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Sguigon

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  1. Sguigon

    Spezzare il racconto, tra un capitolo e l'altro

    Per ciò che sto scrivendo ho pianificato di introdurre nuovi punti di vista tra un capitolo e l'altro. Mentre la storia procede normalmente in ogni capitolo, tra di loro ho intenzione di introdurre diverse situazioni, che possono essere di svariato tipo. Una vicenda tra due non protagonisti, un racconto appena accennato nel capitolo precedente, una storia parallela. Ovviamente il tutto è comunque legato alla trama principale, ma creare una mini storia al suo interno. Per chi sa il termine, una sorta di easter egg. L'approccio potrebbe essere come nel libro di Faletti, "io uccido", mentre cambia punto di vista tra protagonista e assassino, ma in questo caso le vicende sarebbero meno legate tra di loro, in quando al limite si sfiorerebbero, per dare una visione più profonda e viva della storia. Io penso sia una buona idea. Sbaglio?
  2. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    ok grazie a tutti, vedrò come comportarmi. Penso che comunque userò qualche esclamazione o affermazione, sottolineando il suono duro della sua madrelingua.
  3. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    Grazie a tutti per i consigli. In questo caso non deve essere comico, la storia è sul genere drammatico. Per quanto riguarda il personaggio è di nazionalità Tedesca, ma parla bene la lingua, solo che ovviamente un retrogusto germanico lo conserva, un po' per la difficoltà stessa di parlare un'altra lingua, un po' per sua scelta di non abbandonare le sue radici. Comunque non è un personaggio prettamente principale, ma vorrei caratterizzare anche lui. Inoltre avrei altri dubbi da chiarire e vuoti da colmare, possi scriverli sempre qui o mi conviene aprire un'altra discussione?
  4. Sguigon

    Parlare con un accento straniero

    Ho un dubbio riguardo i dialoghi con persone che parlano un'altra lingua. Basta descrivere questa persone come straniera, e quindi il lettore si deve immaginare il parlato, o stesso nella scrittura devi ricorrere a delle storpiature? L'esempio più comune penso sia trasformare "questo" in "cvesto" o simile.
  5. Sguigon

    Nibiru (cap3-parteI)

    Bradipi la maggior parte delle tue domande, come sanno della basilica, le luci di emergenza, la descrizione dei piani ecc, trovano risposta alla fine del capito 2. Riguardo all'ultima non capisco, una volta scritto "pattugliavano" penso che sia chiaro cosa facevano le guardie. Nicolaj: si è vero in questo pezzo Isaam è un po' troppo passivo, ma il fatto è che si è appena risvegliato senza aver alcuna memoria, quindi spossato ecc. Però prima di questo ritaglio e subito dopo (decisamente dopo), c'è più movimento. Il mio problema è che vedo qualsiasi scena come un film. Se dovessi scrivere un copione non avrei alcun problema. Sostanzialmente devo lavorare a dare più pensiero all'opera e meno immagini.
  6. Sguigon

    Nibiru (cap3-parteI)

