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Stefano

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  1. Stefano

    Nosferatu @ 6 am

    Nome racconto: Nosferatu @ 6 am Nome Autore: Stefano Nosferatu @ 6 am Ho gli occhi aperti da un paio di minuti. Non vedo altro che un buio denso, immobile. Le palpebre sono ancora pesanti, tendono a richiudersi velocemente; devo aver dormito poco. Stiro un po’ le gambe, la schiena, le braccia. Pian piano tiro su il busto per mettermi seduto al bordo del letto. Nemmeno il tempo di poggiare i piedi per terra, sento la testa appesantirsi all’improvviso; con un tonfo simile a un sacco da boxe che cade sul pavimento, mi ritrovo supino sul materasso. Sento di essere in balìa di un terremoto, e comincio ad avvertire una nausea insopportabile: vertigini, conati di vomito. Dopo qualche respiro profondo i capogiri si attenuano. Vorrei vedere che ore sono, ma cellulare e orologio sono sul comodino all'altro lato della stanza. È parecchio che sono sdraiato sul letto. Il buio È così compatto e silenzioso da risultare inquietante. Voglio riprovare ad alzarmi. Andare a tirar su la serranda della finestra. Il capogiro stavolta È meno violento, eppure mi costringe a rimanere seduto, con la testa fra le mani. La nausea È ancora lì, ma riesco a mettermi in piedi. Tiro su la serranda con una mano sola; l'altra, la sinistra, la tengo sulla fronte. Faccio fatica a tirare la corda verso il basso, ma al quarto strattone comincia a filtrare un po’ di luce. Il sole È talmente vivido da accecarmi un istante; sono costretto a distogliere lo sguardo dalla finestra e ad appoggiarmi al muro con entrambe le mani. L’ennesimo attacco di nausea, ma cerco di resistergli. Prendo un paio di respiri profondi. Lenti. Sembra andare tutto bene. Ma qualcosa di sgradevole rimane, incastrato fra la gola e la bocca dello stomaco. A fatica le pupille si abituano alla luce. Per terra, vicino alla scrivania, ci sono due bottiglie di vino. Vuote. Entrambe hanno l'etichetta con su scritto, in rosso, EST! EST!! EST!!! - Montefiascone. Le osservo per un po', ma non ricordo di averle bevute. Con lo sguardo passo a indagare la superficie della scrivania. C'È una bottiglia di vodka al limone. È rivestita di carta plastificata sottile, color giallo, ma essendo controluce riesco a intravederne il contenuto, notando che È vuota per metà. Aggrotto la fronte alla ricerca di qualcos’altro, di qualche indizio: niente. Non ricordo nemmeno di averle comprate quelle bottiglie. **** Sono davanti all’appartamento di Antonio. Suono il campanello. Mi apre Cecilia. È vestita come sempre, maglietta a maniche corte e jeans, ma porta un lungo cappello a punta da strega, oltre a un grottesco rossetto viola che le marca vistosamente le labbra. - Dolcetto o scherzetto? - dice. - Veramente dovrei dirlo io. - Vabbe'!, ma che ti frega?! - Boh, in effetti... - Dài, entra. Ci scambiamo due baci sulle guance. Tiene le falde del cappello con entrambe le mani, poi spalanca la porta per farmi entrare. Mi tolgo il cappotto e cerco posto sull'attaccapanni. Non ce n'È. Piego il cappotto sopra il braccio e seguo Cecilia in salotto. - Eccolo!, finalmente! - fa Antonio. - Buon Halloween a tutti… - Pure tu niente costume, eh?! - No, - rispondo - lo sai che non ne ho. E non mi fregava un cazzo di andarlo a comprare, se permetti. Poso il cappotto su una poltrona, dove ce ne sono già ammucchiati un paio. Poi saluto tutti uno per uno: c'È chi spilucca patatine, chi manda giù un po' di vino da un bicchiere di carta, chi sembra farsi gli affari suoi giocando col cellulare. Sono quasi tutti vestiti da vampiro. O almeno, a questo