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Niki Zaupa

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  1. Niki Zaupa

    Adamo e il silenzio

    Quel che c'era sopra la vita di ogni uomo del Paese, quella sera, era lo schiamazzare del cielo divertito. Un cielo ridente di tuono, piangente di gioia e sussultante nel suo brontolio acceso. Pioveva, quella sera. La nera felicità della volta si riversava a torrente sul Paese, ricoprendolo d'una coltre madida e gioconda. E dietro a quelle nubi - d'inchiostro bluastro, grigiastro, nerastro - che parevano celare allo sguardo degli uomini - che son fatti di mero alabastro - l'idilliaca festa d'una natura in solitudine col grande astro - fratello Sole - gorgogliavano le tuonanti risate dell'empireo: impetuosi rombi d'estatica irragionevolezza. Il mondo intero sembrava festoso nel suo moto perenne, nel suo saettante vorticare in un universo silente. E in questa singhiozzante radiosità, egli piangeva sul Paese lacrime di vita - pioggia -: la manna del cosmo. Chiassoso era quel mondo. E chiassoso era il Paese. Ma di un caos opposto, un caos che t'affanna la mente e che ti rivolta il cervello, per spargerti la materia in un serpeggiante viluppo di opinioni che striscia e scorre chissà dove. Era il frastuono degli uomini che corrono, che scalpitano terrorizzati dall'idea di mandare tutto ai quattro venti, delle persone che pensano a non pensare - perché se pensi al pensare t'arresti nel pensiero e nel pensiero non sei che improduttiva pensata. Il frastuono di chi vuol stare al mondo, di chi si fa attore e spettatore al tempo stesso, che incalza nel palcoscenico con paura d'incespicare e che siede alle tribune temendo il sonno dell'esaurimento. Era, questo, un chiasso ben programmato, ben rintoccato dagli squilli della noosfera, dalle notifiche della coscienza universale, scandito in tempi risolutamente fugaci dall'ardito correre della notizia, dell'informazione e del lavoro. Poveri uomini! Tutti affaccendati col viso sporco d'ansia e di fretta! Tutti sconquassati dalla realtà pandemonica da loro creata! Tutti presi dall'essere baldanzosi esperti nel lavoro e nello studio e nel chiacchiericcio politico e nel confabulare economico e nel lamentoso sindacato - la fabbrica del lamento. E nella mefistofelica verità urge, come sempre, il sedativo. La droga di chi vuole affannarsi per nulla e mentirsi d'affannarsi per se'. Sedativi in compresse ingegnosamente prodotte: fatte di bits incomprensibili e di pollici comprensibili, o di ficcanasate a chi vive meglio da parte di chi vive nel fango, o di notiziole libidinose nel mondo virtuale - che è pornografia dell'ego. E gli uomini, anche quella sera, alternavano, nel burrascoso vivere, il lavoro del produrre e il sedativo del consumare. Anche quella sera s'avvolgevano intorpiditi, nelle loro coperte intessute di casalinga familiarità, e consultavano la noosfera. Chiedevano a essa il fisico perfetto, la casa perfetta, la veste perfetta, il mobilio perfetto, l'auto perfetta, la politica perfetta, il paese perfetto, la costituzione perfetta, l'opinione perfetta, l'uomo perfetto, il pensiero perfetto, la donna perfetta, il carattere perfetto. Gli uomini chiedevano il sedativo più lungimirante: la perfezione. E chiedevano e chiedevano, in un costruirsi ad-hoc, in un prefabbricarsi dettato dal terrore di un'anormalità tra le tante, e nel chiedere più bisognoso e disperato s'avviluppavano sempre più nelle coperte. Com'è gelida la perfezione! E la noosfera, abbacinante madre del costruire - figlia soltanto di Terra, la madre del creare - rispondeva loro con schematica volontà. Assegnava, ella, le identità a questi uomini e a queste donne, li faceva custodi del proprio essere, ma mai giudici del proprio fare. Questo era il marchingegno della costruzione: un uomo reo di quel che sa fare perde tempo al pensare per perfezionarvisi. La noosfera quindi raccoglieva la tendenza, la faceva propria animando il chiasso delle opinioni, modellando e modellandosi nel fragore del costrutto-desiderio e poi, quella tendenza, la rigurgitava fuori nei templi del consumo. Diceva ella