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glass girl

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    Sognatore
  1. glass girl

    Passaggio dalla prima persona alla terza

    avrei un dubbio. in un romanzo narrato in prima persona, è possibile inserire paragrafi o capitoli raccontati da un narratore onnisciente? cioè, alternare eventi vissuti in prima persona dal protagonista (e da lui raccontati secondo le proprie emozioni) a episodi in cui il protagonista narrante è assente, dove la narrazione passa alla terza persona. (se sì, a qualcuno viene in mente un romanzo più o meno noto che usa questo tipo di struttura?) oppure se si parla in prima persona il protagonista deve sempre essere "in scena"?
  2. glass girl

    Gli uomini di vetro

    grandissimo jack! erano esattamente le correzioni che cercavo, come dicevo anche in alcuni commenti passati la punteggiatura è uno dei miei punti deboli... a questo proposito vorrei sfruttarti per una consulenza, c'è un dubbio che mi porto dietro dalle elementari o giù di lì: tra il soggetto e il verbo non ci va mai la virgola, ma tra le prop. predicative del soggetto (si chiamano così?) e il verbo si può mettere? in quali casi? es: mario, mangia la mela NO mario mangia la mela Sì mario mangia la mela. convinto fosse avvelenata la vomitò. Dopo avvelenata si può mettere la virgola perché si tratta di un inciso? non metterla è sintatticamente sbagliato o solo cacofonico? se invece la frase fosse: mario mangia la mela. Disgustato la vomitò e tornò a dormire mettere la virgola dopo disgustato indica che il soggetto compie entrambe le azioni perché schifato, mentre senza virgola il disgusto si riferisce solo al verbo "vomitò"? leggere ad alta voce è un ottimo consiglio che certamente seguirò, ma ci sono alcune regole come queste che proprio ignoro...
  3. glass girl

    Gli uomini di vetro

    ah dimenticavo... il triangolo.... è preso dai segnali stradali! tondo-divieto; pericolo-triangolo però questa non era difficile
  4. glass girl

    Gli uomini di vetro

    bradipi grazie 1000000 di tutte le osservazioni! sulla questione testimonianza nutro qualche perplessità perchè la trovo una definizione riduttiva... un libro come nati due volte, best seller, vincitore campiello, soggetto per un film, romanzo fortemente autobiografico ho qualche reticenza a circoscriverlo come tale e basta.... ma sono punti di vista, o etichette che lasciano un po' il tempo che trovano. gli altri appunti invece li trovo tutti pertinenti, al di là delle provocazioni, l'unica cosa è che la maggior parte fanno riferimento al realismo, un parametro difficile da applicare come metro di valutazione in un testo che volutamente non si presenta tale. che tu non ci veda un trafficante di squillo ungheresi nella banda dei viados urbani è plausibile almeno quanto la non plausibilità della banda stessa. però una cosa vera te la dico: a bologna (giuro) gente proveniente da udine e treviso le ho sentite chiamare terrone per davvero! nel qual caso l'insulto era rivolto all'accento marcato o alla provenienza da centri ritenuti più piccoli o sperduti... sul bivacco, vocabolario o no, a bologna vige un delirio paralegislativo da quando ero in fasce e vivevo nella zona unirsitaria. ancora oggi un punk a' bestia, che cammini o stia fermo, lo si denuncia spesso e volentieri con quest'accusa. di fatto viene applicata ai senza fissa dimora, anche se deambulanti. io devo confessare che più sulla coerenza narrativa mi preoccupano alcune mie lacune sulla consecutio, la punteggiatura e le relative... non so se emergano tanto in questo brano, ma sono convinta di essere una schiappa su questo versante... se ti capita di vederci qualcosa che non torna da quel punto di vista mi aiuteresti moltissimo. detto questo, sono veramente contenta che tu abbia letto il mio testo così attentamente e ad occhi aperti... i miei si stanno un po' chiudendo dal sonno, però ti volevo ringraziare subito
  5. glass girl

