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Sguigon

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Tutti i contenuti di Sguigon

  1. Sguigon

    Spezzare il racconto, tra un capitolo e l'altro

    Per ciò che sto scrivendo ho pianificato di introdurre nuovi punti di vista tra un capitolo e l'altro. Mentre la storia procede normalmente in ogni capitolo, tra di loro ho intenzione di introdurre diverse situazioni, che possono essere di svariato tipo. Una vicenda tra due non protagonisti, un racconto appena accennato nel capitolo precedente, una storia parallela. Ovviamente il tutto è comunque legato alla trama principale, ma creare una mini storia al suo interno. Per chi sa il termine, una sorta di easter egg. L'approccio potrebbe essere come nel libro di Faletti, "io uccido", mentre cambia punto di vista tra protagonista e assassino, ma in questo caso le vicende sarebbero meno legate tra di loro, in quando al limite si sfiorerebbero, per dare una visione più profonda e viva della storia. Io penso sia una buona idea. Sbaglio?
  2. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    Ho un dubbio riguardo i dialoghi con persone che parlano un'altra lingua. Basta descrivere questa persone come straniera, e quindi il lettore si deve immaginare il parlato, o stesso nella scrittura devi ricorrere a delle storpiature? L'esempio più comune penso sia trasformare "questo" in "cvesto" o simile.
  3. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    ok grazie a tutti, vedrò come comportarmi. Penso che comunque userò qualche esclamazione o affermazione, sottolineando il suono duro della sua madrelingua.
  4. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    Grazie a tutti per i consigli. In questo caso non deve essere comico, la storia è sul genere drammatico. Per quanto riguarda il personaggio è di nazionalità Tedesca, ma parla bene la lingua, solo che ovviamente un retrogusto germanico lo conserva, un po' per la difficoltà stessa di parlare un'altra lingua, un po' per sua scelta di non abbandonare le sue radici. Comunque non è un personaggio prettamente principale, ma vorrei caratterizzare anche lui. Inoltre avrei altri dubbi da chiarire e vuoti da colmare, possi scriverli sempre qui o mi conviene aprire un'altra discussione?
  5. Sguigon

    Nibiru (cap3-parteI)

    Bradipi la maggior parte delle tue domande, come sanno della basilica, le luci di emergenza, la descrizione dei piani ecc, trovano risposta alla fine del capito 2. Riguardo all'ultima non capisco, una volta scritto "pattugliavano" penso che sia chiaro cosa facevano le guardie. Nicolaj: si è vero in questo pezzo Isaam è un po' troppo passivo, ma il fatto è che si è appena risvegliato senza aver alcuna memoria, quindi spossato ecc. Però prima di questo ritaglio e subito dopo (decisamente dopo), c'è più movimento. Il mio problema è che vedo qualsiasi scena come un film. Se dovessi scrivere un copione non avrei alcun problema. Sostanzialmente devo lavorare a dare più pensiero all'opera e meno immagini.
  6. Sguigon

    Nibiru (cap3-parteI)

    Le rampe di scale che stavano per lasciare, larghe poco più di metro, unite al buio, all’aria fresca e umida, davano l'idea di inoltrarsi in una cripta. Ad avvalorare questa sensazione, il mormorio sottovoce di Peter, il suo eco che flebilmente riverberava e soprattutto la basilica sopra di loro. Erano tanti piccoli dettagli, insignificanti per chi era vissuto lì, ma che agli occhi di Isaam infondevano quella piacevole attrazione per un posto sconosciuto. Analizzare ogni angolo, percepire come nuovo qualsiasi dettaglio, non conoscere quanti altri scalini ci fossero da percorrere o quanto fosse stata grande la stanza dietro quella porta, tutto questo non lo intaccava, al contrario, la nuova situazione lo aiutava a reprimere quella senso asfissiante di non aver vissuto per troppo tempo. Scese l'ultimo scalino, Peter si era incamminato mormorando qualcosa sul cibo, ma prima di oltrepassare l'ingresso del primo piano, diede uno sguardo alla sua destra, dove le scale proseguivano verso i livelli inferiori. Dal buio delle rampe provenivano soffusi rumori metallici e un brusio di voci, Isaam li attribuì agli operai che cercavano di riallacciare l'elettricità. Non si soffermò oltre e giunse in un lungo e stretto corridoio. In quell'angusto andito potevano passare, al massimo, tre uomini affiancati. Proprio accanto alla loro posizione, verso sinistra, c'era una porta a due ante. Poco più distante vide dei nastri che riflettevano il rosso delle luci di emergenza, posti in modo da bloccare il percorso. «Ah! Adesso possiamo parlare normalmente» affermò Peter entusiasta. «Da questa parte» disse, tendendo aperta un'anta con una mano e indicandogli di entrare con l'altra. Isaam lo superò ritrovandosi in quello che doveva essere il loro refettorio. Una vastissima sala con tavoli rettangolari e panche ai loro lati che un tempo avrebbero potuto ospitare centinaia di persone. Le solite luci percorrevano il soffitto e il battiscopa, mentre altre bianche illuminavano abbondantemente tre zone della sala dove si prendeva la propria razione di cibo giornaliera. Uno di questi anfratti era posto nell'altro lato della stanza, distante circa otto metri poco più a destra di Isaam. Il secondo era alla sua sinistra, lontano una quindicina di metri. Infine l'ultimo alla sua destra, circa venti metri. La sala continuava parallela al corridoio appena abbandonato, ben oltre quei nastri che bloccavano la via. In lontananza, di fronte, si intravedeva una porta con ai lati due persone che la pattugliavano, e sparpagliati in mezzo ai tavoli, altri individui che osservavano sia la zona sia quelli che, come Peter, si erano avviati prematuramente per la cena. Con la poca luce a disposizione non era difficile intravedere il soffitto, non essendo alto quanto quello della basilica, posti a ugual distanza delle lampade al neon, spartane e in attesa di ricevere l’elettricità, lo percorrevano da un capo all’altro. Ormai giunto sul posto, era chiaro cosa fare: dirigersi verso la mensa prendere un piatto e sedersi, anche se con tutti quei posti, Isaam non condivideva la fretta di Peter. Andò dritto verso l’opzione che, tra le tre, era quella più vicina, ma dopo aver fatto pochi passi fu strattonato malamente da Peter. Alcune delle persone in penombra lo fissarono, e Isaam tirato indietro si voltò, infastidito, verso il ragazzo. «Ma che fai?!» trattenne a stento la rabbia. Peter gli avevo fatto pressione per essere uno dei primo in mensa, e adesso lo bloccava. «Isaam, non è quella la nostra zona. Dobbiamo andare per di qua» con l’inclinazione del capo indicò la mensa a sinistra. «Perché qual è la differenza?» chiese irritato mentre si sistemava la manica della giacca. Peter accennò un sorriso e alzò la mano in segno di scusa verso alcuni individui lontani, poi bloccandosi in quella smorfia gli rispose. «Te lo spiego dopo, adesso andiamo». Le persone, che si erano immobilizzate appena Isaam aveva evidentemente sorpassato dei limiti, ripresero a girare tra i tavoli ma apparivano più indispettite siccome non disdegnavano di guardarlo ad intervalli. Ritornato in quella che doveva sembrargli una zona franca, Peter parlò. «Le vedi queste mattonelle?» non le indicò, continuava a camminargli sul fianco sinistro guardando fisso davanti a sé, deciso a raggiungere il posto giusto. Isaam abbassò il capo per osservare. Erano delle semplici piastrelle romboidali, il colore non era distinguibile a causa dei riverberi rossi delle luci, ma non avevano alcuna particolarità rilevante, a parte qualche segno di rottura appena percettibile mentre altre scricchiolavano. «Cos’hanno di strano?» chiese incuriosito appena terminò la fugace ispezione. «Le mattonelle nulla. Ma finché resti sopra queste» con l’indice della mano destra le puntò più di una volta, «non ci saranno problemi. Oltrepassare i confini è il modo migliore per crearne, e a te che sei nuovo non conviene farlo. Mai e poi mai andare sulle mattonelle rettangolari». Isaam mosse gli occhi verso l’alto “Assurdo”. I due avanzavano sotto la parete, Peter sembrava volervi entrare dentro per nascondersi e questo di certo non allettava Isaam. A destra, distanti un paio di file di tavoli, erano da tempo sedute delle persone che parlottavano tra di loro, Isaam quasi pensò di intravedere una di queste che, come tutti al piano di sopra, lo stava fissando. Raggiunsero il limite della tavolata, a un paio di metri dal banco della mensa. «Adesso aspettami qui e tieni il posto, non ti preoccupare, io faccio subito, mi raccomando, non far sedere nessuno». Isaam lo guardò fisso spalancando le braccia e poi esclamò «Non c’è nessuno che si deve sedere!» stava quasi per urlare. Tutta quell’ansia di Peter, i misteriosi confini, i problemi esterni e quelli interni e soprattutto i suoi personali, iniziavano ad addensarsi dentro di lui, formando poco alla volta un groviglio di sensazioni distinte. In alcuni momenti avrebbe voluto ritornare sopra e scappare, in altri azzittire Peter che imperterrito gli suggeriva di non preoccuparsi, ma soprattutto avrebbe voluto guardare in faccia ogni singola persona, che continuava a fissarlo come se fosse stato un nuovo esemplare di animale pronto a mostrare le verità più nascoste della vita, e urlare con tutta la forza la sua completa ignoranza. Mentre Peter si era allontanato per prendere i vassoi, Isaam rimase a riflettere su ciò che provava, immobile in piedi guardando le semplici mattonelle romboidali. Ingoiò tutto ciò che sentiva, schiacciandolo nel profondo, facendo un respiro liberatorio si sedette, e nel far questo ritenne che gli era molto più semplice lasciar perdere ciò che lo disturbava piuttosto che perderci del tempo. Leggeri rumori di posate accompagnavano i passi degli uomini che pattugliavano la sala. La mensa era molto grande e vuota, cosicché ogni rumore echeggiava spezzando i piccoli frangenti di silenzio. Da solo vedeva Peter parlare ilare con chi gli serviva da mangiare e voltando lo sguardo si bloccò sul gruppo di prima.
  7. Sguigon

