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TERESA AVERTA

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  1. TERESA AVERTA

    IL CLOCHARD, UN CUORE VAGABONDO

    A volte, temo che mi spezzino … che mi sciupino, che mi sporchino con la loro cattiveria, con la loro indifferenza, con la loro miseria d’animo. La gente, sì quella Gente senza Cuore. Oh! Che sciocchezze! Poi guardo la mia vita, ed è libera. I miei fianchi non hanno lacci d’argento o d’oro ma proverò a farli brillare. Brilleranno di libertà, d’aria pura, di limpido cielo. Sono sempre fuori... e fuori di testa, ma non come pensano loro... sono fuori dal mondo infame, che ti distrugge solo perché hai bisogno di un pezzo di pane. Sono lontano dai ruba sogni e preferisco giocare con i topi delle fogne cui appartiene quella sottile e calda sensibilità, e per questo mi fanno compagnia. Non morirò stasera e nessun amico se muoio sotto il pianto della luna, penserà che sono stato forte ma, dirà che è stata solo questione di fortuna. Respiro però … respiro ancora, e questo basta! Non è arrivata la mia ora... E ho trovato questa vecchia biro per la strada per scrivere, una cartolina a Dio... chissà se arriverà... in Paradiso, e se Pietro avrà un occhio di riguardo per me. Queste poche righe... questa sgangherata cartolina, la porrò nel mio vecchio berretto... la lascerò al caldo, la coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo. Perché io sono incolore. Io sono un vecchio clochard che non dimentica nulla. Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere. E da solo, qui con il mio cane, pensavo all’uomo che crede, di essere speciale nei confronti delle altre creature... ma davanti a Natura l’uomo è solo uomo e basta! E volevo pure ricordargli che, SOLO se è stato buono, avrà l’onore di morire da farfalla... io forse morirò da Aquila perché ho alzato troppo le ali... e sì perché ho amato troppo, sono stato generoso con tutti... e purtroppo ho perso tutto... e questo destino tocca a chi ha una grande anima... a chi ha un cuore che non teme gelo e graffi. Sono caduto. Non mi sono fatto male. E insieme con me, è caduto frangendosi un pezzo di cielo. Ma il cielo non si rompe mai... e quando cadono i buoni, si copre di nuvole nere; eppur tuttavia se si possiede un pezzo cielo e un pezzo di terra la vita non teme e, non si teme neanche la morte ai colpi dell’improvvisa sentenza ... ai colpi forti della dannata ipocrisia, ai colpi sordi dell’elegante ignoranza. Quando il cielo si sarà sfogato bene, arriverà la sua quiete a riportare un po’ di sole sulla terra e tra le spine dell’essenza, forse, nascerà un altro Uomo. Di nuova specie. Ora sono qui, mio caro mondo, come un aquilone, in attesa di volare. Seduto, io non parto. Aspetto Qualcuno, anche solo un essere umano che mi Ami, e mi cinga la vita, con fili d’avorio… mi farebbe diventare lucente e mi basterebbe anche solo un suo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile per custodire in me le carezze della sua anima, l’unica cosa che in me stilla calore. Mi basterebbe un sorriso per continuare a vivere, un sorriso regalato, un sorriso donato. Che silenzio, in questa sera! Rimane solo questo foglio, dove brucia il mio dolore perché sono un uomo giusto e sulla strada della vita ho combattuto per aver Donato Amore senza chiedere nulla in cambio. Teresa Averta
  2. TERESA AVERTA

    STUPENDELLA

    Ogni problema, fisico o morale, anche il più difficile può trovare soluzione se affrontato e risolto con umiltà e semplicità di cuore. Il problema della nostra Principessa Stupendella non fu risolto dai nobili, né della famiglia, né della medicina e neppure dagli Esperti del Regno. Si arrivò alla soluzione grazie alla semplicità, all’amicizia e infine all’amore disinteressato di un saggio principe che si sentiva emarginato dalla società. Stupendella nel suo magnifico castello ha il potere di avere tra le mani tutta la meraviglia del mondo, di accogliere tutto il mistero della vita ma leggendo questa fiaba, ci si accorge che a volte siamo limitati in una prigione di abitudini, di rigidità, di controllo, di schemi. ..molto spesso imposti dall’esterno. Basta fare un piccolo passo più in là e come i bambini riscoprire quella forza che da sempre ci appartiene, che ci permette di parlare con la luna, di vedere al di là del visibile, di lasciarci accogliere dalla magia...dall’Amore. La morale di questa fiaba ci permette di sviluppare la fiducia nelle proprie risorse e lascia nel lettore o nell’ascoltatore di qualsiasi età, la certezza che la vita è bella o che pur dopo tanti problemi, essa può diventarlo; grazie al fato che, come nella trama di una fiaba, ci riserva sempre delle opportunità di vita nuova. In ogni situazione esistenziale quindi è possibile riuscire a realizzare un cambiamento desiderato e necessario, basta seguire la volontà e il cuore.
