Vai al contenuto

Sinoe

Utente
  • Numero contenuti

    578
  • Iscritto

  • Ultima visita

Tutti i contenuti di Sinoe

  1. Sinoe

    Nuda proprietà

    Nuda proprietà “E alla fine, Francesco si arrabbia così tanto che bestemmia!” Maria racconta cos’è successo nel reality della sera precedente. Giovanni è seduto sulla sua poltrona, le mani poggiate sul bastone. Cerca di sorreggere la testa per seguire con lo sguardo la donna che si muove energica per la stanza. “Capisci? Bestemmia! Per questo lo cacciano dal programma.” Maria ha indossato i suoi vestiti migliori. È domenica, il suo giorno libero. “Dove vai oggi?” “Andiamo in spiaggia. È tornata mia amica da Polonia; abita nel mio paese.” Maria finisce di sistemarsi i capelli davanti allo specchio dell’ingresso e si siede di fronte a lui, lanciando un’occhiata all’orologio da polso. “Cosa aspetti?” dice Giovanni abbozzando un sorriso “Va', è ora. Altrimenti perdi l’autobus.” “Prima deve arrivare tuo figlio. Non voglio lasciarti solo.” “Non ti preoccupare. Non tarderà. Cosa vuoi che mi succeda!” Maria esita. “Ti porto in bagno prima di uscire?” “Grazie Maria, va pure.” Giovanni accompagna la frase con un gesto della mano ossuta, sottratta a fatica dal bastone. Maria si alza, lo guarda un’ultima volta per assicurarsi che tutto in lui sia in ordine e si avvia verso la porta di casa. “Ciao signor Giovanni, ci vediamo stasera.” Giovanni rimane solo nel vecchio appartamento. Tutto è sempre uguale da anni, anche se il tempo non ha risparmiato l’aspetto delle cose, esattamente come ha fatto con lui. L’artrosi gli ha forgiato un corpo nuovo, curvo, disarmonico, che ha il pavimento come unico orizzonte. Pensando di fargli piacere, Maria ha lasciato il televisore acceso. Di solito, lui va a dormire dopo il primo telegiornale della sera. Maria si preoccupa di tutte le sue necessità, lo aiuta a coricarsi e trascorre la serata fino a notte inoltrata a guardare i programmi. La mattina dopo, mentre riordina la casa, gli racconta tutto quello che ha visto la sera prima. D’altronde, pensa Giovanni, trascorre tutta la giornata insieme a un vecchio che parla poco. Al rumore di una chiave che gira nella toppa, Giovanni riemerge da un leggero sonno senza sogni. Fruscii di vestiti, rumore di sacchetti di carta. Due persone entrano in casa sussurrando. Un profumo da donna, intenso e chiassoso, gli anticipa la vista di sua nuora che entra per prima nel soggiorno. “Papà!” esclama, “siamo arrivati.” Con il suo modo di muoversi ha occupato lo spazio vitale della stanza, sottraendogli la voglia di rispondere. Clarissa si sfila uno spolverino beige e lo appoggia con cura sullo schienale di una sedia. “Allora, papà, come stai?” chiede con esasperante vitalità. Si siede davanti a lui. “Bene” risponde laconico. Clarissa appoggia una mano inanellata sulla sua. È un gesto studiato che gli fa percepire il disgusto della donna per quel contatto di un’intimità mai esistita. “Ti ho portato i pansoti con il sugo di noci che ti piacciono tanto. Sei contento?” “Maria ha preparato per tutti”. “Non ti preoccupare papà! Maria non si offenderà se per una volta non mangi le sue minestre di patate.” Clarissa si alza per andare in cucina a sistemare le cose che ha portato per il pranzo. Solo in quel momento Giovanni si accorge che suo figlio è nella stanza, appoggiato allo stipite della porta. Non lo vede da almeno due mesi. Ha l’aria stanca, appesantita. “Ciao, papà” “Ciao, Riccardo” “È un po’ che non ci vediamo. Ti trovi bene con la polacca?” “Maria. Si chiama Maria.” Precisa Giovanni “Sì, è una brava donna.” Riccardo avverte un leggero risentimento nelle parole del padre e lo guarda con più interesse. “Ti sarai mica innamorato, vero?” dice, come se parlasse ad un bambino delle elementari alle prese con la prima cotta. “Clarissa, credo che papà si sia innamorato della polacca.” Clarissa rientra nella stanza e si avvicina al marito. “Cosa hai detto?” “Papà ha preso una cotta per la badante” “Ma figurati Ric! Un uomo che poteva avere le più belle donne ai suoi piedi. Vero papà?” “Non dite sciocchezze” dice con fastidio Giovanni “Ho solo detto che si chiama Maria!” Riccardo guarda il padre con sfida. “Scusa, papà” dice con un tono velatamente polemico “Siccome non ti ho quasi mai sentito chiamare un dipendente per nome o ancora meno dimostrare considerazione per le persone che lavoravano da noi a casa, pensavo che verso… Maria… tu stessi usando un riguardo particolare.” “Non vorrete mica mettervi a litigare” dice Clarissa “siamo venuti qui per trascorrere una giornata piacevole.” Giovanni guarda gli occhi del figlio, sono pieni di rancore. Una cosa che in tanti anni non è cambiata. Il risentimento del figlio. Immutato dagli anni dell’adolescenza. Per questo prova pena per lui. Però ha ragione. L’uomo che era trent’anni fa non avrebbe degnato di uno sguardo una donna come Maria, non avrebbe ascoltato le sue storie, non si sarebbe commosso ascoltando i racconti delle sue sventure. Giovanni infilza un pansoto. Riccardo segue con lo sguardo il lento tragitto della forchetta verso la bocca, mal sopportando l’enfasi che il padre involontariamente imprime ai gesti ordinari del nutrimento. Clarissa sospira annoiata e si versa un bicchiere di vino. “Vado fuori a fumare una sigaretta, ti dispiace?” Con un gesto della testa Giovanni gli fa segno di andare. Riccardo esce sul balcone del soggiorno, seguito dalla moglie. Attraverso i vetri, Giovanni li vede fumare nervosamente, discutendo di qualcosa. Clarissa travolge il marito con il suo corpo, lo costringe immobile in un angolo della ringhiera, lo sguardo schiacciato al suolo. “Papà…Svegliati, papà” Giovanni si è di nuovo appisolato sulla poltrona con la bocca leggermente aperta. Le rughe che gli solcano il mento come una fine ragnatela sono lucide di bava. Riccardo prende un fazzoletto