dovrebbero rimandare maschere e vestiti. Antonio va verso il lungo tavolo pieno di pizzette, patatine, bottiglie e tramezzini, decorato con sagome di scheletri e zucche di carta. Mi dice: - Con che cominci? Fragolino o Verdicchio? - Mh... Fragolino. - Bravo Stefano. Sorrido e gli faccio un occhiolino, di riflesso. Antonio ha appena finito una breve litigata con Cecilia. Mi si siede vicino, sul divano grande. Mi sorride, poi guarda il mio bicchiere di carta. - Ma ancora non l'hai finito? E che cazzo, sei lento. - No, È che... lo sto gustando. - Ste', ma vaffanculo. - Boh, È che stamattina mi sono svegliato con la pressione bassa... Non voglio rischiare svenimenti a una festa di Halloween. - Mah. Che io sappia, con un po’ di vino rosso non svieni. - Sei un dottore? - No. Tu? Guardo il bicchiere. Lo scuoto un po’ in senso orario, lo avvicino alla bocca e lo svuoto d'un fiato. - Contento? - Sì - fa Antonio. - Se ti vomito sul divano, non mi rompere il cazzo però. Tieni, - dico porgendogli il bicchiere di carta vuoto - vallo a riempire. Vodka e succo d'arancia. - Sissignore! Sono le due passate. In salotto ci siamo io, Antonio e Cecilia. Mi sento un po' ebbro, ma È più che altro la stanchezza. - Sono rimaste delle bottiglie - dice Antonio. - Eh. E allora? - Finiamocele! - Certo. - Mi prendi per il culo? - Sì, ma hai cominciato tu. - Pòrtatele a casa, ti prego - implora Cecilia. Che indossa ancora il suo cappello da strega. - E che ci faccio? Lo sai che bevo poco - rispondo. - Appunto! Antonio È capace di finirsele domani a colazione! Sorrido abbassando la testa. - Be', così mi lusinghi... - fa Antonio. Cecilia mi guarda stringendo gli occhi, rendendo serio il tono della voce: - Pòrtatele a casa. Non sappiamo dove metterle. Al massimo le regali a qualcuno. - Vabbe'. Se ti creano tanto fastidio me le prendo. - Dopo ci facciamo una chiacchierata io e te - dice Antonio dalla cucina, dove È andato a buttare nel cestino gli ultimi piattini di carta. Cecilia non risponde. Dà un’occhiata verso la finestra. Mi ritrovo sul pianerottolo. Aspetto che salga l'ascensore. Nel frattempo mi guardo intorno: È un condominio abitato da gente benestante. Porte blindate con pomi dorati e lucidi, decorazioni vecchio stile. C’È un’aria di antichità lussuosa. Annuisco lentamente girando lo sguardo a destra e a sinistra. Anche il gabbiotto dell’ascensore ha quell’aria: È in ferro battuto, color nero. Dal fondo sento lo scricchiolio della cabina di legno farsi sempre più vicino. Un palazzo dell’ottocento, penso. Istintivamente muovo un passo verso la porticina del gabbiotto, e do un’occhiata alla borsa di tela marrone che mi ha dato Cecilia. Dentro ci sono tre bottiglie: una gialla, con scritto “Vodka & Limone”; le altre due sono verdi, con l’etichetta EST! EST!! EST!!! – Montefiascone. Deglutisco e sento le orecchie tapparsi. Avverto un formicolio alle guance. Gli occhi rimangono fissi sulla borsa di tela. Un istante dopo, l’ascensore si ferma al piano. Mi attraversa un lampo, che si trasforma subito in qualcosa di simile a un ricordo. È l’immagine di un uomo dalla carnagione biancastra. Glabro. Naso aquilino, occhi neri e sporgenti: fissi su di me. Le labbra bordate di un rosso acceso. Indossa un abito nero, lungo. Non È un ricordo, mi dico. Sembra la scena di un film. Che so, Nosferatu? Ma sì. Quel film mi È rimasto impresso per mesi. La porta dell’ascensore si apre. Guardo dritto di fronte a me. Dalla cabina esce un uomo piuttosto alto. Glabro, dalla carnagione candida. Gli occhi neri, stanchi. Due labbra fine ma di un rosso piuttosto acceso. Mi fa un cenno con la testa, fissandomi. Ha un vestito scuro. Mi