  3. TERESA AVERTA

    SULLA PORTA DEI SOGNI

    La notte, sarà il mantello che mi copre dal gelo di un Addio, nessun rancore, piangerò solo lacrime di gioia. Io discepola del tormento abbraccerò la nostalgia, e con il sorriso di una bimba, ti guarderò da lontano andare via... Non ho perso, ma ho vinto, Ciò che la vita mi ha lasciato non ha prezzo. Ho conosciuto quello che non si può comprare quello che tutti cercano da una vita intera. Ho conosciuto l’emozione che toglie il respiro. L’attesa che ti fa uscire il cuore fuori dal petto. Ho sentito l’anima cercarti nel fuoco sacro di un’estasi, dove bastavano i silenzi a far l’amore. Ho consumato i miei occhi guardando il cielo per scrivere i miei versi, e dedicarti un pensiero. E se Amare è un’arte, Io sono stata l’artista più felice perché ho conosciuto il bene dell’anima. Perché Tu esisti, ancora, nel profumo dei ricordi che mi hai lasciato, esisti in ogni battito che pulsa dentro di me. Esisti ovunque fino a me... Sempre sulla porta dei sogni. Teresa Averta
  4. TERESA AVERTA

    QUEL BOSCO MALEDETTO

    Milano Italia. Agosto ’98. Era l’estate del 1998 e il caldo rovente dominava la mia grande e afosa Milano; il sole indisturbato distribuiva i suoi raggi sulle scartoffie della mia scrivania polverosa, assorbendo il grigio del duro e nebbioso inverno ormai trascorso. Vagavo pensierosa nel mio studio, all’ultimo piano di un meraviglioso attico, in Corso Matteotti, facendo avanti e indietro: dallo studio alla terrazza, da dove scorgevo l'intera piazza di fronte alla cattedrale del Duomo della città; una panoramica che ti lascia senza fiato, e rimuginavo...su quanto avevo ascoltato, poco prima, al notiziario nazionale. Le ultime news dal mondo ci invitavano a riflettere, che è, alla Grande Crisi mondiale, che bisogna guardare, dopo i disordini dei mesi scorsi in Grecia, in Bulgaria, nei paesi Baltici, per spiegarsi il ritorno del terrorismo irlandese: tre morti ammazzati, due militari inglesi e un poliziotto negli ultimi tre giorni... -Poca roba- pensavo:- con le caterve di morti che la cronaca ci mette regolarmente sotto gli occhi, nel Darfur, nella Somalia, nel Congo, nel Gaza, e negli altri paesi europei,- e mi dicevo:- Che vuoi che siano tre morti nell' Irlanda del nord, non fanno molta impressione!- Nonostante questo quadro sociale economico, davvero inquietante, io rimanevo impassibile, la temeraria Morena di sempre, la donna determinata che niente e nessuno avrebbe condizionato nelle sue scelte; con una carriera promettente, una nuova casa, un marito premuroso, un figlio poco più che ventenne che sembrava aver finalmente superato un momento di crisi adolescenziale tanto da esser riuscito anche a trovare un impiego fisso; certo, non il lavoro che io e mio marito Robert, avremmo desiderato per lui, ma non mi importava. Avevo tutte le carte in regola per essere una donna felice, soddisfatta della mia vita, un’esistenza perfetta. O almeno così sembrava...questo era quello che gli altri vedevano, l'immagine della mia vita riflessa negli occhi di chi credeva di conoscerla. Ero giovane, assetata di conoscenza e desiderosa di apprendere la vita: e sarei andata anche in capo al mondo pur di allontanarmi dalla mia dolce e calda dimora, cosi calda e stretta che mi sembrava una elegante prigione da dove, poter fuggire al più presto. Era l’inverno del ’97, frequentavo come studentessa esterna, uno dei più importanti e rinomati licei linguistici della “Milano bene", forse una scelta poco azzeccata, per la mia situazione economica precaria, ma adeguata per quello che cercavo; in termini di studio: avrei avuto maggiori opportunità di lavoro, si sarebbero aperti, per me, nuovi orizzonti. Quell’anno superai gli esami brillantemente, conseguendo un