poi ritrovi tutte le tue pulcette belle vispe che saltano felici e contente. E giuro che le ho nutrite prima di questo commento. Penso che l'unico particolare che possa lasciarti perplessa sia quell'inserimento delle iniziali davanti ai dialoghi, ma va visto nell'ottica di una eventuale raccolta (che non raccoglierò mai, temo) in cui tutta una serie di poesie che tratta di temi diciamo così di coppia, abbia per protagonisti sempre gli stessi due soggetti (mi piacerebbe in primo luogo tentare di sorpassare le barriere dei luoghi comuni del lasciarsi e del prendersi per arrivare a una definizione di un rapporto più matura e complessa, fatta di tanti arrivi e partenze). E questa idea mi fa ovviamente pensare a una trasposizione teatrale di questo tipo. Cose così, idee, passaggi, progetti non realizzati, rimpianti. La vita è fatta anche di questo. Grazie del passaggio notturno, Siretta. Ciao!
  24. Roberto Ballardini

    Demonite - 1\3

    commento DEMONITE Prima parte Demonite, 2019. Robert Dowd esce dal pub e percorre Jude’s Road fino al punto in cui ha parcheggiato l’auto. Ha in animo di andare a trovare Hester, prima di rientrare a casa, come ha fatto sempre più spesso negli ultimi tempi. A quell'ora Demonite è spettrale. Lecito presumere che Robert incontrerà qualche difficoltà a trovare parcheggio: la dimora di Hester si trova nelle vicinanze dello stadio e quella sera si disputa una partita importante. Quindi lascia l’auto prima del ponte, ai piedi di un condominio. Con tutti i posti liberi che ci sono ha l’imbarazzo della scelta, cosa che lo porta a struggersi nell’indecisione. Se fosse presente, Hester lo criticherebbe. Come tutte le donne che Robert ha conosciuto, farebbe della questione un enorme problema di natura psicosomatica, rinfacciandogli per l’ennesima volta il suo atteggiamento di basso profilo. Non a torto, pensa Robert, consapevole di aver bandito la speranza dalla propria vita: dopo aver guardato per anni al futuro, ora si è arroccato nel presente e opta sempre per la soluzione più sicura, anche se scomoda. Quasi un miglio di cammino, in questo caso. L’aria è satura di umidità e le lampade dei lampioni generano aloni tremolanti che si sgranano ai bordi. Robert attraversa il ponte, anch’esso deserto, calpestando l’ombra della struttura metallica sotto i piedi. Il fiume è immobile in una compatta lastra opaca. Attutito dalla distanza, il boato dei tifosi si propaga nell’aria, assorbito dalla nebbia. Sull’orizzonte si profila l’oasi luminosa dello stadio dietro i monoliti degli alti palazzi di Crucifix’s Street che, come le dita di una mano, tentano di racchiuderla. Le batterie di fari elettrificano la nebbia, pervadendola di un chiarore diffuso. Emergono le guglie della cattedrale di St. Peter simili alle propaggini di un fiordo avvistato da una nave. Ben presto la mole della colossale facciata sovrasta Robert e lo avvolge nella propria ombra. Lui alza gli occhi e cerca l’angelo incastonato nell’angolo più alto della cuspide, accovacciato nel suo nido di marmo. Eccolo, il volto di fanciullo pervaso di un’equivoca fissità. Nell’uomo riaffiora il timore infantile che possa gettarsi in picchiata su di lui, e il sospetto che quell’aura sinistra riflessa negli occhi di pietra, sia testimonianza della sua natura demoniaca e non la millantata ribalderia del bulletto di quartiere. Robert e i suoi amici lo chiamavano Pete, da ragazzini. Il diminutivo era d’obbligo perché a quell’età erano abituati a prendersi confidenza con tutti - insegnanti, sacerdoti, poliziotti, spacciatori, mafiosi. Non che pensassero di essere chissà chi. Erano poveri, ma sapevano anche di non aver fatto nulla per meritarselo. I preti, che ancora per qualche anno potevano vantare su di loro una certa autorità, cantavano le lodi di Dio e questo lo rendeva - ai loro occhi - odioso per associazione, perché non era un mistero ciò che le vecchie lumache bavose facevano in privato. Si parlava anche del diavolo e dell’inferno. Robert aveva all’epoca una fervida immaginazione, gli piaceva vedere nei paesaggi quotidiani le metafore viventi di quelle favole, e così il diavolo non aveva corna e zoccoli bensì una forma cilindrica e allungata e la sua pelle non era la scorza rossa che dicevano, ma aveva la composizione affumicata dei vecchi stabilimenti industriali. Se il marmoreo Pete passava per il portavoce del paradiso, allora ci stava che la ciminiera della Sullivan & Sons, furiosa e fumigante come se l’indifferenza dell’angelo la facesse imbestialire, fosse l’emissario dell’inferno. Dal campo di sterpaglie, dove Robert e i suoi amici disputavano abborracciate partite di pallone, si potevano vedere entrambi i contendenti guardarsi in cagnesco ai lati opposti del campo visivo, stagliati contro un cielo plumbeo in cui si apparecchiava uno dei soventi temporali che andavano e venivano da quelle parti. Quando Robert cercò di impressionare il fratello, facendolo partecipe della sua fantasia, quello si limitò a guardare la ciminiera con l’ottusità propria del suo sguardo, e liquidò infine la scena con una breve e concisa osservazione. «A me sembra solo un grosso cazzo fumante.» C’è chi sostiene che nel libro stretto fra le mani dell’angelo ci siano le formule per allontanare il diavolo. Secondo altri, invece, ci sono le storie di cui l’angelo è stato testimone. Quest’ultima è una teoria che Robert trova interessante perché pensare che qualcuno lassù tenga conto di tutte le insensate traversie degli esseri umani, è una cosa che lui trova insensatamente di grande conforto. Sorpassa la cattedrale, e arriva in vista del grande cancello arrugginito. Come previsto, il parcheggio davanti al cimitero è pieno. Robert gira l’angolo e costeggia il lato ovest del complesso. L’unica debole fonte di luce è quel lattiginoso riverbero che sale dal fiume insieme alla nebbia e, onde evitare di cadere nell’acqua, segue con la mano la superfice infestata dalle efflorescenze del muro di cinta, fino al punto in cui i mattoni sono crollati. Nessuno si è ancora preoccupato di chiudere la breccia. Non ci sono luci nemmeno all’interno dell’enorme e silenziosa confraternita, ciò nonostante Robert avanza con la disinvoltura di chi potrebbe seguire il percorso a occhi chiusi. In fondo all’ultima diramazione del viale ghiaiato, la vede. Hester appare in tutta la sua bellezza sbocciata al cielo da tempo, ora nuda nell’eternità. Pete starà scrivendo? pensa Robert. Il cimitero rientra certo nell’ampio campo visivo dell’angelo sulla cattedrale. Un altro capitolo del vivere, l’ubiquità della morte. continua
  25. Roberto Ballardini

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    Manca Sleepers di Barry Levinson, credo la citazione più importante per quello specifico passaggio.
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