    Gli uomini di vetro

    Ciao Bradipi! In realtà cercavo commenti sul testo più che innescare discussioni metacomunicative, ma raccolgo volentieri la questione. Non amo le domande aut aut ma, credimi, non è per spirito di contraddizione se ammetto di non voler essere letta per nessuno dei 2 motivi da te citati. Ho ragione di credere che se scrivi da dio ma non hai una storia da raccontare scrivere bene serva a poco, al contempo penso che qualunque scrittore scriva bene o male di ciò che conosce... anche quando si tratta di opere puramente fantasiose. L'autobiografia può esistere a diversi livelli. Molto più interessante la questione sugli autori disabili. I testi autobiografici scritti da portatori di handicap sono infiniti, non solo in tempi recenti e non solo pubblicati da associazioni. Che abbiano esclusivamente il valore di testimonianza non saprei, è difficile generalizzare. Che poi esistano autori disabili che scrivono d'altro è tanto vero quanto il fatto che esistano autori calvi, vegetariani, poliglotti, con le lentiggini, più o meno bravi, più o meno famosi, più o meno letti. Le variabili sono molteplici, ma mi interessano fino a un certo punto. Il limite grosso che io personalmente ho trovato in molti degli scritti autobiografici di cui parli (e qui sì, sto generalizzando-banalizzando) è che sembra di trovarsi sempre di fronte alla stessa storia. Sono testi che spesso trasbordano nell'autocompiacimento, l'autoreferenzialità, in un circuito narrativo catartico che va dall'esclusione, allo scontro esterno ed interno fino all'accettazione finale spesso accompagnata da messaggi moralisti autoconsolatori. E ribadisco, sto banalizzando. A me interessa rompere questo registro replicato in serie, a partire (perché no) da quello narrativo... infatti Benni non è mai il modello di questi autori, ed è un peccato che non lo sia! Per quanto i modelli passino di moda. Quello che resta è usare la fantasia per parlare di disabilità, perché la patologia non ha niente a che spartire con la malattia, ma col dolore (pathos) che si fa parola (logos). Ecco, io vorrei cercare una parola nuova per parlare del dolore. Sicuramente non sarò io a trovarla, ma mi preme innescare una ricerca in questo senso. Tornando ai modelli, più che a Benni mi sento più vicina a Bergonzoni, tanto per restare in tema bolognese... ma almeno non cedo al fascino del noir che a Bologna spopola (e inflaziona) molto di più! A parte gli scherzi, si tratta di autori inarrivabili. Però che tu sia cinico o meno... se leggendomi ti è venuto in mente un autore come lui io lo considero un complimento enorme! Ti ringrazio davvero per l'attenzione che mi hai dedicato, ciao!
  6. glass girl

    Gli uomini di vetro

    p.s.: comunque non sono una scrittrice navigata, non ho neanche il GPS!
  7. glass girl

    Gli uomini di vetro

    musso che dire.... grazieeeeee! davvero, sia per le giuste osservazioni che per l'attenzione con cui hai letto il brano, sono tutti refusi che mi erano sfuggiti. per altro hai colto, temo, un grosso limite che mi porto dietro quando scrivo... spesso antepongo i giochi di parole, le assonanze, le affinità semantiche alla narrazione, ad es. in "scordava gli accordi" ho scelto il verbo nella sua dublice accezione (dimenticare - guastare l'accordatura di uno strumento, una corda scordata ecc...) ma mi rendo conto che la cosa non sia così immedita alla lettura e in fin dei conti la frase possa risultare semplicemente cacofonica. a maggior ragione è molto bello che esistano siti come questo in cui recuperare un parere esterno sul proprio lavoro, ed è una fortuna ricavare osservazioni puntuali e pertinenti come le tue. grazie ancora!
  8. glass girl

    Gioco di donne (3/7)

    grazie, gentilissima!
  9. glass girl

    Gioco di donne (3/7)

    non trovo il capitolo 2/7... scusa, sono nuova del forum e non sono molto pratica... come faccio a trovarlo?
  10. glass girl

    Gioco di donne (1/7)

    il racconto mi ha incuriosito. mi piace il ritmo, magari qualche nota descrittiva in più potrebbe aumentare la suspence... è tutto molto veloce, ma incisivo. certo fa venire voglia di scoprire come va a finire...
  11. glass girl