    Le rampe di scale che stavano per lasciare, larghe poco più di metro, unite al buio, all’aria fresca e umida, davano l'idea di inoltrarsi in una cripta. Ad avvalorare questa sensazione, il mormorio sottovoce di Peter, il suo eco che flebilmente riverberava e soprattutto la basilica sopra di loro. Erano tanti piccoli dettagli, insignificanti per chi era vissuto lì, ma che agli occhi di Isaam infondevano quella piacevole attrazione per un posto sconosciuto. Analizzare ogni angolo, percepire come nuovo qualsiasi dettaglio, non conoscere quanti altri scalini ci fossero da percorrere o quanto fosse stata grande la stanza dietro quella porta, tutto questo non lo intaccava, al contrario, la nuova situazione lo aiutava a reprimere quella senso asfissiante di non aver vissuto per troppo tempo. Scese l'ultimo scalino, Peter si era incamminato mormorando qualcosa sul cibo, ma prima di oltrepassare l'ingresso del primo piano, diede uno sguardo alla sua destra, dove le scale proseguivano verso i livelli inferiori. Dal buio delle rampe provenivano soffusi rumori metallici e un brusio di voci, Isaam li attribuì agli operai che cercavano di riallacciare l'elettricità. Non si soffermò oltre e giunse in un lungo e stretto corridoio. In quell'angusto andito potevano passare, al massimo, tre uomini affiancati. Proprio accanto alla loro posizione, verso sinistra, c'era una porta a due ante. Poco più distante vide dei nastri che riflettevano il rosso delle luci di emergenza, posti in modo da bloccare il percorso. «Ah! Adesso possiamo parlare normalmente» affermò Peter entusiasta. «Da questa parte» disse, tendendo aperta un'anta con una mano e indicandogli di entrare con l'altra. Isaam lo superò ritrovandosi in quello che doveva essere il loro refettorio. Una vastissima sala con tavoli rettangolari e panche ai loro lati che un tempo avrebbero potuto ospitare centinaia di persone. Le solite luci percorrevano il soffitto e il battiscopa, mentre altre bianche illuminavano abbondantemente tre zone della sala dove si prendeva la propria razione di cibo giornaliera. Uno di questi anfratti era posto nell'altro lato della stanza, distante circa otto metri poco più a destra di Isaam. Il secondo era alla sua sinistra, lontano una quindicina di metri. Infine l'ultimo alla sua destra, circa venti metri. La sala continuava parallela al corridoio appena abbandonato, ben oltre quei nastri che bloccavano la via. In lontananza, di fronte, si intravedeva una porta con ai lati due persone che la pattugliavano, e sparpagliati in mezzo ai tavoli, altri individui che osservavano sia la zona sia quelli che, come Peter, si erano avviati prematuramente per la cena. Con la poca luce a disposizione non era difficile intravedere il soffitto, non essendo alto quanto quello della basilica, posti a ugual distanza delle lampade al neon, spartane e in attesa di ricevere l’elettricità, lo percorrevano da un capo all’altro. Ormai giunto sul posto, era chiaro cosa fare: dirigersi verso la mensa prendere un piatto e sedersi, anche se con tutti quei posti, Isaam non condivideva la fretta di Peter. Andò dritto verso l’opzione che, tra le tre, era quella più vicina, ma dopo aver fatto pochi passi fu strattonato malamente da Peter. Alcune delle persone in penombra lo fissarono, e Isaam tirato indietro si voltò, infastidito, verso il ragazzo. «Ma che fai?!» trattenne a stento la rabbia. Peter gli avevo fatto pressione per essere uno dei primo in mensa, e adesso lo bloccava. «Isaam, non è quella la nostra zona. Dobbiamo andare per di qua» con l’inclinazione del capo indicò la mensa a sinistra. «Perché qual è la differenza?» chiese irritato mentre si sistemava la manica della giacca. Peter accennò un sorriso e alzò la mano in segno di scusa verso alcuni individui lontani, poi bloccandosi in quella smorfia gli rispose. «Te lo spiego dopo, adesso andiamo». Le persone, che si erano immobilizzate appena Isaam aveva evidentemente sorpassato dei limiti, ripresero a girare tra i tavoli ma apparivano più indispettite siccome non disdegnavano di guardarlo ad intervalli. Ritornato in quella che doveva sembrargli una zona franca, Peter parlò. «Le vedi queste mattonelle?» non le indicò, continuava a camminargli sul fianco sinistro guardando fisso davanti a sé, deciso a raggiungere il posto giusto. Isaam abbassò il capo per osservare. Erano delle semplici piastrelle romboidali, il colore non era distinguibile a causa dei riverberi rossi delle luci, ma non avevano alcuna particolarità rilevante, a parte qualche segno di rottura appena percettibile mentre altre scricchiolavano. «Cos’hanno di strano?» chiese incuriosito appena terminò la fugace ispezione. «Le mattonelle nulla. Ma finché resti sopra queste» con l’indice della mano destra le puntò più di una volta, «non ci saranno problemi. Oltrepassare i confini è il modo migliore per crearne, e a te che sei nuovo non conviene farlo. Mai e poi mai andare sulle mattonelle rettangolari». Isaam mosse gli occhi verso l’alto “Assurdo”. I due avanzavano sotto la parete, Peter sembrava volervi entrare dentro per nascondersi e questo di certo non allettava Isaam. A destra, distanti un paio di file di tavoli, erano da tempo sedute delle persone che parlottavano tra di loro, Isaam quasi pensò di intravedere una di queste che, come tutti al piano di sopra, lo stava fissando. Raggiunsero il limite della tavolata, a un paio di metri dal banco della mensa. «Adesso aspettami qui e tieni il posto, non ti preoccupare, io faccio subito, mi raccomando, non far sedere nessuno». Isaam lo guardò fisso spalancando le braccia e poi esclamò «Non c’è nessuno che si deve sedere!» stava quasi per urlare. Tutta quell’ansia di Peter, i misteriosi confini, i problemi esterni e quelli interni e soprattutto i suoi personali, iniziavano ad addensarsi dentro di lui, formando poco alla volta un groviglio di sensazioni distinte. In alcuni momenti avrebbe voluto ritornare sopra e scappare, in altri azzittire Peter che imperterrito gli suggeriva di non preoccuparsi, ma soprattutto avrebbe voluto guardare in faccia ogni singola persona, che continuava a fissarlo come se fosse stato un nuovo esemplare di animale pronto a mostrare le verità più nascoste della vita, e urlare con tutta la forza la sua completa ignoranza. Mentre Peter si era allontanato per prendere i vassoi, Isaam rimase a riflettere su ciò che provava, immobile in piedi guardando le semplici mattonelle romboidali. Ingoiò tutto ciò che sentiva, schiacciandolo nel profondo, facendo un respiro liberatorio si sedette, e nel far questo ritenne che gli era molto più semplice lasciar perdere ciò che lo disturbava piuttosto che perderci del tempo. Leggeri rumori di posate accompagnavano i passi degli uomini che pattugliavano la sala. La mensa era molto grande e vuota, cosicché ogni rumore echeggiava spezzando i piccoli frangenti di silenzio. Da solo vedeva Peter parlare ilare con chi gli serviva da mangiare e voltando lo sguardo si bloccò sul gruppo di prima.
  7. Sguigon

    Voci (1/2)