passa accanto scuotendo le chiavi. Apre la porta alle mie spalle. Senza voltarmi entro nell’ascensore e premo il bottone del pian terreno. Sono completamente irrigidito. Rientrato nel mio appartamento poso a terra la borsa di tela. Respiro profondamente. Vado in camera, a testa bassa. Accendo l’interruttore della luce. Alzo gli occhi in direzione della scrivania, più lento che posso. Le bottiglie sono lì: due di vino, vuote, una di vodka a metà. Sento appesantirsi il respiro: È un attacco di panico in piena regola. Mentre serro le palpebre avvicinando le mani al volto, un rumore netto e violento si libra in tutto il suo fragore; realizzo che si tratta della porta del bagno sbattuta dal vento, ma nello stesso momento cado a terra abbandonato dai sensi. **** Mi metto a sedere sul lavabo della cucina. Ormai È giorno. Osservo le bottiglie in fila sul tavolo. Due di vodka, quattro di vino: una piena, una a metà, altre due vuote, altre due piene. Vado alla scrivania. Tiro verso di me la sedia, mi ci butto giù di peso. Allungo una mano e rapidamente afferro penna e bloc notes. Ho ancora molta ansia addosso. Mando all'aria una decina di pagine prima di trovarne una bianca. Dopodiché, senza pensarci su troppo, comincio a scrivere. Trentuno ottobre: mi sveglio con un bel mal di testa. due bottiglie di vino vuote, una di vodka a metà. il pomeriggio esco a fare spesa. poi me ne rimango al pc. la sera vado alla festa di Halloween di Antonio. alla fine della serata mi danno DUE BOTTIGLIE DI VINO, UNA DI VODKA. Poi incontro il Sig. Nosferatu che esce dall'ascensore. torno a casa e svengo. Ho paura di rileggere quello che ho appena scritto. Passo oltre. Sotto, lasciando circa cinque quadretti, scrivo: Trenta ottobre. Mi metto a picchiettare il foglio con la matita, rivolta dalla parte della gomma. Il mio sguardo segue delle ombre sul pavimento, in basso a destra, ma in realtà non sto guardando nulla in particolare. Più che altro sto cercando qualche frammento. **** Mi sveglia un rumore acuto e distorto. Un urlo lancinante. I timpani cominciano a pulsare; ho l’impressione di stare sott'acqua. Non riesco a muovermi. Accenno ad alzarmi, ma il corpo sembra catturato da sabbie mobili. L'acuto lancinante continua. Poi finisce di colpo. Silenzio. Torno velocemente in una piacevole catalessi. Ma il tempo di ricadere appena nel sonno che l'acuto mi trafigge nuovamente le orecchie. Dopo un po’ di tribolamenti, riconosco quello stridio. È soltanto il mio cellulare. Mi stanno chiamando. Mi alzo. Barcollo. Nonostante tutto riesco ad allungare un braccio verso la scrivania. Afferro il cellulare, col pollice cerco il tasto di risposta in basso a sinistra, faccio un po' di pressione appena lo trovo. Porto l'aggeggio verso l'orecchio. Con voce graffiata e nebulosa rispondo: - Pronto? - Ste', ma che cazzo devi fare? Vieni o no? - V... Eh? - Vieni o no, Ste'?! - Ma... chi sei... Sei Antonio? - Ste'? - Oh. - Pronto? - Anto', sei tu? - Ste'... ma porca troia, stai dormendo? - Sì. - Vaffanculo. **** Sono davanti all’appartamento di Antonio. Suono il campanello. Mi apre Cecilia. È vestita normalmente, maglietta a maniche lunghe e jeans, ma porta un lungo cappello a punta da strega, oltre a un grottesco rossetto viola che le marca vistosamente le labbra. - Dolcetto o scherzetto? - dice. - Dovrei dirlo io. - Vabbe'!, ma che ti frega?! - Boh. - Dài, entra. Ci scambiamo due baci sulle guance. Tiene le falde del cappello con entrambe le mani, poi spalanca la porta per farmi entrare. Mi tolgo il cappotto e lo piego sopra il braccio. Seguo Cecilia in salotto. - Eccolo!, finalmente! - fa Antonio. Saluto tutti con un cenno