lodevole risultato, tanto da ottenere una borsa di studio, consistente in un viaggio premio, in Irlanda, alla prestigiosa “University of Limerick”. Ero al settimo cielo, al pensiero di essere io, una delle tre ragazze italiane, scelte, al termine di una valutazione sulle capacità comunicative e relazionali in lingua straniera. Confusa e felice per la grande e inaspettata notizia, non esitai un nano secondo, ad accendere il mio computer e, prima di raggiungere questa terra sconosciuta, mi avventurai nello sconfinato mare del web, per visionare virtualmente la meravigliosa Irlanda; “un piccolo Paese dal grande cuore”così veniva definita da scrittori, sociologi e poeti che ne sapevano più di me. Guardavo estasiata, quelle immagini in cui predominava il verde dei paesaggi che si estendeva a vista d’occhio, il cielo in perpetua mutazione, infinito nella sua grandezza e incombente sulle colline, scogliere mozzafiato, stradine limitate da muretti in pietra bianca e, soprattutto, un popolo simpaticissimo, leggevo fra le notizie. -Bene- pensai: - non c’è tempo da perdere- e dicevo a me stessa: - forza Morena...in viaggio verso la terra dal “grande cuore”! - Wicklow, che ospitava “University of Limerick” all’interno del suo parco nazionale tecnologico, si trovava vicino al fiume Shannon, a sud di Dublino e si estendeva fino alla contea di Carlow e di Wexford, lungo strade secondarie che spesso sono deserte, ma nelle quali non manca mai almeno un pub in ogni villaggio. Così... dopo settanta ore di viaggio in automobile e 2000 chilometri percorsi, ecco, davanti a me, la lunghissima strada che costeggiava la fredda e bellissima Irlanda; quasi per caso, mi trovai davanti ad un villaggio, dove di lì a poco, mi sarei fermata per una piccola sosta. Ormai esausta dalla guida estenuante, scesi, a Kasund, un villaggio della contea di Finnmark. Mi trovavo nell'estremo nord dell’Irlanda, alle porte del villaggio chiamato "Angel’s Village", e come per incanto, la mia stanchezza svanì, cedendo il passo allo stupore dei miei occhi, che si aprirono all’incredibile vista di quelle vallate, dove regnava ogni specie di piante e alberi rari: il cloroformio, il sandalo bianco e l’Agar. Ammiravo estasiata quegli incantevoli paesaggi, ricchi di flora e fauna, posizionati su lussureggianti colline verdi: bellezze naturali indimenticabili che mi facevano immergere in un’atmosfera magica. Solo ora comprendevo... e sentivo il cuore di quella terra...battere fra il rumore dei miei pensieri e il grande silenzio che regnava in quel posto a me sconosciuto. Cominciai a camminare gioiosa, respirando a pieni polmoni, e quasi senza volerlo mi inoltrai in quei grandissimi e sconfinati boschi a vegetazione selvaggia; respiravo odore di tigli, tra rari rododendri, alberi esotici e antiche querce che costeggiavano le rive del fiume Slaney. Osservavo da lontano, fin dove arrivava il mio sguardo, la straordinaria atmosfera che regnava tra le verdi colline della contea di Carlow, le Blackstairs Mountains e il fiume Barrow. Quel posto sembrava un paradiso per gli amanti della natura ma, in quella dolce quiete, persa nel tempo, all’improvviso, sentii strani rumori nell’aria: un fragore di battito d'ali dietro la schiena, striduli suoni di uccelli si schiantarono sui miei innocenti pensieri. Mi girai di soprassalto e li vidi planare dietro di me... erano uccelli rapaci, affamati e fra me pensavo: -saranno presagio di difficoltà in arrivo- e mi dicevo: - mio Dio dove sono capitata!