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arturobandini

Scrittore
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  • Compleanno 8 agosto

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    Basso Piemonte
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    Molti, troppi, sempre in guerra con il lavoro e le incombenze.

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  1. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Xena: mammella aliena
  2. arturobandini

    Gli occhi bianchi

    @Joyopi Racconto nervoso e veloce, estremamente godibile, dove tutto mi sembra essere stato scelto alla perfezione tranne il finale, leggermente troppo arreso e rapido, almeno per il mio gusto. Un racconto sulla solitudine e sul peso del talento, non sempre così facile da gestire, specialmente se 'subito'. Bello e interessante, un buon lavoro.
  3. arturobandini

    Il posto delle cose

    @Sinoe L'ho letto la prima volta tempo fa. Non l'ho commentato perché in quel momento non avrei saputo farlo al meglio. Poi l'ho riletto, cercando qualcosa di intelligente da dire e non mi è venuto. L'ho riletto poco fa: devo dire che continua a piacermi, ma ancora adesso non saprei bene come commentarlo. Lascia spazio a un sottotesto potentissimo. Non che il racconto non lo sia, ma il sottotesto, per me, lo è di più. E anch'io amo molto questa frase: "Mia madre mi bacia e mi abbraccia con efficienza", proprio per quel "con efficienza". Mi ricorda moltissimo due persone e il loro rapporto madre/figlia. Non so aggiungere altro, ma dico che è un buon lavoro.
  4. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Wattone: unità di misura della potenza, per ciclisti dopati. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  5. arturobandini

    Emilia

    @renato4000 La cosa bizzarra e divertente è che l'insieme di cliché, in questa occasione, è anche vero. Grazie!
  6. arturobandini

    Emilia

    @camparino Beh, i nomi sono veri... Grazie! Mi fa piacere che ti abbia divertito.
  7. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Dattilofritto: variante di manoscritto, particolarmente temuto dai redattori delle case editrici. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  8. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Jettaaaaa: urlo tipico dello jettatore giapponese. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  9. arturobandini

    Emilia

    @Johnny P Commento divertente, grazie! Era d'italiano, ma amava così tanto i poeti francesi da voler migliorare anche la lingua. Era un po' ossessionata.
  10. arturobandini

    Emilia

    @Sinoe Capisco, capisco. E' solo che, in questa occasione, ho preferito offrire un'istantanea, quasi senza scavo, frutto del mio stupore per la situazione di quella donna. L'ho molto stimata ai tempi del liceo, un'insegnante che per me è stata davvero importante. Non in senso ambiguo, assolutamente, proprio per le scoperte che mi ha fatto fare. Non c'era l'aspetto cotta. Mi ha offerto un mucchio di scintille. Bei ricordi e dispiacere nel saperla sola. Anche se era anche un po' stronza (la incontrai durante l'estate e mi chiese come facessi a stare con Cotto).
  11. arturobandini

    Emilia

    @Sinoe Questo è un racconto con aspetti autobiografici molto serrati: io sono Canti, ed Emilia è la mia professoressa d'italiano delle superiori. Attraverso un giro/rigiro sono venuto a conoscenza di questa storia. Un po' romanzata, ovviamente, ma abbastanza 'così'. Non so bene perché rimase incartata, sapeva come essere attraente, ma lo rimase davvero. Ho scelto questa storia, proprio perché è strano che una persona con tutti quei numeri sia rimasta sola per tutta la vita. Son sempre rimasto un po' lì: tanto fascino gettato al vento, non saprei come spiegarlo meglio. Grazie!
  12. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Vilire: arrabbiature meschine. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  13. arturobandini