    Trama: Le storie personali e/o psicologiche mi interessano sempre. Anche se la situazione trattata, ossia lo squilibrio mentale del protagonista, è stata e sarà utilizzata in svariate situazione, credo che sia proprio lo specifico problema personale a rinnovare il testo. Questo significa che se la storia viene trattata anche da un lato emotivo, e non solo di causa-effetto, allora è sicuramente un genere che non ha problemi. L'incipit mi piace, non lo trovo sgradevole, ma penso che una disposizione diversa delle parole potrebbe rendere meglio. Faccio un esempio molto grezzo: Con un brontolio che diventa in pochi secondi un sibilo acuto, mentre la lama gira più veloce, parte la troncatrice. Non so se ho reso l'idea, in sostanza (io personalmente) sono attirato dalle frasi articolate in modo diverso, più che da quelle lineari, e penso che in questo specifico testo vada bene. Per quanto riguarda i contenuti: ho letto ancora poco per creare un legame e decidere per quali parti protendere, quindi devo vedere il proseguo della storia, e constatare se si tratti solo di pazzia fine a se stessa o provocata da colpe di altri. Grammatica: prima di me hanno già detto a riguarda ma vorrei sottolineare una maggiore attenzione per le virgole. Oltre a quelle poste tra soggetto e il verbo, in generale ne ho visto un po' troppe. Nel complesso, penso, ce ne dovrebbero essere di meno, in quanto tutto dovrebbe essere un filone di pensiero che però viene bloccato dalla loro presenza. Commento finale: come detto all'inizio, sono molto attratto da questo genere di narrativa, quindi il mio giudizio è anche un po' di parte, ma quello che rende una storia vera, (secondo il mio parare) non è tanto la plausibilità delle vicende, che come diceva Mazoni la realtà è il miglior spunto per una storia, siccome supera la fantasia; ma l'intreccio tra i personaggi e le loro azioni e i loro pensieri. In pratica un storia che si snoda attorno alla persona, e non una persona che passeggia nella storia.
  8. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    niente, è proprio una botta in fronte
  9. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    perchè mi davi buoni consigli su una cosa che stavo scrivendo
  10. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    nei topic dove sono intervenuto ho già controllato, purtroppo ho proprio un vuoto di memoria. Il fatto che possa aver cambiato il nick è un problema relativamente aggirabile, in quanto se si ricorda il mio abbiamo risolto
  11. Sguigon