    Voci (1/2)

    Trama: Le storie personali e/o psicologiche mi interessano sempre. Anche se la situazione trattata, ossia lo squilibrio mentale del protagonista, è stata e sarà utilizzata in svariate situazione, credo che sia proprio lo specifico problema personale a rinnovare il testo. Questo significa che se la storia viene trattata anche da un lato emotivo, e non solo di causa-effetto, allora è sicuramente un genere che non ha problemi. L'incipit mi piace, non lo trovo sgradevole, ma penso che una disposizione diversa delle parole potrebbe rendere meglio. Faccio un esempio molto grezzo: Con un brontolio che diventa in pochi secondi un sibilo acuto, mentre la lama gira più veloce, parte la troncatrice. Non so se ho reso l'idea, in sostanza (io personalmente) sono attirato dalle frasi articolate in modo diverso, più che da quelle lineari, e penso che in questo specifico testo vada bene. Per quanto riguarda i contenuti: ho letto ancora poco per creare un legame e decidere per quali parti protendere, quindi devo vedere il proseguo della storia, e constatare se si tratti solo di pazzia fine a se stessa o provocata da colpe di altri. Grammatica: prima di me hanno già detto a riguarda ma vorrei sottolineare una maggiore attenzione per le virgole. Oltre a quelle poste tra soggetto e il verbo, in generale ne ho visto un po' troppe. Nel complesso, penso, ce ne dovrebbero essere di meno, in quanto tutto dovrebbe essere un filone di pensiero che però viene bloccato dalla loro presenza. Commento finale: come detto all'inizio, sono molto attratto da questo genere di narrativa, quindi il mio giudizio è anche un po' di parte, ma quello che rende una storia vera, (secondo il mio parare) non è tanto la plausibilità delle vicende, che come diceva Mazoni la realtà è il miglior spunto per una storia, siccome supera la fantasia; ma l'intreccio tra i personaggi e le loro azioni e i loro pensieri. In pratica un storia che si snoda attorno alla persona, e non una persona che passeggia nella storia.
  8. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    Scrivo qui perchè ho le mani legate. Tempo fa ho scambiato alcune email con un utente di questo forum. Purtroppo la sua email l'ho eliminata per sbaglio e i messaggi privati mi si sono cancellati. Ad aggravare la situazione, mi sono dimenticato, purtroppo, il nick dell'utente. Questo mio post è l'ultima cosa che posso fare per rintracciarlo. La cosa migliore sarebbe che leggesse qua, ma magari qualcuno ogni tanto può dire che c'è un certo Sguigon nel tentativo di rimembrare.
  9. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    niente, è proprio una botta in fronte
  10. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    perchè mi davi buoni consigli su una cosa che stavo scrivendo
  11. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    nei topic dove sono intervenuto ho già controllato, purtroppo ho proprio un vuoto di memoria. Il fatto che possa aver cambiato il nick è un problema relativamente aggirabile, in quanto se si ricorda il mio abbiamo risolto
  12. Sguigon

    Nibiru (rivisto)