    Gli uomini di vetro

    Quello che segue è un testo autobiografico. Ma non troppo. Non so se valga la pena lavorarci sù... spero qualcuno lo legga e mi dia il suo parere. Vi ringrazio. Secondo la classifica dei Vilipendi Vituperanti stilata dal Galante delle Comunicazioni, terrone era un insulto più grave di frocio e cazzone ma meno offensivo di handicappato. A Bologna si definivano terroni tutti gli abitanti a sud dell’Appennino, i residenti d'adozione e i cittadini i cui avi, nonni, bisnonni o trisavoli che fossero, avessero vissuto al di fuori della regione per un periodo superiore ai cinque anni. I più intransigenti bollavano come tali anche gli infiltrati di Pianoro, Sasso Marconi, Monte S. Pietro e Monterenzio, o chiunque impiegasse più di ottantasette minuti per raggiungere Piazza Maggiore coi mezzi pubblici nell’ora di punta. L'erre moscia era invece sintomo indiscusso di frociaggine latente. Tra gli indizi da non sottovalutare anche i denti troppo bianchi, le camicie rosa, le Superga rosse, le sopracciglia simmetriche, il dopobarba ai frutti di bosco o l'uso indiscriminato del superlativo. I cazzoni si mimetizzavano meglio degli altri, potevi incrociarli in parlamento, a teatro, nei tribunali, al supermercato, persino dentro i boxer contenitivi venduti alla Standa in offerta speciale. Gli handicappati come me, infine, si riconoscevano perché tutti facevano finta di non conoscerli. Un inconveniente irrilevante, viste le circostanze. Era il 1980, l’orologio della stazione si fermò alle 10.25, Alan Sorrenti bombardava le casse dei jukebox, Heather Parisi cantava Disco Bambina, Cossiga sciolse il governo, Cossiga nominò un secondo governo, i Led Zeppelin si separarono, Umberto Eco pubblicò Il nome della rosa, i medici mi davano per spacciata e nessuno riusciva a immaginare come si potesse sopravvivere in un corpo tanto fragile. Grazie al cielo ho sempre avuto un'immaginazione molto spiccata e forse per questo nonno Tony si raccomandava che restassi coi piedi per terra ogni qual volta fossi scesa dal letto. Benché non ci vedesse più come una volta, mio nonno si guardava bene dal chiudere occhio. Angosciato dal passare del tempo inorridiva all'idea di spirare nel sonno, pur di star sveglio camminava da mattina a sera ininterrottamente e non c'era panchina, muretto o dissuasore che potesse indurlo a riposare. Dopo anni di marcia a sosta vietata, ventisette paia di scarpe da trekking, una laurea corridoris causa all'Accademia degli Incamminati e cinque pendenze per bivacco molesto, nonno Tony raccolse i primi frutti del suo peregrinare. Convinto di celare nel sangue una vena poetica prese a battere ogni notte le arterie pulsanti della città, finché un trafficante di squillo ungheresi gli cedé il posto da mezzo fischietto presso la banda dei Viados Urbani. Fu un successo da trombare il fiato. Malgrado i palchi improvvisati e gli ingorghi a fine giornata nonno Tony vantava un seguito di tutto rispetto, i pedoni sul marciapiede incrociavano le braccia per ascoltarlo ed erano molti i camionisti a suonare il clacson irretiti dalle sue note. Se nel bel mezzo di uno spettacolo scordava gli accordi del ritornello o per inciso storpiava una strofa, l'uomo inforcava la fisarmonica e senza farsi prendere dal manico intonava i brani migliori del suo repertorio: La ballata del ciuco bastonato, Mortadella in carrozza e la gettonatissima Tappati la patta. “Quando si arriva alla fine è sempre una questione di principio” esclamava per spingere il pubblico a chiedergli il bis. Osannato dalla Bologna che canta si credeva il musicante di strada più talentuoso della via Emilia, ma un grave attacco di trombosi baritona lo investì sulle strisce prima che la sua fama avesse varcato le sponde del Ponte Savena. Certa di far lui cosa