    AAA cercasi utente forum

    Scrivo qui perchè ho le mani legate. Tempo fa ho scambiato alcune email con un utente di questo forum. Purtroppo la sua email l'ho eliminata per sbaglio e i messaggi privati mi si sono cancellati. Ad aggravare la situazione, mi sono dimenticato, purtroppo, il nick dell'utente. Questo mio post è l'ultima cosa che posso fare per rintracciarlo. La cosa migliore sarebbe che leggesse qua, ma magari qualcuno ogni tanto può dire che c'è un certo Sguigon nel tentativo di rimembrare.
  12. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    .Questa frase mi confonde: si è svegliato o no? A me sembra di sì, e dopo un sogno, quindi perché lui ne ha solo la sensazione? la sensazione era diretta alla durata del sogno, non se si era effettivamente svegliato Non è in grado di riconoscerli? evidentemente no Questa espressione non l’ho mai sentita, si usa? in italiano ha un senso, quindi dove sta il problema? E’ vero che ci sono studi che dimostra che si è più concilianti con una sconosciuta donna (per esempio nelle interviste per strada) ma non so se questa sia la giusta situazione. Perché il fatto che sia donna lo tranquillizza? Si sente nella posizione di instaurare un corpo a corpo? In seguito scoprirà perchè la dottoressa non gli crea agitazione, adesso non l'ho sa perchè non c'è alcun motivo, siccome non si è sviluppato nulla Ma queste virgole dopo i caporali sono necessarie? http://undiciparole.forumfree.it/?t=55174607 questo modo di scrivere l'ho letto in una guida che ho preso stesso qui. Non capisco la perplessità: mi sembra ovvio che la fasciatura gliel’abbia fatta la dottoressa. Non è così? Instilli un dubbio su cui non dai poi indizi. Forse ti riferivi alla ferita, non so… qui è stato un errore mio, non intendevo il dubbio sulla fasciatura, ma sulla causa della ferita. Ma che senso ha mettere una tenda se poi sotto c’è il marmo e intorno i muri? Tanto valeva mettere una porta all’ingresso e lasciare la stanza. Oltretutto, lui come può non accorgersene prima? Se sei in tenda c’è la luce, ci sono i rumori, una stanza in muratura con un unico varco è tutta un’altra cosa. I muri non sono tutt'intorno, c'è solo un pavimento e quello che lo blocca, ai lati no, ma uno che non lo sa(come del resto tu) pensa che ci siano anche ai lati, per questo motivo non ha tagliato ancora. Non ho ben capito la descrizione. Inoltre, se davanti all’uscita c’è la colonna, come faceva lui prima a vedere le ombre? anche qui ho sbagliato. Non intendevo l'uscita, ma la parte dove aveva lacerato il telo. Non mi ha convinto molto. Non ho capito il passaggio con il capitolo precedente, a parte il fatto che lui continua a non sapere dove si trova. Il personaggio principale, poi, è poco analizzato: dovrebbe essere terrorizzato, almeno credo, o spaesato, invece a tratti sembra un po’ confuso a tratti semplicemente non sembra nulla. La descrizione del posto non mi piace, questa tenda che è una stanza ha poco senso. Non sappiamo né dove né quando siamo, però ci sono jeans e accento tedesco, cose quotidiane. Infine, alleggerirei lo stile, le frasi sono inutilmente appesantite e la scelta lessicale non sempre è adeguata. Scrivo qui per ringraziare te e missduck per l'intervento. Tralasciando come sempre la parte grammaticale, ho da fare qualche spiegazione. Noto una differenza di analisi tra missduck, emma, e anche gli altri che hanno commentato il primo capitolo. Mentre la prima se è soffermata principalmente sulla grammatica, lessico ecc, gli altri hanno accennato anche al senso su alcune faccende. Sorvolando sulle parti dove è colpa mia( come il fatto della colonna sull'uscita), i dubbi che si vengono a creare sulle vicende, caratteri, comportamenti e luoghi, sono fondati se il racconto fosse terminato. Siccome però è solo la prima parte del secondo capitolo(e il primo non contribuisce a nulla, siccome è un sogno) è normale che tutto sia poco chiaro, considerando il fatto che non si tratta nè di una storia qualunque nè di un'ambientazione e condizioni sociali qualunque. Sia ben chiaro, non sto dicendo che siccome non è qualcosa di già visto, il libro è bellissimo, ma semplicemente che: come è normale che sorgono alcuni dubbi, allo stesso tempo non lo è siccome non riguarda la nostra vita quotidiana ma quella del mondo che sto scrivendo. Per fare l'esempio della tenda: per loro, evidentemente, è normale avere delle tende in quel luogo chiuso mentre per noi no, questo non significa che non abbia senso. Siccome sono tende di fortuna, perchè in seguito diranno il motivo esatto del loro utilizzo, è normale che chi si trova in quelle condizioni, preferisca avere un po' di privacy stando in una tenda, che in mezzo a tutti quanti. Sono sicuro che la questione del senso di alcune parti si ripeterà nel corso degli altri capitoli, ma vorrei che accettaste come normale questo lato, e mi aiutaste a correggere gli errori concreti. Altrimenti, se volete, vi dico direttamente la fine del libro, così tutto ciò che sembra non avere un senso( carattere, luogo, azione ecc) lo riacquista.
  13. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    Capitolo 2: Rifugiati e rifugi Messosi seduto si tolse di dosso delle sottili coperte umide di sudore e constatò di avere solo una canottiera e dei boxer. Aveva la sensazione di essersi destato da un sogno immensamente lungo. Le persone al di fuori della tenda non si erano accorte del suo risveglio e non sapeva se questo era positivo o meno. Vide che c’erano alcuni stracci sporchi di sangue ammucchiati in un angolo e, acconto, un basso mobile con sopra delle forbici e alcuni coltelli. Si girò dall’altra parte un po’ perché era disturbato dal sangue sconosciuto e un po’ per cercare delle informazioni che lo potessero aiutare a capire dove si trovasse. Vicino c’erano alcuni vestiti piegati, per logica pensò fossero i suoi, e una piccola sacca. Mentre stava analizzando il circostante, si accorse che gli individui avevano smesso di parlare; alcune ombre si allontanarono mentre una si girò verso l’ingresso. Non avendo trovato nulla di rassicurante, basandosi sugli stracci sporchi, afferrò un coltello sul mobile e attendeva pronto a difendersi. Delle mani allargarono i teli e sporse per prima una nuca. Strinse l’arma nascondendola dietro la schiena pronto a colpire, ma allentò la presa quando vide il viso di una donna. «Ah, ti sei svegliato.», disse lei quando fu completamente dentro, «Non sentendoti più lamentare ho pensato che ci avessi lasciato», concluse ironica. L’uomo la osservava, continuando a non capire in che situazione si trovasse. «Allora», riprese vedendolo spaesato, «come ti senti?». L’atmosfera era tesa e imbarazzante. Lei, tranquilla come se lo conosceva da sempre, mentre lui rigido e con la sensazione di dover dire