e deterge il volto del padre, cercando di reprimere una certa ripugnanza. “Papà, devi prendere le gocce.” Riccardo tiene in mano un memorandum che gli ha lasciato Maria. “Papà, svegliati!” Giovanni apre gli occhi. L’attività della digestione gli porta via le poche energie che ha a sua disposizione e ogni giorno, dopo pranzo, si assopisce suo malgrado sulla poltrona. Mentre il padre sorbisce la medicina con l’aiuto di una cannuccia, Riccardo lo guarda cercando il coraggio per parlargli. “Papà…io…ho bisogno del tuo aiuto.” Giovanni porge il bicchiere al figlio e cerca di sistemarsi meglio sulla poltrona per poterlo ascoltare. Riccardo non sa da dove cominciare, si tormenta un lungo pelo sul lobo dell’orecchio. Un dolore improvviso distoglie l’attenzione di Giovanni dal figlio. “Devo andare” dice. Il suo volto è contratto. Riccardo lo guarda sorpreso. “Cosa? Dove devi andare?” “Devo andare in bagno. Aiutami!” Riccardo cerca di capire dove mettere le mani per sollevare il corpo dalla poltrona. Il padre gli fa segno di avvicinarsi e lui si piega, porgendogli il braccio. Distribuendo lo sforzo fra il bastone e il braccio del figlio, Giovanni si alza dalla poltrona. Mentre cammina, concentra tutti i suoi sforzi per rendere precisi ed efficaci i suoi movimenti, cercando di trattenere il bisogno. Arrivati in posizione davanti alla tazza, Giovanni perde la calma. “Aiutami.” Riccardo cerca di tirargli giù i pantaloni ma le dita ansiose rallentano l’operazione. “Sbrigati…Sbrigati!” Dopo qualche secondo il bottone esce dall’asola e Riccardo riesce ad abbassare i pantaloni e le mutande del padre e a farlo sedere sulla tazza. Appena sente il fresco rassicurante della ceramica sulla pelle, Giovanni rilascia lo sfintere. Riccardo rimane lì, inebetito, a guardare il padre che geme e si libera, curvo su se stesso, stringendo entrambi i pugni sotto il mento e pensa che fra qualche ora tutto questo sarà finito e potrà tornare a casa sua, dove la vita è accettabile e qualche volta anche piacevole. “Ho finito.” Riccardo avvolge un' abbondante razione di carta igienica attorno alla mano e la porge al padre. Giovanni alza gli occhi verso di lui. “Non ce la faccio.” Riccardo sposta lo sguardo verso il punto della tazza dove si trova la parte da pulire. Il fatto che sia nascosta aumenta il suo disgusto. Dopo qualche secondo si fa coraggio e, con una mano che sente quasi paralizzata, pulisce il padre. In quel momento Giovanni pensa a Maria che lo lava con la stessa concreta attenzione che si riserva ai bambini. A volte, quando i dolori rendono la doccia un supplizio, cerca di consolarlo cantando dolcemente antiche filastrocche polacche. “Lavati le mani, papà.” Riccardo versa del sapone liquido sulle mani del padre e sulle sue, poi comincia a strofinarsi con energia, lavando un dito dopo l’altro, ispezionando le unghie, mettendo così in evidenza l’approssimazione dei gesti di Giovanni che, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscito a diluire il sapone e a spargerlo sulle mani. Riccardo sospira poi prende di malagrazia le mani del padre fra le sue e comincia a sfregarle con forza. “Basta” dice Giovanni “Sono stanco. Voglio tornare sulla poltrona.” “Papà devo parlarti.” Giovanni lo guarda in attesa. “Papà, ho bisogno di soldi. Ho fatto degli acquisti sbagliati per il negozio e ho chiesto un prestito a delle persone che adesso mi stanno letteralmente strozzando…” La voce di Riccardo è piagnucolosa. “Non ce la faccio più, papà, mi devi aiutare.” “Ti ho già dato tutto quello che avevo...” Riccardo si tormenta le mani. “Ma… Hai la casa, ancora.” Giovanni ha la bocca secca “Ma se vendo la casa dove vado?” “Ho pensato che potremmo venderla in nuda proprietà. Prendiamo i soldi prima e chi compra ne entra in possesso quando tu… Insomma...” Riccardo si alza di scatto dalla sedia, prende una sigaretta dal pacchetto e se la infila in bocca senza accenderla. Ha la camicia segnata da un vistoso alone di sudore. “Certo, la cifra che otterremo è molto inferiore a quella che potremmo ottenere se la casa fosse libera ma mi permetterebbe di uscire da questo casino.” Giovanni guarda il figlio. Potrebbe raccontare ogni centimetro di quel corpo, i nei, le piccole cicatrici dell’infanzia. Potrebbe raccontare tutto quello che di suo figlio è dentro di lui; ma con grande stupore, guardandolo in quel preciso momento, si rende conto di non riconoscere quell’uomo in sovrappeso, con i capelli tutti grigi e lo sguardo arreso che gli sta davanti. Riccardo si getta esausto su una sedia nascondendo la testa fra le braccia. “Allora? perché non dici niente?” Vicino alla porta che comunica con la cucina, Giovanni intravede l’ombra di Clarissa che sta origliando. “D’accordo” dice “Vendiamo la casa. Ma ora lasciami riposare. Ho bisogno di riposare.” Riccardo si alza ed esce sul balcone per fumare. Giovanni guarda la sagoma del figlio che comincia a confondersi nella luce del crepuscolo e si addormenta nel tempo di un sospiro. “È andato tutto bene, Maria. Papà è stato bravissimo” La porta di casa è aperta. Nel dormiveglia Giovanni sente la voce di Clarissa, leggermente amplificata dall’eco prodotto nella tromba delle scale del palazzo. “Per la prossima settimana chiama quella tua amica, come al solito. Ti faremo sapere quando torniamo a trovare papà” “D’accordo, signora” “Adesso sta dormendo. Salutacelo tu, quando si sveglia. Non abbiamo voluto disturbarlo” dice Clarissa. Riccardo tace. La porta si chiude. Giovanni sente che Maria si sta togliendo la giacca con i movimenti calmi e rilassati di chi si sente a casa e si rende conto che per la prima volta in quella giornata che gli è sembrata incredibilmente lunga, si sente bene. Maria entra nel soggiorno e si siede davanti a lui, poggiando una mano fresca sulla sua. “Sono tornata, Signor Giovanni” sussurra “Sono tornata.”
  2. Sinoe

