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Befana Profana

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    Scribacchino
  • Compleanno 9 maggio

Informazioni Profilo

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    Donna
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    Hyères

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  1. Befana Profana

    [FDI 2019-1] Mare

    Ciao @Cicciuzza, sempre un piacere trovarti ogni tanto in veste scrittevole e non solo arbitrosa Non so dirti quanto io abbia "sentito" questa lettura: sul Mediterraneo ci abito e ogni volta che guardo il mare, ci entro, mi ci bagno, lo respiro, non posso non pensare al numero insopportabile di esseri umani per cui è prigione, speranza, disperazione, tomba. L'ignominia di questa Europa che si arroga il diritto di decidere chi abbia il diritto di vivere e chi no, che sceglie di chiudere gli occhi, alzare muri, imprigionare, pagare aguzzini è un orrore senza fine che prima o poi pagheremo. Scusa, mi sono lasciata trasportare. Il racconto è davvero riuscito, con il parallelismo: i "bambini" nostri e i "loro", i giochi e le vite in pericolo. Ricco di sentimenti senza scadere nel sentimentalismo, l'ho apprezzato molto. Di difetti ne ho riscontrati pochi: un eccesso di diminutivi (pancino, braccino, costumino...), anche se si parla di momenti teneri tra madre e bambino mi sono sembrati tanti, tutti ravvicinati. Come il passaggio dei braccioli: braccioli, braccino, braccia ridondano a volontà, "gli prende un braccino e glielo infila nella plastica gonfia. Poi fa lo stesso con l’altro. La donna solleva il figlio e lo porta fino al bagnasciuga. Scende lentamente lungo il digradare della riva tenendo saldamente il bambino fra le braccia. Si immerge. Lascia che il piccolo si dimeni un po’, poi solleva i piedi dal fondale e comincia a nuotare un po' di lato stringendo forte il figlio." ho provato a togliere un po' di "bracc": il risultato non è esteticissimo, mi sa che tu saprai fare di meglio E ho un dubbio con il verso "Esche colpevoli di questa mattanza.": esche mi fa pensare che siamo noi ad attirare i "pesci", ma non mi sembra adatto. Arrivano più spinti via dai loro paesi, noi non siamo le esche. Mi suonerebbe meglio una cosa tipo "spettatori immobili (o colpevoli) di questa mattanza". Ma forse era proprio il senso di esche che volevi dare, quindi puoi ignorare i miei dubbi. Ciao
  2. Befana Profana