qualcosa, ma non ricordava nemmeno come si chiamava. Incalzò ancora con le domande restando comunque calma « Non ricordi nulla, Isaam? ». Sentendo quel nome qualcosa scattò in lui. In un attimo la mente lo portò, prima verso il sogno appena terminato, nel momento in cui qualcuno lo chiamava, poi verso un voce femminile con un tono molto triste, che allo stesso modo pronunciava ‘Isaam’. « Isaam, riesci a capire quello che dico? », la donna appariva preoccupata dal fatto di non ricevere risposte. « Ci conosciamo? », finalmente parlò restando comunque sospettoso. « Bene, parliamo la stessa lingua. », commentò sollevata,« Sei stato trovato svenuto e ti hanno portato qui. Avevi una ferita alla testa, io ho fatto il possibile per sistemarti e no, non ci conosciamo ancora ». « Allora come sai il mio nome? », la presa sul coltello ridiventava forte. « Quando sei arrivato avevi un braccialetto con le tue generalità. Tutta la tua roba è in quella sacca accanto agli abiti. », fece una breve pausa e lo squadrò, « Faresti meglio a vestirti e, se ce la fai, a raggiungermi di fuori. Questa tenda serve per cure di emergenza, ti verrà indicato dove puoi riposare». La donna si mosse per uscire ma Isaam intervenne «Aspetta! Ma chi sei?». «Oh giusto. Sono Samantha. Mi occupo di assistere i feriti e fare il possibile per limitare le morti con le conoscenze che ho a disposizione», ci tenne particolarmente a sottolineare l’ultima frase. «Sei una dottoressa?!», convenne. «Se vuoi chiamarmi in questo modo … Adesso appena finisci di prepararti esci, chiamerò qualcuno per farti accompagnare in una tenda libera», detto questo, girò le spalle senza constatare la presenza di altre domande e uscì. Prima di fare qualsiasi cosa, portò la mano sulla testa che gli doleva. Effettivamente aveva una piccola fasciatura dietro il capo ma, non ricordandosi come se l’era procurata, poteva essere stato chiunque, persino la dottoressa che affermava di averlo curato. Ancora con l’arma a portata di mano, Isaam si infilò subito i vestiti: dei semplici jeans, una camicia con maniche corte, e una leggera giacca. Dopo afferrò la sacca che conteneva, con molte probabilità, notizie su di lui e la rivoltò spargendo il contenuto sul materassino. Come detto dalla dottoressa, trovò un piccolo braccialetto di plastica sottile. Lo prese e sopra c’era scritto ‘Isaam R. - Anni: 33’. Infilò in tasca l’oggetto e continuò l’ispezione (da fuori si sentì Samantha chiamare qualcuno). C’era uno stropicciato foglietto di carta su cui non vi era scritto nulla, ma la cosa che attirò la sua attenzione era la presenza di un pugnale fuori dal comune. Aveva una lama triangolare e il manico era decorato da facce inquietanti. Il corpo dell’arma era molto dettagliato con disegni geometrici che percorrevano l’impugnatura. Come ultimo oggetto, una catenina placcata in oro con una croce all’estremità. L’ombra della dottoressa, proiettata sulla tenda, richiamò col braccio qualcuno; Isaam, vedendo questo, avvertì la sensazione di essere imprigionato e si voltò verso la parte opposta per cercare un’apertura tramite la quale fuggire. Si inginocchiò alla ricerca di un varco, scostò un telo che fungeva da tappeto e il senso di prigionia aumentò per la nuova scoperta: al posto di un soffice manto erboso vide delle lastre di marmo che si univano, tramite saldature, alle giunture della tenda impedendo di sollevarla o scavarci sotto. L’unica alternativa era tagliare il telo, non si scoraggiò, deciso più che mai, si allungò verso il materasso per prendere il pugnale e li si immobilizzò. In piedi davanti all’entrata una figura con una lampada lo fissava. La luce, che colpiva le pupille abituate alla penombra, gli impediva di capire chi fosse, poi quello parlò. « Finalmente ti sei svegliato! ». Dalla voce era un ragazzo molto giovane e, dall’intonazione che aveva usato, sembrava attendesse quel momento più di qualunque altra cosa. « Devo farti molte domande, devo sapere tutto! ». « Ti dispiace spegnere la luce? Così mi accechi! », gli intimò Isaam con il pugnale ancora in mano. « Oh scusa. Ecco fatto. Dai adesso esci ti mostro la tua tenda, nel mentre possiamo parlare. Ti aspetto fuori ». Rimasto nuovamente solo si voltò e lacerò il telo, ma ancora una volta dovette scontrarsi contro l’impossibilità di evadere. Un muro di pietra gli bloccava l’uscita e l’unica via, ormai, era quella che lo portava verso gli estranei. “Che posto è questo?”, pensò, “ Prima quel sogno e adesso questa tenda senza vie di fuga, non ricordo nulla”. Il ragazzo di prima lo chiamò da fuori «C’è qualche problema? Vuoi una mano?». « No! », si affrettò a rispondere per non fare entrare nessuno, «Finisco di vestirmi ed esco! ». In realtà non aveva altro da fare, cercava di guadagnare del tempo anche se non sapevo come usarlo. “ E va bene”, analizzando la situazione si portò verso le sue cose per raccoglierle, “Per ora è meglio non fare nulla di avventato. Se fossi stato catturato, sarei stato trattato in modo completamente diverso”. Si scrollò le spalle, la borsa penzolava in una mano, e cautamente uscì. Buio e tende, questa fu la prima visione che gli si parò davanti. Si girò per vedere bene dove si trovasse e constatò che a bloccargli l’uscita era una grande colonna di pietra. Poco distante notò la dottoressa Samantha intenta a conversare, mentre vicino a lui, come una guardia del corpo, c’era il ragazzo che, fremendo, lo attendeva. « Ciao Isaam? Posso chiamarti ‘Isaam’? », era allegro e parlava veloce, « Come va la testa Isaam? Io ti ho visto arrivare, sembravi grave ma ora vedo che stai bene, eh Isaam! ». Il ripetere continuamente il nome glie lo aveva fatto odiare nonostante lo avesse appena ricordato. « Ehi, calma. Ancora non so né dove mi trovo né chi sei ». « Purtroppo per te hai conosciuto Peter », si avvicinò Samantha, « Ti avevo detto di non disturbarlo! », redarguì il ragazzo, « Si è appena ripreso, lascialo tranquillo finché non prende familiarità col posto ». « Mica lo sto disturbando, stiamo facendo amicizia ». « Che posto è questo? », chiese Isaam. La donna lo guardò « Momentaneamente è dove trascorriamo la maggior parte del tempo. Dove viviamo c’è stato un problema con le tubature e ci siamo arrangiati qui. Per ora, il meglio che possiamo offrirti è una tenda. Sei nuovo, perciò non creare problemi, renditi utile e vedrai che ti troverai bene. Gustav! », chiamò qualcuno da lontano, « Gustav ti indicherà il posto dove andare, lì potrai sistemarti ». « E se volessi andarmene? », replicò con aria di sfida. « E dove vorresti andare, fuori? », accennò un sorriso, « Beh, allora buona fortuna! ». « Eccomi qui, Samantha », arrivò Gustav, un uomo alto e robusto con un accento tedesco, si girò verso Isaam, « Allora, seguimi ti mostro dove starai ».
  14. Sguigon