    Liquidazione totale

    L’ultima volta che era andata a trovare i suoi, sua madre le aveva dato un volantino pubblicitario di un mobilificio fuori città che liquidava tutto. Sara aveva bisogno di un armadio. Da quando lei e Michele si erano trasferiti nel nuovo appartamento, tenevano i vestiti su un appendiabiti di alluminio, di quelli che si usano nei negozi per tenere in vista la merce. Avevano rimandato l’acquisto perché Sara non voleva comprare in uno di quei mobilifici che promettono il mondo a prezzi stracciati. “Sembrano belli come i mobili di marca per i primi mesi” diceva a Michele “poi cominciano le grane: si stacca qualche rifinitura qua e là, le ante non si aprono più bene e tu hai una casa che sembra una casa e invece è solo una cosa che non funziona!” Per Michele non era così importante la storia dell’armadio. L’importante era che lei fosse contenta. Ogni momento libero Sara lo dedicava al suo appartamento. Misurava, immaginava e più spesso di quanto Michele avrebbe voluto, cambiava la disposizione di tutti i mobili. L’unica cosa che Sara non toccava era un grande tavolo di legno intarsiato che le aveva regalato la Signora. Una grande fortuna per Michele visto che per spostarlo ci volevano almeno due uomini. Il tavolo era opera di un artigiano che lo aveva realizzato seguendo i gusti severi e un po’ barocchi di certa borghesia degli anni Cinquanta. La Signora non ricordava nemmeno come fosse capitato nella sua casa di campagna, ma quando si accorse della grande passione che suscitava in Sara non le parve vero di potersene liberare compiendo allo stesso tempo un'azione generosa nei confronti della sua giovane e fedele donna di servizio. Chi entrava per la prima volta nell’appartamento era invitato dalla padrona di casa ad ammirare la grossa base a forma di anfora del tavolo e le ricche decorazioni floreali in bassorilievo che l'avvolgevano. Sara lo adorava e trascorreva volentieri del tempo a spolverare le decorazioni in rilievo con un fine pennellino. “Più tardi potremmo andare a dare un’occhiata a quella liquidazione” disse Sara mentre sgombrava dai resti del pranzo. Michele annuì, concentrato sulla radiocronaca della partita della Sampdoria. “Perché non vai di là a sentire la radio” aggiunse Sara aprendo il rubinetto “Faccio rumore con i piatti.” “Non importa” disse Michele ”Ti faccio compagnia”. Appena salirono in macchina cominciò a piovere. Le strade brillavano sotto le luci gialle dei lampioni. Michele accese l’autoradio. Sara guardava fuori dal finestrino ascoltando distrattamente i commenti sulla partita. Pensava a come avrebbe voluto l’armadio. Ne aveva visti tanti sulle riviste che le regalava la Signora. Armadi le cui ante massicce scorrevano fluide sui binari, dotati di luci interne che si accendevano servizievoli al momento dell’apertura. Sara lavorava dalla Signora da quando aveva sedici anni. A casa erano sei fra fratelli e sorelle e il padre di Sara faceva il trasportatore, come Michele, suo marito. La madre faceva le pulizie presso alcune famiglie, ma i soldi non bastavano mai. Sara era l’ultima e non aveva mai avuto niente di veramente suo. Le scarpe e gli abiti che indossava erano già stati sformati dai suoi fratelli. Una volta, poco prima di lasciare la scuola per prendere servizio dalla Signora, si era lamentata di non poter avere uno zaino firmato come molti dei suoi compagni. Sua madre le aveva detto che lei e suo padre avevano fatto tutto quello che potevano per i figli, che lei non si comprava un vestito nuovo da anni per poterli mantenere dignitosamente. Sara aveva provato rabbia verso se stessa per aver costretto sua madre a dire quelle cose, ma quando aprì bocca per rispondere disse: “non è colpa mia se avete figliato come conigli” e se ne andò, lasciando sua madre impietrita sulla sedia della cucina. A sedici anni smaniava la sua indipendenza; una camera tutta sua, un paio di scarpe tutto per se, un cappotto nuovo. Sara conobbe Michele in discoteca. Era un ragazzone silenzioso e gentile. Lei si persuase che l’estrema pacatezza dei suoi modi fosse manifestazione di una forma di determinazione, della capacità di ottenere qualcosa di più della vita a cui entrambi sembravano destinati. Comunque era molto diverso dai ragazzi rozzi e chiassosi che aveva conosciuto fino ad allora. Michele la faceva sentire speciale. Si sposarono appena fu possibile. Lui aveva ventiquattro anni. Lei ventuno. L’entrata al mobilificio era preceduta da grandi cartelli pubblicitari. “Liquidazione Totale. Mobilificio Leone chiude.” La vista di quelle enormi scritte rosse procurò a Sara una leggera tachicardia ansiosa. Scese dalla macchina facendo bene attenzione a non sporcare il cappotto con il fango delle pozzanghere. Era un cappotto color cammello di