    Allora, tempo fa avevo mostrato la mia idea di un romanzo che mi era venuto in mente. In questo tempo non mi sono fatto sentire, perchè ho riflettuto a dovere sulla storia, ho fatto alcune ricerche e rivisto completamente la trama, ma tenuto alcune idee di fondo. Se prima ero spinto da un'idea balenata casualmente, e tramite questa volevo creare tutto un libro, adesso ho ragionato(ma non ho finito) Questa è una finestra che da un semplice scorcio. Anno futuristo 2100. Ogni conoscienza è stata annientata, ogni tecnologia soppressa, chi vive persiste senza scampo. Il risveglio di Isaam, dopo un'incubo che avrà diversi modi per tormentarlo, lo catapulterà in una realtà a lui estranea. Un mondo devastato con il solo appoggio della fede. Isaam non ricorderà nulla del suo passato, solo rabbia e dolore accusa per i sogni. Risvegliatosi, scopre di trovarsi in una basilica enormemente vasta. Decine di rifugiati vivono rivolti esclusivamente alla fede. Dal suo risveglio si susseguiranno: i problemi della collettività, oppressa da essere misteriosi in agguato fuori della basilica; i tentativi e la crescente ricerca di isaam per trovare risposte a ciò che era e ai suoi sogni. Si renderà presto conto di trovarsi in un campo di superstiti della "Fedelity City" e che tramite corridoi metropolitani, costruiti molto tempo prima del "Giorno Nero", la basilica è collegata ad altri cinque edifici di culto di altrettante religioni. In lotta con la vita e con se stesso, Isaam si dovrà scontrare con la pesante verità. Cosa collega i sei culti? Dove hanno origine i suoi sogni e quella voce di donna che lo tormenta "Cosi mi uccidi"? E cosa è accaduto nel suo passato e a tutto il mondo? Tutto verrà messo in discussione, persino l'ultimo baluardo di speranza riversato della fede. Isaam dovrà sopportare la verità o smarrirsi nella sua mente.
  13. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    Capitolo 2: Rifugiati e rifugi Messosi seduto si tolse di dosso delle sottili coperte umide di sudore e constatò di avere solo una canottiera e dei boxer. Aveva la sensazione di essersi destato da un sogno immensamente lungo. Le persone al di fuori della tenda non si erano accorte del suo risveglio e non sapeva se questo era positivo o meno. Vide che c’erano alcuni stracci sporchi di sangue ammucchiati in un angolo e, acconto, un basso mobile con sopra delle forbici e alcuni coltelli. Si girò dall’altra parte un po’ perché era disturbato dal sangue sconosciuto e un po’ per cercare delle informazioni che lo potessero aiutare a capire dove si trovasse. Vicino c’erano alcuni vestiti piegati, per logica pensò fossero i suoi, e una piccola sacca. Mentre stava analizzando il circostante, si accorse che gli individui avevano smesso di parlare; alcune ombre si allontanarono mentre una si girò verso l’ingresso. Non avendo trovato nulla di rassicurante, basandosi sugli stracci sporchi, afferrò un coltello sul mobile e attendeva pronto a difendersi. Delle mani allargarono i teli e sporse per prima una nuca. Strinse l’arma nascondendola dietro la schiena pronto a colpire, ma allentò la presa quando vide il viso di una donna. «Ah, ti sei svegliato.», disse lei quando fu completamente dentro, «Non sentendoti più lamentare ho pensato che ci avessi lasciato», concluse ironica. L’uomo la osservava, continuando a non capire in che situazione si trovasse. «Allora», riprese vedendolo spaesato, «come ti senti?». L’atmosfera era tesa e imbarazzante. Lei, tranquilla come se lo conosceva da sempre, mentre lui rigido e con la sensazione di dover dire qualcosa, ma non ricordava nemmeno come si chiamava. Incalzò ancora con le domande restando comunque calma « Non ricordi nulla, Isaam? ». Sentendo quel nome qualcosa scattò in lui. In un attimo la mente lo portò, prima verso il sogno appena terminato, nel momento in cui qualcuno lo chiamava, poi verso un voce femminile con un tono molto triste, che allo stesso modo pronunciava ‘Isaam’. « Isaam, riesci a capire quello che dico? », la donna appariva preoccupata dal fatto di non ricevere risposte. « Ci conosciamo? », finalmente parlò restando comunque sospettoso. « Bene, parliamo la stessa lingua. », commentò sollevata,« Sei stato trovato svenuto e ti hanno portato qui. Avevi una ferita alla testa, io ho fatto il possibile per sistemarti e no, non ci conosciamo ancora ». « Allora come sai il mio nome? », la presa sul coltello ridiventava forte. « Quando sei arrivato avevi un braccialetto con le tue generalità. Tutta la tua roba è in quella sacca accanto agli abiti. », fece una breve pausa e lo squadrò, « Faresti meglio a vestirti e, se ce la fai, a raggiungermi di fuori. Questa tenda serve per cure di emergenza, ti verrà indicato dove puoi riposare». La donna si mosse per uscire ma Isaam intervenne «Aspetta! Ma chi sei?». «Oh giusto. Sono Samantha. Mi occupo di assistere i feriti e fare il possibile per limitare le morti con le conoscenze che ho a disposizione», ci tenne particolarmente a sottolineare l’ultima frase. «Sei una dottoressa?!», convenne. «Se vuoi chiamarmi in questo modo … Adesso appena finisci di prepararti esci, chiamerò qualcuno per farti accompagnare in una tenda libera», detto questo, girò le spalle senza constatare la presenza di altre domande e uscì. Prima di fare qualsiasi cosa, portò la mano sulla testa che gli doleva. Effettivamente aveva una piccola fasciatura dietro il capo ma, non ricordandosi come se l’era procurata, poteva essere stato chiunque, persino la dottoressa che affermava di averlo curato. Ancora con l’arma a portata di mano, Isaam si infilò subito i vestiti: dei semplici jeans, una camicia con maniche corte, e una leggera giacca. Dopo afferrò la sacca che conteneva, con molte probabilità, notizie su di lui e la rivoltò spargendo il contenuto sul materassino. Come detto dalla dottoressa, trovò un piccolo braccialetto di plastica sottile. Lo prese e sopra c’era scritto ‘Isaam R. - Anni: 33’. Infilò in tasca l’oggetto e continuò l’ispezione (da fuori si sentì Samantha chiamare qualcuno). C’era uno stropicciato foglietto di carta su cui non vi era scritto nulla, ma la cosa che attirò la sua attenzione era la presenza di un pugnale fuori dal comune. Aveva una lama triangolare e il manico era decorato da facce inquietanti. Il corpo dell’arma era molto dettagliato con disegni geometrici che percorrevano l’impugnatura. Come ultimo oggetto, una catenina placcata in oro con una croce all’estremità. L’ombra della dottoressa, proiettata sulla tenda, richiamò col braccio qualcuno; Isaam, vedendo questo, avvertì la sensazione di essere imprigionato e si voltò verso la parte opposta per cercare un’apertura tramite la quale fuggire. Si inginocchiò alla ricerca di un varco, scostò un telo che fungeva da tappeto e il senso di prigionia aumentò per la nuova scoperta: al posto di un soffice manto erboso vide delle lastre di marmo che si univano, tramite saldature, alle giunture della tenda impedendo di sollevarla o scavarci sotto. L’unica alternativa era tagliare il telo, non si scoraggiò, deciso più che mai, si allungò verso il materasso per prendere il pugnale e li si immobilizzò. In piedi davanti all’entrata una figura con una lampada lo fissava. La luce, che colpiva le pupille abituate alla penombra, gli impediva di capire chi fosse, poi quello parlò. « Finalmente ti sei svegliato! ». Dalla voce era un ragazzo molto giovane e, dall’intonazione che aveva usato, sembrava attendesse quel momento più di qualunque altra cosa. « Devo farti molte domande, devo sapere tutto! ». « Ti dispiace spegnere la luce? Così mi accechi! », gli intimò Isaam con il pugnale ancora in mano. « Oh scusa. Ecco fatto. Dai adesso esci ti mostro la tua tenda, nel mentre possiamo parlare. Ti aspetto fuori ». Rimasto nuovamente solo si voltò e lacerò il telo, ma ancora una volta dovette scontrarsi contro l’impossibilità di evadere. Un muro di pietra gli bloccava l’uscita e l’unica via, ormai, era quella che lo portava verso gli estranei. “Che posto è questo?”, pensò, “ Prima quel sogno e adesso questa tenda senza vie di fuga, non ricordo nulla”. Il ragazzo di prima lo chiamò da fuori «C’è qualche problema? Vuoi una mano?». « No! », si affrettò a rispondere per non fare entrare nessuno, «Finisco di vestirmi ed esco! ». In realtà non aveva altro da fare, cercava di guadagnare del tempo anche se non sapevo come usarlo. “ E va bene”, analizzando la situazione si portò verso le sue cose per raccoglierle, “Per ora è meglio non fare nulla di avventato. Se fossi stato catturato, sarei stato trattato in modo completamente diverso”. Si scrollò le spalle, la borsa penzolava in una mano, e cautamente uscì. Buio e tende, questa fu la prima visione che gli si parò davanti. Si girò per vedere bene dove si trovasse e constatò che a bloccargli l’uscita era una grande colonna di pietra. Poco distante notò la dottoressa Samantha intenta a conversare, mentre vicino a lui, come una guardia del corpo, c’era il ragazzo che, fremendo, lo attendeva. « Ciao Isaam? Posso chiamarti ‘Isaam’? », era allegro e parlava veloce, « Come va la testa Isaam? Io ti ho visto arrivare, sembravi grave ma ora vedo che stai bene, eh Isaam! ». Il ripetere continuamente il nome glie lo aveva fatto odiare nonostante lo avesse appena ricordato. « Ehi, calma. Ancora non so né dove mi trovo né chi sei ». « Purtroppo per te hai conosciuto Peter », si avvicinò Samantha, « Ti avevo detto di non disturbarlo! », redarguì il ragazzo, « Si è appena ripreso, lascialo tranquillo finché non prende familiarità col posto ». « Mica lo sto disturbando, stiamo facendo amicizia ». « Che posto è questo? », chiese Isaam. La donna lo guardò « Momentaneamente è dove trascorriamo la maggior parte del tempo. Dove viviamo c’è stato un problema con le tubature e ci siamo arrangiati qui. Per ora, il meglio che possiamo offrirti è una tenda. Sei nuovo, perciò non creare problemi, renditi utile e vedrai che ti troverai bene. Gustav! », chiamò qualcuno da lontano, « Gustav ti indicherà il posto dove andare, lì potrai sistemarti ». « E se volessi andarmene? », replicò con aria di sfida. « E dove vorresti andare, fuori? », accennò un sorriso, « Beh, allora buona fortuna! ». « Eccomi qui, Samantha », arrivò Gustav, un uomo alto e robusto con un accento tedesco, si girò verso Isaam, « Allora, seguimi ti mostro dove starai ».
  14. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    .Questa frase mi confonde: si è svegliato o no? A me sembra di sì, e dopo un sogno, quindi perché lui ne ha solo la sensazione? la sensazione era diretta alla durata del sogno, non se si era effettivamente svegliato Non è in grado di riconoscerli? evidentemente no Questa espressione non l’ho mai sentita, si usa? in italiano ha un senso, quindi dove sta il problema? E’ vero che ci sono studi che dimostra che si è più concilianti con una sconosciuta donna (per esempio nelle interviste per strada) ma non so se questa sia la giusta situazione. Perché il fatto che sia donna lo tranquillizza? Si sente nella posizione di instaurare un corpo a corpo? In seguito scoprirà perchè la dottoressa non gli crea agitazione, adesso non l'ho sa perchè non c'è alcun motivo, siccome non si è sviluppato nulla Ma queste virgole dopo i caporali sono necessarie? http://undiciparole.forumfree.it/?t=55174607 questo modo di scrivere l'ho letto in una guida che ho preso stesso qui. Non capisco la perplessità: mi sembra ovvio che la fasciatura gliel’abbia fatta la dottoressa. Non è così? Instilli un dubbio su cui non dai poi indizi. Forse ti riferivi alla ferita, non so… qui è stato un errore mio, non intendevo il dubbio sulla fasciatura, ma sulla causa della ferita. Ma che senso ha mettere una tenda se poi sotto c’è il marmo e intorno i muri? Tanto valeva mettere una porta all’ingresso e lasciare la stanza. Oltretutto, lui come può non accorgersene prima? Se sei in tenda c’è la luce, ci sono i rumori, una stanza in muratura con un unico varco è tutta un’altra cosa. I muri non sono tutt'intorno, c'è solo un pavimento e quello che lo blocca, ai lati no, ma uno che non lo sa(come del resto tu) pensa che ci siano anche ai lati, per questo motivo non ha tagliato ancora. Non ho ben capito la descrizione. Inoltre, se davanti all’uscita c’è la colonna, come faceva lui prima a vedere le ombre? anche qui ho sbagliato. Non intendevo l'uscita, ma la parte dove aveva lacerato il telo. Non mi ha convinto molto. Non ho capito il passaggio con il capitolo precedente, a parte il fatto che lui continua a non sapere dove si trova. Il personaggio principale, poi, è poco analizzato: dovrebbe essere terrorizzato, almeno credo, o spaesato, invece a tratti sembra un po’ confuso a tratti semplicemente non sembra nulla. La descrizione del posto non mi piace, questa tenda che è una stanza ha poco senso. Non sappiamo né dove né quando siamo, però ci sono jeans e accento tedesco, cose quotidiane. Infine, alleggerirei lo stile, le frasi sono inutilmente appesantite e la scelta lessicale non sempre è adeguata. Scrivo qui per ringraziare te e missduck per l'intervento. Tralasciando come sempre la parte grammaticale, ho da fare qualche spiegazione. Noto una differenza di analisi tra missduck, emma, e anche gli altri che hanno commentato il primo capitolo. Mentre la prima se è soffermata principalmente sulla grammatica, lessico ecc, gli altri hanno accennato anche al senso su alcune faccende. Sorvolando sulle parti dove è colpa mia( come il fatto della colonna sull'uscita), i dubbi che si vengono a creare sulle vicende, caratteri, comportamenti e luoghi, sono fondati se il racconto fosse terminato. Siccome però è solo la prima parte del secondo capitolo(e il primo non contribuisce a nulla, siccome è un sogno) è normale che tutto sia poco chiaro, considerando il fatto che non si tratta nè di una storia qualunque nè di un'ambientazione e condizioni sociali qualunque. Sia ben chiaro, non sto dicendo che siccome non è qualcosa di già visto, il libro è bellissimo, ma semplicemente che: come è normale che sorgono alcuni dubbi, allo stesso tempo non lo è siccome non riguarda la nostra vita quotidiana ma quella del mondo che sto scrivendo. Per fare l'esempio della tenda: per loro, evidentemente, è normale avere delle tende in quel luogo chiuso mentre per noi no, questo non significa che non abbia senso. Siccome sono tende di fortuna, perchè in seguito diranno il motivo esatto del loro utilizzo, è normale che chi si trova in quelle condizioni, preferisca avere un po' di privacy stando in una tenda, che in mezzo a tutti quanti. Sono sicuro che la questione del senso di alcune parti si ripeterà nel corso degli altri capitoli, ma vorrei che accettaste come normale questo lato, e mi aiutaste a correggere gli errori concreti. Altrimenti, se volete, vi dico direttamente la fine del libro, così tutto ciò che sembra non avere un senso( carattere, luogo, azione ecc) lo riacquista.