della testa. - Pure tu niente costume, eh?! - No - rispondo. Poso il cappotto su una poltrona, dove ce ne sono già ammucchiati un paio. Antonio va verso il lungo tavolo pieno di pizzette, patatine, bottiglie e tramezzini, decorato con sagome di scheletri e zucche di carta. Mi dice: - Con che cominci? Fragolino o Verdicchio? - Verdicchio. - Bravo Stefano. Sorrido e gli faccio un occhiolino, di riflesso. Mi ritrovo sul pianerottolo con una borsa di tela marrone. Dentro ci sono tre bottiglie. L’ascensore arriva al piano. Dalla cabina esce un uomo alto, glabro e dalla carnagione candida. - Puntuale come al solito - gli dico. Nosferatu sembra non capire. - Vuoi un po’ di vodka al limone? - chiedo. - Scusi? - Mah. Niente… Mi passa accanto fissandomi. Rumore di chiavi, porta che si apre, poi un colpo secco che la richiude. Entro in ascensore. Poso la borsa di tela all’ingresso. Vado in cucina. In un angolo, disposte come birilli del bowling, ci sono una cinquantina o forse più di bottiglie. Tutte vuote. Mi metto a sedere davanti la scrivania. Prendo il bloc notes, do una letta veloce alle pagine precedenti. Appena ne trovo una bianca prendo in mano la matita. Scrivo: se almeno qualcuno mi dicesse che È uno scherzo, sarei un po’ più tranquillo. accetterei la cosa. farei persino finta di non esserne al corrente, così da compiacere la mente malata che mi ha ficcato dentro questa… cosa. e invece niente. niente niente niente. Le ho pensate tutte. Anche se l’idea dello scherzo È tramontata subito. La data dei giornali, le notizie sempre uguali, la televisione, le persone, i fatti che si ripetono. Potrebbe essere un incubo. O magari sono le proiezioni mentali che si hanno in stato di coma. In fin dei conti ancora non ricordo cos’È successo il trenta ottobre. Magari ho avuto un incidente. L’unica cosa che so È che quelle cazzo di bottiglie si accumulano. Al mattino seguente sparisce ogni traccia del giorno prima, tranne le bottiglie. Non ha senso. Ho provato a buttarle nel cassonetto, ma sono sempre tornate in cucina. Si ricompongono e tornano dentro casa, non appena mi distraggo. Ormai mi sono arreso. L’altro ieri ho scongiurato Antonio e Cecilia di starmi a sentire, gli ho raccontato la storia e loro hanno riso a crepapelle. Basta così, ho pensato. Ho davvero capito che non c’È nulla da fare. In un modo o nell’altro mi ritrovo ogni sera nella stessa casa, alla stessa ora, con le stesse persone; c’È sempre qualcosa di strano che agisce dall’alto sulla mia volontà, e che mi impedisce di cambiare il corso delle giornate. Mi trovo in un limbo. Sono morto? E che cosa avrei da scontare? **** Bottiglie di vino, vodka e Nosferatu. Sono sul pianerottolo. Le dieci di sera. Ho trovato una scusa per andarmene e ha funzionato. Ma non so come, la borsa di tela e le bottiglie sono sempre qui con me. L’ascensore sta salendo. Ho molti pensieri stasera: uno di questi È spaccare una bottiglia in testa a colui che aprirà l’ascensore. Ma so bene che quando me lo ritroverò davanti, ogni proposito verrà meno. L’ascensore si ferma. La porticina del gabbiotto si apre. L’uomo alto e glabro fa un cenno con la testa. Io ho l’impressione di fissare un grosso schermo, come al cinema; vedo una mano che scivola nella borsa di tela marrone, afferra una bottiglia, la porta in alto sopra la mia testa e la scaglia a piena forza, insieme a spalla e avambraccio, contro il cranio glabro e lucido di quel Nosferatu, frantumandosi con un rumore grave e terrificante. Il volto È pieno di sangue. Ha gli occhi sbarrati e decine di pezzi di vetro conficcati nella pelata. Sento dei passi avvicinarsi da dietro le porte del pianerottolo. Senza