ottima fattura che la Signora non metteva più; lo aveva leggermente modificato e ora le stava a meraviglia. Sara si molleggiava ansiosa sui tacchi aspettando che Michele chiudesse la macchina. Lo osservava mentre le veniva incontro lentamente. Ma perché non si era messo la giacca blu che lei gli aveva regalato a Natale? Si ostinava a indossare una vecchia giacca di pelle che aveva un aspetto talmente consunto! La giacca blu gli piaceva, le aveva detto, ma con la vecchia giacca di pelle si sentiva più a suo agio, soprattutto se non dovevano vedere nessuno e se ne stavano per i fatti loro. Michele la raggiunse poggiandole una mano sulla spalla con leggerezza. Le si accostava sempre con molta attenzione, quasi avesse paura di farle male. Entrarono nel mobilificio guardandosi intorno per orientarsi. Molte delle pareti in cartongesso che dividevano in zone la vasta area espositiva, erano oramai a vista. Sara cominciò a seguire le indicazioni per il reparto notte. Superò velocemente il settore dedicato alle cucine per raggiungere un’area desolatamente vuota. Un guardaroba mezzo smontato era l’unico indizio che avevano raggiunto il reparto destinato agli armadi. Non era rimasto niente. Sulle pareti erano oramai visibili i segni del lavoro di dismissione. Qualche anta accatastata, buchi, sporcizia, mucchietti di chiodi ad espansione e cordini di plastica abbandonati sul pavimento. Un commesso si avvicinò a Sara dedicandole una gentilezza ostentata. “Avete bisogno?” “Cercavamo un armadio.”disse Sara Il commesso abbassò leggermente la testa sorridendo compiaciuto “Guardi, con i prezzi che avevamo gli armadi sono andati via subito…” Sara provò acuta antipatia per quell’uomo che sembrava quasi soddisfatto nel dirle che non aveva niente per lei. “Non importa, grazie. Tanto non avevamo fretta di comprare. Era così, per vedere” disse sorridendo “Facciamo un giro per dare un’occhiata”. E si voltò prima ancora che il commesso dicesse “prego”, invitandoli a proseguire. Sara cominciò a vagare senza meta per il capannone. Il battito nervoso dei tacchi sul cemento nudo manifestavano la sua insoddisfazione. Una coppia di sedie quasi accatastate in un angolo attirò la sua attenzione. Non che proprio le piacessero ma le aveva già viste sfogliando un numero speciale di Brava Casa dedicato ai mobili di design. Il sedile e lo schienale erano costituiti da piccoli dischi di pelle imbottita color fuxia. Mentre le guardava con attenzione, Sara cercava di immaginarsele nel suo appartamento. Certo erano un po’ strane ma potevano dare un tocco di originalità al suo arredamento. Sollevò il biglietto del prezzo che pendeva dallo schienale di una delle sedie. La scritta SCONTO DEL 50% era evidenziata con un arancione sgargiante, mentre sul prezzo originario di 800 euro, segnalato da un’etichetta con codice a barre, era stata fatta una grossa X con un pennarello nero. Il prezzo scontato era stato scritto a mano su uno spazio bianco dell’etichetta. 400 euro. Ognuna. Con lo sconto del cinquanta per cento quelle sedie costavano 800 euro. E l’indicazione del nuovo prezzo, scritta senza cura con un pennarello, a Sara parve quasi offensiva. Michele la raggiunse. “Perché non andiamo a fare un giro da Ikea?” Lei annuì ma era arrabbiata. Michele lo leggeva chiaramente nelle piccole rughe che le serpeggiavano sulla fronte. Non disse altro. Le prese la mano e insieme uscirono dal capannone. “È l’ultima volta che metti questa giacca” disse Sara tutto di un fiato. Da quando era salita in macchina non aveva aperto bocca. “È sporca, consunta. Ti fa sembrare un barbone.” Aggiunse con cattiveria. Michele non rispose. “La devi smettere di trattarmi così. Ti sto parlando, perché non dici niente.” La voce di Sara si era fatta improvvisamente stridula. “Perché non ho voglia di litigare” disse calmo Michele. “Sono stufa della tua gentilezza del cazzo. Stufa. Mi tratti come un’idiota, non mi rispetti.” Grosse lacrime le rigavano il volto. Improvvisamente Michele accostò e scese dalla macchina sbattendo la portiera. Una pioggia finissima lo accolse, provocandogli un brivido di freddo lungo la schiena. Il pianto di Sara divenne irrefrenabile. “Bastardo” urlava “bastardo, sei uno stronzo bastardo”. Michele si allontanò per non sentirla e si accese una sigaretta. Sara lo seguiva con lo sguardo continuando a singhiozzare disperatamente. Michele camminava davanti ad un bidone dell’immondizia. Sembrava si sgranchisse le gambe. Ad un certo punto fece un tiro profondo trattenendo il fumo nei polmoni, gettò con decisione la sigaretta per terra, si tolse la giacca e la gettò nel cassonetto. Sara smise di piangere. Guardava Michele con gli occhi sbarrati dalla sorpresa. Scese dalla macchina e si mise a correre sotto la pioggia, aprì il bidone e