    Emilia

    Commento Emilia Emilia guarda quei piccoli bastardi ingrati e li odia come mai prima. Sono leggeri, sono felici, pensano di essere pieni di amore, ma non ne sanno niente, non ne possono sapere niente. Lei sì, lei l’ha conosciuto il sentimento, quello vero. Una sola volta in tutta la vita, non lo potrà dimenticare, non vorrà farlo mai, lo sa da allora. I piccoli bastardi si sparpagliano lungo la ringhiera, spensierati e stupidi. Non si può essere seri a diciassette anni, nemmeno a diciotto. Emilia lo sa bene, lo insegna da tanto tempo. Eppure adesso non ce la fa, non gliene fotte, vorrebbe soltanto essere trasportata da qualche altra parte. In quel luogo i ricordi emergono fragorosi nella sua mente e la devastano. Cotto e Canti sono proprio nel punto dove Emilia ha dato il suo primo bacio a lui, tanti anni fa. Proprio come la lei di allora, Cotto guarda il suo bello negli occhi, da sotto in su, come se non ci fosse null’altro nell’universo. Canti sembra quasi non capacitarsi della sua fortuna, avvinto com’è all’opera d’arte somma. Ed è così, lo è davvero, lo è sul serio. Per sempre. Appena la vede arrivare, lui si alza in piedi e le sorride, poco prima di baciarla. Poi sposta la sedia e la fa sedere con la consueta galanteria. Rimangono in silenzio alcuni istanti, guardandosi e imbevendosi l’una dell’altro. Succede sempre, a ogni appuntamento. Lui ha qualche anno in più, ma la differenza d’età tra loro è perfetta. Provengono da mondi diversi e più lontani non potrebbero essere, ma il loro è stato un incontro miracoloso. Lei non smetterà mai di ringraziare quella libreria antiquaria in cui si è infilata per semplice curiosità: non ha un soldo, ma le piacciono da impazzire gli oggetti belli e antichi. Si sono conosciuti rimirando la stessa splendida Bibbia settecentesca, lei interessata al volume, lui a caccia di sesso. Il ragazzo chiama il cameriere e ordina per entrambi, come ogni volta assieme. Ha sempre preso qualcosa che poi le è piaciuto: si frequentano da poco, ma è come se si conoscessero da sempre. Per sempre. Emilia è un fascio di nervi e rabbia. Adesso comincia a incazzarsi davvero, a non sopportare più quella situazione ridicola. Si avvicina alla collega e prorompe in un commento acidissimo, per quanto lo stia soltanto sussurrando: “Basta, portiamo via le bestie di qua e andiamo a fare vera cultura. Non ci capiranno un cazzo, lo sappiamo, ma almeno proviamo”. “Ma Emilia, si stanno divertendo e stanno facendo un mucchio di foto. Perché dovremmo rompere le scatole? Mezzora e questo posto chiude. Domani abbiamo due musei, cultura la faremo là”. Emilia vorrebbe sputare in faccia a quella donna frivola e stupida. Subito si trattiene a stento, dopo cerca di intenerirla: “Forse hai ragione, però sono davvero stanca e mi sta salendo il mal di testa. Da qua all’albergo ci va mezzora, prima andiamo, prima la facciamo finita. Puntiamo tutto su domani...” Emilia si accorge di non essere più ascoltata e tace. La collega sta osservando Cotto e Canti, un sorriso compiaciuto sulle labbra. “Li vedi? Sono così belli, assieme. Ho sempre pensato che fossero adatti l’uno all’altra, ma che lui fosse troppo giovane per poterle interessare. A quest’età le ragazze guardano solo quelli...” Emilia interrompe la collega bruscamente, con nuovo livore: “Sono nell’anno della patente, non dimenticarlo. Canti ha qualche mese in più della Cotto, per giugno potrà già guidare. Un autista in più torna utile, no?” Ha sempre avuto un debole per l’allievo, il migliore della classe, acuto e riflessivo. La ragazza invece non le piace, troppo proiettata su se stessa, per quanto intelligente. Mentre prendono il caffè, lui la guarda in silenzio, ma si vede che sta per parlare, per dire qualcosa d’importante. “Emilia, domani parto e torno a Teheran, non posso continuare per sempre le mie vacanze. Il Ministro ha dato un vero e proprio ultimatum e non mi è possibile ignorarlo. È mio zio, gli devo tutto”. La ragazza sa che questo momento doveva giungere, prima o dopo. Hanno trascorso ventitré giorni assieme e sono stati meravigliosi, ma i ‘per sempre’ finiscono. “Io… io vorrei venire con te. So che ci vanno molti documenti ma… ma sono disposta a farli. I soldi per il volo li posso trovare...” Emilia si interrompe, poiché comprende dallo sguardo che lui non ha finito, che sta per arrivare qualcosa di ancora più terribile, quello che fino a ora è rimasto taciuto. “Non c’è solo questo Emilia, non torno soltanto per il lavoro: a ottobre mi sposo. È un matrimonio combinato, non l’ho scelto io e non mi interessa nulla di lei. Io voglio te... Vengo spesso a Parigi, lo sai, quindi potremmo vederci qua. Ti manderò dei soldi per il biglietto del treno, io...” Emilia si irrigidisce e lacrime brucianti le salgono agli occhi. Fino a quel momento Mahdi è stato perfetto, adesso la sta invece trattando come una puttana, la sua puttana occidentale, la fresca avventura per evadere dalla pesantezza mediorientale delle tradizioni. Il retaggio contadino la spingerebbe a colpirlo in viso di fronte a tutti e ad andarsene, ma i suoi ventidue anni impacciati la fanno rimanere seduta, a capo chino, in singhiozzi. Lui continua a parlarle, a blandirla con voce suadente. Dopo un po’ tace, resosi conto di averla ferita sul serio. Mahdi lascia del denaro sul tavolo e si alza, andandosene subito dopo, senza incertezze. Non si rivedranno mai più. Emilia ha convinto la collega a portare via il branco, soltanto pochi minuti prima della chiusura. Meglio di niente. Cambiando ascensore passano di fronte all’entrata del ristorante e l’insegnante sente una fitta al cuore. È proprio lì che Mahdi l’ha lasciata venticinque anni prima, non lo potrà mai dimenticare. Quanto l’ha amato, in quell’estate trascorsa a Parigi per perfezionare il francese. Non ha mai più provato gli stessi sentimenti per nessuno e non si è sposata. Non l’ha mai più cercato, non dopo che lui l’ha offesa. Ecco la ragione per cui non voleva tornare sulla Tour Eiffel. I ragazzi l’hanno obbligata, “Non si può venire a Parigi e non salire là sopra”, ma lei avrebbe volentieri fatto a meno dell’ennesima scorpacciata di ricordi. Davanti a lei Cotto e Canti camminano abbracciati, estatici. Da stronza augura loro che duri poco, anche se deve ammettere che la collega ha ragione e che insieme fanno la loro figura. Al rientro dalle vacanze estive, solo cinque mesi dopo la gita, scoprirà come si siano già lasciati. Un po’ si sentirà in colpa, un po’ ne sarà felice. Da stronza.
  14. arturobandini