che "tu sei libero, figlio mio. Sei libero d'essere ciò che altri sono, libero di fare quel che i tuoi simili fanno, di leggere ciò che molti leggono, di sapere quel che chi non vuol sapere sa e di vedere quel che chi sa ti mostra." Che madre premurosa, la noosfera. Madre degli uomini retti, sostituta della madre degli uomini selvaggi. E quella sera, come ogni sera, gli uomini erano felici e infreddoliti nella perfezione. Tutti erano avvolti nel candore della sicurezza e nel brillante rumore della comunicazione lampo. Tutti tranne Adamo. Adamo che di professione faceva l'impiegato, che viveva nel suo appartamento dalla moquette macchiata di caffè qua e là, che passava il tempo libero a consumarsi la mente coll'acido lisergico e che per segno particolare aveva il naso pendente un po' a destra. Anche quella sera Adamo si era drogato. Ma qualcosa - vedete come il caso sia motivo di deflagrazione mentale - non aveva funzionato correttamente. Forse la festa della natura appariva troppo impetuosa per l'uomo minuto; forse un pensiero, rampicante come un'edera miasmatica che ti s'avvinghia su per la spina dorsale con l'unico compito di stritolarti le membra e il cervello, lo stava lentamente sconvolgendo nel profondo; o forse ancora l'effetto dell'acido si era fatto un meccanismo di sensibilità nevrotica. Insomma, Adamo stava ignudo e rantolante steso sulla moquette predato da chissà quale esperienza onirica e terrificante. Percepiva il caos più profondo, o anzi, guardava quell'abisso e s'accorgeva che l'abisso ricambiava inevitabilmente lo sguardo, sogghignante nella propria chiassosa essenza, e nel frastuono lui gemeva e fremeva implorando colla voce sibilante un barlume di pietà. Sentiva l'assurdo scalpitare del mondo, e la futile corrente di parole e opinioni che si riversavano nell'aria, inquinandola e fendendola, rendendola pesante e torbida. E le chiacchiere gli martellavano e gli aggrovigliavano la coscienza e gli spremevano i muscoli e i nervi con la loro possente efferatezza e lo inchiodavano in un suolo di lamento e sofferto assordimento. E la televisione accesa gli pulsava coi suoi bagliori fantasmagorici e colle sue parole cantilenanti nelle orecchie, lacerandogli i timpani e tempestandolo di mortifere canzoni pubblicitarie e politiche roventi di scandalo e personaggi addensati in uno status d'ammirare. Adamo fu rapido: s'alzò con furia erculea e, nell'ebbrezza di quel precipitare nella follia sfondò la televisione con una sedia innocente. Ma non servì. Il chiasso non soltanto proseguiva, ma aumentava, si propagava come la fiamma di un incendio invisibile. Scalava le pareti dell'appartamento, le penetrava con la facilità di un veleno sofisticato, inzuppava la moquette come la marcescenza di un cadavere sepolto sotto al pavimento. Fuoriusciva dagli oggetti: il forno a microonde vibrava adirato devastando il marmo del piano-cucina; il computer, sebbene fosse spento, sputacchiava dallo schermo nero le parole della chat con un ospite ignoto e folle; i piatti in porcellana, tutti ammassati nella credenza, si agitavano imbestialiti e protestavano per la loro incarcerazione nel buio. Era il caos di ciò che Adamo aveva consumato. Un caos che si compra. E il povero uomicciolo, nudo e madido di sudore e di pianto, ora restava chinato a terra, colle mani premute sulle orecchie per non percepire, con la schiena incurvata e la spina dorsale fremente sotto la pelle, con i piedi impazziti e le dita contorte nell'agonia. "Ti prego, mondo! Dammi silenzio, dammi quiete e respiro molle!" implorava rivolgendosi al tostapane, o ai vestiti irrispettosi dentro all'armadio. "Dammi pace! Non ne posso più di questo caos, di queste parole, di queste domande e di queste risposte senza senso!" continuava, con le lacrime sgorganti dagli occhi. Ma la noosfera doveva parlare. Doveva farsi sentire. Farsi percepire e esistere per lui e per tutti gli altri uomini. Doveva essere seconda pelle, seconda madre, seconda "noi". Il trambusto divenne ora una vera e propria onda che s'abbatteva nel salotto di Adamo, demolendolo e ricostruendolo, passando da parete a parete. "Oh! Mondo! Basta!" ripeteva