nemmeno riflettere mi fiondo giù per le scale, lasciando la borsa di tela davanti al gabbiotto aperto. In strada fa freddo. Passo accanto a qualche comitiva di ragazzi mascherati da Joker, streghe, Harry Potter un po’ troppo cresciuti e qualche pirata. Il mio respiro affannato si condensa nell’aria, e ho l’irrazionale paura che possa rivelare qualcosa di atroce. Arrivo a casa. Accendo la luce all’ingresso, poi in corridoio, in fine quella della cucina: le bottiglie sono sparite. Corro verso la scrivania. Afferro il bloc notes scorrendo veloce ogni pagina: tutte bianche, immacolate. Solo i quadretti ne scandiscono gli spazi. Sento allargarsi un sorriso. Mi appoggio con entrambe le mani sulla scrivania, con la testa piegata sul bloc notes. Dalla tasca tiro fuori il cellulare. Sblocco la tastiera senza guardare. Con tutta calma lo porto davanti agli occhi. Gli occhi vanno dritti verso la data: 1/11. **** Fisso la parete della camera da quasi cinque ore. Dalla finestra comincia a filtrare la luce viola del mattino. Mi alzo, infilo il cappotto e scendo giù. Saluto l’edicolante, gli chiedo una copia del Corriere. Leggo la data. È davvero il primo novembre. Mi viene voglia di lasciarmi andare a un urlo liberatorio, ma immediatamente penso all’uomo che ho lasciato steso a terra sul pianerottolo. Chissà se È morto. Il solo pensiero mi restituisce un pesante senso di nausea. Ritorno a passi lunghi verso il portone di casa, sfogliando il giornale. Nella cronaca cittadina c’È un grosso titolo che parla di un omicidio avvenuto sul pianerottolo di un palazzo, nei pressi del centro. La vittima, un uomo di trentaquattro anni, È stato colpito alla testa con una bottiglia di vino. Pare sia morto sul colpo. OMICIDIO DI HALLOWEEN. Ma c’È qualcosa di inquietante a dare colore al pezzo. All’interno dell’abitazione della stessa vittima sono state ritrovate grosse quantità di stupefacenti, oltre ad armi da taglio e un fucile. Sul tavolino del soggiorno, accanto a un paio di guanti, alcune foto stampate su carta A4, raffiguranti i due vicini – Antonio Lo Bianco e Cecilia Nughes. Il giornalista avanza l’ipotesi di vecchie ruggini fra la coppia e il "non troppo" malcapitato. Antonio Lo Bianco È stato portato in commissariato insieme alla sua compagna, e si attendono novità nelle prossime ore. Non so che nome dare alla sensazione: incredulità, sbigottimento. So soltanto che tornando a casa ho l’impressione di aver già vissuto tutto questo. Forse l’anno scorso. Do un altro sguardo alla data sul giornale: mi pare che l’anno sia quello giusto. Quello corrente. Salgo a piedi. Ho sempre preso l’ascensore, tranne una volta; quando appena rientrato ricevetti una telefonata che mi gelò il sangue. Ma non ricordo perché. Continuo a leggere. La vittima portava il timbro di un locale sulla mano destra: 6 am. Stando a quanto detto dagli altri vicini, ultimamente lo si vedeva tornare a casa molto tardi. La scorsa notte, rincasando ben prima addirittura delle undici, si È trattato di una curiosa anomalia. Leggo e rileggo l’articolo. Ritrovo i punti interessanti con una certa dimestichezza. Come se quella pagina fosse familiare. Comincia a salire una sensazione strana, interrotta dallo squillare del telefono fisso. Mi alzo e vado a rispondere. - Ste’, sono Cecilia. Rimango in silenzio. - Ste’, sono Cecilia… Dio mio!, hanno arrestato Antonio! L’hanno arrestato! Sono impassibile. L’unica cosa che mi lascia interdetto È una sensazione mancata. Qualcosa che non c’È; una perdita che non si vuole manifestare. Il sangue È caldo, e continua a scorrere normalmente nelle mie vene. Sono tranquillo. - Lo so – rispondo.
  2. Stefano