riprese la giacca. “Mi dispiace” disse “Mi dispiace davvero”. Michele la guardava inespressivo. Lei gli afferrò la mano e cercò di tirarlo verso la macchina. “Mi dispiace” disse ancora “Andiamo via adesso”. Michele si lasciò condurre alla macchina. Salirono e se ne rimasero un po’ lì, al buio. Ogni tanto Sara tirava su con il naso. Michele stringeva forte le mani sul volante e seguiva con lo sguardo le luci delle macchine che li superavano deformate dalle gocce d’acqua che scorrevano sul vetro. Cercava di concentrarsi sul rumore ripetitivo dei pneumatici che scivolavano sull’asfalto bagnato. Per calmarsi. Sara prese la giacca e la ripose con cura sul sedile posteriore, aprendola per farla asciugare. Senza dire una parola Michele mise in moto e riprese la strada. Entrarono da Ikea che mancava un’ora alla chiusura. Mentre salivano le scale d’ingresso Michele prese la mano di Sara e la strinse leggermente, ma non la guardò. Insieme si incanalarono fra i reparti, senza cercare niente di particolare ma con la speranza di trovare qualcosa. Anche il figlio della Signora, Massimiliano, il più giovane, aveva arredato casa con mobili Ikea. La settimana prima la Signora aveva chiesto a Sara di dare una sistemata all’appartamento del figlio. La sera avrebbe fatto una festa con gli amici per festeggiare la laurea. La casa era veramente carina, e tutta arredata con mobili Ikea! Tranne l’armadio e il letto, naturalmente. La Signora le aveva detto che i mobili Ikea erano carini per la casa di un giovane, ma l’armadio e il letto sono cose importanti e non bisogna badare a spese. Quando Massimiliano era andato a vivere da solo in uno degli appartamenti di proprietà della madre, la Signora gli aveva regalato un bellissimo armadio e un letto con un materasso in puro lattice, di ottima qualità. Sara si chiese per quanto tempo i mobili Ikea sarebbero stati adatti per Massimiliano e quando sarebbe venuto il momento per lui di cambiarli. “Che belli questi bicchieri colorati. Ti piacciono?” disse Sara. Michele prese il bicchiere che Sara gli porgeva, un calice rosso, e lo rigirò fra le mani, guardando l’immagine deformata della moglie attraverso il vetro. “Sì, sono carini. Vuoi prenderli?” “Davvero ti piacciono?” Michele annuì “ prendili.” Sara gli sorrise. Scelse sei bicchieri e li infilò con cura nella scatola di imballaggio, poi prese a braccetto suo marito e si alzò sulle punte dei piedi per raggiungere la sua guancia e dargli un bacio. “Grazie, amore”. Michele rispose, suo malgrado, con un sorriso tirato, di cui Sara sembrò non accorgersi. Girarono ancora per un po’ comprando piccoli oggetti per la cucina; uno spremiaglio, un macina spezie, un cucchiaio per il gelato. Alle otto meno dieci una voce dall’altoparlante avvertì che Ikea era in chiusura. Mentre Michele faceva la coda per pagare, Sara comprò un sacchetto di patatine e un paio di birre svedesi nel reparto gastronomia. Uscirono abbracciati, Sara appoggiava la testa sotto la spalla di Michele, aggrappandosi al suo braccio come arresa, senza pensare a niente. Entrarono in macchina e uscirono dal parcheggio. Per qualche minuto non parlarono, concentrati sulla lunga coda di automobili che avanzava lentamente nel traffico. “Chissà se arriveremo in tempo per il telegiornale” disse Michele. “A che ora parti domani?” “Alle cinque. Porto un carico a Benevento. Torno dopodomani” Michele strinse forte le grosse mani sul volante. “Che ne dici…Ci mangiamo le patatine?” disse Sara aprendo il sacchetto. “Perché no! La birra e abbastanza fresca?” “Sì. Si può bere” Mangiarono le patatine con la birra mentre avanzavano a passo d’uomo nel traffico del rientro domenicale. Finalmente raggiunsero il semaforo dell’incrocio che rallentava il transito delle automobili. Sara guardava fuori dal finestrino. Mentre la macchina ripartiva il suo sguardo venne attratto da una donna rimpicciolita dalla vecchiaia. Infagottata in abiti approssimativi, se ne stava quasi appallotolata sullo scomodo sedile di una pensilina, in attesa del tram. Sola. Sara si strinse nel cappotto abbassando lo sguardo, riempiendosi gli occhi con il lembo di sciarpa rossa che le pendeva dal collo, ma l’immagine della vecchia, l’evidenza di quel volto segnato dal quotidiano, le piccole mani tozze strette sulla borsetta, persisteva immobile sulla retina. Chiuse con forza gli occhi fino a quando non riuscì a trasformare l’ombra della donna in una innocua macchia senza contorni. Aprì gli occhi e guardò Michele. Lui non fece niente, immobilizzato da quello sguardo famelico, pieno di richieste senza nome. Avrebbe potuto poggiarle una mano sul ginocchio, per consolarla. Ma non lo fece. Lei voltò lo sguardo verso la strada. “Adesso si va più veloci” disse “Fra qualche minuto saremo a casa”.
  3. Sinoe