e ripeteva, mugugnando e trasudando angoscia. E trasalì quando il mondo, con una voce poliedrica, gli rispose: "Tu sei mio. Tu sei di tutti." Per Adamo fu il crollo. Si precipitò fuori dall'appartamento, ruzzolando sulle scale e quasi distruggendo la porta del condominio. Era in strada. Sotto la pioggia. Nudo. E nella nudità prese a correre senza badare ai polmoni sfiniti dallo strillare precedente, incurante dei muscoli paralizzati sotto al freddo, fregandosene dei capelli bagnati e del membro raggrinzito dal piovere inarrestabile. Era travolto completamente dalle lacrime giocose della natura che piange in festa. Correva e correva, incespicava lacerandosi le ginocchia e le cosce tese nell'atto, con un'unica, funesta, idea. "Devo fuggire dalla noosfera. Via dal trambusto, via dal baccano. Via dalla noosfera. Via dagli schermi e dagli sguardi e dalle opinioni. Fuori dalla noosfera! Devo andarmene e trovare la quiete, cercare il silenzio. Devo fuggire dalla noosfera. Devo cercare e cercare. Ma come duole il mio corpo. Come duole la mia mente. Basta con la noosfera. Basta col mondo. Basta con le informazioni e con i segnali e i suggerimenti e le nozioni e tutti questi saperi effimeri. Basta con la noosfera!" E la pioggia rideva. La strada scorreva. Lui scappava via. Scappava veloce, la bestia indomita. I nervi corrugati nella corsa esasperata e il cervello appesantito dall'esterno. Incappava in altre urla, in altri paroloni scritti sui muri. Venne stordito da un'insegna luminosa, così fervida sotto lo scroscio d'acqua, e finì col volto in una pozzanghera fetida. Si alzò ancora, nonostante i lividi infangati, e venne abbagliato dalla luce di una macchina che per poco non lo travolse. La macchina scartò di lato, danneggiandogli l'udito a suon di clacson e insulti strillati. Ma ad Adamo non interessò. Si erse in piedi e riprese la sua fuga nell'avvilimento. Svoltò un angolo, e un altro ancora e corse nella strada a cavallo della striscia bianca, e svoltò un altro angolo e percorse un'altra curva, poi scavalcò uno steccato - o meglio tentò di scavalcare, fallendo e rotolandosi sull'erba curata di un giardino - e percorse il retro di una villetta lignea, scansando nella fretta degli attrezzi arrugginiti, provando a non udire il ferino abbaiare di un cane incatenato lì nei dintorni. Fu di nuovo nella strada, e la pioggia precipitava sempre più fredda e tagliente. Percorse un incrocio deserto affannandosi tra le pozzanghere lì formatesi e scelse di proseguire nella via porticata. Zampettava via rapido, sotto i portici, cosciente che l'arresto avrebbe comportato la scivolata sul liscio lastricato della zona storica del Paese. Ma la noosfera è grande e veloce e non ammette tradimenti. Lo afferrò con lo sguardo di due signore che nella pioggia passeggiavano verso casa. Le signore, col volto illuminato da quell'apparecchio portatile che ti fa partecipe nella noosfera, strillarono di spavento alla vista dell'ignudo corridore. Urlarono di paura, temendo il maniaco, lo stupratore, l'assassino. Educate com'erano alla normalità, la paura le avvolse come una bruma miasmatica. E chiamarono le forze dell'ordine, nella paura, anche se ormai Adamo era scomparso e non aveva fatto loro nulla. La noosfera non ammette tradimenti. La normalità va preservata. "Oddio! Oddio! Come mi duole la testa! Come fa male la pelle percossa dalla pioggia! Devo andarmene dal Paese. Lasciare il Paese, subito." E seppe così dove andare. Cadde di nuovo, ruzzolando sull'asfalto, tagliandosi la carne delle spalle e dei gomiti, gemendo di dolore. Ma si riprese subito e così corse ancora. Un lampo lo colse mentre si voltava verso la vetrina di un negozio e si vide in volto, riflesso. Vide un uomo angosciato coi capelli neri sul viso, con la barba incolta e con gli occhi anneriti dal pianto. Con il corpo biancastro e sudicio di terra, i nervi tesi per la spasmodica fuga, i muscoli dolenti e le ossa sporgenti del costato. Le ginocchia insultate e i piedi lacerati. E in quella fotografia saettante colse alle sue spalle il Monte. Il Monte stava fuori dal Paese, immerso nella tempesta, privato