- Forse mi stavo risvegliando da un brutto sogno e scoprivo che la realtà era peggiore del sogno appena concluso. Mi girai, e davanti a me... il terrore! I miei occhi videro una scena straziante: alcuni corpi di uomini e bambini feriti, dilaniati, abiti strappati fra i rovi, scarpe rotte sul fogliame, corpi lacerati ormai inermi ai piedi di quegli alberi secolari, gocce di sangue dappertutto, probabilmente persone uccise...sembrava una carneficina, opera malvagia di chissà quale furia umana. Chi mai, avrà riversato la sua sete di sangue su degli esseri umani innocenti, mi chiedevo. Non ne capivo le cause... ero esterrefatta da quanto osservavo sgomenta, e tremante. In preda al panico, mi misi a correre...ma inciampavo...fra le pietre macchiate di sangue e il cuore che pulsava violentemente dentro al mio petto. Volevo fuggire via, il più velocemente possibile, da quel bosco maledetto. Giunsi, stremata dalla corsa affannata e con le lacrime agli occhi, davanti alla macchina e, pensai se fosse stato meglio ripartire e tornare a casa o restare...per una causa più importante. L’obiettivo era, la permanenza in quei luoghi per i miei studi e le mie ricerche, il grande sogno della mia vita... ma non sapevo cosa fare, sembrava, fossi uscita da un film horror. Il coraggio prese il sopravvento e decisi con ferma convinzione, di rimanere e albergare in quel luogo, che mi aveva letteralmente terrorizzato ma che mi incuriosiva a tal punto, che avrei fatto personalmente delle ricerche per capire quanto era accaduto e perché. Ansiosa e guardinga mi avvicinai all' albergo di “Angel's Village”, entrai in un ambiente apparentemente tranquillo e chiesi una camera per alcuni giorni... passai la prima notte da incubo, angosciata per quanto era accaduto, ed ero in trepidante attesa, di avere notizie, riguardo al tragico episodio del pomeriggio precedente. Il giorno dopo, mi alzai di buon mattino, feci colazione e chiesi un quotidiano da leggere: non riportava alcuna notizia che potesse riferirsi all’immane tragedia del bosco. Tutti gli ospiti dell’albergo erano sereni e si godevano felicemente il loro soggiorno irlandese. Non contenta, decisi, così di uscire, per andare a fare una passeggiata lungo il sentiero che portava verso quei misteriosi boschi; a pochi metri, dal villaggio, fui spiacevolmente sorpresa, dal vociare di tanta gente: urla di bambini, schiamazzi di persone e pianti di donne provenivano dal fiume vicino. Sulla riva, accanto ad un grande cipresso, lo chiamavano il “Cipresso del Pescatore”, vi era il corpo riverso sul fiume, di una bambina, molto piccola e la sua maglietta bianca sull' erba ancora sporca di sangue...e il mio sguardo terrorizzato si posava su quella incredibile scena dell' orrore. Non riuscivo a trattenere le lacrime e mi chiedevo dove fossi mai capitata, in quale oscuro e orribile posto il destino mi aveva catapultato. Ero paralizzata dallo spavento, e rimasi immobile a seguire la scena da lontano. Improvvisamente, si avvicinò un uomo, accanto al corpo della bambina e la sua presenza turbò l'intero villaggio; adulti e bambini si abbracciarono e si strinsero l'uno all'altro, come per proteggersi. Nessuno aveva mai visto l'uomo misterioso, il suo arrivo nel villaggio sembrava non convincere la gente di quel luogo. Ma lui, come se nulla fosse, estrasse un coltello dalla tasca del cappotto e si fece un piccolo taglio sulla mano, dal quale uscì una goccia di sangue che cadde sul corpo della piccola. Subito dopo, l'uomo scomparve e la bambina come per magia si svegliò; la gente incredula si guardava intorno...per capire di più ma quell’uomo che aveva salvato la piccola fanciulla, non c’era più. Per molti giorni... la gente del villaggio parlò dell'accaduto non sapendosi dare una spiegazione...e neppure io. Decisi allora, di fermarmi qualche giorno in più del previsto, in quel posto così bello e maledetto; la mia curiosità di giovane donna, accompagnata dal desiderio di ricerca, mi imponeva di restare. Un mese dopo, ad intervalli brevi vennero uccise altre 3 