    Mezzogiorno d'inchiostro 7

    Teoria del volo - Nerinacodamozza Vedrai il cadavere del tuo nemico - Swetty Il Mostro - Belfagor
  3. Stefano

    [MI7] Volo Libero

    Prima dei complimenti togliamoci di torno le cosette da "aggiustare": Nonostante l'alcool e i tranquillanti, Filippo sa che non può chiudere gli occhi Non so, a me così pare meno "legnosa". Scorre di più. Io toglierei "e lui è sopravvissuto". d'accordo l'esser chiari, ma così è fin troppo didasalico. l'atmosfera del racconto e la sua drammaticità fa una parte già abbastanza sostanziosa... lasciamo ragionare anche il lettore IL FINALE: secondo me tagli troppo corto. non so se sia un'esigenza per via del limite dei caratteri, ma mi ha lasciato con l'amaro in bocca. ovviamente non parlo dell'idea, ma proprio di come è stato "liquidato". nel complesso mi è piaciuto parecchio: stile molto asciutto, soprattutto all'inizio, dove sembra quasi "giornalistico". poi c'è il cambio di passo, evidente ma che sta bene nel contesto. complimenti
  4. Stefano

    [MI7] Il mostro.

    Mi associo al commento della Befana (scusa, ma non ricordo il nick abituale ), incollando anche il finale di quello di Nerina, ovvero: "Avevi fretta?" Non mi riferisco al fatto che sia breve (anzi, il genere mi piace molto), ma piuttosto alla rapidità di descrizione di alcune scene che potevano essere sfruttate meglio - tipo il protagonista quando si ritrova in piazza e osserva la scena che gli si para davanti. Per il resto mi ha trasmesso mistero, inquietudine, in più è stata una lettura fluida, piacevole... Insomma, mi ha colpito. L'unico neo, ripeto, è che avresti potuto indugiare di più sui dettagli e le descrizioni, così da far entrare il lettore ancora più "dentro"; e lo dico anche perché mi sembra che tu possa essere in grado di farlo abbastanza bene... complimenti!
  5. Stefano

    [MI7] Febo, davanti a te hai parecchi giorni...

    @MarcoDV: non so come ringraziarti per un'analisi così approfondita - cercherò di ricambiare... non ho obiezioni in merito (giusto qualcosina, ma come hai detto anche tu sono gusti). mi fa piacere che nel complesso ti sia piaciuto. comunque l'ho scritto di getto, non c'ho messo neanche un'ora... e la revisione è durata ancora meno... (maledetta smania di postare ) @nerina: esatto. il protagonista è sulla spiaggia per il motivo per cui si sta in spiaggia... il resto è un sogno vero e proprio, e come tutti i sogni può o non può avere significato. a me importa poco che ce ne abbia uno univoco... tutto qua. grazie mille per il commento!
  6. Stefano

    [MI7] Febo, davanti a te hai parecchi giorni...

    Grazie per il commento Per quanto riguarda la trama... be', è vero: ho scritto di getto e con l'intento di riportare un sogno (spesso - non sempre - i sogni sono privi di trama). Però, se devo essere sincero, lo lascerei così, senza aggiungere nulla, anche se sotto questo aspetto potrebbe risultare carente. I due si incontrano? Boh, non lo so neanch'io
  7. Stefano

    Già lo so

    secondo me, tolto qualche aforisma, la regola può applicarsi quasi a ogni testo che abbia intenti narrativi o anche solo "artistici". mi rendo conto che il tuo brano non è il classico racconto da esaminare con questi strumenti, ma ho voluto dare un punto di vista interessante su cui magari avresti potuto riflettere. ps: sui perché ci cado spesso anch'io, tranquillo
  8. Stefano

    [MI7] Febo, davanti a te hai parecchi giorni...

    Il Prompt scelto è quello di mezzogiorno.
  9. Stefano

    Mezzogiorno d'inchiostro 7

    PROMPT: il volo (oddio, ho dimenticato di specificarlo pure nel racconto... posso rimediare?) Credo di aver combinato un pasticcio aprendo il topic in racconti. Ora ce ne sono due, di cui uno vuoto... scusate
  10. Stefano

    [MI7] Febo, davanti a te hai parecchi giorni...