  15. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    Capitolo 2: Rifugiati e rifugi Messosi seduto si tolse di dosso delle sottili coperte umide di sudore e constatò di avere solo una canottiera e dei boxer. Aveva la sensazione di essersi destato da un sogno immensamente lungo. Le persone al di fuori della tenda non si erano accorte del suo risveglio e non sapeva se questo era positivo o meno. Vide che c’erano alcuni stracci sporchi di sangue ammucchiati in un angolo e, acconto, un basso mobile con sopra delle forbici e alcuni coltelli. Si girò dall’altra parte un po’ perché era disturbato dal sangue sconosciuto e un po’ per cercare delle informazioni che lo potessero aiutare a capire dove si trovasse. Vicino c’erano alcuni vestiti piegati, per logica pensò fossero i suoi, e una piccola sacca. Mentre stava analizzando il circostante, si accorse che gli individui avevano smesso di parlare; alcune ombre si allontanarono mentre una si girò verso l’ingresso. Non avendo trovato nulla di rassicurante, basandosi sugli stracci sporchi, afferrò un coltello sul mobile e attendeva pronto a difendersi. Delle mani allargarono i teli e sporse per prima una nuca. Strinse l’arma nascondendola dietro la schiena pronto a colpire, ma allentò la presa quando vide il viso di una donna. «Ah, ti sei svegliato.», disse lei quando fu completamente dentro, «Non sentendoti più lamentare ho pensato che ci avessi lasciato», concluse ironica. L’uomo la osservava, continuando a non capire in che situazione si trovasse. «Allora», riprese vedendolo spaesato, «come ti senti?». L’atmosfera era tesa e imbarazzante. Lei, tranquilla come se lo conosceva da sempre, mentre lui rigido e con la sensazione di dover dire qualcosa, ma non ricordava nemmeno come si chiamava. Incalzò ancora con le domande restando comunque calma « Non ricordi nulla, Isaam? ». Sentendo quel nome qualcosa scattò in lui. In un attimo la mente lo portò, prima verso il sogno appena terminato, nel momento in cui qualcuno lo chiamava, poi verso un voce femminile con un tono molto triste, che allo stesso modo pronunciava ‘Isaam’. « Isaam, riesci a capire quello che dico? », la donna appariva preoccupata dal fatto di non ricevere risposte. « Ci conosciamo? », finalmente parlò restando comunque sospettoso. « Bene, parliamo la stessa lingua. », commentò sollevata,« Sei stato trovato svenuto e ti hanno portato qui. Avevi una ferita alla testa, io ho fatto il possibile per sistemarti e no, non ci conosciamo ancora ». « Allora come sai il mio nome? », la presa sul coltello ridiventava forte. « Quando sei arrivato avevi un braccialetto con le tue generalità. Tutta la tua roba è in quella sacca accanto agli abiti. », fece una breve pausa e lo squadrò, « Faresti meglio a vestirti e, se ce la fai, a raggiungermi di fuori. Questa tenda serve per cure di emergenza, ti verrà indicato dove puoi riposare». La donna si mosse per uscire ma Isaam intervenne «Aspetta! Ma chi sei?». «Oh giusto. Sono Samantha. Mi occupo di assistere i feriti e fare il possibile per limitare le morti con le conoscenze che ho a disposizione», ci tenne particolarmente a sottolineare l’ultima frase. «Sei una dottoressa?!», convenne. «Se vuoi chiamarmi in questo modo … Adesso appena finisci di prepararti esci, chiamerò qualcuno per farti accompagnare in una tenda libera», detto questo, girò le spalle senza constatare la presenza di altre domande e uscì. Prima di fare qualsiasi cosa, portò la mano sulla testa che gli doleva. Effettivamente aveva una piccola fasciatura dietro il capo ma, non ricordandosi come se l’era procurata, poteva essere stato chiunque, persino la dottoressa che affermava di averlo curato. Ancora con l’arma a portata di mano, Isaam si infilò subito i vestiti: dei semplici jeans, una camicia con maniche corte, e una leggera giacca. Dopo afferrò la sacca che conteneva, con molte probabilità, notizie su di lui e la rivoltò spargendo il contenuto sul materassino. Come detto dalla dottoressa, trovò un piccolo braccialetto di plastica sottile. Lo prese e sopra c’era scritto ‘Isaam R. - Anni: 33’. Infilò in tasca l’oggetto e continuò l’ispezione (da fuori si sentì Samantha chiamare qualcuno). C’era uno stropicciato foglietto di carta su cui non vi era scritto nulla, ma la cosa che attirò la sua attenzione era la presenza di un pugnale fuori dal comune. Aveva una lama triangolare e il manico era decorato da facce inquietanti. Il corpo dell’arma era molto dettagliato con disegni geometrici che percorrevano l’impugnatura. Come ultimo oggetto, una catenina placcata in oro con una croce all’estremità. L’ombra della dottoressa, proiettata sulla tenda, richiamò col braccio qualcuno; Isaam, vedendo questo, avvertì la sensazione di essere imprigionato e si voltò verso la parte opposta per cercare un’apertura tramite la quale fuggire. Si inginocchiò alla ricerca di un varco, scostò un telo che fungeva da tappeto e il senso di prigionia aumentò per la nuova scoperta: al posto di un soffice manto erboso vide delle lastre di marmo che si univano, tramite saldature, alle giunture della tenda impedendo di sollevarla o scavarci sotto. L’unica alternativa era tagliare il telo, non si scoraggiò, deciso più che mai, si allungò verso il materasso per prendere il pugnale e li si immobilizzò. In piedi davanti all’entrata una figura con una lampada lo fissava. La luce, che colpiva le pupille abituate alla penombra, gli impediva di capire chi fosse, poi quello parlò. « Finalmente ti sei svegliato! ». Dalla voce era un ragazzo molto giovane e, dall’intonazione che aveva usato, sembrava attendesse quel momento più di qualunque altra cosa. « Devo farti molte domande, devo sapere tutto! ». « Ti dispiace spegnere la luce? Così mi accechi! », gli intimò Isaam con il pugnale ancora in mano. « Oh scusa. Ecco fatto. Dai adesso esci ti mostro la tua tenda, nel mentre possiamo parlare. Ti aspetto fuori ». Rimasto nuovamente solo si voltò e lacerò il telo, ma ancora una volta dovette scontrarsi contro l’impossibilità di evadere. Un muro di pietra gli bloccava l’uscita e l’unica via, ormai, era quella che lo portava verso gli estranei. “Che posto è questo?”, pensò, “ Prima quel sogno e adesso questa tenda senza vie di fuga, non ricordo nulla”. Il ragazzo di prima lo chiamò da fuori «C’è qualche problema? Vuoi una mano?». « No! », si affrettò a rispondere per non fare entrare nessuno, «Finisco di vestirmi ed esco! ». In realtà non aveva altro da fare, cercava di guadagnare del tempo anche se non sapevo come usarlo. “ E va bene”, analizzando la situazione si portò verso le sue cose per raccoglierle, “Per ora è meglio non fare nulla di avventato. Se fossi stato catturato, sarei stato trattato in modo completamente diverso”. Si scrollò le spalle, la borsa penzolava in una mano, e cautamente uscì. Buio e tende, questa fu la prima visione che gli si parò davanti. Si girò per vedere bene dove si trovasse e constatò che a bloccargli l’uscita era una grande colonna di pietra. Poco distante notò la dottoressa Samantha intenta a conversare, mentre vicino a lui, come una guardia del corpo, c’era il ragazzo che, fremendo, lo attendeva. « Ciao Isaam? Posso chiamarti ‘Isaam’? », era allegro e parlava veloce, « Come va la testa Isaam? Io ti ho visto arrivare, sembravi grave ma ora vedo che stai bene, eh Isaam! ». Il ripetere continuamente il nome glie lo aveva fatto odiare nonostante lo avesse appena ricordato. « Ehi ehi, calma. Ancora non so né dove mi trovo né chi sei ». « Purtroppo per te hai conosciuto Peter », si avvicinò Samantha, « Ti avevo detto di non disturbarlo! », redarguì il ragazzo, « Si è appena ripreso, lascialo tranquillo finché non prende familiarità col posto ». « Mica lo sto disturbando, stiamo facendo amicizia ». « Che posto è questo? », chiese Isaam. La donna lo guardò « Momentaneamente è dove trascorriamo la maggior parte del tempo. Dove viviamo c’è stato un problema con le tubature e ci siamo arrangiati qui. Per ora, il meglio che possiamo offrirti è una tenda. Sei nuovo, perciò non creare problemi, renditi utile e vedrai che ti troverai bene. Gustav! », chiamò qualcuno da lontano, « Gustav ti indicherà il posto dove andare, lì potrai sistemarti ». « E se volessi andarmene? », replicò con aria di sfida. « E dove vorresti andare, fuori? », accennò un sorriso, « Beh, allora buona fortuna! ». « Eccomi qui, Samantha », arrivò Gustav, un uomo alto e robusto con un accento tedesco, si girò verso Isaam, « Allora, seguimi ti mostro dove starai ». Peter apparve deluso di non poterlo accompagnare, ma nonostante la decisione della dottoressa esclamò « Aspetta, aspetta! Gustav è grande anche un po’ impacciato », si allontanò saggiamente dall’uomo, « Isaam è ancora debole, se si gira rischia di schiacciarlo e i tuoi sforzi per curarlo sarebbero stati vani. Lo accompagno io, tanto la tenda è qui vicino, la strada la conosco ». « Peter scansati e vai a perdere tempo da qualche altra parta. Samantha ha detto che non devi disturbare ». Isaam si sentiva conteso come un oggetto, ma volendo stare al gioco scelse il male minore « Va bene il ragazzino, tanto deve solo accompagnarmi, no? », se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe preferito evitare di confrontarsi contro la stazza di Gustav. « Come vuoi », disse Samantha, « ma ti avverto, Peter con i nuovi arrivati sa essere asfissiante e qui tu sei l’unico. Gustav a questo punto dovresti farmi un altro favore ». Peter, entusiasta per la vittoria sperata, liberò Isaam dal peso della sacca e lo spinse lontano dal gruppo « Finalmente ce ne siamo liberati, però ehi, non sono un ragazzino. Non basarti sulla prima impressione, Samantha non è poi così male ». “ Samantha no, ma tu …” pensò, ricordando quando poco prima lo aveva accecato con la lampada e subito dopo stordito di domande. « Vedrai, questo posto non è un sogno, ma è sempre meglio di fuori. Dai seguimi, la tenda è per di qua ». ‘Fuori’, questa parola colpì l’attenzione di Isaam. Prima la dottoressa, ora Peter avevano accennato al di fuori. Continuò a seguire la guida e nel frattempo analizzò la zona. Libero da domande o suggerimenti, riprese a vedere il luogo circostante. Notò subito un particolare rilevante che gli era sfuggito. Tutto ciò che lo circondava: tende, persone, valige, casse, non si trovava sull’erba ma, come l’interno di dove si era svegliato, su un pavimento di marmo. Guardando con più attenzione non erano semplici lastre, ma c’erano delle decorazioni, varie tonalità di colore, e si potevano scorgere vagamente delle scritte in latino. Fu pervaso da un dubbio e immediatamente guardò verso l’alto, se fu stupefatto per il suolo, ancora di più lo fu per il cielo. Sotto i suoi piedi c’era qualcosa di strano, ma sopra la sua testa non c’era praticamente nulla se non il buio assoluto. Non si trovava in una città e quindi le stelle non potevano essere sopraffatte dalla luce degli edifici, ma allora perché non ne si intravedeva neanche una? Non c’erano nuvole, non c’era la luna e adesso che lo notava mancava anche la brezza fresca della notte. Si accorse, in oltre, che la colonna intravista prima si ripeteva con distanze equanimi su due lati, e che la parte superiore spariva dell’ombra. Le persone, che fino a quel momento avevano svolto i loro affari, con discrezione fissavano Isaam al suo passaggio voltandosi appena venivano scoperte. Il ragazzo salutavano alcuni passanti che non si avvicina per via del nuovo arrivato. « Peter, giusto? », fermò il ragazzo, doveva fare chiarezza su qualsiasi cosa fosse quel posto. « Peter Brown per la precisione. Sai, è da tanto che aspetto un momento del genere, ho tante domande da farti: da dove vieni, perché sei venuto qui, come ci sei arrivato, com’è là fuori e tante altre ancora Isaam». « È proprio questo che ti vorrei chiedere. Prima anche la dottoressa ha accennato al ‘fuori’. Non ci siamo già? ». « Oh no, qui siamo dentro, fuori non si può andare per quello che c’è e per chi controlla l’uscita, le guardie non ti lasceranno mai passare ». «Allora che posto è questo? », domandò incuriosito e al tempo stesso incredulo per quello che aveva appena sentito, « Ci sono delle tende, avete lampade e torce, come possiamo trovarci dentro qualcosa se non ci sono luci e non vedo nemmeno il soffitto e le pareti? ». « Purtroppo sei capitato durante l’ennesimo guasto. Le tubature al secondo piano si rompono spesso e l’acqua fa contatto con i cavi interrompendo la corrente. Questo posto è molto grande, per questo non si vedono le pareti e le finestre sono chiuse, ma è anche vecchio e alcuni fili non sono isolati, però non ci dovrebbe voler troppo a ripararli e ad asciugare tutto. Fortunatamente hai dormito per tutto il tempo ». Pensò a quanto detto. Il soffitto era talmente distante da non vederlo e in più c’erano altri piani al di sopra, l’edificio doveva essere incredibilmente grande. « Ho dormito per tutto il tempo? Da quanto sono qui? ». Peter si passò una mano dietro al collo nell’intento di ricordare meglio, intanto continuavano ad avanzare sotto sguardi indiscreti, e con una smorfia di chi tenta di rammentare ogni singolo particolare accaduto tempo addietro disse « Mmh, mi pare circa tre giorni. Si! Sono sicuro, perché quando ti ho visto avevo appena finito di perdere a ‘Resisti e strappa’ », gli mostrò il palmo della mano leggermente bruciato. « E che mi puoi dire sulle guardie? Perché non dovrebbero far uscire? ». « Eh, il motivo preciso non lo so. Girano alcune voci, alcuni dicono che l’aria è irrespirabile, altri invece che i raggi siano diventati dannosi, poi tante altre persone giurano che fuori ci siano animali mutati. Se vuoi un mio parere », gli si avvicinò abbassando la voce, « finché non riparano il secondo piano, non esprimere pareri scientifici perché potresti farti sentire dal reverendo Bell, o da qualche altra persona a lui vicina ». Un rumore di alta tensione si diffuse nell’aria mentre Peter continuava la spiegazione « Su questo piano non è consigliabile parlare di scienza. Riguardo a cosa c’è fuori, resta sulla religione o, se non vuoi, sul vago. Comunque non credo che per te sia difficile, dopo tutto ho visto come si è comportata Samantha con te ». « Che vuoi dire? Io non ho notato nulla ». « È logico, tu non la conosci. È stata un po’ fredda, distaccata. A lei non piacciono i religiosi e tu avevi quella catenina al collo, per non parlare di quel pugnale. Io non l’ho visto, ma mi hanno detto che era strano e troppo malridotto per essere usato, ti sei divertito parecchio con quello eh? Magari me lo fai vedere quando arriviamo, avrai molte cose interessanti in questa sacca ». « Beh, quello che ho devo ancora capire se sia mio o meno ». Intervenne Peter sorridendo « Sicuramente alcuni vestiti che hai addosso non lo sono! ». « Stai dicendo che quando sono arrivato ero nudo? ». « No. Avevi le mutande e la giacca, ovviamente anche questa sacca con la tua roba. Dai siamo arrivato ». Avevano percorso un lungo corridoio pieno di occhi che li fissavano di nascosto, ed ora si trovavano in uno spiazzale più largo dove non c’era nessuno. « Scegli una qualsiasi tenda, queste sono tutte vuote. Se ti senti solo mi trasferisco qui, e possiamo parlare un po’ di te, ti faccio vedere quel che c’è da vedere e conoscere chi bisogna conoscere. Dai appena ti sistemi ci divertiamo». « Ci penserò? », ma in verità non aveva voglia di parlare col ragazzo, sia perché era troppo logorroico per i suoi gusti, sia perché non sapeva cosa dire su di se.
  16. Sguigon