    Sulla strada andando (Cap.2)

    qui credo ci stia meglio la virgola che il punto. alla fine questo pezzo Carlo rimase a guardare, incapace di capire cosa stava guardando, prima di rendersi conto e riconoscere che l’urlo immane che stava sentendo era il suo, prima di raggelare vedendo il pastore che alzava una mano, come per salutarlo o fermarlo, piegando il capo da un lato, emettendo al contempo un ghigno sofferente, con fuoriuscita da quelle labbra di un suono, un gorgoglio. Mi incarto un po' nel leggere questo periodo Per quanto riguarda la descrizione fisica del pastore, non credo ci sia nulla di male. Io ritengo che nei sogni ci possa essere qualsiasi cosa. Per dirla tutta il cane poteva pure mettersi a ballare, ovviamente si perdeva la tensione della scena, tutto ci può stare ma sempre se è pertinente la clima scelto.
  15. Sguigon

    Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

    Capitolo 2: Rifugiati e rifugi Messosi seduto si tolse di dosso delle sottili coperte umide di sudore e constatò di avere solo una canottiera e dei boxer. Aveva la sensazione di essersi destato da un sogno immensamente lungo. Le persone al di fuori della tenda non si erano accorte del suo risveglio e non sapeva se questo era positivo o meno. Vide che c’erano alcuni stracci sporchi di sangue ammucchiati in un angolo e, acconto, un basso mobile con sopra delle forbici e alcuni coltelli. Si girò dall’altra parte un po’ perché era disturbato dal sangue sconosciuto e un po’ per cercare delle informazioni che lo potessero aiutare a capire dove si trovasse. Vicino c’erano alcuni vestiti piegati, per logica pensò fossero i suoi, e una piccola sacca. Mentre stava analizzando il circostante, si accorse che gli individui avevano smesso di parlare; alcune ombre si allontanarono mentre una si girò verso l’ingresso. Non avendo trovato nulla di rassicurante, basandosi sugli stracci sporchi, afferrò un coltello sul mobile e attendeva pronto a difendersi. Delle mani allargarono i teli e sporse per prima una nuca. Strinse l’arma nascondendola dietro la schiena pronto a colpire, ma allentò la presa quando vide il viso di una donna. «Ah, ti sei svegliato.», disse lei quando fu completamente dentro, «Non sentendoti più lamentare ho pensato che ci avessi lasciato», concluse ironica. L’uomo la osservava, continuando a non capire in che situazione si trovasse. «Allora», riprese vedendolo spaesato, «come ti senti?». L’atmosfera era tesa e imbarazzante. Lei, tranquilla come se lo conosceva da sempre, mentre lui rigido e con la sensazione di dover dire qualcosa, ma non ricordava nemmeno come si chiamava. Incalzò ancora con le domande restando comunque calma « Non ricordi nulla, Isaam? ». Sentendo quel nome qualcosa scattò in lui. In un attimo la mente lo portò, prima verso il sogno appena terminato, nel momento in cui qualcuno lo chiamava, poi verso un voce femminile con un tono molto triste, che allo stesso modo pronunciava ‘Isaam’. « Isaam, riesci a capire quello che dico? », la donna appariva preoccupata dal fatto di non ricevere risposte. « Ci conosciamo? », finalmente parlò restando comunque sospettoso. « Bene, parliamo la stessa lingua. », commentò sollevata,« Sei stato trovato svenuto e ti hanno portato qui. Avevi una ferita alla testa, io ho fatto il possibile per sistemarti e no, non ci conosciamo ancora ». « Allora come sai il mio nome? », la presa sul coltello ridiventava forte. « Quando sei arrivato avevi un braccialetto con le tue generalità. Tutta la tua roba è in quella sacca accanto agli abiti. », fece una breve pausa e lo squadrò, « Faresti meglio a vestirti e, se ce la fai, a raggiungermi di fuori. Questa tenda serve per cure di emergenza, ti verrà indicato dove puoi riposare». La donna si mosse per uscire ma Isaam intervenne «Aspetta! Ma chi sei?». «Oh giusto. Sono Samantha. Mi occupo di assistere i feriti e fare il possibile per limitare le morti con le conoscenze che ho a disposizione», ci tenne particolarmente a sottolineare l’ultima frase. «Sei una dottoressa?!», convenne. «Se vuoi chiamarmi in questo modo … Adesso appena finisci di prepararti esci, chiamerò qualcuno per farti accompagnare in una tenda libera», detto questo, girò le spalle senza constatare la presenza di altre domande e uscì. Prima di fare qualsiasi cosa, portò la mano sulla testa che gli doleva. Effettivamente aveva una piccola fasciatura dietro il capo ma, non ricordandosi come se l’era procurata, poteva essere stato chiunque, persino la dottoressa che affermava di averlo curato. Ancora con l’arma a portata di mano, Isaam si infilò subito i vestiti: dei semplici jeans, una camicia con maniche corte, e una leggera giacca. Dopo afferrò la sacca che conteneva, con molte probabilità, notizie su di lui e la rivoltò spargendo il contenuto sul materassino. Come detto dalla dottoressa, trovò un piccolo braccialetto di plastica sottile. Lo prese e sopra c’era scritto ‘Isaam R. - Anni: 33’. Infilò in tasca l’oggetto e continuò l’ispezione (da fuori si sentì Samantha chiamare qualcuno). C’era uno stropicciato foglietto di carta su cui non vi era scritto nulla, ma la cosa che attirò la sua attenzione era la presenza di un pugnale fuori dal comune. Aveva una lama triangolare e il manico era decorato da facce inquietanti. Il corpo dell’arma era molto dettagliato con disegni geometrici che percorrevano l’impugnatura. Come ultimo oggetto, una catenina placcata in oro con una croce all’estremità. L’ombra