persone dalla "strana creatura" che stava sterminando il villaggio, ma l'orribile mostro invisibile come lo definiva la gente che abitava quei luoghi riapparve, bagnò col suo sangue i 3 corpi e svanì nuovamente nel nulla. Erano 3 giovani ragazzi, le ultime persone uccise, che improvvisamente si svegliarono dalla quella orrenda morte che seppure apparente aveva scosso me e tutti nel villaggio. Anche questa volta, nessuno e neanche la legge che era intervenuta più volte, fu in grado di spiegare esattamente cosa fosse successo...il mistero di quel giallo...che diventava rosso di sangue ogni volta che le persone mettevano il naso fuori dalla porta. Sembrava un caso impossibile da risolvere. Io continuai ad indagare, peggio di un detective; studiavo quel caso come fossi una giornalista in cerca di indagini per articoli di prima pagina; qui non c’era più in gioco, un corso di formazione, bensì la vita di persone innocenti e quello che per me doveva essere un soggiorno temporaneo di studi, diventava un lavoro impegnativo. Per 2 mesi non sapevo più cosa significasse dormire. Da quando ero giunta in quel luogo, non riuscivo più a fare sonni tranquilli, né a vivere la vita di ogni giorno; la mia bella vita di film-maker di successo, con la mia famiglia composta da un marito innamorato e da un figlio ormai grande, sfumavano nella cronaca tra macabri eventi. Nei giorni seguenti, sulla spiaggia viene rinvenuto un altro cadavere...ma questa volta lo strano personaggio non venne a salvarlo...e tutto si chiuse nel silenzio e nell’omertà degli abitanti del villaggio. Ricominciai ad indagare sul caso, sempre in via ufficiosa, ma con un ruolo che si rivelerà determinante. Mi apro da sola, la strada ad un’indagine più ampia...quasi come se quei morti mi appartenessero. Quelle strane morti, in un certo macabro modo, dovevano aver pure un senso. Ma quel che alle spalle del massacro si riesce ad intravedere diventa, al contrario, ancor più fosco ed indefinito. Dopo mesi di silenzio e riluttanza, da parte della gente tenebrosa del luogo, riesco a conoscere, la Dottoressa Terry Solter, che ancora non può dimenticare quei corpi che ha esaminato così da vicino, visto che è stata proprio lei, a seguire le indagini; e trova in me la solidarietà di un’amica che, per puro e sfortunato caso, si è trovata sulla scena del crimine. Quei corpi esamini che neanche io dimentico, erano tutti segnati da un’indefinibile espressione di orrore, smarrimento e rifiuto. Il volto di chi ha fissato la morte. La “Tragedia di Angel’s Village” la chiamano oggi. Come tutto questo può essere accaduto, e soprattutto perché, nessuno può ancora dirlo con certezza. Ancora, si parla, perfino di invasioni di creature selvatiche o umane . Orsi o lupi, ma l’ipotesi non sarebbe comunque compatibile con le condizioni delle salme. Uccisi dai Mansi meglio, noti come voguli, gruppi di indigeni della Russia, gelosi dei territori che colonizzavano o da uccelli rapaci, per aver oltrepassato i loro territori sacri? Eppure si tratta allo stesso tempo della domanda per la quale nessuno ha ancora trovato adeguata spiegazione. Dopo quella tremenda e indimenticabile sera nel bosco, non mi sono più avventurata fra gli alberi cupi e le ombre scure e silenziose, neanche di giorno. Là dentro non esiste alba o tramonto, non c’è distinzione fra giorno e notte, luce o buio, è una dimensione a parte, una sorta di malefico limbo da cui tenersi alla larga. Ora quegli innocenti, non esistono più, inghiottiti per sempre da chissà quale sconosciuta forza che vive nel folto di quegli alberi senza nome. Sul fare del tramonto, abbandonai il villaggio, allontanandomi dal sentiero per trovare una scorciatoia che mi avrebbe fatto risparmiare un po’di tempo. Ben presto il buio mi colse lungo la strada e fui avvolta ancora da brividi di paura ripensando a quella triste e dolorosa avventura. Miracolosamente uscii da quel bosco, e mi allontanavo dalla costa irlandese, per intraprendere la strada maestra che mi avrebbe riportata a casa...accelerando l’andatura. Teresa Averta