    Sulla strada andando (Cap.2)

    qui credo ci stia meglio la virgola che il punto. alla fine questo pezzo Carlo rimase a guardare, incapace di capire cosa stava guardando, prima di rendersi conto e riconoscere che l’urlo immane che stava sentendo era il suo, prima di raggelare vedendo il pastore che alzava una mano, come per salutarlo o fermarlo, piegando il capo da un lato, emettendo al contempo un ghigno sofferente, con fuoriuscita da quelle labbra di un suono, un gorgoglio. Mi incarto un po' nel leggere questo periodo Per quanto riguarda la descrizione fisica del pastore, non credo ci sia nulla di male. Io ritengo che nei sogni ci possa essere qualsiasi cosa. Per dirla tutta il cane poteva pure mettersi a ballare, ovviamente si perdeva la tensione della scena, tutto ci può stare ma sempre se è pertinente la clima scelto.
  17. Sguigon

    Sulla strada andando (cap.I)

    All'inizio penso che ti sei dimenticato di mettere le virgolette quando dici Quella deviazione non ci voleva. Siccome non sono abbastanza esperto per analizzare la sintassi mi limito a vedere la storia nel suo insieme. Un primo capitolo per comprendere è insufficiente, magari si pensa una cosa quando poi è completamente diverso. Comunque non penso che sia troppo anonima la descrizione, questo perchè io vedo il narratore onnisciente solo fino a dove vedono gli occhi del protagonista. Nel senso( facendo un esempio) non sa cosa c'è nella stanza accanto, ma sa benissimo quanto ha un quadro dove si trova pinco pallino, anche se questi odia l'arte, non so se mi sono spiegato. Hai descritto una strada disagiata che diventa meno facile da percorrere col passare del tempo, non penso che ci sia molto da dire, e comunque preferisco che un minimo di immaginazione sia lasciato al lettore. L'inizio del tuo racconto è calmo, ma personalmente preferisco un primo capitolo dove non si capisce nulla. Correggimi se sbaglio, però da quello che ho letto sembra quasi che il protagonista sia andato indietro nel tempo. Questo lo deduco in parte dal tipo di strada che cambia di qualità, ma anche dalla vicenda con il duca, però molto probabilmente ho frainteso.
  18. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.1 rivisto]