della dottoressa, proiettata sulla tenda, richiamò col braccio qualcuno; Isaam, vedendo questo, avvertì la sensazione di essere imprigionato e si voltò verso la parte opposta per cercare un’apertura tramite la quale fuggire. Si inginocchiò alla ricerca di un varco, scostò un telo che fungeva da tappeto e il senso di prigionia aumentò per la nuova scoperta: al posto di un soffice manto erboso vide delle lastre di marmo che si univano, tramite saldature, alle giunture della tenda impedendo di sollevarla o scavarci sotto. L’unica alternativa era tagliare il telo, non si scoraggiò, deciso più che mai, si allungò verso il materasso per prendere il pugnale e li si immobilizzò. In piedi davanti all’entrata una figura con una lampada lo fissava. La luce, che colpiva le pupille abituate alla penombra, gli impediva di capire chi fosse, poi quello parlò. « Finalmente ti sei svegliato! ». Dalla voce era un ragazzo molto giovane e, dall’intonazione che aveva usato, sembrava attendesse quel momento più di qualunque altra cosa. « Devo farti molte domande, devo sapere tutto! ». « Ti dispiace spegnere la luce? Così mi accechi! », gli intimò Isaam con il pugnale ancora in mano. « Oh scusa. Ecco fatto. Dai adesso esci ti mostro la tua tenda, nel mentre possiamo parlare. Ti aspetto fuori ». Rimasto nuovamente solo si voltò e lacerò il telo, ma ancora una volta dovette scontrarsi contro l’impossibilità di evadere. Un muro di pietra gli bloccava l’uscita e l’unica via, ormai, era quella che lo portava verso gli estranei. “Che posto è questo?”, pensò, “ Prima quel sogno e adesso questa tenda senza vie di fuga, non ricordo nulla”. Il ragazzo di prima lo chiamò da fuori «C’è qualche problema? Vuoi una mano?». « No! », si affrettò a rispondere per non fare entrare nessuno, «Finisco di vestirmi ed esco! ». In realtà non aveva altro da fare, cercava di guadagnare del tempo anche se non sapevo come usarlo. “ E va bene”, analizzando la situazione si portò verso le sue cose per raccoglierle, “Per ora è meglio non fare nulla di avventato. Se fossi stato catturato, sarei stato trattato in modo completamente diverso”. Si scrollò le spalle, la borsa penzolava in una mano, e cautamente uscì. Buio e tende, questa fu la prima visione che gli si parò davanti. Si girò per vedere bene dove si trovasse e constatò che a bloccargli l’uscita era una grande colonna di pietra. Poco distante notò la dottoressa Samantha intenta a conversare, mentre vicino a lui, come una guardia del corpo, c’era il ragazzo che, fremendo, lo attendeva. « Ciao Isaam? Posso chiamarti ‘Isaam’? », era allegro e parlava veloce, « Come va la testa Isaam? Io ti ho visto arrivare, sembravi grave ma ora vedo che stai bene, eh Isaam! ». Il ripetere continuamente il nome glie lo aveva fatto odiare nonostante lo avesse appena ricordato. « Ehi ehi, calma. Ancora non so né dove mi trovo né chi sei ». « Purtroppo per te hai conosciuto Peter », si avvicinò Samantha, « Ti avevo detto di non disturbarlo! », redarguì il ragazzo, « Si è appena ripreso, lascialo tranquillo finché non prende familiarità col posto ». « Mica lo sto disturbando, stiamo facendo amicizia ». « Che posto è questo? », chiese Isaam. La donna lo guardò « Momentaneamente è dove trascorriamo la maggior parte del tempo. Dove viviamo c’è stato un problema con le tubature e ci siamo arrangiati qui. Per ora, il meglio che possiamo offrirti è una tenda. Sei nuovo, perciò non creare problemi, renditi utile e vedrai che ti troverai bene. Gustav! », chiamò qualcuno da lontano, « Gustav ti indicherà il posto dove andare, lì potrai sistemarti ». « E se volessi andarmene? », replicò con aria di sfida. « E dove vorresti andare, fuori? », accennò un sorriso, « Beh, allora buona fortuna! ». « Eccomi qui, Samantha », arrivò Gustav, un uomo alto e robusto con un accento tedesco, si girò verso Isaam, « Allora, seguimi ti mostro dove starai ». Peter apparve deluso di non poterlo accompagnare, ma nonostante la decisione della dottoressa esclamò « Aspetta, aspetta! Gustav è grande anche un po’ impacciato », si allontanò saggiamente dall’uomo, « Isaam è ancora debole, se si gira rischia di schiacciarlo e i tuoi sforzi per curarlo sarebbero stati vani. Lo accompagno io, tanto la tenda è qui vicino, la strada la conosco ». « Peter scansati e vai a perdere tempo da qualche altra parta. Samantha ha detto che non devi disturbare ». Isaam si sentiva conteso come un oggetto, ma volendo stare al gioco scelse il male minore « Va bene il ragazzino, tanto deve solo accompagnarmi, no? », se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe preferito evitare di confrontarsi contro la stazza di Gustav. « Come vuoi », disse Samantha, « ma ti avverto, Peter con i nuovi arrivati sa essere asfissiante e qui tu sei l’unico. Gustav a questo punto dovresti farmi un altro favore ». Peter, entusiasta per la vittoria sperata, liberò Isaam dal peso della sacca e lo spinse lontano dal gruppo « Finalmente ce ne siamo liberati, però ehi, non sono un ragazzino. Non basarti sulla prima impressione, Samantha non è poi così male ». “ Samantha no, ma tu …” pensò, ricordando quando poco prima lo aveva accecato con la lampada e subito dopo stordito di domande. « Vedrai, questo posto non è un sogno, ma è sempre meglio di fuori. Dai seguimi, la tenda è per di qua ». ‘Fuori’, questa parola colpì l’attenzione di Isaam. Prima la dottoressa, ora Peter avevano accennato al di fuori. Continuò a seguire la guida e nel frattempo