  5. Non mi riconosco in un unico modello di poesia perché amo molto la versatilità del dire, la capacità di propormi in più modelli, e non credo ciecamente al "progetto" poetico come sigillo della propria individualità. Amo, sì, chi ha una propria visione del mondo, ma non chi di questa visione ne fa un modello unico, amo inoltre chi ha la capacità di cogliere le diverse sfumature anche in modo critico, non mi piacciono quei poeti che scelgono un unico argomento prevalente e ne fanno oggetto poetico preponderante e discorsivo; è vero che il tempo oltre a essere giustiziere, è un grande mago e chissà che qualche cavallo con la visiera non venga trasformato, in futuro, in un apprezzato vate. La poesia però è POESIA! Ed essa nasce sempre dalla riflessione sulla sofferenza si, anche da questo, ovvio! E chi dice il contrario? Ma non soltanto, dico io, e in ogni caso, soltanto “dalla riflessione sulla sofferenza”! In fondo la riflessione sulla sofferenza non significa ripercorrere il sentiero bruciante del dolore vivo come se fosse sempre presente! Ma apprezzare i voli pindarici, di chi, qualche volta si bacia con la vita e ne gode, e ne ha gioia piena, e come un fiume straripa di roamantici versi e parole di cuore. Leggendo certi eruditi interventi, patetiche riflessioni di vita, poesie statiche come la pietra grezza in giro nel web, sembra proprio che solo poche e prescelte anime nobili e impastate di poesia e malinconia, col muso lungo, immagino, e la tristezza cosmica dipinta in viso, possano scrivere belle poesie. E può sembrare che siano le uniche depositarie dell’interiore luce lirica che illumina in modo esclusivo la loro anima e il loro poetare. Ma chi lo dice? Forse che non possono nascere poesie dalla gioia, dalla serenità? I poeti più grandi concepirono molta parte della loro poesia nel dolore, d’accordo, ma nessuno è la copia di un altro o di altri, ognuno di noi è un essere originale e la sua originalità arricchisce la vita... Ognuno ha diritto di scrivere poesie come sa e come sente, senza per questo industriarsi nel far sentire reietti e ignoranti coloro che hanno la sventura di non pensarla allo stesso modo, e in quanto alle regole e all’ossessivo conteggio di sillabe per ogni verso, ognuno faccia come vuole, c’è chi conta le sillabe e scrive lavori rachitici, c’è chi non le conta e scrive Meraviglie... Teresa Averta
  6. TERESA AVERTA

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  7. La poesia contemporanea che leggo, soprattutto, è un "io" morboso, diaristico, privo di un linguaggio ricercato, assente di passione e sentimentalismo civile, umano; banalizzato dai media e da un disfattismo culturale imbrogliato nell’auto pubblicazione vanitosa; decadente; Pound quando lesse la prima stesura de “La terra desolata” di Eliot gli disse di buttarla: lui lo fece e scrisse quel che scrisse poi.) Oggi la situazione è molto diversa, aperta senza inibizioni ai modi di scrittura più diversi. Non si può negare, tuttavia, che l’ideologia di quel passato recente sia dura da smaltire, non solo per il fatto che i ‘maestri’ di allora hanno provveduto e provvedono a riempire di loro seguaci gli ambienti editoriali e letterari. Il modo migliore per sfuggirvi, comunque, resta quello di varcare i confini nazionali, studiando le lingue straniere e scoprendo che i dogmi della nostra tradizione recente semplicemente non esistono. In Inghilterra e in Polonia, in Irlanda e in Scandinavia, in Nord America e nei