    [FdI 2019-1] Dolore clandestino

    commento a "Andata e ritorno dall'isola" Sono entrati quasi tutti. Sul sagrato rimangono l’autista e gli addetti alle pompe funebri. Barbara aspira un’ultima boccata prima di spegnere la sigaretta contro una suola delle scarpe. Si guarda intorno: c’è un contenitore apposito per le cicche, all’angolo destro della chiesa, tra i vasi di fiori. Passando accanto all’auto funebre in attesa del suo triste carico, un brivido le percorre la schiena, ma il simbolo sulla carrozzeria la fa sorridere per la prima volta da giorni. Una Jaguar, non sa se sia un caso o una scelta della famiglia, ma Tommaso l’avrebbe apprezzato. L’autista deve aver frainteso, perché ricambia il suo sorriso. O forse è per via del vestito: è abituata ad attirare gli sguardi quando lo indossa; Tommaso ne andava pazzo. Dopo averlo infilato, questa mattina, è rimasta a fissarsi allo specchio, ripensando all’ultima volta che l’aveva portato, a lui che le faceva scorrere piano la cerniera sulla schiena; poteva quasi sentire il calore della sua bocca sulla pelle. Ha dovuto rifarsi il trucco, dopo, per l’ennesima volta. Schiena e spalle sono coperte da un casto bolero per renderlo più adatto alla circostanza, ma quel vestito è un omaggio a Tommaso. L’autista vorrebbe parlarle, Barbara affretta il passo: il sagrestano sta già chiudendo le porte. Una volta entrata, si guarda intorno. Non ci sono più posti a sedere, a meno di infilarsi qui e là scomodando qualche astante e lei non vuole farsi notare. Si apposta sul fondo, vicino all’espositore di candele e alla cassetta delle offerte; ci sono altre persone in piedi: conoscenti, colleghi, forse persino intrusi curiosi. Nessuno farà caso a lei. Da anni non assisteva a una messa, ma non le sembra sia cambiato gran che. Ovunque abiti scuri, qualche mormorio, nasi soffiati o che tirano su, più frequenti man mano che ci si avvicina all’altare. Giunto alla prima fila, lo sguardo di Barbara si distoglie in fretta, ma la mente ha già registrato tutto. L’uomo anziano dalle spalle un po’ curve, accanto a lui due testoline spuntano appena dallo schienale. I loro ricci scuri le sono così familiari da provocarle una fitta allo stomaco. A chiudere la fila, lei, la moglie: Francesca. Ignorava il suo nome prima di leggerlo sul giornale, non parlavano mai di lei; sapeva della sua esistenza, ma non se ne curava. E ora eccola lì, a due decine di metri. Lo sguardo di Barbara erra tra la nuca della donna e la bara di noce circondata di fiori. Non vuole pensare a Tommaso rinchiuso lì dentro. Non può. Trema così forte che deve addossarsi al muro in cerca di un puntello. Gli occhi si posano di nuovo sulla prima fila. La donna ha il capo leggermente chino. Barbara si chiede se stia ascoltando l’omelia del prete o se come lei la ignori, persa nei suoi pensieri. È evidente che il tizio in paramenti sacri non conosce niente di Tommaso. “Un solerte lavoratore… padre di famiglia devoto… pilastro...” ha ascoltato poche parole ma le sono bastate per capire che si tratta di un testo già scritto, probabilmente il modello standard per uomo maturo morto accidentalmente. Immagina ne esista uno per donna di mezza età, uno per ragazzo nel fiore degli anni, quello più sereno per l’anziano dipartito nel sonno… moduli preconfezionati, in cui di volta in volta riempire gli spazi bianchi con i nomi della vittima e dei familiari. E lei? Lei non entra in nessuna casella. Non ha nemmeno avuto il diritto di esserne informata, lo ha saputo per caso, in ufficio. «Hai visto lo schianto sulla tangenziale? Quarantacinque anni, uno in meno di me. Un colpo di sonno, sembrerebbe» ha detto Nanni passandole il telefono. Di solito non guarda la cronaca locale, lo ha preso solo per non essere scortese con il collega. Ha letto e il mondo si è spento. «Stai bene?» s’è preoccupato Nanni. «Un po’ di mal di testa, vado un attimo in bagno». Pensare che si era offesa perché Tommaso non rispondeva ai suoi messaggi. La schiena appoggiata al lavandino del bagno, s’è sforzata di ritrovare il fiato. Non sa come sia riuscita a finire la giornata di lavoro, ma lo ha fatto. L’ingegner Lusi lascia moglie e due figlie piccole, diceva l’articolo. Lasciava loro, lei non era contemplata, non faceva parte del quadro. Era sola con il suo dolore. Nei tre giorni successivi s’è data malata, non è più uscita fino a quel giorno, per il funerale. Ha scrutato quotidiani locali e testate on line ogni giorno per trovare la data. “le esequie si terranno… ne danno il triste annuncio la moglie Francesca e...” Mentre sceglieva l’abito, le scarpe, il trucco, le pareva di avere uno scopo. Anche se si sentiva secca e avvizzita come i fiori nel vaso sul tavolino. Dovrebbe buttarli, ma non ci si rassegna: sono un regalo di Tommaso. Ripensa al sorriso buffo con cui glieli ha offerti, non riesce ad accettare che non ci saranno mai più sorrisi. Non sa come la loro storia sarebbe andata avanti: non avevano fatto progetti, nessuna promessa, ma era parte della sua vita, di lei. Imprescindibile come il fatto di respirare. Non immaginava che potesse semplicemente scomparire. Morire. Tommaso e le sue braccia calde, quell’humour un po’ triviale da eterno adolescente, la passione per i film d’Alberto Sordi e la cucina indiana. Le citazioni colte e la fobia dei ragni. Aveva ancora tante cose da fare, da dare al mondo; da dare a lei. Da fare con lei. Quando è rientrata dal lavoro, dopo averlo saputo, ha chiamato Stella cercando una spalla su cui piangere, per parlare di lui, di loro, del sadismo della vita; ma le è stato subito chiaro che l’amica non capiva. Per quanto dispiaciuta, in fondo pensava che fosse meglio così: una storia sbagliata, un uomo che di sicuro le avrebbe fatto solo del male, che mentiva alla moglie… certo, non meritava di morire ma forse... Non poteva capire il suo dolore. Anche per questo, immagina, ha deciso di partecipare alla cerimonia, per sentirsi tra persone che soffrono come lei, che piangono Tommaso quanto lei. E forse sentirsi meno sola. «Non sapevo come parlare di lui, cosa dire, allora ho cercato di parlare con lui, ho scritto un saluto, un omaggio, se volete, a Tommaso, qualche verso per...» Alza gli occhi verso l’altare. Non s’era nemmeno accorta che il prete avesse concluso la sua tiritera. È stata la voce della donna ad attirare la sua attenzione: la vibrazione nel tono o forse il silenzio irreale che si è creato tra i banchi. È bella, Francesca, ora la vede bene. Gli occhi un po’ perduti, fissi nel vuoto sopra le teste dei presenti. La voce è esile, appena cantilenante. Sola. Mi sento sola Persa in un vasto vuoto. Vuota. Mi sento vuota Come il letto questa mattina, come ogni mattina, ora che non sei più. Arida. Mi sento arida come greto di fiume in secca. Barbara ascolta quelle parole e le sembrano scritte per lei, pensa che potrebbe averle scritte lei. Si sente finalmente compresa. Non che voglia andare a presentarsi alla donna, assurdo solo pensarlo, e poi cosa, diventare amiche? “Ciao, ero l’altro amore del tuo uomo”, no, ma pensare che qualcuno provi esattamente ciò che prova lei la fa sentire meno sola. Non ho più lacrime son già tutte versate Non ho più grida son già tutte urlate. Mi resta l’Amore che mi hai dedicato che ti ho donato che ancora volevo darti A Barbara quei versi sembrano parlare del senso d’incompleto che ha dentro, d’interrotto, di cose che avrebbero dovuto ma non saranno mai. Del peso insopportabile che le opprime il petto. Si sente accolta da quei versi. Abbracciata. Quest’amore darò alle nostre figlie: cerco nei loro volti il tuo sorriso nei loro sorrisi ritroverò un po’ di te ogni giorno. Non mi hai lasciata sola. L’ultima strofa colpisce Barbara come una frustata. Sente nascere dentro un’assurda gelosia per quella donna e le sue bambine, come non aveva mai provato prima: loro sono insieme, possono consolarsi e sostenersi a vicenda; piangere insieme. Ma lei? Niente e nessuno vuole o può consolarla: è sola. Sola. Con gli occhi, deglutendo i gemiti, cerca la bara, cerca un appiglio, una salvezza da quel dolore che non ha diritti, nemmeno d’urlare.
  3. Befana Profana