di civiltà. Là doveva andare. Doveva correre sopra il Monte, superare la coltre di nubi e giungere alla cima. Dopo il pensiero, arrivò la speranza. "Via! Devo andare via! Andare al Monte. Là c'è il silenzio. Devo continuare a correre, oltre questa strada, oltre quell'incrocio e quell'edicola, oltre il bar e oltre il supermercato. Devo andare." La noosfera si fece sentire, con le sirene e con gli abbagli delle macchine in lontananza. Cercavano lui. Percorse cento vie, attraversò cento cancelli, valicò cento aiuole e scavalcò cento steccati. Ma riuscì a lasciare il Paese alle sue spalle. Ma anche coi piedi e con le gambe e con la schiena e con la testa fuori dal Paese, udiva ancora il frastuono. Udiva ancora l'eco del consumo che lo incalzava frantumandogli le tempie. Aveva ancora molta strada da fare, ma era ora ai piedi del Monte. La natura gli rideva addosso, l'erba del campo gli graffiava le cosce e le natiche, la terra umida gli avviluppava i piedi, la pioggia lo accecava e gli demoliva i muscoli. Prese il sentiero che lo portava su per il Monte, che era a dirla tutta un fiumiciattolo di fango e sterpaglie. Avanzava a quattro zampe, afferrando disperatamente le radici degli alberi e le rocce sporgenti del terreno, per non farsi trascinare a valle da quel tempo funesto. Scivolò ancora e ruzzolò sbatacchiandosi la schiena contro un masso e contro il tronco di un abete. Imprecò e si rialzò, prese un respiro per placare il vorticare del mondo dovuto all'urto, e continuò la scalata, l'ardua ascensione. Raggiunse un altro sentiero, ricco di erbacce e pungitopo, con la fanghiglia trattenuta dalle radici delle piante. La scalata lì si fece più semplice. Udì il rombo del temporale, e venne illuminato da un fulmine, e con lui venne illuminato il bosco che vestiva il Monte. Un bosco fatto di abeti, di betulle, di castagni, di rocce e massi emersi dalla terra, di rivoli d'acqua che correvano disperatamente verso la valle e di lui, Adamo, che andava contro corrente. Quando la natura è in festa, gli uomini tremano. Giunse alle nubi, dove la coltre della tempesta era fredda e tonante. La bruma lo avvolse in un gelido abbraccio e la pioggia non cessò di percuoterlo per farlo stramazzare, ma lui non si placò. "Oltre queste nuvole, oltre questa nebbia, c'è la cima del Monte. Oltre questa nebbia c'è il silenzio e la vita immobile. Ormai son arrivato!" e gattonava come una bestia, con gli occhi che scalpitavano in cerca di nuovi appigli e di nuove salvezze. S'aggrappò al tronco di un alberello, ma le radici annegate non sostenerono il suo peso. L'alberello crollò, e con esso una zolla di terra enorme, e con loro cadde anche Adamo, rovesciandosi nel fango, precipitando sotto la furia degli elementi. Una saetta si abbatté lì vicino, e il tonfo fece capitombolare altri alberi e altra terra. Adamo venne trascinato nel fiume, annaspando col volto nel fango, e una roccia sporgente gli aprì uno squarcio sul petto. Fu un urlo disumano e un dibattersi fremente di agonia e il sangue che spruzzava fuori dal corpo dell'omicciolo. Ma ormai era arrivato, Adamo. Di nuovo in piedi, proseguì ora con lentezza, in uno stato di torpore mentale dettato dalla ferita sanguinante. E fu così che arrivò in cima. Fu così che trovò il silenzio. Arrivò sul prato che copriva la cima, vide sotto di lui le nubi della tempesta, e il fragore di essa non scalfiva minimamente la quiete di quel luogo idilliaco. Adamo, nudo, ora non ansimava più, le vene bluastre erano scomparse, l'intorpidimento muscolare aveva lasciato posto al calore. Le ferite avevano cessato di far udire la loro voce. La noosfera era stata abbandonata, la natura si mostrava con materna cordialità. Camminava nella calma mirando lì attorno, con la mente ora vuota e con gli occhi rilassati da un'avvolgente sonnolenza. Il silenzio era stato trovato. Adamo si stese sull'erba asciutta e calda, si pulì del fango e del sangue senza timore, e rimase assorto nei suoi pensieri. Il sole gli sorrideva, l'aria gli canticchiava nella mente, l'erba lo accarezzava. Nel silenzio Adamo si assopì.
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