Caraibi si sono scritte e si scrivono poesie di generi che in Italia erano stati dichiarati impossibili e fuori tempo. C’è una sola cosa sicura: che la poesia valida, destinata a durare nel tempo, dipende dall’importanza di quello che viene detto e dall’efficacia con cui viene detto, efficacia che è data dall’esattezza sommata alla forza dell’espressione. L’esattezza dipende dalla padronanza dell’arte poetica, cioè della lingua e della tecnica, che si può imparare con la lettura e l’esercizio, mentre la forza è frutto della passione, che non si può imparare o fingere. Come il coraggio di Don Abbondio, la passione, cioè la motivazione profonda, uno non può darsela. È questa la ragione per cui molti poeti, ieri come oggi, invecchiano male”. Inoltre, come sempre accade, si sofferma unicamente sulla poesia italiana senza affiorare a quella internazionale, anche solo europea. Come se la poesia fosse solo una questione nazionale senza influenze esterne o possibilità d’uscita, un po’ come accadde nella prima metà del secolo scorso. Io AMO la poesia straniera che è un forte campo di esperimenti linguistici. Lo si può vedere con la poesia araba strutturata su un canto biblico e una destrutturazione estetica della parola (questo vale anche per i poeti nordafricani, tranne che per l’Egitto ancora racchiuso in una poesia tradizionale che da poco si sta affacciando su quella slabbrata del rap e dello slam; un po’ come avviene anche in Iran). La poesia straniera non si nasconde sotto l’ombrello malconcio del passato, anzi cerca di evadere dagli schemi preconcetti e viziati dal mainstream culturale. Dal tema civile fino a quello astratto, ognuno percorre una strada verso luoghi già scoperti, ma ancora da esplorare. Perché la parola non ha mai fine. Se parlo è perché ho letto e non mi è piaciuto ciò che ho letto. Questo vale anche contro di me e la mia poesia. Di certo ci sono molte cose da dire e da sistemare. Più di oggi che di ieri. Un sistema marcio e ridicolo che sta completamente allontanando tutti da tutti. Annoiando. Nel silenzio più acuto, dove tutto si fa e si disfa. Infine, leggendo nel web, e guardandomi in giro, ho compreso che la maggior parte dei poeti contemporanei si interessa troppo della questione critica di tutto il perimetro poetico nazionale, ma così tanto da distaccarsi dalla propria scrittura poetica, diventando così non più poeti ma critici cinici sempre pronti a dire l’ultima parola su ogni cosa che accade nella poesia nostrana...e questo è “un grande peccato” lasciatemelo dire. Un “vero poeta” non giudica e non si giudica ma comunica semplicemente emozioni...al mondo, agli uomini, così come le sente, con quel “linguaggio benedetto” che gli ha donato Dio. Non deve contaminarsi col mondo anche se appartiene al mondo; in un certo senso, credo che sia un messaggero diretto, un originale comunicatore di vita e di bellezza, nella forma più pura...solo così può dirsi Poeta. E ha la licenza di rendersi utile e significativo agli altri e all’universo. La POESIA nella società di oggi? «Resta la forma di linguaggio più completa, perché formula il pensiero ma comunica anche emozioni attraverso il ritmo, la musicalità del verso. E’, insomma, un mezzo per far circolare idee ed emozioni tra gli uomini, e per questo è straordinaria, insostituibile. Come avvicinare un giovane alla poesia? «Mettendogli in mano un libro, dandogli l' opportunità di procurarsi piacere attraverso la lettura. Non c' è altro modo: lo si può fare solo con l' esempio». Come ha detto nell'esordio di un suo manifesto Marc Smith, il poeta americano che nel 1987 a Chicago ha inventato il Poetry Slam: -la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità".- Teresa Averta
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