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_Silent_

Scrittore
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    527
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Reputazione Forum

171 Strepitoso

Su _Silent_

  • Rank
    Aspirante Mediocre
  • Compleanno 09/03/2001

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  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Bari
  • Interessi
    Ciao sono l'ex Kotobi.
    Un po' di tutto. Lettura, scrittura, filmografia, calcio, musica, serie TV... insomma ce ne sono di cose da fare durante la giornata

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2.392 visite nel profilo
  1. _Silent_

    Jukebox

    Canzone di chiusura di "Butterfly Effect", visto ieri, film bellissimo.
  2. _Silent_

    In sogno

    In sogno una voce, mi parlò come volesse colpire il cuore della terra: - Nella monotona cadenza è rinchiusa la più pura perdizione della memoria. Nel contempo tuonavano i tacchi del tempo al ritmo dei passi dell'umanità, sull'ellittica polveriera. Questo è il mio corso: fortunato, mi persi nelle più piccole vie degli scandagli dell'attimo: trasmigrai fra le gallerie dello scorrere del tempo! Con le carni scavate dalla noia, vagai per la vasta landa neralba delle gramigne disperate, per ritrovare vecchi istanti rigogliosi, che tanto invocai con pupille brucianti. Apparve nella mediana di un arco solare, immersa in un'estate cupa e notturna, un'aquila, bifronte. A furia di spirali, animò la sottile solitaria butta dipinta sul quadro alla fine dei giorni, fino a troneggiare su un picco brunito. L'istmo della realtà tremò al suo dire: - Buon dolce ritrovo, ennesimo errabondo, cosa cacci stavolta nella valle del tuttotondo? L'intelletto, viaggiò nella vana ricerca dell'animatore di tali pensieri volatili. Le corde seppero solo suonare: - Non caccio, essere malforme, ma esisto, come te, e tutte le forme. Allorché fendette l'aria: - E così è, lubrico errabondo, questo tempio sconfinato qual è il tuttotondo, non gira per girare e non è il tuo mondo. Qui, il ruscello dello scorrere è un lago d'aria; l'umanità il suo fondo. Dimmi, ancora, perché vaghi in questo tetro circo sordo? Un'indecisa inquietudine scese sul mio essere, divisa dal terrore: l'essere o le sue parole? L'inerzia dei pensieri fu più lesta dei loro boia: - Oh, grottesca immagine, impenetrabile è la freccia del tuo discorso, per me, uomo da lume fragile. Qui mi sento condannato da leggi sconosciute, forse da me trascurate o forse sempre risapute. Ignoro tutto questo, ma vago alla ricerca del nonsoché, del buio fresco. Sopiti nella memoria, ho i sentori rigogliosi di questa vasta landa, che svanisce a ogni lasso e ricresce a ogni passo, come del mare l'onda, infranta; tignosi versi e pensieri sussurra codesta valle tonda, avida di forieri, sazia di notte fonda.
  3. _Silent_

    Inverno

    Ciao @A.Catte ce ne hanno messo di tempo per trovare la tua poesia Incomincio dicendo che mi è piaciuta tantissimo la specularità, quasi chirurgica, con cui hai impostato la poesia. Nelle prime tre strofe, ogni verso può essere letto insieme al corrispettivo nella strofa successiva, senza perdere di significato. Quindi per quanto riguarda la disposizione "fisica" delle parole non posso dire nulla. Le sensazioni e i significati, benché soggettivi nella poesia, mantengono comunque una certa oggettività, un certo nucleo che parte dall'autore. La poesia mi ha fatto "vedere" la storia sentimentale fra due ex amanti, la quale però non ha un'accezione negativa, piuttosto sembra avere sfumature malinconiche. E' molto bello (non so se era questa la tua intenzione) notare l'ossimoro che si viene a creare fra il titolo, la fine e il contenuto vero e proprio della poesia. La distanza non è descritta per l'appunto con freddezza, nonostante quell'ultima linea "è la neve che cade/è l'inverno tra noi", ma anzi credo sia rappresentata come qualcosa di caloroso, languido, nostalgico. Questo cozzare di concezioni crea un bell'effetto. Ho notato anche l'uso differente del gruppo semantico in ogni strofa, dettato, credo, dal primo verso. Abbiamo quindi: -Danzare (volteggiare, abbraccio). -Cantare (gridare, sorridere). -Guardare (camminare, buio, illuminarci). Nel finale abbiamo un ritorno alla danza, che in qualche modo chiude il cerchio. Bello anche il contrasto fra le "azioni esterne" che sembrano mettere in difficoltà gli amanti, e le "azioni interne" che invece le contrastano. Davvero tutto perfetto. Non voglio sembrare un "lecca lecca" ma davvero mi è piaciuto tutto, non riesco a trovare nulla che non mi piaccia. Se proprio devo trovare il pelo nell'uovo, la scelta di alcuni termini forse è un po' superficiale: semplice, più che altro, ma non so se considerarlo un'errore vero e proprio. Magari, sì, in una prossima poesia ti consiglio di andare più a fondo nel significato, trovare la parola che lo descriva nel modo più completo possibile. Ti lascio solo con una domanda: ma perché sti due si so' lasciati se stavano così bene? scherzo ovviamente.
  4. _Silent_

    Blackout poetry 1 - Off topic

    @Ippolita2018 grazie per l'invito ma purtroppo sono in un periodo intenso Vi tengo d'occhio però.
  5. _Silent_

    Cosa state leggendo?