    [FdI 2019 - 1] Andata e ritorno dall'isola

    Ciao @ivalibri, premetto che il tuo racconto mi è piaciuto davvero molto (tra l'altro la perdita di un neonato era una delle declinazioni del lutto che mi era venuta in mente, quindi è evidente che il tema mi tocca), ma visto che credo di aver finalmente deciso (forse) di pubblicare, mi soffermo un po' sulla forma, in ogni caso sulle parti che mi hanno convinto meno. Innanzitutto l'abbondanza di incisi, probabilmente è una scelta precisa, ma ho trovato che appesantissero molto la lettura e spesso sono evitabili. Non te li sto a segnalare tutti, ma sono davvero tanti. Non capisco il bisogno di dire due volte la stessa cosa: "nonostante fosse già ottobre, faceva caldo e mi sistemai sul ponte eccetera" o "nonostante fosse già ottobre, il giorno della partenza sembrava una giornata d'estate e mi sistemai..." ecco un esempio di inciso che eliminerei. "una finestra puntava dritto su di me: l'appartamento dove io e Stefano..." visto che molte parti del testo suonano parecchio descrittive, ti proporrei di rendere la scena un po' più "in presa diretta": "Tirai fuori la giacca e un libro: il viaggio era iniziato (o iniziava) davvero" Anche qui, trovo che suoni molto come "riepilogo delle informazioni salienti per il lettore. propongo una rielaborazione che suoni più come riflessione della protagonista: "Non soffrii troppo quando Stefano mi lasciò: era sposato e sapevo che la gravidanza sarebbe stata un problema per lui. Io un figlio lo volevo e non mi importava di rimanere sola perché sola non ero: io ero già due". O come ti pare, ma che suoni più come flusso di pensieri che come infodump ancora incisi. "staccai gli ultimi cerotti: ancora gonfia e insensibile al tatto, la ferita cominciava a divenire inoffensiva". Io cambierei anche il periodo successivo per togliere anche il secondo inciso, ma anche solo aver tolto il primo, alleggerisce la struttura. Refuso: all'andata Ho lasciato correre un po' di incisi ma questo lo leverei netto: "tocco la pancia arrotondata, poi la ferita". invece di "in parte cancellata" vedrei meglio "sempre meno visibile (o vistosa), ma è una sottigliezza Tanto per romperti fino in fondo, ti censuro anche il doppio inciso finale "è diventata un pezzo del mio corpo e come ogni altra parte di me si modifica..." "è diventata un pezzo del mio corpo: una sua nuova forma che insieme ad esso (o a me) si modifica..." Insomma, mi sono concentrata sulle sottigliezze, perché il racconto e il suo modo di presentare il sentire della protagonista mi sono piaciuti molto. Quella riflessione sul bambino che ha vissuto solo nel buio del ventre, la sofferenza che cambia... molto bello. Anche la poesia, trovo che il tuo sia uno dei racconti in cui la poesia e la sua declamazione meglio si inseriscono nel complesso dell'opera, ne fanno davvero parte. E molto belli anche i versi "fagocitata dal tempo dell'attesa" è molto potente come immagine riferita al bambino vissuto solo in quel tempo dell'attesa. Piaciuto molto
  4. Non so come facciate a essere tutti così veloci. Io ho appena, faticosamente, finito la prima stesura, pure un pizzico troppo lunga, e trovo che faccia schifo: il finale è da rifare, la poesia non ne parliamo ma non saprei migliorarla; devo rileggerlo almeno diecidodicimillemila volte e mezzo; possibilmente lasciando passare giorni tra una lettura e l'altra. E non ho ancora smesso di chiedermi se non sia proprio poco sensato e forse farei meglio a buttarlo e cercare di lavorare a un'altra delle idee che mi erano venute sulla traccia... Domani è un altro giorno, come diceva una tizia con il vestito fatto di tende. Ci penseremo domani, puffff puffff (o qualunque sia l'onomatopea dello sbuffare)
  5. Befana Profana