gradita disposi la donazione dei suoi organetti e ironia della morte iniziai col comporre epitaffi a otto anni suonati. La previdenza non è mai troppa, per chi ha le ossa di vetro. Anche i rischi sono infiniti: se cado di pancia mi spezzo tibia e perone, se crollo di schiena mi parte almeno un femore, se scivolo le mie rotule si lussano e da una blanda tombolata ho la tomba assicurata, le braccia non mi tengono e i talloni non mi reggono, ho le dita dinoccolate, le spalle incurvate, i gomiti lassi, le anche sbilenche, tutto è storto anche quando vado dritto e per andare dritti al punto è sempre meglio andare a capo anziché farne una sutura. Ogni cosa era così pericolosa che da bambina vedevo il mondo fatto a triangolo, mi piacevano le piramidi dell’antico Egitto, i tetti rossi dei mattoncini Lego, le tende dei Sioux, il gagliardetto azzurro della Ponticella Volley Star, le squadre da disegno e i ventagli di pizzo di mia madre, la mia mimola non correre, non spingere, non starnutire. C'era un divieto per tutto e a ogni divieto c'erano i suoi occhi che mi guardavano sempre più tristi. “Tienti attaccata al muro!” gridava quando mi avventuravo tra le pareti domestiche, sicché non c'è da stupirsi se fino ai quattro o cinque anni mi sia persuasa di essere un quadro. “Presto detto il tuo segreto, sei una bambola di vetro” cantilenava papanno grandi occhiali carezzandomi le guance. In profonda apprensione per la mia stazza minuta s’illudeva sarei cresciuta più in fretta leggendo libri per adulti. Non di rado, seduto accanto al mio lettino, divorava pagine intere della Divina Commedia, I Promessi Sposi, L’Orlando Furioso e il Grande libro del sapere che pur essendo un testo per ragazzi era talmente voluminoso da lasciare ben sperare sui possibili effetti auxologici. “Meglio una figlia handicappata che ignorante” asseriva con fierezza, e alla fine della fiera davvero era sicuro di farmi un complimento. Supponendo che a sei anni fossi ormai abbastanza in sesto, la scuola fece l’appello e reclamò la mia presenza. Mimola non volle essere da meno e si appellò a tutte le sue forze pur di rendermi presentabile, mi comprò il grembiulino rosa col colletto ricamato, la cartella di Poochie, l’astuccio di Iridella, i pennarelli Giotto, la gomma pane, la penna cancellabile, il quadernaccio, il quadernone, i fogli da disegno a carta ruvida, i fogli da disegno a carta liscia, il sussidiario illustrato, i numeri in calore e gli evidenziatori a freddo. Istruito sul mio imminente arrivo l'Assessorato all’Istruttoria organizzò una convention plenaria coi luminari più illuminati del circuito scolastico. Oltre al Preside delle scuole Clementoni, dove avrei iniziato gli studi, vi presero parte il Rettore Sanitario che sovrintendeva all’incolumità degli studenti disabili, disadattati e disattenti, e il Mastro Pedagogo che ne promuoveva l'inserimento relazionale. Come sempre in questi casi toccava al Capo Istruttore aprire la seduta. “Illustri colleghi, confido abbiate letto attentamente le istruzioni e conosciate già tutti il caso di Arianna Beltrami” “Naturalmente eccellenza” esordì il Rettore Sanitario carezzandosi la barba. “Sebbene a un medico quale sono non servano certo i compendi dell’Assessorato per parlare di osteogenesi imperfetta” “I medici sono tutti complici nel complicare le cose” lo interruppe sbuffando il Mastro Pedagogo. “Qui non servono diagnosi e paroloni, la bambina è fragile, si rompe per un nonnulla. Non c’è altro da spiegare” “Appunto lor signori, appunto!” sbottò il Preside scattando in piedi sulla poltrona. “Come si fa a proteggere una bambina di vetro in mezzo a tanti altri bambini? Io ci lavoro da una vita, con quelle pesti... corrono, saltano, scalpitano, si spintonano a vicenda... è impossibile, impossibile!” “Purtroppo