    Antonio e Cleopatra (Anche per studio) e Cuore di Tenebra. Molto probabilmente dopo mi butteró su qualcosa di piú "narrato" e romanzato. Cuore di Tenebra lo sto trovando esaltante in alcuni punti e noioso in altri, soprattutto quando Conrad si sofferma sulle descrizioni tecniche "marinare" lasciatemi passare il termine. P. S: Ho comprato qualche settimana fa la parte tradotta in italiano dei re maledetti di Maurice Druon, chissà...
  6. _Silent_

    Complotto

    Grazie per essere passata @@Monica Bhè oddio credo siano abitudini soggettive, io per esempio seguo questa routine la mattina (tranne per il caffe) errore di battitura. Si. Forse è meglio dire "l'ultima età del figlio di dio". Si, in effetti... mi sono lasciato andare troppo con i termini. Lo prenderò come un complimento, visto che non ho mai scritto nè thriller nè horror. Anche se mi piacerebbe. Era quello l'intento. Hai centrato il punto, sono contento si sia capito dal testo. Bhè oddio ora non esageriamo Sicuramente la struttura del racconto è diversa, più minimale e concreta. Grazie anche a te @m.q.s. Ho provato a "caricare" di aggettivi per vedere quale fosse l'effetto. Evidentemente devo starne alla larga. Grazie a entrambi per aver risposto. Ho capito che questo stile non mi è proprio congeniale, però potrei fare qualche altro tentativo aggiustando la mira. A rileggerci!
  7. _Silent_

    chiudere i cerchi

    @lapillo Ciao. Personalmente non mi è mai capitata una cosa del genere, ma forse solo perchè non sono ancora riuscito a scrivere 10 capitoli di una stessa storia. Passiamo al sodo. Io credo che tu non abbia considerato una variabile fondamentale: l'attrazione del lettore. Pensa a quelle saghe decennali, che so tipo la torre nera o robe del genere. In quel caso se lo scrittore non è bravo a mantenere alta l'attenzione col suo modo di scrivere, finisce per far impigrire il lettore che continuerà la storia per inerzia rendendo più facile il sorgere di amnesie su eventuali passaggi fondamentali, nonostante questi siano diluiti in modo giusto lungo il testo. E' l'unica nota che sento di proporre, visto la poca esperienza con la gestione di grandi cartelle.
  8. _Silent_

    Jukebox

  9. _Silent_

    Complotto

    @Poldo grazie per aver risposto! Non so se hai letto lo spioncino sopra, ma poco importa te lo scrivo qui. Ci tengo a precisare che questo racconto non esprime assolutamente il mio modo "classico" di scrivere, è stata una vera e propria scrittura fine a se stessa per testare le mie capacità in ambiti desueti. Detto questo vedo con dispiacere che molte cose non sono andate nel verso giusto. In primis volevo rendere l'incipit incisivo e diretto rispetto ai miei classici inizi che partono larghi e poi si restringono pian piano. Anche qui è successa la stessa cosa di cui parlavo sopra. Il mio intento era far passare il modo di essere del personaggio, invece ne è uscito più un parere o un resoconto che altro. Piccola svista. So benissimo che il bridge si gioca in più persone. Purtroppo anche in questo caso lo stile non ha aiutato la comprensione dell'accaduto perchè il protagonista nonostante la sconfitta di squadra si "accolla" da solo tutto ciò che ne consegue, pensando poi di essere caduto in una partita truccata. Si sono un po' le atmosfere che ho cercato di ricreare. L' esperimento non è riuscito purtroppo e il feedback era necessario. Grazie ancora!
  10. _Silent_