    Neuro

    Ciao Rob... Bel racconto. Come sempre
  4. Sinoe

    La memoria nel corpo

    Silloge vincitrice del Premio Internazionale di Poesia "Città di Milano" "È una poesia che colpisce per la chiarezza della sua espressione e la profondità dei sentimenti, dove si rivela l’intreccio di voci che vengono da lontano, da altre vite e altri sforzi, voci che cominciano a prendere corpo, non soltanto nella poesia ma nell’essere e nel fare della poetessa, sorpresa dal ritrovamento di frammenti che trasmettono alle volte dei messaggi inattesi; così dirà: - Mi sono seduta/ invitata in silenzio/ dall’alto - e come sfiorata da un sortilegio, la sedia smette di essere quell’oggetto che abitualmente usa con indifferenza, per tramutarsi nel segno attraverso il quale riconosce, nei propri gesti, i tratti della sua discendenza e scopre che è nell’oscurità, nel silenzio, che ritorna ciò che il corpo serba tra le molteplici e cambianti forme della memoria e ci parla di noi." Dalla prefazione di María Lanese - Festival di Rosario - Argentina In copertina: illustrazione di Donatella D’Angelo “Sogno e realtà”, digital collage (2017) Antonella Sica Genovese dal cuore meridionale, ha lavorato come regista e organizzatrice di eventi culturali cinematografici. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi festival. Dal 1998 al 2014 è stata codirettrice artistica del Genova Film Festival e ha ideato e organizzato diversi festival cinematografici tra cui X_Science: Cinema tra Scienza e Fantascienza, FIDRA, Ecuador Festival, curando la realizzazione di rassegne dedicate alla cinematografia di vari Paesi e regioni del mondo. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima silloge poetica Fragile al mondo (Prospero editore).
  5. Sinoe