    Ancora una volta sono grato per i vostri interventi sul lato grammaticale, sintattico e descrittivo. Però vorrei fare delle precisazioni prettamente sul senso della storia. Icelady alla fine mi hai detto che se il sogno non ha un senso stresso con la storia sarebbe meglio non abusarne. Questo però mi fa capire che tu non hai letto la trama, dove esplicito chiaramente che il sogno avrà un ruolo importante nella storia. Emma, sto cercando di lavorarci sopra, soprattutto sul fatto dove non si capisce che è un sogno. Non mi va proprio di scriverlo apertamente, ma pensavo( come mi hanno suggerito) che inserire avvenimenti strani potesse rendere l'idea. Però devo dire che in un certo senso sono abbastanza soddisfatto. All'inizio hai detto che resto a metà fra sogno e realtà. E' proprio quello che volevo fare. In pratica il tema del sogno, non di tutto il romanzo, si basa sull'evoluzione dell'ambientazione e del significato. Parte in questo posto estraneo con uno sconosciuto, ogni volta che avrà modo di sognare quell'avvenimento, si aggiungeranno particolari e una maggiore attenzione verso chi bussa. Alla fine si arriva alla consapevolezza che quello non è un sogno, ma un ricordo rimosso e che il subconscio tenta di far affiorare la verità(ovviamente questa è solo la trama del sogno, poi c'è tutta la storia esterna, diciamo che il romanzo è su due piani). In fatti, analizzandolo in questa forma grezza, chi bussa alla porta è il ricordo, e lui non la vuole aprire, siccome vuole dimenticare. Però per rendere la scena più movimentata, potrei far si che lui vuole aprire quella porta, ma una forza esterna( che poi è sempre lui stesso) glie lo impedisce. Sostanzialmente il primo capitolo non ha alcun senso analizzato singolarmente, ma rientra in un puzzle molto più fitto. Con questo voglio dire che(per quanto riguarda la sintassi non discuto) il senso di smarrimento e impossibilità di afferrare il significato del primo capitolo è inevitabile, siccome il protagonista non sa cosa riguarda il sogno. I particolari da descrivere nel primo capitolo non ce ne sono, perchè lui stesso non sa che esistono. Con l'avanzamento appariranno riferimenti, la stanza diverrà più dettagliata e le vicende avranno un senso, fino a raccontare un avvenimento accaduto veramente, con tutte le sue ripercussioni. Il sogno si dipanerà con il proseguo della storia, e solo alla fine si capirà il vero significato.
  19. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.1 rivisto]

    Ho fatto alcuni aggiustamenti, tagliate delle cose, e cambiato titolo. Spero che adesso vada bene. Trama Capitolo 1: La coscienza dell’incubo Era notte e le veneziane completamente chiuse non aiutavano l’illuminazione. Sebbene le finestre fossero serrate, delle lampade al neon, di un colore bluastro, percorrevano la parte alta della stanza, fornendo un minimo di luce. Si trattava di un luogo estremamente ristretto, più funzionale che appariscente. Un uomo seduto su di un letto fissava una foto su di un comodino vicino. ‘Toc toc’, bussarono alla porta. Il leggero colpetto dato fuori gli distorse l’attenzione. Si alzò dal letto come un automa e si guardò attorno circospetto. ‘Tutto normale’ pensò. Madido di sudore diede un’altra rapida occhiata, come se il suo sguardo cercasse qualcosa che gli era sfuggito poco prima. Si sentiva abbastanza confuso. La foto che stava tentando di analizzare era proprio vicino a lui, ma aveva una particolarità. Erano ritratti due uomini e una donna, ma apparivano sfocati, non riusciva a capire chi fossero. Si sgranchì le ossa indolenzite e fu in quel momento che lo udì sicuramente ‘toc toc’. Non si chiese chi fosse a disturbarlo, né tanto meno dove si trovasse in quel momento. Non si domandò nulla del genere. ‘Dove sono le pantofole?’, rifletté su l’unico quesito che gli balenò in mente. I suoi occhi per fortuna si erano abituati al buio e riuscì a identificare le calzature. Incurante di chi lo attendeva fuori, volle ancora una volta osservare la foto, ma senza che se ne fosse accorto il piccolo riquadro era sparito. Lo cercò smarrito, l’atmosfera stava diventando sempre più evanescente, tutto sembrava non avere sostanza. Spostò lo sguardo verso quella che doveva essere una sorta di cucina rudimentale. Su un muretto basso,una sorta di separazione tra quella e un’altra stanza ancora più piccola, c’era un fornello elettrico con qualche pentola e magicamente la foto scomparsa. Gli venne subito in mente di prendere la foto e si ritrovò, in quella che doveva essere la cucina, con l’immagine in mano. Rivolse ancora una volta lo sguardo verso l’illustrazione, niente. La foto appariva ancora sfocata sebbene si potesse distinguere la presenza di quelle tre persone. Posandola accanto al fornello vide la presenza di un piccolo scatolino giallo e un paio di forbici. Aprì il piccolo contenitore ed estrasse una bustina di plastica. Con le forbici tagliò un angolo dell’involucro e versò il contenuto in una tazza di ferro con dell’acqua. Tranquillamente, come se nessuno avesse mai bussato, iniziò a preparasi una tisana riscaldandosi vicino al fornello elettrico. Mentre preparava l’infuso aveva sempre lo sguardo rivolto verso quell’oggetto che non dava segno di schiarirsi e fu in quel momento che lo sentì ancora ‘toc toc’. Abbassò leggermente la testa, fece un profondo respiro e pacatamente disse «Vai via». Detto questo si scrollò le spalle, ormai era solo, si sentiva leggero. Finalmente quel qualcuno che aveva bussato, e che lo aveva fatto certamente altre volte, se ne era andato. Finito di preparare la tisana, prese una tazza dalla credenza e la riempì. Ancora una volta ‘toc toc’. Tediato si girò verso l’ingresso. Quel qualcuno aveva ricevuto più di una volta una negazione ad entrare e continuava a dare fastidio, ma ciò che era strano è che non c’era nessuna illuminazione all’esterno, nessun tipo di luce entrava dalla finestra ma anche dagli spiragli della porta. Scocciato, come se avesse ripetuto all’infinito un concetto banale, disse «Ti ho detto vai via». In piedi, rivolto verso il fornello fece per sedersi e si ritrovò sul letto come se si fosse teletrasportato. Soffiò sulla bevanda, il fumo lo offuscava per quanto era vicino nell’atto di raffreddarla. Ancora con la foto in mano, nasceva in lui la curiosità di vedere chi ritraeva. Non conosceva il posto e allo stesso modo non sapeva chi era raffigurato. Troppo a lungo si era dilungato nel soffiare, adesso aveva gli occhi che lacrimavano ma voleva assolutamente svelare il mistero della foto siccome, seppur non avesse ricordi di quell’oggetto, gli sembrava familiare. Posò la tazza sul comodino, si asciugò gli occhi con la manica del pigiama cobalto, ma ancora una volta, imperterrito, inflessibile e strafottente ‘toc toc’. Questa volta, però, non seguì l’attimo di silenzio prima della reiterata risposta. Da dietro la porta proveniva un sussurro ovattato. Stranamente gli dava più fastidio sentirlo parlare, se così si può dire, che il rumore delle bussate. Guardando la scena dall’esterno si assisteva soltanto ad una persona che udiva un mellifluo mormorio. Ovviamente non fu così per il diretto interessato. Il rumore di fondo gli appesantiva la testa quasi per tramortirlo. Non resistette, anzi cercò ma invano, fece un forzuto respiro inarcò le sopracciglia le labbra si curvarono e poi urlò «Devi andare via, ho detto che non devi venire a disturbarmi!». All’urlò segui un pesante rumore di massicce catene che si andarono a schierare sulla porta di legno. La chiusero completamente, non si vedeva più l’inizio dell’ingresso né tanto meno la fine delle catene che si erano andate a conficcare sulle pareti vicine per avere una presa più sicura. Pensò di essere riuscito nel suo intento, e che quell’individuo avesse capito che non gli era concesso entrare. Bastava solo una risposta più aggressiva per sbarazzarsi dell’importunatore. Adesso, con l’ultima sfuriata, si sentiva capace di analizzare a fondo la foto. Allungò la mano e prese la cornice, se l’avvicinò e rimase allibito. Vuota. Nella foto non c’era nulla ma la prima volta che l’aveva vista era sicuro della presenza di tre persone. Ora non c’era nulla. Magari essendo ancora rintontito le aveva immaginate, o magari aveva visto la foto in un sogno, del resto nei sogni sembra tutto così reale, e se poi si cambia un dettaglio di una cosa che effettivamente c’è ma non si conosce , si può cadere nell’errore. Tuttavia non dovette scervellarsi troppo, poiché l’intimidazione di prima non funzionò anzi peggiorò la situazione. ‘Wrang! Boom!’ un poderoso urto scosse la porta, qualcosa di grosso e infuriato ci sbatteva costantemente sopra, le catene ondeggiarono spaventosamente. Ogni urto era un’esplosione atomica nella testa del padrone di casa, ogni urto si tramutava in una deflagrazione che prima lo sbalzava fisicamente lontano, e sembrava che anche le pareti si muovessero, e poi lo trascinava al centro del boato, come se ci fosse un risucchio di cui anche i muri ne soffrivano. ‘Wrang! Boom! Scomp!’ una guerra era scoppiata tra le mura di quella semplice stanza di pochi metri quadri. In quell’agitazione, l’uomo, si trovò rinchiuso in una stanza minuscola, non c’era più la foto, non c’era più il letto o la piccola cucina, solo la porta sbarrata dalle catene e quelle finestre completamente serrate. Quella vicenda era così devastante e soprattutto inaspettata e sovrannaturale che un unico pensiero gli si generò in mente. Mentre veniva sballottato in tutte le direzione come quella pallina di ferro dentro le bombolette pensò ‘Sto per morire! Non aver aperto una porta può provocare tutto questo? Non ha senso! Chi è quel mostro che vuole a tutti i costi entrare?!’ Nella confusione più totale urtò il pavimento con la testa e toccò il soffitto con i piedi, era impotente nel fare qualsiasi cosa. Il capo gli rintronava per gli urti violenti sulla porta, il corpo gli doleva per quelli sulle superfici. Veniva sballottato in ogni direzione come se si trovasse in una centrifuga. Non c’era un minimo di senso in quello che stava accadendo e, rispettando l’assurdo dell’evento, tutto finì all’improvviso. L’uomo si ritrovò disteso a terra maciullato dentro, sicuro di aver riportato qualche frattura. Tutto tacque, eccetto un respiro affannoso proveniente da quella maledetta porta. Cercò le forze per alzarsi, si sentiva stranamente vincitore e un sogghigno gli si formò inconsciamente sul volto. ‘Mi sento bene e soddisfatto, ma è possibile? Non ho fatto nulla per sentirmi così!’. Non seppe rispondere, e provò la stessa sensazione di ineffabilità quando un coro … un coro religioso si udiva sempre più forte, poderoso e pieno di forza d’animo. Un coro, che esprimendo la potenza incontrastata della perfezione restando armonioso nella voce, proveniva da quelle finestre. Distrutto, e felice al tempo stesso, l’uomo si alzò stranamente incolume. Quelle voci, con la musica di sottofondo, gli curavano le ferite interiori e sopprimevano quello che ora era diventato un lamento proveniente da dietro l’uscio. Incuriosito da cosa potesse essere, si avvicinò alle veneziane divenute incredibilmente grandi mentre la porta ormai quasi spariva. Allungò un dito per creare un passaggio fra le tapparelle e immediatamente, appena si aprì un varco piccolissimo, entrò una luce bianca dirompente che lo accecò per la forte intensità. Investito da questa potenza impalpabile arretrò, non riuscendo a contrastarla né a vedere cosa ci fosse fuori. Prima che l’apertura si chiudesse, una voce femminile si rivolse all’uomo chiamandolo sommessamente «Isaam … Isaam … Apri …» ma la fine della frase si interruppe quando la stanza ripiombò nel buio. Quell’essere che fino a quel momento era rimasto in agguato, attendendo un’opportunità per intervenire, approfittò del momentaneo scombussolamento e con uno sbraito iracondo urtò così furentemente verso la porta, da sminuire l’attacco precedente e frantumare le catene. L’uomo si voltò verso il grido animale e la stanza sparì del tutto. Alla sua sinistra c’era la porta, ritornata grande come prima o qualcosa in più, ormai sprovvista di protezione, e di fronte a lui un lungo specchio orizzontale, tutto intorno solo tenebre. Era immobilizzato e un opprimente oscurità si ripercuoteva su di lui. Una piccola fiammella bianca comparve alle sue spalle e dilatò la sua ombra fino a farle toccare lo specchio, quest’ultima si mosse per entrarvi dentro. Gli occhi dell’individuo si chiusero come fessure per distinguere bene cosa stesse accadendo; la cerea fiammella non produceva abbastanza luce da rendere tutto chiaramente visibile. L’ombra si era alzata al di là dello specchio e si accesero due fuocherelli rossi a mo di occhi. L’uomo si sentì sospeso, come se il tempo avesse cessato di scorrere, in più la sensazione di debolezza stava tornando mentre quel sentimento di vittoriosa soddisfazione lo abbandonava. La figura tenebrosa alzò il braccio destro per indicare la porta e in questa posizione parlò. Non fu una sola voce, piuttosto un susseguirsi frenetico di frasi di diverse persone che strascicavano le parole. «E’ accaduto fallo». «Non pensare fallo». «Non puoi tirarti indietro fallo». «Non ascoltarla fallo». Le frasi si accavallavano nella sua mente, si ripetevano, alcune non si potevano distinguere mentre le altre gli rimbombavano dentro e in questo turbinio di parole la porta stava lentamente aprendosi. Nonostante lui fosse soggiogato da quello che stava accadendo, proteggendosi la testa con le mani trovò la forza di scattare verso la porta per chiuderla con un calcio. La testa dell’ombra sporse dallo specchio per osservarlo, le voci furono soppresse, momentaneamente ci fu un attimo di silenzio e poi un avvertimento infernale si scaraventò contro di lui «Non puoi fermarlo!». Un'onda d'urto lo colpì facendolo sbattere sulla porta e cadere inerme al suolo. Aprì gli occhi, solo il respiro affannoso gli faceva compagnia. Era disteso su di un sottile materasso, mosse lo sguardo da una parte all’altra per capire dove fosse. La testa gli doleva e non dava segno di acquietarsi. Tutto gli si schiariva, era disteso in una tenda. Non sapeva minimamente come faceva a trovarsi lì dentro e questo, in aggiunta a ciò che pensava fosse accaduto prima, gli procurava stress e agitazione. Fuori della tenda proveniva un mormorio di persone e dei leggeri chiarori giallastri che, con il loro movimento incerto, proiettavano ombre danzanti sulle pareti. Fece un profondo respiro e analizzò ciò di cui era sicuro: 'Poco fa è stato solo un terribile, insensato, incubo'.
  20. Sguigon