    Scene di lotta di classe a Cuba

    @camparino Come detto, ti ho cercato nuovamente. Avrei voluto farlo prima, ma le ultime due settimane sono state terribili. Molto interessante e anche divertente questo incontro tra il 'capitalista' e la 'comunista', zeppo di spirito e anche di una buona dose di malinconia per quello che è stato e non è più. La cosa emerge a sprazzi, confusa con l'ironia e la semplice narrazione. La storia funziona bene, semplice ma non banale e la brevità non castra niente, tutto appare perfettamente naturale. I due personaggi attivi sono solidi, delineati bene, con poche pennellate ma davvero efficaci. Anche il personaggio passivo, Madalena, funziona, non risulta soltanto come un appoggio per permettere a chi è in scena di parlare di qualcosa. Da nessuna parte si avvertono forzature: è una storia che è stata o che avrebbe potuto tranquillamente essere. E non è mai semplice trasmetterlo su carta con naturalezza. Lo stile è buono, scorre ma non risulta banale, ha un che di musicale soprattutto nella prima parte, e un che di aereo nella parte finale, con lo scambio di frasi brevissime o di semplici parole,nel dialogo. Ecco, in questo vedo l'unica parte meno forte del racconto (debole sarebbe stato troppo): il finale così è lievemente meno incisivo, perché finisce per essere velocissimo e il lettore in un certo senso ci plana sopra, ma di certo rimane una scelta pienamente condivisibile. Per quanto riguarda grammatica e sintassi non ho visto nulla, ma non sono proprio un falco. Però sembra che non ci sia 'davvero' nulla di incasinato. Concludendo: mi è piaciuto anche questo, anche se l'ho trovato meno particolare dell'altro, quello che hai scritto per il contest. C'è malinconia ma anche gioia del ricordo (magari non dell'episodio in se), per un incontro che è stato o avrebbe potuto essere, senza tristezza. E poi, anche qui, grande gioia nel narrare. Buon lavoro, complimenti.
  15. arturobandini

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Nostrano: persona normale. BSYDMQILXAOPZKRTNVWCFGHUEJ
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