    Santeria - rivisitato

    @camparino Ste, con poche pennellate riesci a descrivere emozioni e avvenimenti complessi con grande raffinatezza. Sei bravissimo! Nient'altro da dichiarare
  6. Sinoe

    Fragile al mondo

    L’introspezione e la proiezione, le dimensioni da cui deriva il titolo delle due sezioni in cui è divisa questa raccolta poetica di Antonella Sica, sono dimensioni che si riflettono a vicenda e si risolvono l’una nell'altra. La fragilità del diaframma corporeo e psichico che separa interno ed esterno, soggetto e mondo, permette, attraverso le ferite aperte che lo incidono, il mutuo scambio attraverso il passaggio della luce e della parola. Accade così che, al fondo di un percorso rigoroso di autoanalisi, uno sguardo acuto e accorato arrivi a ridefinire i contorni di un mondo infinitamente dolce e triste, nella sua dolorante, amputata umanità. Arrivando a concretizzare, al grado zero della retorica, una dimensione “sociale” della poesia ancora oggi praticabile. ( testo della quarta di copertina) book trailer:
  7. Sinoe

    Fragile al mondo

  8. Sinoe

    Il re di cuori

    @Komorebi ciao; è la prima tua poesia che leggo. Mi colpisce molto la densità dell'ispirazione; è un fiume di parole, ben incanalato in un argine, che proviene - mi sembra - proprio dalla radice di un disagio e dal desiderio di suggerire, attraverso metafore molto belle, un avvicinamento all'indicibile. Mi è piaciuta molto e non voglio darti alcun suggerimento anche se, se l'avessi scritta io, avrei limato alcune cose ma mi viene spontaneo non toccarla. Trovo molto belli e forti questi versi: Molto intenso e malinconico il finale, dove coinvolgi emotivamente il lettore Grazie per averla condivisa. Ciao.
  9. Sinoe

    Richieste cancellazioni Racconti e Poesie

    Ciao, chiedo la cancellazione di questa poesia: Grazie!
  10. Sinoe

    Poche cose

    *Brano cancellato su richiesta dell'utente*
  11. Sinoe

    Poche cose

    @Alberto E. Long in bocca al lupo, allora!
  12. Sinoe

    Poche cose

    @@pausafluente la tua interpretazione è molto bella... Grazie per la tua sensibile e attenta lettura.
  13. Sinoe

    Poche cose

    @Alberto E. Long non mi piace molto spiegare il contenuto delle poesie perchè penso che la poesia nasca anche dall'incontro fra chi scrive e chi legge. Io suono qualcosa dentro di me sperando che risuoni anche dentro altri. La poesia è come una relazione e non credo proprio che sia possibile avere relazioni di un certo tipo con tutti. Sono incontri di sensibilità;forse tanti quante sono le poesie scritte Comunque rispondo: credo che essere dimenticata dal proprio figlio (e non scordata, bada bene, tolta dalla mente ma non da cuore) significa averlo lasciato davvero libero di essere sè stesso. Certo, il senso è più ampio di quello della relazione con il figlio e comprende il Ti ringrazio per i tuoi commenti e il tuo interesse... Ho aperto una tua poesia per leggerla ma era stata rimossa; spero di avere un'altra occasione.
  14. Sinoe

    L'Urlo

    @Mathiel bella costruzione, bel ritmo... Ma prima di me è passato l'ottimo @Anglares, le cui analisi critiche sono sempre precise e puntuali. Condivido il suo ultimo commento e i suoi suggerimenti. Ti rileggerò davvero volentieri.
  15. Sinoe

    Pausa fluente al sapor d'eucalipto

    @@pausafluente ciao Trovo che i due versi finali siano molto belli. Il vuoto inteso come possibilità di liberarsi, anche solo per un minuto, dall'invadenza dell'ego e dalla finitezza del nostro essere razionale per farsi invadere dalla straordinarietà dell'esperienza vita. Nelle due strofe precedenti percepisco la sensazione fisica che fa scaturire i due versi finali anche se, se mi permetti una notazione molto personale (sono sempre molto sincera e se commento è perchè penso che ne valga la pena) ci sono due scelte lessicali che non sento giuste e che mi risuonano un po' stonate dentro: frecciate e aria. Nonostante carezze e frecciate creino una specie di allitterazione c'è qualcosa che non mi convince ma non so bene perchè; mentre l'aria che strappa crea un contrasto che non riesco, personalmente, a superare. Detto questo mi convince la tua ispirazione e la sento pienamente. A rileggerti!
  16. Sinoe