    L'inizio del tour

    cut
  21. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.1 rivisto]

    Come sempre prendo subito in considerazione le parti della sintassi, ma ci sono alcuni punti che non riesco a capire. All'inizio hai detto che la foto l'ho fatta comparire dal nulla, ma ho scritto che c'era un uomo che fissava una foto si di un comodino. La parte che non si intuisce da dove sono comparse le catene non l'ho capita. Prima mi si dice che in un sogno non ci deve essere senso nelle azioni, e per questo ho tolto il pezzo dove dico che si era diretto in cucina, e poi non va bene se faccio comparire delle catene dal nulla? Sono semplicemente comparse nulla ne più ne meno. Per il fatto di silent hill, questa è una coincidenza, siccome non l'ho mai giocato. Nel punto in cui mi dici che invece della porta sembra che a subire i colpi sia l'uomo , è proprio così. Il mostro colpiva la porta e tutta la stanza ne subiva, compreso l'uomo. E aggiungo che se è sembrato questo allora ritengo che vada bene, perchè questo era il mi intento. Poi mi dici che è difficile immaginarsi che chi non viene colpito sia pieno di ammaccature. Ma se ho detto che veniva sbattuto come in una centrifuga, e urta per terra e sul soffitto, qual'è il problema. Io non riesco proprio a capire il ragionamento che devo fare. Allora ti sembra normale che uno si siede in cucina e si ritrova sul letto? Oppure viceversa, si trova sul letto e subito dopo in cucina? Ho intitolato il capitolo 'la coscienza dell'incubo' non ho detto che si sveglia, se no è troppo complicato, ho fatto accadere cose, movimenti, vicende insensate. Penso che si capisca abbastanza presto che si tratta di un sogno, allora se volessi lo potrei anche farlo abbaiare a quattro zampe, tanto chi può dire in un sogno cosa a senso e cosa non lo ha?
  22. Sguigon

    Quello che gli altri non dicono - Prologo

    Sembra una sorta di biografia romanzata, ma sicuramente mi sbaglio. Per quanto riguarda i vocaboli usati, non posso dire nulla perchè questa è stata una tua idea e non un errore di grammatica o una svista lessicale, d'altro canto bisogna vedere se questo genere di scrittura susciti interesse per eventuali lettori. Riguardo al testo in generale non rientra nel mio genere, siccome sono incline più alle storie che ti incasinano il cervello. Comunque se vuoi un mio parere, penso che stonino un po' alcune parole, non le parolacce, ma quei termini più ricercati rispetto a quelli di uso comune tipo: districarmi, glabro,rimuginandoci. Non dico che queste parole sono per colti professori universitari, ma di solito quando uno perde la pazienza(mi ci metto pure io) usa parole facili, terra terra, così si arrabbia più facilmente. In fine nel pezzo della caduta dei capelli la parole d'altronde, si dovrebbe usare per negare una novità, per esempio: "si è dimostrato un vero maleducato, d'altronde te lo avevo detto". Invece lì, prima e dopo, ribadisci la stessa cosa.
  23. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap. 1 pt1]