    Complotto

    Complotto Era una mattina di aprile e come sempre Luciano Pretis si accingeva a svolgere la più alienante delle cose: il suo lavoro. Non aspettava altro che qualcosa cambiasse, anche il più stupido insignificante pezzo del suo grigio puzzle. Magari un inaspettato litigio fra due colleghi o un licenziamento, sarebbe bastato anche quello. Quella mattina Luciano, mentre beveva caffè nel suo angusto spazio mattutino e leggeva il suo classico preferito di Kafka, provò l’insolita sensazione che qualcosa sarebbe accaduto quel giorno. Era un inguaribile superstizioso e un raggiante sorriso gli si scolpì in volto. Le solite abitudini erano difficili da scardinare ma con la volontà ringiovanita dal suo presentimento, forse quel giorno sarebbe riuscito a parlare con la segretaria. Fece la doccia, lavò denti e faccia e una volta asciutto, indossò completo e cappotto. Uscì di casa e si diresse verso la redazione a un paio di miglia da casa sua, camminando fra le caliginose strade della città. Non poté evitare di respirare lo Smog della metropoli: enormi colossi d’acciaio lo sovrastavano, risaltando i banchi di fumo che avanzavano lentamente fra gli incroci delle strade; il colore cinereo del metano combusto, come fiamma di Pentecoste, gravava sulle teste di tutti. Solo l’immaginazione avrebbe potuto colmare quel vuoto, rivelando il pezzo di mondo che si nascondeva dietro a quegli incombenti blocchi di nebbia. La facciata di mattoni del quotidiano, però, era inconfondibile; entrò dall’ingresso, salì le scale a due a due e attraversò il lungo corridoio del reparto scrutando fugace la collega Linda. Poi arrivò alla sua postazione e levò con pigrizia il capello, poggiandolo sull’appendiabiti e sedendosi difronte all’Olivetti. Succedeva sempre. Ogni volta che entrava in quell’ufficio, Luciano, sentiva un senso di staccamento dal corpo; gli arti prendevano vita propria e a seguire occhi, bocca, orecchie… La sua presenza fisica pareva mantenuta vegeta solo per un fine ultimo: scrivere articoli seguendo i boriosi ritmi del giornale. Passarono ore, minuti, forse secondi. Uno dei suoi tarli riprese vita: la vecchia disputa con il Magnoni. Da quella sera non aveva più giocato a una sola partita di Bridge. Lui non aveva mai perso una partita di Bridge. Non rammentò nemmeno per quale motivo avesse perso, eppure la folla, le voci, la musica di sottofondo erano ancora vivide in mente. Luciano Pretis il giorno seguente, dopo aver passato la notte a riflettere sulle radici del fallimento sognando i suoi colleghi in atto di derisione nei suoi confronti, iniziò con fare maligno, e anche un po’ ingiusto, a covare strani pensieri verso gli stessi. Solo grazie una puntuale quanto vergognosa combutta Magnoni avrebbe potuto vincere. Si riguardò bene dal destare sospetti, ma già da allora il suo nervosismo prese a cavalcare. Mentre buttava giù le ultime righe del suo brano sugli scandali fiscali di Colleaversa, sentì caldo e allargò spasmodicamente il colletto del completo. Un alone di sudore gli inumidiva ormai l’intera zona ascellare della camicia, nascosta solo dalla giacca. Non poteva toglierla, avrebbe messo in discussione la sua posizione e reputazione. Il capo redazione Rigoni non avrebbe permesso ad un suo sottoposto di corrompere l’aria pulita del nuovo condizionatore comperato con i soldi del suo immacolato lavoro. Continuò a battere più velocemente possibile sulla macchina da scrivere. I nomi dei più improbabili politici della regione, gli scorrevano tra le mani ingiallite dal fumo. A momenti pensò di vedere spruzzi di giallume sul nero mortifero della macchina. La voce stridula di Rossella interruppe il suo flusso di coscienza. «Pretis, il capo. Fra 10 minuti nel suo ufficio.» Non rispose, odiava rispondere ad affermazioni che non potevano avere uno sviluppo d’argomento. Passò il resto della giornata a scrivere il Dossier di Cuneo. Questo non fece altro che alimentare l’aria ansiogena della scrivania. Si chiese se sarebbe bastato il dossier a scacciare la pressione impartita dalle regole ferree dettate dal Rigoni. Non trovò risposta. La settimana seguente, dopo che l’articolo fu stampato riuscì finalmente a rilassarsi nel suo oculo di scrittura. Ora poteva guardare gli altri scrivere e nonostante non volesse confessarlo a sé stesso, gli ispirava soddisfazione. Qualcosa, però, trattenne la catarsi di questo piacere. Era una sensazione che non aveva mai provato. Di punto in bianco, Pretis, che era sempre stato un’ articolo indefinito, si sentì fin troppo definito. In ogni suo minimo movimento avvertiva la presenza di qualcuno che lo stesse scrutando. Dall’angolo del muro, dalla fessura dei divisori, perfino dalla sua stessa macchina da scrivere. Era evidente, qualcosa non andava. O magari era sempre stato così e lui non aveva mai avuto l’occasione di accorgersene. Si lasciò trasportare dall’angoscia. Riprese le sue cose e uscì del quotidiano sotto l’occhio austero e critico degli altri che, come studenti modello, si alzarono all’unisono, mostrando degli occhi spiritati rivolti proprio verso di lui. Si sbrigò sorpassando il solaio del piano superiore discendendo poi la larga scala dell’ingresso. La porta vetrata era di un colore atono, che rispecchiava esattamente quello che c’era fuori; l’aprì come se fosse un portale per l’ignoto: la nebbia era così folta da fuoriuscire dall’ingresso a pennellare il pavimento. La pioggia, invece, lenta e frustrante, sembrava annunciare un infausto avvenire. Sentì dei passi che scendevano dalle scale, mentre la porta si chiudeva. In men che non si dica si allontanò da quel riquadro monotono di mura; pensò allora di raggiungere il fratello Mario in periferia. Una lunga strada, soprattutto per lui che, nonostante l’età del figlio di dio, non aveva una macchina. Si mise d’impegno camminando al limite della velocità consentita affinché diventasse corsa. Il pungente scroscio d’acqua picchiettava e oscurava il suo cappotto color miele bagnandolo; le persone parevano delle silhouette con degli ombrellini neri sulla testa. Era così agitato per l’accaduto, da non poter distogliere i pensieri da esso. Appena fu abbastanza lontano da non poter essere più seguito, si fermò sul ciglio del marciapiede, che visto da un’altra prospettiva con proporzioni diverse, avrebbe potuto avere la stessa forma e dinamica di un fiume. Tese il braccio verso la strada e alzò il pollice; l’autostop era l’unico modo (disperato) di raggiungere suo fratello. Restò freddato in quella posizione per almeno cinque minuti, fino a quando vide due luci trafiggere l’orizzonte nebuloso. Si avvicinavano senza però dare segno di interessamento. Follemente scattò al centro della strada. I due occhi gialli però, non ne vollero sapere: continuarono dritto. L’auto lo investì. Aprì gli occhi, c’era l’alba fuori. Un’altro giorno di lavoro lo aspettava.
  11. _Silent_