non abbiamo scelta” sospirò il Capo Istruttore. “La scuola dell’obbligo è obbligatoria per tutti” “Mancano le risorse eccellenza, il sistema fa già acqua da tutte le parti e se Arianna scivolasse sul bagnato... ah che disastro, che disastro!” “Preside, non si abbatta” lo rinfrancò il Rettore. “L’alunna sarà seguita passo passo da una Collaboratrice Didattica altamente qualificata” “Passo passo? Per carità, meglio che stia seduta!” “Ci resterà, non ne dubiti. Datele un banco separato dagli altri e tutto andrà per il meglio” “Cosa mi tocca sentire!” brontolò il Mastro Pedagogo corrucciando le sopracciglia. “L’integrazione non si raggiunge certo col separatismo” “La salute, ne converrà, non è campo su cui tener banco senza camice bianco” polemizzò il Rettore irritato. “E lei non è certo un medico...” “Ma sono esperto in psicopatologie psicolabili, psicodrammi, test psicoattitudinali e testamenti psichedelici. Dunque ne so più di tutti voi” “Finiamola con questi preamboli!” tagliò corto il Preside. “E’ tutta una questione di responsabilità. Chi risponderà per gli accidenti della piccola?”. A quelle parole il Rettore Sanitario e Mastro Pedagogo si scambiarono una furtiva occhiata di sfida. “Non certo io” fece il primo. “Fosse per me gli handicappati...” “Diversamente abili” lo corresse l’altro. “Si chiamano diversamente abili” “E sia, diversamente inabili o abilmente diversi che dir si dolga. In ogni caso andrebbero lasciati negli ospedali, altro che scuola!” “Ma certo” ironizzò il Mastro Pedagogo “e già che ci siamo riapriamo i ghetti, le case chiuse, i bagni penali...” “Non mi parlate dei bagni!” latrò il Preside mettendosi le mani nei capelli. “Non abbiamo neanche i fondi per comprare la carta igienica!”. Il Mastro Pedagogo sgranò gli occhi non credendo alle sue orecchie. “Vuole forse anteporre la toilette ai bisogni di una bambina?” chiese. “Mio buon collega, tutti abbiamo i nostri bisogni. A questo serve la carta igienica” “Non divaghiamo, signori. Non divaghiamo” intervenne il Capo Istruttore. “Ha ragione eccellenza, chiedo scusa” fece il Preside. “Ma tornando ad Arianna Beltrami... sarà forse lei a rispondere della sua salute?” azzardò l’uomo con un filo di voce. “Non dica sciocchezze. Con tutte le pratiche che ho da istruire dove lo trovo il tempo di impratichirmi con la questione?” ribatté il Capo Istruttore. “Io la capisco benissimo, eccellenza eccellentissima” annuì il Mastro Pedagogo. “D'altronde con certa gente non si può certo parlare di integrazione, diritto allo studio, pari opportunità...” “Cosa cerca di insinuare?” proruppe il Preside sentendosi punto sul chi vive. “Guardi che ho sposato una femminista, io” “Di bene in moglie!” chiosò il Capo Istruttore. Non riuscendo a venire a capo del problema, l’Assessorato all’Istruttoria invitò anche mia madre a dire la sua. Mimola era così elettrizzata all’idea che accese e spense le luci tre volte prima di uscire di casa, “Che onore, che gioia, che emozione!” cicalava tra sé e sé, ma temendo di cadere in contraddizione e fare una figuraccia decise di andare subito al sodo. “Sebbene sia di vetro” titubò al cospetto dell’assemblea “Arianna non è trasparente. E quando guardiamo qualcuno non possiamo più fingere che non esista”.
  12. glass girl

    Sogni - capitolo 1

    trovo il testo molto accattivante e mi stupisce che nessuno l'abbia commentato. Invoglia a scoprire cosa avviene dopo. credo sia ben scritto, forse la prima parte indugia un po' troppo, rallenta, mentre la svolta finale accelera bruscamente. si potrebbe equilibrare il ritmo della narrazione, ma a parte questo è convincente. Ultima cosa sulle ultime due righe. troppi : a breve distanza. Dopo istante ci vedrei meglio un . Dà più risalto al finale.
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