    Questo è il mio primo vero romanzo in quanto tale. Fino ad ora ho cercato vari modi per scrivere una storia, e penso di aver trovato la trama migliore(per ora). Per chi volesse saperla vagamente, qui l'ho scritta cambia un po' il formato e le volte che sono o non sono andato a capo, ma l'importante per ora è il senso. Capitolo 1: Il risveglio Era notte, o per lo meno, le tapparelle completamente serrate davano questa sensazione. Un uomo dormiva contorcendosi leggermente per il sogno che stava facendo. Si trovava in una stanza d’albergo o, al limite, in un appartamento estremamente ristretto, più funzionale che appariscente. ‘Toc Toc’, bussarono alla porta. Il leggero colpetto dato fuori bastò a far trasalire l’individuo dal suo incubo. Spalancò gli occhi istantaneamente, si alzò dal letto come un automa e si guardò attorno circospetto. ‘Tutto normale’ pensò, era riuscito semplicemente a destarsi dal suo incubo. Era stato un sogno opprimente, questo è certo, ma lo era di più ora, siccome non riusciva a ricordarlo. Diede un’altra rapida occhiata, come se il suo sguardo cercasse qualcosa che gli era sfuggito poco prima. Si sentiva ancora abbastanza confuso. Svegliarsi all’improvviso dopo un sogno che lascia il fastidio, non lo faceva saltare di gioia. Madido di sudore stette ad osservare la cupa stanza. Una stanza piccola, in un certo senso anche deprimente. Accanto al letto, dove fino a qualche istante prima riposava, su un anonimo comodino di legno c’era una fotografia. Erano ritratti duo uomini e una donna, ma aveva gli occhi ancora sonnolenti per distinguere i particolari dell’immagine. Iniziò un leggero movimento del capo che, dal comodino, lo portò verso la finestra da dove non trapelava neanche il più piccolo bagliore di luce naturale o artificiale che sia. Spostò ulteriormente lo sguardo verso quella che doveva essere una sorta di cucina rudimentale. Su un muretto basso c’era un fornello elettrico con qualche pentola. Ma fu quando arrivò all’ultimo punto della stanza, sorpassando la porta del bagno con affianco quella dell’armadio a muro, che lo sentì ancora ‘Toc Toc’. Chi poteva essere? Chi lo disturbava ? E soprattutto, si era svegliato in quella stanza ma dove si trovava esattamente? Non si domandò nulla del genere. ‘Dove sono le pantofole?’, rifletté su l’unico quesito che gli balenò in mente. I suoi occhi per fortuna si erano abituati al buio e riuscì ad identificare le calzature. Si diresse verso la porta solo perché era l’unico modo per aggirare il muretto che separava la “cucina” dalla “stanza da letto”. Non aveva conoscenza di quel posto ma si muoveva, seppur ancora sonnolente, deciso e sicuro di trovare in un determinato cassetto quello che cercava. Aprì quello più vicino a lui, prese delle forbici e, successivamente, un piccolo scatolino giallo posto in un tiretto vicino la sua testa. Tranquillamente, come se nessuno avesse mai bussato, iniziò a preparasi una tisana riscaldandosi vicino al fornello elettrico. La sonnolenza ormai lo stava abbandonando e il distacco totale da Morfeo si ebbe quando, ‘Toc Toc’, qualcuno bussò ancora alla porta. Abbassò leggermente la testa, smise di muovere su e giù l’involucro dell’infuso, fece un profondo respiro e pacatamente disse «Vai via». Detto questo si scrollò le spalle, ormai era solo, si sentiva leggero. Finalmente quel qualcuno che aveva bussato, e che lo aveva fatto certamente altre volte, se ne era andato. Finito di preparare la tisana, prese una tazza dalla credenza e la riempì. ‘Mi manca una fetta di limone’. Soffermatosi a pensare dove potesse mai trovarla, non essendoci nessun tipo di frigorifero o luogo “conserva-limoni”, ancora una volta ‘Toc Toc’. Tediosamente si girò verso l’ingresso. Quel qualcuno doveva essere, oltre che sordo, anche cieco. Aveva ricevuto più di una volta una negazione ad entrare e continuava a dare fastidio, ma ciò che era strano è che non c’era nessuna illuminazione all’esterno, nessun tipo di luce entrava dalla finestra ma anche dagli spiragli della porta. Magari si era fulminata la lampadina dell'esterno, e quello aveva bisogno di luce per trovare la fessura della porta di casa sua; ma non aveva alcun senso continuare a bussare a chi non ti apriva. In quell’oscurità la flebile luce bluastra del fornello si ergeva imperatrice suprema dell’illuminazione. Scocciato, come se avesse ripetuto all’infinito un concetto banale a quello, «Ti ho detto vai via». Completamente sveglio, il cervello iniziava a ingranare la marcia, i ricordi pessimi di tutte le volte che era stato asfissiato incominciavano a ripresentarsi, si diresse verso il letto per sedersi e bere comodamente la tisana. Soffiò per raffreddare la bevanda, il fumo lo offuscava per quanto era vicino nell’atto. Prese la foto, nasceva in lui la curiosità di vedere chi ritraeva. Troppo a lungo si era dilungato nel soffiare, adesso aveva tutti gli occhi che lacrimavano ma voleva assolutamente svelare il mistero della foto, tanto estranea a lui quanto conosciuta. Posò la tazza sul comodino, si asciugò gli occhi con la manica del pigiama cobalto, ma ancora una volta, imperterrito, inflessibile e strafottente ‘Toc Toc’. Questa volta, però, non seguì l’attimo di silenzio prima della reiterata risposta. Da dietro la porta proveniva una voce ovattata che in più sussurrava. Era come se chi stesse parlando fosse incastrato dentro un vaso di vetro riempito di cuscini e chiuso in una scatola oltre al fatto di stare dietro l’uscio. Stranamente gli dava più fastidio sentirlo parlare, se così si può dire, che il rumore delle bussate. Guardando la scena dall’esterno si assisteva solamente a un mellifluo mormorio e una persona seduta su di un letto. Ovviamente non fu così per il diretto interessato. Il rumore di fondo assumeva la funzione di un chiodo arrugginito con la punto smussata che cercava di scavargli nelle tempie per colpirlo all’interno e farlo a brandelli. Non resistette, anzi cercò ma invano, fece un forzuto respiro inarcò le sopracciglia le labbra si curvarono e poi urlò «Devi andare via, ho detto che non devi venire a disturbarmi!». Fu una sfuriata piuttosto leggera per tutta la preparazione che l’aveva anticipata, ma forse non voleva spendere altro fiato per quello. Comunque riuscì nel suo intento, o quasi. Subito dopo non ci fu più nessun ‘Toc Toc’, finalmente. Bastava solo una risposta più aggressiva per sbarazzarsi dell’importunatore, forse non era sordo, magari ci sentiva poco. Adesso poteva, una volta per tutte, vedere cosa c’era su questa foto. Allungò la mano e prese la cornice, se l’avvicinò e rimase allibito. Vuota. Nella foto non c’era nulla ma la prima volta che l’aveva vista era sicuro della presenza di tre persona. Ora non c’era nulla, solo una stanza vuota. Magari essendo ancora rintontito le aveva immaginate, o magari pensava di averla vista ma stava ancora dormendo, del resto nei sogni sembra tutto così reale, e se poi si cambia un dettaglio di una cosa che effettivamente c’è ma non si conosce , si può cadere dell’errore. Tuttavia non dovette scervellarsi troppo, poiché l’urlo non funzionò a dovere, anzi peggiorò la situazione. ‘Wrang! Boom!’ un poderoso urto scosse la porta, qualcosa di grosso e infuriato ci sbatteva costantemente sopra, incurante dei possibili danni alla propria persona. Ogni urto era un’esplosione atomica nella testa del padrone di casa, ogni urto si tramutava in una deflagrazione che prima lo spingeva lontano, e sembrava che anche le pareti si muovessero, e poi lo risucchiava al centro del boato, come se ci fosse un risucchio di cui anche i muri ne soffrivano. ‘Wrang! Boom! Scomp!’ una guerra era scoppiata tra le mura di quella semplice stanza di pochi metri quadri, dove tutti i servizi più importanti erano racchiusi. Era così devastante e soprattutto inaspettata e sovrannaturale che un unico pensiero gli si generò in mente. Mentre veniva sballottato in tutte le direzione come quella pallina di ferro dentro le bombolette pensò ‘Sto per morire! Non aver aperto una porta può provocare tutto questo, non ha senso! Chi è quel mostro che vuole a tutti i costi entrare?!’ Nella confusione più totale urtò il pavimento con la testa e toccò il soffitto con i piedi, era impotente nel fare qualsiasi cosa. Il capo gli rintronava per gli urti violenti sulla porta, il corpo gli doleva per quelli sulle superfici. Non c’era un minimo senso in quello che stava accadendo e, rispettando l’assurdo dell’evento, tutto finì all’improvviso. L’uomo si ritrovò disteso a terra maciullato dentro, sicuro di aver riportato qualche frattura. Tutto tacque, eccetto per un respiro affannoso proveniente da quella maledetta porta. Cercò le forze per alzarsi, si sentiva stranamente vincitore e un sogghigno gli si formò inconsciamente sul volto. Ma come poteva avere una sensazione del genere se tutto aveva fatto, in quei poco attimi, tranne che opporsi? Non seppe rispondere, e provò la stessa sensazione di ineffabilità quando un coro … un coro religioso si udiva sempre più forte, più poderoso e pieno di forza d’animo. Un coro che esprimeva la potenza incontrastata della perfezione restando armonioso nella voce. [continua...]
  24. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap. 1 pt1]

    Il racconto cambiato l'ho messo(sopra) però ora mi interesserebbe sapere a che genere si può riferire. Chi ha una visione più ampia della mia, basandosi su quel poco che ho messo e sulla trama che ho scritto, mi può illuminare? Io ho letto fantasy, horror.
  25. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap. 1 pt1]

    ok, allora adesso vado a mangiare, appena torno rielaboro la prima parte e vedo di migliorarla. Perchè se non supero le incomprensioni all'inizio non ha senso andare avanti, anche perchè la fine del racconto è così incasinata, che se non trovo un rimedio dovete solo prendere il mio ip trovare dove abito e uccidermi Ho rivisto lo scritto e cambiato anche il titolo che ora mi sembra più opportuno
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