    Bullone

    Ciao @TuSìCheVale Parto subito. Correre. Per il resto non ho notato altri refusi. Una cosa mi è subito saltata all'occhio. So che è un racconto semplice e breve però, personalmente, è sempre meglio dare dei nomi ai personaggi. Oltre che per un fatto di riconoscimento immediato (ho avuto un po' di fatica a capire chi facesse cosa a volte), anche per un fatto di caratteri (invece di scrivere "quello che portava ecc..." vai dritto sul nome). che ho scelto io stesso secondo me suona più informale. E' un consiglio che uso per agganciarmi al discorso dei dialoghi. Ho notato che per tutto il racconto, alcune linee di dialogo sono poco credibili: essendo il racconto ambientato in un contesto informale, bisogna necessariamente "abbassare" la qualità del linguaggio dei personaggi (in modo genuino ovviamente). L'esempio è quello di sopra. "Scelti direttamente da me" è un qualcosa che direbbe il caporeparto di una multinazionale, non il capo di un organizzazione criminale. Qui non ho capito bene Sinceramente non sono riuscito a immaginarmi questo tipo di armi. O sono "bastoni come katane" o sono solo katane. Durante tutta questa parte non ho capito il comportamento della vittima. Mi ha ricordato lo stesso comportamento autolesionista dei protagonisti dei film horror. Ok fargli dire che ha un nuovo telefono, ci sta, ma il resto sembra molto artificioso e irrealistico. Io vittima paralizzata dal terrore non risponderei mai così. Le risposte del ragazzo preso di mira non seguono un senso logico perchè vanno irrimediabilmente a far precipitare la situazione già di per sé critica. Per il resto un po' troppo improvvisi gli ingressi e le introduzioni dei personaggi ma infondo è un racconto circolare e definito che si chiude nel modo in cui si doveva chiudere. Il linguaggio minimale mi è piaciuto. Andrebbe un po' ampliato sotto tutti i punti di vista ma come base non è male. L'unico problema è la credibilità: ho visto poche reazioni umane e poca empatia con i personaggi raccontati. Spero di esserti stato d'aiuto l'orario non aiuta A Rileggerci!
  12. _Silent_

    Jukebox

    Magnifica. Esprime tutta la morale malinconica dei mondi di Miyazaki. And
  13. _Silent_

    Jukebox

    scherzi a parte... vanno ancora molto le canzoni degli '80.
  14. _Silent_

    Jukebox

    Basta c'è troppa qultura in questo jukebox... serve ristabilire l'equilibrio.
  15. _Silent_

    Cosa state leggendo?

    Riccardo III e Antonio e Cleopatra di Shakespeare, colpa del mio professore di Lett. Inglese che mi ha aperto al mondo dei testi teatrali. Ora mi ritrovo in casa anche Giulio Cesare e Il Mercante di Venezia pronti per essere letti.
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