analizzò la zona. Libero da domande o suggerimenti, riprese a vedere il luogo circostante. Notò subito un particolare rilevante che gli era sfuggito. Tutto ciò che lo circondava: tende, persone, valige, casse, non si trovava sull’erba ma, come l’interno di dove si era svegliato, su un pavimento di marmo. Guardando con più attenzione non erano semplici lastre, ma c’erano delle decorazioni, varie tonalità di colore, e si potevano scorgere vagamente delle scritte in latino. Fu pervaso da un dubbio e immediatamente guardò verso l’alto, se fu stupefatto per il suolo, ancora di più lo fu per il cielo. Sotto i suoi piedi c’era qualcosa di strano, ma sopra la sua testa non c’era praticamente nulla se non il buio assoluto. Non si trovava in una città e quindi le stelle non potevano essere sopraffatte dalla luce degli edifici, ma allora perché non ne si intravedeva neanche una? Non c’erano nuvole, non c’era la luna e adesso che lo notava mancava anche la brezza fresca della notte. Si accorse, in oltre, che la colonna intravista prima si ripeteva con distanze equanimi su due lati, e che la parte superiore spariva dell’ombra. Le persone, che fino a quel momento avevano svolto i loro affari, con discrezione fissavano Isaam al suo passaggio voltandosi appena venivano scoperte. Il ragazzo salutavano alcuni passanti che non si avvicina per via del nuovo arrivato. « Peter, giusto? », fermò il ragazzo, doveva fare chiarezza su qualsiasi cosa fosse quel posto. « Peter Brown per la precisione. Sai, è da tanto che aspetto un momento del genere, ho tante domande da farti: da dove vieni, perché sei venuto qui, come ci sei arrivato, com’è là fuori e tante altre ancora Isaam». « È proprio questo che ti vorrei chiedere. Prima anche la dottoressa ha accennato al ‘fuori’. Non ci siamo già? ». « Oh no, qui siamo dentro, fuori non si può andare per quello che c’è e per chi controlla l’uscita, le guardie non ti lasceranno mai passare ». «Allora che posto è questo? », domandò incuriosito e al tempo stesso incredulo per quello che aveva appena sentito, « Ci sono delle tende, avete lampade e torce, come possiamo trovarci dentro qualcosa se non ci sono luci e non vedo nemmeno il soffitto e le pareti? ». « Purtroppo sei capitato durante l’ennesimo guasto. Le tubature al secondo piano si rompono spesso e l’acqua fa contatto con i cavi interrompendo la corrente. Questo posto è molto grande, per questo non si vedono le pareti e le finestre sono chiuse, ma è anche vecchio e alcuni fili non sono isolati, però non ci dovrebbe voler troppo a ripararli e ad asciugare tutto. Fortunatamente hai dormito per tutto il tempo ». Pensò a quanto detto. Il soffitto era talmente distante da non vederlo e in più c’erano altri piani al di sopra, l’edificio doveva essere incredibilmente grande. « Ho dormito per tutto il tempo? Da quanto sono qui? ». Peter si passò una mano dietro al collo nell’intento di ricordare meglio, intanto continuavano ad avanzare sotto sguardi indiscreti, e con una smorfia di chi tenta di rammentare ogni singolo particolare accaduto tempo addietro disse « Mmh, mi pare circa tre giorni. Si! Sono sicuro, perché quando ti ho visto avevo appena finito di perdere a ‘Resisti e strappa’ », gli mostrò il palmo della mano leggermente bruciato. « E che mi puoi dire sulle guardie? Perché non dovrebbero far uscire? ». « Eh, il motivo preciso non lo so. Girano alcune voci, alcuni dicono che l’aria è irrespirabile, altri invece che i raggi siano diventati dannosi, poi tante altre persone giurano che fuori ci siano animali mutati. Se vuoi un mio parere », gli si avvicinò abbassando la voce, « finché non riparano il secondo piano, non esprimere pareri scientifici perché potresti farti sentire dal reverendo Bell, o da qualche altra persona a lui vicina ». Un rumore di alta tensione si diffuse nell’aria mentre Peter continuava la spiegazione « Su questo piano non è consigliabile parlare di scienza. Riguardo a cosa c’è fuori, resta sulla religione o, se non vuoi, sul vago. Comunque non credo che per te sia difficile, dopo tutto ho visto come si è comportata Samantha con te ». « Che vuoi dire? Io non ho notato nulla ». « È logico, tu non la conosci. È stata un po’ fredda, distaccata. A lei non piacciono i religiosi e tu avevi quella catenina al collo, per non parlare di quel pugnale. Io non l’ho visto, ma mi hanno detto che era strano e troppo malridotto per essere usato, ti sei divertito parecchio con quello eh? Magari me lo fai vedere quando arriviamo, avrai molte cose interessanti in questa sacca ». « Beh, quello che ho devo ancora capire se sia mio o meno ». Intervenne Peter sorridendo « Sicuramente alcuni vestiti che hai addosso non lo sono! ». « Stai dicendo che quando sono arrivato ero nudo? ». « No. Avevi le mutande e la giacca, ovviamente anche questa sacca con la tua roba. Dai siamo arrivato ». Avevano percorso un lungo corridoio pieno di occhi che li fissavano di nascosto, ed ora si trovavano in uno spiazzale più largo dove non c’era nessuno. « Scegli una qualsiasi tenda, queste sono tutte vuote. Se ti senti solo mi trasferisco qui, e possiamo parlare un po’ di te, ti faccio vedere quel che c’è da vedere e conoscere chi bisogna conoscere. Dai appena ti sistemi ci divertiamo». « Ci penserò? », ma in verità non aveva voglia di parlare col ragazzo, sia perché era troppo logorroico per i suoi gusti, sia perché non sapeva cosa dire su di se.
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