    Sapiens sapiens

    @Alberto E. Long utilissimo, grazie
  17. Sinoe

    Sapiens sapiens

    Cammini di giorno, ingannato dalle siepi squadrate dei giardini, dai dissuasori stradali, dalla ghiaia bianca innaturale, seminata sul sentiero che porta dalla casa al mondo dal mondo alla casa per ritrovare costruito ad ogni alba un ordine intonacato azzurro cielo da villaggio vacanze. La notte, quando il buio confonde le strade e le priorità non sono chiare, purtroppo tu dormi.
  18. Sinoe

    Libellula sospesa

    @Alberto E. Long ciao Alberto, scusa il ritardo con cui rispondo ma, purtroppo, sono settimane che non riesco a dedicarmi a questo bel posto virtuale che è WD. Risponderò nel tempo a tutte le tue domande sperando anche di leggere e commentare una tua poesia. Comunque sì; amo Montale e sono anche genovese. Risponderò più approfonditamente stasera, nel frattempo ti ringrazio molto per i commenti e per l'interesse.
  19. Sinoe

    Libellula sospesa

    Libellula sospesa sul quotidiano d’acqua lo sguardo si ostina in profondità torbide alla ricerca di un volo possibile. Fuggo bagliori intensi, riflessi di un sole che acceca; scruto chiaroscuri al crepuscolo, increspature di una meccanica complessa, senso dinamico senza riposo né meta ultima.
  20. Sinoe

    Io non so niente che non sia

    Io non so niente che non sia questo vento che muove le spighe indolenti sulle gambe nude e il sole che brucia il sentiero in crepe aperte come bocche assetate. Cammino fra fiori casuali di cui mai seppi il nome ma solo l'accecante bellezza senza il desiderio di coglierla. Svetta il verso di un corvo sul rumore del traffico di una strada che non vedo. C'è il rudere di una casa fra le sterpaglie. Non ha tetto né porte, né finestre. La pioggia la logora, il vento la fa cantare, il sole la riempie di un intrico di piante. Eppure è l'unico posto dove oggi potrei riposare.
  21. Sinoe

    [CP2] Cronomorfosi

    Traccia due: Nessuno Gli occhi fanno baccano nel buio spalancando la cantina degli anni. Rumore di nebbia dalla scala sale, dal fondo scivoloso di memoria e inaffidabile discesa. Com'è possibile, mi chiedo sulla soglia, che tutto questo sia io? Questo imbroglio di tempo passato, forse mai stato, è davvero il mio corpo incarnato? E se sottraggo fino all'ultimo i giorni, io dove sono?
  22. Sinoe

    Poche cose

    @Anna S. ciao, grazie per il passaggio e il commento. Io credo che ognuno abbia una poetica personale che poi esprime con una lingua che condivide, tecnicamente, con altri. La mia è una poetica senza nascondigli, con poche allusioni poiché credo che per questo bastino le metafore e i traslati. Offro un mondo che è il mio non il mondo. Rispetto ai tuoi cambiamenti, nella prima strofa se togli "denti", secondo me, non si capisce più il senso. Cosa vuol dire portare una mela per mettersi alla prova? Perché costringere il lettore ad un inutile sforzo di comprensione quando posso creare un'immagine rivelatrice ma non svelatrice? Mettere alla prova i propri denti sulla mela croccante ha un suo senso; significa risvegliare l'aggressività (in senso etimologico) femminile e prendere in mano la propria vita. Togliere figlio, poi, non ha per me alcuno scopo se non quello di confondere il lettore. Io traccio sentieri precisi e non posso né voglio parlare a tutti... Altrimenti mi perdo. Grazie. È sempre un piacere confrontarsi.
  23. @Cristina un bel racconto, che, pur dichiarando già nel titolo i tre diversi punti di vista che si intrecciano nella narrazione, non è mai didascalico bensì un impasto di ironia sapiente e leggera. Concordo con il Ballardini sul discorso dei dialoghi. Marangon è il personaggio meno a fuoco, probabilmente perché hai potuto appoggiarti con più comodità sui luoghi comuni, mentre il ragioniere, che presentava sicuramente maggiori difficoltà all'origine, lo hai risolto brillantemente. Bello il finale. Sempre un piacere leggerti.
  24. Sinoe

    Nei labirinti dell’inquietudine

    @Anglares meraviglioso! Porto con me: "Allora ci si accorge di essere in equilibrio, senza sapere il segreto di questo gioco." Grazie... Il tuo sguardo sulle cose mi sorprende sempre.
  25. Sinoe

    Tra le pieghe della vita

    @Sira bella... una lirica a tutto tondo che restituisce la luce e le ombre di ogni desiderio. Brava.
×