    Lo scaffale fantastico di saggistica e manualistica

    AA.VV. Prrrrrrr, miao miao, frrrrrrr, mew! - La prima antologia delle più grandi citazioni e dei migliori aforismi felini - Vibrissa Editore
  6. Befana Profana

    [FdI 2019-1] Lamento per un toro

    @camparino, nessuna pulce, una dedica. Non so se conosci Cabrel, né come te la cavi con il francese, ma leggendo il tuo racconto avevo questa colonna sonora nella mente. La corrida (spero che il link funzioni, sono tecnologicamente incapace) un applauso al tuo sangue e arena
  7. penso sarai in buona compagnia: siamo in tanti non-poeti, io di sicuro lo sono, la scrittura poetica mi è familiare quanto l’alfabeto cunéiforme, ma non lasciamoci scoraggiare, se il tema ti ispira, buttati!
  8. Befana Profana

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Yamahahaha: motocicletta ridanciana KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  9. Davvero, @Rica qua vogliono farci cominciare l’estate all’insegna del buonumore e della spensieratezza
  10. Befana Profana

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Liposuzione: ingestione, per lo più attraverso una cannuccia, di alimenti liquidi grassi e ipercalorici, come ad esempio frappé, milkshake, smoothie e granite con panna montata... KGUCJROXEZPBDQAL IHVTMWFNSY
  11. La missione « Venus in furs » mi era sfuggita, alla prima lettura. Il diavolo è nei dettagli, ma anche il genio. Chapeau, pupazzetto rosa, di nuovo
  12. Befana Profana

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Barabba: bar dedicato al celebre gruppo svedese. Si mormora che il barista sia un po’ disonesto, c’è chi addirittura lo taccia d’essere un vero « ladrone » KGUCJROXEZPB DQALIHVTMWFNSY
  13. Befana Profana

    [MI 128] Callisto e Dafne

    Cioè, vuoi dire che di solito ti dico solo robacce? No, dai, non sono cattiva (manca un faccino che sporge il labbro inferiore, sul punto di piangere) Non intendevo la morte in sé: sono la visita alla tomba, e i gesti dello strappare le erbacce che sono il punto d’arrivo, la fine, del percorso di comprensione del padre, di se stesso... io vedevo così la cosa. Ma quanto al frainteso le tracce... io e @Kikki ci siam capite solo tra noi, mi sa
  14. Befana Profana

    Mezzogiorno d’inchiostro 128 - Off Topic

    Posso proporre l’istituzione di un nuovo premio? Nello specifico il titolo onorifico di « Quella che si spiega così bene che la sua traccia l’han capita in tre (e ancora, non è mica sicuro) » Mi candido come prima titolata
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