    Commento: http://www.writersdr...9726-gia-lo-so/ Febo, davanti a te hai parecchi giorni... Piccoli e incandescenti granelli di sabbia mi trafiggono la pelle come migliaia di minuscoli chiodi. Di tanto in tanto una folata di vento me ne porta un altro po' sul volto, costringendomi a scrollare la testa velocemente e senza alcun preavviso. Sono in spiaggia da cinque ore. Le spalle, il petto, gli occhi, sono praticamente ustionati. Attraverso le insenature fra un dito e l'altro della mia mano osservo le nuvole. Bianche e sfilacciate si muovono pigramente in un pomeriggio di luglio senza pretese. Chiudo le palpebre. Così sono tra loro. Galleggio in un mare senz'acqua. Avvolto da lenzuola di vento, il sole non è più un'incessante graticola. è una carezza di genitore. E istintivamente ci vado contro. Procedo veloce, scivolando nel celeste. Mi basta desiderare una meta per muovermi verso di essa. Ho ali invisibili, ma grandi. Sento avventura e pace nel mio stomaco. Accanto a me, ho notato, c'è un ragazzo che potrebbe avere la mia età; capelli biondi e arricciati, occhi dello stesso colore del cielo. è aggrappato a un deltaplano rosa e giallo, e mi guarda. Mi dice: “Stai andando bene. Bravo”. Sorride. Insieme passiamo attraverso nubi di gas, stormi di gabbiani dalla voce quasi umana. Sembrano dire: “Benvenuti”. Li salutiamo con un cenno della testa. Il ragazzo dagli occhi color cielo vira verso di me. Si avvicina. Mi sussurra: “Pensavi fosse così bello?”. Gli rispondo: “No”. Una nausea leggera e mai provata si spande tiepida sulla mia nuca, per penetrare silenziosa fin nella gola. Stiamo salendo. I polmoni si riempiono di un'aria talmente pura che potrebbe risultarmi fatale. Ma forse diventerò puro anch'io, mi viene da pensare. Il sole intanto si fa bianco e spalanca le braccia. “Tieniti pronto, sta per finire”, dice il ragazzo. Mi sembra di andare ancor più veloce. Sento l'adrenalina circolarmi in corpo come un liquido pesante. Chiudo la bocca. Il mio sguardo si fa tagliato. Mi si disegna un sorriso ambiguo fra le guance. Io e il ragazzo siamo due meteoriti pronti allo schianto. Ci guardiamo. Ci diciamo, senza parlare: “ è la fine che volevamo”. Il sole si fa ampio, bianco, diventa quasi freddo, ci afferra per le braccia; il deltaplano del ragazzo si squaglia in una frazione di secondo, un bagliore ci inghiottisce, finiamo in vortice maestoso di vuoti d'aria, sbalzi di pressione, giostre sincopate e cadute in abissi di piacere insaziabile. Tutto questo in un tempo che a malapena rasenta il singolo battito di un cuore. Schiudo le palpebre. La salsedine sulle labbra si è depositata a grumi. Sono bollente. Sento gli occhi bruciare come avvolti da una fiamma impercettibile. Sopra di me il sole è tornato viscido e giallo, intransigente. Reale e scontento di un'estate senza senso.
  11. Stefano

    Già lo so

    annotazione iniziale: occhio al "perchè" invece del corretto "perché". più che un racconto è evidentemente un frammento, ma non è questo che mi lascia perplesso. come ha detto Ford (se non sbaglio...) è abbastanza scorrevole: idee messe in ordine e ben esposte, ma non basta. è un brano un po' troppo "superficiale". per spiegarti meglio, faccio un copia/incolla di un brano di Flannery O'Connor: non so, ci vedo troppi pensieri, poca profondità. inoltre il tema è trito e ritrito, e credo servirebbe un po' più di originalità nel trattarlo: messo così sembra quasi uno sfogo a caldo, senza troppe pretese. spero di esserti stato utile... a presto
  12. Stefano

    Auguri Nicolaj

    auguri!
  13. Stefano

    Contest n. 82: Tornare Bambini

    partecipo anch'io, ma lo posterò alle 23:59 del 5
  14. Stefano

    Svegliarsi dal coma nel giorno di ognissanti

    in bocca al lupo...
  15. Stefano

    Cosa vorreste da un sito web letterario?

    D'accordissimo. Però gli spunti giusti deve saperli dare l'intervistatore... e spesso non è così. Credo che se lo staff di WD si cimentasse in un'operazione del genere uscirebbero fuori interviste interessanti.
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